Capitolo IV. PIERO DI COSIMO DE’ MEDICI. [AN. 1464-1469.]
Il governo di Firenze sebbene alla morte di Cosimo dei Medici si reggesse tuttavia sulla potenza che il suo nome aveva in città e fuori, pure nelle apparenze dipendeva da quei cittadini che stati capi della fazione sua e da lui medesimo promossi, conoscevano sè oggi più liberi e meno sicuri, tanto che dovessero a sè ed alla parte da sè medesimi provvedere. Di questa erano principali Luca Pitti, Dietisalvi Neroni, Agnolo Acciaioli; il primo dei quali, vano e fastoso, era strumento da usare ma senza punto fidarsene; Dietisalvi, di grande ingegno ma dubbio, e non di tale animo che valesse a trarsi dietro le moltitudini; Agnolo, più atto a praticare le corti che non al vivere popolare, e contro al Medici inasprito da offese private. Imperocchè essendosi tenuto certo d’avere per un suo figlio l’arcivescovado di Pisa, Cosimo volle darlo invece ad un suo congiunto Filippo dei Medici, costringendo l’Acciaioli a contentarsi del vescovado d’Arezzo. Inoltre, avendo un altro suo figlio presa in moglie con dote grandissima una fanciulla de’ Bardi, ed essa tenendosi maltrattata in quella casa, uno dei Bardi di notte tempo con molti armati la trasse via; il che parendo agli Acciaioli offesa gravissima, e la causa avendo rimessa in Cosimo, questi sentenziò che fosse la dote ai Bardi restituita e la fanciulla restasse libera. Ma insieme ad Agnolo gli altri due pure invidiavano alla potenza della Casa Medici, e questa credevano, per quanta si fosse, difficilmente potersi tenere da Piero infermo e perduto quasi dalle gotte, nè di tale ingegno che una incerta signoria valesse in sè medesimo a continuare con le arti del padre. Vedevano anche la grande mole della ricchezza lasciata da Cosimo divisa essere in tanti luoghi e amministrata da tante mani, che il governarla era come avere un altro Stato da conservare; faticosa opera, e massimamente gravata essendo dalle tante liberalità e spese ch’egli avea fatte, sicchè il bilancio male potrebbesi ricavare. Di tutte queste difficoltà Cosimo essendo bene accorto, avea prima di morire commesso al figlio si consigliasse con Dietisalvi Neroni circa il governo delle facoltà sue e dello Stato. Il Machiavelli, che narra ciò, aggiugne come avendo Dietisalvi veduto i calcoli delle ragioni e in questo trovato essere disordine, mostrasse a Piero la necessità di fare vivi i danari dei molti crediti lasciati giacenti da Cosimo, e che Piero avendo ceduto a quelle persuasioni disdicesse le somme imprestate con tanta larghezza a ogni qualità di cittadini: i quali tenendosi male trattati come se Piero, anzichè ritorre il suo, gli avesse privati del loro, ne venne egli a perdere riputazione ed amici, imputandosi all’avarizia sua l’incaglio ne’ traffici e i fallimenti che ne seguirono. Aggiugne lo stesso autore, che fosse quell’imprudente consiglio dato a malizia da Dietisalvi, il quale ricchissimo e potente di aderenze e fra tutti reputato sagace e pratico dello Stato, ambisse in tal modo levarsi più in alto con la ruina di quella Casa.
Egli pertanto e l’Acciaioli essendo in tutto risoluti d’abbattere Piero, a sè tirarono facilmente Luca Pitti con dargli speranza di fare lui principe della città; e usato che avessero il molto seguito di lui e le ricchezze e la temerità non rallentata, sebbene fosse egli già vecchio, erano certi di farlo quindi per la incapacità sua agevolmente cadere. Con essi era un altro reputato cittadino e assai potente nella Repubblica, Niccolò Soderini, il quale mosso da non private ambizioni ma da onesto desiderio di restaurare la libertà, cercava con tutte le forze dell’animo l’abbassamento di Casa Medici. Così nello Stato furono manifeste le divisioni: la parte che aveva il nome da Luca si chiamò del Poggio, fabbricando egli il suo Palagio su quello di San Giorgio; e del Piano l’altra, che stava pei Medici: segrete combriccole si tenevano per la città; molto sparlavasi in aperto. Di Piero dicevano: non essere da tollerare in città libera tale continuità di maggioranza da padre in figlio; molte cose essersi concedute alla prudenza, all’età ed ai servigi resi da Cosimo alla patria sua, le quali non si doveano a Piero concedere, avaro, altero, di poca esperienza, e per le sue infermità poco o niente utile alla Repubblica. Ma gli altri dicevano, che Luca vendeva lo Stato a ritaglio; che aveva la casa piena di sbanditi, di condannati e d’ogni sorta di scellerati uomini; che sotto apparenza di cortesia e di liberalità rubava il privato, spogliava il pubblico, e non prezzando nè Dio nè Santi confondeva le cose umane e le divine. A questo modo continuandosi gran parte dell’anno 1465 le divisioni, gli avversi a Piero misero innanzi che i Magistrati ricominciassero, serrate le borse, a trarsi a sorte; il che da Piero fu consentito perchè la cosa piaceva tanto, che il contrariarla sarebbe stato tirarsi addosso troppo gran carico. Fu vinto con tale consentimento ed allegrezza dei cittadini, che nel partito di tutto il Consiglio non si trovarono che sei fave bianche.[428]
Usciva dipoi Niccolò Soderini Gonfaloniere per gli ultimi due mesi di quell’anno, e parve che per lui si avesse a restaurare la libertà con modi civili, secondo che gli uomini più assennati desideravano; laonde fu egli accompagnato in Palagio da gran moltitudine di cittadini, e per via gli fu posta in capo una corona di ulivo. Ma egli, com’era più atto a svelare con l’eloquenza i mali che non con l’opera a correggerli, avendo al principio del suo magistrato due volte radunato prima cinquecento e poi trecento cittadini, e ad essi con lunga ed ornata diceria mostrato i disordini, e chiesto che ognuno in quanto ai rimedi volesse esporre il parer suo, molti dicitori saliti in tribuna, chi l’una e chi l’altra cosa proponevano; così le due volte pei dispareri dei consultori nessuno effetto ne conseguitava. Tentarono quindi egli ed i suoi di levare via il Consiglio del Cento che disponeva di tutte le cose importanti della città; al che essendosi opposti alla scoperta gli amici di Piero, finalmente ciò impedirono. Ebbe anche pensiero il Soderini di rivedere i conti a coloro che avessero avuto amministrazione nello Stato; del che Luca Pitti non volendo per nulla sapere, non se ne fece cosa alcuna. Corresse con molta fatica poche delle esorbitanti cose fatte in addietro; volle dal popolo essere creato Cavaliere, ma non l’ottenne. Infine avendo consumato il tempo dell’ufizio suo nel rivedere le borse e fare il nuovo squittinio, lunga opera e odiosa a molti, cedeva con poca sua reputazione il magistrato il quale con tanta aspettazione aveva preso. Al che si credette averlo condotto massimamente i consigli di messer Tommaso Soderini suo fratello, che era molto amico a Piero e uomo da non volere commettere, senza utile certo, a nuovi pericoli le sorti della città.[429]
Ma in questa si venne a scoperta divisione quando per la morte di Francesco Sforza duca di Milano, avvenuta il giorno 8 di marzo 1466, parve casa Medici avere perduto l’antico sostegno ed essere in dubbio la pace d’Italia. Sebbene Venezia impegnata nelle guerre contro al Turco, sola difendesse la Cristianità sul mare intanto che gli Ungheri la difendevano sul Danubio, pure la molta potenza di quella Repubblica e l’ambizione perseverante e la finezza dei consigli e quella stessa superbia di modi ch’ella usava nel trattare con gli altri Principi e Stati d’Italia,[430] a tutti la rendevano odiosa e temuta; e quindi la lega che lo Sforza e Cosimo avevano stretta, ed alla quale Ferrando re di Napoli aderiva, parea necessaria a comune difensione. A questo Re si era lo Sforza congiunto per iscambievoli parentadi, e fu accusato d’avere anche avuto le mani nello scellerato tradimento pel quale Ferrando tirava a morte Iacopo Piccinino tra mense ospitali e sotto apparenze d’amicizia sviscerata.[431] Con arti migliori teneva lo Sforza il ducato di Milano, dove tra’ Visconti non era stato, a mio parere, chi lo agguagliasse nelle virtù di principe, come niuno lo avea pareggiato nella scienza della guerra. Levando in istima tra gli stranieri il nome suo e le armi d’Italia, aveva mandato in Francia soccorso di quattro mila cavalli al re Luigi XI nella guerra contro ai suoi Baroni e contro ai Duchi vassalli di Borgogna e di Brettagna; ed era in quelle armi Galeazzo Maria suo figliuolo primogenito, quando essendo il duca Francesco venuto a morte quasi all’improvviso, al figlio convenne ricondursi nello Stato, non senza pericolo d’insidie per via, ma quivi accolto ed acclamato. Fu sempre fatale ai principi Italiani che se uno sorgesse di pregio eminente, avesse figliuoli al tutto degeneri: Galeazzo educato al fasto e ai riposi della corte, ignaro delle armi, nè illustrandosi che pei vizi, di molto abbassava nel breve suo regno la reputazione della Casa Sforza.
La Repubblica di Firenze mandava ambasciatori a Milano Bernardo Giugni e Luigi Guicciardini, i quali offerissero al nuovo Duca tutte le forze della città e sopravvegliassero ai casi occorrenti. Trovarono quello Stato in gran disordine di danari, e qualche sospetto di guerra co’ Veneziani: richiesti, scrissero a Firenze perchè si stanziasse, come s’era fatto più volte nei tempi del duca Francesco, qualche danaro in prestanza, pigliando l’assegna sopra alle entrate più vive della città. Fu risposto che offerissero quaranta mila ducati; e su questa sicurezza vennero in Firenze, co’ due che tornavano, gli ambasciatori del Duca per trattare i modi e procurare lo stanziamento.[432] Piero dei Medici e i suoi allegavano le antiche ragioni che ebbe suo padre di mantenere l’amicizia con lo Sforza; gli avversari, quelle che già noi vedemmo ai tempi di Cosimo essere addotte contro una lega la quale pareva d’utile privato più che di pubblico: aggiungnevano ora, non valere il figlio quello che il padre valeva, e non v’essere motivo sufficiente di scomodarsi per lui. Al che non bastando avere opposto, che la debolezza del giovine Duca tanto più dava necessità di fare sforzi a mantenerlo, il ch’era salute di tutta Italia; non fu il pagamento, sebbene promesso, mai pei Consigli deliberato.
Da indi in poi gonfiati gli animi, le divisioni si resero vie più manifeste. Ma i primi sei mesi di quell’anno 1466 le due parti stavano l’una contro dell’altra in aspetto; e la Signoria, volendo pure fare qualcosa, ordinava che i cittadini atti ai maggiori uffici prestassero giuramento di non s’obbligare a parte veruna, di non fare segrete combriccole e di non servire che alla Repubblica.[433] Giuramenti, come avviene sempre ne’ casi politici, osservati da coloro cui non bisognavano. Agli altri però giovava, sebbene diversamente, l’indugio: Piero tenendosi in possesso, ed i nemici di lui reputando che per essere le tratte libere si dovessero i magistrati bentosto empire d’uomini della parte loro, donde agevolmente e senza disordini la Casa dei Medici venisse a cadere da una autorità che risedeva in mani deboli; giudicavano che dove a Piero venisse meno la facoltà di valersi de’ danari del Comune, non potendo egli più sostenere l’antico credito nelle mercanzie, ruinerebbero le sue private sostanze e insieme con esse la reputazione nello Stato. Così aspettando volta per volta che una Signoria uscisse che fosse opportuna ai loro disegni, cercavano intanto di farsi aderenze negli altri Stati d’Italia, dove la pace era in dubbio, e nuove occasioni potevano suggerire consigli nuovi. Piero dei Medici era amico naturale al giovane duca Galeazzo Maria; ed un Nicodemo Tranchedini, uomo di gran fede col duca Francesco e che in Firenze risedeva da più anni oratore, manteneva quell’amicizia e consigliava Piero in tutte le cose. I congiurati aveano qualche speranza nel re Ferrando di Napoli; ma questi, per avviso di messer Marino Tomacelli che per lui stava in Firenze, pigliava partito di aspettare osservando senza scuoprirsi per alcuna parte. A Pio II era succeduto nel pontificato Pietro Barbo veneziano, che assumeva il nome di Paolo II. Questi da principio amico allo Stato dei Fiorentini, s’era poi molto alienato da essi quando alla morte del cardinale Scarampi, ch’era camarlingo della Chiesa ed uomo ricchissimo, volendo i nipoti di lui succedere nella possessione di gioie e danari ed altro mobile per somma grandissima che il Cardinale aveva in Firenze, e Luca Pitti come parente agli Scarampi favorendo quelle pretensioni loro, il Papa al contrario voleva che andassero alla Camera apostolica. Il che non poteva egli ottenere per la potenza di Luca Pitti: e ne fu per nascere gran divisione, il Papa essendone adirato forte; insinchè alla fine e dopo lunghe pratiche n’ebbe ragione, ed egli si tenne almen per allora neutrale in mezzo alle divisioni che pur minacciavano per tutta Italia di manifestarsi. Imperocchè tra’ Signori di Milano e la Repubblica di Venezia, se guerra non era, mantenevasi costante l’inimicizia: vedeano quelli dalle finestre del loro castello sventolare la bandiera di San Marco sulle mura di Brescia e di Bergamo, freno e minaccia alla potenza loro. I Veneziani mal sofferivano che le emule navi di Genova andassero congiunte agli eserciti di Lombardia, sempre avendo l’animo all’acquisto di questa provincia. In Romagna con la possessione di Ravenna tenevano come stretta Ferrara, obbligando quel Signore, e seco più altri minori Principi, a seguire la parte loro. Bologna intanto, sotto al governo de’ Bentivogli, stava con lo Sforza e coi Fiorentini: tra queste due parti dividevasi l’Italia, e guerra poteva uscirne ogni tratto, se quella col Turco non avesse trattenuto le male nascoste cupidigie del Senato di Venezia. Su questo fondavano gli avversi al Medici le speranze loro, mutare lo stato della Repubblica di Firenze essendo lasciare lo Sforza solo, e non temendo essi di rompere quella sorta d’equilibrio per la quale teneasi allora che stesse ferma la pace d’Italia.
A questo effetto andavano messi innanzi e indietro, segreti e palesi: fine d’ogni cosa era, una lega con la Repubblica di Venezia, la quale non si volendo scuoprire per allora sinchè non avesse fatta la pace col Turco, si tenevano le pratiche personalmente con Bartolommeo Colleoni da Bergamo, il quale essendo in sul finire della condotta co’ Veneziani, avrebbe in suo nome fatto quell’impresa. Trattavano anche di far venire in Italia il duca Giovanni d’Angiò, quando uopo fosse di contenere il re Ferrando mentre che i Veneziani, entrati nel ballo, opprimessero lo Sforza; al che si credevano anche soli di potere essere sufficienti. Conduceva queste pratiche Dietisalvi Neroni, intanto che Agnolo Acciaioli in nome di tutti scriveva al duca Borso d’Este richiedendogli consigli e aiuti, siccome quello che assai mostravasi ad essi amico. Rispose il Duca offrendosi andare, quando tempo fosse, co’ Veneziani, e che darebbe con le genti sue frattanto la mano alla mutazione dello Stato.[434] Era il mese d’agosto, e la Signoria che allora sedeva incerta e divisa, essendo prossima a cessare, poteva uscirne un’altra a Piero tutta amica; nella quale dubbiezza, e fidati sopra l’aiuto di Modena e accesi molto dalle parole di Niccolò Soderini, fermarono insieme un obbligo terribile innanzi a Dio e innanzi agli uomini e molto segreto, al quale accenna, ma senza più dichiararsi, lo stesso Agnolo Acciaioli in una sua lettera.[435] Chiamarono in Toscana subito le genti del Duca; il quale con ottocento cavalli, due mila fanti e mille balestrieri, mandava Ercole suo fratello: e questi era pervenuto insino a Fiumalbo, quando per lettere di Giovanni Bentivogli ne giunse avviso a Piero dei Medici che villeggiava infermo a Careggi. Era nel Bolognese un capitano del Duca di Milano, al quale in quella sorpresa Piero tostamente scrisse, comune essere il pericolo, comune dovere essere anche la difesa; e quegli, come erano le intenzioni del Duca, scendeva con le sue genti a Firenzuola. Intanto Piero si faceva quel giorno stesso portare a Firenze, aveva la moglie seco e molti armati: si trova scritto presso che da tutti, e variamente narrato, che i congiurati lo aspettassero a Sant’Antonio del Vescovo per ammazzarlo; ma che avendo Piero tenuto altra via occulta ed insolita, scampasse la vita. Al che gli giovava, secondo taluno, la sagacità del figlio Lorenzo, che andato francamente per l’usata via, teneva a bada gli appostati col dare ad intendere che il padre lo seguitasse.[436] E intanto Piero, giunto a casa, facea dal contado venire armati segretamente in Firenze: quei della contraria parte mandarono anch’essi per gli amici loro: la città era piena di fanterie, ed in gran pericolo.
Piero de’ Medici, venuto in Firenze, ragunava gli amici e ordinavasi alla difesa; chiamato essendo quindi dalla Signoria, mandava in Palagio i due suoi figli Lorenzo e Giuliano con le lettere del Bentivoglio, che annunziavano l’avanzarsi già presso a Toscana d’Ercole da Este. Al quale i Signori mandato avendo un Commissario perchè si fermasse, ordinarono a ciascuno posare le armi, e che le discordie per vie civili si componessero. La parte di Luca, perchè a lei pareva essere più debole, mostrò consentire: Piero, licenziati alcuni di fuori ma tenendo armati gli amici di dentro, faceva nascondere nelle sue case ed all’intorno assai numero di soldati. Volendo frattanto che i nemici si scuoprissero e che gli amici incerti o deboli si obbligassero, siccome colui che in città stracca sapeva bene il maggior numero essere i paurosi, metteva in giro dei fogli su’ quali chi a lui aderiva si dovesse sottoscrivere; e tanto era incerta la fede degli uomini, che taluni apposero in quelle liste i nomi loro che prima gli avevano in su’ registri dei congiurati. Venivano a Piero anche fanti dal contado, e molti ne aveano mandati da Figline i Serristori. La parte contraria, che aveva più capi, andava tarda nelle provvisioni: teneano consigli senza effetto nelle case di Luca Pitti; dove il Soderini avendo messo partito, che senza indugio si muovesse contro a Piero e si levasse la plebe a rumore, non ebbe seguaci; contrapponendosi alle accese parole di lui, più vivo degli altri, Dietisalvi Neroni, perchè avendo la sua casa prossima a quella dei Medici, temeva la plebe, mossa una volta, non si desse a saccheggiare anche lui. Ma Luca Pitti, cessando ad un tratto dall’usata sua temerità, già era tirato in contraria parte dalle seduzioni di Piero, che a lui per mezzo di amici comuni prometteva maggiore stato di quello che era Luca solito d’avere a tempo di Cosimo; e che lo terrebbe in luogo di padre, facendogli anche brillare sugli occhi il maritaggio di una figliuola sua col giovine Lorenzo. È certo che Piero, il quale dai consigli di sangue ripugnava e dei partiti animosi non era capace, usando le arti ch’erano vecchie in casa sua, ottenne che Luca lo andasse a trovare giacente nel letto, quivi in presenza dei figli facendogli patti i quali sapeva che tosto verrebbero a cadere.
Intanto giugneva il dì 28 d’agosto nel quale doveansi fare le tratte; la nuova Signoria con Ruberto Lioni Gonfaloniere essendo uscita (non senza qualche sospetto di frode) amica ai Medici, si consumavano i giorni seguenti ad allestire le cose: tosto ai due settembre Piero essendosi assicurato nella città, della quale aveva fatto chiudere la porta a San Gallo ed arrecarsi le chiavi a casa, metteva in piazza grande numero d’armati ch’aveano per capi due della famiglia Bardi d’onde era uscita la madre di Piero.[437] Suonò la campana, e il popolo fu chiamato in sulla Piazza a parlamento, nel quale trovasi che intervenissero Luca Pitti di già guadagnato; e Dietisalvi, che si studiava in ogni evento restare a galla. Ma presa Balìa e data questa a’ 6 settembre a otto cittadini insieme col Capitano del popolo, uscirono tosto i nuovi provvedimenti. Primo dei quali fu l’ordinare che per dieci anni le borse del Priorato si tenessero a mano, ed appresso furono letti i nomi dei confinati: l’Acciaioli con i figliuoli a Barletta, il Neroni con due fratelli in Sicilia, e Niccolò Soderini in Provenza, tutti per venti anni; un Gualtieri Panciatichi, per dieci fuori del dominio. La domenica seguente, mentre s’allestiva una grande processione e i Magistrati erano in Duomo ad ascoltare la messa, gli Otto di Balìa faceano pigliare per la città dai famigli loro più altri che avevano nel loro animo già proscritti. Nella chiesa stessa metteano le mani addosso ad un Nardi; il quale essendosi rifuggito ai piedi del Gonfaloniere suo parente, questi tenendoselo sempre appresso lo conduceva salvo in Palagio. Uno dei Capitani di Parte guelfa, Guido Bonciani, fu tratto dalla schiera dei suoi compagni e messo in carcere con grande oltraggio a quel magistrato.[438] Con molti altri cittadini tutti i parenti di Dietisalvi Neroni andarono presi: era di quella casa l’Arcivescovo di Firenze, il quale si elesse in Roma esilio volontario. Luca Pitti, con sua gran vergogna rimasto in patria spregiato ed abietto, perdè quelle vane mostre di potenza le quali fruttavano a lui più che altro privati favori e guadagno di ricchezze: i doni già fattigli veniano richiesti, ora allegando ch’erano prestiti: il Palagio ch’egli innalzava restò imperfetto, sino a che i Medici per farsene reggia non lo compiessero: e Luca finiva oscura la vita, senza che l’istoria nemmeno ricordi l’estremo suo giorno.[439]
I principali degli sbanditi, per non avere osservato il confine ed essere andati a Venezia, ebbero condanna di ribelli: quella Repubblica assegnava a Niccolò Soderini, stante la povertà sua, cento ducati al mese.[440] Agnolo Acciaioli, ch’avea sperato salvarsi e poteva forse perchè meno intinto degli altri e per gli antichi suoi meriti verso la Casa dei Medici, avea da Siena scritto a Piero con parole dignitose mostrandogli essere dell’onor suo rimetterlo in patria: a cui Piero con orgogliosa benignità rispose, che bene poteva egli perdonare, ma la Repubblica non poteva («la quale di noi ha piena e libera potenza»), e per l’esempio non doveva.[441] Così l’Acciaioli sconfortato andava in esilio. Ma il Neroni continuava le arti solite, e nell’adombrare in una sua lettera le grandi cose che s’apparecchiavano, promette, quando egli potesse tornare in patria, mostrare i rimedi e adoprarsi a mantenere lo stato di Piero.[442] Questo scriveva egli da Malpaga, dove risedeva Bartolommeo Colleoni capitano generale della Repubblica di Venezia; ma era la condotta sua vicina a scadere, ed egli audacissimo sebbene già vecchio, e imbaldanzito dal non avere più chi l’agguagliasse tra’ condottieri d’Italia e dalla fortuna toccata allo Sforza, mulinava strani disegni. Gli scriveano da Milano promettendogli gran cose in quella inesperta gioventù del nuovo Duca, intanto che il Neroni e gli altri fuorusciti seco o ch’esulavano per l’Italia da’ tempi di Cosimo, standogli attorno, gli soffiavano nelle orecchie potere egli farsi grande arbitro e grande innovatore delle sorti d’Italia: mutare le condizioni di questa, solo che in Firenze mutasse lo Stato; qui essere la chiave la quale teneva Napoli e Milano insieme unite in continuità di lega, opposta come argine alla potenza dei Veneziani. Tutte queste cose il Colleoni ascoltava; e il Senato di Venezia bene s’accorgeva ch’era da farne suo pro, ma con l’usata circospezione, temendo entrare in un’altra guerra prima d’avere assicurata la pace col Turco, per la quale s’adoprava: e però lasciando che si muovesse il Colleoni a tutto suo rischio e dandogli mano, poteva poi sempre dire che non era egli più a’ soldi di lei, e ogni volta che le cose volgessero male ritrarsi dal ballo più agevolmente. Ma confidava che il Duca di Milano, avendo nemico quello di Savoia e gli Svizzeri male disposti e nei sudditi poca affezione, perderebbe anche gli incerti soccorsi che a lui potessero venire da Napoli, massimamente se intercetti dal volgersi contro a lui lo stato dei Fiorentini.[443] Così muoveva il Colleoni nel maggio dell’anno 1467, accompagnato dai fuorusciti, in nome dei quali faceasi la guerra e che ne portavano per grande parte la spesa; guidava un esercito di otto mila cavalli e sei mila fanti, seco avendo Ercole da Este, e Alessandro Sforza signore di Pesaro e zio dello stesso Duca di Milano, e gli Ordelaffi di Forlì, ed il Manfredi di Faenza, ed i Signori di Carpi e di Camerino, e il Conte dell’Anguillara: fiorente esercito, che l’eguale non aveva messo insieme in Italia, dopo al Piccinino, alcun altro condottiero.
A queste mosse i Fiorentini, ristretta la lega con Galeazzo duca di Milano e col re Ferrando di Napoli, e datisi a raccorre genti, fecero di tutti capitano il valoroso Federigo conte d’Urbino. Il quale osservando cautamente i nemici finchè l’esercito intorno a lui si formasse, non lasciava ad essi occupare altro che poche castella dell’Imolese; ma giunto essendo con molte forze lo stesso Duca di Milano e genti mandate da Giovanni Bentivoglio e da Taddeo degli Alidosi signore d’Imola, poneva il campo non lungi da questa città ed incontro al Colleoni, il quale s’era fortificato alla Mulinella. Poco si ottenne nei primi giorni per l’impedimento che avea il Capitano dalla persona di Galeazzo; il quale, giovane e presuntuoso, nè sapeva fare nè lasciava che altri facesse. Talchè i Fiorentini con bella maniera invitatolo a sollazzo nella città di Firenze, ed egli recatovisi; il savio Conte, cogliendo il destro di quell’assenza, mosse l’esercito in ordinata battaglia; la quale durata più ore del giorno, e riuscendo molto sanguinosa, terminava quando le tenebre sopravvennero, con esito incerto sicchè ambe le parti si arrogassero la vittoria, ma però bastata d’allora in poi a contenere da ogni altro assalto il Colleoni. Tornava nel campo il duca Galeazzo a cose fatte; ed offeso molto che avessero scelto il tempo a combattere quand’egli non v’era, e perchè gli giunsero novelle avere in quel mezzo il Duca di Savoia mossa la guerra contro al marchese Guglielmo di Monferrato col quale era in lega, facendo ritrarre tutte le sue genti, si riconduceva egli medesimo oltre Po. Ma intanto il Re, che alle prime mosse andava a rilento nell’inviare soccorsi,[444] avea fatto passare il Tronto con due mila cavalli al giovane Alfonso duca di Calabria, a lui dando come guida e consigliero il conte Orso degli Orsini vecchio capitano. I Veneziani dal canto loro essendo nel mare soliti procedere con meno rispetti, avevano prese quattro navi anconitane cariche di robe dei Fiorentini; e perchè il Re metteva nel Porto Pisano otto galere le quali, unite alle galeazze che erano ivi, poteano infestare i commerci loro, comandarono al Capitano del golfo che andasse con dodici galere a Messina e dovunque bisognasse, sgombrando il mare e facendo preda di qualunque nave si recasse anche per solo traffico in Levante. Faceano promesse all’Arcivescovo di Genova e ad Obietto del Fiesco, i quali cercavano di sollevare la Riviera contro il Duca di Milano.
Viveano però tuttora con esso come in termini d’amicizia; e un Segretario della Repubblica passando a Milano per altre faccende, ebbe parole col Duca, da prima guardinghe e contenute; ma un altro giorno Galeazzo incontratosi col Segretario e rimanendo solo con lui: «Certo (gli disse) voi Veneziani, avendo il più bello stato d’Italia, avete gran torto a non vi contentare e a turbare la pace d’altri. Se sapeste la mala volontà che tutti hanno contro di voi, vi si rizzeriano i capelli, e lasceresti vivere ognuno nel suo Stato. Credete che queste potenzie d’Italia legate insieme sieno amiche fra loro; certo no; ma la necessità gli ha condotti e si sono stretti per paura che hanno di voi e della vostra potenza. Vi pare aver fatto una bell’opera, aver messe le armi in mano a tutta Italia? Se sapeste quel che mi viene offerto in Lombardia acciocchè vi rompa guerra; vi maravigliereste. E quelli de’ quali vi fidate, saranno i primi a farvela. Credete che io vi dico il vero, e ve ne avvedrete; lassate, lassate vivere ognuno. Quando morì mio padre, parendomi avere un bello Stato, andava a sparviero, mi dava buon tempo e non mi pensava ad altro; ora m’è stato necessario unirmi col re Ferrando, ch’è mio nemico capitale. Con questo vostro Bartolommeo avete messo le armi in mano a tutta Italia, e vi par d’avere fatto bene; ma ve n’avvedrete. Vi giuro che il Papa, che è vostro gentiluomo, farà peggio che gli altri; e se la guerra continua, egli sarà il primo che si muoverà contro di voi per avere Faenza, Forlì, Ravenna e Cervia. Il Re, se avesse tanta possanza quanto ha mala volontà contro di voi, non vi lassería comparire al mondo. Non è un’ora che il suo ambasciatore m’era all’orecchio; e perchè vede che io non mi muovo, crede ch’io abbia qualche segreta intelligenza con voi. Fiorentini e Genovesi, quanto vi siano amici lo intendete, e così tutte le altre comunità d’Italia. Si dice che volete divorare ognuno: e adesso avete tanta spesa, che non vi avanza danari. So in che modo riscuotete queste vostre decime, con quanta fatica e difficoltà per i gridori di tutta la città. So che v’avete fatto prestar danari ai banchi e a’ vostri cittadini, e che non li avete ancora soddisfatti (e qui il Segretario, che riferisce il discorso, dice che il Duca parlava come se fosse stato a Venezia presente a tutte le cose). I Signori hanno un gran vantaggio sopra le Signorie, perchè ad esse conviene fidarsi d’altri, ed i Signori sono di continuo sul fatto. Io non conosceva nessuno degli uomini d’arme di mio padre, io era un bufalo nelle cose della guerra, e voi mi avete fatto diventare un Merlino mago. Se volete pace, l’avrete; se volete guerra, averete la più pericolosa che abbiate avuto ai vostri dì. Siete soli, e avete tutto il mondo contra; non solamente in Italia, ma anche di là dai monti. Consigliatevi bene, e perdio ne avete bisogno; so quel che vi dico. Avete un bello Stato e maggiore entrata che potenza d’Italia: non la sbaragliate; dubius est eventus belli. Non vi potete scusare che non siate stati causa d’ogni inconveniente. Vi prego non date fastidio ad altri; state in pace per bene vostro e della Cristianità.» E perchè il Segretario cercava di scusare la Signoria, Galeazzo soggiunse: «Quanto più mi dite, tanto men vi credo.[445]»
La guerra continuava, e il Colleoni entrato nella valle di Castrocaro, prese Dovadola, ch’egli voleva si desse ai fuorusciti fiorentini; i quali erano seco in campo. Questo negarono i terrazzani, ma in Firenze era timore d’assalto maggiore in Toscana, per il che facevano istanze col Duca rompesse la guerra in Ghiaradadda. Ma nè il Duca nè i Veneziani voleano troppo grande incendio; e questi delle cose avvenute si scusavano dicendo, il Colleoni, libero dalla ferma, avere per proprio suo conto fatto prova della fortuna, ond’essi temendo non s’accostasse ai nemici loro, e non facendo per la Repubblica che egli fosse oppresso, gli aveano dato qualche aiuto, ma non però tanto quanto sarebbe bisognato. Le cose stesse diceano a Tommaso Soderini ambasciatore della Repubblica di Firenze; ed aggiugneano, desiderare sopra ogni cosa che fra le due Repubbliche fosse buona lega, la quale vietando al Duca ed al Re di accrescere le forze loro, avrebbe dato sicura pace a tutta Italia. Teneano frattanto in ponte il negozio delle robe tolte sulla nave Anconitana, che poi furono liberamente restituite. Il Soderini avrebbe molto ambito l’onore di conchiudere egli la pace in Venezia, per la quale Borso marchese d’Este, com’era costume di quei Principi, s’adoperava;[446] ma intanto a fermarla avea posto mano con grande passione Paolo II, e in Roma già erano ambasciatori delle due parti; i quali perchè non s’accordavano, pronunziava ai due di febbraio 1468 il Papa di proprio suo moto e imponeva con la pienezza della potestà sua l’accordo in tal modo, che ognuno tenesse quello che avea prima della guerra, e che a Bartolommeo Colleoni fossero pagati cento mila ducati l’anno per fare impresa in Albania contro ai Turchi, contribuendo alla spesa tutti gli Stati d’Italia, ed il Papa stesso offrendosi darne la parte sua.[447] Ciò andava a grado dei Veneziani; ma v’era poi anche ordinata una lega universale, della quale non volevano sapere: quando ebbero però veduto che l’altra parte non consentiva l’accordo, l’accettaron essi; e intanto facevano danari e soldati e mettevano in golfo galere, del pari mostrandosi apparecchiati alla guerra e alla pace. I Fiorentini s’armavano anch’essi, e ponevano gravezze d’un milione e duegento mila fiorini da riscuotersi in tre anni; facevano grandi pratiche per l’Italia, e diceano essere intollerabile cosa che tutti avessero a mantenere colui ch’era stato sola cagione di tutto il male, come se fossero da lui stati vinti. Per questi rifiuti il Papa forte incollerito, minacciava la censura contro a chiunque non accettasse la Bolla; i Fiorentini faceano motto di appellarsene al Concilio; ma quando le cose più minacciavano di guastarsi, il Papa togliendo via la parte che risguardava il Colleoni, pubblicava la Bolla corretta; e questa essendo da tutti accettata, venne la pace conchiusa nel maggio seguente. Nè fu in Italia altra turbazione; se non che essendo poco di poi morto Gismondo Malatesta signore di Rimini, e la successione andando in Roberto suo figlio bastardo, Paolo II diceva estinta la linea, e mandò genti per la rioccupazione di quello Stato: ma in breve guerra le forze del Papa essendo sbaragliate da Federigo conte d’Urbino, col quale andavano cinquecento cavalli assoldati dalla Repubblica di Firenze, Roberto ebbe la possessione che poi tenne con molto onore del nome suo.[448]
In questo tempo i Fiorentini aveano comprato da Lodovico Fregoso, per trentasette mila fiorini d’oro, Sarzana, Sarzanello ed altre fortezze; che fu tenuto buono acquisto, guardando esse la via di Genova e quella della Val di Taro, donde erano spesso venuti assalti di Lombardia. Ma i fuorusciti non ristavano, e in città e fuori o trame si ordivano, o i reggitori le supponevano a fine di togliere con altre condanne a sè la paura o sfogare odii e cupidigie. Un altro Neroni fu giudicato ribelle, perchè aveva rotto i confini; mozzo il capo ad un Orlandi, perchè voleva dare Pescia ai banditi; per un trattato che si disse avere scoperto, presi e sbanditi un Capponi, un Alessandri, un Pitti, uno Strozzi, e con essi un figlio di quel Tommaso Soderini ch’era primo nella parte di Piero dei Medici; così le famiglie divise e disfatte cadevano dalla antica potenza, e nel comune abbassamento rendeasi agevole la tirannide. Nella Romagna un Francesco da Brisighella era venuto per occupare di furto la rôcca di Castiglionchio su quel di Marradi, spalleggiato da Pino degli Ordelaffi signore di Forlì e da Galeotto Manfredi che, morto il padre suo Astorre, teneva allora il dominio di Faenza: in poco tempo gli assalitori furono presi e dannati a morte. Maggiore caso avvenne in Prato l’anno di poi, che anticipando i tempi vogliamo narrare qui. Due della famiglia Nardi, Silvestro e Bernardo, con più ardimento che senno e pochi compagni, entrati un giorno in Prato e corsa la terra a rumore chiamando il popolo a libertà, della quale non avrebbe saputo che farsi, fecero prigione il Potestà Cesare Petrucci, pigliato avendo in nome loro il governo della terra. Ma durò poche ore, imperocchè essendo in Prato per sue faccende Giorgio Ginori cittadino fiorentino e cavaliere di Rodi, e visto il poco fondamento che aveva l’impresa, raccolse in fretta quanti erano ivi di sua confidenza, e assaltò il Palagio dove uno dei due fratelli fu preso e ferito. Da Firenze andava, saputosi il fatto, soccorso di fanti con Ruberto da Sanseverino Capitano della guerra; ma udirono in Campi finita ogni cosa; e il Nardi con altri, menati in Firenze, furono decapitati.[449]
Aveano i Medici così ottenuto finale vittoria, non che su’ nemici ma sopra i complici e strumenti dell’inalzamento loro, resistenza ultima che incontrino intorno a sè le Signorie nuove: possedeva Piero, gottoso ed attratto che non gli restava altro di libero che la lingua, più assoluta dominazione di quella che avesse avuta Cosimo padre suo. Fu detto che, o fosse benignità o cautela, sapendo lasciare dopo sè due figli per anche immaturi, volesse quando era all’estremo della vita richiamare in Firenze tra’ fuorusciti coloro che meglio credesse potersi riguadagnare col beneficio, e primo fra tutti Agnolo Acciaioli.[450] Pigliava egli intanto coscenza e abitudini quasi di principe, e in Casa i Medici si viveva più signorilmente di quello che fosse usato da Cosimo. A nuovi costumi crescevano i figli; Lorenzo, il maggiore e il più promettente, dal padre era inviato per viaggi frequenti alla familiarità dei Principi e al vivere ornato e gaio, e splendido soprammodo per tutta Italia, delle corti. Troviamo Lorenzo che aveva appena diciotto anni, mandato a quelle dei Bentivogli in Bologna e degli Estensi in Ferrara, indi a Milano ed a Venezia; in Roma ed in Napoli era nell’estate del 1466. Il padre scrivevagli: «ricordati di farti vivo, e fare conto d’essere uomo e non garzone, e metti ogni industria e ingegno e sollecitudine in renderti tale che s’abbi materia operarti in maggiori cose; e questa gita è il paragone de’ fatti tuoi.[451]» I fatti mostravano già in lui singolare prontezza di spiriti e precocità di senno, e nato l’animo alle grandi cose; lo vedemmo sagace ed ardito salvare il padre nei pericoli del 66, e avere la mano in quelle pratiche, e trattare con la Signoria come uomo già fatto: per queste cose il re Ferrando a lui scriveva lettera amplissima di gratulazioni e laudi tali, che a fatica si crederebbero da lui date a un garzoncello quasi imberbe. Lorenzo aveva dai primi anni esercitato l’ingegno nelle lettere, alle quali Gentile da Urbino e il greco Argiropulo erano stati dal padre chiamati a indirizzare il presagio ch’egli di sè dava: abbiamo di lui componimenti d’amore scritti in età quasi fanciullesca. Marsilio Ficino iniziava il giovane Lorenzo alla filosofia di Platone; della quale un libro, lodato a quei tempi, di Cristoforo Landino lui figurava disputatore con Leon Battista Alberti ed altri dotti fiorentini nelle selve di Camaldoli.[452] In casa i Medici era gran ritrovo di uomini letterati, ed ivi faceano capo gli stranieri: madre a Lorenzo fu Lucrezia Tornabuoni, matrona che tutta era nel coltivare la poesia religiosa, e della quale abbiamo a stampa inni sacri dove il sentimento prevale sull’arte: della materna educazione le tracce rimasero non mai abolite, sebbene confuse pel vivere sciolto di lui, per la fantasia ardita, e per la torbida incostanza di quella età quando il paganesimo s’intrudeva negli studi e nella vita e in ogni cosa anche più sacra. Ebbe Lorenzo statura più che mediocre, robuste le membra, ma priva la faccia di venustà pel naso schiacciato e le ampie mascelle; róca la voce, la vista debole, e nullo il senso dell’odorato. Di ventun’anni tolse in moglie la Clarice figlia del signor Iacopo Orsino, ovvero (scrive egli in certi Ricordi) mi fu data. Per quella occasione sulla piazza di Santa Croce fu celebrata a’ 7 febbraio 1469 una Giostra molto grande e molto magnifica, la quale era stata bandita più mesi innanzi; e vi accorsero da tutta Italia signori e giovani cavalieri. «Per seguire e far come gli altri, (scrive lo stesso Lorenzo) giostrai con grande spesa e gran sunto, nella quale trovo che si spese circa a ducati dieci mila; e benchè in armi e di colpi non fossi molto strenuo, mi fu giudicato il primo onore, cioè un elmetto tutto fornito d’ariento con un Marte per cimiero.[453]» Non egli cercava la gloria delle armi, cui non l’avevano educato; ma in lui s’accoppiava con l’elevatezza dell’ingegno, l’industria paziente dell’uomo di Stato. Così era già egli tale da reggere ed ampliare la Casa sua, quando Piero dei Medici finiva la vita ai 3 dicembre 1469.