Capitolo IX. APPARECCHI DI GUERRA E NEGOZIATI. — STATO DELLA CITTÀ. PRIMI SEI MESI DELL’ASSEDIO. [AN. 1529-1530.]

Tanto era l’Imperatore frettoloso di compiacere a papa Clemente, che appena fermato in Barcellona l’accordo aveva dato commissione al Principe d’Orange, vicerè in Napoli, di mettere insieme le genti e condurle dovunque il Pontefice imposto gli avesse. Le quali nel mentre che si congregavano, giungeva l’Orange il giorno ultimo del luglio in Roma con cento cavalli e forse mille archibusieri per conferire col Papa; nè senza difficoltà essendo convenuti, il Vicerè ai 19 d’agosto era in Terni, dove l’esercito si doveva raccogliere. «In questo tempo non si vedeva altro per Roma che spennacchi, altro non si sentiva che tamburi;» ed erano tanto grandi la cupidigia e la certezza di saccheggiare Firenze, e massime negli Spagnoli, che vi ebbero di quelli i quali, dubitando non giungere in tempo, a chi gli aveva trattenuti protestarono danni e interessi sopra il sacco di Firenze. Si fece la massa tra Fuligno e Spello nei confini di Perugia: i Tedeschi non arrivavano a tremila cinquecento, ma tutti erano di quelli i quali condotti in Italia da Giorgio Frundsberg, erano alla peste di Roma e alla fame di Napoli avanzati, e per conseguenza veterani e valentissimi. Cinque mila erano gli Spagnoli rimasti in Puglia un poco indietro col loro capitano marchese Alfonso del Vasto: più tardi Ferrante Gonzaga, giovane ancora, conduceva trecento uomini d’arme e ottocento cavalli leggieri; più tardi ancora, di Lombardia scesero quei famosi Bisogni Spagnoli, terribile nome di gente lacera e affamata. Man mano arrivavano con le genti loro i colonnelli; Pier Luigi Farnese, che fu il primo a comparire, quattro dei Colonnesi, un Savelli, uno dei Rossi conti di San Secondo, e Alessandro Vitelli che menò tremila buonissimi fanti. Altri raggiunsero l’esercito presso a Firenze, altri più tardi. Giovanni da Sassatello scese da Bologna con tremila soldati; Ramazzotto, gran capo di Parte in quelle montagne, avendo occupate Firenzuola e Scarperia, di là predava tutto il Mugello ed impediva le vettovaglie; Fabrizio Maramaldo, con forse tremila de’ suoi Calabresi non pagati e nemmeno essendo condotto, come altri che non tiravano soldo, se ne andò a predare prima in sul Senese e poi in quel di Volterra, senza consentimento del Papa. Nel forte di quella guerra si può dire che sotto alla città di Firenze e nel suo dominio si trovassero più di quaranta mila uomini da guerra, senza i venturieri che disordinati seguitavano il campo in un gran numero sulla speranza del saccheggio e delle prede. Con tale apparecchio Clemente da principio si era fatto a credere che l’impresa di Firenze gli riuscirebbe agevole cosa; tanto che avendogli Carlo profferto di fare sbarcare alla Spezia un certo numero di soldati, non volle, perchè non gli parevano necessari, e perchè fosse almeno salvata dal guasto quella bella parte di Toscana.[184]

Contro alla piena di tanti nemici, quali apparecchi si facessero dai Fiorentini diremo tra poco. Sapevano bene di essere derelitti dai Veneziani e dal Duca di Ferrara, ultimi avanzi di quella Lega la quale non era più che un nome vano. Avevano sulla fine del precedente anno fatto Capitano generale di tutte le genti loro Ercole da Este, figlio primogenito del duca Alfonso, con patti gravosi ma effetto nessuno; finchè alla venuta di Carlo in Italia, il Duca cercando propiziarselo, disdisse ai Fiorentini la condotta del figlio, e indi si pose coi loro nemici. Pei Veneziani stava in Firenze un ambasciatore, che era in quel tempo Carlo Capello, dalle cui lettere si apprende come fino dal mese di giugno nè i Fiorentini mai cessassero dal chiedere aiuti secondo i patti, nè i Veneziani dal rispondere che avevano troppo da fare e da spendere in Lombardia; ivi erano i confini ch’essi volevano mantenere, il Senato avendo fermato nell’animo già l’abbandono di ogni possesso nel resto d’Italia. Più volte da Firenze avevano chiesto facesse almeno la Signoria di Venezia muovere i soldati, i quali stavano in Ravenna e in Cervia, e altri in Urbino: questo consigliava lo stesso Capello, mettendo innanzi che se i Fiorentini per disperazione cedessero, non sarebbe ai Veneziani buona cosa rimanere soli e ultimi quando convenisse loro di fare la pace.[185] Ma intorno a ciò nulla rispondeva quella Signoria, tenendo il cuore già occupato da un solo pensiero, salvare sè stessa; che pure all’Italia fu gran benefizio.

Come principio della guerra, Clemente ordinò al Principe d’Orange di farsi innanzi contro a Perugia. Teneva quello Stato come signore Malatesta Baglioni, capitano di qualche nome, venuto ai soldi della Repubblica fiorentina, com’era stato il fratello Orazio; entrambo figli di Gian Paolo, fatto morire da Leone X. Fu qualche disputa in Firenze circa al soccorrere Malatesta, il ch’era un mettersi apertamente in guerra col Papa: ma vinse il consiglio ch’era più animoso, e tosto mandarono tre mila buoni fanti a difesa di quella città. L’Orange aveva, dopo a una molto viva battaglia, già occupata Spello, ed era fin sotto alle porte di Perugia, quando Malatesta dopo lunghe pratiche, nè senza il consentimento dei Fiorentini, venne seco agli accordi. Le condizioni furono, che Malatesta dovesse lasciare Perugia libera ai ministri del Papa, uscendone egli con le genti pagate dai Fiorentini, e ritenendo tutte le possessioni sue e le castella che aveva nello Stato, senza che vi entrassero altri dei Baglioni, i quali erano suoi nemici. Queste allora parvero condizioni eque anche a Firenze; dove sebbene fosse grande il desiderio di tenere la guerra lontana, pareva non essere consiglio prudente lasciare esposto un tal numero delle loro genti alle armi nemiche, non che alla fede sempre dubbia di un condottiero. Quanto a Malatesta, è verisimile che, oltre all’avere egli tutta la casa e la roba sua come pegno in mano del Papa, sperasse meglio da un accordo che dalla sorte delle armi per sè e per la stessa città di Firenze. Aveva seco in questa opinione allora i politici tutti d’Italia: ai Fiorentini era trista sorte fidare sè stessi in mano d’un uomo a cui non bastava la morte del padre perch’egli potesse mai tutto essere cosa loro.[186]

Usciti di Perugia i soldati fiorentini, vennero fino ad Arezzo per la via de’ monti, sicura da ogni assalto nemico. L’Orange entrato ai 14 settembre nello Stato della Repubblica, pose il campo sotto a Cortona, dentro alla quale essendo alcuni buoni capitani con le loro bande, convenne ai nemici andare all’assalto scalando le mura, che tutto quel giorno fecero gagliarda difesa con la morte di non pochi soldati di conto; guidava l’assalto il Marchese del Vasto, che vi ebbe una leggera ferita. Ma il giorno dopo i terrazzani, temendo il saccheggio, vennero a patti, e con lo sborso di ventimila ducati aprirono le porte, lasciatine uscire liberi i soldati. Proseguì l’Orange più innanzi; e perchè Castiglione Aretino, o Fiorentino che lo chiamassero, avea fatto qualche cenno di difendersi, vi entrò a forza; e la terra fu saccheggiata, e molti uomini e donne fatti prigioni. In Arezzo era commissario Anton Francesco degli Albizzi, uomo di vario ingegno, il quale al primo accostarsi dei nemici d’accordo col Malatesta, e come alcuni dissero col Carducci, lasciata con pochi armati la rôcca, abbandonò Arezzo, condottosi fino a Montevarchi. Era pensiero del Gonfaloniere, che Arezzo male potesse tenersi, massime con quelli ardenti spiriti degli abitanti, e che più savio consiglio fosse difendere il cuore (come dicevano), riducendo tutte le forze intorno alla città di Firenze. Il che si vidde anche alla prova, gli Aretini avendo accolto i nemici, dai quali con vana gioia si credevano avere licenza di governarsi da sè stessi. Intanto si erano i nostri ritirati sino a Figline; di dove, parendo ai Capitani di avere mal fatto, rimandarono verso Arezzo, con Francesco dei marchesi del Monte, mille soldati; i quali trovando la città perduta, tornarono indietro, quando già gli altri alla sfilata, e facendo guasti per tutta la via, si continuavano a ritirare fin sopra a Firenze: cosicchè l’Orange, venuto innanzi, poneva egli stesso il campo in Figline ai 27 di settembre. Si fece intanto padrone del Casentino, dove quei di Bibbiena cedevano tosto al nome dei Medici; e Poppi si arrese dopo avere sostenuto non piccola guerra, patteggiando che uscissero libere le genti che vi erano della Repubblica.[187]

In Firenze da principio le lettere degli Ambasciatori a Carlo V e la guerra immediatamente mossa, avevano prodotto grande travaglio e confusione; in mezzo alla quale si fece una Pratica di settantadue cittadini scelti d’ogni colore, dove erano dei più noti amici dei Medici e molti prudenti consigliatori delle vie di mezzo, per deliberare se quelli Ambasciatori dovessero avere mandato libero. Dopo molto disputare, la Signoria fece andare il partito, il quale fu vinto con tutte le fave nere, eccetto quattro. Di questa risoluzione volle farsi un qualche mistero, ma trapelò in Piazza; onde quei che uscivano dalla Pratica ebbero a patire ingiurie e minaccie da uomini armati: fu tutto quel giorno un andare e venire di cittadini in Palazzo e intorno alla Signoria. Infine il Gonfaloniere licenziò tutti, e dietro al mandato andarono le commissioni, dove era spiegato che la libertà si mantenesse ad ogni modo. Tuttociò rimase inutile dopochè l’Ambascerìa si era disciolta.[188]

Ma poichè Cesare aveva espressamente ingiunto rivolgersi al Papa, nominarono quattro Ambasciatori i quali andassero a Roma; e perchè taluni dei nominati rifiutarono, e molte difficoltà nacquero prima di allestire le commissioni, mandarono in poste il solo Pier Francesco Portinari che era stato per la Lega ambasciatore in Inghilterra, ed ora aveva incarico di fare istanze presso al Pontefice perchè intanto fermasse l’esercito. Andò il Portinari, e subito ammesso, fece la commissione; a cui rispose Clemente: «Avere grandissimo dispiacere che li modi nostri avessino causato tanto tristo effetto; dicendo non avere manco affetto alla patria sua che qualunque altro cittadino. — Quanto all’esercito, rispose non essere al tutto in suo potere ritenerlo, massime quando fossi tanto vicino alla preda, che appena fossi in potere dei Capi il farlo: il che si doveva avere previsto, e non indugiare che le cose fossino in questo termine; dolendosi, oltre molte altre cose, e dello essere stato infamato e vilipeso, ancora di questo, che non si fossi mai voluto mandarli oratori. Il che excusai con la difficoltà del condursi tale opera per il consenso di molti: e alle querele che faceva, dissi non essere tempo di giustificare molte cose, essendo necessario più presto riparare al futuro che dolersi del passato. E perchè il tempo era breve, avvicinandosi l’esercito alla città, pregai Sua Santità che dovessi senza intermissione di tempo provvedere a tanti danni, dei quali potevano patire ancora gli innocenti, e che a quella, come uomo e come Vicario di Cristo, grandemente dispiacerebbono. Domandommi se le commissioni che avevo erano libere come il mandato; a che dicendo avere autorità di poter trattare e concludere tutto, salva la libertà e il presente popular governo; disse, questo non bastare, non potendo alterare i Capitoli aveva con Cesare, delli quali uno in fra gli altri, come volle leggessi, contiene che li suoi abbino a esser rimessi nella città con la medesima autorità che avevano avanti al 26. Al che risposi: Cesare essere per contentarsi in questo di quello che volessi Sua Santità, la quale non doveva volere altro che il giusto. Disse, voleva prima recuperare l’onor suo; dipoi faria che cotesta città conoscerebbe che lui vuole conservare la sua libertà. Al che risposi: che io vedevo grandissima difficoltà in far capace alle menti di molti, che Sua Santità fosse di tale buon animo; e sebbene alcuni gli presteriano fede, molti altri, per la grande gelosia che hanno, non sariano di tale animo. Ed essendo gli uomini di costì disposti al conservare al tutto la libertà, ne seguirebbe che gli nemici non spugnando la città, rovinerebbero tutto il contado; al che poteva Sua Santità facilmente riparare con il far fermare l’esercito, ed io intanto farei noto l’animo suo a Vostre Signorie. Circa a che ha promesso questo giorno spedire uno al Principe d’Orange, significandogli che non venga avanti; e se fossi venuto, fermi le offese; e per poter trattare più efficacemente in tal cosa, dice domani mandare monsignore Arcivescovo di Capua al prefato Principe per far tale opera; il che il tutto ha voluto fare con partecipazione e con consenso dell’Oratore Cesareo. Avrà il detto Arcivescovo, come dice Sua Santità, libero mandato e commissione di poter comporre con Vostre Signorie, le quali potranno riconoscere per la prudenza loro quello sia da operare e come sia da governarsi con il prefato Arcivescovo. Mostra Sua Santità aver preso tale spediente di mandare l’Arcivescovo, non manco per essere ottimo istrumento con il Principe, e poter facilitare la cosa, che per potere comodamente costì trattare quello che non aspetta lunghezza di tempo, nè risposte che vadino di qui. Ha Sua Santità molto confortato che costì non si manchi delle debite provvisioni per resistere a questi impeti, e non manco all’essere uniti; circa a che gli ho fatto intendere, che e dell’uno e dell’altro è da stare di buon animo. — In che m’ingegnai confermarlo, mostrando in tanta buona opera non essere altra difficoltà che il far noto a cotesto popolo Sua Santità non volessi dominarlo; e con affetto d’amore, e non per timore, li sarebbe d’aiuto in ogni buona azione. Sua Santità mostra con le parole e con li gesti avere buona mente circa questo: e Iacopo Salviati molto asseverantemente lo conferma, dicendomi tener per certo Sua Santità non impedire mai la libertà nostra. — Francesco Nasi, il quale è stato sempre alla presenza e intervenuto in tutti i ragionamenti, farà noto a Vostre Signorie il tutto, acciò quelle per la prudenza loro discorrino quanto sia da operare a benefizio della città e libertà di essa pregando Iddio che le inspiri alla salute di essa; ricordando a quelle con la debita reverenza, che non manchino della cominciata provvisione per resistere a questi primi impeti.» Questo scriveva il Portinari;[189] pochi giorni dopo andavano in Roma gli altri tre ambasciatori, che furono Iacopo Guicciardini, Andreolo Niccolini e Francesco Vettori; ma non poterono che più tardi alquanto esporre il mandato.

Avevano ancora inviato all’Orange Rosso Buondelmonti, che trovatolo sotto Cortona e tenendosi, come gli era imposto, sulle generali, non ebbe ascolto; ed una volta gli disse il Principe, non sapere quello che si facesse lì: ma pure avendo continuato a seguitarlo sino a Figline, conversava seco nel suo privato amicamente, e lui e gli altri maggiori Capitani manteneva di vino e di altre lautezze in nome della Signoria: la quale mandava poi altri nunzi ed oratori, uno Strozzi, un Ginori, un Marucelli, e da ultimo Bernardo da Castiglione, uomo di maggior conto, che raggiunse il Principe a Figline. Quivi era giunto l’Arcivescovo di Capua, col quale i negoziati furono più stretti, ma senza uscire dai soliti termini. Ve n’ebbero pure con l’Orange e con Antonio Muscettola che ivi stava per l’Imperatore, ed era quello che governava il tutto: nè pare mancassero discorsi di riscattarsi per danaro con modi segreti; ma in Firenze la povertà stessa del Gonfaloniere induceva molti a dubitare della integrità. Era prima l’Arcivescovo stato in Firenze; ma perchè diceva non avere espresso mandato, e che solamente s’intrometterebbe volentieri tra la Città e Sua Beatitudine, riuscendo la sua presenza odiosa a molti, ebbe onesto commiato, e come per fargli onore, fu in arme fatto accompagnare fuori della porta San Niccolò, sicchè non potesse favellare con alcuno.[190] Ma pure i negoziati non cessavano; ed a suggerimento dell’Orange, andava un messo a Cesare, che non volle riceverlo. Dagli amici del Papa o dai prudenti d’ogni gradazione si facevano intanto proposte di varie sorte d’accomodamenti, che tutti avrebbero in fine condotto per vie più torte e meno decorose al principato di Casa Medici, quando ella una volta fosse tornata in Firenze. Ma i quattro Oratori, pervenuti non senza qualche difficoltà in Roma, udivano sempre le stesse ingiunzioni di rimettersi al Pontefice e in lui confidare. Non però ebbero da Clemente udienza, essendo già questi sul partire per Bologna, dov’egli recavasi a ricevere l’Imperatore; lo seguitarono, e in Cesena finalmente uditi, anche lì ebbero, ma privatamente, di quelle proposte le quali in Firenze nemmeno si volle che fossero riferite. Qui era la guerra già solennemente decretata quando vi tornarono gli Ambasciatori, dei quali il solo Francesco Vettori rimase col Papa.[191]

Imperocchè mentre il Principe d’Orange stava in Figline e con lui tuttora continuavano i ragionamenti, Francesco Carducci Gonfaloniere chiamava nel Consiglio degli Ottanta una Pratica larga nella quale potessero intervenire tutti i Benefiziati.[192] In essa lette le lettere degli Oratori, il Gonfaloniere si alzò dicendo: ciascuno esponesse quello che sentiva liberamente perchè egli, quanto a lui si spettava, tutto quello che da loro determinato fosse, era non solamente per approvare come utile, ed eseguire come onorevole, ma eziandio commendare come onesto: che se a loro paresse, a lui bastava la vista di difendere la libertà di Firenze. Ricordassero la promessa fatta in nome di tutto il popolo fiorentino a Gesù Cristo figliuolo di Dio, di non volere mai altro re accettare che lui solo: il quale pareva che della promessa loro si ricordasse, poichè aveva mandato Solimano imperatore dei Turchi con trecento mila uomini e infinita cavalleria fino alla reggia stessa Imperiale. Le forze dei Fiorentini essere di quello che si stimava maggiori assai, e quelle del Papa e dell’Imperatore molto minori; le mura della città gagliarde; la terra fornita d’artiglieria d’ogni sorta; ed oltre ai soldati forestieri, la loro milizia di tale virtù che potevano, purchè fussono d’accordo a volersi difendere, stare sicurissimi contro ogni sebbene fortissimo esercito: non essere per mancare loro le vettovaglie nè i danari, essendo la città ricca e i cittadini pronti a dare ogni cosa volentieri per salvare l’onore e la libertà della patria loro. Si tacque dopo queste parole il Carducci; e i cittadini ristretti tra loro a dare il voto, dopo avere lungamente consultato, tutti i sedici Gonfaloni, eccetto uno, quello del Drago Verde nel Quartiere di San Giovanni, deliberarono: «anzichè perdere la libertà loro, sostenere non solamente la ruina del contado e la jattura delle facoltà, ma eziandio porvi la propria vita, offerendo ognuno volontariamente quella quantità di danari che comportavano le forze sue.» Il giorno dopo decretarono di non tardare più, e che all’indomani si rovinassero e si abbruciassero tutti i borghi della città, non avendo rispetto a molti bellissimi palazzi e luoghi religiosi. Trascriviamo le parole che l’Ambasciatore di Venezia scriveva in quei giorni ai suoi Signori. Ivi non si era usi fare grande stima della Repubblica di Firenze; ma il Capello reca testimonianza «del grande animo e dell’abbandono che tutti facevano, e fino ai vecchi, della vita e della roba loro, e degli apparecchi bene ordinati alla difesa, cui davano mano popolarmente con grande amore e grande concordia.[193]»

Il che però non poteva essere senza che gli odii antichi e i sospetti contro ai partigiani di Casa Medici si manifestassero per via d’ingiurie e di minaccie, più spesso contro uomini dei più qualificati. Di questi non pochi si erano posti in salvo fuggendo; i quali citati per editto pubblico a tornare dentro un termine assegnato, a chi non comparve si diè bando di ribello, e i beni furono confiscati: erano in quel numero i parenti del Papa, Iacopo Salviati, Giovanni Tornabuoni, Luigi Ridolfi, Alessandro dei Pazzi; e vi erano i suoi più insigni fautori, Francesco Guicciardini, Francesco Vettori, Roberto Acciaioli. Filippo Strozzi era venuto di Francia in Genova, dove favellò in segreto con Alessandro dei Medici; quindi ritenuto da infermità in Lucca, dove lo visitarono i suoi tre figli Piero, Roberto e Leone, passò in Roma. Più ardito degli altri e cupido e scaltro e pronto a ogni cosa, Baccio Valori, venuto in molta grazia di Clemente, stava con l’Orange nella qualità di Commissario generale; egli, oltre all’essere fatto rubello, ebbe taglia di mille fiorini, e come traditore della Patria gli fu sfregiata e sdrucita una lista della casa sua da capo a piè, secondo l’ordine di una antica legge. Chiamata una Giunta di sei uomini a ricercare quali cittadini fossero giudicati più pericolosi tra quegli che non si erano mossi dalla città, furono per tal modo notati diciannove; i quali presi e ritenuti nel Palazzo, vi rimasero tutto il tempo che durò l’Assedio; tra’ quali tre notabili personaggi, Ottaviano de’ Medici, Anton Francesco Nori e Filippo dei Nerli, stato per il Papa governatore in Modena, autore dei Commentari. In questo tempo tre altri uomini per avere sparlato pubblicamente, in segreto macchinato cose contro allo Stato, ebbero condanna del capo: dei quali uno era dei Ficini nipote a Marsilio, un altro de’ Cocchi e il terzo un Frate. In questi bollori andò una brigata di giovani, e diede fuoco alla Villa magnifica d’Iacopo Salviati presso il Ponte alla Badia, e a quelle dei Medici a Careggi e a Castello; e se non erano impediti, facevano lo stesso a quella del Poggio a Caiano di già sontuosa per opere d’arte.

Intanto però si affrettavano le demolizioni decretate intorno a Firenze, mosse da nobile carità di patria e quasi risposte a chi diceva che i Fiorentini anzichè vedersi bruciare le Ville tanto a loro care, avriano cessato da ogni resistenza. Andavano attorno frotte di giovani agli altrui ed ai propri loro poderi oltre a un miglio dalla città, guastando con gran furia le case e gli orti e i giardini, per ivi distruggere ogni cosa che potesse recare ai nemici comodità o impedimento alla difesa. Altri portavano una macchina a foggia d’ariete, con la quale abbattevano le muraglie: sul quale proposito si narra che avendo fatto cadere un muro interno nel Monastero di San Salvi presso a Firenze, quando si viddero innanzi lo stupendo Cenacolo che ivi Andrea Del Sarto aveva dipinto, presi d’ammirazione desisterono dall’abbattere, attenti a salvare da ingiurie nemiche tanto bella opera. Fortificavano intanto da ogni parte la città, inalzando difese alle porte e bastioni e baluardi e ripari di vario artifizio; il che prima essendo stato cominciato da Clemente, fu sino dai primi mesi di quest’anno ripreso con più vigore, dappoichè Michelangelo Buonarroti, fatto dei Nove della Milizia e Commissario generale delle Fortificazioni, attese a quelle opere che egli medesimo dirigeva. Fu suo consiglio inchiudere nella cinta di difesa il Poggio sul quale stanno le chiese di San Miniato e di San Francesco, per essere tanto prossimo e imminente alla città che ogni difesa era impossibile se i nemici potessero batterla da quelle alture. Dentro avevano otto mila buoni fanti, la miglior parte avanzati dalle Bande Nere, con altri di varie armi e paesi, nè tutti Italiani: la milizia cittadina era di circa duemila cinquecento uomini dai 18 ai 36 anni ed altrettanti da 36 a 50, senza contare gli artefici che a un bisogno potevano essere più di ottomila, divisi tutti per Compagnie con ufiziali, che in parte erano cittadini ma tutti nelle armi bene esercitati.[194] Avevano per capo supremo il signor Stefano Colonna da Palestrina, stato ai servigi del re Francesco e da lui volentieri conceduto quando per la pace gli era d’aggravio. Le genti assoldate ubbidivano a Malatesta Baglioni, che aveva supremo comando; per la Repubblica Commissari generali furono Anton Francesco degli Albizzi, Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini, non senza l’aggiunta di Magistrati e di Consigli, impaccio alle imprese nei popoli liberi. Mandarono Commissari in quei punti del dominio che intendevano mantenere, sebbene la guerra poi si ristringesse tutta in quel tratto ch’è tra Firenze e Pisa; tanto importava salvare Firenze non che dall’assalto nemico, da ogni commozione dentro di chi volentieri avrebbe ceduto. Fra questi erano i più ricchi, o aderenti alla Casa Medici, o male disposti verso quel governo tanto popolare e tanto vivo che non badava nè a roba, nè a case, nè alle dolcezze di un lauto vivere. Aveva già questo Governo due anni prima ed in vari modi battuto gli avversi allo Stato popolare con balzelli e accatti o imprestiti sottilmente congegnati, dei quali è minuto ragguaglio nei nostri scrittori: la somma fu trarre ottanta mila fiorini dentro pochi mesi da un certo numero di cittadini designati con un’apparenza di voto pubblico o di sorte, che poi nel fatto era l’arbitrio d’una parte. Venderono quindi per fare moneta i beni immobili delle Arti; istituzioni oramai cadute da ogni valore politico e fatte in oggi o inutili sospette. Venderono i beni dei ribelli, ed obbligarono i loro amici rimasti dentro a farne la compra, sborsando il prezzo a brevi termini con penali e soprattasse da dirsi crudeli piuttosto che dure. Posero in vendita, non che tutti i beni delle Confraternite o Compagnie laicali ma erette a fine di devozione, un terzo ancora dei patrimoni delle Chiese, per la necessità che doveva in tutti essere di sottrarre il luogo nativo da uno stato di servitù comune a tutti.[195] Andavano intanto agli esercizi militari congiunte le pubbliche preci e gli atti di privata devozione. L’immagine della Nostra Donna che dal santuario allora solenne dell’Impruneta soleva trarsi in città nei tempi di universali calamità o pericoli, vi fu condotta, e nel maggior tempio custodita perchè non cadesse in mano ai nemici: quivi ella rimase per tutto l’Assedio.[196]

In mezzo a questi provvedimenti abbiamo veduto la Repubblica cercare con messi e con doni di arrestare l’Orange dacchè egli fu entrato dentro a’ confini della Toscana. Grande in quei giorni era il terrore della città di Firenze. Continuavano a fuggire molti, fuggiva Michelangelo Buonarroti. Un capitano dei principali, suo grande amico, Mario Orsini, ed altri con esso gli andavano dicendo, che Malatesta era traditore, e che entrerebbero i nemici, e che Firenze anderebbe a sacco senza dare spazio a compire le fortificazioni: poca fede avea nel Carducci Gonfaloniere che, avvertito, non pareva temere abbastanza; nè prima si era potuto intendere col Capponi che, troppo guardingo e pronto a cedere, nulla provvedeva.[197] Quell’anima tanto impetuosa del Buonarroti, fu vinta di subito dalla impazienza propria di un artista che odia gli impacci di quelle minute fila di cui s’intesse la vita pubblica. Per la via di Garfagnana andò a Ferrara, quindi a Venezia; e qui avrebbe bramato vivere sconosciuto, ma quella Signoria coi molti onori gli attristò l’animo più che mai. Tornò a Ferrara, dove quel Duca cercò ritenerlo; ma quivi apprese come egli avesse dalla sua patria bando di rubello insieme con altri ch’erano fuggiti nei giorni stessi. Ebbe però anche certezza non essere egli compreso nella condanna se non per la forma, e che era da tutti desiderato: fu tolto il bando, e tornò alle opere della difesa, alle quali, assente lui, attese Francesco da San Gallo, egregio architetto.[198] Tornarono altri di quei fuggiti; altri si dispersero, aspettando dove il vento piegasse; passarono altri nel campo nemico. «Ma come prima tutta la città era in somma trepidazione ed attendevano con la fuga a salvarsi, così ora partiti non pochi e purgata la città dalla maggior parte di quelli i quali o con la timidità o col desiderio delle cose nuove attiravano le menti degli altri,» nota il Capello «come gli animi si venissero a riunire ed a confermare di sorta, che molti oramai desideravano di vedere il nemico alle mura, non dubitando di averne grandissimo onore.[199]» Al che aggiungendosi la crudeltà dei nemici nel Valdarno, e quelle usate dal Ramazzotto nel Mugello, entrò in questo popolo insieme tutto quella disperazione feconda e nobile che infiamma gli animi degli uomini, i quali non sieno ancora prostrati. Se in qualche parte l’Istoria nostra avesse saputo mostrare quante onorate gioie in mezzo ai dolori provasse, nel corso di trecento anni, questo popolo tutto intero, potrebbe ora farsi ragione di quello che allora sentisse, vedendosi innanzi agli occhi una servitù continua e come i tedii e gli ozii oscuri di una vecchiezza. Se questa cogliesse la vita ad un tratto, non vi sarebbe uomo che la sopportasse; nè volle entrarvi il popolo di Firenze senza illustrare la fine sua. Dio ha concesso alla libertà questo onore, che mai si spegnesse senza levare di sè una fiamma, quasi a mostrare più tristi quei tempi che sopravvengono quando ella è oppressa.

L’esercito dei nemici, soprastato quasi venti giorni in quella ricca sebbene angusta Valle dell’Arno che si prolunga dai poggi aretini infino a quelli che la separano da Firenze, andava in quel tempo devastando quella misera contrada più miglia all’intorno. Il ricolto era stato abbondante oltre all’usato, e servì al nemico; si erano i contadini rifuggiti e sparsi nei boschi e nei luoghi circostanti, dove cercati e scoperti, andavano essi e le robe e le donne loro in preda ai soldati.[200] Tra queste fu molto celebrata la virtù d’una Lucrezia Mazzanti di gente povera all’Incisa, la quale venuta alle mani d’un soldato e questi adescandola con promesse, trovò non so quale ragione di andare di là dall’Arno, ed in mezzo al ponte avviluppatasi con le vesti il capo, si gettò nel fiume ch’era molto grosso, ed ivi annegò. A’ 6 d’ottobre era il nemico a nove miglia da Firenze; ai 10 l’Orange muovendo con tutto l’esercito, si venne ai 14 ad alloggiare nel Piano di Ripoli alla villa dei Bandini, un miglio presso alla città. È fama che gli Spagnoli, allorchè giunti all’Apparita videro innanzi tutta la città di Firenze col suo piano, vibrando le armi gridassero allegri nella lingua loro: Signora Fiorenza, apparecchia i broccati, che noi veniamo per comprarli a misura di picche. Intanto avvenivano scaramuccie tra cavalli leggieri dell’una e dell’altra parte, nelle quali sempre i Fiorentini accadde che avessero la meglio; il che aggiunse ad essi animo e la fiducia della sicurezza. Gli incendi moltiplicavano all’intorno, «nè si distingueva quali per opera dei nemici, quali dei cittadini stessi, confondendosi l’inumanità di quelli con la generosa costanza di questi, e la grandezza degli animi e la prontezza d’ognuno in sostenere ogni danno, ogni pericolo per conservazione della libertà.[201]» Il danaro diveniva ognora più copioso, e continuamente ognuno si rendeva più pronto ad offrirlo volontariamente.

L’indugio che fece l’Orange in Valdarno dicono tutti che provenisse dalla necessità di aspettare otto cannoni che a lui mandavano i Senesi, perchè, non potevano negare nè questi nè altri soccorsi all’Imperatore, male inclinati egualmente verso il Papa e verso i Fiorentini: dovettero inoltre gli otto pezzi fare verso Arezzo un lungo circuito di strade cattive.[202] Io credo però vi entrasse anche un aspettare di Clemente, che sempre sperava ricevere Firenze per vie pacifiche; e vi entrasse pure il dubbio in cui erano i Cesarei per le cose di Vienna, innanzi che il Turco si fosse di là ritirato. Convengono tutti però, che l’indugio fosse causa di mandare a lungo l’impresa, la città essendosi in quei giorni fortificata da ogni banda per lo zelo meraviglioso dei Fiorentini e per l’intelligente direzione di chiari architetti e grandi artisti d’ogni maniera che vi abbondavano.[203]

Dei grossi bastioni con fianchi e fossi e bombardiere, fasciati da una corteccia di mattoni crudi composti di terra pesta e capecchio trito, si distendevano dalla porta a San Miniato per tutto il Poggio di questo nome, dov’era il forte della difesa: un altro argine scendeva dall’alto verso oriente, fino all’Arno da San Niccolò; continuava un altro all’occidente, fuori della porta a San Giorgio e San Piero in Gattolino, finchè non trovasse l’Arno a San Frediano. Dall’altro lato di questo fiume le porte avevano baluardi e argini, e a luoghi, torri da starvi soldati. Guardava il Poggio di San Miniato e di San Francesco verso oriente Stefano Colonna; e dall’opposto lato, Mario Orsini; con più di tremila fanti fra tutti due, sotto ventiquattro Capitani. Alloggiava Malatesta su’ Renai nelle case de’ Serristori. Altri Capitani aveano la guardia delle altre porte: Giorgio Santa Croce stava co’ suoi cavalli nel prato d’Ognissanti; Pasquino Côrso col suo colonnello era in arme nel mezzo della città, pronto a soccorrere dovunque ne fosse bisogno. Della milizia fiorentina ciascuna banda stava il giorno al suo Gonfalone; la notte andavano, parte al Poggio e al Bastione di San Giorgio insieme ai soldati; parte stavano alla guardia della città, dov’era proibito a questi mostrarsi la notte.

Incontro a queste fortificazioni l’assedio nemico circondava quasi, a guisa di un mezzo cerchio, tutta la parte di là d’Arno; cioè da oriente fino alla porta San Niccolò, e all’occidente di nuovo fino all’Arno presso alla porta di San Frediano, cominciando dal palazzo di Rusciano, che Brunellesco disegnava per la famiglia dei Pitti: qui alloggiava Gian Battista Savelli; alla Torre del Gallo, il conte Pier Maria da San Secondo; a Giramonte, Alessandro Vitelli; a Santa Margherita a Montici, Sciarra Colonna: il Principe d’Orange risiedeva nel pian di Giullari, dov’erano le case dei Guicciardini: lì presso erano la piazza del Mercato e le Forche. Più sotto abitava Baccio Valori, Commissario generale del Papa: il Marchese del Vasto con altri stavano verso la porta di San Giorgio, più vicino a San Leonardo. Questi erano gli alloggiamenti degli Italiani. I Lanzi si erano accampati, alcuni nell’alto, vicino al Principe; altri presso alla villa dei Baroncelli, che oggi ha nome di Poggio Imperiale. Gli Spagnoli, sparsi in più luoghi, si distendevano dalle Campora fin sotto Marignolle e a Bellosguardo: cresciuti poi di numero, occupavano tutto il Monte Oliveto presso occidente, e le loro bagaglie arrivavano fino a Scandicci. Tale era il campo degli Imperiali.

Nella città quando fu pronta ogni cosa, una mattina a levata di sole, Malatesta si appresentò in persona sul bastione di San Miniato con trombe e strumenti, come salutando i nemici e invitandoli a battaglia: poi mandò un trombetta nel Campo a sfidarli; e poichè vidde che niuno si muoveva, fece ad un tratto scaricare tutte le artiglierie, che molte erano, e i tamburi suonare, con tale rumore che rimbombandone i vicini colli empiè la città insieme di letizia e di paura. Nè per molti giorni fu dalle due parti altro che uno spesso cannoneggiarsi; quando la notte di San Martino, che era buia e piovosa, fece il Principe accostare tutte le genti alle mura, muniti di scale, deliberato di assaltare sprovvedutamente Firenze. Ma trovò le guardie vigili e gagliarde, e la milizia si armò in un attimo; e nella città furono i ponti e le strade calcate di gente con torce e lampioni e lumi alle finestre: l’istorico Varchi vidde un fanciullino condotto da un vecchio a dividere seco il pericolo. Tutti andavano verso i bastioni, donde le artiglierie traendo alla cieca nelle masse degli assalitori là dove udissero più grande il rumore, facevano ad essi non piccoli danni; per il che l’Orange fece suonare a raccolta, e andò a Bologna il giorno dopo a cercare nuove genti, ivi essendo giunto l’Imperatore. Nel Campo intanto era la carestia grande per la necessità di condurre le grascie a schiena di mulo o d’asino, e le strade rotte e fangosissime: per le case di fuori e per le ville i saccomanni non trovarono più nulla; fuggivano alcuni in Firenze, e ivi si mettevano con gli assediati. Questi avrebbero i nemici voluto fiaccare con le scaramuccie, nelle quali mai non vollero fare buona guerra co’ giovani della milizia, dicendo ch’erano gentiluomini e non soldati, ma in fatto per poterli come danarosi taglieggiare. Ad essi pertanto era con pene rigorosissime vietato l’uscire; ma pure tenere non si potevano, avendo a male quel trattamento a segno, che alcuni uccidevano a ricambio i prigionieri fuor d’ogni usanza.

Tanto era l’ardire di quella milizia, che il signor Stefano Colonna col solo aiuto di cinquecento fanti spediti in corsaletto si fidò condurla, girando attorno al Campo nemico, fin quasi alla coda verso alla chiesa di Santa Margherita a Montici. Era una notte oscurissima e le cose ordinate in modo che allo sbaraglio prodotto dai primi assalitori, altri uscissero per tre porte della città e attaccassero di fronte il nemico; il che si fece con grande impeto, ed il Principe d’Orange, il quale già era tornato in campo, credette, assaltato così all’impensata da due lati opposti, di essere tradito. Perivano molti dei suoi; ma era esercito condotto da uomini sperimentati, i quali seppero anche in mezzo allo sbalordimento fare che tosto con l’ordine tornasse il valore: il Principe stesso combatteva nelle prime file, soldato insieme e capitano. Sforzare il Campo era oggimai reso impossibile a quei notturni assalitori, tantochè Malatesta dalla città fece dare il segno prima convenuto, per cui si ritrasse ciascuno ma in modo lento e decoroso, le cannonate dai bastioni tenendo indietro le genti nemiche. Non mutò quel fatto le condizioni della guerra, ma rialzò gli animi e servì a temprarli più fortemente: a quelli assalti in quel modo al buio davano nome d’incamiciate, perchè sopra all’armi ponevano una camicia bianca che gli distinguesse dai nemici. Ebbe gran parte in quell’abbattimento Mario Orsini, Capitano amatissimo in Firenze: questi e seco un altro nobile romano, Giorgio Santa Croce, mentre stavano pochi giorni dopo nell’orto di San Miniato a ragionare con Malatesta e i Commissari di cose pertinenti alla difesa, una palla di colubrina tirata in quel mucchio percuotendo il pilastro di una pergola, fece che i rottami cadendo addosso a quei due gli uccidessero in un colpo insieme con altri soldati e cittadini; di che in Firenze fu grande il rammarico, ed all’Orsini ed al Santa Croce fu data dal pubblico onorata sepoltura. Nel giorno istesso moriva nel campo subitamente Girolamo Morone, che nella varia sua vita dopo avere tradito molti, fermatosi nella ubbidienza dell’Imperatore ed ora del Papa, serviva a questo con grande passione, come infaticabile che egli era ed atto a ogni cosa. Per quella morte parve a Clemente di avere fatto una grave perdita, ed ai Fiorentini parve non lieve guadagno.

Ma questi aveano poco innanzi perduto il castello della Lastra a Signa, luogo importante per la vicinanza e perchè posto sulla strada verso Pisa, la quale però infino al tempo dei padri nostri, non bene essendo aperto il passo della Golfolina, saliva su’ poggi dov’è Malmantile. Di già incominciava a comparire nel Mugello la testa del nuovo esercito che di Lombardia scendeva tostochè si furono i Turchi levati d’intorno a Vienna: erano poco meno che ottomila tra Spagnoli, Tedeschi e Italiani, che tutti spargendosi nel piano e pei colli prossimi alla città, pervenne l’assedio a cingerla da ogni banda, che prima non era se non dalla parte sinistra dell’Arno. Portavano seco venticinque pezzi d’artiglieria grossa, che molto indugiarono a passare nel cuore del verno le strade pei monti da Bologna sino a Firenze; quivi intanto si radunavano a gran fretta grasce e vettovaglie quante potessero maggiormente. Da prima si era nei Consigli fatto proposito di tenere Pistoia e Prato, d’onde a molti parve gravissimo errore averle dipoi abbandonate; il che avvenne a questo modo. Erano in Pistoia, come si è veduto, da oltre a due secoli ferocissime le parti dei Panciatichi e dei Cancellieri; stava la prima ora per le Palle, l’altra per Marzocco. In Firenze erano ritenuti ostaggi di ambe le parti: mandavano a Pistoia Commissari, spesso eleggendo lì ed altrove (come accade dove gli elettori sono in troppo gran numero) uomini contro dei quali non fossero accuse nè sospetti, ma nemmeno prove di sufficienza. Un Bracciolini di parte Panciatica, la prima volta che in Consiglio ebbe a conoscere la pochezza del Commissario Agostino Dini, levato rumore, prima uccise per le scale un suo nemico di Casa dei Tonti, poi altri diciotto della parte Cancelliera. Aveva Clemente da Bologna mandato a Pistoia uno dei Cellesi con gran numero di fanti, pei quali la terra perduta affatto dai Fiorentini pervenne in sue mani. Con la medesima imprudenza fu Prato abbandonata nè saputa mai recuperare. Pietrasanta con la sua Rôcca e con quella di Mutrone male difese e pel timore del sacco, mandarono in Lucca cercando qualcuno a cui darsi; e vi andò Palla Rucellai, che ne pigliò il possesso nel nome del Papa.[204]

Era in Empoli Commissario Francesco Ferrucci, nel quale siccome può dirsi che fosse d’allora in poi tutta la difesa della città di Firenze, così è notabile che innanzi quel tempo, o nulla sappiamo di lui, o ciò solo che non era uscito dal comun livello, ed ebbe fino ai quarant’anni oscura la vita: ma pare vi sieno degli uomini nati a essere Capitani, che se ne stanno perchè incapaci di farsi innanzi con la pazienza del soldato. Il Ferrucci era di antica gente e buona cittadinanza, che aveva spesso goduto in Firenze i sommi uffici. Attese alla mercatura per necessità di vita, ma come se fosse (il che non appare) vissuto a lungo nella milizia, aveva costumi rissosi e maneschi; di scarsa coltura, leggeva tradotte le storie antiche, e uomo solitario, fermava il pensiero nei fatti di guerra. Di questa ebbe egli esperienza quando Gian Battista Soderini lo menò seco sotto Napoli dove andava ambasciatore presso a Lautrech: tenendolo appresso di sè, lo aveva fatto pagatore delle genti mandate da Firenze a quella impresa: erano in gran parte delle antiche Bande Nere; ed il Ferrucci, com’era suo genio, esercitandosi nella guerra, cadde prigioniero. Finita poi questa e morto il Soderini, Donato Giannotti, ch’era Segretario dei Dieci, metteva innanzi Francesco Ferrucci come uomo da farne capitale. Così andò Commissario a Prato, ma insieme ad uno antico cittadino che voleva fare da sè ogni cosa e nulla sapeva: di questo s’accorsero i Dieci, e mandarono il Ferrucci in Empoli con balìa piena ed assoluta in tutte le cose che importassero alla guerra.[205]

Il Ferrucci arrivato in Empoli, attese a maggiormente fortificare quel castello e a munirlo d’ogni sorta di provvigioni, da non poter essere sforzato dentro, e così avere le mani più libere contro al nemico; nel che era egli vigilantissimo. Una volta fece tornare all’ubbidienza Castel Fiorentino, del quale gli uomini si erano ribellati a istigazione di certi giovani, i quali andavano per quelle contrade dicendosi Commissari del Papa; e Girolamo Morone tantochè visse era infaticabile in tali maneggi. Per questo fatto pigliò il Ferruccio maggiore animo; e da Pisa gli rispondeva bene Ceccotto Tosinghi, antico soldato fiorentino di antica famiglia, insieme facendo prede all’intorno di bestiame e di soldati prigionieri. Ma il Ferruccio non appena ebbe dai Dieci l’aggiunta di un altro centinaio d’uomini a cavallo, di subito una mattina di buon’ora conducendo seco guastatori e artiglierie e strumenti da espugnare terre, andò all’assalto di quella di San Miniato, dove gli Spagnoli appena giunti avevano messo dugento soldati. Il Commissario fu il primo a porre ed a salire le scale, e combatteva insieme agli altri, facendo passare a fil di spada oltre ai soldati, anche molti uomini della terra, che a lui avevano resistito; imperocchè San Miniato, anticamente soprannominato dal Tedesco che vi risedeva, non fu mai gran fatto amico a Marzocco. Al quale terrore, ma non però senza battaglia, cedette nel giorno stesso anche la rôcca, salve le robe e le persone: già i soldati correvano la terra facendo sacco, ma il Commissario fece restituire la roba, e sotto pena della forca salvò alle donne l’onore. Più tardi, con una marcia rapidissima di notte, colse tra Palaia e Montopoli una banda numerosa di Spagnoli, che fu distrutta rimanendo in mano sua cinque dei loro Capitani ed altri essendo uccisi. Per questi fatti già era il nome del Ferrucci mirabile a molti, e segno d’invidia.[206]

Finiva con l’anno il gonfalonierato di Francesco Carducci, ed era decretato che il Gonfaloniere nuovo appena eletto andasse a stare in Palazzo ed assistesse a tutti i Consigli, ma senza dar voto. Poteva il Carducci con buone ragioni sperare d’esser rieletto, come colui che si era mostrato uomo di governo e uomo di parte, nemico ai Medici, schietto popolano per tutto l’abito della vita; nè altri aveva più efficacemente promosso la guerra. Ma uomo nuovo, era senza seguito e senza clientele, tenuto a vile dai potenti, temuto dagli uomini mezzani e pacifici; a molti del popolo pareva esser egli salito tropp’alto. Quando si venne a trattare della elezione, aveva il Carducci con maggior sincerità che accortezza designato apertamente sè stesso in un’arringa da lui recitata nel grande Consiglio, così scatenando vie più le invidie. Fu eletto in sua vece Raffaello Girolami, al quale aveva dato grande favore l’essere egli solo dei quattro Ambasciatori tornato da Genova in Firenze, dove riaccese le buone speranze: uomo d’antichissima famiglia che si diceva essere quella del Santo Zanobi, destro, vario, intramettente ed oggi tutto cosa del popolo; ma in lui concorsero i voti ancora d’alcuni Medicei che ricordavano essere egli stato insieme con essi alla cacciata del Soderini, e lo credevano uomo di non troppo difficile composizione.

Entrò il fatale anno 1530, nei primi giorni del quale il Gonfaloniere nuovo radunato il Consiglio grande, dopo i consueti ringraziamenti, espose cercarsi in nome del Papa un qualche termine d’accomodamento, al quale effetto era in Firenze Rodolfo Pio vescovo di Carpi che stava in casa di Malatesta e trattava seco di consentimento dei Dieci; interrogò il Consiglio, principe sovrano della Città, se a lui piacesse di mandare al Papa oratori. Divisi i pareri, fu grande la confusione; parole veementi si pronunziarono, e fra tutte notabili in favore dell’invio quelle di Filippo del Migliore, lo stesso che aveva prima posto in salvo la Libreria dei Medici, alla quale nessuno più era che badasse. Ristretti, secondo l’usanza, ciascuno nei suoi Gonfaloni e nei Collegi, fu a quel modo tra pochi più aspro il contendere e più lungo; stava talvolta il figlio contro al padre ed un fratello contro all’altro. Si venne a raccogliere i voti, e di 1300 che erano radunati, sommando insieme le deliberazioni dei vari Gonfaloni e dei Collegi, intorno a mille furono per l’invio al Papa, che soli trecento avevano negato. Potè sugli animi forse lo spavento dei nuovi soldati che tratto tratto Cesare inviava e la penuria del danaro e il caro dei viveri e i presagi disperati di chiunque si mettesse a ragionare. Lo stesso Girolami lasciava le vie aperte a un accordo; ma in molti di quelli che lo avevano votato era un sentire a cui la prudenza pareva vergogna, e dentro sè incerti, in Piazza stavano co’ più arditi, laonde fecero che la deliberazione presa avesse a rimanere inefficace. Andarono due Ambasciatori e un sottoambasciatore, ma senza mandato, e solo a udire la mente del Papa ancora una volta, prima si partisse da Bologna. Qui era un diverso ordine d’uomini ed altri pensieri; muovevano a riso quegli inutili ambasciatori, e quando interrogati da Clemente che cosa volessero, tre cose dissero: la conservazione del dominio, la libertà di Firenze e il mantenimento dei presenti Ordini popolari; questi rispose, che in quanto al dominio aveva egli più di loro brama d’accrescerlo, che una vera libertà darebbe quanta essi nemmeno sapeano pensare, ma circa poi al Governo popolare non ebbe parole bastanti a dannarlo come servitù di tutti, vituperando quello che si faceva contro a lui personalmente e contro alla Chiesa e ad ogni giustizia. Così tornarono gli Ambasciatori; e in quanto al voto del Gran Consiglio, senza cassarlo, fu annullato dichiarando quella essere stata solo una Pratica o Consultazione dove nulla si era potuto in via formale deliberare.[207]

Allora si fecero leggi crudeli perchè chi avesse votato l’accordo pagasse la guerra. Contro ai ribelli si procedeva spietatamente per annullare non che ogni contratto simulato, ma qualunque azione la quale per forza di legge potesse in nome loro esercitarsi sopra i loro beni che andavano al fisco; pena la morte a chi presentasse di tali azioni, con multe e gastighi a quel giudice che non lo avesse condannato dentro due giorni. Per tutti quei mesi la città aveva spesa incredibile di soldati e di capitani. Nè il buon volere dei molti bastava, se gli altri non fossero costretti per via d’arbitrii, come la necessità stringeva e a sfogo di parte. Sottili trovati servivano alle forzate vendite di quella gran massa di beni che si era messa sul mercato; al quale fine inventarono anche certa lotteria per gli averi dei ribelli a un ducato per polizza, che buttò assai dentro pochi giorni, per togliere con la fretta i sospetti della frode. Mandarono alla Zecca tutti gli ori e gli argenti non coniati che si trovarono nelle case di chiunque abitasse in Firenze, eccetto i soldati, e quelli ancora dei luoghi sacri, lasciatine solo i più necessari. Tolsero quindi e per via d’esperti gioiellieri venderono tutte le gioie ch’erano intorno alla Croce d’oro del tempio di San Giovanni e quelle di una mitra donata da papa Leone al Capitolo di Santa Maria del Fiore: il ritratto tra ogni cosa furono cinquanta tre mila ducati, dei quali batterono monete d’argento che da uno dei lati avevano il Giglio e dall’altro la Croce con una corona di spine.

Tali spogliazioni, non che la vendita d’una parte dei beni ecclesiastici, ed altre offese contro al Papa, si facevano a quel tempo senza rispetto, benchè il popolo di Firenze, religiosissimo sempre ed allora più che mai per l’educazione di Frate Girolamo, sperasse molto negli aiuti divini e nelle solenni preci, e in una liberazione prodigiosa che a lui promettevano alcuni Predicatori, massime di San Marco. Era fra questi un Fra Bartolommeo da Faenza savio e virtuoso, e un Fra Zaccaria; ma sopra gli altri Fra Benedetto da Foiano, che in sè aveva tutte le doti richieste ad un oratore popolare, non senza una dose di vanità o d’ambizione poi gastigata troppo crudelmente. Mostra il linguaggio dei Cronisti come questo popolo quanto era più acceso di fede ardita e speranzosa andasse franco nel vilipendere Papa e Cardinali senza alcun ritegno:[208] furono un giorno messi in accusa Clemente e i quattro Cardinali fiorentini che seco erano in Bologna, per una sorta di delazione segreta che appellavano tamburazione; vinse a mala pena la prudenza di soprassedere prima di portare i nomi dei cinque avanti al giudizio della Quarantia. Nè mancò pure chi proponesse atterrare il Palazzo Medici nella Via Larga, e farvi una piazza la quale avesse nome di Piazza dei Muli. Ma se nella infima plebe un Pieruccio con la scempiezza delle parole, che a taluni parevano misteriose, faceva che dietro molti gli corressero come a profeta di buoni eventi; un altro anch’egli piacevole mentecatto, di soprannome il Carafulla, stava pei Medici. Questa parte comprendeva molti cauti e timorati e sempre devoti al nome del Papa: una Suor Domenica del Paradiso (così appellata dal nome del luogo dove nacque nel piano di Ripoli), era in molta stima tra gli uomini pii come buona e avveduta e ben parlante; la quale stima poi mantenne sotto il Principato per avere essa consigliato sempre l’accordo col Papa.[209]

Era nel monastero delle Murate la Caterina dei Medici, figlia di Lorenzo che fu duca d’Urbino, onde la chiamavano la Duchessina. Aveva allora undici anni, e per la nascita e per una entrata che aveva di dieci mila ducati all’anno, molti disegni si erano fatti sul conto suo: il re Francesco cercava d’averla in custodia come sua parente dal lato di madre; il Papa faceva la restituzione della Duchessina primo articolo d’ogni accordo co’ Fiorentini, i quali tanto più si studiavano ritenerla e bene guardarla. Dalla età prima fu essa palleggiata dalle ambizioni altrui o dalle passioni civili; il che divenne a lei forse poi scuola di regno, che buona non era. Nel monastero la sua presenza fomentava la divisione che era entrata fin tra le monache; si pregava per il Papa, e si pregava contro di lui per la libertà. Credette la Signoria essere prudente cosa trasferirla dalle Murate nel monastero Domenicano di Santa Lucia, dov’era stata altra volta; e a questo fine andò alle Murate Silvestro Aldobrandini, uomo atto a ogni cosa e pronto a ogni cosa: dopo qualche indugio Caterina venne al parlatorio in mezzo a due monache, vestita da monaca, e protestando volere essa rimanere in quel santo luogo e ivi consacrarsi. Tornò Silvestro il giorno dopo, e condusse via la fanciulla che piangeva temendo la volessero ammazzare; ma dipoi stette tranquilla nel nuovo ricovero, sebbene proposte crudeli e infami si facessero contro a lei da taluni di quella schiuma che sempre galleggia nei moti civili. Fu detto che il Principe d’Orange avesse un qualche disegno di sposare egli la Duchessina, caso che il Papa morisse o fosse abbandonato da Carlo V per la lunga resistenza dei Fiorentini: certo è che l’Orange nei suoi discorsi diceva, che la ragione stava dal lato di questi, ma che egli soldato dell’Imperatore ubbidirebbe al suo giuramento.[210]

Malatesta Baglioni cercava da qualche tempo con grande istanza d’essere fatto Capitano generale e che gli fosse dato il bastone: al che sebbene molti sentissero certa repugnanza, non era motivo di contrastare in modo espresso; talchè negli Ottanta trovò il partito assai favore, venendosi poi con molto solenne cerimonia a conferirgli quel grado supremo. Era il Baglioni oltre che astutissimo, che sapeva co’ discorsi andare a versi di tutti, verace in questo che egli faceva di quella guerra un retto giudizio, conforme a quello del maggior numero dei prudenti, come si è più volte potuto vedere: gli stessi più duri e più ostinati avevano fede nella scienza di guerra ch’era in lui non poca, senza per allora espresso motivo di averlo in sospetto. Diceva aperto, che la città si difenderebbe, ma che venire a un qualche onesto accordo sarebbe stato buon consiglio; mandare in lungo la difesa non era per anche vincere la guerra, essendo al tutto speranza vana rompere il Campo dei nemici, munito com’era con ogni artifizio e in luogo fortissimo e con buoni capitani e vecchi soldati da non si lasciare sorprendere mai; tentare un assalto e avere la peggio avrebbe aperto Firenze al saccheggio, cui tanto anelavano stranieri soldati; la stessa vittoria sul campo nemico, se gli assediati una volta l’ottenessero, verrebbe in fine dei conti allo stesso, perchè in tal caso l’Imperatore non se ne starebbe dal vendicare con altre genti sulla città di Firenze l’offeso onor suo. Tuttociò era vero; ma come nell’animo di quanti credevano in Firenze le cose medesime stava il ritorno inevitabile della Casa Medici; così nel consiglio di Malatesta era un aderire nel fatto ai pensieri che più giovavano a Clemente e il Capitano dei Fiorentini si trovava essere un uomo del Papa; senza contare la dipendenza in che lo metteva personalmente il volersi mantenere lo stato in Perugia. Queste cose erano fino da principio; e che tra ’l Baglioni e i messi del Papa non fossero dette, che non fossero discorse tra lui e un uomo di tale importanza qual era il vescovo Rodolfo Pio, lo creda chi può. Infino all’ultimo dell’Assedio fece Malatesta quanto egli doveva perchè i nemici per via d’assalto non entrassero in Firenze; il che non voleva nemmeno Clemente: ma questi contava sopra Malatesta per avere o prima o poi la città per via d’accordo e senza saccheggio; e ciò era il voto supremo del Papa.

Tradire Firenze con farvi entrare gli assedianti sarebbe poi sempre stato impedito dalla milizia cittadina, la quale faceva con volontà forte la guardia interna della città. Era stata riordinata e ricomposta nella fine dell’anno; discorsi vani erano stati pronunziati in cerimonia dal solito Bartolommeo Cavalcanti. Ma in questa nuova milizia scesero fino ad un maggior numero d’artefici, e in quella descrissero altresì con buoni ordini e cautele gli uomini del contado che in numero di settemila si ritrovavano in Firenze;[211] nè fu da meno della prima, perchè in lei stava quel popolo vero il quale ogni volta si trovasse unito ed armato, voleva difendersi e altro non udiva. Stefano Colonna la comandava con fede di soldato; ma egli diceva essere uomo del Re di Francia al quale ubbidiva, nè di governo s’impacciava. Dalle due parti nei primi quattro mesi di quell’anno quasi ogni giorno si combatteva; non che l’Orange tentasse mai sul serio un assalto contro alla città, ma con le artiglierie cercava buttar giù le torri e le opere di difesa, senza contare le scaramuccie le quali nascevano dall’incontrarsi le squadre nemiche, secondo i disegni che ognuna avesse delle due parti.

Anguillotto da Pisa, capitano di molto valore, passato dal campo nemico sotto alla bandiera di Marzocco, diede occasione forse alla più fiera di queste battaglie, essendo incredibile nel Conte di San Secondo, del quale Anguillotto era fuggitivo, e nello stesso Principe d’Orange la smania d’ucciderlo: il che alla fine venne loro fatto non senza fatica, e con la morte di assai gente, presso a San Gervasio. Tre altri Capitani (che due degli Orsini) aveano all’incontro condotto fuori della città con tradimento trecento soldati perchè si unissero ai nemici: ma questi tornarono la maggior parte, e i traditori, secondo l’usanza, furono dipinti appesi alle forche col capo all’ingiù, dal principe della Scuola toscana, Andrea del Sarto. Un altro Orsino, l’Abate di Farfa, si era messo a favorire gli Imperiali, intanto che un figlio di Renzo da Ceri di quella famiglia pigliava soldo co’ Fiorentini; essendo allora quell’assedio, comune ritrovo ai capitani mercenari, poichè era mancato l’esercizio di quell’arte nel resto d’Italia. Più spesso avveniva che gli assediati uscendo a foraggiare s’incontrassero col nemico: non era in Firenze grande per anche la carestia, sebbene mancasse il companatico e un asino si mangiasse come cosa rara per farne convito il giorno di Pasqua. Ma spesso entravano in città bestiami e altri soccorsi; Francesco Ferrucci mandava da Empoli buoi e salnitro, che in Firenze si cercava con grande paura non venisse meno. La città era piena di allegro coraggio, tanto che nel Carnevale non vollero fosse omesso l’antico gioco del Calcio, del quale diedero un simulacro, com’era usanza, sulla piazza di Santa Croce, che fu salutato, ma senza danno, dalle artiglierie nemiche. Nè mancavano le sfide da un Campo all’altro, da una delle quali uscì con vantaggio contro a un cavaliere tedesco Iacopo Bichi, soldato valorosissimo dei Fiorentini.

Un’altra disfida solenne fra tutte ottenne per l’opera degli scrittori durevole fama sino ai giorni nostri, come avvenne spesso di fatti anche piccoli in questa storia di Firenze. Lodovico Martelli, giovane di gran cuore, mandò un cartello a Giovanni Bandini come a traditore della patria, perchè stava nel campo nemico; e se cercò lui, fu detto essere perchè il Bandini aveva usato parole di spregio contro alla milizia fiorentina: ma era tra loro cagione d’odio più segreto l’amore che entrambi portavano a una gentildonna fiorentina, Manetta de’ Ricci, moglie di Niccolò Benintendi. Giovanni, che a molto valore accoppiava grande accortezza, era più avanti nell’animo della piacente donna. La sfida fu accettata, con che ciascuno dei due avesse seco un compagno; al che il Martelli elesse Dante da Castiglione, la più famosa spada che fosse in Firenze: il Bandini menò seco Bertino Aldobrandi, giovanetto di valore temerario. Doveva il Principe d’Orange tenere il campo e avere la guardia dello steccato, che fu costrutto sul poggio dei Baroncelli. Uscirono al giorno dato i due nostri dalla città con pompa grandissima e con quello sfoggio di prodezza di cui potesse chiamarsi pago l’onor militare, combattendo i quattro campioni in vesti leggiere senz’alcuna arme di difesa. Fu lungo lo scontro come tra valorosi; ma infine Dante, dopo avute più ferite dall’Aldobrandi, gliene diede una per cui dovette il giovane arrendersi e morì nella seguente notte. Contro al Martelli era il Bandini, ottimo schermitore, che senza quasi ferite ne diede molte al Martelli, ed infine lo ridusse in tal condizione che egli dovette darsi per vinto. Ebbe quell’infelice giovane malattia lunga; una visita che gli fece la Manetta, quale tumulto di passioni destasse nell’animo di lui non so dire: dopo molti giorni moriva, per quello che fu creduto, più del dispiacere che delle ferite.[212]

Fino dal gennaio aveva la Repubblica di Venezia fatto pace con l’Imperatore; ma tuttavia Carlo Capello rimase in Firenze come oratore, malgrado che il Papa facesse ogni sforzo perchè fosse richiamato.[213] Ne’ suoi dispacci apparisce sempre grande amico ai Fiorentini, che da lui sono lodati a cielo; nè alla sua Repubblica dispiaceva mostrarsi, com’era sempre, di animo italiano; a lui però nulla rispondeva per non s’impegnare con parole scritte delle quali altri pigliasse offesa. Riebbe la Chiesa per quella pace Ravenna e Cervia; il che lasciava Firenze scoperta dal lato delle Romagne, alle quali era guardia la presenza delle armi veneziane. Ma bastò quella che fece Lorenzo Carnesecchi, Commissario generale della Romagna fiorentina; il quale con poca gente e meno danari, ma pel valore che era in lui molto, gastigò prima la ribellione di Marradi, fugò in più scontri le genti nemiche, teneva infestati i confini della Chiesa, e resistè a un grande assalto che alle mura di Castrocaro diede ripetutamente Leonello da Carpi, presidente della Romagna ecclesiastica, rinforzato allora da Cesare da Napoli che venne dal Campo, e dai propri cavalli della guardia del Papa mandati da Roma: tantochè poi si fece tra le due parti una molto onorata tregua, per cui rimasero da quel lato frenate le armi.[214]

Ai Fiorentini, lasciati soli, nemmeno restava la vieta speranza d’essere una volta soccorsi da Francia; imperocchè un Signore di Clermont, venuto a bella posta in Firenze, portò consiglio alla Signoria di pigliar tosto qualche partito nè di aspettare più gravi mali; offrendosi egli di farsi mediatore tra la Città e il Papa, col quale aveva più volte discorso e che sapeva essere di buon volere. A questo effetto andò in Bologna, dicendo sarebbe tornato subito, ma poi non si ebbe di lui più notizia.[215] Proposte consimili recava più tardi al Papa in Roma il Vescovo di Tarbes, del quale abbiamo una lunga lettera al re Francesco. L’ambasciatore aveva dei suoi occhi veduto le forze dei Fiorentini, che erano città ben fortificata, soldati che bastavano, vettovaglie per più mesi, e il cuore buono e risoluto a mantenere la libertà loro.[216] Forte all’incontro l’esercito nemico da non dissolversi (come a Firenze avevano sperato) dopo alla partenza dell’Imperatore, il quale invece, contro all’usanza sua, mandò più volte danari al Campo. A dare la battaglia non si pensava, e il lento assedio, come era secondo la mente del Papa, così anche pareva che all’Imperatore convenisse; al che i più accorti assegnavano questo motivo. Quell’infelice Francesco Maria Sforza duca di Milano pareva che fosse vicino a morte, e tutti sapevano essere proposito di Carlo V occupare tosto quello Stato: giovava a tal fine mantenersi intanto un esercito pronto e raccolto in vicinanza. Ma un tale indugio perchè a Clemente portava molta difficoltà e pericoli; e al re Francesco, ricevuti i figlioli, era buona ogni occasione a ricondurre la guerra in Italia; l’Ambasciatore mette al Re innanzi un suo disegno, del quale aveva già tenuto discorso col Papa. Fatti persuasi prima i Fiorentini della convenienza d’un onesto accordo sotto all’ombra di Francia, bastava che il Re mandasse inverso questa città due migliaia di fanti, e tosto il Papa, separando le genti sue dalle imperiali, verrebbe ad occupare Firenze in unione col re Francesco, potendo disporre per la spesa dei soldati di tutto lo Stato fiorentino ricongiunto sotto alle sue mani. Per l’avvenire, fino d’allora si pensava al matrimonio della piccola Caterina con un figlio del re Francesco, il quale dovesse avere lo Stato di Milano. A tutto questo maneggio avrebbe dovuto proporsi il conte Alberto Pio di Carpi, ch’era forse l’autore ardito ed ingegnoso di questo alquanto fantastico disegno, come erano in Francia consueti formarne. L’Ambasciatore promette al Re non solamente la conservazione della città di Firenze, «che è cosa sua, ma che in Italia comanderebbe a bacchetta in tutto e per tutto.[217]»

Ma pure da questa lettera non poche cose s’imparano, ed un’altra parte di essa riscatta quel ch’era di vano in tali pensieri. Viveva Clemente in grandi angustie per questo assedio che durava da oltre sei mesi, nè ancora se ne vedeva la fine. Dell’Imperatore si teneva certo quanto al volere egli farla in Italia finita con questo popolo che resisteva quando i Principi ubbidivano; sapeva che il duca Alessandro era tenuto in corte onoratamente come fidanzato alla giovinetta Margherita. Ma Carlo V stava ora in Germania, dove molte novità potevano attraversarsi; e le amicizie co’ Papi essendo fondate sopra a vite brevi, cedevano facilmente al cospetto di vantaggi più sicuri: Clemente aveva per malo indizio quel grande sparlare che si faceva di lui nel Campo. Sentiva essere egli esposto all’odio dei suoi stessi amici, ma non gli poteva capire nell’animo che la Città non si desse a lui spontaneamente, ed aspettava di giorno in giorno una sommossa: contava sul grande numero dei beneficati da Casa Medici e degli avversi a questo governo popolare; non però aveva messo in conto quel fascio antico della cittadinanza, di già logorato, ma che non poteva se non dalla forza lasciarsi disfare. Stringevalo poi l’essere affatto venuto al secco di danari e il non sapersi quanti in seguito ne occorrerebbero; e perchè il credito gli mancava, ed erano esauste le fonti a nutrirlo con altri proventi, gli stavano attorno perchè facesse una creazione di Cardinali, al che aveva egli grande repugnanza; già si diceva che ne avrebbe ad un tratto nominati fino a ventisei, dai quali aveva le offerte in mano per cinque o seicento mila scudi. Contro ad un tale pensiero l’Ambasciatore andò e parlò alto, non come ministro del Re, secondo egli stesso dice, ma come cristiano e prete e vescovo. Causa d’ogni male dichiarò essere questa impresa di Firenze e quella che tutti a voce comune appellavano ostinazione, fino agli stessi suoi soldati, i quali dicevano ogni cosa essere loro lecita, quando il Capo della Chiesa ne dava ad essi autorità; l’onore suo non essere impegnato nè punto nè poco a tale impresa. Dei Cardinali disse, che sarebbe mettere una peste nella Chiesa, di cui le reliquie rimarrebbero per cento anni, e che darebbe troppo bel gioco ai Luterani. Allora dal petto di Clemente usciva una tremenda parola: «Vorrei che Firenze non fosse mai stata;[218]» parola ripiena di disperazione, dove orgogli umiliati e rancori spesso provocati da offese pungenti si mescolavano con altri affetti che nacquero buoni, ma oggi mettevano anch’essi veleno dentro a quell’anima infelice. I Fiorentini erano intanto sulle bocche degli uomini come pregio ed onore di tutta Italia, per avere essi soli voluto e saputo resistere alle genti oltramontane, mostrando esempio di costanza, che a tutti del pari sarebbe riuscita prudenza e via di salute: com’era costume in quella età, versi latini e italiani si facevano in molti luoghi a encomio della città e in biasimo del Pontefice.