Capitolo III. AMICIZIA CON FRANCESCO SFORZA DUCA DI MILANO. — NUOVA BALÌA E NUOVO CATASTO. — VECCHIEZZA E MORTE DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1450-1464.]
In tutti i fatti che precederono troviamo, al dire degli storici e nelle memorie di quel tempo, Cosimo dei Medici avere tenuto con Francesco Sforza costante amicizia, ma nei Consigli della Repubblica non sempre palese, e quindi sospetta popolarmente o mal gradita. Quando poco innanzi la morte del duca Filippo Maria faceva lo Sforza deliberazione di soccorrerlo, rompendo la fede alla Repubblica di Venezia, racconta l’istoriografo di lui Giovanni Simonetta, che lo avesse molto esortato a quel partito Cosimo, al quale solea confidarsi delle cose più segrete, molto ascoltando i suoi consigli.[372] E già prima di quel tempo troviamo sussidi mandati allo Sforza, ma scarsi perchè difficili a vincere nelle pubbliche deliberazioni; talvolta dal Medici dati in segreto e privatamente, o con rivalse sul pubblico erario nel quale aveva egli le mani. Certo è, che tra due i quali intendevano a signoria personale era concordia necessaria; e colui che aveva attraversato in Firenze e infine distrutto un governo d’Ottimati, non potea molto essere amico alla Repubblica di Venezia: la quale in quegli anni avendo dismesso con l’arengo (arringo) sin’anche le ultime apparenze popolari, sdegnava l’antica appellazione di Comune, sè stessa chiamando la Signoria di Venezia, e tutto lo Stato a lei suddito, il dominio.[373] Queste erano cose che state sarebbero odiose in Firenze, e Cosimo andava per opposta via: ma oltre alla essenziale contrarietà del principio che informava il Governo suo, Venezia con le armi invadeva quelle che avevano nome d’italiche libertà; nè termine si vedeva alle ambizioni di lei, siccome non era in quella perenne diuturnità di volere, la quale a Venezia non cessava mai per caso di morte o per mutazione di signore.
Per questo non voglio io a Cosimo fare colpa se Francesco Sforza gli parve essere utile contrappeso, atto a contenere in Lombardia la minaccia delle venete aggressioni. L’Italia oramai più non aveva nè guelfi amici e fautori delle popolari libertà, nè Papi nè Re di Puglia che a quelle si dicessero patroni; nè più all’incontro avea ghibellini che fossero braccio agl’Imperatori di Germania. Ma quante città o quanti popoli si tenessero tuttavia liberi, non più essendo tra loro amicati o non più divisi da un grande pensiero a molti comune, temevano l’uno dell’altro le forze, combattendo chiunque mirasse alla formazione di uno Stato che soggiogasse i piccoli e sopra tutti gli altri prevalesse. Di questo pareva che fosse capace sopra ad ogni altro Venezia: poi v’era Napoli, che per cento anni partita in sè stessa, ora alle mani di un Re forte ambiva conquiste nel cuore d’Italia; e già si erano vedute spuntare nei Papi le ambizioni principesche. In mezzo a questi Francesco Sforza, grande capitano, prudente signore, parea necessario a quell’equilibrio che allora formava la politica sapienza dei migliori uomini in Italia.
Affermano tutti, che a Neri Capponi spiacesse quel torsi dall’amicizia dei Veneziani e fare in Italia grande lo Sforza; questa opposizione di Neri ai consigli i quali prevalsero, accennata da Giovanni Cavalcanti,[374] veniva illustrata con amplie parole dal Machiavelli. Bene vedevano cotesti ultimi difensori d’una Repubblica temperata, quella essere piuttosto consorteria che amicizia, ed a Cosimo piacere come un aiuto a conseguire meno impedita dominazione. Sappiamo che il buono Giannozzo Manetti stava ancor egli perchè si mantenesse l’antica lega coi Veneziani,[375] la quale non era nelle apparenze sciolta per anche; e la Repubblica di Firenze ad essi mandava dopo la rotta di Caravaggio due mila cavalli, che nulla fecero; ed è poi da dire, che subito dopo Venezia e il Conte si accordarono. E Neri, che avrebbe voluto salvare quanto più di libertà fosse possibile, accettava poi le condizioni che i tempi facevano: la forza sua era nella politica di fuori; dentro, al bisogno si arrendeva. Ricusò d’andare ambasciatore allo Sforza quando egli muoveva in aiuto di Filippo;[376] ma due anni dopo abbiamo da certi documenti essere egli stato fautore del dare sussidi al Conte contro ai Milanesi, in ciò accostandosi ai più stretti amici di Cosimo, sebbene degli altri il maggior numero si opponesse.[377]
Cosimo andava, quanto era in lui, diritto al segno: ma non è da credere che fosse egli padrone della Repubblica, dove i Consigli a voti liberi procedevano; e lo studio faticoso da lui adoperato a guadagnarseli non bastava sempre, o le pubbliche lagnanze lui facevano circospetto. Odiosissime riuscivano le prestanze imposte a fine di somministrare danari allo Sforza insino da quando venivano dati perch’egli continuasse a tiranneggiare nella Marca; e molto più poi quando nell’anno 1447 si voltava questi alla difesa del Visconti, nemico antichissimo della Repubblica di Firenze. Troviamo gravezze fino a ventiquattro per volta, distribuite ad arbitrio dei ponitori: Cosimo anticipava sovente il danaro, rifacendosi sulle prestanze o sulle entrate della Repubblica. Lo Sforza chiedeva trentamila ducati per passare in Lombardia; i Veneziani si opponevano, e ne’ Consigli non si vinceva. Cosimo fece porre una legge perchè si riscuotessero i crediti arretrati del Comune, e i deputati a ciò avevano a collo i trentamila ducati che furono messi fuori da Cosimo rimasto padrone della riscossione; e le casse delle porte si andavano a vuotare in casa sua. Più tardi aveva egli imprestato all’amico suo cinquantamila fiorini; ottenne che fossero a lui donati dalla Repubblica, dicendo sarebbe quella chiesta il fine di tutte le chieste;[378] e siffatti modi più altre volte si ripetevano. Ma quando una legge era proposta d’immunità a chi tornasse e che venisse a stare in Firenze pagando quattro fiorini l’anno a testa, si oppose Cosimo, allegando che sarebbero tornati i fuorusciti nemici suoi; e quella legge, che pure a molti pareva buona, fu rigettata. Più che avanzava egli nell’arbitrio e più si rendeva odioso a molti: dicevano ch’egli si valeva del danaro per inalzare edifizi, o sotto pretesto di religiosa pietà o per sua propria magnificenza:[379] una notte gli fu imbrattato di sangue l’uscio di casa sua.
Per assicurarsi dello Stato, facevano sempre il Gonfaloniere a mano ed anche i Priori. Abbiamo un esempio dei modi tenuti allora in Palagio, che giova esporre succintamente. Per gli ultimi due mesi dell’anno 1448 erano rimasti d’accordo che fosse Gonfaloniere Agnolo Acciaioli, uno dei primi del reggimento. Sapeasi volere egli promuovere dure cose d’esilii e d’altro; e Neri di Gino, ch’era uno degli accoppiatori, voleva il contrario. Mancavano soli due Priori a fare; disse Neri: «Io voglio esser io, o uno di chi mi possa fidare.» Fu eletto Pandolfo Pandolfini, giovane di grande animo. S’accozzava egli nel priorato con tre altri ch’erano dei migliori, i quali insieme segretamente, perchè i Priori molto erano vegliati, sagramentarono di non rendere mai le fave loro se non d’accordo. Una mattina il Gonfaloniere, fatta serrare la porta del Palagio, propose una legge, che niun partito valesse se il Gonfaloniere non fosse presente e non ci fosse il voto suo: Pandolfo si oppose, e perchè dei nove voti ce ne volevano sei a vincerlo, stando ferme le quattro fave giurate, lo impedivano. Vinto a caso, e approvato da’ Collegi, andò al Consiglio, e quivi i medesimi oprarono fosse imbiancato, sebbene il Gonfaloniere facesse più volte rimettere il partito. Ma non posarono gli autori di quel disegno, e praticavano che molti fossero confinati; diceano volere acconciare le cose in modo che non ci avessino più a pensare: del che era grandissima nella città la paura, e mandavano in Palagio a supplicare i quattro perchè tenessero il fermo: vi andava più volte il buon libraio Vespasiano da Bisticci, dal quale abbiamo questo ragguaglio; e dice che molti furono salvati allora, e che fu gran beneficio alla città recato dai quattro onesti Priori.[380] E vero è poi che per cosiffatte resistenze i cittadini tra loro non si nimicavano tanto da rompere quell’usata bonarietà di costume che non mai cessava nella città popolana. L’Acciaioli e Cosimo stesso rimasero amici al Pandolfini; e si manteneva tra essi e Neri quella unione della quale fu riprova un fatto che abbiamo lasciato addietro, ma che ora giova un poco a minuto narrare, per indi tornare al filo dell’istoria nostra.
Ucciso Annibale Bentivoglio, ma rimasta vincitrice (come s’è detto) la parte sua, grande era in Bologna la devozione a quella Casa, della quale rimaneva solo un fanciullo di sei anni. Ora avvenne che trovandosi ivi Francesco che era stato Conte di Poppi, raccontava come venti anni prima Ercole Bentivogli zio d’Annibale, dimorando in Casentino, avesse avuto dimestichezza con la moglie d’un Agnolo da Cascese, dalla quale nacque un figlio di nome Santi, che tutti dicevano essere figlio d’Ercole, e la somiglianza ciò confermava; tantochè essendo ito a Bologna il fanciullo quando vi si riduceva il Conte di Poppi, Annibale gli aveva detto tu sei de’ nostri. Essendo poi Agnolo e la moglie sua venuti a morte, il fanciullo tornò a Firenze, dove esercitava l’arte della lana in una bottega nella quale Antonio da Cascese suo zio gli avea fatto un capitale di fiorini trecento e lo avea molto raccomandato a Neri Capponi. A questi ne fece le prime parole Agnolo Acciaioli un giorno mentre erano insieme a diporto, domandandogli se avesse egli bramato resuscitare, qualora gli fosse ciò stato possibile, Annibale Bentivoglio ch’era tanto amico suo. E pigliando Neri la cosa in motteggio, l’altro gli espose tutto il fatto, e gli disse come la parte bentivogliesca essendo rimasta senza capo, taluni in Bologna erano entrati in gran desiderio d’avere questo Santi perchè reggesse la parte, ed avesse cura del fanciullo sinchè non fosse in età. Rispose Neri ch’ell’era cosa molto da considerare sì rispetto al giovane e sì per sè stessa: ma essendo molti venuti a vedere Santi e accertatisi della somiglianza e guardandolo con affezione grande, consentiva Neri di farne motto a lui, che a prima giunta se ne turbò per la vergogna della madre. Ma i Bolognesi facendo maggiori istanze, furono insieme Agnolo e Neri con Santi in casa di Cosimo dei Medici, il quale dopo altri ragionamenti disse al giovane: «Vedi, se tu sei figliolo d’Ercole, la natura ti tira in Bologna alle grandi cose; ma se tu sei figliolo d’Agnolo da Cascese, tu te ne starai in San Martino alla bottega: però io non ti conforto nè ti sconforto ad andare, ma dove ti tira l’animo; sarà quella vera sentenza di chi tu sia figliolo.» Soprassederono più mesi e aveano rimessa la cosa in Neri, il quale quanto più larghezza gli concedevano, tanto più sentendosi obbligato a dargli il consiglio fedele e migliore, tenea la sentenza sospesa. Ma infine essendo Neri per le ambasciate a Venezia passato più volte da Bologna, lo pressavano fino a dire che se il giovane venisse loro negato, lo toglierebbero per forza. Neri, accertatosi del loro buon animo, confortò Santi a commettersi alla fortuna e andare, dicendogli: «Io che sono in Firenze non dei minori e da dovermi contentare quanto niun altro cittadino, e anche ben voluto; se mi volessero in quel luogo non come figliolo d’Ercole ma come figliolo di Gino, io v’anderei ad essere loro partigiano e capo; perchè ivi si poteva dire d’avere a disporre a suo volere di quella città, la quale era una delle otto maggiori d’Italia; e a Firenze si aveva a pregare con grande umiltà a volere una piccola cosa non che una grande.» Mandarono quindi con grande onore a pigliarlo, e menatolo a Bologna con festa, lo misero in casa d’Annibale ed al governo della città, il quale poi tenne sino alla morte felicemente.[381]
Sì tosto come Francesco Sforza fu entrato al possesso dello Stato di Milano, la Repubblica di Firenze gli inviava quattro de’ suoi maggiori cittadini a rallegrarsi del grande acquisto: erano con Piero di Cosimo dei Medici Neri Capponi, Luca Pitti e Dietisalvi di Nerone. Scambiate parole com’era usanza festive, e oltre all’usanza per quella volta sincere; gli altri tornandosene, Piero e Neri ebbero incarico di recarsi a Venezia. Quivi era di già residente Giannozzo Manetti, il quale sembrando in quelle congiunture troppo amorevole al Senato, parve bene mandare quei due che a lui s’aggiugnessero. Le apparenze di amistà che tuttavia si mantenevano tra le due Repubbliche covavano semi di forte dissidio per gli scambievoli malcontenti: Cosimo in Firenze antivedeva che bentosto tra’ Veneziani e il Duca sarebbe guerra, nella quale era egli risoluto di tenere la parte di questo; ed i Veneziani ciò sapendo, cercavano indurre i Fiorentini ad una lega con essi loro, tardi pentiti dell’averli prima col falso procedere da sè alienati e per quei modi avere lo Sforza fatto signore di Lombardia. La quale pratica molto essendo avviata con Giannozzo, e perchè a Firenze nel Palagio non si poteva ottenere che si rompesse, Cosimo scrisse al figlio privatamente, che senza indugio si partisse da Venezia:[382] Neri per l’usata circospezione e Giannozzo di mala voglia lo seguitarono, cominciando infin da quel giorno apertamente a dividersi le due Repubbliche, le quali intanto ciascuna per sè avevano fatta pace con Alfonso. Venezia stringeva con lui durevole amicizia; ma la pace coi Fiorentini non fu che tregua da essi accettata ad inique condizioni, rimanendo Alfonso in possesso di Castiglione della Pescaia che gli apriva per la via del mare l’entrata in Toscana, ed il Signore di Piombino facendosi a lui vassallo con dargli in segno d’omaggio ciaschedun anno una coppa d’oro.[383]
Veniva in Italia come a dislocarsi tutto l’ordine delle alleanze tenute fin qui; e i singoli Stati, prima di entrare in guerra tra loro, s’adopravano a riconoscersi, continuo essendo per tutto quell’anno il vario muovere degli ambasciatori da un capo all’altro dell’Italia. Venezia, che s’era oltrechè ad Alfonso collegata al Duca di Savoia ed al Marchese di Monferrato, richiedeva di lega i Senesi: cercava in Bologna mutare lo Stato per una congiura scoppiata in città, e da Santi Bentivoglio compressa non senza combattere; egli mostrandosi degno del grado a cui lo ebbe per modi sì strani alzato il gioco della fortuna. Le quali pratiche essendo intese contro al Duca ed ai Fiorentini, questi da principio mandarono loro legati a Venezia, che ivi non furono ricevuti con la scusa del non potere i Veneziani alcuna cosa trattare senza il re Alfonso; e questi due avendo però mandati insieme legati loro alla Repubblica fiorentina a fare doglianze, alle quali Cosimo dei Medici ebbe incarico di fare risposta, parve da principio che niuna volesse delle due parti venire alle rotte. Ma tosto dipoi la Signoria Veneta ed il Re avendo arrestate negli Stati loro le mercanzie dei Fiorentini, e ciò nonostante mandato altri ambasciatori a Firenze, quelli di Venezia non furono ricevuti, e quelli d’Alfonso non vollero soli trattare; cessando così ogni pratica tra le due parti, le quali ordinate ciascuna in sè stessa, già si apprestavano alla guerra. E i Veneziani veniano a questa con tanta passione, ch’aveano richiesto il greco Imperatore d’arrestare anch’egli le mercanzie de’ Fiorentini; ma questo Principe ricusò macchiare gli estremi suoi giorni e quei dell’Impero col farsi ministro delle altrui passioni contro ad un popolo di Cristiani.[384]
Veniva in Firenze a’ 30 gennaio 1452 l’imperatore Federigo III di Casa d’Austria, che andava in Roma per essere ivi incoronato: avea prima chiesto alla Repubblica il passo;[385] così erano i tempi mutati! I due primi Federighi recavano seco cento anni all’Italia di stragi e ruine, il terzo null’altro che le spese degli alloggi e dei solenni ricevimenti. Seco era Enea Silvio Piccolomini senese, e rispondeva alle arringhe come Cancelliere: grande e vario personaggio in quella età, ingegno del pari atto allo scrivere, al parlare, ed esercitato nel trattare le cose maggiori della Chiesa e degli Stati in Alemagna, dov’era egli lungamente dimorato; ora seguiva l’Imperatore, e in Siena congiunse lui con la sposa Eleonora di Portogallo arrivata in Livorno a’ 2 di febbraio, ed accompagnata con grande onore nel passare ch’ella faceva per la Toscana. Furono insieme a’ 15 marzo coronati in Roma dal pontefice Niccolò V; e indi nel maggio essendo tornato l’Imperatore in Firenze, ne partì subitamente per certo sospetto in lui venuto della Repubblica. Imperocchè egli traendo seco il giovine Ladislao, erede legittimo del regno d’Ungheria, lo custodiva col nome di tutela, negandosi darlo agli Ungheresi che ne facevano istanze grandissime. In Firenze erano ambasciatori di questa nazione, i quali chiedevano segretamente alla Signoria prestasse loro mano ad involare il giovanetto, la cui presenza tolto avrebbe di mano quel regno alla austriaca usurpazione: e sebbene per timore la Signoria ciò negasse, non ne fu chiaro l’Imperatore se non quando ebbe con sè in Alemagna il pupillo spossessato.[386] L’Imperatore questa volta nemmeno aveva chiesto danari alla città ed ai signori, com’era usanza dei predecessori suoi quando scendevano in Italia; ma vendeva per moneta titoli e gradi, tra’ quali a Borso Marchese d’Este quello di Duca di Modena e Reggio che dipendevano dall’Impero.
Il giorno stesso che l’Imperatore da Ferrara entrava sul territorio dei Veneziani intimavano questi la guerra al duca Francesco Sforza; ed Alfonso pochi giorni dopo ai Fiorentini, contro i quali veniva alle offese. Ferdinando suo figliolo naturale, e da lui fatto Duca di Calabria, poneva l’assedio al castello di Foiano in Val di Chiana: dugento soldati che vi stavano per la Repubblica bastarono quivi a ritenere l’esercito regio prima che il castello s’arrendesse. Di là Ferdinando accostandosi al confine dei Senesi nel Chianti espugnava Rencine, e tentato Brolio fortezza dei Ricasoli e da quella ributtato, s’accampò intorno la Castellina, dove stette più tempo, ma per difetto di artiglierie gli fu impossibile ottenerla. Scorreva le campagne fin presso a Firenze, facendovi danni grandissimi; e intanto all’esercito dei Fiorentini, condotto dal signore di Faenza Astorre Manfredi, bastava tenersi sulle difese; e passava il verno, dopo il quale avendo il duca Francesco mandato in Toscana con due mila cavalli Alessandro Sforza suo fratello, con le armi congiunte i due Capitani recuperarono le terre perdute e costrinsero l’armata regia ad abbandonare il forte di Vada che aveano in quel mezzo dal mare assalito, e per l’invalida resistenza preso: tale ebbe successo l’impresa d’Alfonso contro alla Repubblica di Firenze. Quivi era discorso, in quella caldezza di successi fortunati, di muovere guerra contro ai Senesi, parendo essi non aver fatto in quei pericoli buon vicinato alla Repubblica; ma Cosimo e Neri, apposta chiamato da Pistoia dove risedeva Capitano, mostrarono come ad Alfonso non potrebbe farsi maggior piacere che dargli in mano a questo modo necessariamente lo Stato di Siena. Così fu sventato il mal consiglio; e la Repubblica frattanto faceva un acquisto dov’era a’ suoi danni macchinato un tradimento. La Contea di Bagno tenevasi allora da Gherardo Gambacorti, data in compenso (come vedemmo) al padre suo della cessione di Pisa; ed a Gherardo piacendo meglio possederla come feudo dell’Aragonese, aveva egli trattato con lui; ma scoperto, mandava il figlio ostaggio in Firenze: e pur nonostante avrebbe fatto entrare nella terra le armi del Re, se un Antonio Gualandi pisano che vi stava dentro, con pari fede e risolutezza chiudendo la porta in faccia a’ soldati ch’entravano, non avesse conservato alla Repubblica tutto quel territorio, ch’essa poi tenne in vicariato, privati avendone per sempre allora i Gambacorti.
E in Lombardia la guerra tra quei due possenti nemici non venne a produrre che piccoli effetti, perchè lo Sforza la conduceva con intendimenti di principe e non più oramai di condottiero; cosicchè avendo per grave rotta costretto il Marchese di Monferrato a chieder pace, ed egli passata l’Adda minacciando Bergamo e Brescia dov’erano in grande forza i Veneziani, trascorse il tempo del combattere senza che alcuna delle due parti cercasse venire a giornata per tutto quell’anno. Ma perchè gli apparecchi fatti contro a’ Veneziani non pareano essere sufficenti, essi tenendo ai soldi loro la miglior parte dei condottieri; la Repubblica di Firenze, a cui toccavano le prime parti dov’era spesa, avea mandato già l’anno innanzi in Francia Agnolo Acciaioli chiedendo a quel Re passasse in Italia, egli erede di Carlo Magno che aveva riedificato Firenze, e naturale principe e capo della parte guelfa, recando con sè quindici mila cavalli almeno: le parole erano umilissime, grandi gli ossequi e le supplicazioni.[387] Aveva la Repubblica Fiorentina chiamato in Italia gli stranieri più altre volte, e questa pure inutilmente: l’ora s’appressava, ma giunta non era, che i monarchi rispondessero condegnamente a quegli inviti; già si allestivano, ma per anche non credeano essere bene in punto. Carlo VII, impegnato contro gli Inglesi a Bordeaux, non venne in Italia; concesse però che vi scendesse un’altra volta con due mila quattrocento cavalli Renato d’Angiò, perch’era guerra contro all’Aragonese, e quegli cercava sempre se vi fosse modo a farsi una via nel Regno di Napoli. Ma il passo gli era conteso per le Alpi dal Duca di Savoia; laonde Renato con pochi eletti per la via del mare scese a Ventimiglia, e quindi il Delfino di Francia, che poi fu il re Luigi XI, ottenne che il Duca lasciasse calare in Lombardia le altre genti. Qui la guerra da principio fu impetuosa, ma non fruttava che il racquisto di pochi castelli del Cremonese e di Pontevico di là dall’Adda: giunse l’inverno, e tutti si ritrassero nei quartieri. A primavera sperava il Duca e disegnava maggiori imprese, quando gli giunse avviso che Renato voleva ad ogni modo tornare in Francia, nè istanze bastarono: rimase in Italia la sua bandiera con poche genti e col figlio di lui Giovanni, che si faceva anch’egli appellare Duca di Calabria; questi ponea lunga dimora in Firenze.
Ma ecco venire d’Oriente novella per la quale gli animi di tutti restarono come incantati dal terrore: Maometto II Sultano dei Turchi aveva per assalto ferocissimo espugnata Costantinopoli: morto era nella difesa l’ultimo degl’Imperatori bizantini, venuto a fine l’Impero greco ultimo avanzo dell’antico mondo e nell’Asia conservatore del nome cristiano e d’ogni intesa con l’occidente. Pareano all’annunzio per tutta Italia cadere ai soldati di mano le armi; si rimproveravano tra loro le stolte guerre, si vergognavano d’avere per basse e scellerate cupidigie aperta al barbaro invasore la porta d’Europa: chi era più abile a fermarlo? Il pontefice Niccolò V, che mai non aveva cessato d’intromettersi per la pace d’Italia, fece venissero in Roma commissari di tutti gli Stati che aveano parte in quella guerra: molto fu discusso e nulla conchiuso, perchè ciascuno metteva innanzi per suo proprio conto esorbitanti ed impossibili pretensioni. Alle quali si contrapponeva freddamente il Papa stesso: voleva pace negli Stati della Chiesa per alleviare i carichi e attendere agli edifici, i quali erano sua prima cura; ma ricordando i tempi passati, temeva la quiete d’Italia non fosse a lui turbazione, tirandogli addosso qualche affamato condottiero, o qualche Principe ambizioso.[388] A questo modo mentre che in Roma si perdeva il tempo, il Duca e il Senato per mezzo d’un Frate trattavano insieme, ed un accordo fu stipulato in Lodi a’ 5 dell’aprile 1454 tra’ due principali contendenti, al quale tutti gli altri erano invitati di consentire. Lasciava al solito le cose com’erano al principio della guerra; ma Castiglione della Pescaia dovendo restare in possessione del re Alfonso, i Fiorentini non vi aderirono se non dopo molte consultazioni,[389] e perchè il Duca a ciò gli costrinse; Cosimo tenendosi malcontento dell’amicizia di questo, che nulla gli aveva fruttato che odio e carichi, dove sperato si aveva l’acquisto di Lucca a lui promesso, come dicevano, dallo Sforza in pagamento di quei danari, che gli erano stati tante volte necessari a conseguire il principato. Il re Alfonso indugiò più mesi prima che ratificasse la pace;[390] nè a quella si tenne poi fermo, sempre ambizioso com’egli era di cose maggiori: al quale fine aveva escluso dal comune accordo i Genovesi ed il Signore di Rimini e quel di Faenza, serbandosi appiglio, quando che fosse, a nuove imprese.[391]
Avvenne che essendo per la pace licenziato dai Veneziani Iacopo Piccinino, si udisse costui insieme con altri capitani senza soldo, essere entrato nella Romagna, dubbiosa minaccia agli Stati confinanti. Il tempo era scorso che i grandi condottieri per proprio loro conto muovessero guerra, tenuti essendo in maggiore suggezione da quei potentati d’Italia che s’erano in sè medesimi rinforzati. Iacopo, com’era solo condottiero che rimanesse di quei lignaggi vissuti di preda, così fu l’ultimo che tentasse di quelle fortune; ed anche non lo fece di proprio suo moto, ma sibbene per istigazione, secondo appare, del re Alfonso. Imperocchè essendo Iacopo entrato in quel di Siena e fattovi danni, all’avviarsi di soldati dei Fiorentini e del Papa e del Duca di Milano, ritiratosi in Castiglione della Pescaia, passò nel Reame, e fu ivi bene ricevuto. Innanzi era morto il pontefice Niccolò V: di lui non abbiamo avuto fatti da registrare sia politici sia guerreschi, ma quel silenzio dell’istoria gli è lode grandissima, e le arti e le lettere lui ricordano munificentissimo tra gli altri Principi: lo squallore di Roma e quasi la solitudine per la dimora dei Papi in Avignone e per lo scisma e pei governi travagliosi ch’avevano avuto Martino ed Eugenio, veniano a mutare in giorni più floridi, e molti edifizi allora intrapresi e la Biblioteca Vaticana da lui cominciata, renderono splendido e benemerito il nome di Niccolò V.[392] A lui successe Callisto III spagnuolo, donde ebbero l’Italia e la Chiesa dono funesto la Casa Borgia. Veniano a scuoprirsi in questo frattempo le intenzioni d’Alfonso, il quale muoveva con grandi forze contro ai Genovesi, e allora il doge Pietro Fregoso cedeva l’impero di quella città al Re di Francia, che a pigliarne la possessione mandava Giovanni d’Angiò partitosi non molto prima da Firenze; a cui la Repubblica aveva donato, oltre ai danari della condotta, venti mila fiorini d’oro e novanta libbre d’argento lavorato in vasellamenti di bell’artificio. Le quali mosse all’Italia furono principio di altre perturbazioni, sebbene a mezzo di quell’anno 1458 il re Alfonso venisse a morte: a lui fu dato soprannome di Magnanimo; e generoso era, esercitato nelle armi di terra e di mare, magnifico in ogni suo fatto, e grande promotore delle lettere e degli uomini letterati.[393]
Ora è da dire quale fosse in questi tempi l’interno stato della Repubblica. In mezzo alla guerra, l’anno 1453 una Balìa nuova era stata presa fuor di tempo e rinnuovata poi l’anno dopo, quando scadeva il quinquennio: avea facoltà oltre all’usato amplissime, e queste adoprava più che altro nel porre gravezze soprammodo esorbitanti, essendo le spese allora grandissime: la guerra di fuori costava settantamila ducati al mese.[394] Trovo di seguito due gravezze poste, che una di cinquecento ottanta migliaia di fiorini e l’altra di trecento sessanta; cinquanta mila erano imposti ai non sopportanti, a quelli cioè che di regola doveano andarne esenti, e gli ecclesiastici ne furono anch’essi gravati: pei tanti carichi dello Stato erano i danari del Monte caduti al venti per cento.[395] Norma all’imporre, l’arbitrio solo: e questa era un’arme in mano di Cosimo che percuoteva con le gravezze chi avverso gli fosse, e con le supplicazioni per gli sgravi faceva a sè molti dipendenti; tanto che andare con lui (che appellavano avere lo Stato) importava essere leggermente tocchi; e gli altri invece erano disfatti. La Casa dei Pazzi, ricchissima d’averi ma per le gravezze malconcia, si rilevò quando pel parentado co’ Medici entrava nel numero anch’essa delle Case favorite.[396]
Troviamo che nei primi venti anni della dominazione repubblicana di Casa Medici, settantasette case di Firenze pagarono, di straordinarii, imposti ad arbitrio, quattro milioni ottocento settantacinque mila fiorini. Un solo cittadino de’ più reputati ma non dei più ricchi, Giannozzo Manetti, venuto in sospetto o in uggia a Cosimo, pagò in più tempi sino a centotrentacinque mila fiorini d’oro, avendo dovuto per una paga vendere a dieci e un quarto una parte de’ suoi crediti sul Monte, che a lui costavano cento. Imperocchè avevano a lui posta una gravezza di centosessantasei volte la rata che a lui per l’estimo veniva assegnata, e che formava l’unità d’imposta; doveva pagarne tre per ogni mese. E qui noi vogliamo narrare le sorti di un tale cittadino.[397] Aveva egli fatto rimprovero al Medici dell’essere stato autore primo della rottura con la Repubblica di Venezia, e tra essi due era mal’animo. Due anni dopo, Giannozzo essendo legato in Roma, dove il papa Niccolò cercava pace fra tutti, e Pasquale Malipiero ambasciatore veneziano studiavasi indurre a questa i Fiorentini, si lasciò il Manetti andare a vistose intelligenze col veneziano, per le quali si rendeva egli sospetto o inviso del tutto ai Reggitori; onde questi con le prestanze cercarono di fare che ruinasse la sua fortuna, stata assai prospera fino allora. Talchè Giannozzo deliberava ricoverarsi appresso al Papa, che lui tenendo in grande stima, gli diede ufficio e provvigione. Poteansi in Firenze acconciare le faccende sue quando egli volesse farsi a Cosimo tutto dipendente; e questi, a proposito della gravezza, gli aveva fatto dire, non essere quella infermità mortale; così volendo Giannozzo intendesse il modo d’uscirne. Ma nè questi volle così abbassarsi; e Luca Pitti, che fu autore della gravezza, in quelle cose tirava innanzi senza misericordia. Tanto che in Roma gli fu mandato ordine d’appresentarsi a un termine dato, senza che sarebbe chiarito ribelle: Giannozzo si stava dubbioso, ma il Papa lo sovvenne pure questa volta con dargli lettere credenziali di suo oratore, da presentare al bisogno. Cosimo aveagli data promessa di un salvacondotto, che poi gli mancò; ed era Giannozzo in Firenze timoroso,[398] quando per la discesa in Toscana del Duca di Calabria dovendosi fare i Dieci di guerra, Giannozzo fu eletto tra gli altri con grande numero di voti. Null’altro dipinge come questo fatto sì al vivo lo stato di vacillamento tra libera e serva, nel quale vivevasi allora la Repubblica di Firenze. Ed egli condusse quell’ufficio a termine felicemente; ma indi parendogli di stare in patria troppo male, tornò in Roma, dove ebbe buono ed onorato collocamento. Poi quando il papa Niccolò fu morto, cercato dal re Alfonso, andò a Napoli; quivi dimorando infino al termine della vita.[399]
Durante la guerra, la Signoria ed i Collegi si facevano sempre a mano; ma quella finita, ricominciarono ad essere tratti a sorte, con grande allegrezza dei cittadini: bene un cronista però scriveva, durerà poco.[400] Intanto molti animi si erano sollevati come a un ritorno di libertà; e non mancava tra gli stessi amici di Cosimo chi disegnasse valersi di quella larghezza per abbassarlo, e poichè vecchio egli era e infermiccio, fondare sotto all’ombra sua, ed usando il nome di lui, una sorta di governo d’ottimati, che fu continuo e sempre vano desiderio dei principali nella città. Ma questo allora essi potevano meno che in altro tempo mai, perchè erano pochi, e alcuni di essi uomini nuovi, gli antichi essendo in gran parte fuorusciti, ed i rimasti, pregiudicati col farsi ligi ad un uomo solo, senza del quale sentivano essere come allo scoperto, esposti all’odio di quei tanti ch’aveano offesi. Tutta la forza di quello Stato era dunque nella persona sola di Cosimo, sì pel grande seguito ch’egli aveva già nel popolo, e sì per l’essersi obbligati gli uomini più ragguardevoli col sovvenirgli profusamente, ed anche non chiesto, in ogni loro bisogno; tanto che può dirsi, pochi essere allora nella città di Firenze che a lui non fossero debitori; ed egli, pazientissimo creditore, nè sorte ripeteva nè interessi: altri poi erano fatti partecipi dei guadagni che dava a lui la mercatura, create avendo per questo modo Case ricchissime i Sassetti, i Portinari, i Benci, i Tornabuoni. Così lasciava egli correre innanzi quei disegni senza pigliarne paura; ed aspettava, tenendosi in disparte, che a lui ritornassero coloro che avevano bisogno di lui più ch’egli di loro, e i quali a quel solo barlume di libertà vedevano a sè scemare il credito, e negli uffici entrare uomini che impedivano a loro i soprusi della padronanza e in molte cose gli soverchiavano.
Quindi era pensiero di taluni dei più confidenti, che fosse allora venuto il tempo di ripigliare lo Stato e con la forza assicurarselo. Piaceva a Cosimo l’indugiare, siccome colui che non temendo per sè, godeva nell’abbassare quei presontuosi, lasciandogli, come suol dirsi, frollare sino a che non fossero costretti gettarsegli in grembo. Già fino da quando ritornato dall’esilio dava egli principio e fondamento alla potenza sua, vedeva essere in Firenze molti grandi cittadini a lui amici e stati cagione che fosse egli rivocato; i quali tenendosi a lui come eguali, gli era necessità temporeggiare con loro, a fine di potersegli mantenere, mostrando volere che essi potessero quanto lui. Cotesta fu opera di grande fatica, ed usò fina arte a cuoprire l’autorità sua; il che gli serviva anche a fuggire l’invidia col dare apparenza che le cose che egli voleva procedessero da altri e non da lui proprio, che infino all’ultimo gli fu grande mezzo a conservarsi. E ad uno di coloro i quali vedeva andare in cerca di grandezze pericolose quanto più erano appariscenti, disse una volta: «Voi andate drieto a cose infinite, e io alle finite; voi ponete le scale vostre in cielo, e io le pongo rasente la terra per non volare tant’alto che io caggia.[401]» Parole che danno ragione di tutta la vita e dei modi tenuti da Cosimo per farsi capo della Repubblica.
Intanto che visse il re Alfonso, anche il sospetto di lui sconsigliava dal rimescolare la città con dei partiti sempre dubbiosi. Ai quali era avverso Neri Capponi, e faceva argine ai più arrischiati; Cosimo stesso vivente, Neri stava in rispetto. Sapeva essere in lui congiunta con la potenza la grazia, avendo egli amici più che partigiani[402] (qui uso parole bene appropriate del Machiavelli); ma pure badando non si alzasse troppo, a lui opponeva nei Consigli Luca Pitti, ch’era uomo da fargli fare ogni cosa; fervente partigiano fra tutti in Firenze, ma non di tale cervello che molto dovesse Cosimo di lui temere.[403] Così tutto l’anno 1457 duravano quelle medesime condizioni; sul fine del quale Neri Capponi venne a morte, e allora la parte Medicea non ebbe più amici che alle peggiori opere si contrapponessero: Neri avea goduto l’antica Repubblica, e verso quella inclinava sempre.
Poco prima era stata denunziata una congiura ordita da un Ricci, di quella famiglia che avendo spianata la strada ai Medici, ne fu messa fuori: v’era un Adimari ed un Valori, altri erano stati nella tortura nominati falsamente dal Ricci, ch’ebbe il capo mozzo e il denunziatore fu premiato. Un medico, Giovanni da Montecatini, il quale insegnava con ostinata pubblicità che l’anima dovesse morire col corpo, nè mai volle cedere ad ammonizioni, fu impiccato e poscia arso.[404] La peste in quegli anni si era più volte raffacciata, e vi ebbero calamità di terremoti e piene d’Arno. Più spaventoso e strano accidente devastò non piccola parte di Toscana la mattina de’ 24 agosto 1456. Dalle parti di Valdelsa di là da Lucardo cominciò sull’alba ad apparire un folto ammasso di nuvoli che si stendevano per la larghezza d’un terzo di miglio; procedendo per San Casciano, vennero giù nel Piano di Ripoli, e passato Arno verso Settignano e Vincigliata, poco più in là mancarono, andatisi tra quelle alture a consumare: avevano percorso circa venti miglia. Quei nuvoli erano nerissimi e bassi a poche braccia da terra; s’urtavano tra loro a modo di zuffa con grande rumore, e spaventevole era la forza del vento che da quelli usciva; baleni spessi, pochi tuoni e piccoli, rada gragnuola ma grossa; vapori e nuova specie di saette, che nella tempesta varia, incessante, male si discernevano. Si trovarono alberi grossissimi portati lungi dalle radici loro, muraglie rotte e pel cozzare de’ venti cadute a pezzi ed in più versi, tetti portati via di netto d’insopra i muri e andatisi a sfasciare a terra discosto; uomini levati in aria e gettati lontano più braccia. Fu gran ventura quello sterminio non traversasse che luoghi dov’erano rade le case e le popolazioni; ciononostante fu il danno grandissimo, il suolo era ingombro di sparse ruine.[405]
Venuto l’anno 1458 fu rinnuovato il Catasto; e ciò fu per opera di quei cittadini i quali intendevano ad allargare lo Stato, imperocchè gli altri temevano sopra ogni altra cosa quella rinnovazione, la quale avrebbe ad essi tolto l’ingiusto favore ed i vantaggi di cui godevano e i modi più usati ad opprimere i contrari.[406] Nuove ricchezze erano sorte dopo il 34, che ora il Catasto veniva a percuotere; gli acquisti di terre non potevano nascondere, ma i capitali messi in su’ traffici, sempre a conoscere malagevoli, faceano sparire con l’alterazione dei libri palesi tenendo poi altre segrete scritture. Talchè le denunzie menzognere non si potendo correggere, e oltre ciò parendo che l’obbligazione di mostrare i libri nuocesse al credito dei commercianti ed offendesse la libertà loro, si tornò al modo delle tassazioni; dove perchè necessariamente regnava l’arbitrio, si facevano composizioni ma disuguali, e guardando sempre alla qualità delle persone ed al favore di cui godevano. Però è da dire che il proemio della legge del nuovo Catasto e le minute avvertenze quanto ai defalchi ed agli sgravi, oltre al mostrare grande perizia nella materia delle tasse, mantenevano a favore dei poveri e degli innocui ed umili cittadini quella benignità, dalla quale meno ancora d’ogni altro governo voleano i Medici dipartirsi.[407]
Da tutto ciò appare fuor d’ogni dubbio, che nei primi mesi di quell’anno la parte dei molti impedisse quella che sempre cercava di ristringere in pochi lo Stato. A tal segno che un Matteo Bartoli Gonfaloniere, volendo co’ voti fare decretare una Balìa, non che essergli ciò acconsentito dai suoi compagni nella Signoria, fu anzi schernito da loro; e costretto essendo tornarsene a casa, uscì partito per cui volevasi al tutto rendere impossibili nell’avvenire tali disegni. Imperocchè fu vietato il fare Balìa se tra’ Signori e nei Collegi non fosse il partito vinto con tutte le fave nere, e poi non passasse di mano in mano nei Consigli del Popolo e del Comune e per ultimo in quello del Dugento, sottomettendo a gravi pene il Proposto ed i Signori che a questa legge contravvenissero.[408] Ciò accadde nei mesi di marzo e d’aprile: il primo di luglio entrava per la terza volta Gonfaloniere Luca Pitti, uomo del quale non è da dire se a lui più che agli altri spiacesse il Catasto, e s’egli inclinasse ai modi violenti. Pare la legge posta due mesi innanzi non gli desse grande ombra, perchè senza venire a Parlamento, cercò d’ottenere per via dei Consigli che s’ardessero le borse e che si tornasse al fare a mano la Signoria, ch’era la somma d’ogni cosa: ma fu impossibile a lui di vincere quella pratica, massimamente perchè da pochi anni essendosi messa usanza di dare i partiti a voti coperti, si davano questi con meno paura. Ed un Girolamo Machiavelli con parole franche denunziò quella ch’egli usò chiamare tirannia dei pochi; per il che fu preso, e richiesto nei tormenti chi avesse partecipi di tale ardimento: denunziò due altri cittadini, i quali ebbero anch’essi la corda. Il Machiavelli dipoi confinato e per l’Italia cercando muovere nemici contro alla Repubblica, fu per inganno dei Marchesi di Lunigiana condotto in Firenze, dove tormentato un’altra volta, e stato cagione di altre condanne, moriva nel carcere.
Ma intanto a Luca Pitti era sembrato che senza rispetti si dovesse fare Parlamento, e Cosimo stesso giudicò che fosse allora il tempo venuto da non lasciare più innanzi le cose trascorrere. Inoltre era Luca tanto volonteroso di pigliare sopra di sè tutta l’odiosità del fatto, quanto era Cosimo di scansarla; bastava lasciarlo fare, ed era Cosimo vecchio maestro nel procurare che altri muovesse le cose da lui volute, o spartirne con molti l’invidia. Fu suonato a Parlamento, e avendo empiuta la piazza d’armati,[409] ed ai Signori ed a circa trecentocinquanta altri cittadini data amplissima balìa di riformare lo Stato, senza che alcun rumore ne seguisse, venne ciascuno alle sue case rimandato. Quella Balìa rifece gli accoppiatori da durare sette anni, dai quali venisse la Signoria scelta; rendè permanente l’ufficio degli Otto di balìa; non pochi cittadini confinava, molti privò degli uffici, essi e i discendenti loro; ai confinati dopo il 34 prolungò i confini d’altri venticinque anni più in là del termine allora posto, o gli dichiarò ribelli, cosicchè per undici case durasse il bando fino all’anno 1499: un Barbadori ed un Guadagni con alcuni altri furono indi per sentenza del Capitano decapitati.[410]
Già insino dall’altra Balìa, ch’era stata nell’anno 1453, fu nelle esterne apparenze rialzata la dignità della Signoria, essendosi ordinato che il Gonfaloniere avesse la mano sul Potestà, che era in antico depositario della potestà sovrana, come abbiamo più volte mostrato, e che oggi non era più altro che un giudice fatto venire a breve tempo di fuori; come non era il Capitano più altro che il capo dei soldati di Palazzo, e l’Esecutore degli ordini di Giustizia ridotto alla bassa condizione di Bargello. Mutarono in seguito la forma dei giudizi, eleggendo al Palagio del Potestà per le cause civili quattro dottori con salario di trecento fiorini, e altri due al Palagio del Capitano per le appellazioni; ed un Notaio forestiero con quaranta fanti per l’esecuzione delle condanne proferite dagli Otto di balìa.[411] Misero innanzi nelle cerimonie anche il Proposto, quello cioè che di tre in tre giorni presiedeva la Signoria avendo la prerogativa delle cose da deliberare: e ordinarono che il Pennone dello Stato, il quale prima dal Potestà si consegnava al nuovo eletto Gonfaloniere, gli fosse dato da quello che usciva. Inoltre fecero che alla Signoria precedessero dodici mazzieri con mazze d’argento; rifornirono più riccamente il Palagio di vasellami e d’arazzi, vollero sgombrato d’ogni impedimento il cortile e anche la Piazza dei Signori. Ai quali mutarono titolo, e dove prima si appellavano Priori delle Arti, perchè a tempo della istituzione della Signoria le Arti contavano ogni cosa; ora decretarono che si chiamassero Priori di Libertà, perchè avendo di questa la realtà distrutta, almanco il nome ne rimanesse. Comandarono che fossero murate case dove il popolo avesse da abitare comodamente, poichè per la grande moltitudine e per l’assai murare di belle e grandi case dagli uomini nobili e potenti, pativa il popolo disagio di abitazioni.[412] Aveano mandato, in quei giorni che vigeva la Balìa, dieci galere tra in Inghilterra e in Barberia ed a Costantinopoli con mercanzie; le quali tornate prosperamente, vantaggiarono il Comune di sopra a cento mila fiorini, con letizia della città.
L’autore di queste cose, Luca Pitti, fu dalla Signoria e da Cosimo e da grande numero di cittadini riccamente presentato;[413] tanto che è fama che i presenti aggiugnessero alla somma di ventimila ducati. Cuoprivano, egli l’ingordigia, e i donatori la viltà, col nome di pubblica gratitudine pei beneficii da lui recati alla città, della quale parea Luca essere divenuto principe in luogo di Cosimo; questi ritenuto per la infermità in casa, e quegli riverito, accompagnato, cedutogli nelle radunanze il primo luogo: fu poi con insolita solennità fatto dal popolo cavaliere.[414] Onde egli venuto in molta superbia inalzava due molto grandiosi edifizi, che l’uno a Rusciano vicino un miglio, e l’altro dentro alla città stessa; palagio che soverchiava quello stesso eretto da Cosimo, avendo il Pitti dato il nome a quella che poi fu abitazione principesca. Per condurre a fine il quale edifizio, Luca non perdonando a modo alcuno straordinario, venia sovvenuto delle cose necessarie non che dai privati ma dai popoli e dai comuni; ed ogni persona sbandita o che temesse giustizia, purchè fusse utile a quella edificazione, dentro sicuro si rifuggiva.[415] Gli altri dello Stato non erano meno violenti e rapaci: la quiete pubblica nascondeva offese private ed ingiustizie d’ogni sorta.
Morto il re Alfonso, come si è detto, Ferrando suo figlio aveva dubbiosa la possessione del Reame, in Genova essendo il suo rivale Giovanni d’Angiò con le armi francesi, e il papa Callisto, sebbene in addietro fosse stato ministro d’Alfonso, mostrando intenzioni a lui ostili fino a privarlo, come dicevasi, del Reame. Ma Callisto venne a morte dopo soli tre anni di regno, e vecchio già era, e stando in letto la maggior parte del tempo agitava di questi disegni; intantochè per lettere e per legati dava gran voce di guerra contro al Turco per salvazione della Cristianità. Gli succedeva, col nome di Pio II, Enea Silvio Piccolomini, il quale alla sola Crociata intendendo con tutto l’animo e le forze sue, dava a Ferdinando l’investitura del reame di Puglia. Al quale però muoveva guerra Giovanni d’Angiò, che dopo avere con l’aiuto dei principali Baroni quasi occupato tutto il Reame, ne fu cacciato: ed anche Genova in quel tempo gli era caduta di mano, tolta a lui da quei medesimi che ve lo avevano messo; e il Duca di Milano avendo mandato le genti sue a quella impresa, ne ottenne quindi la signoria. I Fiorentini, ricercati dall’Aragonese per la nuova lega, e dall’Angiovino per la secolare inclinazione che essi ebbero a Casa di Francia, rimasero in quella guerra neutrali. Ma queste cose vennero dopo.
Era nell’aprile del 1459 venuto a Firenze il pontefice Pio II recandosi a Mantova, dove egli aveva convocato grande assemblea dei Principi cristiani per la comune difesa contro alla invasione dei Turchi. Si trovarono insieme a Firenze, oltre a Giovanni Galeazzo figlio primogenito del duca Francesco, i Signori di Rimini e di Carpi e di Forlì: portavano questi la sedia del Papa nell’entrata solennissima ch’egli faceva in Firenze. A onore dei quali, e per aggradire al giovinetto Sforza che non arrivava ai diciassette anni, si fecero balli e giostre molto ricche ed una caccia sulla piazza di Santa Croce, dove furono condotti, oltre ai leoni che la Repubblica soleva nutrire, lupi e cinghiali e fiere da mandria: e si portò a mostra una giraffa, nuovo animale in quella età. Cosimo de’ Medici ospitava regalmente il figlio dell’amico suo, dandogli feste e mascherate, nelle quali apparve il nipote di lui Lorenzo, che appena toccava l’undecimo anno, vestito a foggia di non so quale divinità.[416]
Mentre il Papa era in Firenze e la città in festa, moriva qui il santo e dotto Arcivescovo Antonio Pierozzi, al quale perchè era di statura piccola rimase il nome di Antonino. Modesto, rigido a sè stesso,[417] largo nelle opere di carità cittadina e negli esempi virtuosi, assiduo in comporre libri di morale disciplina massimamente per la istruzione degli ecclesiastici, lasciava anche una Cronaca de’ suoi tempi messa insieme la maggior parte da libri che oggi corrono a stampa. Severo ai potenti, non fu ai Medici troppo amico:[418] fondava una pia Congregazione per sovvenire ai poveri vergognosi, detta di San Martino; dei quali era il numero grandissimo allora per le confische e per le spogliazioni ch’avevano ridotto alla ultima miseria famiglie usate all’opulenza.[419] Con alto pensiero volendo che pura si mantenesse quella istituzione, vietava ad essa il possedere o terre o altro fondo qualsiasi, ordinando fosse in tempo brevissimo venduto e speso in elemosine tutto il capitale, comunque grosso, di ogni lascito che fosse fatto alla Congregazione: la quale mantiene quella saggia regola, e vive tuttora dopo quattrocento anni, senza che i mezzi mai le mancassero alle buone opere, libera e monda per tale modo da ogni carico d’amministrazione.
Intanto Maometto, vittorioso per terra e per mare, avea conquistato sul Danubio tutte le provincie del caduto Impero, e contro ai Veneziani la Grecia e le Isole, quivi spegnendo i principati che rimanevano dei Latini: tra’ quali Francesco Acciaioli ultimo Duca d’Atene periva strozzato per la crudeltà di Maometto. La virtù maravigliosa di Giorgio Castrioto, soprannominato Scanderbeg, sola teneva lontani i Turchi dalle spiaggie dell’Adriatico: in Europa niuno si mosse alle sollecitazioni del Papa, ma questi di nuovo nell’anno 1464 chiamava in Ancona non più i Principi a congresso, ma le forze tutte della cristianità; egli stesso deliberato salire sulle navi e porsi a capo, vecchio ed infermo com’egli era, di tanto gloriosa e santa impresa. Cosimo dei Medici quando diceva motteggiando che il Papa era vecchio e volea fare impresa da giovane, mi pare aderisse troppo alla dottrina mercantile dell’utilità. I Veneziani, nemmeno essi molto credevano a quella impresa; ma pure il vecchio loro doge Cristoforo Moro, fu anch’egli costretto dal pubblico grido recarsi in Ancona.[420] Quivi il Papa spossato moriva, ogni apparecchio di guerra essendosi per quella morte disciolto; ma egli chiudendo con isplendore quella sua vita affaccendata, e in tanta bassezza di cose cercando rialzare quanto era in lui l’Italia e la sedia pontificale.[421]
Il 1 d’agosto 1464 Cosimo de’ Medici, consunto da lunghe infermità e vecchio di settantacinque anni, moriva in Careggi. Pochi mesi prima aveva sepolto il minore suo figlio Giovanni, ed innanzi un bambinello che avea questi avuto dalla Ginevra degli Alessandri. Rimaneva Piero con due figli, Lorenzo e Giuliano, entrati appena nell’adolescenza; e il padre soleva fidare in Giovanni più che non facesse in Piero, impedito molto dalle gotte, da cui lo stesso Cosimo era stato più anni afflitto. Questi negli ultimi mesi della vita facendosi portare per casa, dicea sospirando ch’ella era troppo gran casa per così poca famiglia. Lasciò anche un figlio naturale, Carlo, che divenne cherico e fu Proposto di Prato. Lorenzo, fratello minore di Cosimo, era morto nell’anno 1440; e i discendenti di lui continuati con poca celebrità finchè durava il lignaggio primogenito, montarono con l’estinzione di quello a viemaggiore fortuna, avendo dato alla Toscana per duegento anni i suoi Granduchi.
Cosimo aveva per testamento vietato che se gli facessero esequie solenni: ma l’usata magnificenza della famiglia e il dolore di molti, e l’ossequio dei magistrati, onorarono la fine di questo fra tutti potente ed insigne cittadino.[422] Colui che aveva detto «meglio città guasta che perduta,» fu per decreto pubblico soprannominato Padre della Patria, quel titolo ancora leggendosi sopra il marmo che ricuopre il corpo suo nella chiesa di San Lorenzo. Fu Cosimo di comunale statura, magro e olivastro, di aspetto benigno, non senza acume e gravità. Parco dicitore ma efficacissimo a persuadere, veniva al fatto senza ornati; breve nel rispondere, non si spiegava innanzi d’essere chiaro egli stesso si chiudeva in detti ambigui. Nessuno lo vinse quanto ad accortezza; alla fortuna dovette l’essere portato in alto dai suoi nemici, a sè medesimo il potersi bene difendere dagli amici: le malvage opere parcamente usava e a quelle sapeva trovare compagni. Ebbe grandezza di principe, e vita e costumi di privato cittadino: fuori lo tenevano come signore della città, ed i principi e le repubbliche si condolsero della sua morte.[423] Ma in Firenze ciascuno trattava famigliarmente con lui, nel vivere giornaliero non oltrepassava le usanze comuni. Venuto in potenza, non si volle imparentare con signori; ma diede a Piero in moglie la Lucrezia dei Tornabuoni, e le due figlie di lui maritava in Casa i Pazzi ed i Rucellai. Ebbe ricchezza tale, che niuno privato uomo e pochi principi l’agguagliavano; era al suo tempo il primo banchiere in Europa, tenendo banchi e ragioni in molte città, ed il nome di Casa Medici avendo credito dappertutto. Narra Filippo de Comines come i danari di Cosimo fossero di grande aiuto a Eduardo IV d’Inghilterra per sostenersi nel Regno, tenendo fuori per conto suo alcuna volta più di centoventi mila fiorini, ed avendoli pe’ suoi agenti fatta malleveria verso il Duca di Borgogna una volta di cinquanta, ed una di ottanta mila altri fiorini.[424] Ma niuno mai fece più di lui nobile uso della ricchezza, e nelle liberalità sue metteva splendore ma non senza accorgimento; piacevasi molto a servire di danaro con cortesia fina i primi uomini del suo tempo. Così aveva fatto con frate Tommaso da Sarzana, che divenuto Niccolò V lo fece depositario in Firenze della Chiesa, della quale nel Giubbileo del 1450 si trovò avere in mano oltre a cento mila ducati. Avea molte possessioni, e queste amministrava con diligenza, essendo egli intendentissimo dell’agricoltura, tantochè si dilettava alcuna volta di sua mano potare le viti ed innestare i frutti che amava di avere singolari. Ma la magnificenza sua mostrava più che altro negli edificii; oltre al palagio di Firenze, fabbricava ville grandiose a Careggi, a Fiesole, e nel Mugello, al Trebbio ed a Cafaggiolo. Vedemmo com’egli edificasse una Libreria in Venezia, restaurò un Collegio degli Italiani in Parigi; la Casa in Milano, dove un Portinari teneva il Banco in nome suo, vinceva ogni altra d’ornato sontuoso ed elegante; rimane essa in piedi tuttora. Le quali spese erano di molto passate da quelle che egli faceva pel divin culto: alzò in città dai fondamenti la Basilica di San Lorenzo, ampliò la Chiesa e il Convento di San Marco; sul monte di Fiesole edificò la Badia ed un Convento a San Girolamo; nel Mugello, un altro Convento pei Frati Minori: in molte chiese fondò altari e cappelle splendidissime. Nè a ciò fu contento, che fino in Gerusalemme apriva e dotava co’ suoi danari uno Spedale pei poveri pellegrini. «Facea queste cose (scrive il biografo che gli fu amico) perchè gli pareva tenere danari di non molto buono acquisto; e soleva dire, che a Dio non aveva mai dato tanto che lo trovasse nei suoi libri debitore. E altresì diceva: io conosco gli umori di questa città, non passeranno cinquant’anni innanzi che noi ne siamo cacciati; ma gli edifizi resteranno.» Sapiente parola quanto era magnifica, e buon fondamento alla grandezza di Casa sua.[425]
S’imbatteva egli in quella età nella quale le arti belle si esercitavano con più squisitezza di sentimento, come abbiamo già veduto: i sommi artisti ebbe familiari, ed egli col dare ad essi lavoro gli sovveniva; ma non ottenne che Donatello, al quale avea mandato a casa una roba di panno rosato, volesse andare altro che in giubbetto. Stavano quegli artisti a bottega, ma invece le lettere, dacchè si fondavano principalmente sulla erudizione, erano signorilmente trattate; e per l’acquisto o per le copie dei libri antichi latini e greci, che in tanto numero quasi ad un tratto veniano in luce, volevano spesa cui non bastavano che i più ricchi. Per quanti vizi ella si avesse, certo era splendida quella età; e i Principi a gara promuovevano gli studi, ed in Firenze erano molti cittadini facoltosi che vi ponevano la persona e il tempo e l’opera e il danaro loro. Cosimo si stava in mezzo tra questi; non era egli di molta dottrina, benchè senza lettere non fosse, ma quanti a lui ricorressero trovavanlo sempre aperto e facile. In San Marco fondava una prima Biblioteca, la quale volle che fosse a comune uso degli studiosi; ne aperse un’altra nella Badia di Fiesole, e aveva in sua casa grande numero di codici, pei quali ebbe principio la libreria che fu poi detta Mediceo Laurenziana. Da Vespasiano, che per lui faceva copiare i libri, sappiamo quanta cura vi ponesse;[426] e così nel raccogliere anticaglie ed ogni genere di preziosità. I Greci che innanzi al Turco fuggivano, e che aprirono alle lettere un campo vastissimo e fino allora non esplorato, trovarono lauto rifugio in Firenze; e l’Argiropulo ed il Crisolora ed altri vi tennero cattedre per opera massimamente di Cosimo, e vissero familiarmente con lui. Ma si onorava egli soprattutto col sollevare la giovinezza povera ed oscura di Marsilio Ficino al quale donava una casa in città ed una villetta a Careggi: la scuola fondata dal buon Marsilio fruttò a quel secolo quanto ne uscisse di più elevato nelle dottrine, e nella vita di più onesto e dignitoso.
Cosimo dei Medici ebbe non tocchi da esterne guerre gli anni suoi ultimi, e la città lieta, dalle arti abbellita, fiorente d’industrie; la moltitudine degli artefici assicurata contro alla oppressione delle Arti maggiori. Fonte principale di ricchezza quella della seta, dove è più semplice il lavoro, e quasi che tutto si viene a compiere nelle case con poca ingerenza di quei minuti mestieri che nell’arte della lana tanto disordine producevano: cessato lo sciopero, fra tutti pessimo, delle sedizioni, cresceva il lavoro ed era meglio remunerato. Gli spiriti, è vero, di questo popolo si abbassavano in quella pace, nè il favore di Casa Medici era senza corruttela: ma questo rimase dell’antico stato popolare, che principato non si avesse, nè corte, nè armati a guardia del signore, nè abietto servire, nè silenzio comandato. Cosimo sicuro dello Stato, come si è detto, con l’avere in mano i magistrati e le gravezze, lasciava nel resto le cose andare liberamente[427] ed amministrarsi pei Collegi e pei Consigli, dei quali non era l’autorità vana. Il popolo vedeva non alterate le forme dei suoi magistrati; e questi invece d’appartenere volta per volta a quella fazione che la violenza ponesse in seggio, dipendevano da una Casa che il popolo stesso aveva inalzata, di quella facendosi tutela contro gli avversari suoi e contro ai danni delle sue proprie intemperanze. Dal punto a cui siamo e già decaduta essendo la vigoria di questo popolo di Firenze, ne sembra l’istoria perdere grandezza: ma pure è gloria di questo popolo avere temprato a sè medesimo quella signoria che ad ogni modo qui e dappertutto voleva ristringersi, e che uscita dal suo proprio seno, lasciavagli pure ampiezza di vita: signoria tanto più onorata quanto era più cittadina.