Capitolo VIII. SCIENZE, LETTERE ED ARTI SOTTO IL GOVERNO REPUBBLICANO DI CASA MEDICI. [AN. 1434-1491.] — LA LINGUA TOSCANA DIVIENE ITALIANA.
Abbiamo veduto per cento anni l’operosità intellettuale degli Italiani volgersi quasi unicamente a riporre in luce gli autori classici, ad assicurarne la lezione, a propagarne l’uso e l’intelligenza. In essi cercavano forme più elette alla parola, ma per quello studio apersero come un nuovo mondo alla erudizione, che fino allora si era aggirata dentro a termini molto angusti; della quale Dante era assetato penosamente, ed il Petrarca troppo soddisfatto. Ma intanto l’istoria tornata in luce rettificava molti degli errori che aveano goduto autorità e corso nell’età di mezzo, e la critica si assottigliava, e molte passioni si temperavano col cessare l’ignoranza che l’uomo racchiude in sè medesimo e lo rende spesso agli altri più ostile. Molto anche appresero dai Latini quanto agli uffici dell’uomo civile; la scienza pratica si avvantaggiava, ma facendo ingombro a eletti ingegni nei quali si vede scarsa in quegli anni l’originalità: dipoi, saziata la foga del ritrovare, venne il pensiero speculativo a farsi più ardito, quando ai Latini s’aggiunsero i Greci scrittori e che lo studio di questa lingua si fu divulgato. Uomini dotti tra’ Greci accorsero al Concilio tenuto in Firenze per l’unione delle due Chiese, e in tale occasione le controversie teologiche riaprirono il campo alle filosofiche; i Greci portarono in esse un rivolo delle antiche loro scuole, buono ad irrigare i campi fatti aridi della scolastica, donde san Tommaso aveva oggimai cavato ogni frutto.
Tra gli altri erano due Greci, cultori della Filosofia platonica, Gemisto Pletone ed il cardinale Bessarione che aveva promossa l’unione, e che rimasto poi sempre aderente alla Chiesa dei Latini godeva in Italia autorità negli studi. Da questi due uomini dovette Cosimo dei Medici essere indotto a favorire quella dottrina che molto bene si confaceva al genio artistico e religioso de’ Fiorentini; l’accolse egli stesso nel suo Palazzo, e ad essa volle che fosse allevato quasi dalla fanciullezza Marsilio Ficino ch’era figliuolo del medico suo. Ivi si facevano conversazioni di dotti, le quali pigliarono nome platonico d’Accademia, divenuto solenne dipoi a questa e ad altre simili riunioni. Cotale indirizzo dato agli studi sino d’allora io credo fosse argine alla corruttela del pensiero. Finchè un principio d’autorità poneva limiti alla controversia, e i più alti gradi della scienza in lei scendevano dalla fede, giovava seguire la disciplina dei peripatetici, sottile arnese ed atto ai lavori delle scolastiche officine. Ma ora che il pensiero ambiva spingersi fino all’altezza dei primi veri, e le dottrine del gentilesimo tutto invadevano il sapere, bene fu almeno alle scuole nostre avere accolta quella filosofia che in cima a sè stessa aveva un principio fuori di sè stessa, sovraimponendo l’idea di Dio a tutta l’opera del ragionamento. Per quelle dottrine si temperarono molti ingegni fino ai più audaci e dissoluti: corse oltre a un secolo, e la prevalenza ch’ebbe in Toscana un tale abito nel filosofare, io credo infondesse maggior sanità nell’intelletto di Galileo e della scuola che da lui discese. Si vede egli sempre nella fisica avere a guida una filosofia, e per lo studio della materia non perdere mai l’idea dello spirito: bene gli avvenne che al primo formarsi di quella mente gli stesse innanzi nelle tradizioni casalinghe una filosofia religiosa; così l’accademia Platonica diede qualcosa del suo all’accademia del Cimento.
Marsilio Ficino [n. 1433, m. 1499] tradusse in lingua latina le opere di Platone, che fu il maggiore servigio prestato da lui direttamente alla filosofia. Tradusse i libri anche di Plotino, e si affaticò molto intorno a Proclo, a Giamblico e agli altri della Scuola neoplatonica d’Alessandria; ne accolse le mistiche astrusità, e da quelle fu condotto infino ai sogni dell’Astrologia giudiziaria e ad altre consimili fantasie. La sua maggiore opera è un libro col titolo di Teologia Platonica, perchè nel pensiero di lui, platonico e cristiano erano tutt’uno; ed egli cercava per tal modo soddisfare insieme all’ingegno sottile ed al cuore dov’era la fede sincera e schietta: fu prete e parroco virtuoso, di vita semplice, di costumi puri; e, quale si fosse il valore delle sue dottrine, la conversazione di lui educava agli alti pensieri e alla bontà i molti suoi discepoli o seguaci. Innanzi alla morte del Ficino e poi molti anni, tenne in Firenze la cattedra di filosofia Platonica Francesco Cattani da Diacceto, che pei suoi libri si acquistò fama come illustratore di quella dottrina. Nei tempi di Marsilio, e di lui più vecchio, Cristoforo Landino [n. 1424, m. 1504] fu anch’egli platonico: scrisse in latino le Disputazioni Camaldolesi, un trattato sulla nobiltà dell’anima ed altre molte cose in prosa ed in verso; in lingua italiana, un dotto Commento e assai reputato sulla Divina Commedia; tradusse in volgare l’Istoria Naturale di Plinio; insegnò in Firenze le belle lettere e fu segretario della Repubblica: pochi s’agguagliarono a lui per l’onorata vita e pei servigi recati agli studi.
In quel secolo fu la Toscana oltremodo ferace d’ingegni, sebbene ad alcuni tra’ sommi nuocesse la varietà delle cose a cui si volsero nel tumultuare che le menti facevano in quella novità di studi tuttora immaturi. Il che si vidde in Leone Battista Alberti, nato in esiglio su’ primi anni del quattrocento, di quella famiglia che noi vedemmo fieramente perseguitata in Firenze. Attese da giovane allo studio delle leggi e fu laureato nel diritto canonico, intantochè egli scriveva in latino una Commedia che fu creduta d’autore antico, e si rendeva singolare per forza e destrezza negli esercizi del corpo ed in tutte le arti liberali e cavalleresche. Artista e scrittore non trascurò la pittura e la scultura ma fu grande nell’architettura, di lui rimanendo per l’Italia alcuni insigni edifici, tra’ quali bellissima la chiesa in Mantova di Sant’Andrea: scrisse un trattato di quest’arte, libro che lo pone anche oggi tra’ primi che ne furono maestri. Si dilettò molto della meccanica, ingegnandosi a comporre macchine che riuscirono singolari massimamente per ciò che spetta all’arte nautica: nella scienza della prospettiva fu maestro a quelli che dopo lui vennero. Seguendo in filosofia le dottrine platoniche, scrisse non pochi trattati di cose morali in lingua volgare. Uno tra questi che ha per titolo della Famiglia contiene nel terzo Libro la materia di quello che lungamente andò col nome di Agnolo Pandolfini. Duole a noi spogliare il buono e onorato vecchio della lode che a lui ne venne: certo che il libro si direbbe opera d’un massaio anzichè d’uomo a cui fa peso l’erudizione, ed il cui scrivere in volgare parve aspro agli stessi amici suoi, per essere egli nato in esiglio ed assai tardi venuto in Firenze. Ma poichè vediamo lui stesso chiamare nudo lo stile di quel terzo libro, essendosi in quello provato a imitare il greco soavissimo scrittore Senofonte, non rimane altro a noi (se falsa non sia quella lettera), che ammirare qui pure l’ingegno tanto pieghevole dell’Alberti, dolendoci che sempre non abbia egli scritto nudo a quel modo. Poco egli visse in Firenze, dov’era stata dal Medici richiamata la famiglia degli Alberti; e morì l’anno 1472.
Abbiamo narrato di Sant’Antonino il suo valore anche nelle lettere: dicemmo assai di Giannozzo Manetti del quale non ebbe Firenze altro cittadino più lodato nella vita civile nè più di lui autorevole per sapere. Scrisse molti libri, dotto com’egli era in greco e in latino, ma con predilezione si diede all’ebraico; tradusse da questa lingua il Saltero, combattè i giudei, trattò argomenti di religione e di morale, cui bene serviva con la integrità del costume. Infelice come cittadino, Giannozzo fu l’ultimo che insieme attendesse alla Repubblica e agli studi: la vita civile diveniva più angusta, intantochè si apriva un campo più vasto alla vita letteraria che già in quel tempo si diffondeva per tutta Italia. Ma pure i Medici non disdegnavano chiamare agli uffici i letterati devoti a loro, e si onoravano con l’inviarli ambasciatori a’ Principi forestieri: così è che ascese ai più alti gradi in quella nuova sorta di Repubblica Matteo Palmieri, il quale ottenne stima di solenne letterato per le molte opere da lui composte, ma oggi meno lette. Tra queste primeggia un trattato sopra la Vita Civile, che fu tradotto anche in francese, ed una Cronaca dalla creazione del mondo fino a’ suoi tempi, con altre minori opere istoriche, e un Poema teologico in terza rima ad imitazione di Dante, che ha per titolo Città di Vita. I Segretari o Cancellieri della Repubblica si sceglievano per antico uso, come abbiamo detto, tra gli uomini letterati, che tali furono Carlo Marsuppini, e Benedetto Accolti aretini e Bartolommeo Scala da Colle in Val d’Elsa. Ebbe l’Accolti un fratello di lui più chiaro come giureconsulto, di nome Francesco, seduto su varie cattedre in Italia. Filippo Bonaccorsi, nato in San Gimignano, che ad uso di quella età pigliò nome di Callimaco Esperiente, giovane appartenne a quell’Accademia Romana che poi soffriva fiere persecuzioni; donde scampato viaggiò per l’Oriente, e fermatosi in Polonia e divenuto ivi grande personaggio, scrisse in latino assai elegante l’Istoria della infelice guerra nella quale venne a morte l’ultimo nazionale re d’Ungheria. Un altro sangimignanese Paolo Cortese, cui diede fama un libro di Teologia purgata dal gergo scolastico, soleva menare la vita in un castello presso al luogo nativo, dove accoglieva i dotti, e di alcuni dettava le Vite.
Abbiamo a stampa, ma in troppo scarso numero, le prediche di San Bernardino da Siena, che al modo di altri celebri e più antichi Frati sermoneggiando sulle piazze delle città d’Italia, predicava la cessazione dalle inimicizie cittadine; oratore concitato, ricco di figure, caldo e abbondante come avvezzo a sempre cercare gli effetti subiti sulle moltitudini. D’un altro senese che fu Enea Silvio Piccolomini, papa col nome di Pio II, bene fu detto avere egli scritto più libri che altr’uomo ozioso, e trattato più faccende che altri ad esse unicamente rivolto. Viaggiò dell’Europa alcune parti ancora meno note, descrivendo i luoghi osservatore acutissimo, fu ministro dell’imperatore Federigo III, fu cancelliere del Concilio di Basilea e propugnatore della contesa ivi sostenuta contro a papa Eugenio. Disciolto il Concilio, si acconciò col Papa; Legato in Germania ch’egli bene conosceva, sostenne acremente ivi le parti della cattedra pontificia, e questa tenne poi decorosamente avendo finita, coma narrammo, la vita nelle fatiche di un troppo ardito divisamento. Le opere sue tutte in latino, oltre agli scritti di controversia ed alle Poesie, contengono Istorie del tempo suo, Commentari e descrizioni di paesi; i fatti d’Italia narrò fin presso alla morte sua, quelli della Germania come attore o come testimone sempre autorevole quando anche appassionato: scrittore copioso, arguto, gratissimo a leggere per una sua eleganza e disinvoltura signorile da lui acquistata nella pratica dei grandi uomini e delle grandi cose; ingegno vario, di cui fu danno che non si abbellisse la lingua italiana.
Le Scienze allora sorgevano anch’esse, nelle quali non possiamo tacere il nome di Paolo Toscanelli che non si vuol confondere con un altro fiorentino Paolo Dagomari, detto dell’Abbaco, vissuto prima che il Toscanelli nascesse l’anno 1397. Dotto di cose astronomiche, derise l’Astrologia: essendo venuta a compimento la grande Cupola di Santa Maria del Fiore, pensò d’apporre in cima d’essa uno Gnomone rimasto famoso. Questo per la grande altezza disegna con raggio più lungo più larghi gli spazi, i quali lo spettro solare fa correre dal foro, ch’è in cima, sul marmo infisso nel pavimento; dal che più distinto riesce il punto meridiano, e più si determina il momento del solstizio. Ma gloria maggiore ebbe il Toscanelli dall’essere stato cagione in grande parte al Colombo d’intraprendere il grande suo viaggio; il che sappiamo dalla Vita che Ferdinando Colombo ha lasciato del suo genitore. Paolo, curioso della Geografia, ebbe da mercanti fiorentini e da certi uomini inviati dalle Indie al papa Eugenio IV notizie di quei paesi e occasioni di farsi un concetto, fortunatamente sbagliato, della via da percorrere per giungervi da Occidente. Ne scrisse a un Martinez canonico di Lisbona, il quale avendone tenuto discorso al Colombo, questi per mezzo di un Giraldi fiorentino ch’era in Lisbona mandò per lettera al Toscanelli l’annunzio del suo disegno ed una piccola sfera sulla quale aveva segnato il viaggio; donde il Toscanelli mandava al Colombo una Carta da navigare con gli spazi segnati a suo modo: a tutti è noto che il Colombo credeva la prima terra da lui toccata fossero le Indie. Il Toscanelli non ebbe tempo di sapere a quale uomo e a quale scoperta avesse in perpetuo egli associato il nome suo, morendo l’anno 1482.
Qui male possiamo noi definire in brevi tratti Leonardo da Vinci [n. 1452, m. 1519], intelletto portentoso e inesplicato nella vasta potenza sua, che in sè racchiudeva come una divinazione iniziatrice delle scienze le quali si ampliarono dopo di lui. Tiene Leonardo come artista tra i sommi un luogo tutto suo proprio e quasi appartato, perchè non bastandogli il bello esprimere come forma, intese a condurlo per via del pensiero fino all’ultima idealità sua; cercò degli affetti le ragioni più riposte; e dopo averne dentro all’animo concetta l’essenza per via d’astrazione, fece suo studio tradurla con l’arte in immagine visibile: nè ciò gli bastava, chè un altro studio tutto diverso poneva egli quindi nei mezzi meccanici che all’arte dessero compimento. Dei suoi dipinti, che procedevano lentamente, pochi rimangono: il Cenacolo in Milano, sebbene quasi perito, è per eccellenti copie negli occhi di tutti; gli studi, i bozzetti, le prove mutate con sottili differenze abbiamo in gran numero, perchè egli fu ingegno ch’era impossibile soddisfare. Un colosso equestre di Francesco Sforza, del quale aveva già fatto il modello, fu distrutto dai Francesi quando l’anno 1500 entrarono in Milano; si perdè il cartone d’un grande dipinto che doveva ornare Firenze. Ma egli ebbe intelletto essenzialmente speculativo: scrisse trattati sulla Pittura e sopra l’Idraulica: abbiamo libretti dov’egli segnava i suoi calcoli e le invenzioni sue, le macchine da lui tentate, gli studi d’algebra, di geometria e quelli intorno alla meccanica razionale, alla dinamica, all’ottica, all’anatomia degli uomini e degli animali; trovò la teoria del moto dell’onde, studiò il volo degli uccelli, osservò fatti tra i più reconditi ch’abbia la natura, intorno ad essi lasciando formule che tuttavia sono rimaste alla scienza. In questi frammenti dei suoi studi, gli ardui problemi che egli aggrediva col pensiero ne mostrano quanta solidità fosse in quella sua mirabile estensione. Era oltreciò bello e forte della persona; eccellentissimo nella musica e inventore d’alcuni strumenti. Non ebbe fortuna con Leone X; accolto in Milano da Lodovico il Moro, condusse l’opera del Canale detto il Naviglio, e lavorò intorno alle fortificazioni; amato dal re Francesco I, dimorò in Francia alcuni anni e quivi moriva in un castello presso Amboise, nè già in Milano e nelle braccia di quel Re come fu detto fino ai giorni nostri. Aveva Leonardo spinto il pensiero fino a cercare una generale proporzione la quale servisse a lui come artista per la figura dell’uomo, e come fisico gli mostrasse le leggi supreme a cui si conforma la struttura delle cose. Quindi Fra Luca Pacioli da Borgo San Sepolcro, amico e compagno di lui pubblicava, su quell’idea un libro della divina proporzione: era il Pacioli pratico nei calcoli, avendo in più libri raccolto d’algebra e di geometria quanto si sapeva al tempo suo, e dato notizia di antichi studi matematici in oggi perduti, tra’ quali primeggiano alcuni frammenti del pisano Fibonacci.
In Leonardo vennero a far capo le due correnti per le quali si era condotta innanzi l’Italia, da un lato nelle Arti e dall’altro nella Scienza; ma le Arti ebbero più facile e necessariamente meno incerto il cammino. La forte vita che si agitava per tutto il dugento aveva prodotto quasi a un portato Dante e Giotto; ma bastò a Giotto avere in sè stesso la forma del bello, poichè i mezzi capaci ad esprimerlo erano a lui già sufficientemente forniti dall’uso che era ai suoi tempi della pittura. Quei mezzi che stanno invece della parola, nelle Arti d’imitazione sono quasi del tutto meccanici; quindi è più semplice l’andamento pel quale riescono esse a procedere e a perfezionarsi. Un genio era apparso da principio e aveva mostrato una via nuova, donde la pittura per quasi un secolo parve come stare intorno a lui, da lui pigliando l’esempio a certe significazioni degli affetti e più accurate regole al disegno e più ardimento nelle composizioni; facendo di tutte queste cose all’Arte come un patrimonio capace a vivere ed a passar oltre. Il che essa fece dopo a Masaccio. Il quattrocento fu secolo d’artisti, i quali bisogna dire che in Firenze nascessero come spontanei dal suolo; molti gli eccellenti, e male pareva che non si sapesse fare. Il nome d’Arte, come si usa oggi a modo astratto, non conoscevano: facevano come se esercitassero un mestiere, del quale i maestri insegnavano le pratiche; il resto avevano in sè stessi.
Basti a noi dire i nomi dei capi scuola o quelli ch’ebbero maggior fama. Fra tutti primeggia la famiglia dei Ghirlandai, dei quali Domenico per evidenza di esecuzione e per naturalezza in certe sue opere di molte figure ci fa vedere come in ritratto l’antico popolo di Firenze; ma gli sta innanzi per la finezza dell’espressione e pei concetti Fra Filippo Lippi, seguito da un figlio dello stesso nome: Sandro Botticelli espresse affetti squisiti con forme più larghe: Benozzo Gozzoli dipingeva in Pisa con lunga serie di composizione tutta una parete di quel mirabile Campo Santo, dove il pensiero della morte pare che inalzi la coscienza della vita. Nella scultura s’illustrò molto in patria e fuori Andrea del Verrocchio: spesso i tagliatori di pietre, da lavoranti nelle cave intorno a Firenze riuscivano scultori fra tutti carissimi, perchè a vedere quei volti di marmo tu gli credi vivi e che ne debba uscire una voce; com’è nelle opere di Mino da Fiesole, di Desiderio da Settignano e di due da Rovezzano. Spesso gli scultori insieme erano architetti, come i due da Maiano, i due da San Gallo, Andrea da Montesansavino e il Cronaca, autore del Palazzo degli Strozzi, dove è vergogna che tuttavia rimanga non compiuto il cornicione del quale il mondo non ha il più perfetto. Ma intanto le Arti erano salite a maggior grado anche fuori di Toscana, e già d’altre scuole erano usciti pittori che inaugurando con altre maniere l’età susseguente, preparavano da tutta Italia il tempo nel quale si viddero esse toccare il colmo. Tra questi è debito annoverare Giovanni Bellino che diede principio alla grande scuola Veneta, e Andrea Mantegna che illustrò la Lombarda; Pietro Perugino diede all’arte del dipingere una maggiore dolcezza, Francesco Francia bolognese la usò con più ardita e più originale maniera. Un poco più tardi Fra Bartolommeo da San Marco [n. 1469, m. 1517] s’accostò ai sommi, o sta con essi, tanto in lui tutte le parti del dipingere toccarono alla eccellenza; che sono disegno compito, nobiltà di forme, scienza nel comporre e un grande intendere della prospettiva: ed in tutte queste doti certa proporzione, per cui niuno forse de’ grandi artefici è di lui più dotto. Ma qui, per dare compimento a quella scuola la quale fu tutta peculiare Fiorentina, vogliamo per ultimo anche registrare il nome d’Andrea del Sarto [n. 1488, m. 1534], il quale sebbene per gli anni appartenga all’età seguente, continua l’antica scuola cittadina, condotta da lui a perfetta finitezza pel movimento delle figure, pel rilievo, per la vita in esse più varia, per evidenza insomma più intera, curando egli familiarmente il vero più che l’ideale. In queste cose Andrea del Sarto vince il Frate istesso, di cui le forme pare alcune volte ti stieno innanzi come a mostra, o hanno movimento ed atto forzato, com’è nel San Marco, dove non so se egli pure cedesse all’esempio formidabile del Buonarroti, ovvero se come frate di San Marco volesse a quell’iroso colosso prestare l’anima del Savonarola. Ma di Arti parlando, è da dire anche dell’incisione in rame cui diede forse un qualche principio Maso Finiguerra fiorentino, derivandone le pratiche dall’arte dei Nielli nei quali fu egli eccellente: o se l’incidere dal rame in carta fu inventato prima in Allemagna, è certo almeno che il Botticelli ed Antonio Pollaiolo, insigni pittori, figurarono tra’ primi che l’esercitassero in Italia. Ne stringe lo spazio, talchè non possiamo qui molto estenderci nè sulla orificeria che fu nutrice a grandi artisti, nè sopra l’arte qui molto estesa dell’ornare con miniature le cartapecore, nè su quella d’incidere in gemme.
Continuava la Poesia volgare ad essere come soffocata dall’erudizione che fa sua scienza il sapere altrui; volendo invece la poesia pensiero libero, che si possa tradurre in immagini intere e viventi: al che si aggiungeva che gli esemplari latini e greci, allora tra mano, davano ai poeti come una sorta di scoramento, non credendo essi l’idioma loro capace per anche di tanta coltura. Stava l’Alighieri come segregato quanto alla lingua ed allo stile, e prove infelici riuscirono quelle per cui fu cercato più volte di seguitarlo nei concetti scrivendo poemi di argomento filosofico e morale. La sola canzone, perchè era venuta su con la lingua, aveva cultori e stile suo proprio; ma dopo avere nel Petrarca toccato la cima, lui seguitava ora da lungi e nulla inventava. Queste erano traccie oramai segnate, ma quante volte i letterati volessero uscirne scriveano latino, avendo il Petrarca mostrato la forma di certe che appellò Egloghe, dove si avvolgevano pensieri talvolta da non propalarsi. Nasceva però incontro ai più dotti una scuola nuova d’autori più schietti, che solo intendevano a trarre dal fondo della lingua viva quel tanto che avessero ciascuno di loro in sè di poesia. Tra’ più umili Feo Belcari scrittore di Laudi e di Rappresentazioni sacre e profane, avea sufficiente copia di vena limpida come l’acqua pura, ma fu più felice in prosa che in verso. È pure qui obbligo di registrare anche il Burchiello, barbiere di nome rimasto famoso, perchè fece d’un certo suo gergo poesia forse arguta, ma triviale; oscura oggi, ma popolare nei tempi suoi e che ebbe inclusive imitatori. È tempo qui dire come la stampa recata da qualche anno in Firenze producesse in lingua greca la prima edizione dei poemi d’Omero, curata dal greco Demetrio Calcondila, e da Bernardo Nerli, che ne fece la spesa, offerta con una sua lettera al giovinetto Piero de’ Medici, l’anno 1488: seguitarono a questa alcune altre nobili edizioni di classici Greci in carattere maiuscolo.
Noi siamo ai tempi del Magnifico e al declinare del secolo. Un libro a tutti noto e da pochi letto, è il Morgante Maggiore, poema cavalleresco di Luigi Pulci. Costui fece prova di buon giudizio trattando quella sorta di argomenti come cosa da ridere; ma è poi vero che non avrebb’egli potuto per l’animo, o saputo per la tempra di quella sua vena, salire a più alta sfera e tenervisi: ebbe egli potente l’ingegno, ma incurante d’ogni cosa e di sè stesso, beffardo, scettico, atto a dissolvere più che a comprendere e all’innalzare, nel che sta l’ufficio della poesia vera. Gli accade alle volte di raccogliere per via concetti pensati fortemente, o più di rado affetti soavi e semplici, ma non vi si ferma; scrive a rallegrare prima sè stesso e poi Lorenzo e i suoi convitati: alla fine del Poema, quando egli descrive la morte d’Orlando, lo diresti epico, se alla invenzione avesse egli data coltura e splendore d’espressione che bastasse. Compose il Poema nei primi anni di Lorenzo e sotto al patrocinio della madre di lui, severa e pia matrona, la quale invero male sappiamo capire qual viso facesse ad un libro dove le cose più sacre son poste in dileggio e, quello ch’è peggio, sotto al velame di un’ironia fina. Ma egli era cantore pei conviti spensierati, nei quali dovette riuscire mirabile per quella facile abbondanza di cui fa sfoggio come improvvisatore, mettendo a prove difficili e strane, ma non però affatto disaggradevoli, una copia di modi e di forme ch’era in lui grandissima e che egli profonde con sempre continua scorrevolezza. In lui non si cerchi le squisitezze dell’arte, ma sollevando l’ottava rima dalla pesantezza del Boccaccio e dalle bassezze degli altri, ne diede esempio utile a que’ sommi maestri ch’essa ebbe dipoi: quanto alla lingua è facile rinvenire in essa qualcosa di meglio compito nella struttura del discorso, di più andante nei periodi, qualcosa insomma di più avanzato e più universale di quello che fosse (tranne il Petrarca) negli scrittori del trecento, e che in sè annunzia ingegni più adulti. Luca e Bernardo, fratelli di Luigi Pulci, e un Matteo Franco prete famigliare di Lorenzo, scrissero anch’essi con lode poesie di vario genere.
Negli stessi anni scendeva in Firenze da Montepulciano un giovane, povero, ma già mirabile nei precoci studi, bentosto salito in fama col nome di Angelo Poliziano [n. 1454, m. 1494]. Veduto l’ingegno di lui singolare, Lorenzo de’ Medici lo fece subito cosa sua: i letterati pareano a quel tempo nascere latini, ma il Poliziano ebbe familiare anche la greca lingua così da nutrire coll’uso di entrambe quella classica eleganza che era tutta sua: imberbe ancora traduceva l’Iliade in esametri questo omerico fanciullo, come il Ficino lo appellava; tradusse poi nella breve sua vita, dal greco in latino, altri scrittori di verso e di prosa. Ebbe anche potenza di critica filologica, e col raffrontare autori antichi, o ne correggeva la lezione, o ne illustrava col vasto sapere, non che le lingue, anche le dottrine. Ma sopra ogni cosa era egli latino veramente nel poetare in tutti i metri e in tutti gli stili, sempre con eguale felicità, tanto erano a lui connaturali non che le forme anco il sentire delle età classiche, delle quali coglieva il fiore, nessuno imitando, ma com’egli fosse uno dei loro. Il che non può dirsi, ed è cosa da notare, di lui nelle scarse ma pure eccellenti poesie ch’egli scrisse in lingua italiana. Appare in queste non che l’imitazione generalmente dei Latini, ma specialmente di questo o di quello scrittore, e (come sogliono gli imitatori) non già dei sommi, perocchè questi non sai dove cogliere, ma gli altri puoi credere più facilmente di agguagliare. Del Poliziano abbiamo in lingua italiana il Dramma l’Orfeo e le Stanze sulla Giostra e poche altre minori poesie; le Stanze, in quanto alla leggiadria di lingua e gusto finissimo ed agli artifizi dello stile, non ebbero prima chi le agguagliasse nè di poi forse chi per tali pregi le abbia superate. Giace in San Marco il Poliziano accanto a Pico della Mirandola: sotto a loro volle avere sepoltura, con iscrizione commovente, l’amico d’entrambi Girolamo Benivieni; anima candida di poeta e cólto scrittore di versi platonici, che in età vecchia osava raccomandare a Clemente Settimo il nome del Savonarola e il Governo popolare di Firenze.
Tra gli scrittori dell’età sua Lorenzo de’ Medici avrebbe un luogo tuttavia eminente, quando anche a lui non l’avessero dato i servigi per altro modo resi alle lettere. È tempo qui dire che Lorenzo non era poeta nel più alto valore di questa parola, ma ebbe a sufficienza facilità e copia, e ingegno educato a eleggere il bello: poco studioso del greco e del latino, amò come uomo e come principe quella lingua ch’egli udiva allora in sul fiore, e vivacissima sulle labbra dei sommi uomini come dei volgari, da quei che salivano le scale del Palazzo di Via Larga, fino ai contadini del Poggio a Caiano e di Careggi che molto si piaceva di praticare. Abbiamo di lui Canzoni e Sonetti in molto numero, dove con elevatezza di stile trattava l’amore platonico, e versi ch’erano espressione d’amori volgari, e Scherzi satirici e Stanze in lingua contadinesca; abbiamo Prose gravi e studiate ad illustrare, com’era costume, Sonetti che aveva egli lavorati per indi porvi quella illustrazione: nessuno di questi scritti basterebbe a fare di lui un grande autore, nessuno è tale che un valent’uomo se ne vergognasse. Ma quando Pico della Mirandola poneva Lorenzo come scrittore più in su di Dante e del Petrarca, noi dobbiamo in tale giudizio ravvisare una di quelle storture di cui si rendono capaci alle volte i sommi ingegni: e altresì l’effetto di quelle incertezze, di quel disordine in cui s’aggirava tra’ letterati allora il concetto della lingua nostra da essi creduta o poco degna, o non sufficiente a chi volesse usarla nei libri.
Da noi si chiama buon secolo della lingua nostra quello di Dante e del Petrarca e del Boccaccio: ma gli scrittori in quella età non ebbero tanta fiducia di sè stessi nè tanta superbia. Il che si dimostra in primo luogo dal disputare che si fece subito intorno alla lingua, la quale avendo taccia di bassezza, non era autorevole bastantemente sulla nazione; era un dialetto venuto su quando una spinta maravigliosa fu data agl’ingegni, ma senza corredo di scienza bastante. Sentiamo mancare nella prosa all’efficacia della lingua l’arte del dire; in quella età noi cerchiamo la potenza della parola e della frase, ma non vi troviamo bastante evidenza nei costrutti, e l’orditura dei periodi si dimostra per lo più timida o intralciata. Questo sentivano gli scrittori, massimamente poi quando ebbero assaggiato gli autori latini: Filippo Villani tace di Giovanni; e di Matteo suo padre dice avere egli usato «lo stile che a lui fu possibile, apparecchiando materia a più dilicati ingegni d’usare più felice e più alto stile.[561]» Nè avrebbe il Boccaccio al nostro idioma fatto la violenza ch’egli fece, se non avesse nella prosa creduto trovarlo come giacente e da cercare altrove i modi e le forme a dargli grandezza. Le varie parti della coltura non avendo le une con le altre avuto in Italia rispondenza sufficiente, quei primi sommi parve si alzassero come giganti per virtù propria, dopo sè lasciando un intervallo per cui le lettere cominciassero un altro corso dove i primi gradi già fossero stati con inverso ordine preoccupati. Il che nelle arti belle non avvenne, e quindi poterono esse regolatamente salire alla loro perfezione: ma le lettere invece di Giotto ebbero subito Michelangiolo, terrore agli altri piuttosto che guida; ed il Boccaccio avendo trovato la lingua già bene adulta ma inesperta, la fece andare per mala via; il solo Petrarca, più degli altri fortunato, lasciò dietro sè lunga e prospera discendenza.
Avvenne per questa mala sorte che la lingua, innanzi di farsi e di tenersi donna e madonna come si conveniva a tali uomini ed a tale popolo, non bene osasse distaccarsi dal latino che stava siccome suo legittimo signore, talchè all’italiano si diede per grazia l’umile titolo di volgare. Nè questa ignobile appellazione cessava col volger dei tempi, e le traduzioni dal latino s’intitolavano volgarizzamenti; ed anche oggi quel che si scrive da noi letterati diciamo scrivere in volgare, Dio ce lo perdoni. Ma quando pei cercatori dei libri classici il latino fu ogni cosa, e chi non facesse di quello il suo unico studio ebbe nome d’uomo senza lettere; allora alla lingua stata compagna dei loro affetti mandarono i dotti il libello del ripudio, anzi fu cacciata via come la serva quando torna la matrona. Sarebbe al Poggio ed ai suoi pari sembrato vergogna scrivere italiano, onde egli scriveva latine le Istorie dei tempi suoi e le Lettere e perfino le Facezie. I poveri scritti di chi aveva narrato le cose come le aveva fatte, si traducevano in latino perchè si acquistassero un poco di stima. Nè Pico della Mirandola fu il primo che dicesse mancare al Petrarca le cose, e a Dante le parole; questi era stato già tempo innanzi vituperato come sciupatore del bello classico da Niccolò Niccoli erudito raccoglitore di vecchi libri, che lui chiamava (così almeno lo fanno parlare) «poeta da fornai e da calzolai,» perchè non seppe nè bene intendere Virgilio nè avviarsegli dietro pei campi floridi della poesia.[562]
Più tardi Cristoforo Landino, che fra tutti difese la lingua toscana e la usava felicemente, sentenziò pure «ch’era mestieri essere latino, chi vuol essere buono toscano.[563]» Encomia l’industria che Leon Battista Alberti pose a trasferire in noi l’eloquenza dei Latini; nè certo si vuole togliere merito a siffatto uomo, nè a Matteo Palmieri nè ad altri lodati con lui: ma fatto è poi che il seguitare nell’italiano le norme latine, come essi fecero, tolse loro di essere letti mai popolarmente, così che si giacquero per lungo tempo come dimenticati, ed oggi guardandoli a fine di studio, ne pare di leggere una lingua morta. Cotesti almeno erano uomini educati ai buoni studi: ve n’erano altri d’ingegno più rozzo, i quali per volere essere eloquenti in verso ed in prosa, cercando norme all’italiano fuori di sè stesso, facevano certi pasticci di lingua nè latina nè volgare, la quale usciva come per singhiozzi che fanno spavento; di che, strani esempi potrei allegare se fosse qui luogo. Ma vale fra tutti quello di Giovanni Cavalcanti, del quale abbiamo lungamente più sopra discorso: costui, che avrebbe potuto essere buon cronista, fu dall’abuso dei precetti che allora correvano condotto ad essere malo istorico.
Così andarono le cose nella repubblica delle lettere fino a Lorenzo de’ Medici e al Poliziano; questi certamente mostrò nelle Stanze scritte da lui a venticinque anni, e poi non finite, una squisita forma di poesia che annunziava già i tempi nuovi, di cui può dirsi prima e gentile apparizione. Cionondimeno quell’uomo stesso faceva latini poi finchè visse i versi e le prose fino al racconto della Congiura de’ Pazzi, fatto domestico e tremendo, al quale era stato in mezzo e che tante passioni doveva destargli nell’animo; ed abbiamo poc’anzi notato che il Poliziano nella poesia pareva trovarsi più in casa sua quando scriveva latino; più imitatore in quel componimento che s’era arrischiato egli a scrivere italiano. Lorenzo de’ Medici si scusa d’avere in lingua volgare commentato i suoi sonetti, tale quale come Dante se n’era scusato dugent’anni prima.
Ma nulla dunque si era fatto in quei dugent’anni quanto all’uso della nostra lingua? S’era fatto molto, ed ogni giorno si faceva; ma il male stava in ciò, che tale uso procedeva bipartito, essendo pel naturale andamento suo più cólto nei popoli, ma insieme più guasto nei libri. Un assai grande numero di lettere scritte nel quattrocento furono in questi anni pubblicate, e ne abbiamo noi vedute molte manoscritte; e molte, tratte dagli Archivi di Firenze, sono allegate nel grande Vocabolario. Ora le lettere familiari danno sempre l’espressione più naturale e più immediata del vivo parlare, e chi le raffronti ad altre più antiche, le troverà scritte in modo che annunzia lingua più adulta e più conforme a quella che poi fu la moderna italiana lingua. Ma nei libri stessi usciti in quel secolo, sebbene pallido ne sia lo stile, pure il discorso procedeva meglio ordinato e più finito e più somigliante ad uomo già fatto; ma non però bello quanto promettevano le grazie e il fuoco delle età prime. Io pure grido, Studiamo il trecento, secolo che aveva in sè certamente quella potenza che più non ebbe la lingua nostra: ma vero è poi, che di tutte le nazioni gli antichi scrittori si riveriscono come vecchi intanto che si amano come fanciulli; si ammirano per la ingenuità loro e per la forza, ma non si saprebbe nè si vorrebbe per l’appunto scrivere a quel modo. Tuttociò avviene sempre e dappertutto; ma fu a noi tristo privilegio che la lingua dipoi si dovesse o si credesse dovere attingere dal trecento, quasichè in essa il corso del tempo facesse il vuoto o altro non avesse fatto che guastarla.
Negli ultimi anni del quattrocento aveva la lingua dunque per sè medesima progredito quanto a una struttura più regolare, ma dall’essere usata poco e trascuratamente nei libri, pareva e anche oggi a noi pare, in fatto essere decaduta da ciò che ella era nel secolo precedente. Lorenzo de’ Medici, il Landino ed altri dicono spesso alla lingua nostra essere mancati gli uomini e il buon uso che appellano stile. Il che fu vero quanto allo scriverla come abbiamo qui sopra notato; ma fu anche vero quanto al parlare questa lingua in modo che fosse norma ed esempio agli scrittori: su questo punto ne conviene un poco fermarsi. Mi sovviene avere una volta udito il Foscolo dire nell’impeto del discorso, che «la lingua nostra non era stata mai parlata:» nella quale enfasi di parola pare a me stesso il germe di un vero che ora si svolge sotto agli occhi nostri. Ma il campo non era libero a quel tempo, e si disputava chi avesse ragione, se il Cesari purista, o il Cesarotti licenzioso, o il Perticari con quella sua lingua che stava per aria. Oggi il Manzoni, sgombrando quel campo, ha dato a noi terreno fermo col fare consistere nell’uso ogni cosa: nè chi voglia uscire da quella dottrina può stare sul vero. Ma se a dire lingua si dice qualcosa fuori d’una semplice nomenclatura, e se invece si tenga essere l’espressione di tutto il pensare d’un popolo cólto, certo è che gli usi di questa lingua sono diversi quanto diverse le relazioni cui deve servire; e che in ciascuna, oltre all’essere disuguale il numero delle parole che si adoperano, è varia la scelta di queste parole. Al che si aggiunga (e ciò è capitale) che oltre alle parole, le frasi e il giro e i collocamenti di esse e la contestura del periodo, ed in certi suoi elementi la forma di tutto il discorso che sempre ha del proprio e del distinto in ogni nazione, tutte queste cose fanno insieme la lingua di quella nazione. So che la lingua in tal modo intesa dovrebbe piuttosto chiamarsi linguaggio, ma so che a distinguere con secco rigore l’una dall’altra queste due parole, starebbe la lingua tutta intera nei vocabolari, dov’ella si giace come cosa morta. Sotto questo aspetto bisogna pur dire che la lingua che si parla differisce in molte sue forme dalla lingua che si scrive, secondo che variano parlando o scrivendo gli intendimenti, le volontà ed in qualche modo lo stato degli animi in chi mette fuori il suo pensiero e in chi lo ascolta presente o deve poi da sè leggerlo sulla carta. Per esempio, nella rapidità del discorso familiare non sempre avviene fare periodi che stieno in gambe, come suol dirsi, perchè in tal caso alla intelligenza molti aiuti provvedono, e la parola come alterata da una concitazione d’affetti, ne diventa spesso più efficace. Chiaro esprimeva questo pensiero Giovan Battista Gelli nella prefazione d’una sua commedia:[564] «Altra lingua è quella che si scrive ne le cose alte e leggiadre e altra è quella che si parla familiarmente; sì che non sia alcuno che creda che quella nella quale scrisse Tullio, sia quella che egli parlava giornalmente.» Questo dice il Gelli; nè intendevano del comune parlare coloro che innanzi di lui scrivevano essere mancati gli uomini alla lingua.[565]
Ma se poi si guardi non più al discorso familiare, sibbene a quello di chi parla solo ed a bell’agio e non interrotto, in faccia ad un pubblico o ad una qualsiasi radunanza; allora il linguaggio s’avvicina molto allo scrivere, di cui ben fu detto non essere altro che un pensato parlare: nondimeno chi ponga mente, per non dire altro, al tempo che mette generalmente più lungo in questo pensare l’uomo che scrive di colui che parla, non che al discorso che n’esce fuori; noterà essere delle differenze per cui la parola scritta è meno viva sempre di quella ch’esce parlando quanto mai si possa pensatamente. Si vede nei libri, quando l’autore poco avvezzo a dire le cose, va cercando ad esse una forma che si adatti ai libri: nei Greci antichi e nei Latini ci si fa innanzi sempre l’oratore. Imperocchè allo scrivere con efficacia è grande aiuto l’uso del parlare, dove uno s’addestra a certo artifizio cui più di rado pervengono le scritture; dico quella distribuzione sagace di concisione e di abbondanza e di facilità e di sostenutezza, e quei colori appropriati a’ luoghi secondo richiedono i vari argomenti e le diverse parti dell’orazione: s’imparano queste cose dagli effetti che in altrui produce la nostra parola. Laonde a chi scrive manca una scuola molto essenziale, quando egli non abbia la mente già instrutta di quelle forme per cui si esprimono parlando le cose che egli vuole scrivere. La quale mancanza, che fu in Italia dai tempi antichi e si protrasse poi nei moderni, ha dato spesso ai nostri libri certa aridità solenne, la quale ebbe nome di stile accademico. Da questo vizio salvò i Francesi la conversazione, la quale fu ad essi come una sorta di vita pubblica e informò lo scrivere in ogni qualsiasi più grave argomento; talchè gli scrittori nel tempo medesimo che ne acquistavano maggior vita, divennero anche più facilmente e più generalmente popolari, così da esercitare nella lingua quel maestrato il quale ha bisogno la lingua medesima che venga dai libri. Questa sorta di maestrato quale si sia disse tanto bene Vito Fornari in un recente suo libretto, ch’io farei torto al mio concetto se non lo esprimessi con le medesime sue parole: «Se egli è giusto il dire che il linguaggio non istà tutto negli scrittori, non si vorrà per questo affermare che si trovi intero fuori degli scrittori. Certi fatti mentali, e certe più fine relazioni e determinazioni del pensiero, non si vedono distintamente e non vengono significate se non quando si scrive, cosicchè alcuna piccola parte de’ vocaboli e molta parte de’ modi di dire e de’ costrutti non si può imparare altrove che nelle scritture.[566]»
Per essere in questo modo imperfetta la lingua nostra, potè nel secolo di cui scriviamo essere accusata «di viltà e non capace nè degna di alcuna eccellente materia e subietto;» come attesta Lorenzo de’ Medici in quel Commento del quale abbiamo poc’anzi discorso. Bene egli l’assolve da tale accusa con argomenti di ragione e con gli esempi di Dante e del Petrarca e del Boccaccio. Ma quasi non fossero per sè valevoli quegli esempi, afferma al suo tempo essere la lingua «tuttora nella adolescenza, perchè ognora più si fa elegante e gentile. E potrebbe facilmente nella gioventù e adulta età sua venire ancora in maggiore perfezione, tanto più se il Fiorentino impero venisse ad ampliarsi e a distendersi maggiormente:[567]» pensiero nel quale stavano adombrati il male e il rimedio, ma insieme i concetti dell’uomo di Stato. Tali erano dunque le condizioni di questa lingua negli ultimi anni del quattrocento; l’abbiamo veduta per l’andamento suo naturale progredire nelle sue più familiari ed umili forme, e nella opinione dei letterati intanto scadere. Ma ricorrendo ora col pensiero per tutto quello che si è finquì scritto, abbiamo noi ed avrà chi legge, dovuto accorgersi che il discorso nostro non v’era mai stato caso che uscisse fuori dei confini della Toscana. Di ciò cagione fu la mancanza di libri o scritture in lingua italiana usciti dalle altre provincie d’Italia. È fatto che importa, e ora vuol essere meglio dichiarato.
Volere discernere se dalla cultura dei primi Toscani uscisse la lingua o dalla lingua la coltura, somiglierebbe troppo l’antica lite di precedenza che fu tra l’ovo e la gallina; poichè la lingua essendo una materiale determinazione dei pensieri e degli affetti che si produssero dentro a quel popolo che la forma, diviene strumento che rende capace quel popolo a nuove produzioni del pensiero e a viepiù estendere la sua coltura. Oltredichè una lingua è monca e dappoco finch’ella non abbia la sua finitezza negli usi letterari, cioè finchè non sia capace ad esprimere le cose pensate fuori del comune uso e prima ordinate dalla lenta opera degli intelletti, finchè non abbia insomma prodotto dei libri. Ciò avvenne in Toscana subito dopo al 1250, prima di quel tempo dovendosi credere non bene compita questa moderna favella, come Dante la chiamava. Ma ebbe ad un tratto scrittori in buon numero, e si cominciò a tradurre in lingua volgare gli autori latini; il che era indizio di nuovo idioma in tutto distaccatosi dall’antico. E furono gli anni nei quali Firenze divenuta possente ad un tratto, si rivendicava in libertà, fondava una repubblica popolare, pigliava in Italia l’egemonia delle città guelfe, diveniva maestra delle Arti e produceva il libro di Dante.
La lingua latina, o a meglio dire la lingua classica dei libri latini, che fu esemplare ai nostri autori fino dal nascere del volgare, era il portato di una solenne elaborazione del pensiero, la quale si fece dentro a Roma stessa, sovrapponendosi alla forma latina che aveva quivi il parlare degli Italici. Nata nel fôro e nel Senato e poi sovrana sul Campidoglio, si distendeva per tutta Italia come lingua insieme politica e letteraria; discesa quindi nelle Basiliche dei cristiani, divenne propria della religione. Così può dirsi che il latino venisse a scendere nella lingua nostra seguendo due strade in parte diverse. Discese ne’ vari popoli d’Italia seguendo la naturale trasformazione dei dialetti che fin dalla prima conquista romana si erano formati nelle varie provincie d’Italia. Discese poi per l’autorità somma che diedero al latino classico, qui ed altrove, la religione, la politica, la giurisprudenza e la cultura letteraria dai primi e più elementari dirozzamenti al punto ultimo in fin dove potè condursi in quella età. Fu questo modo comune a tutte le parti d’Italia, salvo in ciascuna d’esse le differenze dei dialetti e della cultura. Ora a me sembra che la Toscana avesse in entrambi questi modi un qualche vantaggio sulle altre provincie; e che le due strade per le quali passò il latino a farsi italiano fossero in Toscana o meno distanti tra loro o quasi congiunte. Si è detto già come il volgare nella sua stessa antica rozzezza dovesse qui essere più latino di quel che fosse colà dov’era mistura di celtico; e la stessa lingua letteraria dovette qui avere per le cagioni medesime assai più facile entratura. Tale vantaggio ebbero i Toscani; ma recò ad essi questo inconveniente, che il latino e il volgare più facilmente si confondessero, e che il latino stesse innanzi agli scrittori non solamente come esemplare, ma come termine verso cui dovesse intendere il volgare scritto, quasichè a culmine di sè stesso. Di tutto ciò pare a me rinvenirsi una qualche traccia da Dante infino al Machiavelli; che è quanto dire per tutto il corso della formazione compiuta e stabile della lingua nostra.
In tutto diverse dalle condizioni che aveva il latino avuto in Roma, furono quelle che il volgare si era fatte in un popolo d’artisti, ed ebbe tosto una letteratura che per due secoli manteneva l’impronta in sè stessa della città che l’avea formata. Quale si fosse abbiamo noi cercato mostrare sin qui: ma perchè s’intenda come le altre provincie nulla a quel moto partecipassero, vorremmo che studi maggiori si facessero sopra i vari dialetti d’Italia, mostrando per quali più lenti passi si conducessero anch’essi ad avere scrittori che fossero da contare oggi tra gli italiani. Allora si vedrebbe fino a qual punto ciò conseguissero per via d’imprestiti sopra i libri d’autori toscani; ma nè potevano questo fare, nè il farlo sarebbe stato sufficiente, finchè i dialetti più inferiori avessero tutta serbata l’antica loro povertà e rozzezza. Era il toscano, in fine dei conti (come si è veduto), un italiano più compiuto e più determinato, più omogeneo in sè stesso e più latino, perchè il parlare dell’antica plebe a questo più affine, aveva in sè stesso trovato la forma della lingua nuova a cui si era più presto condotto. Nelle altre provincie più era da fare; e quello che si fece, rimase dialetto perchè le misture avevano in sè troppo forti discordanze; i suoni, gli accenti sempre non erano italiani.
A mezzo il dugento uno scrittore pugliese, Matteo Spinelli da Giovenazzo, avrebbe prima del Malespini in una sua Cronaca mostrato un esempio di lingua italiana, che poi rimaneva lungamente solitario. Il che invero non sapeva io troppo bene come spiegarmi: se non che in oggi, dopo alle cose scritte da un dotto tedesco pare a me essere dimostrato, che nella Cronaca del Pugliese avesse un uomo del cinquecento levigato l’antico idioma e forse in qualche parte corretto lo stile, perchè io non so bene indurmi a credere che fosse tutta falsificata e che l’editore l’avesse a disegno spruzzata di antiche voci e desinenze napoletane.[568] Gran tempo corse prima che uscissero da quelle provincie, e meno ancora dalle settentrionali, libri di prosa scritti in una lingua la quale non fosse come rinchiusa nel natìo dialetto. Ne abbiamo esempio in quella Vita di Cola di Rienzo la quale fu o si crede scritta dal romano Fortifiocca dopo alla metà del trecento. Qui perchè siamo nella Italia media, la penna corre facile e sciolta; ma tanto è ivi del romanesco, tante le alterazioni dei suoni e quelle che a tutto il resto d’Italia infino d’allora comparivano brutture, da porre quel libro fuori del registro dei libri italiani. Quanto alle lettere familiari, un maggiore studio sarebbe da farne secondo i tempi e le provincie; ma, per via d’esempio, quelle che abbiamo degli Sforza irte e stentate, fanno contrasto alle bellissime che allora e prima scrivevano l’Albizzi[569] e altri Commissari fiorentini. Le Cronache in lingua italiana, ma di autori non toscani, che si hanno dalla metà del XIV fino verso la fine del XV secolo, nulla c’insegnano di quello che importi al nostro proposito, perchè il Muratori che le pubblicava badando ai fatti, e non volendo nè oscurarli con le rozzezze dei dialetti, nè tener dietro alle ignoranze dei copisti, tradusse (com’egli accennava nelle prefazioni) coteste Cronache nella lingua comune al suo tempo. Generalmente però è da notare che appartengono all’Italia media o alla Venezia, poche estendendosi verso il mezzogiorno: in quelle provincie la lingua italiana si era formata più d’accordo con sè stessa per la maggiore affinità che era tra’ popoli primitivi; e potè quindi salire al grado di lingua scritta più presto che non potessero quelle dov’erano popoli usciti di razza celtica od iberica. Le versioni dei Romanzi di cavalleria generalmente scritti in lingua francese, dovrebbe cercarsi se alle volte non appartenessero ai luoghi dov’ebbe maggiore entrata questo idioma. Tutto ciò vorrei che gli eruditi ci dichiarassero, pigliando esempio dalla non mai infingarda curiosità degli uomini tedeschi. Ma si tenga a mente come tra l’uso della poesia e quello della prosa le cose andassero in modo diverso. La poesia lirica fu italiana dai suoi primordii e si mantenne: da Ciullo d’Alcamo siciliano al Guinicelli bolognese ed al Petrarca un andamento sempre uniforme la conduceva fino al sommo della perfezione per una via che rimase sempre l’istessa nel corso dei secoli. Emancipatasi dal latino prima della prosa, fu in essa più certo l’uso della lingua ed ebbe consenso che l’altra non ebbe: quindi noi troviamo che in sulla fine del quattrocento v’era una lingua nazionale della poesia, che nulla ha per noi nè d’antiquato nè di provinciale; il che non può dirsi dei libri di prosa.
Ma quello era il tempo nel quale in Europa non che in Italia pareano le cose pigliare un essere tutto nuovo; ciascuna nazione d’allora in poi ebbe la propria sua lingua più o meno perfetta, ma in tutte recata a foggia moderna. Era un procedere naturale, ma che in Italia più vivo che altrove, doveva estendersi dappertutto: le minori città, meno chiuse in sè medesime poichè avevano perduto ciascuna la fiera indipendenza municipale, si aggregavano alle grandi, e l’una con l’altra più si mescolavano; la vita più agiata voleva relazioni più frequenti, gli Stati col farsi più vasti creavano nuovi centri di cultura, le Corti ambivano essere accademie. Intanto lo studio classico diffuso per tutta l’Italia valeva molto a correggere quei volgari ch’erano rimasti infino allora meno latini; dal fondo di ciascun dialetto cavava lo studio dei libri classici una forma, la quale applicata all’uso cólto di quei dialetti, faceva quest’uso naturalmente essere più italiano e più capace di trarre a sè quella finitezza che prima avevano acquistata i soli libri dei Toscani: venivano i suoni a farsi più molli, più agevole certa speditezza di costrutti; molte proprietà di lingua che i Toscani avevano appreso dall’uso antico tra loro, gli altri imparavano dal latino. Notava sapientemente il Tommasèo, come le etimologie sieno più assai che non si crederebbe mantenute dall’uso del popolo non che da quello dei grandi scrittori: ciò era in Toscana più spesso che altrove; negli altri dialetti gli uomini cólti le ritrovavano qualche volta per lo studio dell’antico latino e quindi le riconducevano nei libri. A questo modo il latino, ch’era stato impedimento allo scrivere dei Toscani, condusse nelle altre provincie i dialetti a meglio rendersi italiani.
In questo tempo era trovata la stampa, dal che la parola aveva acquistato come un nuovo organo a diffondersi. Presso i Greci ed i Latini e in tutte le antiche letterature pagane, chi si metteva a scrivere un libro sapeva bene che sarebbe andato in mano di pochi; cercavano quindi il loro teatro, a così dire, nella posterità: di qui è che i libri ne uscivano più pensati e meno curanti di essere popolari; questo vantaggio hanno i libri classici, e quindi più servono alla disciplina del pensiero. Ma lasciando stare queste cose, gli autori toscani, eccetto i poeti, scrivevano sì per l’uso del popolo ma solamente per quello della provincia loro, non credendo essere intesi nelle altre: quindi è che i libri che apparissero meritevoli, venivano tradotti in lingua latina per dare ad essi, così dicevano, maggiore divulgazione. Quando poi si cominciò a stampare (com’è naturale) quei libri ch’erano più cercati, ebbe il Petrarca la prima edizione l’anno 1470, e la ebbe il Boccaccio nel tempo medesimo; nel 1472 tre non delle maggiori città d’Italia si onoravano pubblicando ciascuna il Poema di Dante, che usciva a Napoli poi nel 1473, ed aveva bentosto l’aggiunta di nuovi commenti, ma in lingua latina. D’altri toscani antichi non mi pare che avesse edizioni in quei primi anni altri che il Cavalca sparsamente per l’Italia, ma per tutte quasi le varie sue opere; e oltre lui, pochi degli ascetici: stamparono questi perchè erano i soli che avessero fama allora in Italia e che dovessero andare tra ’l popolo.
Nel mentre che autori delle altre provincie pubblicavano commentato in lingua latina il libro di Dante, un toscano che da principio soleva scrivere latina ogni cosa, Cristoforo Landino, poneva le mani a stenderne un molto ampio commento in lingua italiana. Di già i vecchi commentatori del trecento parevano a lui essere un poco antiquati, ed io per me credo che senza la stampa non avrebbe egli pensato un lavoro il quale intendeva riuscisse, come ora si direbbe, popolare. Lo stesso Landino avea pubblicato l’anno 1476 una versione dell’Istoria naturale di Plinio in lingua fiorentina, che altrove chiama toscana e dice essere lingua comune a tutta Italia. Questa versione, dov’entra un numero stragrande di voci, ed il Commento dantesco stampato nel 1481, io credo non poco servissero agli scrittori tuttora inesperti, che ebbero in quei libri un esemplare di lingua vivente allora in Firenze ma non di lingua delle piazze, perchè il Landino per antico abito disdegnava quei modi di scrivere che a lui sapessero di plebeo. Nello stesso anno 1481 usciva il Morgante di Luigi Pulci; e insieme i tre libri non poco servirono a render meglio familiare l’uso dello scrivere in lingua comune. Lorenzo de’ Medici e Angiolo Poliziano ebbero fama, e non del tutto immeritata, come restauratori del buono scrivere italiano. Lorenzo promosse l’uso di questa lingua e lo difese, dandone egli stesso in verso e in prosa pregiati esempi. Seguendo il genio suo nativo, che lo conduceva bene all’acquisto della grandezza, cercò egli essere popolare; la conversazione lo aveva formato più che lo studio; si atteneva quindi assai di buon grado all’uso fiorentino in quelle minori poesie, le quali, o sacre o sollazzevoli, bramava che fossero cantate dal popolo; facea versi anche pe’ contadini. Per tutto questo meritò bene della lingua, più ancora che non facesse il classico Poliziano, il quale insegnava a trarre la forma della poesia italiana dai greci autori e dai latini.
Finiva il secolo, e la lingua toscana s’avviava a farsi italiana. Alle altre provincie, secondo che divenivano più cólte, non bastava l’uso di quei volgari plebei a cui rimase nome di dialetti; perchè a cotesto uso mancavano spesso non che le voci per cui si esprimono idee non pensate dagli uomini rozzi, ma più ancora le frasi o locuzioni e il giro e la forma di quel discorso più condensato che si chiama scelto, più breve e rapido perchè cerca comprendere un maggior numero d’idee; forma che serve generalmente a chi si mette a scrivere un libro. Non so che i dialetti fossero insegnati nelle scuole, nè che si pensasse a coltivarli come lingua letteraria. Ciò tanto è vero, che il fare libri nel dialetto proprio agli autori non toscani, cominciò tardi, e fu per gioco e come una sorta di prova non tanto facile, perchè lo scrittore deve in quel suo dialetto cacciare e costringere le frasi e i costrutti ch’egli era solito pigliare da un uso più cólto e più universale. Ma per contrario, quando nel primo tempo l’autore avvezzo al suo dialetto voleva innalzarlo fino a quella lingua ch’era intesa da tutti, ne aveva in sè il germe che la coltura vi avea già posto; e il nuovo processo veniva più facile, essendo per molta parte il compimento di quell’antico suo parlare. È stato già detto che a scrivere bene in lingua italiana, la meglio è cercarla ciascuno nel fondo del suo dialetto, perchè a correggere o a dirozzare questo si vede uscirne fuori quella lingua comune di cui la lingua toscana già diede agli altri dialetti la forma e che n’è il fiore e la perfezione. Ma questi dialetti poichè non bastavano a quell’uso più ampio e più scelto, chiunque volesse parlare o scrivere in tal modo non poteva pigliarne le forme da un altro dialetto, perchè non s’intendono questi fra loro; poteva bene pigliarle da quel linguaggio e da quell’uso più accettabile universalmente, che vivo in Toscana corregge dappertutto i plebei parlari perchè più italiano di ciascuno d’essi. Ciò veramente poteva in qualche parte dirsi opera di traduzione; e questo fu il caso di quei primi non toscani, i quali sul finire del secolo XV cominciarono a scrivere libri in lingua toscana.
Vorremmo allegare qui alcuno di quelli sparsi documenti che a noi fu lecito di raccogliere, se fosse qui luogo a minute ricerche o se quelle che abbiamo fatte ci apparissero sufficienti. Crediamo però che i pochi esempi sieno conferma di quello che abbiamo sopra accennato quanto alla difficoltà che avevano maggiore o minore le altre provincie a farsi nello scrivere italiane, secondo le varie qualità delle misture ch’erano entrate in ciascun dialetto. Abbiamo un Testamento politico di Lodovico il Moro[570] scritto sulla fine del quattrocento in lingua milanese che vorrebb’essere italiana; e nella città stessa abbiamo l’Istoria di Bernardino Corio, che finisce al primo entrare del secolo susseguente: qui sembra il dialetto nascondersi affatto, ma lo stile duro e faticato ha proprio l’aspetto d’un nuovo e non sempre felice sforzo che l’autore fece usando una lingua che tutti leggessero. Questa, e l’Istoria napoletana di Pandolfo Collenuccio da Pesaro, credo sieno i primi libri dove il toscano fosse cercato da scrittori non toscani: il Corio di molto sopravanzò l’altro per la materia, ma il Pesarese più franco e sicuro in quanto alla lingua, scrive anche in modo assai più scorrevole. Generalmente gli uomini più meridionali e, su su venendo, quelli della sponda dell’Adriatico, si erano prima fidati più degli altri al natìo dialetto così da usarlo anche nello scrivere. I Veneziani, etruschi d’origine, come hanno dialetto meno degli altri discordante, così lo usarono, sebbene con qualche temperamento, sino al finire della Repubblica nelle arringhe che si facevano in Senato o nella sala del Gran Consiglio; tanto che v’era un’eloquenza in veneziano, quale non credo che fosse nemmeno in Firenze, dove il Gran Consiglio durò poco, e prima era scarso l’uso del parlare in modo solenne. La vita e la lingua qui erano nel popolo, da cui venivano come a scuola gli scrittori quando al principio del cinquecento l’urto straniero ci ebbe insegnato a rendere cose quanto si poteva nazionali, la vita almeno civile e la lingua.
Pochi anni prima di quel tempo Fra Girolamo Savonarola venuto giovane da Ferrara dove il parlare aveva qualcosa del veneto, cominciò in Firenze a predicare. «Da principio diceva ti e mi; di che gli altri Frati si ridevano.[571]» Divenne poi grande oratore avendo appreso qui la correttezza e la proprietà della favella, senza mai troppo cercare addentro nell’uso più familiare di questo popolo Fiorentino. Dal quale poi trasse non poco un altro Ferrarese, l’Ariosto, ma con quel fino e squisito gusto ch’era a lui proprio; e se io dovessi dire quali autori allora o poi meglio adoprassero nelle scritture quell’idioma che solo era degno di essere nazionale, porrei senza fallo il nome dell’Ariosto accanto a quelli di due Toscani, che sono il Berni ed il Machiavelli. Lo scrivere andante si poteva bene imparare anche da due poeti come quelli, perchè infine la lingua della poesia viene dalla lingua della prosa, di cui non è altro che un uso più libero.
Così alla fine questo volgare che aveva data nei suoi primordii una promessa poco attenuta, che fu negletto per oltre un secolo o rinnegato anche in Toscana da chi teneva il latino essere tuttavia l’idioma illustre della nazione, questo volgare divenne allora quel che non era mai prima stato, lingua italiana. A questo effetto andavano tutte insieme le cose allora in Italia: già la coltura diffondendosi agguagliava presso a poco l’intera nazione ad un comune livello, intantochè le armi forestiere distruggevano in un con le forze provinciali e cittadine quanto nei piccoli Stati soleva in antico essere di splendore e di bellezza; l’idea nazionale, che allora spuntava, cominciò a farsi strada nella lingua. Ma era troppo tardi: gli ingegni fiorivano, le lettere e le arti toccavano il colmo, l’Italia insegnava alle altre nazioni fino alle eleganze e alle corruttele della vita; possedeva una esperienza accumulata d’uomini e di cose tale, che una piccola città italiana aveva in corso più idee che non fossero allora in tutto il resto d’Europa; di scienza politica ve n’era anche troppa. Ma quando poi sopravvennero i tempi duri, questo tanto sfoggiare d’ingegni non approdò a nulla, perchè le volontà in Italia erano o guaste consumate dall’abuso, o vólte a male. Quegli anni che diedero i grandi scrittori passarono in mezzo a guerre straniere, dove gli Italiani da sè nulla fecero, nulla impedirono; e come ne uscisse acconcia l’Italia non occorre dire.
Dopo le guerre e dopo i primi trent’anni del cinquecento, erano i tempi ed il pensare ed il sentire di questa nazione tanto mutati da mostrare il vuoto che era sotto a quella civiltà splendida ma incompiuta: da quelli anni in poi calava il nostro valore specifico (se dirlo sia lecito), e il nostro livello a petto alle altre nazioni d’Europa venne a discendere ogni giorno. Mancò nel pensiero, perchè era mancato prima nella vita, l’incitamento ad ogni cosa che non fosse chiusa dentro ad un cerchio molto angusto; mancò la fiducia che all’uomo deriva dall’aperto consentire insieme di molti: v’era in Italia poco da fare. Nè ai tanti padroni che aveva essa dentro andava a genio che si facesse; e già la stanchezza o una mala sorta d’incuranza disperata menavano all’ozio, interrotto solamente da quelle passioni che non hanno scusa nemmen dal motivo; la conversazione tra gente svogliata o avvilita o malcontenta non pigliava vigore nè ampiezza dai gravi argomenti; i libri meno che per l’innanzi andavano al fondo nelle cose della vita: dice il Fornari molto bene, che «tra letterati e lettori non v’era in Italia quella comunicazione intima e piena» per cui la vita, la lingua, le lettere tra loro s’aiutano.
Noi crediamo che nei libri qualcosa debba essere che sia imparata fuori dei libri, perchè altrimenti lo scrivere viene quasi a pigliare la forma d’un gergo necessariamente arido e meno efficace, da cui s’aliena il comune dei lettori. Ciò avvenne bentosto in Italia, e fu in quel tempo quando la lingua più si voleva rendere universale e n’era essa stessa divenuta più capace avendo perdute allora le asprezze d’un uso ristretto, e nel diffondersi della coltura avendo acquistato migliore esercizio nelle arti della composizione. Ma giusto in quel tempo questa lingua per certi rispetti più accuratamente scritta, fu meno parlata; e la parola meno di prima fu espressione di forti pensieri ed autorevoli e accetti a molti: vennero fuori i letterati, sparve il cittadino; scrivea per il pubblico chi nella vita non era avvezzo parlare ad altri che alla sua combriccola: quindi l’eloquenza si foggiò all’uso delle accademie le quali erano una sorta di sparse chiesuole. Mancò alla lingua un centro comune perchè mancava alla nazione: ne avevano entrambe lo stesso bisogno, che appunto allora cominciò ad essere più sentito, sebbene in modo confuso ed incerto; nulla si poteva quanto alla nazione, rimedii alla lingua si cercavano in più modi, vari, discordanti e quasi a tentone. Un modo semplice vi sarebbe stato, ed era l’attingere copiosamente da quel dialetto ch’era il più finito; ma questo invece di tenere sugli altri l’impero, vedeva in quel tempo scadere non poco o farsi dubbia l’autorità sua. Al solo pregio della lingua molti sdegnavano ubbidire: condizioni tutte differenti sarebbonsi allora volute in Italia perchè tante voci, tante locuzioni, tante figure con l’acquistare sanzione solenne potessero farsi moneta corrente pel comune uso degli scrittori. Avrebbe la sede naturale della lingua dovuto almeno stare in alto, cosicchè tutte le parti d’Italia a quella guardassero, e che al toscano fossero toccate le condizioni dell’idioma parigino; «perchè il toscano (dice il Manzoni da pari suo) faceva dei discepoli fuori dei suoi confini, il francese si creava dei sudditi; quello era offerto, questo veniva imposto.» Nè in altro modo poteva l’ossequio delle altre provincie essere necessario e inavvertito, sicchè non venissero tra’ letterati a sorgere le contese che, nate una volta, non hanno mai fine. Se (come fu detto) lo stile è l’uomo, la lingua può dirsi che sia la nazione: quindi all’esservi una lingua bisognava ci fosse una Italia, nè altrimenti poteva cessare l’eterna lagnanza che il linguaggio scritto si allontanasse troppo dai modi che si adoprano favellando, e male potesse fare sue le grazie e gli ardimenti del volgar nostro, il quale da molti ignorato, ebbe anche taccia di abbietto e triviale.
Cotesta accusa molto antica tutti parevano confermare contro alla povera nostra lingua, che ci avea colpa meno di tutti. Poco badando all’uso vivo, nelle scuole di lettere insegnavano per tutta Italia dopo ai latini quei pochi autori toscani che allora fossero conosciuti, cercando alla meglio di mettere insieme su questi esemplari una sorta di linguaggio comune che fosse atto alle scritture. Un letterato molto solenne, Gian Giorgio Trissino da Vicenza, poneva in credito il linguaggio illustre con la versione da lui fatta del libro De Vulgari Eloquio, e molto poi lo difendeva: Baldassarre Castiglione mantovano, uomo e scrittore di bella fama, sebbene dichiari la lingua essere una consuetudine, biasima l’andare sulle pedate dei toscani sia vecchi sia nuovi: sentenziò il Bembo che l’antica lingua stava nel Boccaccio, di cui gli piacevano le grandi cadenze; tutti i chiarissimi dell’Italia per ben tre secoli dopo lui accettarono la sentenza. Ma della comune lingua popolare come in Firenze si parlava e si scriveva, niuno voleva sapere: negli anni stessi del Bembo, cioè verso il 1530, Marino Sanudo veneziano scriveva in una lettera stampata:[572] «che Leonardo Aretino trasse (l’Istoria di Firenze) da un Giovanni Villani, il quale scrisse in lingua rozza toscana.»
Il Bembo era il solo autore vivente di cui s’innalzasse non contestata l’autorità: basta ciò solo a dimostrare come si vivesse in fatto di lettere, quando gli Spagnuoli furono rimasti padroni d’Italia. Al Machiavelli nella sua patria istessa nuoceva la vita; gli nocque più tardi, quanto al numero dei lettori, l’essere all’Indice: l’Istoria del Guicciardini fu lasciata stampare, ed anche mutilata, solamente nel 1561, due anni dopo a che l’Italia per grande accordo tra’ potentati si può dire fosse bello e sotterrata, e quando la voce degli Italiani ormai più non faceva paura a nessuno.[573] Frattanto era disputa più volte rinnovata se si dovesse dire lingua italiana o toscana o fiorentina: chi affermava la lingua essere in Firenze, facea nondimeno poca stima degli autori che ivi nascessero: in certe parole recate dal Bembo si va fino a dire, che «a scrivere bene la lingua italiana meglio è non essere fiorentino.» E in questa medesima città noi vedemmo quante incuranze o quanti dispregi soffrisse la lingua nei più eminenti tra’ suoi cultori: la Divina Commedia non vi ebbe più quasi edizioni, e verso il 1520 certi maestri di scuola vietavano agli scolari leggere il Petrarca. Questa ed altre cose, che stanno a dimostrare la confusione dominante tra’ letterati, sono a disteso esposte in un libro di qualche pregio e di molta noia che ha per titolo l’Ercolano: autore di esso fu Benedetto Varchi, il quale pel vario ingegno non ebbe forse chi lo agguagliasse dentro a quella età che scendeva. In quel medesimo suo libro si vede come allora molto dominassero i grammatici, ai quali avviene quel che ai fisiologi; perchè entrambi avvezzi a tenere fermo il pensiero sopra le minute particelle delle cose, riescono spesso corti o disadatti a quelli studi più comprensivi che bene in antico nella loro massima estensione ebbero nome di umanità. Consente il Varchi prudenzialmente al Bembo, ma solo nelle apparenze; confessa la lingua in Firenze essere trascurata, ma vuole si cerchi nel fondo dell’uso, mettendo egli fuori per via d’esempi gran copia di voci e soprattutto di locuzioni familiari, dovizie nascoste da farne a chi scrive ricco patrimonio.[574] In questo avrebbe egli dato nel segno, nè vi è anch’oggi da fare di meglio, tantochè sarebbe alla unità della lingua mezzo utilissimo un Vocabolario com’è proposto dal Manzoni. Ma il guaio stava in ciò che non erano i più di quei modi entrati abbastanza nell’uso comune; molti erano figure che un tempo ebbero qualche voga, capricci d’un popolo arguto e faceto, e spesso allusioni a cose locali: cotesti Firenze non avea diritto d’imporre all’Italia. Inoltre non era più questo popolo quello che aveva creato una lingua educatrice di tanti ingegni; meno operando, inventava meno; e fatto più inerte anche nell’animo, i suoi discorsi andavano spesso a cose da ridere. I letterati seguendo in queste nuove condizioni l’antico genio popolare e avendo qui molto in uggia il sussiego recato dagli Spagnuoli, si dilettavano oltre al giusto di certe bassezze da essi chiamate grazie della lingua: i Vocabolari con grande amore le registravano. Così tra bassezze e nobiltà false viveano le lettere poi tutto quel secolo.
Ma dentro a quegli anni nacque Galileo. Le scienze matematiche e le fisiche hanno questo, che l’uomo le pensa dentro a sè medesimo, si tengono fuori dal corso vivo degli umani eventi, e vanno da sè per la via loro, qualunque si sieno le cose all’intorno. Galileo, che pure in mezzo all’esperimentare minuto e sottile teneva lo sguardo vôlto all’universo, portò nella fisica l’ampiezza d’una filosofia degna di questo nome, e fu in un secolo di decadenza scrittore sommo, perchè al bell’ordine del discorso unisce la copia e una dignitosa naturalezza. Continuava cento anni in Firenze la scuola fondata da Galileo e di sè lasciava traccie indelebili nelle scienze fisiche; da quella uscirono anche uomini dotti nelle razionali, e assai le lettere se ne avvantaggiarono nella seconda metà del seicento. Ma quando la lingua e le idee francesi predominarono e quando poi gli eccitamenti nuovi destarono gli animi degli Italiani a cercare almeno in fatto di lingua l’unione vietata, la Toscana sofferse rimproveri dalle altre provincie, quasi ella fosse gelosa ma inutile custoditrice di quel tesoro che aveva in casa ma non lo adoprava. Più grave è fatto il nostro debito ora in tempi di sorti mutate, di sorti maggiori ma più difficili a portare; noi siamo venuti ad esse non preparati; e s’io dovessi quanto alle future condizioni della lingua fare un pronostico, direi senz’altro: la lingua in Italia sarà quello che sapranno essere gli Italiani.