Capitolo X. IMPRESA DI FRANCESCO FERRUCCI E SUA MORTE. LA CITTÀ SI RENDE A PATTI. [Dall’aprile all’agosto 1530.]
Ora comincia la guerra in Toscana a farsi grossa, dopo che vi ebbe posto mano Francesco Ferrucci. Tutto quell’inverno bande di soldati mercenari sotto a Capi di varia importanza entrati in Toscana successivamente da più lati, si spargevano per le terre mettendo in alto la parte Medicea, che dappertutto aveva non pochi seguaci, e impiantandovi un governo nel nome del Papa, talchè oramai alla Repubblica di Firenze poco rimaneva del suo territorio. Ma nel Valdarno inferiore e nella Valdelsa e per le Colline di Pisa, dovunque il Ferruccio potesse arrivare con la vigilanza e la prontezza e insieme con quella minuta e sagace previsione d’ogni caso, che è dote essenziale negli uomini di guerra; gli assalti nemici erano impediti da piccoli scontri sempre fortunati, le ribellioni dei castelli contenute; continue prede facevano un largo vivere ai soldati che stavano in Empoli, o erano in Firenze mandate a sollievo degli assediati. Nè temeva egli disseminare le genti sue in piccoli drappelli, perchè di coloro che gli guidavano, il Ferruccio si era bene assicurata l’ubbidienza per via di una rigidissima disciplina, ma che sapeva largheggiare anche nelle ricompense. Quello che è il sommo, dominava egli in tutti gli animi dei soldati, i quali ponevano tanta fiducia nell’ubbidirgli, quanta era la paura se mai facessero il contrario. Francesco Ferrucci ebbe taccia di superbo e di troppo arrisicato e di collerico e crudele; ma era uomo giusto e considerato, che ardiva molto per la necessità di rialzare il nome avvilito delle armi italiane; e se nei gastighi parve aspro e implacabile, ciò era per l’insolenza licenziosa divenuta abito nei soldati, e per essere egli salito a quel grado da semplice pagatore, tenuto da molti in piccola stima. Quell’alto luogo ch’egli prese in tempo sì breve da tanto umili principii, e quel che è di grande nei fatti da lui condotti, pone il nome suo accanto a quelli d’altri più famosi e più di lui fortunati Capitani.
Insino agli ultimi del febbraio si era Volterra mantenuta in fede della Repubblica di Firenze; ma verso quel tempo Alfonso Piccolomini, duca d’Amalfi e Capitano generale dei Senesi,[219] distendendosi pei confini dei Volterrani, questi vietarono a lui di entrarvi; ma fecero poi lo stesso a una mano di soldati fiorentini i quali volevano entrare a guardia della città, dove era intanto venuta come ad annullarsi l’autorità del Commissario che vi stava per la Repubblica. Nelle quali dubbiezze si accostò a Volterra altro più forte capitano, Alessandro Vitelli, il quale disceso in Toscana dalla parte di Borgo San Sepolcro, prese questa e altre terre fino a Montepulciano, da dove per l’amicizia dei Senesi venuto innanzi, andava mutando lo Stato in tutti i luoghi del Volterrano. Talchè diveniva insufficiente il soccorso mandato a Volterra con Bartolo Tedaldi che ebbe grado di Commissario. Si venne a patti, e dopo molte esitazioni un accordo fu conchiuso, pel quale le genti Fiorentine si rinchiusero nella Fortezza, la Città essendosi data al Papa. Era quivi confinato Roberto Acciaioli che ne divenne Commissario, finchè non gli parve uscire di là e andarsene in Roma nei consigli di Clemente, che molto l’udiva; sottentrò a lui Taddeo Guiducci con grande autorità. Tra la Città intanto e la Fortezza era uno offendersi d’ogni giorno: si fece una tregua che non fu tenuta; ed Alessandro Vitelli, ch’era trascorso più oltre, venne egli stesso in Volterra, dove ordinava le difese, rinforzate ancora per l’invio che i Genovesi avevano fatto di artiglierie nella città; per il che parve correre un qualche pericolo la Fortezza che da quelle parti era di grandissimo momento alla Repubblica di Firenze.
Aveva il Ferrucci scritto ai Dieci, che se gli mandassero altri cinquecento fanti, crederebbe fare opera degna verso Volterra; ed aggiungeva: «vi pensino bene, chè adesso è il tempo.» Non indugiarono; e cinque compagnie, uscite dalla porta San Pier Gattolini a mezza la notte dei 25 aprile, poterono senza notabile offesa passare la Greve, e quindi condursi fino alla Pesa, dove incontrarono resistenza che veniva dalla torre dei Frescobaldi e poi cessava pel soccorso dei soldati che aveva loro incontro mandato il Ferrucci. Il quale con mille quattrocento fanti e dugento cavalli uscito subito d’Empoli, pervenne la sera medesima sotto alla Fortezza di Volterra e messe dentro le sue genti. Bene gli fu avere provveduto che ogni soldato si portasse pane per due giorni, perchè in Fortezza non ve n’era che a tanti bastasse: aveva seco anche picconi e scale e marraiuoli e polvere. La mattina fece a un tratto aprire la porta e a bandiere spiegate assaltare da tre luoghi i Volterrani in tutta fretta. Trovato intoppo di trincee, prese le prime e le seconde con molto sangue; perchè i Volterrani, avendo traforate le case, passavano dall’una nell’altra, ed offendevano i nemici senza potere essere offesi, intantochè in faccia stavano sulla piazza di Sant’Agostino due cannoni che spararono due volte ciascuno con assai danno degli assalitori. Allora il Ferruccio fu costretto a fare quello che non sarebbe stato del suo ufficio, ed imbracciata una rotella, dava coltellate a chi tornava indietro. Finalmente egli con una testa di cavalleggieri armati di tutt’arme e alcune sue lancie spezzate, essendo saltati su quel riparo, s’insignorirono di tutta la piazza: poi combatterono casa per casa con molta uccisione, finchè assaliti dalla notte cessarono; chè nessuno di loro poteva stare più in piedi. La mattina i Volterrani accennarono di volere parlamentare; e avuta la fede, il Commissario venuto innanzi domandò al Ferrucci quel ch’egli desiderasse. Rispose questi, che voleva la terra per forza o per amore, e che voleva fosse rimesso nel petto suo quel bene o quel male che facesse ai Volterrani. Chiesero a rispondere due ore; le quali essendo negate e avuto solo un quarto d’ora, tornarono al tempo dato, ed in tutto si rimisero alla discrezione del vincitore. Furono accettati da lui con promessa di salvare la vita al Commissario e a tutti i fanti pagati; ma perchè Taddeo Guiducci gli parve a lasciarlo di troppa importanza, lo ritenne presso di sè, con animo di non fargli dispiacere avendogli data la fede, la quale si aveva ancora guadagnata col fare qualcosa di notabile; in tal modo era piaciuto al Ferruccio. Di questo abbiamo trascritto parole che hanno conferma dagli storici.[220]
Volterra però fu dal Tedaldi e dal Ferrucci trattata come paese nemico; perchè avendo tolte ai Volterrani le armi, e pena la vita a chiunque avesse sulla persona arnesi da offendere, obbligarono infine i cittadini a uscire senza cappa o altra veste di sopra; vietarono suonare la notte nè ore nè campane, ed ogni casa mettesse fuori i lumi accesi: costrinsero i molti benestanti ch’erano assenti a rientrare nella città, per non essere fatti rubelli; i quali tornarono il maggior numero. A tutto questo era principal motivo il trarre danari, perchè il Ferrucci voleva dai Volterrani seimila fiorini per cui potesse pagare i soldati che si erano uditi chiedere il sacco della città di Volterra; forse anche promesso da lui nel caldo della battaglia. Ma stentò molto a raccogliere il numerario che era nascosto, e fece mettere in fondo di torre dodici dei più facoltosi di Volterra finchè non avessero pagato del loro; il che taluni si ostinavano a negare prima che vedessero imminente su’ loro occhi la minaccia del capestro: dipoi radunati i principali cittadini, fece loro confessare a viva voce la ribellione; questa volta pure trovandosi due i quali non vollero, prima di avere certezza che sarebbero impiccati. Della quale confessione fece il Tedaldi stendere un atto per mano di notaro; e ai Volterrani dichiarò, essere eglino caduti da ogni privilegio ed esenzione che prima godessero, preponendo alla città un Magistrato di uomini scelti che a lui ubbidissero.
Era sulle terre dei Senesi Fabbrizio Maramaldo, e seco un forte numero di quei feroci e disperati ai quali era stata mestiere la guerra, e che egli nutriva di estorsioni e di saccheggi, cercando una impresa che più inalzasse il nome suo e la fortuna: con questo pensiero faceva impeto nei Borghi di Volterra ai 17 maggio. Quivi attese a fortificarsi col fare trincee e ripari da piantare le artiglierie che aveva seco, intantochè altre ne aspettava del campo d’intorno a Firenze. Tra le due parti si combatteva quasi ogni giorno, uscendo il Ferrucci spesso a impedire le opere dei nemici; e intorno a una mina scavata da questi sotto alle mura da San Dalmazio perì molta gente, tra’ quali anche uomini di conto. Riusciva però al Maramaldo di espugnare il convento di Sant’Andrea presso alle mura di fuori: aveva mandato al Ferrucci un suo trombetta con l’intimazione di sgombrare la città; ma questi minacciò il trombetta di farlo impiccare, e un’altra volta che gli tornò innanzi, lo fece davvero mettere alla forca, contro alle leggi della guerra; il che dovette egli sentire più tardi. La mattina dei 12 giugno comparve poi sotto Volterra il Marchese del Vasto con quattro mila Spagnoli e dieci cannoni: veniva da Empoli, avuta nel modo che sotto diremo; e subito ai 13 sul fare del giorno si presentò dove il Ferrucci aveva costrutto ripari grandissimi, e dietro alle mura fossi larghi e cupi, ne’ fondi dei quali giacevano tavole confitte di aguti con le punte volte all’insù. Delle quali cose avendo avuto notizia il Marchese, la mattina dei 14 andò a fare la batteria in altro luogo più debole, talchè in pochi colpi gettarono a terra oltre a una torre, quaranta braccia di muro. Sopraggiunse allora col nerbo dei suoi soldati il Ferruccio; e molti cadendo da ambe le parti, egli stesso ebbe due ferite, che una al ginocchio e l’altra alla gamba per la caduta d’un cavallo, sicchè dovette farsi portare sopra una seggiola alla batteria, dove fu lungo e fiero l’assalto, finchè i nemici con la morte di molti di loro non furono costretti a ritrarsi. Allora il Marchese, deliberato di assaltare la città da un’altra banda, tornò a’ 21 la mattina; e durò a batterla fin dopo mezzogiorno, avendo gettate a terra più altre braccia di muro. Il Ferrucci per le ferite e per una febbre sopraggiunta portato sempre in seggiola, comandava le difese. Continuò l’assalto due ore, ma senza che i nemici potessero vincere le batterie; dove alcuni di loro essendo saliti, furono ributtati; quei di dentro, oltre all’usare le armi, gettando addosso a loro sassi e olio bollente, molti ne uccidevano, dimodochè il Marchese del Vasto e Fabrizio, vedendo i loro soldati essere malmenati e nulla potere pel disavvantaggio del sito e per la gagliarda resistenza, si ritirarono ai loro alloggiamenti, e la notte si partirono da Volterra disperati di più acquistarla.[221]
La perdita d’Empoli avvenne in tal modo. Avendo il Principe d’Orange saputo che il Ferruccio per la difesa di Volterra contro al Maramaldo era stato costretto lasciare Empoli con minori forze, mandò a questa volta don Diego Sarmiento capitano dei Bisogni, e vi chiamò Alessandro Vitelli e altri Capitani, ai quali soprastava il Marchese del Vasto. Assalirono da due lati le mura fortissime e bene guardate; si combattè molto dove il Sarmiento comandava, cadendo le mura a pezzi con molta strage, infinchè la notte avendo fermati gli assalti, parte degli Empolesi mandarono offrendo ai nemici un accordo: e fu detto che nel tempo stesso Andrea Giugni, nuovo Commissario con Piero Orlandini Capitano di milizie, vendessero Empoli perfidamente agli Spagnoli. Fatto è che poi nella mattina questi vi entrarono, nè fu la terra interamente salvata dal sacco. Rimasero infami i nomi del Giugni e dell’Orlandini, che furono anche dipinti in Firenze come traditori, secondo l’usanza. Giovanni Bandini, maestro di corruttele, avrebbe condotto la pratica essendo lì presso al Marchese del Vasto e da lui tenuto in gran conto: lo stesso Andrea Giugni per la vita licenziosa non poteva essere alla patria sicuro amico al pari d’altri che avevano costumi dei suoi più severi.[222]
Fino da quando il Ferrucci ebbe recuperato Volterra, molto in Firenze si bisbigliava contro a Malatesta, dicendosi che egli non voleva vincere, e che la città si consumava dopo tanta lunghezza d’assedio; doversi ora fare un ultimo sforzo, al quale il tempo era opportuno, perchè i soldati nemici male contenti abbandonavano il Campo, spargendosi dovunque trovassero da saccheggiare o da predare, come quelli che solo cercavano per tutte le vie ciascuno tornarsene a casa ricco. Ai quali rumori parve a Malatesta, per fare qualcosa, di riconoscere, come ora si direbbe, le forze nemiche per via d’una mossa di qualche importanza. Mutava egli stesso alloggio, recandosi alle case dei Bini oltr’Arno, le quali stando alla ridossa del Poggio di Boboli, era egli quivi sotto alla guardia delle sue genti e massimamente delle più fidate, che erano i Côrsi e i Perugini; laddove all’Orto dei Serristori gli pareva essere a discrezione della Città e delle milizie, avendo come sul capo i bastioni dei quali Stefano Colonna teneva il comando. Fu anche poi detto che egli volesse aprirsi l’uscita da Porta Romana, o fare da quella entrare i nemici. Ai 5 maggio mandava egli fuori da tre lati due colonnelli e trenta delle più forti compagnie di Firenze: quelli che dalla Porta Romana andarono all’assalto di un Convento diruto sull’imminente Poggio di Colombaia, lo espugnarono con la uccisione di molti Spagnoli che vi erano a guardia; se non che il Principe d’Orange, corso al rumore, vi mandò le fanterie italiane con Andrea Castaldo. Si combatteva in più luoghi, essendo comparso di verso Marignolle Ferrante Gonzaga con la cavalleria: Malatesta, che aveva animo di soldato, chiamati fuori altri colonnelli, si era gettato nella mischia, sebbene infermo sopra un muletto, tantochè convenne a trarnelo indietro usare la forza. Il Vicerè aveva fatto all’incontro condurre innanzi i suoi Tedeschi, tuttavia comandando che rimanessero in ordinanza: Malatesta fece allora suonare a raccolta, essendogli anche mancato il concorso di Amico da Venafro che doveva uscire dal cavaliere di San Miniato. La stessa mattina Stefano Colonna, sdegnato con lui per certa disubbidienza, lo aveva ferito e poi fatto da’ suoi uccidere barbaramente; selvaggio diritto che si arrogavano quei condottieri fuori d’ogni legge. Morirono in questo fatto d’arme Ottaviano Signorelli, grande amico al Baglioni, e un Piero de’ Pazzi, e Vico figliuolo di Niccolò Machiavelli: pochi giorni dopo in una piccola avvisaglia rimase ucciso Iacopo Bichi, valente uomo che ebbe in Firenze grande compianto e lutti, esequie solenni e onorata sepoltura.
Un poco più tardi Stefano Colonna, per fare anch’egli qualcosa e purgarsi di quel suo delitto, formò il disegno di sforzare per via di un assalto notturno il campo dei Tedeschi a San Donato in Polverosa, che era sotto il comando allora del Conte di Lodrone. Avrebbe in tal modo aperto a Firenze la via di Prato e di Pistoia: per il che fu la sua proposta molto aggradita, e Malatesta si offerse di stare sulla sponda dell’Arno a guardia dei nemici i quali tenevano l’opposta riva. Uscì dalla porta al Prato il Colonna gettandosi addosso al Campo tedesco, immerso nel sonno. Un altro assalto conduceva da porta Faenza Pasquino Côrso; ma questo in gran parte falliva, e i soldati del Colonna penetrati nel mezzo del Campo, e quivi datisi al predare fuor d’ogni ordinanza, molti uccidevano al buio, e persino di quelle donne delle quali erano pieni a quel tempo i quartieri dei soldati. Frattanto il Conte di Lodrone metteva in ordine i suoi fanti con tale prestezza, che dopo uno scontro più fiero che lungo, ai nostri convenne lasciare l’impresa; e già Malatesta si era tirato indietro dal fiume. Pure nell’assalto perirono molti. Stefano Colonna riportò due non molto gravi ma sconcie ferite: rifulse, com’era solito, il valore d’Ivo Biliotti capitano fiorentino. Ma intanto le condizioni degli assediati venivano a farsi più tristi ogni giorno; imperocchè tutti gli antichi amici o raccomandati della Repubblica, i Malespini, i Signori di Vernio, i Fabbroni di Marradi e altri tenevano la contraria parte: le città e le terre del dominio generalmente si adattavan a stare soggette piuttosto ai Medici che a tutt’un popolo, dove erano troppi padroni da saziare e spesso più avidi. Nella città si era venuti allo stremo di molte cose, ridotti spesso a fare cibo degli animali più immondi; se non che ogni tanto la diligenza e il valore delle milizie riuscivano a condurre dentro qualche branco di bovi o montoni, dei quali facevasi allegrezza molta. Si aggiunse la peste, che si era mostrata nel Campo degli assediatori e qualche poco nella città stessa. Ma non veniva qui però meno la costanza degli animi, ed anzi parevano crescere i fieri propositi, mantenuti vivi dalla speranza che dava il Ferrucci: quei molti che avrebbero bramato un accordo, non si ardivano a mostrarsi: scoperto un Lorenzo Soderini che teneva segreta corrispondenza col nemico, fu appiccato sulla forca e quasi dall’ira popolare dilaniato. Si volle mandare fuori le bocche inutili delle donne e dei bambini; ma la pietà vinse, nè altro se ne fece. Stringeva sopra ogni cosa la mancanza del danaro, invano chiesto alla Repubblica Veneziana che aveva largheggiato in vane profferte; e invano anche ai mercanti fiorentini che erano a Venezia e che temerono d’affrontare le ire del Papa: ma i fuorusciti di Lione mandarono ventimila scudi, messi insieme per lo zelo di Luigi Alamanni. Il primo di luglio entrò la Signoria nuova, che doveva sedere per luglio e agosto; mutandosi ogni due mesi, nonostante che il Gonfaloniere rimanesse; e perchè fu l’ultima fatta dal popolo, a noi pare debito di registrare quartiere per quartiere i nomi degli otto Priori, che furono: Tommaso di Lorenzo Bartoli e Andrea di Francesco Petrini, per San Spirito; Alessandro di Francesco del Caccia e Simone di Giovanni Battista Gondi, per Santa Croce; messer Niccolò di Giovanni Acciaiuoli e Marco di Giovanni Cambi, per Santa Maria Novella; Agnolo d’Ottaviano della Casa e Manno di Bernardo degli Albizzi, per San Giovanni; ed il loro Notaio fu ser Domenico di ser Francesco da Catignano.[223]
Accade sul fine dei movimenti popolari, che molti essendosi a poco a poco tirati indietro, i più eccessivi rimasti soli promuovano spesso di quei partiti che hanno in sè del generoso, mancando però di consistenza. Il gran fine era dare un assalto al Campo degli assedianti, avendo accresciuto di quattro mila il numero delle milizie nelle quali entrassero tutti dai sedici anni in su, e fosse vietato andare per la città in altro abito che militare. Doveva innanzi a tutti uscire il Gonfaloniere, e primo essere al combattimento: il che fu accettato con allegrezza da Raffaello Girolami, uomo che aveva del leggiero. Questo proposito annunziarono a Malatesta che prima in Consiglio lo aveva combattuto, essendo anche venuto a parole molto vive con Francesco Carducci: nè dopo quel giorno andò in Palagio senza buona guardia; poi cessò d’andarvi. Intorno aveva o con lui s’intendevano in segreto molti che temevano il saccheggio più che non amassero la libertà; o credevano quel Governo essere troppo licenzioso e non potere a lungo durare. Venivano tali pensieri a dividere persino la parte più amica agli ordini popolari; e per suggestione dei Frati di San Marco stava per vincersi una pratica, la quale con altre cose importava fermare la vendita dei beni di Chiesa e fare un atto d’umiliazione al Pontefice; se non che il Carducci, che sempre era innanzi a tutti, fece cadere il partito.
Ma tra gli amici di libertà era un voto e un pensiero solo: chiamare il Ferruccio. La via d’Empoli era fatalmente chiusa, nè mai avrebbe potuto egli con la poca gente che aveva sforzarla sugli occhi di tutto il Campo degli assedianti. Eletto il Ferrucci Commissario generale, con facoltà amplissime e affatto insolite, di tutta la campagna del dominio fiorentino; deliberarono che egli da Volterra andasse a Pisa, e quivi raccolto quel maggior numero di soldati che potesse, voltando inverso Pistoia, o cercasse di recuperarla, o per la via dei monti si conducesse insino a Fiesole, donde potrebbe facilmente senza offesa entrare in Firenze, costringendo Malatesta con quella aggiunta di forze ad assaltare il Campo nemico. Lasciava il Ferrucci non bene assicurata Volterra: nelle sue lettere avea tempestato sempre perchè gli mandassero un soccorso di gente da Pisa, e almeno polvere o salnitro. Il Tedaldi era, sebbene d’animo vigoroso, in là con gli anni, e scriveva non potere sulle sue spalle portare il carico della difesa; onde a lui fu dato lo scambio, e i due nuovi Commissari, Marco Strozzi e Gian Battista Gondi, usciti a piedi da Firenze, non senza molta difficoltà poterono entrare in Volterra. Pigliando il Ferrucci con un migliaio e mezzo di soldati la via di Livorno, giungeva in Pisa ai 18 luglio: ma qui, oltre alla ferita del ginocchio non bene guarita, gli si scoperse una febbre che lo tenne in letto per tutto quel mese. Fu danno gravissimo, e forse cagione che rovinasse l’impresa sua, perchè i nemici ebbero tempo di prepararsi e di offenderlo nel modo che tosto vedremo. In Pisa era stato Commissario Iacopo Corsi, il quale insieme con un suo figliuolo essendo venuto in sospetto d’intelligenza col nemico, fu per sentenza della Quarantia mozzata la testa ad entrambi, e Pier Adovardo Giachinotti mandato in sua vece.[224] Attendevano egli e un suo compagno diligentemente alle provvisioni e al far danaro, e a procacciare che Giovan Paolo Orsini da Ceri si unisse al Ferruccio di buona voglia e andasse seco, siccome avvenne,[225] essendo entrati insieme in Pescia il primo d’agosto.
Fino dal giorno in cui dovette sapersi in Firenze la mossa del Ferruccio e il disegno pel quale era egli uscito da Volterra; Malatesta, che se lo vedeva (se il fatto riuscisse) venire sul capo, appiccò pratiche in segreto col Vicerè, avendo mandato a lui un Perugino molto suo fidato, di soprannome Cencio Guercio. Sperava Malatesta fare un accordo che a lui dovesse fruttare la grazia del Papa insieme e dei Fiorentini: se non che avendo il Vicerè posta come prima condizione che i Medici fossero rimessi in patria con l’autorità che prima avevano, fu impossibile accordarsi, Malatesta dicendo che si andava in tal modo incontro a un certissimo rifiuto. Propose allora che il Principe mandasse don Ferrante Gonzaga, il quale appresentandosi in forma solenne al Grande Consiglio, mettesse spavento negli animi dei cittadini con la esposizione delle forze di quell’esercito e dei duri propositi ai quali avrebbe suo malgrado dovuto condurlo; e che ne uscirebbe inevitabile il saccheggio, qualora si fosse la città ostinata in quell’inutile resistenza. Queste cose suggeriva Malatesta che si dicessero, ma non però dava sicura fede nè si assumeva egli impegno quanto al primo punto, che era di rimettere i Medici in Firenze. Nel che Malatesta rimase fermissimo tanto, che il Principe e il Gonzaga, i quali credevano Firenze essere agli estremi, maravigliati sospettarono che in quel punto fosse venuto avviso di un qualche aiuto di Francia; e intorno a questo dubbio cercavano di sapere meglio.[226]
Pochi giorni dopo, mentre il Ferrucci era infermo in Pisa, i Capitani andarono in Palagio sull’invito del Gonfaloniere; il quale annunziando l’intenzione di combattere, Malatesta e il Colonna si dichiararono con parole generiche pronti a morire in servigio della città. Nell’indomani si fece rassegna delle milizie, che erano ottomila, e poi dei soldati, che si trovarono seimiladugentosettanta pagati e numerati, con ventidue pezzi d’artiglieria da campo. Dato il sacramento a tutti i Capitani, l’ultimo del mese, dopo lunga processione a piè nudi, comunicatisi il Gonfaloniere, i Magistrati e buona parte della Città, fattosi eziandio da molti testamento e ordinate le cose loro, si preparavano all’assalto pel giorno vegnente. Aveva già il Gonfaloniere nel Consiglio Grande annunziata la venuta del Ferruccio; ma il primo d’agosto nulla si fece, che dare le armi: ai 2, Malatesta e Stefano, interrogati sul luogo più acconcio a dare l’assalto, con lunga lettera e specificata dimostrarono alla Signoria essere follia tentare l’assalto del Campo da quale si sia luogo; e perchè il giorno seguente molti andavano a Malatesta dicendo che volevano a ogni modo; dichiarò questi con altra lettera, che avendo egli chiamati a consiglio i suoi Capitani, tutti erano stati contrari al combattere, salvo quelli che tra essi erano fiorentini. Aggiunse che avrebbe in conto proprio e del Colonna mandato al Principe per accertarsi dell’animo suo; e se avesse questi voluto che la città se gli rendesse a discrezione, sarebbono essi pronti ad escire, nulla curando le proprie vite, ma sempre fermi in quel consiglio che dato avevano dell’accordo.
Nel Campo si aspettavano ogni giorno d’avere l’assalto. Ma già fino dal 24 luglio uscito di Firenze un Signorelli, parente al Baglioni, aveva col Vicerè appiccato altre pratiche d’accordo, e in nome di questo aveva fatta a Malatesta la proposta di abboccarsi seco in certo luogo fuori delle mura; a questo invito Malatesta non diede risposta.[227] Scriveva intanto alla Signoria come abbiamo narrato; ma nel tempo stesso mandava nel Campo il solito Cencio Guercio chiedendo di nuovo andasse nella città il Gonzaga: prometteva però questa volta, nel caso che la Signoria non accettasse il partito, d’uscire egli dalla città con tutta la sua gente da guerra; il ch’era un privarla della più valida sua difesa. Noi sappiamo queste cose dallo stesso Gonzaga, al quale e al Vicerè parve con ragione che Malatesta si fosse allora con essi legato. Mandò l’Orange in Firenze a chiedere un salvocondotto pel Gonzaga; ma come di tutte queste cose la Signoria nulla aveva saputo, rispose voleva intendere prima di che si trattasse; e mandò a questo effetto Bernardo da Castiglione, il quale inteso dall’Orange a quali patti avrebbe questi concesso un accordo, senz’altro disse che del ritorno dei Medici era vano il discorrere: su di che si ruppe la pratica, essendo tosto il Castiglione tornato in Firenze.[228]
Qui nell’indomani si venne a sapere l’Orange col nerbo dell’esercito essersi partito la notte innanzi per andare incontro al Ferrucci. Su di che i Signori e gli altri del Governo di nuovo tornarono a Malatesta, facendogli maggior forza perchè non lasciasse cadere tanto comoda occasione di vincere. Questi, sebbene allegasse non essere vero che avesse l’Orange sfornito il Campo, disse che egli era pronto a combattere; ma in apparecchi e in riconoscimenti lasciò passare tutto quel giorno, avendo ancora impedito che mandassero due mila fanti al Montale in soccorso del Ferruccio. Venuta la sera, i Côrsi e i Perugini, fatto fardello e segregandosi dagli altri, andarono a porsi dov’era la stanza del Capitano; talchè in Firenze di già sospettandosi ogni più trista cosa, i giovani stettero tutta la notte vigilantissimi facendo la guardia alla Piazza, intantochè di là dal fiume i soldati stavano in arme con pericolo che venute le due parti tra loro alle mani, entrassero quelli di fuori portando l’estrema rovina. Ma niuno del Campo si mosse: abbiamo autore credibile, che tale era l’ordine del Principe per non essere rimasti più di quattromila; ed anzi in caso di difficoltà, ridursi tutti nella piazza in cima del Campo, abbandonando lì presso e all’intorno gli altri luoghi forti. Se fosse possibile in quel giorno espugnare il Campo, noi non possiamo determinare, nè chi era in mezzo a quelle passioni poteva con libero e sicuro animo giudicare. Che fosse trovata addosso all’Orange una cedola di Malatesta con la promessa di non fare alcuna mossa mentre egli era assente, scrissero taluni, ma senza affermarlo, e noi a crederlo non abbiamo bastanti motivi.[229]
Da più giorni prima, col mezzo di spie e di lettere intercette, aveva il Principe saputo il disegno dei Fiorentini, e giudicandolo di quell’importanza ch’egli era, risolvè andare egli in persona a impedirlo, radunando contro al Ferruccio da ogni banda quelle maggiori forze che in fretta potesse. Scrisse in Pistoia ad Alessandro Vitelli, che facesse di avere seco certi Spagnoli ammutinati, che alloggiavano all’Altopascio vivendo di ratto. Comandò a Fabbrizio Maramaldo che, facendo punta da San Gemignano dove egli era, cercasse impedire il passo al Ferrucci verso Pisa; e non gli riuscendo, gli fosse alle spalle seguitandolo infinchè lo stesso Principe non giungesse. Il quale avendo lasciato in suo luogo Ferrante Gonzaga, e avvisato il Conte di Lodrone che stesse avvertito, muoveva la notte con mille Tedeschi veterani e mille Spagnoli, che rimandò poi, ed altrettanti degli Italiani con Giovan Battista Savello e Marzio Colonna e il Conte di San Secondo e Monsignore Ascalino, ai quali aveva ordinato di alloggiare in Prato la gente d’arme; ed egli seco menò trecento archibusieri e tutti i cavalli leggeri e gli Stradioti. Passato Arno a guazzo e avendo camminato tutta la notte, si fermò nella mattina a riposare ed a mangiare poche miglia distante da San Marcello, dove il Ferrucci si era condotto in quella stessa ora.
Da Pisa il Ferrucci era venuto a Pescia con tremila fanti e intorno a quattrocento cavalli; piccolo esercito, ma ottimamente provveduto di viveri per tre giorni e polvere e scale e ogni sorta di ferramenti e fuochi lavorati e moschetti da campagna che stessero invece di artiglierie: nemico il paese, in Lucca stavano il Cardinal Cibo e genti assai del Papa. Intendimento del Ferruccio era far capo al Montale, castello dei Cancellieri, posto allora in alto, e di là sempre per la via dei monti condursi a Firenze. Si fermò la notte del primo agosto in Calamecca, donde piuttostochè seguitare l’Appennino, i Cancellieri lo fecero volgere a San Marcello; il quale, perchè era della parte Panciatica, fu crudelmente da quelli arso e quasi disfatto. Quivi egli fece riposare alcune ore la mattina del 3 agosto i suoi soldati; poi gli condusse verso Gavinana, piccola terra a cui s’avviavano da un lato Alessandro Vitelli e dall’altro lato il Maramaldo; intantochè il Principe d’Orange, mandati prima innanzi i cavalli leggieri e gli Stradioti, egli medesimo si avanzava per occuparla con le genti d’arme: in tutto erano gli Imperiali da sette a otto mila, senza contare la parte Panciatica. Dai tocchi a martello delle campane di Gavinana, e dalla gente che fuggiva, conobbe il Ferrucci che dentro già entravano i nemici. Entrò il Ferrucci dall’opposto lato, combattendosi lungamente con pari ferocia da ambe le parti dentro la terra stessa, che fu più volte presa e perduta; ed in quel mentre avendo al di fuori Alessandro Vitelli urtato la retroguardia, che il Ferruccio aveva commesso a Gian Paolo Orsini, fu varia la mischia finchè le due parti non si separarono per soccorrere ciascuna i suoi. Imperocchè la cavalleria del Principe mentre girava intorno alle mura, ebbe da quella del Ferruccio tale percossa che dopo essersi mescolate insieme con strage grandissima, l’Orange, veduto i suoi sbaragliati, si cacciò innanzi con impeto di Francese dove più fioccavano le archibusate, delle quali due nel tempo istesso lo fecero cadere a terra morto. Anche oggi i paesani mostrano il luogo dove è il crocicchio di una stradella molto ripidosa che sale sul monte. Avvenne che uno spagnolo uscito dalla battaglia corse annunziando la morte del Principe e la vittoria del Ferruccio, che fu creduta per qualche ora a Pistoia ed a Firenze, e sino in Roma dal Papa stesso. Ma in questo mentre il Maramaldo abbattendo un muro, già era nella terra, e mille Lanzi freschi discesi dal monte, diedero per fianco e alla coda di quei del Ferruccio, assai ammazzandone e facendo molti prigionieri. Il piccolo esercito, stanco e consunto nei vari scontri, fu quasi distrutto. Lo stesso Ferrucci continuando il combattere di sua mano, e già in più luoghi ferito, andò con Gian Paolo a porsi dentro a un casotto dove furono attorniati e presi dagli uomini del Maramaldo; il quale avendo comandato che il Ferruccio gli fosse condotto innanzi sulla piazzetta di Gavinana, prima di sua mano lo feriva nella gola, mentre questi gli diceva: «Fabrizio, tu ammazzi un uomo morto;» poi lo diede a finire ai soldati. Così moriva Francesco Ferrucci: vissuto fino ai quarant’anni semplice cittadino, era egli ad un tratto divenuto grande uomo di guerra, amando del pari la libertà e la gloria, le quali entrambe nella patria sua perirono seco. Fu egli sotterrato nella piazza stessa lungo la chiesa di Gavinana. Giovan Paolo Orsini si riscattò pagando quattro mila ducati di taglia; Amico d’Arsoli, vecchio e rinomato capitano di quei del Ferrucci, fu comprato seicento ducati da Marzio Colonna, che a sfogo scellerato d’una privata vendetta l’uccideva di sua mano. Potè riscattarsi, tra molti, anche uno degli Strozzi, soldato di conto, ma cui troppo bene stava il soprannome di Cattivanza che tutti gli davano. Il corpo di Filiberto Principe d’Orange, portato fuori penzoloni attraverso un mulo, fu messo in deposito per essere quindi recato ai suoi. In quella battaglia, che aveva durato dalle diciannove alle ventidue ore, si trova che il numero dei morti e feriti andasse a duemila.[230]
La notizia della morte del Ferrucci e della rotta produsse in Firenze un generale sgomento, di mezzo al quale molti però sempre uscivano disperatamente a chiedere le armi, sorretti non poco dalla fede incrollabile dei Piagnoni. La Signoria stava sempre co’ più arditi; chiamò il giorno stesso i settantadue Capitani stipendiati che erano in Firenze, promettendo loro se difendessero la città il soldo a vita e altri benefizi; la quale promessa accolta con plauso, non però in essi potè ispirare fiducia durevole. A Malatesta pareva intanto d’avere alla fine toccato il segno: si era egli levata d’addosso la gloria importuna del Ferrucci e dall’animo la gelosia d’un uomo che non era nemmeno soldato; poteva ora offrire al Papa Firenze salvata dal sacco. Mandò chi dicesse al Gonfaloniere e alla Signoria che la guerra era perduta, e che era da porre giù l’ostinazione: Stefano Colonna, al quale il Giannotti era andato per tentare d’indurlo a uscir fuori, rispose non essere più tempo, e domandò licenza. Già era d’assai cresciuto il numero di coloro che apertamente s’intendevano con Malatesta, oltre ai Palleschi andando a lui molti di quei ricchi cittadini i quali sognavano un Governo stretto, e si credevano volere egli condurli a tal fine; primo dei quali era Zanobi Bartolini anticamente beneficato da Casa Medici, e che ora cercava un Governo dove a lui come a uomo capace toccasse una parte in qualunque modo prominente. Era egli uno dei quattro Commissari della milizia, nel quale grado e già da un pezzo fomentava gli andamenti di Malatesta; laonde la Pratica fece un passo molto ardito, cassando lui co’ tre suoi compagni, uomini da poco, ed eleggendo nei luoghi loro quattro più sicuri, dei quali era l’anima Francesco Carducci. Il che era un rompere le fila in mano a Malatesta, a cui aderiva in oggi il Colonna; onde il giorno stesso in nome di questi due andarono messaggeri a don Ferrante Gonzaga, il quale, per essere il Principe d’Orange morto e il Marchese del Vasto assente, aveva il comando di tutto l’esercito. Questi, non appena udito il messaggio, mandò per Baccio Valori Commissario generale del Papa, ed insieme formarono una bozza di Capitoli, i quali portavano che la Città rimanesse libera ancorchè il Papa vi ritornasse, e che nello spazio di quattro mesi all’Imperatore spettasse dare forma al governo; salvo però sempre a tali proposte il consentimento di Clemente.
Fermata la bozza, mandò Malatesta a confortare la Signoria che non dubitasse di accettare quel partito di rimettere i Medici; perchè opererebbe egli sì, che fosse mantenuta quella condizione di conservare la libertà: risposero, ingiungendo a lui di combattere come era suo obbligo. Aveva Malatesta non solamente oltrepassato ma tradito il suo mandato, quando chiamato ad essere Capitano della Repubblica, non aveva fatto in dieci mesi altro che sempre negoziare coll’inimico, e ora disponeva della città come di sua roba, e di suo arbitrio ne regolava le sorti avvenire. Ma egli esclamando, essere qui a difendere Firenze non a distruggerla, e che non soffriva farsi autore della desolazione d’una tanto nobile e ricca e tanto da lui amata città, diceva pubblicamente avere proposito di chiedere buona licenza e partirsene: al che uniformandosi il Colonna, scrissero insieme alla Signoria con parole molto ossequiose, chiedendo licenza quando il partito di combattere si volesse mandare ad effetto. Rispose la Signoria col dare ad essi onorevolmente per iscritto la chiesta licenza; la quale essendo a Malatesta recata da un Andreolo Niccolini, quegli, infermo com’era di male francioso, gli tirò parecchie pugnalate, dopo alle quali gli fu a stento levato di mano. In questa ira che accecava Malatesta è tutto l’arcano delle intenzioni sue, potendo rimanere dubbio se egli o temesse perdere il grado che lo faceva innanzi a Clemente comparire arbitro di Firenze, o se piuttosto non vedesse cadere a terra un suo disegno per cui la Città con l’intervento dell’Imperatore venisse ad un qualche ragionevole componimento. Al quale effetto avrebbe egli condotto le fila che furono rotte dalla morte dell’Orange, e forse andavano ad un qualche più segreto pensiero di questo: certo è che in mezzo a quei tumulti, Malatesta si fece da molti udire dicendo come tra sè, «non essere Firenze stalla da muli, ma che l’avrebbe egli salvata ad ogni modo.» Di questo accenno ai due bastardi di Casa Medici pensi ognuno come più gli aggrada, e a quelle parole in apparenza tra sè borbottate potrebbono darsi molte e molto varie spiegazioni.
Ma ciò in qualunque modo sia, Malatesta da questo punto, senza più cercare coperta nè scusa, dovette mutare non so bene se io dica l’animo o le apparenze. La Signoria, udita l’ingiuria a lei fatta nella persona del Niccolini, comandò a tutti l’armarsi e andare contro alle case di Malatesta e contro ai nemici. A questo effetto chiamò in Piazza i Gonfaloni; ma tali erano di già il tumulto e la confusione d’ogni cosa, tanto a un ardire male consigliato si era già in molti mescolata la paura, che dei sedici Gonfaloni, otto soli comparvero nella Piazza. Dentro al Palagio, Ceccotto Tosinghi dimostrò in Consiglio per la vecchia sua esperienza militare, che nulla poteva tentarsi oramai: per le cui parole lo stesso Gonfaloniere, che si era armato, tornò indietro. E già Firenze pigliando aspetto di città sforzata, non si vedeva e non si udiva più che un gridare per l’imminenza dei mali estremi, un ricoverarsi nelle chiese, un aspettarsi l’esterminio della sua casa ciascuno e della sua famiglia. Imperocchè Malatesta in quel tempo aveva mandato Margutte da Perugia a rompere la Porta a San Pier Gattolini, e a Caccia Altoviti che v’era a guardia comandato da parte del Generale che se ne partisse; aveva già fatto entrare Pirro Colonna dentro ai Bastioni e rivolte le artiglierie contro alla città stessa, minacciando che metterebbe dentro gli Imperiali, se le bande della Milizia venissero avanti.
Ma intorno a lui già molti erano accorsi o antichi Palleschi, o nuovi e pentiti adoratori di Casa Medici, o stanchi o prudenti o paurosi; di quelli insomma che fanno ad un tratto mutare l’aspetto alle città in trambusto, mettendo col numero negli altri paura. Non pochi vi erano disertori della stessa milizia e uomini già provetti in gran parte delle famiglie maggiori e più ricche, i quali tutti insieme ed armati si andarono a raccogliere sulla Piazza di Santo Spirito, da essi scelta per la vicinità del nuovo alloggio di Malatesta. Figurava in capo agli altri un Alamanno de’ Pazzi; vi erano Giovan Francesco degli Antinori detto il Morticino, stato dei primi e dei più feroci per la libertà, e tra gli altri molto rumoroso Pier Vettori che nelle lettere poi acquistò fama; vi erano alcuni della famiglia e della parentela di Niccolò Capponi, il quale non si era creduto condurre le cose a tal fine. Giungevano essi al numero forse di quattrocento, tra loro essendo antichi odiatori dello stato popolare e molti di quei leggiadri giovani che sono il fiore delle città doviziose, i quali in Firenze anelavano da cittadini salire al grado e al titolo di cavaliere, presentendo in sè già quei tempi che hanno nome di giocondi perchè nulla è in essi di serio e di forte. Ma questi già erano la parte che dominava: Bernardo da Terrazzano, Commissario della milizia di quel Quartiere, vi corse subito a pregarli tornasse ciascuno al suo Gonfalone; ma fu ributtato con aspre parole, e fin della vita dai più temerari minacciato. La Signoria vi mandò Rosso dei Buondelmonti, chiedendo ciò solo che mostrando la città divisa non disturbassero gli accordi; al quale dissero, che non conoscevano altra Signoria nè altro Signore che Malatesta: e questi, a casa del quale era andato il Terrazzano, alla sua volta gli disse, che stava con quei giovani e che non conosceva altra Signoria. Bene entrambi avevano giudicato; e la libertà Fiorentina, come se allora si fosse guardata in seno, conobbe giunta la sua fine.
La sera medesima il Consiglio e la Pratica, radunati in fretta, rendettero per minor male il bastone a Malatesta, e al solo Zanobi Bartolini l’autorità del commissariato. Era il Governo già tutto in mano di questi due; Zanobi andava chiamato in Palazzo, dove non senza qualche difficoltà gli Ottanta crearono quattro Ambasciatori i quali andassero nel Campo a trattare con don Ferrante e col Valori, intesi già prima di queste cose con Malatesta: erano essi Bardo Altoviti, Iacopo Morelli, Lorenzo Strozzi e Pier Francesco Portinari, quello che fu ambasciatore in Roma a Clemente; i quali ebbero autorità di capitolare con la condizione che la Città rimanesse libera e che dei fatti di questi mesi non si tenesse memoria alcuna. In Piazza rimanevano alcuni armati, ma i più risoluti; tra’ quali Giovacchino Guasconi che vi condusse tutta intera la sua Compagnia, ed il Busini che di queste cose diede minuto ragguaglio. Questi essendosi raccolti sotto alla Ringhiera dei Signori, mentre di quelli di Santo Spirito alcuni venivano in arme nella Piazza, poteva una zuffa tra essi appiccarsi, e i soldati entrati dentro parteciparvi con grave pericolo della città. Nulla però avvenne; ed al tornare dei Commissari con la Capitolazione, già era in Firenze Baccio Valori divenuto con Malatesta signore ed arbitro d’ogni cosa.
I Capitoli furono questi: «In primis: Che la forma del Governo abbia da ordinarsi e stabilirsi dalla Maestà Cesarea fra quattro mesi prossimi avvenire, intendendosi sempre che sia conservata la libertà; che i sostenuti dentro Firenze o in altre parti del Dominio per amicizia con la Casa dei Medici, si abbiano immediatamente a liberare, e i fuorusciti e banditi sieno ipso facto restituiti alla patria e beni loro; che la città paghi all’Esercito ottanta mila scudi a brevi scadenze; che sieno dati in potere di don Ferrante, per sicurtà dei pagamenti da farsi, quelle persone che saranno nominate da lui medesimo fino al numero di cinquanta o di quel manco che piacesse alla Santità di Nostro Signore; e che le fortezze di tutto il dominio sieno ridotte in potere del Governo che si avrà a stabilire da Sua Maestà; che il signor Malatesta ed il signor Stefano Colonna, rinunziato il loro impegno con la Città, giurino in mano del Commissario Cesareo di restare con quelle genti che a loro Signorie parranno nella città, infino a che siano adempiute tutte le presenti convenzioni dentro al termine de’ quattro mesi soprascritti; che qualunque cittadino fiorentino, di che grado o condizione si sia, volendo, possa andare ad abitare a Roma o in qualsivoglia luogo liberamente e senza esser molestato in conto alcuno, nè in roba nè in persona; che tutto il Dominio e Terre acquistate dal felicissimo esercito abbiano a tornare in potere della Città di Firenze; che l’Esercito, pagato che sia, abbia ad uscire dal Dominio al possibile dentro il termine di otto giorni; che sia fatta generale remissione di tutte le pene, e che dal canto di Nostro Signore e suoi parenti ed amici sieno dimenticate tutte le ingiurie ricevute da qualsivoglia cittadino, usando con loro come buoni cittadini e fratelli; del che personalmente fanno promessa don Ferrante Gonzaga per conto dell’Imperatore, e Bartolommeo Valori per conto del Pontefice; che sotto la stessa promessa, ai sudditi e vassalli di Sua Maestà o della Santità Sua che si fossero fatti rei di disobbedienza per avere portato le armi contro ai loro Signori, sia fatta generale remissione e restituzione dei beni e della patria loro.» Queste cose furono stipulate nel Campo Cesareo ai 12 agosto; ma quanto valessero accordi siffatti, ben tosto si vidde.[231]