Capitolo VIII. CACCIATA DEI MEDICI E GOVERNO POPOLARE. — CARLO V IN ITALIA E SUO ACCORDO COL PAPA. [AN. 1527-1529.]
L’avere Clemente perduto da papa quella fiducia di sè stesso e fuori quel credito che prima godeva, ebbe il suo effetto anche in Firenze, dov’era incerto e sempre mal fermo lo stato degli animi. Qui tutti sentivano l’amore di libertà; ma nè il popolo si dimenticava d’avere goduto più grasso vivere e più lieto all’ombra dei Medici, nè i cittadini più eminenti di essere stati depressi ogni volta che il popolo governasse. Tra questi ve n’era dei più affezionati o più servili, i quali amavano, o ai quali era necessario lo stato dei Medici; agli altri bastava di comandare essi co’ Medici, o senza, secondo avvenisse. A questi il Papa non avea saputo nè ispirare fede nè farli contenti di quello splendore che ad essi veniva da Roma; ivi era un tristo vivere pei Fiorentini, odiati come inventori di balzelli e maestri del farvi guadagno. In Firenze avevano sopra il capo il duro governo di un Cardinale da Cortona, chiamandosi offesi che il Papa mettesse tutta la sua fiducia in uomini delle città suddite, dai quali sapeva di avere più cieca ubbidienza, e che si lascerebbero gravare dell’odio pubblico. Io per me tengo ancora per fermo, che brutta cosa paresse a molti l’avere a servire a quei due bastardi tirati su a forza quando altri non v’era, e perchè Firenze a ogni modo avesse un padrone. Del che si adontava molto la superbia di Filippo Strozzi e della moglie Clarice, nei quali fiorenti di bella e maschia famiglia più degnamente potea rivivere la Casa dei Medici. Nel modo stesso anche i Salviati, per tenersi in alto, si erano sempre mostrati avversi al principato; essi e i Ridolfi, altri cugini di Leone, sebbene ciascuno di loro avesse un Cardinale, volevano pure una repubblica in Firenze, massimamente da che un giovane Ridolfi si fu agli Strozzi unito per parentado. Francesco Vettori, nel vario suo ingegno, voleva lo stesso. Luigi fratello di Francesco Guicciardini, ma uomo dappoco, stava con gli altri sopraddetti, che insieme formavano una molto vasta parentela. Ad essi per grado e per età soprastava Niccolò Capponi cognato a Filippo, nella città onorato per la memoria di Piero suo padre e per la parte che egli stesso ebbe nei maggiori fatti della Repubblica; uomo di onesta e decorosa vita, molto facoltoso e buon massaio, nel quale ognuno poneva fiducia che volesse il bene della città e fosse disposto a promuoverlo con temperanza. Non era egli stato da principio avverso ai Medici, ma gradatamente venne a dichiararsi contro a loro, ed era da ultimo tenuto il capo di quella fazione molto autorevole di Ottimati che li combatteva.[157]
Nel popolo aveva il nome dei Medici perduto favore pei modi spiacevoli e il genio avaro del Cardinale Passerini, costretto servire alle necessità ognora crescenti dell’erario di Papa Clemente e ai gravi carichi delle guerre. In nove mesi avea Firenze dovuto pagare per via d’accatti straordinari dugento venti mila fiorini d’oro;[158] del che si faceva un grande sparlare, la gioventù essendo in ciò divenuta molto licenziosa. Dipoi sopravvenne con la morte di Giovanni de’ Medici il terrore dei Lanzichenecchi, pel quale i giovani cominciarono a chiedere le armi, covando in quella domanda un disegno sotto alla condotta di quegli uomini principali che a ciò gli spingevano. Ma tosto dipoi avendo il Borbone pigliato altra via, cessò per un qualche tempo la paura e il chiedere le armi. Nel mese d’aprile, come si è narrato, entrava in Toscana tutto l’esercito del Borbone dal lato d’Arezzo; e vi era sceso quello della Lega col luogotenente Guicciardini per la via più breve della Romagna; talchè il Borbone, che già si era spinto fin oltre a Montevarchi, tornava indietro. Firenze per quella mossa fu salvata dal sacco; ma i nemici devastavano il Val d’Arno, gli amici il Mugello: nella città era scompiglio, chiedevano i giovani le armi tumultuosamente pel vicino pericolo. Aveva il Papa mandato da Roma i due suoi cugini Cardinali Ridolfi e Cibo a rinfiancare il Passerini, ma fu senza frutto; e già nelle Pratiche il Capponi e gli altri avversi al governo più si venivano a scuoprire: intanto l’esercito del Papa si avvicinava alle porte di Firenze.[159]
Era il giorno 26 aprile quando i tre Cardinali e il giovinetto Ippolito e il conte Noferi da Montedoglio che aveva la guardia del Palazzo, uscirono incontro al Duca d’Urbino ed agli altri Capitani. Quale disegno avessero non si vede, ma per Firenze si cominciò a dire che i Medici abbandonavano la città; e fu da per tutto un radunarsi di giovani armati che si avviavano al Palazzo. Qui andavano intanto uomini di tutti i gradi, e primi coloro che sopra dicemmo, a consultare, a provvedere, a osservare quello che il caso portasse. Era Gonfaloniere Luigi Guicciardini, che disceso giù alla porta del Palazzo e avute parole oneste dai primi che erano accorsi, disse volere egli pure quel ch’essi volevano. Dentro cresceva il vario tumultuare, molti si offrivano alla Signoria, temevano i più savi quel moto incomposto; avrebbono accolto volentieri una qualche sorta di compromesso, che non ebbe però mai una proposta formale. E intanto i più ardenti stavano intorno alla Signoria: Iacopo Alamanni, giovane feroce, andò contro alla persona dello stesso Gonfaloniere, e feriva uno dei Priori tenuto aderente ai Medici: il bando di questa famiglia fu messo ai voti e decretato. In quel mentre i Cardinali e gli altri usciti tornavano indietro e con essi veniva l’esercito: avevano quelli di dentro mandato a chiudere le porte, ma l’ordine non fu eseguito, e i Capitani entrati nella città, sfilavano i soldati che erano innanzi, verso la Piazza, della quale occuparono gli sbocchi; e intanto quelli di dentro al Palagio facevano mostra di volerlo difendere; armi non mancavano. Iacopo Nardi, che era stato chiamato come uno dei Gonfalonieri di Compagnia, del pari onesto che animoso, mostrava su alto, lungo il Ballatoio, un certo muricciolo a secco, fatto ivi apposta per cavarne alla occorrenza pietre a difesa del Palagio. Era cominciato l’assalto e poteva riuscire terribile; in quello colpiva una pietra il braccio del David del Buonarroti, che tuttora si vede rappezzato.[160] Allora un rinomato Capitano, Federigo Gonzaga da Bozzolo, che era nelle armi dei Francesi, entrato in Palagio e orando caldamente alla Signoria, e pregando quanti erano dentro stornassero dalla città un grande e a tutti inutile infortunio, persuase alla fine venire a un accordo pel quale tornasse lo Stato com’era, e del fatto di quel giorno non si tenesse memoria: Francesco Guicciardini, come dottore di leggi, distese quell’atto.[161]
Si allontanarono i soldati della Lega, seguendo la strada loro inverso Roma. Lo Stato in Firenze rimaneva senza genti che lo difendessero e senza danari, non bene sapendo chi avesse amici o nemici, per essere gli animi incerti e inquieti e quindi facili a ogni mutazione; piena la città di uomini del contado, che vi si erano rifuggiti con le robe loro; donde un alternarsi di subiti sbalzi tra le paure di carestia e la sovrabbondanza di derrate, cagioni ai tumulti.[162] Quegli dello Stato pigliavano scarsi e odiosi provvedimenti; condannarono in moneta alcuni che s’erano mostrati più vivi nel fatto del 26: ma per il primo di maggio fecero che entrasse Gonfaloniere Anton Francesco Nori, del quale non era nè il più capace nè che più fosse appassionatamente devoto alla Casa dei Medici. Intorno ai casi di Roma correvano incerte notizie perchè le alterate dicerie celavano il vero, che in Firenze fu recato agli 11 maggio da Filippo Strozzi. Veniva questi molto irato contro al Papa che non gli aveva pagato il riscatto quando fu mandato in Napoli ostaggio dopo all’insulto dei Colonnesi; aveva però guadagnato coi due Papi suoi parenti cento cinquanta mila scudi,[163] ed era in Firenze depositario del Comune. Al quale avendo il Vicerè Lannoy onestamente rimandato gli ottanta mila scudi dal Papa offerti perchè il Borbone tornasse indietro, Filippo non volle che andassero in mano di quei dello Stato, avendogli invece fatti restituire ai cittadini, secondo la posta di accatto che avesse pagata ciascuno.[164] Madonna Clarice, venuta in Firenze avanti al marito e dato animo a quei primi che la visitarono, si fece essa stessa portare in lettiga a Casa de’ Medici, dove rinfacciando con fiere parole al giovane Ippolito la bassezza dei natali e al Passerini quella dell’animo, dava essa come il primo segnale ai fatti che indi avvennero. Giunse Filippo, e già in Palazzo si era una Pratica radunata, dalla quale usciva e fu poscia in nome dei Medici consentita una deliberazione, per la quale mettendosi innanzi la promessa di adunare con certe limitazioni il Consiglio generale, si ordinavano intanto dei nuovi Consigli non molto numerosi che avessero in mano il Governo; i Medici rimanessero in Firenze liberi e sicuri con tutti gli averi loro, e onorati al pari degli altri cittadini. Del che fu letizia grande nel popolo al primo annunzio; ma poi bentosto molti cominciando a mormorare e a fare capannelli per le piazze, e minacciando volere andare a casa i Medici, questi furono esortati a partirsi per sicurezza loro dalla città: uscirono pubblicamente per la via Larga calcata di gente Ippolito e Alessandro e il Cardinale Passerini, fermandosi al Poggio a Caiano, donde passarono a Lucca. Gli accompagnava Filippo Strozzi come a guardia delle persone loro e con la commissione di recuperare la Fortezza di Livorno e quella di Pisa: ma queste allora non si ottennero, i Medici avendo con vari pretesti negato i segnali per cui venissero i Castellani disciolti dalla fede che avevano data. Filippo ebbe accusa d’avere aiutata la frode, poichè si fu accorto che il rivolgimento procedeva diverso da quello che avrebbe voluto; dal che a lui venne un grande odio nella città.
Era cosiffatto il popolo di Firenze, e per antico uso e antico diritto aveva sì caro il nome di libertà, che al primo suono di questa parola tutti si destavano; e questo popolo era allora tutto unito e concorde in quel sentimento, perchè di quel tanto che ognuno ne avesse impresso nell’animo veniva nel primo sorgere a comporsi un volere solo: talchè gli pareva d’essere tornato ai primi suoi tempi, e a sè faceva di quelle leggi che dipoi era sovente inabile a portare. Sopra ogni cosa, come si è più volte detto, odiava il Governo dei pochi; ed ora viepiù l’odiava poichè si era accorto che i Nobili, i quali aveano fatto quel mutamento, stavano in due tra ’l porre sè stessi nel luogo de’ Medici, o accettare questi, s’era necessario, e quando vi fosse il conto loro. Il che era vero: ma vero è ancora che ai più savi, guardando alle cose d’Italia com’erano e volgere il mondo a principati ed a signorie, pareva di questi Medici non fosse da fare a meno; e quanto a un Governo largo e popolare, lo avrebbero contradetto a ogni modo come impossibile a mantenere. Da questi pensieri mi pare che fosse tirato tra gli altri Niccolò Capponi, uomo sincero; quanto a sè i Medici poco amando, non poteva uscirgli dal capo come essi alla fine sarebbero ritornati, e cercò sempre ingenuamente venire a un accordo tra essi e la libertà. Giammai non si era del tutto da essi alienato, ed ora madonna Clarice e la piccola Duchessina stando nel Palazzo dei Medici e poi nel convento di Santa Lucia, Niccolò andava pubblicamente a visitarle. Per le quali cose crescendo il romore nella città, e molta gioventù in arme intorno al Palagio di già minacciando fare Parlamento; gli uomini delle botteghe, che già si chiudevano, e molti d’ogni sorta accorsi al Palagio, imposero alla Signoria ed ai maggiori cittadini e più restii la convocazione pronta del Consiglio grande, senza esclusione di quelli che erano a specchio ed abbassando di un anno l’età per entrarvi, col solo divieto di quelli che avevano tenuti co’ Medici gli uffizi maggiori. Fecero scambiare gli Otto di Guardia e quelli di Pratica, abolirono i Consigli creati di nuovo, e riposero ogni cosa com’era nel 1512; restaurarono il Senato degli Ottanta e l’uffizio dei Dieci di guerra. Nella impaziente letizia di convocare il Gran Consiglio, perchè la Sala era stata negli ultimi anni guasta da’ soldati e ingombra e bruttata, i primi giovani di Firenze lavorando giorno e notte l’ebbero riposta in poche ore al punto come l’aveva fatta il Savonarola, del quale il nome stava sempre in alto a quanti amassero libertà onesta. Si radunò infine il Grande Consiglio, e v’intervennero duemila cinquecento cittadini, che non potendo tutti capire nella Sala, stavano calcati fin lungo le scale. Ordinarono che la presente Signoria cessasse a tempo rotto e che la nuova durasse tre mesi: per ultimo si pensò ad eleggere il Gonfaloniere, uffizio che Anton Francesco Nori avea sostenuto e infine deposto con pari decoro. Sedesse il nuovo tredici mesi, dal primo giugno 1527 al primo luglio del 28, e alla conferma non fosse divieto. Al giorno dato, sopra un partito al quale intervennero due mila dugento cittadini, si trassero fuori nel modo consueto i sei che avessero maggior numero di fave, tra’ quali doveva poi farsi la scelta. I voti si dividevano tra uomini avversi più dichiaratamente ai Medici, e Niccolò Capponi che, tenuto mediceo da molti, pure ottenne voti da ambe le parti. A Tommaso Soderini, che a lui fece maggiore contrasto, nocque il timore che non paresse la città divisa tra due famiglie, com’era Genova tra gli Adorni ed i Fregosi. Fu eletto il Capponi con ampio consenso, perchè nella bontà e integrità sua fidavano tutti.
I voti pei quali prevalse non erano nè d’una parte a lui devota, nè d’una stessa qualità d’uomini. Allora i cittadini propriamente non si dividevano per sètte, perchè non sapevano legarsi tra loro per vincoli d’amicizia e fede scambievole. Di quei che cercavano fare un governo di Ottimati, ciascuno tirava le cose a sè con diverse voglie e fini diversi: tra questi era pure Niccolò, sebbene con migliore animo, come quegli che voleva la libertà quanto si mantenesse onesta e possibile: così nella parte che si disse del Capponi, benchè prevalessero gli Ottimati, erano molti mezzani uomini di nature temperate, i quali volevano il nome di libertà, ma non ne amavano i tumulti. Imperocchè nella città di Firenze fu questo di proprio, che i più veri amici di libertà fossero ad un tempo i migliori uomini e più virtuosi, la parte più quieta e più casalinga. Vero è però che da questa parte si avevano i Medici guadagnati molti co’ benefizi e col mantenere i modi civili e le usate forme di governo popolare; talchè i buoni uomini di Firenze non tolleravano le persecuzioni contro al nome dei Medici, nè le vendette contro gli aderenti loro, per fini privati. Da quei migliori e più discreti fu eletto il Capponi; andarono insieme gli antichi Piagnoni con molto numero degli affezionati al nome dei Medici: in questi ultimi si può dire che fosse una vera unione di parte, perchè nel Consiglio avevano, come dicevasi allora, quattrocento fave ferme o voti sicuri. Divisi tra loro, ma di maggior nerbo e di più ardenti passioni, erano gli Arrabbiati, nome dato agli antichi nemici del Frate; ma quelle medesime nature d’uomini ambiziosi ed appassionati volevano oggi formare una parte che tenesse in mano lo Stato come vittoriosa, con la oppressione di chiunque negasse ai Medici dichiararsi scoperto nemico, infino a vendere le sostanze loro, spianare il palazzo e spegnere il nome di quella famiglia. Ai quali si accostava tutta la parte più viva della città, e i giovani più generosi che, nell’abbassamento dov’erano scese le sorti d’Italia, sentivano oggi più vivo che mai l’amore di libertà; cotesti andavano sotto il nome di Libertini, e alquanti ve n’era che avevano corso la loro fortuna nella sorte delle armi.[165]
Il nuovo Stato fin da principio confermava nel proprio suo nome la Lega con Francia, com’era stata in quello dei Medici. Al che si opponeva la parte de’ pochi, i quali avrebbero con più antiveggenza voluto unirsi cogl’Imperiali, dove si accorgevano infine dei conti essere la forza, e bene sapendo che solamente per questa via poteva Firenze andare a un governo fermo e ordinato. Ma vinse l’antico genio guelfo e popolare, certo in sè stesso che mai non troverebbe grazia presso a Carlo V, nè avrebbe voluto guadagnarsela col mezzo d’odiose e insolite istituzioni, che non avevano in questo terreno radice alcuna o fondamento. Così appena si restaurò la guerra, levarono un balzello che molto gravava la parte medicea; e questi più volte si rinnovarono, sempre però in modo che soddisfacesse alla passione di aggravare i più facoltosi: quella ingiustizia dello scalare la Decima, cosicchè sopra alla stessa quota di rendita s’imponesse a chi più aveva maggiore tassa, fu ora condotta fino a far pagare a chi oltrepassasse una mezzana entrata, sulla medesima unità estimale, il triplo di quello che ai meno agiati s’imponeva.[166] Mandarono al campo della Lega con altri soldati le famose Bande Nere, di nuovo accresciute e riordinate sotto al governo di Orazio Baglioni, capitano bene adatto a quelle milizie feroci e temute tra quante fossero in Italia. A mezza l’estate Lautrech era sceso un’altra volta in Lombardia; seco era un grosso esercito di Francesi, scopo (si diceva) la liberazione del Papa: felice nei primi successi, riconquistò in nome di Francesco Sforza le città d’Alessandria e di Pavia, la quale andò a sacco; mentre Antonio da Leyva, costretto in Milano, faceva di questa crudele governo. E intanto Genova, assediata per terra e per mare dalle armi Francesi e dalle galere di Andrea Doria, tornò in ubbidienza del re Francesco. Il Papa rimaneva prigione in Castello, dove la peste, che era entrata in Roma e in Toscana, gli aveva mietuto dei suoi medesimi familiari: smunto e vessato dalla ingordigia dei soldati, potè solamente dopo sette mesi nella notte dei 9 dicembre solo e travestito fuggire in Orvieto, ma forse per connivenza dello stesso Carlo V, a cui non piaceva d’averlo nemico.
Fu grave la peste in quella estate anche in Firenze, dove perirono molti, e molti fuggirono; talchè si fece una Provvisione perchè il numero dei presenti bastante a vincere una legge, che era d’ottocento, fosse ridotto a quattrocento. Le fortezze di Pisa e Livorno si riebbero per lunghi accordi e molto danaro ai Castellani. Era in quel tempo grande la potenza dell’ufficio dei Dieci, al quale (con l’esclusione del Machiavelli) fu eletto segretario Donato Giannotti, uomo grave, costumato, di buone lettere, intendentissimo delle cose civili e amatore della libertà, sebbene troppo gli piacesse stare nelle case dei grandi signori. Il tempo inclinava alla severità delle riforme, così nelle spese come per la rettitudine dei giudizi criminali, intorno ai quali erano abusi bruttissimi. Fu quindi ampliata e rinnovata la Quarantìa, perchè divenisse un magistrato di revisione e giudicasse ella nei casi più gravi. Si componeva di quaranta tirati a sorte dal Consiglio degli Ottanta, e di alcuni dei magistrati: la presiedeva il Gonfaloniere e si poteva dai giudizi di quella ricorrere al Consiglio Grande.[167] Per una sentenza data con queste forme andò a morte Pandolfo Puccini, valente soldato, che aveva fatta sedizione nel campo e ucciso un suo compagno d’arme; ma la condanna dispiacque a molti di quelli stessi che l’avevano pronunziata.[168] In seguito, i casi di Stato, che importassero la morte, furono sottoposti a un Magistrato formato dalla Signoria, dai Dieci e dagli Otto, senza ricorso. Finita la peste e maggiormente quando il Papa fu tornato in libertà, crescevano i sospetti popolari contro ai partigiani dei Medici: era già stato posto un sindacato a chi al tempo loro avesse amministrato i danari del Comune; pel quale titolo due molto principali di quella parte, Benedetto Buondelmonti e Roberto Acciaioli furono menati prigioni in Firenze; e il primo, perchè i suoi contadini di Val di Pesa avevano mostrato volerlo difendere, corse pericolo della vita; poi fu condannato a stare quattro anni nel fondo della torre di Volterra. Degli altri uomini più eminenti, Filippo Strozzi andò a’ suoi Banchi di Lione in Francia; Francesco Vettori si teneva oscuro in Pistoia; Francesco Guicciardini prese a dimorare per lo più in villa, quivi attendendo a scrivere l’istoria. Nel tempo medesimo avvenne che alcuni giovani arditi, tra’ quali Dante da Castiglione sempre era primo, andati una mattina alla Chiesa dei Servi, abbatterono le immagini di cera che ivi erano di Papa Leone e di Clemente; dopo di che la Signoria ordinò per il meglio, che tutte le armi dei Medici ch’erano dipinte o scolpite in molte case della città, fossero cancellate o abbattute. Ma nondimeno quei giovani, poco fidando nel Gonfaloniere e nella Signoria, vollero avere la guardia del Palazzo, che erano trecento, dei quali cinquanta per volta vi stavano armati; ma questo ottenne la Signoria, che ogni giorno mutassero il capo loro, nè altro continuo ne avessero, nè bandiera, salvo una appesa ad una colonna nel cortile del Palazzo. Per le quali cose avvenne che il Gonfaloniere si ristringesse con quei popolani, i quali dicemmo che a lui somigliavano; faceva leggi contro al vizio del praticare le osterie, dove gli artigiani andavano a consumare nei bagordi le grosse mercedi.[169] S’intratteneva molto co’ frati di San Marco, e nel mese di febbraio, quando era la peste riapparsa in Firenze, una mattina orando in Consiglio con le parole e co’ terrori del Savonarola uscì a proporre che Cristo Redentore fosse dichiarato Re di Firenze; al che non mancarono diciotto voti contrari. Una lapide fu posta sopra alla porta principale del Palazzo, la quale attestasse la solennità dell’atto.
Intanto le cose della guerra procedevano a questo modo. Era il Duca di Ferrara tornato alla Lega con Francia, per le cui armi aveva racquistato Modena e Reggio; i Fiorentini, nei quali era entrato più che non solesse il pensiero delle cose militari, formavano colle loro Bande Nere la forza più salda che fosse nell’esercito di Lautrech, il quale entrato nel Regno, avanzava per la via degli Abruzzi con molto favore dei popoli. Nella opposta parte essendo morto il vicerè Lannoy, il comando dell’esercito Cesareo andò a Filiberto di Châlons, principe d’Oranges, il quale però male riusciva a staccare dalla rapina di Roma e di tutto il paese circostante gli avanzi dispersi dei suoi Tedeschi e degli Spagnoli. Pervenne con molta fatica a fare una qualche testa nei confini che sono fra gli Abruzzi e la Puglia: ma tosto dipoi, e avendo le Bande Nere saccheggiata l’Aquila e i Francesi Melfi, egli abbandonata la Terra di Lavoro, si chiuse in Napoli, alla quale tutto l’esercito di Lautrech s’accampò intorno.
Fino a questo termine andò la fortuna delle armi Francesi. Una battaglia per la quale Filippino Doria, nipote d’Andrea, distrusse le navi spagnole dentro al golfo di Salerno, e la comparsa avanti a Napoli, ma troppo tarda, delle galere veneziane con Pietro Lando, e oltre ciò l’essere gli assediati afflitti dalla fame e dalla peste, parevano certe promesse a Lautrech di pronta vittoria. Ma come dentro alla città, così e peggiori per tutto il campo degli assedianti, venuta l’estate, i morbi infuriavano prodotti dalla mal’aria; le compagnie assottigliavano, e i superstiti affranti e sfiniti nulla facevano per la guerra: quel forte esercito si struggeva. Morirono il Nunzio del Papa e il Provveditore veneziano, moriva Lautrech: passò il Comando al Marchese di Saluzzo, il quale in Aversa capitolava, e dopo brevi giorni anch’egli moriva.[170] Pietro Navarro prigioniero, e come traditore degli Spagnoli chiuso in quel Castello che molti anni prima aveva per essi egli medesimo conquistato, fu dentro al carcere messo a morte. Moriva per guerra Orazio Baglioni, e per malattia Ugo de’ Pepoli a lui successo nel comando delle Bande Nere, delle quali perite o sbandate si perdè il nome. Il Commissario fiorentino al campo Gian Battista Soderini e l’Oratore a Lautrech Marco del Nero, condotti a Napoli prigionieri, e il primo con due ferite, morirono quivi. In tanta vittoria non aveva il Principe d’Orange di che pagare i suoi soldati; al che providde con l’uccisione e la confisca de’ beni di quei Baroni che aveano tenuto la parte Francese, con la rapina delle sostanze dei Napoletani e con la devastazione di quelle Provincie. Ma continuarono contro ai Baroni e di essi tra loro le guerre intestine, che sotto più forme d’età in età per lunghi secoli si perpetuarono.
Le sorti d’Italia, fermate con pessimo assetto in Napoli e in Sicilia, poterono in Genova ne’ giorni medesimi per altre vie ma con migliori effetti accomodarsi in modo stabile alle condizioni nuove che già lo straniero dominio imponeva. Da per tutto nelle Provincie d’Italia di già maturava quel vivere nuovo a cui si dovette ben tosto ridurre l’intera nazione. Genova, da molti anni o serva o divisa, ottenne un governo molto strettamente aristocratico, ma che a lei diede un lungo periodo di pace in casa e d’indipendenza. Questo a lei fece Andrea Doria, il quale voltandosi a Carlo V in tempo da rendergli un grande servigio, impedì che Genova gli fosse mai suddita, a questo modo ben meritando di tutta l’Italia; fu quasi principe nella patria sua, e pure ottenne e serbò fama di gran cittadino. Quello che in Firenze pochi sognavano, potè il Doria facilmente per essere egli e con lui altre maggiori famiglie, potenti di navi e d’armi proprie. Non s’appartiene a questo luogo dire quei fatti come avvenissero, nè quale riscontro avessero con quei di Napoli, nè con altri moti di guerra ultimamente sopravvenuti in Lombardia.[171] Qui era sceso il Duca di Brunswig con diecimila Lanzichenecchi senza paga venuti al saccheggio; ma perchè trovarono esausta ogni cosa dalla povertà spagnola, come ingannati e per solo gusto di vendetta mettendo le case a fuoco ed a sangue, tornarono addietro dopo alcune settimane. Verso lo stesso tempo Francesco I aveva mandato sotto al Conte di Saint-Paul una grande accozzaglia d’uomini d’arme e di venturieri perchè rinforzassero l’impresa di Napoli. Caduta quella, e dopo essere più mesi rimasti a desolare inutilmente le terre lombarde, avvenne che un giorno il Saint-Paul, sorpreso dalla infaticabile vigilanza di Antonio da Leyva, restasse prigione, andando dispersi quei pochi soldati che gli rimanevano.
In quest’anno 1528 le cose di fuori tenevano pensosi gli animi dei Fiorentini. Il Governo di Niccolò Capponi procedeva equo e temperato; cosicchè venuto il primo di luglio, fu egli confermato, non senza contrasto, Gonfaloniere per un altro anno. Intanto le guerre per la signoria d’Italia continuate trentacinque anni, finivano quasi nel tempo medesimo co’ fatti di Genova e quelli di Napoli. Clemente VII tornato in Roma subito dopo, nel mese d’ottobre, più non vedeva innanzi a sè due contendenti tra’ quali stesse in lui di scegliersi l’alleato; e benchè tenesse pratiche aperte col re Francesco, mostravano alcuni indizi piccoli, ma sicuri, come egli cercasse d’unirsi a Cesare, e questi avesse pe’ suoi disegni bisogno del Papa. Ai Fiorentini, che gli avevano entrambi nemici, pareva già correre un grande pericolo, essendo le forze della Repubblica trattenute in Puglia con Renzo da Ceri a una inutile spedizione. Si era molto tempo ragionato e fatto intendere ai Magistrati, che per difesa della città era necessità dare le armi ai cittadini: del che erano molti che non soffrivano per modo alcuno sentire discorrere; i vecchi per essere vissuti nell’ozio sicuro delle botteghe loro, altri perchè dare le armi al popolo temevano fosse l’ultimo esterminio di Firenze, altri perchè in un capo militare vedevano un Cesare che opprimesse la libertà. Era il Gonfaloniere da principio molto avverso a quel partito, ma poichè vidde la gioventù essersi usata nelle armi fuori del consueto, e pel timore di quella guardia che pareva guardasse piuttosto lui che il Palazzo; si diede infine tutto a promuovere questa milizia universale fino a mandare egli medesimo a sollecitare le donne che incannavano la seta nei suoi filatoi. Fu l’ordinanza vinta in Consiglio ai 6 novembre; dopodichè avendo descritti i sedici Gonfaloni secondo i Quartieri e fatto prestare il giuramento, diedero a tutti le armi, benchè il maggior numero da sè le portasse. Ciascun Quartiere aveva un cittadino per Commissario ed un sergente maggiore, al quale ufizio si scelsero uomini di tutta Italia che meglio si fossero fatti conoscere nelle guerre. Furono i descritti da tre in quattro mila, che mille settecento archibusieri, mille picche ed il restante da alabarde o spade a due mani, e in tutto avevano oltre a mille corsaletti. Parve cosa magnifica quando il Gonfaloniere, seduto avanti la porta del Duomo con la Signoria, fece la mostra dei nuovi soldati vestiti e addobbati decorosamente con aspetto guerriero e buona disciplina e segni d’unione tra loro. In ogni Quartiere fu recitata una Orazione: abbiamo a stampa quella di Bartolommeo Cavalcanti, fredda come di un retore: altra, scritta da un giovane di buone lettere ma irrequieto, che fu Pier Filippo Pandolfini, parve che andasse a ferire quei dello Stato; e già Pier Filippo aveva sofferto un’altra volta accusa per essere egli de’ più accesi verso il popolo e la libertà.[172]
Ma da principio la Provvisione sulla Milizia parve a quei della guardia del Palazzo fatta contro a loro ch’erano giovani dei più animosi. Costoro, se fossero stati nei tempi quando la libertà era in Firenze un comun sentire e quasi una necessità comune, se avessero avuto intorno a sè nelle sue varie gradazioni il fascio intero della cittadinanza, sarebbero stati la forza d’un popolo unito e concorde; ma oggi trovandosi come solitari ciascuno in sè stesso e poco sicuri nei loro voleri, sebbene capaci più degli altri ad illustrare i loro nomi e la patria loro con gli esempi generosi, facevano spesso più male che bene. Iacopo Alamanni che noi conosciamo tra quei giovani il più audace, essendo lì quando la Provvisione passò nel Consiglio e più degli altri facendo rumore, si prese a parole con uno dei Capponi e uscirono insieme; sopravvenne uno dei Ginori, il quale unitosi al Capponi ebbe in quella collera e in quella calca una ferita dall’Alamanni, che si credette averlo morto: cominciò allora a gridare popolo e a chiamare quei della guardia che lo difendessero; ma niuno si mosse, ed i famigli degli Otto, preso l’Alamanni, lo condussero prigione dentro al Palazzo. Qui erano, oltre alla Signoria, gli Otto e i Dieci chiamati a formare insieme quel terribile tribunale dal quale era stato tolto via il ricorso al popolo nel Consiglio Grande: il Gonfaloniere intimidito gli radunò perchè dessero sentenza intorno a quel fatto. Nello Statuto è un’antica legge la quale dichiara casi di Stato le aggressioni commesse in Piazza o intorno al Palagio: allora quei giudici erano chiamati a giudicare un uomo già inviso a loro, in quella febbre di passioni e di paure, e dentro il tempo che è necessario a far girare tra pochi un partito. Andò che fosse l’Alamanni esaminato e non si vinse; andò che fosse condannato a morte, e si vinse; nella sera stessa fu l’Alamanni decapitato, cinque ore dopo commesso il misfatto. Si trova che egli in sul morire, senza che gli uscisse parola vile, dicesse: «Se il popolo di Firenze farà così aspramente giustizia a ciascuno, io sono certo che e’ manterrà la libertà sua.[173]» L’Alamanni era giovanissimo; e se veramente disse quelle parole, avrebbe la condanna privato Firenze d’un gran cittadino.
Per questo fatto parve agli autori di quel tempo (e forse a taluni parrebbe del nostro) che fosse cresciuta reputazione a Niccolò e alla sua parte, poichè avevano potuto quello che a tanti spiaceva, senza che persona si muovesse, ed i contrari mostrandosi deboli o male uniti. Nè io dubito che nel primo caldo paresse questo a Niccolò; ma tosto poi si vidde egli le inimicizie diventare odii, e molti amici essergli più freddi, e la cittadinanza quieta da lui alienarsi. Agli uomini che sappiano di essere tenuti generalmente buoni, è inciampo l’uso continuo del potere, perchè il mantenerselo ad essi pare che sia un obbligo com’è un impegno; e il solo attraversarsi ai loro pensieri, si credono essere un atto malvagio. La parte che seguitava il Gonfaloniere già era chiamata la parte dei pochi, mentre la contraria molto ingrossata, diveniva più forte ogni giorno. In questa si era fra tutti innalzato un uomo di piccola e oscura famiglia, Baldassarre Carducci, dottore in Padova di leggi, sincero amatore di libertà e nemico ai Medici, tanto che il Papa col mezzo del doge Andrea Gritti lo fece mandare prigione in Venezia. Tornato in patria Baldassarre e in somma grazia del popolo, era stato le due volte vicino a ottenere il supremo Magistrato: infine il Capponi, che lui temeva sovra ogni altro, riuscì a farlo eleggere ambasciatore in Francia, dove al Carducci, sebbene vecchio di settant’anni, convenne andare senza ottenere per grazia il rifiuto ch’era vietato dalla legge. Rimase in Firenze uno di quella stessa famiglia, ma più valente e fresco d’animo[174] e più risoluto, di nome Francesco, il quale fino allora poco noto, ebbe grande parte nei fatti ultimi di questa Istoria.
Dacchè fu il Papa tornato in Roma avea nell’animo un pensiero solo, quello di rimettere la Casa Medici in Firenze; il che in altri termini importava racquistarne il principato così da trasmetterlo a quelli dei quali si aveva fatto la sua famiglia. Intorno a questi le cose mutarono su’ primi dell’anno 1529: il Papa infermava, e nel pericolo della vita questa passione lo tormentava, che morto lui non avrebbe più la sua Casa fondamento nella Chiesa: con questo pensiero creò Ippolito cardinale. Io per me credo che ne avesse prima fatto il disegno, ma nella sottile malizia dei Fiorentini l’avere ad un tratto chiamato al futuro governo dei popoli il figliuolo della schiava, dava occasione alle dicerie fino a credere che Alessandro nascesse da lui. Guarito il Papa, erano continue fra Roma e Firenze le pratiche, allora bastando a Clemente che i suoi potessero tornare in patria e al possesso delle robe loro, senza altro grado che di cittadini. Nel quale partito molti vedevano un inganno; ma pure in quella natura timida di Clemente, ora abbassato dalla fortuna, e che spesso compariva simulatore quando era dubbioso, poteva alle volte per davvero entrare il concetto di un cosiffatto accomodamento ed egli contentarsene per allora. Nel nome di lui trattava in Roma queste cose Iacopo Salviati, che sempre ai due Papi suoi parenti aveva consigliato i larghi partiti; ed in Firenze il Gonfaloniere senza molto celarsene le ascoltava. Forse al Capponi cotesto modo non pareva del tutto impossibile, o forse credevano egli e Clemente di addormentare l’uno l’altro con questi discorsi. Ma intanto in Firenze del solo tenere in Roma pratiche si faceva un grande carico al Gonfaloniere, al quale una volta ne fu dato formale divieto; ma egli nonostante continuava, sebbene allora con più segretezza. Veramente al solo pensare come Carlo V oggimai fosse non disputato padrone d’Italia, ed al vedere come egli ed il Papa già dessero segni tanto manifesti quanto credibili d’accostarsi; è naturale che Niccolò con quel suo animo e quella sua natura tenesse i Medici come inevitabili, nè altro cercasse alla patria sua che un qualche onesto nè troppo duro temperamento. Avrebbe egli pure bramato fare gli Ottanta a vita, e ridurre il Consiglio Grande a cinquecento, perchè deliberasse le cose di meno importanza.
Avvenne che un giorno del mese d’aprile cadesse di mano a Niccolò una lettera, e che fosse questa nell’andito dei Signori trovata da Iacopo Gherardi il quale era Proposto quel giorno. La lettera scritta in Roma da un Giachinotto Serragli, del quale soleva molto valersi Iacopo Salviati, diceva avere egli da parlargli di cose importanti, e che mandasse Piero suo figliuolo ai confini dove l’aspettava. Era il Gherardi fra tutti i nemici di Niccolò il più fiero; laonde senz’altro chiamati gli altri Signori a consulta, e fatto prima empire il Palazzo d’amici suoi, mostrò la lettera, e in quella parendo fosse tradimento, deliberarono convocare in forma di Pratica gli Ottanta insieme coi principali Magistrati. Aveano già messo il Gonfaloniere sotto guardia; il quale venuto innanzi alla Pratica parlò umilmente, accusò sè stesso, ma dichiarando che Piero suo figliuolo non aveva colpa. Fu quindi deposto, e si cominciò a ragionare del gastigo; già nella Piazza era gran rumore e gente in arme e un gran contrasto di amici e nemici di Niccolò. Dentro al Palazzo quella parte d’Ottimati i quali, sebbene avversi a lui, pure non volevano mandare le cose tant’oltre, ottennero che al giudizio si soprassedesse, venendo intanto a fare lo scambio del Gonfaloniere: rimase eletto Francesco Carducci da continuare fino alla fine di quell’anno. Ma intanto gli amici di Niccolò e tutta la miglior parte si adopravano caldamente in suo favore. Fu il giudizio rimesso ai Magistrati ordinari che erano in quel caso, per una più antica legge, la Signoria e gli Otto e i Dieci e i Collegi: dovea la sentenza essere vinta per i due terzi. Comparve innanzi a questi il Capponi, e parlò allora con maggiore animo: fu quindi assoluto, con molto contento degli uni perchè lo avevano deposto, degli altri perchè non lo avevano condannato. Uscì di Palagio accompagnato da’ parenti e dagli amici tra molto popolo, tantochè pareva che tutto Firenze gli fosse dietro: così tornò a casa.[175]
In questi giorni erano molto innanzi le pratiche tra ’l Papa e Cesare facilmente convenuti quanto a ricondurre, se fosse bisogno, la Casa Medici in Firenze. Ma sopra ogni cosa Clemente bramava tornasse chiamata dalla città stessa: questa passione lo tormentava, pensando inoltre quanto importasse ai negoziati trattare egli come principe in Toscana, e non come esule che implorasse in patria il ritorno dalle armi Imperiali. A questi pensieri doveva servire l’abboccamento che Iacopo Salviati offriva in Roma e dove mi tengo certo che avrebbe offerto larghissimi patti; ma ora Clemente si vedeva chiuso qualsiasi adito in Firenze, dove la parte a lui più nemica teneva lo Stato. Perciò si affrettava molto a collegarsi con l’Imperatore, già male disposto verso un popolo tutto guelfo e tutto francese come era quello dei Fiorentini che nulla avean fatto per conciliarselo, nonostante che taluni a ciò gli avessero esortati, e primo fra tutti Luigi Alamanni, gentile anima di cittadino e di poeta, che nell’esilio avea praticato le cose del mondo ed era in Genova con Andrea Doria in molta amicizia. Quando negli ultimi giorni del 1528 Baldassarre Carducci passava per quella città nell’andare ambasciatore in Francia, recatosi a visitare la nuova Signoria formata dal Doria, il grande uomo gli si era aperto con tale consiglio. Lasciamo parlare lo stesso Carducci in una lettera scritta ai Dieci: «Finita l’udienza, tirandomi a sè e discostandosi alquanto da’ circostanti, mi disse che non mediocre pericolo soprastava non solamente sopra l’una e l’altra Repubblica ma sopra tutta Italia: continuava, potere egli affermare certissimamente come il Re, non cercando altro che la pace e la recuperazione dei figliuoli, aveva dato il foglio bianco perchè si potesse l’Imperatore insignorire di tutta Italia senza riservo nè distinzione di amici. Al che si vedeva poco rimedio, considerate le operazioni sinistre e poco a proposito di questi Franzesi: non di manco ne confortava le VV. SS. a pensar bene ai casi vostri, che sotto la speranza loro non vi depauperassi e estenuassi tanto di forze, che nei casi di necessità non vi potessi prevalere.» Alle quali parole il Carducci contrapponendo come «sarebbe possibile che, unite insieme tutte le forze Italiche, si potesse sperare qualche refugio; e quando questo non seguisse, a noi è necessario di persistere nella solita fede del Cristianissimo, con l’aiuto del quale e con le forze de’ collegati probabilmente si potrebbe evitare tanta jattura;» il Doria, che aveva altro intelletto ed esperienza, noiato rispose, che al presente bastava questo, ma che «se le VV. SS. volessono intendere più oltre, mandassero un uomo loro, ed egli gli aprirebbe interamente il suo concetto.[176]» Era il disegno di Andrea Doria più che la speranza, mantenere in forze gli Stati d’Italia perchè, senza logorarsi in vani conati, potesse ciascuno, con qualche fiducia l’uno dell’altro, fare argine alla nuova e inevitabile prepotenza. In questo concetto mandava più tardi Luigi Alamanni alla Signoria di Firenze, dove nelle Pratiche quella proposta ebbe difensori, ma popolarmente l’Alamanni non trovò ascolto e cadde in sospetto.[177] Non fu mai proprio di questa Repubblica governarsi dietro alle norme di quei concetti lunghi e complessi che sono di pochi e che hanno bisogno di stare tra pochi; ma era popolo, cosicchè poteva in esso più che altra cosa il sentimento.
L’imperatore Carlo V in Barcellona venuto per indi passare in Italia, avea sottoscritto l’accordo col Papa il giorno 29 del mese di giugno 1529, festa di San Pietro. Di questo Trattato fu primo punto, che la Casa dei Medici dovesse a spese comuni essere rimessa, nel grado che prima teneva in Firenze, promettendo inoltre la Maestà Cesarea di maritare ad Alessandro dei Medici una sua figlia naturale avuta in Fiandra di nome Margherita, tuttora impubere. Altresì prometteva dare mano perchè la Chiesa riavesse dagli attuali detentori i luoghi ch’erano di sua pertinenza: cominciò allora lo stato ecclesiastico ad essere effettivamente posseduto e governato dai Pontefici. In tutto questo Clemente aveva i primi vantaggi; ma otteneva Carlo di togliere via lo scandalo d’uno Stato popolare in mezzo all’Italia, e aggiungere qualche cosa d’austriaco alla sovranità che in Firenze sarebbe venuta nel nome del Papa: questi era per quel trattato medesimo tenuto in briglia dal lato di Napoli, allora essendosi annullato anche l’antico divieto di porre sul capo stesso oltre alla Corona imperiale quella delle Sicilie. Come Re spagnolo, premeva a Carlo di cancellare la recente ingiuria fatta al Pontefice; come Cesare, voleva rialzarne l’autorità in faccia ai Luterani, e contrapporre l’unità cristiana alle armi del Turco, le quali andavano contro a Vienna stessa. Voleva dal Papa l’incoronazione, la quale però non fosse più quella investitura che i Cesari avevano da prima obbligo di cercare sopra alle tombe degli Apostoli, ma come una semplice consacrazione a lui recata dal Papa medesimo fuori di Roma. Tale effetto ebbe quel Trattato per cui cessava tutto il diritto che aveva governato l’età di mezzo; cosicchè in faccia al mondo cristiano nè Papa nè Imperatore furono più quello che erano stati oltre a settecento anni, venendo allora sotto un principio meno ideale a separarsi quella mistura di Chiesa e di Stato, che all’Impero dava quasi un sacerdozio e al sacerdozio attribuiva universalmente gli uffici del regno. D’allora in poi nessun altro Imperatore venne in Italia per la corona.
Francesco I re di Francia, stanco delle guerre che sempre gli erano riuscite male, bramoso di attendere unicamente ai suoi piaceri e molto poi di ricuperare i figli, i quali erano da tre anni come pegno tenuti in Ispagna, cercava la pace che in modo diverso il fortunato suo rivale anch’egli cercava. A questo la troppa e sformata vastità d’impero creava ogni giorno la necessità d’imprese a cui, se null’altra cosa gli mancasse, mancava il danaro; quindi è che rendere per moneta il pegno che aveva nelle mani fu la prima condizione da lui accettata, poichè l’esperienza gli ebbe insegnato non essere calcolo egualmente buono smembrare la Francia. Ai 7 di luglio due donne convennero in Cambray, Luisa di Savoia madre di Francesco e Margherita d’Austria zia di Carlo V governatrice dei Paesi Bassi, quella che aveva nel luogo stesso venti anni prima trattato la Lega contro a’ Veneziani; tra quelle due donne sole furono messi insieme i capitoli della pace. Pagò la Francia per la restituzione dei figli del Re in breve tempo un milione e dugento mila ducati, e per l’Imperatore al Re d’Inghilterra dugento mila; il Re prometteva non travagliarsi più nelle cose d’Italia, con la restituzione di tutto quello che ivi possedeva: la quale astinenza a lui e a’ Francesi sarebbe riuscita un grosso guadagno, ma vi era inchiuso il tradimento dei patti giurati e l’abbandono delle provincie per lui devastate e dei popoli che si erano in lui confidati e degli uomini che avevano a lui servito: i Baroni Angiovini delle Sicilie vivevano in Francia esuli e pezzenti. A tale vergogna discese il Re, che egli prometteva con le sue forze d’obbligare i Veneziani alla restituzione di quelle città le quali avevano essi acquistate combattendo in lega con lui. Per quanto durarono Francesco I e la sua schiatta, rimase avvilita la reputazione della Francia, e fu essa più debole.
Ma non avevano però mai cessato fino all’ultimo le grandi promesse da parte del Re ai Collegati, e massimamente ai Fiorentini che stavano peggio di tutti gli altri e che si erano più abbandonatamente in lui confidati. Nel mese di giugno il Re affermava: «non essere mai per fare alcuna composizione senza totale beneficio e conservazione di cotesta città, la quale reputa non manco che sua, e voler mettere la vita e abbandonare l’impresa de’ figliuoli per la conservazione e mantenimento degli Stati di ciascuno dei Collegati.» Ed il Gran Mastro: «Se voi trovate mai che questa Maestà faccia conclusione alcuna con Cesare, che voi non siate in precipuo luogo nominati e compresi, dite che io non sia uomo d’onore, anzi che io sia un traditore.» Quando il Congresso si riuniva, il Re mandato a interrogare, dichiarava il suo proposito fermissimo di spingere giù tutte le forze a lui possibili, e scriveva a Cambray, «che si faccia conclusione in tre o quattro giorni: parlavano in Corte della qualità dei soldati da mandare e della venuta del Re a Lione.[178]» Ma intanto giungeva a Cambray il tedesco Arcivescovo di Capua, il quale era l’anima del Papa e di Cesare nel tempo medesimo: allora il modo fu trovato dai Cancellieri fiamminghi che maneggiavano quella pace; ed un articolo del Trattato comprendeva i Veneziani e i Fiorentini, purchè dentro quattro mesi avessero data soddisfazione circa ai loro obblighi verso l’Impero. Il che per Firenze importava fare Cesare solo giudice intorno a quei diritti, i quali abbiamo veduto non essere mai stati deposti dalla Curia Imperiale; talchè il modo come Firenze era nominata equivaleva ad una esclusione. Allora si diedero i Francesi a dire che il Re poi nel fatto avrebbe difesa la causa degli amici suoi, che avuti i figlioli non terrebbe conto di quel ch’avea scritto, che almeno avrebbe sovvenuto di danaro i Fiorentini; ma quando poi si venne a chiederli, il Gran Mastro diceva che il Regno troppo aveva da pagare, e che le cose grandi dovevano andare innanzi alle piccole: da ultimo disse, che certi quaranta mila scudi da pagare ad essi occultamente erano in pronto; ma poi si vidde che andavano a Renzo da Ceri perchè sgombrasse da un resto d’armi Francesi la Puglia. A questa serie d’inganni il Re si prestava stando egli lontano da Cambray a caccia con le dame, e per le ville con dietro gli Ambasciatori costretti seguire chi fuggiva la presenza e il commercio loro.[179] Sentiva il Re la sua vergogna, ma era facile a dimenticarla, svagato e leggiero e prono per indole alle seduzioni della Corte, che in Francia erano più che altrove atte a guastare allora e poi sempre l’animo dei Re.
Non è vero che Baldassarre Carducci con le sue lettere fomentasse le speranze le quali in Firenze si mantenevano ostinate; grande politico non era egli nè grande scrittore, ma riferisce le cose udite, spesso aggiugnendo che non vi credeva; da ultimo consiglia con ogni istanza, «procurare qualche buona composizione con Cesare, atteso massime che il Re stesso non vi si opponeva.[180]» Baldassarre moriva in Francia pochi giorni dopo. Scrivevano lettere, secondo il pensare diverso d’ognuno, molti Fiorentini che ivi risiedevano, e tra gli altri Bartolommeo Cavalcanti, quel della Rettorica, che vi era mandato dalla Signoria; promesse, dai più non credute, venivano dal cardinale Giovanni Salviati, legato in Francia, dopo essere stato prima in Spagna pel matrimonio di Carlo V, nel quale avea fatto, come allora dicevano, le parole delle sponsalizie. Ma era in Firenze un solo pensiero, la difesa: non pochi avrebbero di buon grado seguito consigli più quieti e sicuri, ma di questi erano le volontà incerte, divisi i pareri; e gli animi disgregati non si univano a comporre nemmeno una setta. Il nuovo Gonfaloniere Francesco Carducci, portato dal popolo e uomo di parte, amava il popolo e la libertà; come uomo nuovo, si comportava modestamente coi cittadini di maggior grado, e nelle Pratiche gli ascoltava, cercando però di farsi forte nei Collegi, nei quali entravano per la sorte gli uomini più schietti e meno intendenti. Molto si era fatto amico ai Piagnoni, ed a volontà di questi elesse una seconda volta Cristo a Re di Firenze, con altre leggi intorno al costume e alla civile onoratezza: sotto a quello strano nome di Piagnoni si nascondevano allora gli uomini che riuscirono in arme più prodi, nè il Carducci mancò al suo debito in quelli estremi.
Non era peranche sottoscritta ma era sicura, perchè oramai fatta necessaria, la pace in Cambray tra Francia e Spagna, quando l’imperatore Carlo V salpato dal porto di Barcellona sulle navi che Andrea Doria gli aveva condotte, discese in Genova a’ 12 agosto: lo accompagnava un’armata numerosa con nove mila fanti e mille cavalli: di Puglia salivano altri soldati Spagnoli e quattro mila venturieri Calabresi; alcune migliaia di Tedeschi venivano a rinforzo dell’esercito Spagnolo ch’era in Lombardia. Scendeva in Italia non contrastato arbitro e moderatore di nuove sorti: era l’Italia fino allora stata fucina dove gli ingredienti della vita morale dei popoli, prodotti o attratti in copia maggiore, facevano quasi una continua combustione; ma in questa l’Italia si era consunta, e oggi era espediente alle altre nazioni ch’ella si tacesse, che lasciasse fare, che non turbasse e non attraversasse quel moto interiore per cui ciascuno Stato compieva la sua speciale e propria formazione. L’Impero non era più altro oramai che cosa tedesca; ma Carlo V era spagnolo di genio, di educazione, di potenza e parte di sangue, fiammingo nel resto; l’ultima parte della sua vita non fu che una lotta contro alla Germania che lo respingeva. Discese in Italia dopo averla conquistata come re spagnolo, nè avrebbe voluto mai farla essere parte dell’Impero; col gius imperiale avrebbe l’Italia avuto una sorta d’unità servile; divisa com’era, si prestava bene a una spagnola dominazione. Carlo V, già signore in Napoli e nella Sicilia e nella Sardegna, aveva il possesso di quella mezza parte d’Italia che per il sito e per le nature dei popoli e per le comodità che dava l’accesso dal mare, la Spagna poteva tenere più facile e meglio difendere. Aveva Milano in sua balìa non per anco certa, ma sopra vi stavano i suoi soldati e le fortezze e Antonio da Leyva, al quale avea dato Pavia in appannaggio. A lui era Genova legata dai vincoli d’uno scambievole beneficio; Venezia con la restituzione degli acquisti fatti oltre ai confini del Po, abbandonava ogni altro pensiero il quale non fosse della sua propria conservazione. Rimanevano due repubbliche popolari, Siena e Lucca: la prima cadde, ma generosamente, più anni dopo; l’altra col dare al popolo nome di Straccioni, rendeva legittimo un governo di Signori, che a lei fu permesso. Il Papa ritenne, ma più soggetti e più sicuri gli antichi suoi Stati, col restituire al Duca di Ferrara Modena e Reggio; l’Imperatore pigliava in protezione quello d’Urbino, e il marchesato di Mantova promosse a ducato. Faceva egli queste cose per trattati, o, come arbitro, per sentenze o lodi, pubblicati mentre era in Italia o poco più tardi. I Principi e i feudatari dell’Impero ed altri Signori con le donne e le famiglie loro a lui accorrevano in Bologna, dov’era col Papa: vi andò Carlo III duca di Savoia, ridotto allora in bassa fortuna; ma quella Casa dipoi si apriva con le armi il cammino ad altra grandezza. Tale assetto ebbe l’Italia in quell’anno, tale fu la sorte nella quale scese; per ultimo rimaneva da eseguire la condanna che il Papa e Cesare insieme avevano pronunziata contro alla Repubblica di Firenze.
Qui tutti frattanto pareva cercassero di fare inganno a sè medesimi col non credere agli accordi nè alla venuta di Carlo in Italia; poi confidavano che dovesse questi andare a soccorrere Vienna dai Turchi, e che allora il re Francesco, riavuti i figliuoli, cominciasse un’altra guerra pel bene d’Italia. Ma sotto agli inganni facili della mente stava un proposito, che si avvalorava molto in quei giorni anche dal sapersi che il Papa era stato più volte in pericolo di vita per mali di stomaco dai quali non s’era mai bene rimesso; e s’egli venisse a morte, nessuno a Casa Medici più non baderebbe. Ma importava sempre alla Repubblica di acconciarsi con l’Imperatore e averlo propizio comunque volgessero i casi avvenire: per questi motivi fu nella Pratica vinto di mandare a Genova quattro ambasciatori, e il Gonfaloniere fece che nei Consigli fossero scelti a quell’uffizio anche uomini tenuti amici a Clemente, Niccolò Capponi e Matteo Strozzi, a questi mettendo a contrappeso due principali della contraria parte, Raffaello Girolami e Tommaso Soderini: ai quattro vollero che si unisse Luigi Alamanni come sotto ambasciatore. In Genova tosto si appresentarono al Doria, che gli accolse dicendo: «Tardi veniste e in mala ora.» Nè avevano mandato se non di prestare omaggio a Cesare e implorare il suo favore per la conservazione dello Stato e della libertà loro. Del Papa non fecero menzione alcuna in quel discorso solenne; al quale rispose Carlo freddamente, che al Papa solo doveano rivolgersi quanto all’aggiustare le loro faccende. Il Gran Cancelliere parlò dell’antico diritto imperiale nella Toscana, come i curiali di Massimiliano venti anni innanzi; ma ora più che il diritto, il fatto valeva. Nuove istruzioni erano da chiedere, ma impossibile accordarsi tra gli Ambasciatori sul modo e sulle cose da scrivere a Firenze; composero a grande stento una lettera comune, intorno alla quale si disputò molto quando ella fu giunta: se fuori una grande necessità stringeva, una contraria premeva dentro sovra i consigli dei governanti. Sapevano bene essere vano ogni temperamento, dacchè i Medici e la libertà più non potevano stare insieme: qui era la somma di tutto il negozio; ed in quella Commissione, senza nominare il Papa, erano parole contro a chi faceva guerra a Firenze col solo fine di opprimere questa libertà stessa. Non credo che molto queste parole commovessero Carlo V, che prima di uscire di Spagna ebbe cura di mettere a morte gli ultimi difensori di quegli antichi solenni diritti su’ quali aveva base il regno dell’Aragona.[181]
Carlo dipoi si recò a Piacenza, per ivi dettare le condizioni sotto alle quali si adattò a riporre lo Sforza in Milano; lo seguivano gli Ambasciatori fiorentini, ma giunti alle porte di Piacenza, fu ad essi vietato l’entrarvi: stavano appresso all’Imperatore come Legati pontificii il decano del Sacro Collegio Alessandro Farnese che poi fu Paolo III, e il giovane cardinale Ippolito de’ Medici.[182] A quel rifiuto l’Ambasceria fiorentina si disciolse: Tommaso Soderini si recò in Lucca, Matteo Strozzi andò in Venezia ai suoi Banchi; Raffaello Girolami, uomo ambizioso di popolarità, venne solo in Firenze, dove appena giunto e con gli stivali in piede andò in Palazzo a dire novelle che più accendessero le speranze. Niccolò Capponi scriveva in contrario lettere e consigli appassionati perchè s’accordassero; venne fino a Castelnuovo di Garfagnana, dove s’incontrava con Michelangiolo Buonarroti, che tristo e temendo il peggio si era partito da Firenze. Ma Niccolò, trattenuto in quel luogo stesso da febbre, moriva dopo alcuni giorni; e le ultime sue parole furono: «Dove abbiamo noi condotto questa misera patria?[183]»