Capitolo VII. GOVERNO DI LORENZO. — MOTI DIVERSI E INDI PACE UNIVERSALE D’ITALIA. — MORTE DI LORENZO. [AN. 1480-1492.]

Quando Lorenzo fu di pochi giorni tornato da Napoli, parve a lui essere occasione di fermare per sempre lo Stato nella dipendenza sua, ed era in parte anche necessità. In altro luogo diremo quel che riguardasse le sue private sostanze, le quali erano da più tempo assai danneggiate; ma quelle ancora di molti cittadini venivano offese, oltrechè dalle gravezze, dalla molta difficoltà che avea il Monte a pagare gl’interessi del pubblico debito che a tante famiglie facea patrimonio: per questo e per altri titoli importava a quei dello Stato avere le mani libere, ed ai nuovi e più efficaci provvedimenti assicurare continuità.

Infino a qui gli Accoppiatori facevano ogni due mesi le scelte pe’ Magistrati dalle borse ch’erano a mano; si volle adesso creare un ordine permanente, al quale spettasse eleggere a tutti gli uffici, e che insieme avesse il governo in sè medesimo dello Stato. A questo fine i Signori che allora sedevano, avuta la non difficile approvazione dei Consigli del Cento e del Popolo e del Comune, procedendo come se fossero Parlamento, ma senza nè suono di campana, nè convocazione di popolo in Piazza, elessero trenta cittadini, i quali dovessero aggiungersi altri duecentodieci; che tutti insieme e co’ Signori e Collegi avessero piena autorità e balìa quanta ne aveano i tre Consigli, con facoltà di delegarne altrui quella parte che a loro piacesse. E questi medesimi al venturo mese di novembre, che soleva essere il tempo degli squittinii, dovessero farli per tutti gli uffici, coll’aggiunta però di altri dodici per Quartiere a nominazione dei Signori che allora sarebbero. Vollero poi che i detti trenta e dugentodieci insieme co’ Signori e Collegi che volta per volta saranno in ufficio, compongano un nuovo Consiglio maggiore da continuare perpetuamente, e che abbia potestà sovrana per ogni titolo di diritto. Vietarono entrare nel detto Consiglio per ogni casa e consorteria oltre ad un certo ristretto numero; ma eccettuarono da ogni divieto anche di età, due Case da nominarsi: io mi figuro che l’una fosse quella dei Medici, e l’altra di poca significazione. A niuno privato fosse lecito di fare petizione, ovvero proposta a quel Consiglio, dovendosi ogni deliberazione ordinatamente partire dai Signori con osservanza delle forme stabilite, cosicchè al Consiglio null’altro spettasse fuorichè il diritto di concedere a quelle sanzione.

Subito dopo un’altra Provvigione portava a Settanta il numero dei Trenta; ai quali Settanta si apparteneva la scelta ogni due mesi della Signoria e dei Magistrati, così però che la detta scelta ogni anno spettasse a metà numero, cioè a Trentacinque; gli altri Trentacinque sottentrando nell’anno veniente, e così alternandosi cotesto supremo e capitalissimo diritto. Nel resto i Settanta insieme avessero la prerogativa e la direzione di ogni cosa, riempiendo da sè medesimi le vacanze, così da formare essi un Senato, ovvero Collegio che mai non morisse; a questo ordine era data speranza di essere assunti al termine dell’ufficio i Gonfalonieri, qualora però avessero in quello un partito favorevole, cioè quando non fossero a chi governava dispiaciuti. Non valesse, per avere luogo nell’Ordine dei Settanta, il divieto di coloro ch’erano allo specchio, se non perchè avessero la facoltà sola di consigliare, ma non quella di votare; al che racquistassero il diritto, appena fossero in pari con le gravezze. Dai Settanta si traggano ogni sei mesi Otto chiamati di Pratica, dai quali dipendano le faccende di fuori, le ambascerie, e le condotte, e così le relazioni con gli altri stati in pace ed in guerra, salvo però l’essere approvati gli stanziamenti nelle loro forme consuete; ma i Dieci di guerra potevano al caso eleggersi sempre. Dallo stesso Ordine ogni sei mesi si traggano pure Dodici, appellati Procuratori per il Governo delle cose dentro, ai quali appartenga regolare le prestanze, governare il Monte, avere ingerenza nelle cose delle Mercanzie, e in quelle spettanti ai Consoli del mare. Si traggano pure gli Otto di Balìa, dei quali era stata già prima ristretta l’autorità che avevano grandissima nelle cose criminali e affatto arbitraria in quelle di Stato; ma col tempo aveano voluto conoscere ancora nei casi civili, il ch’era stato ad essi tolto.[521] L’antico e fondamentale Ordine della Repubblica era mantenuto in ciò, che la parte riservata alle Quattordici Arti Minute, nel Priorato e in tutti generalmente gli uffici inferiori, rimaneva ad esse anche nel nuovo Ordine conservata.[522]

Per questo Ordine dei Settanta lo Stato ebbe forma tutta la vita di Lorenzo, e fu ripigliato dai Medici quando tornarono dopo l’esiglio al governo della città. Ora di quel nuovo e forte Ordine, prima cura doveva essere provvedere alle necessità dell’erario: mantennero sempre nel distribuire le gravezze l’antica regola del Catasto, ma come indice, o come traccia che non obbligava i Governanti a seguitarla; che anzi temendo quella egualità rigorosa che s’era cercata per via del Catasto, la condussero sotto Lorenzo da una forma più ancora di prima sottile e moltiplice d’imposizione progressiva, che allora chiamavano Decima Scalata, e che ai Medici piacque sempre perchè favoriva se altro non fosse, nelle apparenze, quel minuto popolo nel quale sapevano avere un amico più certo e stabile d’ogni altro.[523] Si trova in certi casi, che dove i compresi nel grado inferiore pagavano delle loro rendite il ventesimo, i più elevati pagavano il sesto. Molta era la scienza e l’esperienza di queste cose che aveano gli uomini Fiorentini; e come Cosimo avea fatto, così anche Lorenzo col gioco ingegnoso degli sgravi e degli aggravi otteneva di porre l’arbitrio là dove appariva che la sola legge governasse. A questo modo blandiva gli amici, batteva i contrari, teneva in sospeso la fortuna degl’incerti; e mentre impediva il troppo innalzarsi d’alcune famiglie, faceva intendere alla moltitudine degli uomini quieti, non d’altro curanti che delle mercanzie loro, come dallo starsi a lui aderenti, dipendesse l’andare innanzi e prosperare.

In mezzo alle tante spese della guerra,[524] il Monte era stato costretto mancare alle scadenze delle paghe degl’interessi ai creditori: provviddero a questo con varie industrie, e col terminare la vendita dei beni spettanti alla parte Guelfa e all’ufficio della Torre; da quella vendita non s’eccettuava che il Palagio della Parte e un’altra casa. Più tardi, allo stesso fine ricercarono e fecero a molti cittadini pagare i debiti arretrati col Comune; «benchè la più parte si fossino composti con li ufficiali del Monte, e pagate le loro composizioni;» che parve essere legge iniqua.[525] Dai tempi di Cosimo vedemmo la Cassa della Repubblica mescolarsi con la privata di lui; ma egli avendo prospera sempre la mercanzia, sebbene talvolta usasse ad ampliarla i danari del Comune, sovveniva spesso anche del suo alle pubbliche necessità. Era il contrario di Lorenzo, il quale Magnifico di sua natura, e tanto più largo spenditore quanto proseguiva più vaste ambizioni, e dei traffici negligente,[526] reggeva la sua privata sostanza usando la pubblica: le angustie del Monte aveva in gran parte causate egli stesso, e con l’artifizio di certi uomini sottilissimi lo faceva servire a pro suo; di che gli venivano accuse grandissime. Coloro stessi che amministravano i banchi dei Medici in tante piazze d’Europa, o per avere mal fatto, o perchè erano divenuti per sè troppo ricchi, talvolta accadeva gli si voltassero contro. Un Battista Frescobaldi, il quale essendo stato Console in Pera, ebbe ivi parte alla consegna del Bandini, ora con due compagni aveva fatto disegno d’uccidere Lorenzo nel Carmine; ma fu scoperto prima ed impiccato. Questa ed un’altra simile trama che un Baldinotti da Pistoia aveva ordita per ammazzarlo al Poggio a Caiano, fu detto muovessero dal conte Girolamo Riario.[527]

Intorno ad Otranto continuava un anno la guerra con molta lode d’Alfonso duca di Calabria, nel mare essendosi alle galere del Re aggiunte quelle che il Pontefice aveva messo sotto al comando di Paolo Fregoso arcivescovo di Genova, prelato che molto s’intendeva delle armi e dei tumulti nella patria sua. Era la primavera dell’anno 1481: un grande conflitto, e forse una tremenda sciagura, a tutta Italia sovrastava, imperocchè sulle coste di Dalmazia opposte alle nostre si radunava un esercito d’altri venticinque mila Turchi, i quali doveano dalla Vallona passare in Otranto, e quivi aprire più vasta guerra: quando, per la morte di Maometto II due suoi figli contendendosi la successione con le armi, il Pascià d’Otranto andò al soccorso del maggior figlio Baiazet, in cui rimase l’impero; ed i lasciati nella città capitolarono con Alfonso, il quale pigliava a soldo alcune centinaia di quei Turchi a lui rimasti poi fedelissimi. Cessato così tanto pericolo all’Italia ed al Pontefice, ripigliava questi, seguendo suo genio, le armi congiunte allora a quelle dei Veneziani, e la tempesta cadea questa volta addosso al Duca di Ferrara. Quivi il Senato esercitava per un suo Visdomino una sorte di giurisdizione gravosa al Duca ed ai Ferraresi, obbligati anche a non valersi del molto sale ch’aveano in casa, ma provvedersene a Venezia; donde erano grandi e spessi disgusti, che la Repubblica fomentava siccome occasioni a farsi più innanzi. Aveva in Romagna Girolamo Riario, dopo la signoria d’Imola, ottenuta quella di Forlì, vacata per morte di Pino degli Ordelaffi, la cui successione essendo dubbiosa tra due fanciulli, il Papa, fatto arbitro, finì la contesa col dare lo Stato in feudo al nipote. Il quale aspirando a cose maggiori, e a queste più acceso dai Veneziani che aveano allora bisogno del Papa, recossi a Venezia con istraordinaria pompa a ristringere la lega e a disegnare la guerra; accolto con tali onorificenze dal Senato, che le maggiori non si sarebbono fatte allo stesso Imperatore, scrive un infedele ministro del Conte Girolamo, che era salariato da Lorenzo.[528]

Così era l’Italia venuta a dividersi in due grandi Leghe, e dai confini dei Veneziani a quelli di Napoli era guerra dappertutto. Conduceva un forte esercito di quella Repubblica Roberto da San Severino, e Roberto Malatesti le genti del Papa: avevano a fronte, Alfonso duca di Calabria ed il vecchio Federigo duca d’Urbino. Contrapponeva questi guerra faticosa sul Po all’esercito dei Veneziani entrato nel Polesine di Rovigo; guerra crudelissima pe’ luoghi infetti d’aria pestilenziale nel calore della state: perivano dicesi oltre a ventimila tra paesani e soldati; perdè la Repubblica tre suoi Commissari andati al campo; e lo stesso prode e buon Federigo, fattosi condurre infermo a Bologna, terminava con molto pianto de’ suoi la vita gloriosamente esercitata. I Veneziani, avuto il Polesine, stringeano per molte battaglie Ferrara; e intanto era un’altra guerra nel Parmigiano dei Rossi di Parma Conti di San Secondo contro al Duca di Milano, un’altra in Romagna tra il Bentivogli di Bologna ed il Riario. In quel della Chiesa i Fiorentini, condotti da Costanzo Sforza, aveano riposto nella Città di Castello Niccolò Vitelli: e il Duca di Calabria, coll’aiuto dei Colonnesi e dei Savelli nemici al Papa (d’onde erano nate le prime vertenze tra questi e Ferrando),[529] devastava tutto il paese attorno a Roma, essendo ruina e sangue fin dentro alla città stessa. Nè fine vedevasi a quella inutile distruzione, quando Roberto Malatesta ebbe un nobile pensiero: disposte con ordine intorno a sè tutte le sue genti, studiate le mosse, prefisso il luogo alla battaglia, veniva a giornata con tutto l’esercito d’Alfonso a Campomorto presso Velletri; dove molte ore essendosi combattuto con tanto insolita pertinacia che oltre a mille morti giaceano sul campo, ottenne Roberto insigne vittoria; e il Duca di Calabria, che aveva gran parte de’ suoi cavalieri lasciata prigione, dovette la propria sua salvezza ai Turchi pigliati in Otranto de’ quali si aveva formato una guardia. Roberto, infermato per le fatiche della battaglia, non potette goderne la gloria, essendo egli morto pochi giorni dopo in Roma, dov’ebbe onorata sepoltura. Eragli suocero Federigo duca d’Urbino, al quale aveva raccomandato la cura della famiglia e dello Stato: questi infermo in Bologna, e non sapendo l’uno dell’altro, a Roberto aveva raccomandato la sua: morivano entrambi nel giorno medesimo.[530]

Non lasciò Roberto figli legittimi, talchè i Fiorentini avuto sentore di qualche disegno del Conte Girolamo contro allo Stato dei Malatesti, mossero genti ad impedire ogni invasione da quella banda. Cercavano intanto di recare al Papa offesa più viva col promuovere quanto era in essi, o almeno col fare che a lui suonasse all’intorno quella proposta di Concilio, che Luigi XI avea messa innanzi, come si è detto, che ora l’imperatore Federigo III per le vertenze germaniche accennava di ripigliare, ed alla quale i Re di Spagna e d’Ungheria si confidava che inclinerebbero, a tutti essendo venuta in odio la turbolenza di Sisto IV, e quel continuo guerreggiare per fini privati. Il re Ferrando avea già eletto gli Ambasciatori suoi al Concilio; e proponeva che oltre a quelli di ciascun Principe collegato, un altro dovesse rappresentare in comune tutta la Lega.[531]

Doveva il Concilio adunarsi in Basilea, volendo che fosse continuazione dell’antico da più anni interrotto; e se ivi non potesse, faceano pensiero di tenerlo in Pisa. Un vescovo Crainense[532] aveva la residenza in Lubiana; uomo tedesco, e favorito dall’Imperatore, si dava gran moto per quella convocazione. Ma in siffatte opere gli esperti e savi uomini sempre temono che il fine oltrepassi il segno cercato: così del Concilio alcun poco si discorse, ma nulla si fece; e un Baccio Ugolini mandato oratore in quella città, scriveva private lettere a Lorenzo, nelle quali mostra fino dal principio di non averne fede alcuna, trattando la cosa giocosamente con motti arguti, i quali sapeva andare a genio di Lorenzo.[533]

Ignoro se fosse il timore del Concilio che muovesse il Papa e il Nipote, o l’essersi accorti che dare mano ai Veneziani di qua dal Po era un fargli padroni di tutta Romagna; ma certo è che Sisto, per mezzo di Giuliano della Rovere cardinale di San Pietro in Vincula tornato di fresco da una Legazione in Francia, mandò in Napoli a trattare la pace e l’unione con gli altri della Lega per la salvazione di Ferrara. Non ci credevano da principio, e quando si seppe che era stata sottoscritta dagli Oratori a’ 12 dicembre in Camera del Papa, i Fiorentini poco ne furono soddisfatti,[534] perchè rimanevano a discrezione di lui quei Signori di Romagna, dei quali con grande studio la Repubblica soleva farsi come una cintura contro alle offese che scendessero in Lombardia e contro agli stessi Stati della Chiesa che la fasciavano da ogni parte. Ma ciò nonostante fu allora un gran bene quella accessione del Papa; il quale dipoi, impetuoso come al solito, scomunicava i Veneziani perchè non cessavano con lui dalla guerra che insieme avevano cominciata. Ferrara ne usciva a grande stento; e perchè il verno era già grande, si fece in Cremona una dieta nella quale intervennero Lodovico Sforza e il Duca di Calabria ed il Legato del Papa ed il Marchese di Mantova e Giovanni Bentivogli, fra tutti destando ammirazione grandissima Lorenzo de’ Medici per forza di mente e splendore d’eloquenza. Deliberarono entrare oltre Po nei confini dei Veneziani, i quali aveano fatto passare l’Adda a Roberto da San Severino loro capitano, con la speranza di fare nascere in Milano qualche mutazione contro a Lodovico. Fu dato il comando di quella guerra al Duca di Calabria; e questi, sebbene non facesse impresa notevole, tenea tutta la campagna sin presso al Mincio, intantochè lo Sforza aveva schiacciato i Rossi di Parma; e i Veneziani, di forze inferiori, attendevano a guardarsi, col solo vantaggio d’avere occupato per la via del mare Gallipoli in Puglia. La guerra però andava lenta dalle due parti tutto quell’anno e la primavera del susseguente, per la mala intelligenza tra’ confederati, e massimamente perchè a Lodovico il quale teneva sotto nome di Governatore lo Stato in Milano, dava gran sospetto quel campeggiare in Lombardia d’Alfonso duca di Calabria, naturale protettore di quell’infelice Giovanni Galeazzo cui aveva data la figlia in isposa, e che Lodovico già intendeva dispogliare con arti pessime dello Stato. I Veneziani per tentativo fatto essendosi accorti come egli avesse buone radici in Milano, non furono schivi di trattare seco lui: e quello stesso Roberto da San Severino, che aveva prima servito e poi tradito lo Sforza, fermava seco ora la pace in Bagnuolo ai 7 d’agosto 1484. Per questa ritenne il Senato di Venezia tutto il Polesine di Rovigo, con molto grave scontentezza d’Ercole da Este, al quale rimasero in casa i Visdomini, e i Veneziani sul Po. Dispiacque la pace anche al Pontefice perchè fatta senza lui; bene egli l’aveva cercata prima:[535] e perchè uditane la novella moriva, fu detto al nome solo di pace essere mancata la vita di lui che aveva tredici anni tenuto l’Italia in guerra e in tumulti.[536]

In Siena il governo dalle mani degli Ottimati era venuto in quelle del Popolo, ed avendo fatta lega con la Repubblica di Firenze, restituiva finalmente la Castellina e le altre terre ad essa occupate nella guerra di Toscana. Troviamo Lorenzo essere stato grande amico a quello Stato di popolani, debole com’era e molto agitato, sperando forse egli avere occasione di porvi le mani, e soddisfare l’ambizione ch’era in lui grandissima di fare un qualche notabile acquisto e averne merito nella patria sua.[537] Dolevagli intanto assai la perdita di Sarzana, che dalla gelosia dei vicini più volte gli era stato impedito recuperare; ed ora il racquisto si rendeva più difficile, avendo Agostino Fregoso donata la terra al Banco di San Giorgio, Compagnia possente, la quale reggeva tutto il commercio dei Genovesi, mantenendosi libera e forte e senza alterazioni in mezzo ai tanto spessi mutamenti ed alle percosse di signorie forestiere cui la Repubblica sottostava. Andarono genti dei Fiorentini a quella volta, ma nel passare che facevano sotto Pietrasanta molti carri di munizioni e vettovaglie con debole scorta, furono assaliti da quelli di dentro, e presi non senza sospetto che da quella preda si fosse in Firenze cercato un motivo d’assalire Pietrasanta: l’avevano essi altre volte posseduta, ed era una briglia da tenere in freno i Lucchesi, e buon fondamento ad ogni impresa da quelle parti. Ma l’espugnazione si rendeva difficile, essendo l’autunno avanzato e il terreno paludoso; abbandonarla ed aspettare la primavera, Lorenzo non volle; e in aggiunta d’Iacopo Guicciardini avendo mandato due altri Commissari, Antonio Pucci e Bongianni Gianfigliazzi, e dietro a quelli Bernardo del Nero, si recò egli stesso sotto Pietrasanta a dare animo alle genti ed a sopravvegliare la piccola guerra, ma tale però che avrebbe potuto estendersi molto per essere i Genovesi dal mare discesi in Vada e battendo con le artiglierie la Torre che i Fiorentini avevano nuovamente armata in Livorno. Assai fu lodata la virtù dei Commissari, e massimamente di Antonio Pucci che prestò opera di Capitano, egli volendo a ogni modo si desse l’assalto, e in quello mischiandosi agli uomini d’arme e pigliando cura dei feriti e provvedendo da sè ogni cosa sinchè non ebbe avuto infine Pietrasanta. Egli medesimo infermatosi per quelle fatiche e per la stagione, si faceva portare a Pisa, dove in pochi giorni moriva: era figlio di quel Puccio che tanto avea fatto co’ suoi per dare lo Stato a Cosimo de’ Medici. Gravi erano le sofferenze e i morbi frequenti e il mancare dei soldati: morivano l’altro Commissario Gianfigliazzi che difese Livorno, ed il Capitano della guerra ch’era il conte Antonio da Marciano.[538] Questa però non cessava, sebbene per terra nulla si facesse da Niccola Orsini conte di Pitigliano, nè da Rinuccio Farnese, nuovi condottieri dei Fiorentini: ma i Genovesi dal mare di nuovo attendeano a battere Livorno; donde ributtati, non però all’armata Fiorentina riusciva tentare contro a Genova cosa alcuna. Lodovico Sforza interponea pratiche dubbiose, intantochè senza frutto si adopravano per la pace il nuovo Papa e il re Ferrando.[539]

A Sisto IV era succeduto Gian Battista Cibo genovese Cardinale di Molfetta, col nome d’Innocenzo VIII. Mansueto di natura, lo aveano eletto per avere un pontificato quieto; ma tali erano le condizioni allora d’Italia e tanti gli appicchi di politiche ingerenze fuori, e di passioni private e di domestiche cupidigie dalle quali era tirato sempre l’animo dei Papi, che asceso al regno di pochi mesi, fu tratto Innocenzio ad una pericolosa guerra, odiosa a lui quando v’entrava, odiosa del pari quando egli ne usciva. Contro al re Ferrando si congiuravano insieme i Baroni del Reame, potentissimi nei loro castelli: tenevano molti la parte angiovina; ma coloro stessi che innalzati dal padre o da lui, godevano allora di grandi ricchezze, praticavano contro a lui segretamente, ma non inconscio Ferrando, che tutti temeva, e come espertissimo odorando i tradimenti da lontano, correva innanzi a prevenirli. Era Innocenzio male disposto verso la casa degli Aragonesi; e peggio ancora il Cardinale di San Pietro in Vincula, che assai dominava l’animo del Papa;[540] nel quale speravano i congiurati: ed Innocenzio avendo anche avuti Ambasciatori della potentissima città dell’Aquila che s’era posta in ribellione, deliberò di muovere guerra contro al re Ferrando, avendo ottenuto dai Veneziani Roberto da San Severino che andasse capo a quella impresa. Dispiacque a Milano la mossa del Papa, e molto se ne turbava Lorenzo de’ Medici al quale parve che fosse incendio da spegnere tosto; il che avverrebbe se il Papa fosse costretto a ritrarsene col muovergli addosso tutto il peso della guerra. Intorno a Roma i Colonnesi amici del Papa si battagliavano con gli Orsini; dei quali Niccola conte di Pitigliano, venuto ai soldi della Repubblica di Firenze, entrò dalla parte di Maremma nello Stato della Chiesa, intantochè il Duca di Calabria, facendosi innanzi, cercava congiungersi ad esso ed agli altri Orsini che aveano sparse le castella nel Patrimonio. Ma perchè l’impresa pareva tale che si dovesse compiere alla prima, Alfonso recatosi a Montepulciano, richiedeva che Lorenzo si abboccasse quivi con lui; e sebbene questi per malattia non potesse, rimase tra loro convenuto di portare le offese là dove più avrebbero ferito sul vivo: Lorenzo mandava a questo effetto rinforzo di gente, ed altre otteneva che sotto al Trivulzio venissero da Milano. Ma ciò nonostante riusciva la guerra lenta per le difficoltà dei movimenti, e per la stessa militare scienza la quale nei Capi era grandissima, con eserciti male composti e non atti a fare imprese gagliarde. Aveva Roberto da San Severino scontrato i nemici inutilmente al ponte Nomentano; poi andò gran tempo prima che le forze dei Collegati e degli Orsini si congiungessero a Bracciano, e che in una grossa battaglia non avessero la peggio le genti del Papa. Questi frattanto avea trattato di fare scendere in Italia il Duca di Lorena siccome erede delle ragioni di casa d’Angiò; al quale annunzio il Senato di Venezia, che non voleva in Italia oltramontani, già dava segno di accostarsi alla Lega; mentre i Fiorentini se ne rallentavano, a Francia legati per gran numero dei mercatanti ch’aveano in quel regno. Il Papa intanto, stretto dalla guerra che aveva all’intorno e dalle fazioni sanguinose dentro Roma stessa, udiva con lieto animo le proposte d’accordo che aveangli recate il Trivulzi e un letterato che allora in Napoli era in grande stima, Giovanni Pontano. Recossi indi a Napoli lo stesso Cardinale di San Pietro in Vincula, e fu conchiusa la pace; Roberto da San Severino costretto ritirarsi con l’esercito, e non avendo chi stesse per lui, fu necessitato rinviare la maggior parte delle sue genti, ed egli tornare a Venezia quasi solo. Quella pace diede a Ferrando causa vinta contro ai Baroni,[541] dei quali furono taluni subito messi a morte; altri, difesi dall’accordo e perdonati, erano spenti anch’essi con paziente indugio dal Re, che gli avvolse presso che tutti dentro alla rete dei tradimenti. Ferrando d’Aragona credettesi allora d’avere per sempre assicurato alla discendenza sua la possessione del Regno di Napoli.[542]

Per quella pace i Genovesi bene avvisati che da Firenze tutte le forze si volgerebbero all’impresa di Sarzana, passando la Magra senza aspettare la primavera che fu del 1487, investirono il Borgo di Sarzanello; e questo occupato ed arso, battevano con le artiglierie la Rôcca, avendo usato per la espugnazione l’artifizio nuovo e tuttora non bene regolato delle mine. A quell’annunzio i Fiorentini molto si commossero, e mandato in campo il Conte di Pitigliano, scrissero a quanti condottieri e conestabili tiravano soldo dalla Repubblica, si affrettassero intorno Sarzana. Giungeano i Signori di Piombino e di Faenza, vennero altri Orsini di nuovo ricondotti dalla Repubblica e dal Duca di Milano, e Galeotto Pico signore della Mirandola. Tardi inviava Lodovico Sforza quattrocento lance, e il Re di Napoli a Livorno sei galere con cento provvigionati e con l’intenzione di fare in Corsica qualche effetto contro ai Genovesi. Raunate le forze, si venne a battaglia con vittoria dei Fiorentini, i quali ebbero prigione lo stesso Capitano genovese Gian Luigi del Fiesco: dipoi fabbricate sulla Magra, e in altri punti bene acconci, bastìe che impedissero ogni soccorso alla città, si venne all’assalto; il quale riuscito la prima volta infruttuoso, ma le mura essendo da più parti rotte, i cittadini senz’aspettare l’assalto secondo, liberamente si diedero a Lorenzo dei Medici; il quale venuto in campo, colse l’onore della vittoria e della molta benignità usata verso i Sarzanesi. Avrieno in quel caldo bramato a Firenze di spingere innanzi la guerra, ma furono impediti dallo Sforza, il quale avendo trattati in Genova, non voleva che fosse menomato quello Stato, del quale divenne bentosto signore: invidiava egli anche la riputazione di Lorenzo, e tra essi due sempre gli animi furono mal disposti.[543]

Nella Romagna, solito campo alle stragi familiari tra quei signorotti, due morti avvennero nell’anno 1488, per le quali fu ivi attirata la sollecitudine dei Fiorentini. Girolamo Riario teneva Forlì, odiato per crudeltà ed avarizie; tantochè un giorno, essendosi messi d’accordo taluni di quei principali cittadini, l’uccisero; e poi gittato il corpo dalla finestra, chiamavano il popolo gridando Chiesa e Libertà. La Rôcca teneasi nel nome dei figli, i quali insieme con la madre essendo alle mani dei congiurati, ottenne la Contessa d’entrare in quella sotto colore di persuadere il Castellano a cederla; poi facendo il contrario, insultava dalle mura con animo ed atti poco femminili ai rivoltosi che minacciavano d’uccidergli i figli. Ma la città si mostrava fredda; e intanto veniano genti da Milano e da Firenze, pel cui soccorso Caterina Sforza riebbe lo Stato che fieramente poi manteneva ai figli ed a sè. Nè un mese appena era passato, che un peggiore caso avvenne in Faenza: Galeotto Manfredi fu ivi ucciso dalla sua propria moglie, nata di Giovanni Bentivoglio; e questi cercando occupare in quel tumulto Faenza, i contadini di Val di Lamone, che più altre volte avean fatto prova della virtù loro, accorsi in arme, recuperarono la città facendo prigione lo stesso Bentivoglio. Allora i cittadini a mezzo con gli uomini di Val di Lamone presero lo Stato in nome del piccolo fanciullo Astorre e sotto la consueta protezione di Lorenzo de’ Medici e della Repubblica di Firenze; la quale ritenne Piancaldoli, buona rôcca sul confine, e prima stata di suo dominio. In Osimo un Boccolino si era fatto tiranno e minacciava chiamare i Turchi; ma costretto rendere al Papa quella città, e per qualche tempo in Firenze ritenuto, fu indi a Milano fatto uccidere. Dipoi una guerra tra l’Imperatore e i Veneziani essendo bentosto finita, e per interposizione di Lorenzo placate le ire del Papa contro al re Ferrando per l’uccisione dei Baroni e pel negato tributo,[544] godette senz’altro accidente l’intera Italia pace tranquilla.[545]

Grande era in quegli anni appresso al Pontefice l’autorità di Lorenzo dei Medici, il quale in Roma diceano essere arbitro d’ogni consiglio; ed in quello andare insieme i due Stati i quali tenevano il mezzo d’Italia, avea fondamento la pace, essendo la via interchiusa alle inimicizie di quei Principi che si apprestassero a turbarla. Motivi privati s’aggiugneano ai pubblici a rendere stretta quell’amicizia: papa Innocenzio avea, con nuovo e tristo esempio, riconosciuto pubblicamente un suo figliuolo naturale, Franceschetto Cibo. A questi Lorenzo sposava la figlia giovinetta Maddalena, che fu dalla madre condotta a marito. Sperò Franceschetto dal padre o dal suocero uno stato principesco; faceva disegni su quei di Piombino e di Città di Castello, sognava perfino d’avere Siena; ma nè il Papa a queste cose gli dava mano, ed a Lorenzo poco aggradivano.[546] Bene aveva questi condotto Innocenzio ad un atto di favore molto insolito, e che fu nei tempi avvenire fondamento dal quale saliva fino al principato la casa dei Medici. Giovanni, secondo figlio di Lorenzo e che i due altri per ingegno superava, dal padre era stato fin dalla puerizia incamminato all’ecclesiastiche dignità. Ai sette anni insieme alla cresima ebbe la tonsura, e fatto dal Papa Protonotario, si chiamò da indi in poi Messer Giovanni: il re di Francia Luigi XI gli avea conferita l’abbadia di Fonte Dolce; ebbe indi quella di Passignano in Toscana, ed una dal Duca di Milano, e poi quella fra tutte insigne di Monte Cassino. Luigi XI aveva anche tenuto discorso di farlo arcivescovo d’Aix in Provenza; al che il Papa metteva per gli anni difficoltà, sebbene lo avesse fatto abile a tenere gli ecclesiastici benefizi.[547] Tuttociò era innanzi la morte di Sisto IV e che il fanciullo pervenisse ai nove anni. Prima che fosse giunto ai quattordici, da Innocenzio fu creato Cardinale, ma con la riserva di indugiare alla pubblicazione tre anni; i quali essendo compiti nel marzo del 1492, pigliava con grande solennità in Firenze Giovanni l’investitura di quel grado, e subito andava in Roma ad esercitarlo.[548] Abbiamo i consigli che il padre a lui dava per iscritto intorno al modo di contenersi nel cardinalato; consigli che onorano Lorenzo: e poichè ad abbreviarli si guasterebbero, e letti potranno servire all’istoria, abbiamo proposito di pubblicarli tra’ Documenti che saranno in fine a questo volume.[549]

Per tante grandezze a molti pareva Lorenzo avviarsi al principato, ed era voce che non appena con l’età di quarantacinque anni divenisse abile al supremo magistrato, sarebbesi fatto creare Gonfaloniere a vita. Un grande passo aveva fatto l’anno 1490 col togliere al Consiglio dei Settanta l’autorità di creare la Signoria, il che era avere lo Stato in mano. Questo da principio Lorenzo aveva sofferto dividere con un collegio di suoi devoti, ma era numeroso ed era perpetuo, da non potersi alla lunga governare: per questo e perchè le cose andassero più strette e più spedite, fece Lorenzo eleggere una Balìa di Diciassette, dei quali era uno egli medesimo. Fu ordinato che ai Settanta rimanendo l’autorità d’una Pratica o Consulta, tutto il maneggio delle scelte si facesse per vie coperte dagli Accoppiatori, com’era già stato. Quella Balìa decretava più altre riforme, tra le quali, perchè era in Firenze quantità di monete nere di vari paesi; mettendo queste fuori di corso, ordinarono che le gabelle si pagassero in monete bianche allora coniate, nelle quali entravano due oncie d’argento per libbra e valevano il quarto più delle altre. La cosa era per sè buona, ma per questo modo crebbero assai le entrate della città, con molto gridare della plebe alla quale rincaravano tutte le grascie e cose necessarie al vitto. Con altre industrie fu continuato l’antico scandalo circa al Monte delle Doti, di nuovo ridotte e sempre a benefizio di Lorenzo.[550]

Il titolo di Magnifico a lui serbato dalla posterità era solito darsi a chiunque avesse condizione più che di privato. Già egli traeva a sè ogni cosa: lui personalmente riconoscevano ed a lui si obbligavano i Signori della Città di Castello, e i Baglioni di Perugia, e i Malaspini di Lunigiana, ed altri che aveano soldo dal Comune; quelli di Faenza a lui erano in tutela. I Re ed i Principi con lui solo carteggiavano di cose di Stato: Luigi XI di lui pigliava cura come d’amico. Ferrando gli rendea grazie dell’averlo salvato egli solo nell’ultima guerra; col re d’Ungheria Mattia Corvino aveva relazioni per cose di studi. Vedemmo il favore di che egli godeva presso al Signore dei Turchi; ed il Soldano d’Egitto mandava doni a lui e alla Signoria, tra’ quali era un Leone domestico ed una Giraffa, strano animale che altra volta s’era veduto in Firenze; ma gli Artisti e gli Scrittori faceano a Lorenzo gloria d’ogni cosa, come di omaggio che a lui rendessero i re barbari.[551] In casa e in città mantenne sempre modi e costumi di cittadino; il vivere suo era più compagnevole che fastoso, eccetto in qualche solenne occasione di feste o conviti a principi forestieri: serbava con tutti la fiorentina dimestichezza, ed a chi fosse di più età di lui cedeva la mano.[552] Il figlio suo Piero maritò con l’Alfonsina di quella stessa casa Orsini donde egli medesimo aveva la moglie: le nozze furono celebrate in Corte di Napoli ed alla presenza del Re. In questo e nel maritaggio della figlia Maddalena cercò alleanze di famiglie signorili, ma collocò le altre figlie con privati cittadini di Firenze, sposando Lucrezia a Iacopo Salviati, e Contessina a Piero Ridolfi; aveva la terza figlia promessa a Giovanni dell’altro ramo di casa Medici, ma essa moriva quando era sul punto di andare a marito.

Come in Firenze i maritaggi tra gli Ottimati serviano spesso alle politiche aderenze, così Lorenzo che per tal modo si avea legato due famiglie delle maggiori nella città, poneva studio diligentissimo nell’impedire che tra le grandi Case non si formassero alleanze a lui sospette, o ne faceva egli a suo modo, avendo l’occhio sugli andamenti dei cittadini, sulle amicizie, sugli interessi: male sofferiva persino che altri si rendesse grato con balli e conviti in occasione di nozze, com’era costume antico in Firenze, d’allora in poi quasi dismesso. «Nelle quali cose ebbe a durare grande fatica massimamente nei primi tempi, e ad altro pareva non attendesse il dì e la notte mettendovi tutto l’ingegno e l’industria con assidua pazienza e usando a tal fine varie arti con sètte segrete e compagnie che l’una non sapeva dell’altra:[553]» nelle stesse liberalità poneva tale misura che niuno s’arricchisse troppo, e che gli uomini dello Stato non apparissero all’universale violenti e rapaci. Dipoi, la congiura dei Pazzi gli aggiunse amici nuovi e ristrinse i vecchi più intorno a lui, tanto che la potenza sua divenne più assoluta, e crebbe un grado da quella che aveva tenuta Cosimo. Il Palagio della Signoria perdeva ogni dì credito, ai Consigli ed agli stessi Collegi, che prima erano ogni cosa, pochi si curavano d’intervenire: onde nacque caso che non si potendo fare la tratta dei magistrati al dì necessario, e taluni ch’erano a caccia nelle ville loro avendo ricusato andare, sebbene chiamati a grande fretta, dal Gonfaloniere furono ammoniti. Ma parve a Lorenzo, assente in Pisa, che avesse quegli presa di suo capo troppo grande libertà; e si aggiunse l’avere negato, secondo l’usanza, l’entrata in Palagio mentre i Consigli deliberavano, a Ser Piero da Bibbiena ch’era Cancelliere di Lorenzo; per queste cose il Gonfaloniere appena uscito d’ufizio fu ammonito per tre anni.[554] Industria antica di Casa dei Medici era tenere in ciascun ufizio o magistrato un Cancelliere di confidenza loro: e uno ve n’era salariato dal Comune da stare fermo nelle ambascerie che spesso mutavano, il quale aveva con Lorenzo conto a parte e lo avvisava d’ogni cosa. Per tale modo i grandi cittadini aveano gli uffici, ma gli uomini tirati su da Lorenzo esercitavano ad arbitrio suo la potestà effettiva, massimamente in ciò che spetta alle gravezze ed al Monte, ch’egli era accusato volere annullare per indi volgere più liberamente le entrate pubbliche a suo pro. A ciò era dalle private sue necessità costretto; ma il danno feriva grande numero di cittadini che aveano nel Monte i loro capitali, e ne ricavavano fra tasse e riforme più che dimezzato l’interesse. Ma sopra ogni altra odiose riuscivano le riduzioni fatte al Monte delle Doti, che non si pagando al tempo promesso rimanevano nel Monte, e le fanciulle che si maritavano, in luogo di sorte non avendo altro che l’interesse sotto certe regole, era alle famiglie necessità sborsare la dote in contanti per non si potere valere di quello che aveano a tal fine più anni prima depositato. Dal che avveniva che poche fanciulle si maritassero, e anche bisognava chiederne licenza perchè il parentado andasse a genio di Lorenzo.[555]

Ogni principio di rumore, se pure nascesse, prontamente gastigava, come apparve in un caso narrato dall’oratore Modenese, allora in Firenze, le cui parole giova riferire. «Andando io in piazza, trovai gran tumulto di popolo, e la causa fu perchè menandosi uno giovine della terra alla giustizia perchè avea morto un famiglio de li Otto a’ dì passati, ed essendo fuggito a Siena, i Senesi lo diedero nelle mani di questa Signoria per i capitoli comuni. E menandosi detto giovine per piazza per condurlo al luogo della giustizia, il popolo si levò, gridando scampa, scampa; in modo che lo cominciarono a togliere dalle mani alla famiglia del bargello. Pure li Otto della Balìa in persona vennero in piazza e fecero fare subito un bando, alla pena della forca, che la piazza fosse sgombrata. Ed essendo fatta instanza per l’oratore di Milano ed il Genovese per ottenere la grazia di quel giovine, e ad instanza di Lorenzino e di Giovanni e di Pier Francesco (de’ Medici) con il Magnifico Lorenzo che si trovò in Palazzo a tale tumulto, Sua Magnificenza gli dette buone parole, e operò ch’egli fosse appiccato in piazza ad una finestra del bargello: poi fece pigliare quattro di quelli del popolo che gridavano scampa, scampa, e a ciascheduno fu dato quattro tratti di corda e furono sbanditi per quattro anni fuori della terra. A questo modo si sedò il tumulto, e mai non si volse partire fuori della piazza il Magnifico Lorenzo sinchè non vide sedato il popolo.[556]» Di questo tumulto non fanno parola gli scrittori Fiorentini.

Ma più della forza poteano il favore e i nuovi costumi, il popolo essendo a lui devoto in città fiorente per l’eccellenza delle Arti e per la dovizia dei mestieri: domato di prima, impinguato ora più che mai fosse pei grossi guadagni, rallegrato dalle feste, godevasi ambiziosamente come sue la grande fama di Lorenzo, le magnificenze della Casa Medici, la gloria che a tutta la città ne derivava. Essendo a Lorenzo falliti i traffici ai quali sdegnava calare l’ingegno, si voltò alle possessioni; e al Poggio a Caiano edificò una Villa d’architettura elegantissima, della quale egli medesimo avea dato il primo concetto a Giuliano da San Gallo che dietro a quello poi la condusse. Cercando risollevare l’infelice Pisa dal tetro squallore in che era caduta, comprò molte terre in quella provincia e case in città, dove a lui stesso non di rado piaceva dimorare facendovi spese e mettendo vita intorno a sè: ripristinò anche l’antico gioco del Ponte, caro ai Pisani e quindi vietato dalla sospettosa gelosia della Repubblica di Firenze. Era in Pisa uno Studio, anch’esso deserto dopo la conquista; ma Lorenzo volle sorgesse a celebre Università; chiamandovi con larghi stipendi da ogni parte d’Italia eccellenti professori in legge, in medicina, in divinità.[557] Le umane lettere e le Arti aveano in Firenze già grande splendore: Lorenzo era tale in sè medesimo da più illustrarle; ingegno potente, vario, elegantissimo e curioso d’ogni sapere, capace di alzarsi al pensiero filosofico e al sentimento delle Arti belle, scrittore non ultimo in prosa ed in verso tra molti insigni che lo attorniavano, raccoglitore munifico di quelle opere dell’antichità dalle quali aveano impronta gli studi. Il secolo era nelle dottrine incerto e mutabile, nei costumi sciolto, gaio nella vita com’essere sogliono i tempi che alle ruine precedono. Lorenzo pareva in sè accogliere tutto il secolo, scrivea rime sacre e canti carnascialeschi, cercava e ascoltava gli uomini religiosi ed era involto negli amori. Assiduo alle cure di Stato e infaticabile in ogni cosa che a lui servisse o a lui dèsse fama, pareva non altro amare che celie e sollazzi, e compagnia d’uomini arguti e faceti; avea tal natura, che a tutto bastava e ad ogni cosa pareva fatto. La Casa dei Medici era un museo, una scuola, un ritrovo degli ingegni che ad essa accorrevano; da quella partivano i consigli gravi, e la luce delle lettere, e i giochi e le feste e le corruttele dei costumi: in quella cresceano fanciulli due Papi, ivi risedeva l’Accademia Platonica intesa con gli studi a rinnalzare la vita e il pensiero; ed ivi continua la dimestichezza del Poliziano e del conte Giovanni Pico della Mirandola che fu portento dell’età sua; ivi Michelangiolo faceva saltare dal marmo le prime scaglie, e Luigi Pulci leggeva il Morgante nelle cene geniali: tanta ampiezza di vita, nè tanta magnificenza, nè allegrezza forse alcun tempo non vide mai; era il nome di Lorenzo in cima a ogni cosa.

E intanto la vita di lui declinava. I dolori delle gotte, ereditari nella famiglia sua, lo avevano afflitto sino dalla giovinezza; e noi lo troviamo già nell’anno 1482 ai Bagni del Senese ed a quei di Lucca, e spesso di poi al Bagno a morbo nel Volterrano.[558] Si aggiunsero doglie frequenti di stomaco, dalle quali fu talmente logorato, che a vedere alcuni ritratti di lui si direbbe uomo decrepito. Crebbe il male nei primi mesi dell’anno 1492, nè vollero gli amici e i congiunti crederlo mortale insinchè agli otto del mese d’aprile nella villa di Careggi, di poco avendo egli compiti quarantaquattro anni, tra sofferenze acerbissime e con segni di religione fervente si spengeva quella vita della quale non fu altra mai con maggior pianto desiderata, nè più nei tempi che sopravvennero celebrata. Due giorni prima, caduto un fulmine sulla Cupola di Santa Maria del Fiore aveva spezzato quella delle grandi costole di marmo che scende dal lato dov’era la Casa dei Medici, e i pezzi cadendo foravano in più luoghi la vôlta del tempio. La notte di quel dì stesso che era stato ultimo a Lorenzo, Pier Leoni da Spoleto, medico fra tutti reputatissimo, fu trovato morto in un pozzo a San Gervasio, o ch’egli medesimo, come fu detto, vi si gettasse per disperazione, o che vi fosse da altri gettato. Nella città era grande la costernazione, pauroso l’avvenire a coloro stessi che mal volentieri ubbidivano a Lorenzo; gli amici a lui più bene affetti, o si dispersero, o mancarono: due anni dopo moriano, sebbene di lui più giovani, Pico della Mirandola e Angelo Poliziano: Marsilio Ficino, già vecchio, finiva non molto dipoi.

Tempi luttuosi conseguitarono alla morte di Lorenzo dei Medici, e accrebbe favore al suo nome l’essersi da indi in poi di tutta Italia arrovesciate le sorti, quasi fosse ella perita con lui che solo era abile a scamparla. Bentosto si vennero a urtare insieme le ambizioni degli altri Principi, insinchè non furono oppresse tutte dalla sopravvenienza delle armi straniere che uno di loro aveva chiamate. Fu detto Lorenzo avere creata la scienza che poi fu appellata d’equilibrio e che ai politici delle età seguenti divenne studio; ma era già arte della Repubblica di Firenze, naturale protettrice delle città e degli Stati minori di lei, perchè ella cercava tra mezzo ai maggiori la propria sua conservazione. La quale arte stando rinchiusa dentro ai confini d’Italia, valeva a tenerla bene spartita e contrappesata in sè medesima finchè d’oltremonti nessun pericolo minacciasse; più non bastava se una volta le altre nazioni venendo a comporsi in forti regni, la divisione rendesse invalida la difesa; il che presentiva l’istesso Lorenzo. Questi mantenea frattanto l’Italia in bilancia,[559] il che era un rimuovere le cause interne e le occasioni per cui venissero gli assalti di fuori: e ciò da lui solo riconosceva ed a lui ne diede, fra tutti gli altri, amplissima laude Francesco Guicciardini nel principio della grande Istoria sua; sebbene avesse egli in altra opera giovanile, ponendo a confronto Cosimo e lui, attribuito maggiore all’avo prudenza e giudizio. Bene ebbe Lorenzo assai più di Cosimo ardito il consiglio e in più vasto campo spaziava il pensiero: natura d’artista, anima di principe, ultima grandezza d’un’età splendida che finiva.[560]