Capitolo XI. FINE DELLA REPUBBLICA. [AN. 1530-1532.] FIRENZE DOPO LA REPUBBLICA.
Ma fino all’ultimo la Città mantenne almeno il suo onore, avendo nel nome del Papa e di Cesare avuto promessa di rimanere libera e signora nell’antico dominio, e che i Medici non vi entrassero come vincitori. Le quali cose ai loro amici dispiacquero; e parve il danaro scarso, e quell’arbitrio dato a Carlo V riusciva sospetto. Ma dentro Firenze già erano i soldati; per le strade i Côrsi di Malatesta, ai quali era prima vietato mostrarsi, facevano guardia la notte, nè alcuno della città ardiva uscire di casa. Non erano ancora tornati dal Campo gli Ambasciatori, che una mano di quelli da Santo Spirito venuti in Piazza, comandarono alla Signoria che rilasciasse coloro che per essere tenuti amici dei Medici erano in più tempi stati rinchiusi in vari luoghi, taluni essendovi da oltre a dieci mesi, dei primi e più nobili della città. Il Busini, che gli vide uscire, dice che parevano con certi barboni, romiti allevati nella Falterona; veramente non credo avessero troppo dolce vita in tutti quei mesi. Furono poi rotte le Stinche, dov’erano gli ostaggi d’Arezzo e di Pisa. In breve, il grido mediceo di Palle si cominciò a udire in vari luoghi, e la città mostrava già una nuova faccia.
I primi giorni era ogni cosa governata da Malatesta; il Palagio fu serrato, ed i Signori facevano quello che era ordinato da lui: diedero essi pubblicamente licenza ad ognuno di deporre le armi e di andare ad attendere alle botteghe e case loro; Malatesta prese a poco a poco l’ubbidienza di tutti i soldati ch’erano in Firenze; quell’atteggiarsi da vincitore bastò a mostrarlo anche traditore. Baccio Valori stava in casa seco, e le parole di ambedue suonavano sempre che volevano libertà, e che l’Imperatore acconciasse lo Stato egli. Avevano a lui da principio nominati Ambasciatori che poi non andarono: al Pontefice fu mandato in poste Bartolommeo Cavalcanti per ottenere che il numero di cinquanta ostaggi, dato per sicurtà delle paghe, fosse ridotto a venticinque. Si radunava per l’ultima volta il Gran Consiglio, da cui fu commesso alla Signoria di nominare cinque cittadini che provvedessero il Governo di centomila ducati per essere tra sei mesi rimborsati da cento cittadini, e i cento poi da trecento; questi ultimi essendo fatti creditori sopra le prime angherie che si porrebbero. Dovevano i cento e i trecento essere anch’essi nominati dalla Signoria, come al Pontefice, cioè (scrive il Capello) come al signor Malatesta, parrà: ed un’altra Provvisione avevano fatta di quaranta mila ducati per fare subito entrare nella città vettovaglie. Qui era estrema la carestia; le carni mancavano, delle altre derrate il prezzo eccessivo. Molti in città e nel distretto furono i morti di fame, di peste e di stento; per tutto il Dominio i saccheggi e i guasti fatti dai soldati amici e nemici non lasciarono immune alcun luogo. Ai morti in guerra si aggiunsero le uccisioni dei contadini; sommava il numero dell’une e delle altre a molte migliaia, ma troppo incerte sono le cifre che danno gli storici, le quali noi crediamo inutile registrare.
Ai 20 d’agosto Baccio Valori accordatosi con Malatesta, senza del quale nulla si faceva, mandò in Piazza quattro bande di soldati Côrsi con l’arme e fece, preso che ebbero i canti, suonare la campana grossa di Palazzo a Parlamento. Al quale convennero io non so quanti; che poco importava, non essendo i Parlamenti per tutto il corso della Repubblica altro che bugìe di libertà finta a benefizio della forza. La Signoria scese contro voglia in ringhiera, e con le forme consuete e con le solite acclamazioni fu eletta una Balìa di dodici cittadini i quali avessero facoltà quanta l’intero Popolo di Firenze. Allora scoppiava il grido di Palle Palle; e Baccio Valori con seguito di parenti e amici dei Medici, a cavallo, andò come trionfalmente alla Nunziata, d’onde, udito messa, tornò a casa di Malatesta. La Balìa, dopo avere la sera stessa rimesso i Medici, depose tutta l’antica Signoria, creando al modo solito per due mesi nuovo Gonfaloniere un Giovanni Corsi venuto da Roma. Privò delle usate facoltà l’ufizio dei Dieci e mutò quello degli Otto, nel quale entrarono i più nemici all’antico Stato. Mandava un bando, che niuno andasse per la città in arme, e niuno potesse uscire fuori delle porte, essendo queste guardate altresì da soldati, da famigli de’ nuovi Otto e da birri del Bargello. Uscì poi bando severissimo, che tutte le armi fossero consegnate; che furono grande numero, essendo tutta in Firenze la gioventù armata. Posero un altro accatto, con la dichiarazione che non dovesse cadere sopra gli amici dei Medici, e che non fosse nè meno di uno scudo per testa, nè più di cento: andavano gli eletti a ciò casa per casa, e a discrezione loro imponevano da un fiorino d’oro infino a dodici. Nella Balìa furono messi Raffaello Girolami e Zanobi Bartolini; che era vecchia arte, perchè non paresse che il nuovo Stato volesse in tutto disfare l’antico.[232]
Era inteso per la Capitolazione, che assicurati i Capitani del pagamento degli ottantamila scudi promessi all’esercito, lascerebbero entrare in Firenze liberamente la vettovaglia; ma invece l’assedio continuava peggiore di prima, imperocchè soldati e capitani per avarizia e per superbia volevano subito essere pagati, e intanto impedivano l’entrata dei viveri; talchè alla Città stavano innanzi due pericoli, morirsi di fame e andare a sacco; nè il Papa stesso da Roma sapeva come provvedere. I cittadini più facoltosi non si ardivano per anche tornare in Firenze da Lucca o da altri luoghi, dov’erano fuorusciti. Poi si voleva che tutto il carico venisse a cadere sui vinti, ma il modo riusciva lento; cosicchè avendo imposto ai più ricchi tra questi la somma di cinque o settecento o mille scudi, andassero questi ostaggi nel campo finchè non l’avessero pagata: prima gli tennero in Palagio chiusi in quelle stanze dalle quali erano usciti i Palleschi, poi si mandavano all’esercito perchè ivi distribuiti come prigionieri tra’ Capitani, si riscattassero ciascuno del proprio; questi anche accettavano in pagamento drappi e oro filato stimati a vil prezzo. La Balìa inoltre pose un carico ad altri quaranta cittadini di mille scudi per ognuno, e sempre tra quelli che erano stati dei più ardenti a voler la guerra.
Avvenne allora che nel Campo nascesse una zuffa tra Spagnoli e Italiani, cresciuta bentosto in una vera battaglia, nella quale dalle due parti morì grande numero: l’odio era nel fondo dei cuori degli Italiani, che troppe avevano ingiurie da vendicare e ai quali doveva cadere sul capo la stessa vittoria. Ma Ferrante Gonzaga che vedeva gli Spagnoli avere la peggio, e che ad ogni modo voleva finirla, chiamò i Tedeschi in aiuto agli uomini della nazione del suo Signore, e quelli vi andarono di grande animo: in breve ora Tedeschi e Spagnoli con la superiorità del numero assaltarono il campo degli Italiani, e postili in fuga li saccheggiarono. Malatesta e Baccio Valori vedevano dalle mura e dagli orti dove insieme alloggiavano quello spettacolo; onde fatto mettere in armi tutti i soldati, si trova che avessero prurito di fare dar dentro anch’essi, e rompere tutto il campo degli stranieri: se non che Baccio Valori si oppose, pensando che la rovina di quell’esercito sarebbe rovina dello Stato dei Medici. Quindi i Colonnelli degli Italiani, passato Arno, si ritrassero sotto i monti di Fiesole dove erano alloggiati gli Spagnoli chiamati Bisogni; i quali senza aspettargli si ricovrarono al campo dei loro. Il che portò che gli Italiani lasciassero entrare tutti i viveri che da quella parte venivano dentro nella città affamata, e furono essi i più facili a pigliare il pagamento e i primi che licenziati si dipartissero.[233]
Per gli articoli dell’accordo, Malatesta doveva rimanere con tremila fanti due mesi alla guardia della città ed a sicurezza degli impegni presi da ambe le parti. Il Papa gli aveva con due Brevi reso grazie dell’operato da lui a conservazione della Città e a proprio benefizio del Papa istesso, che gli mandava uomini a trattare intorno alcune difficoltà insorte. Ma tosto di poi gli fece sapere essere sua mente che egli sgombrasse con tutte le sue genti la città due giorni dopo a che fosse partito l’esercito dei Tedeschi e degli Spagnoli, che il Commissario Baccio Valori confidava saldare al più presto. Il che non piacendo a Malatesta, scrisse una lettera a Clemente, nella quale mostrava il pericolo di lasciare senza guardia la città prima che i soldati stranieri, sempre avidi del sacco e male ubbidienti ai loro capi, si fossero allontanati; e che fuori anche di questo potevano gli Italiani rimasti, per essere pagati ultimi, unirsi al Maramaldo che intanto disertava le terre vicine guardando a Firenze. Per questi motivi pregava volesse la Sua Santità lasciarlo in Firenze tutto il tempo dei due mesi che era stabilito per sicurezza di tutte le cose convenute, nonostante che egli Malatesta, quanto a sè, non bramasse altro che andarsi a riposare nella città sua e quivi attendere a guarirsi. Ma il Papa gli fece di nuovo significare che vuotasse la città; per il che ai 12 di settembre (Stefano Colonna già essendosi prima tornato in Francia) Malatesta si partiva co’ suoi Perugini, portando seco molto danaro per il lauto trattamento che la Città gli aveva fatto, e alcuni cannoni avuti in dono dal nuovo Stato. In Perugia era nelle sue mani tutta la potenza dei Baglioni; ma il Papa frattanto aveva mandato legato in quella città il Cardinale Ippolito dei Medici, il quale attendendo ivi a esercitare la potestà pontificia, Malatesta così male affetto com’era del corpo e dell’animo si viveva in una sua villa, nella quale moriva negli ultimi giorni del seguente anno. Aveva mandato per le Città e nelle Corti chi lo scusasse o si chiamasse anche pronto a difenderlo con la spada in mano dalla taccia di traditore: della quale chi volesse interamente purgarlo dovrebbe mostrare che sia lecito a chi ha giurato e sempre fa mostra di difendere una parte, servire a quell’altra.[234] Prima che egli avesse lasciato Firenze, convenne pagare in fretta i suoi Côrsi: ma intanto gli eserciti si allontanavano, e Baccio Valori fece venire nella città il Conte di Lodrone con duemila Lanzi che ivi fecero buona guardia.[235]
Allora tornarono in grande numero gli usciti che stavano in Roma o che per mostrarsi neutrali si erano trattenuti in Lucca o altrove; e allora si pose mano alle persecuzioni e alle vendette. Ne aveva già dato il primo segnale Malatesta non appena fermato l’accordo: imperocchè Frate Benedetto da Foiano che predicando la libertà sapeva d’avere anche offeso la persona stessa del Papa, essendo fuggito in quei primi giorni ma poi scoperto da Malatesta, fu da lui mandato a Roma in dono a Clemente, che lo fece morire per lunghi stenti nel Castel Sant’Angelo, secondo che scrivono i suoi medesimi partigiani. I quali è vero che sogliono spesso primi commettere gli atti odiosi, e poi gettarli addosso ai loro padroni: ma pure nessuno potrebbe assolvere Papa Clemente, a cui l’uso della potenza e del comando aveva l’animo indurito; e i lunghi strazi d’irose passioni, e quelli stessi male compresi della coscienza, si erano tradotti in desiderii di vendetta nemmeno placati dopo la vittoria. Gli Otto, che avevano il carico d’inquisire e il diritto di giudicare in cose di Stato, fecero pigliare Francesco Carducci, Iacopo Gherardi e Bernardo da Castiglione, e subito poi Luigi Soderini e Giovan Battista Cei; i primi come autori principali della ribellione e della guerra, gli altri due per ingiurie pubbliche al Papa ed alla Casa dei Medici: furono tutti cinque esaminati con la tortura, poi decapitati; il che sarebbe pure avvenuto a Raffaello Girolami, anch’egli preso e accusato d’avere impedito gli accordi, se ai preghi di Ferrante Gonzaga non gli fosse stata mutata la pena in una prigione perpetua nel fondo della Torre di Pisa dove egli moriva e, come al solito fu detto, di morte affrettata. Era come si è veduto Commissario in Pisa Pier Adovardo Giachinotti, che fino all’ultimo non voleva credere alla Capitolazione:[236] mandato a scambiarlo Luigi Guicciardini, lo fece alla lesta dannare e uccidere. Tutti questi avrebbono potuto fuggire, ma tale avevano essi una fede che si credevano coperti, oltrechè dalla Capitolazione, dalla bontà stessa della causa loro e dal diritto. Nei Medici era entrato per contrario il sentimento d’essere in Firenze signori legittimi; e quindi osarono fare condannare a morte come rei quei loro nemici che più temevano; il che nelle altre mutazioni non si era mai fatto, bastando allora di togliere ai vinti la patria.
Ma in quanto pure al confinare si andò questa volta più in là che fosse mai per l’addietro, perchè alla crudele ragione di Stato si aggiunsero in maggior copia i motivi personali e gli odii privati. Chiedevano per favore i confinati come si chiede gli uffici,[237] o gli patteggiavano abbandonandosi l’uno all’altro gli amici e i parenti. Francesco Guicciardini, tornato da Roma, riusciva fra tutti spietato in quest’opera del confinare; perchè odiando gli Stati popolari, aveva egli in mente una sua forma di Governo a cui si credeva spianare la via: in Firenze lo chiamavano Ser Cerrettieri, che fu il Bargello del Duca d’Atene. Primi andarono a confine cinquantasei dei più scoperti in favore della libertà o che avessero insultato il Papa. Tra i più eminenti erano Iacopo Nardi, Donato Giannotti, Dante da Castiglione, Anton Francesco degli Albizzi, Silvestro Aldobrandini. Zanobi Bartolini, per avere prima disertato la parte dei Medici, corse pericolo anche della vita, ma gli giovò l’essersi poi accostato a Malatesta, per lui adoperandosi Baccio Valori, natura incerta, che per amicizia o per danari fu a molti benigno; talchè il Bartolini, ottenuto allora di andare a Roma, tornò quindi in grazia. Michelangelo Buonarroti da principio si tenne nascosto, ma fatto poi rassicurare da Clemente, tornò all’opera delle sepolture nella Sagrestia di San Lorenzo. In seguito e dentro gli ultimi mesi di quell’anno crebbe il numero dei confinati fin’oltre a centocinquanta, fermatosi allora per l’interposizione di Cesare stesso. Durava il confine tre anni la prima volta, e fu osservato dal maggior numero per la speranza del ritorno; ma dopo i tre anni, a pochi o a nessuno fu tolto, mutando a molti i luoghi; i quali variavano, taluni dovendo rimanere in villa, tra essi non pochi per tutta la vita loro; ma i più condannati a stare in luoghi insalubri o disagiati e sparsi e lontani, fuori anche d’Italia; talchè non avendo curato il confine, furono ribelli. I beni di questi andarono al Fisco; tornarono agli antichi proprietarii i beni de’ ribelli fatti dal passato Governo, e quelli delle Arti e degli Spedali o luoghi pubblici e quegli degli ecclesiastici, dovendo i compratori restituirgli senza compenso alcuno delle somme per essi pagate. Grande era il bisogno che aveva di danaro il nuovo Stato, per il che i debitori del Comune furono angariati a pagare subito: coloro invece che avessero crediti accesi per danni ricevuti o per altro titolo pertinente alla difesa, perderono il credito essendo notati come libertini o come Piagnoni. I frutti del Monte furono ridotti ai due quinti, con la rovina di molte famiglie e di vedove e pupilli che avevano su quello il loro sostentamento.[238]
Così per gran parte nella città di Firenze mutarono gli uomini, mutarono le ricchezze; talchè, a guardarla nella istoria pare che a un tratto la città intera mutasse carattere. Lo stesso avviene a chi oggi guardi tutta insieme l’istoria d’Italia, nella quale ai tempi oscuri suol darsi principio dalla caduta di Firenze. Venezia, che essendo presso che sola rimasta libera, divenne allora più italiana, raccettò e fece sicuri poi molti degli esuli fiorentini. Abbiamo gli Statuti d’una Confraternita di questa nazione, fondata prima da coloro che pei commerci abitavano Venezia, ma poi cresciuta pel grande numero dei fuorusciti e riformata nel 1556: quel santo vecchio d’Iacopo Nardi era Governatore della Confraternita e forse autore dei nuovi Statuti.[239] Di maggior tempo era la colonia dei Fiorentini sulle rive del Rodano, dove i nuovi esuli trovarono molti antichi avversari della Casa Medici e altri esuli andati prima che sorgesse questa Casa; non poche famiglie piantate in Avignone pel soggiorno dei Papi o che in Lione tenevano banchi e industrie fiorenti, diedero ai loro casati desinenza francese e vi acquistarono qualche lustro.[240]
Fuori di Firenze non venne fatto al nuovo Stato di usare rigori perchè in nessun luogo aveva trovato resistenza, salvo in Arezzo, città dove sono le volontà subite e dove un atto inconsiderato aveva data occasione ad altri disegni. Dappoichè Arezzo, come dicemmo, si fu ribellata, un certo da Bivigliano soprannominato il Conte Rosso la teneva in custodia ed ai voleri del Principe d’Orange, il quale sperava d’averla in premio delle sue fatiche e farsene un feudo: questi essendo morto, v’entrarono gli Spagnoli per conto del Papa, il quale alle suppliche degli Aretini per la indipendenza, rispose essere egli fiorentino e amare la gloria della sua patria; dipoi avendo avuto in mano il Conte Rosso, lo fece impiccare in Firenze come ribelle e traditore. In Pisa non venne certo dal popolo dei Pisani il breve ostacolo che ivi trovarono il Vitelli e il Maramaldo, ma dalla virtù di un Capitano Michele da Montopoli che vi restò ucciso. Nelle altre Provincie, le terre minori quasi da per tutto avevano accolto i Commissari pontifici per affezione al nome dei Medici. La dominazione d’un popolo libero è sempre dura sopra le terre suddite, perchè fu prodotta dagli odii scambievoli e ha più moltiplici le oppressioni: ma un Principe guarda più all’intero Stato, dove a lui giova che sia eguaglianza. Inoltre i popoli del dominio, soliti a portare il peso e il danno delle tante mutazioni e delle guerre, senza il beneficio della libertà, desideravano un governo che sopra ogni cosa cercasse la quiete. Grande era il bisogno che ne avevano le città smunte e vessate dal succedersi delle soldatesche; tra le altre Volterra, presso che deserta. I campi rimasti senza cultura e senza braccia soffersero anche dalla intemperie delle stagioni, le quali andarono contrarie due anni; alle miserie della fame si aggiunsero i morbi. Un Magistrato che si chiamò dell’Abbondanza, fu istituito a provvedere d’allora in poi affinchè i viveri non mancassero per tutto lo Stato.
Baccio Valori col grado di Commissario generale aveva il governo della città e da principio la mente del Papa; era venuto a risiedere in casa Medici, dove tutte le faccende facevano capo, ivi radunandosi un nuovo Magistrato degli Otto di Pratica, dove Clemente aveva posto i suoi più stretti e confidenti. Questa come reggia era guardata da soldati tedeschi, i quali per maggior sicurezza occupavano anche la chiesa vicina di San Giovannino: il Commissario quando usciva fuori aveva una guardia. Anche il Palagio pubblico era ben guardato da’ Tedeschi per impedire ogni tumulto popolare, e perchè dalla Signoria non si pensasse nè praticasse alcuna cosa contro al Governo, dovendo questa essere ivi a ornamento e per apparenza. La Balìa, che era prima di dodici, fu accresciuta in più tempi, nominando essa medesima Aggiunti o Arroti che si accostarono ben tosto ai centocinquanta, dalla confermazione dei quali avevano forza tutte le leggi; e queste da essi erano ratificate sulla parola d’un Cancelliere che le poneva loro innanzi. Il Cancelliere Francesco Campana, letterato di qualche nome, scriveva poi nel libro chiamato il Cronista di Palazzo, quello che più occorresse o che piacesse ai reggitori. Si fece ancora uno squittinio, al quale avendo chiamato un numero di dugento, lasciarono imborsare tutti quei nomi che tra essi avendo vinto il partito, potessero quindi essere estratti agli uffici di dentro e di fuori, eccetto però a quelli di più importanza che si davano a mano e a piacimento del Papa e di chi per la Casa dei Medici teneva il grado in Firenze.[241] Tali ordini soddisfacevano bene all’ambizione di molti cittadini minori, ma non empievano l’ingordigia di pochi maggiori.
Oltre al Guicciardini erano in Firenze, venuti da Roma, i due altri capi di parte Medicea, Roberto Acciaioli e Francesco Vettori: di questi tre, nessuno era interamente devoto a Clemente, nè a lui bene accetto, vagheggiando essi un governo d’ottimati piuttosto che il regno d’un Giovane spurio a cui dovessero ubbidire. Già si adontavano di sottostare a Baccio Valori e del recare che egli faceva tutta la somma dei negozi in Casa i Medici, levando credito al Palagio. Questi dissidii erano in Firenze, e altri disgusti incontrava il Papa dentro alla stessa sua famiglia, dove il vecchio Iacopo Salviati difendeva le forme libere nella patria sua; e quanto madonna Clarice tenesse a vile quei due intrusi Giovani, si è già veduto. Il loro figlio Giovanni e gli altri due Cardinali Ridolfi e Cibo, nati anch’essi da una figlia di Lorenzo, si mostrarono poi sempre poco aderenti al principato. Era un altro parente stretto di Casa Medici, Filippo Strozzi, amico incerto e al Papa sospetto, ma che per sè amando le ricchezze e i piaceri della vita e le culture d’un felice ingegno, voleva piuttosto avere amici che partigiani e godersi gli splendori di un alto grado senza i pericoli; nè quanto a sè, avrebbe mai altro cercato.
Col fine dell’anno 1530 parve a Clemente che la Città, quasi rinnovata, fosse ridotta in termini da non si potere muovere altrimenti; al quale effetto era stata seco tutta la parte Medicea. Rimaneva ora che egli si spiegasse quanto alla forma da dare al Governo intorno a che aveva tutti quei mesi tenuto chiuso il volere suo, meno fidando negli altrui pareri e più sicuro dei suoi propositi dacchè a lui erano entrati nell’animo più forti passioni. Della famiglia sua non diede licenza ad alcuno di andare a Firenze; la piccola Caterina ordinò subito che gli fosse mandata in Roma; il che lungamente aveva desiderato, e già pensando come avviarla a sorti maggiori. I grandi amici della sua Casa, nei quali pareva da principio che stesse il governo, col trarre a sè gli odii avevano fatta la parte loro; non rimaneva oggi che dare ad essi un premio e fare che si allontanassero da Firenze. Ebbe il Guicciardini la luogotenenza di Bologna, e Baccio Valori andò presidente della Romagna; i quali gradi tennero entrambi per tutta la vita di Papa Clemente. Mandò in Firenze come suo rappresentante lo Schomberg, Arcivescovo di Capua, tedesco a lui tutto devoto e senza passioni nè ambizioni cittadine, sebbene pratico di Firenze fino da quando il Savonarola lo aveva vestito frate in San Marco, e grato abbastanza perchè facile alle udienze, diligentissimo nel curare le private faccende e nel fare che tutti avessero eguale giustizia. In questo mentre giunse ad un tratto il Cardinale Ippolito dei Medici, partito da Roma senza saputa del Papa. Non si poteva egli dar pace di avere scambiato con un cappello di cardinale il principato, al quale si era creduto prescelto; e venne a tentare se una qualche dimostrazione di cittadini fermasse in quelle dubbiezze l’animo di Clemente. Ma questi subito mandò dietro al giovane incauto Baccio Valori che gli tolse ogni speranza, nè alcuno in Firenze per lui si era mosso: quell’atto però fu contro ad Ippolito principio degli odii implacabili che lo perderono, essendo egli più atto a destare gli altrui sospetti che a stare in guardia dalle insidie. Ma come quegli che era liberalissimo e di dolce indole e leggiera, si contentò quando per la morte di Pompeo Colonna potè avere dal Papa il vicecancellierato ed altri molto ricchi benefizi.[242]
Era da un pezzo scaduto il termine dei quattro mesi dentro ai quali, secondo l’accordo, doveva l’Imperatore pronunziare il Lodo intorno al Governo della città di Firenze: nè forse il Papa lo aveva sollecitato, non volendo egli che il suo diritto paresse muoversi da una Capitolazione, ma invece che fosse chiesto Alessandro per signore con voto solenne dalla città istessa. La Balìa frattanto fece una provvisione per la quale aggregò a sè il Duca Alessandro de’ Medici, che avesse inoltre la facoltà di risedere con il grado di Proposto in tutti i Magistrati, compreso quello dei Priori: in quel partito, nel numero di ottantaquattro cittadini radunati, furono dodici fave bianche del no. In seguito, per deliberazione degli Otto di Pratica, fu assegnato al Duca un Piatto di ventimila ducati l’anno, avendo egli ai suoi ordini e a suo carico i soldati di Alessandro Vitelli e di Rodolfo Baglioni figlio di Malatesta, i quali avevano la guardia della città.[243]
Nel mese di maggio 1531 Carlo V pubblicò il Lodo che dava lo Stato di Firenze ad Alessandro dei Medici allora Duca di Città di Penne, al quale aveva sposata per quando fosse fuori della pubertà Margherita sua figlia naturale: la data era del 27 ottobre 1530, perchè fosse dentro ai quattro mesi, termine assegnato dalla Capitolazione, a cui si riferisce l’atto imperiale, riconoscendo Ferrante Gonzaga avere in quella tenuto le parti dello stesso Imperatore. Il quale altresì richiama quello che fu da lui promesso al Pontefice nello accordo di Barcellona; e quindi statuisce che in avvenire i Magistrati della Repubblica sieno eletti ed istituiti nel modo stesso come solevano prima che fosse da Firenze cacciata la Famiglia dei Medici; che il Duca stesso ed i successori suoi per linea primogenita mascolina in perpetuo, ed estinta questa, altri della Famiglia dei Medici, nell’ordine istesso, abbiano facoltà e obbligo d’intervenire in quei magistrati, talchè la forma sia di Repubblica della quale il detto Alessandro dei Medici debba esser capo, mantenitore e protettore. Annunzia Carlo essere egli venuto in Italia col fine di restituire ad essa la pace, rialzare i diritti manomessi dell’Impero, e togliere di mano alle plebi la cosa pubblica perchè fosse governata da uomini nobili e più degni. Ma in quella scrittura la forma è sempre di una concessione, talchè pei Curiali tedeschi ha essa il titolo d’Investitura data di proprio moto e con la pienezza della imperiale potestà. Le stesse differenze tra la sostanza e la forma abbiamo scôrto nei Trattati che la Repubblica fiorentina ebbe con l’Imperatore Carlo IV e poi con Roberto, e ultimamente con Massimiliano, e che non avevano avuto altro effetto che lo sborso di poche migliaia di ducati a quei Cesari bisognosi; ma sempre portavano titolo di Privilegi pei quali in perpetuo i Magistrati della Repubblica erano dichiarati vicari imperiali. Di queste finzioni legali in Italia erano solite di appagarsi le imperiali Cancellerie fino dalla pace di Costanza, e come allora i Potestà, così erano quindi eletti dal popolo i Magistrati a governare sovranamente senza ingerenza nè saputa dell’Imperatore. Medesimamente il Duca Alessandro, eletto una volta, trasmetteva la sovranità nei discendenti suoi e in tutta la Casa dei Medici, non era feudatario dell’Impero, nè ad esso legato per titolo alcuno. Questo era il vero, e per tal modo si reggevano d’allora in poi generalmente gli Stati d’Italia in faccia all’Impero, sebbene libertà o principati, stando alle formule imperiali, non fossero altro che privilegi o concessioni da perdersi per fellonia, e muniti di penalità contro a chi negasse di riconoscerli e prestare a quelli ubbidienza.[244]
Nei giorni istessi il Duca Alessandro, con licenza dell’Imperatore, lasciata la Corte, venne in Italia lentamente, e si trattenne in Pisa ed in Prato avanti di fare l’entrata in Firenze. Quivi giunse quasi ad un tempo Giovanni Antonio Muscettola, oratore Cesareo in Roma e portatore dell’imperiale rescritto: alla solenne promulgazione del quale essendosi prima fermato il giorno e la cerimonia, si radunava la Signoria il dì 6 luglio 1531 nella Sala che poi fu chiamata dei Dugento, dove entrati il Duca, il Muscettola e il Nunzio del Papa andarono a sedersi, avendo in mezzo il Gonfaloniere, dai due lati i Priori e tutti a destra e a sinistra poi gli altri Magistrati. Parlò il Muscettola, richiamando le colpe commesse dalla Repubblica fiorentina contro l’imperiale Maestà, che irata giustamente contro alla città di Firenze avrebbe ad essa dato condegno gastigo, se la Santità del Papa, interponendosi, non avesse placato l’animo dell’Imperatore infino al punto di ottenere per la patria sua non che il perdono di Cesare, ogni più eccelso favore. Letta quindi la Bolla o Breve, così lo chiamavano, baciò l’imperiale Sigillo d’oro, il quale poi fu fatto girare fra tutti i Magistrati che nel modo stesso giurarono obbedienza a quel decreto. Il Gonfaloniere Benedetto Buondelmonti rispondeva al Commissario parole di grazie mescolate con lacrime d’allegrezza, come quegli che tutto devoto ai Medici usciva dalla torre di Volterra dove il Governo popolare lo aveva rinchiuso. In mezzo a questi non tutti sinceri tripudii si trovò pronto sotto alle finestre del Palagio un altro popolo a gridare Palle Palle, viva i Medici, viva il Duca. Questi, tornato alle sue case, fu visitato nel giorno istesso dalla Signoria; nel quale atto d’ossequio era l’abbandono dell’autorità sovrana la quale spettava a quel Magistrato. Il Duca però con l’andare tratto tratto a sedere in mezzo ad esso manteneva quelle apparenze di libertà che l’imperiale Rescritto aveva espressamente confermate, ma che non potevano, come ingannevoli e contradittorie, a lungo durare.[245]
Andavano quindi a Carlo V, che dimorava allora in Brusselles, ambasciatori per la città di Firenze Palla Rucellai e Francesco Valori, il primo dei quali orando in latino dinanzi all’Imperatore, disse: eglino essere inviati a lui dal Senato della Città loro a rendere grazie per gli innumerevoli beneficii da lui recati alla città istessa, come sempre per l’addietro aveva essa avuto in costume verso i di lui predecessori. Averla egli tolta dalle mani di artefici e di uomini di bassa lega e scellerati, avere ai Nobili restituito il grado e gli averi, e ai buoni la patria, ponendo questa sotto al Governo di quei più degni ed onorati, nei quali è giusto che risieda e sia mantenuto. Rendeva grazie all’Imperatore sopra ogni cosa dell’aver egli costituito il Duca Alessandro, Genero suo, perchè avesse questi e in perpetuo i successori suoi il sommo grado e la tutela della città, come lo avevano avuto i suoi maggiori. Non accennò alla Capitolazione tenendosi cauto nel tempo medesimo di non riconoscere un diritto dell’Impero sulla città di Firenze. Lodò a cielo Carlo V per la pace fatta co’ Veneziani e con lo Sforza, e per l’assetto dato all’Italia da lui rialzata e ordinata quando era essa in fondo d’ogni miseria. Ma fin dal principio della orazione il Rucellai richiama sempre le antiche usanze, facendo a Carlo intendere che la Signoria del Duca non dovesse portare alla distruzione delle antiche immunità, che il Lodo stesso dell’Imperatore voleva mantenute.[246] Questo era il concetto di Palla Rucellai, e tale sarebbe stato il desiderio di molti. In quanto a lui quando ebbe veduto farsi Alessandro, principe assoluto, e dopo chiamarsi un altro Principe nello stesso modo, contrastò solo e virilmente con atti magnanimi alla più accorta politica d’altri, per sè dichiarando che non voleva più nella Repubblica nè duchi, nè principi, nè signori.
Ma invece Clemente VII indugiava sempre aspettando gli fosse chiesto quel ch’egli bramava, fare Alessandro signore libero in Firenze. Con questo pensiero aveva cercato il parere degli uomini più eminenti; ma era una scherma nella quale essi con fargli paura diversamente s’ingegnavano di condurlo ad una forma di governo misto, dove un consiglio di pochi Ottimati, sostegno al Duca, potesse anche servirgli di freno. «Abbiamo per inimico un popolo intero,» scriveva Francesco Guicciardini; ed il Vettori afferma che «al nuovo Stato erano avversi da non potersi mai conciliare, novanta su cento dei giovani usati con le armi indosso a essere padroni della città, e in casa comandare al padre ed a tutti e avere licenza d’ogni cosa: poi v’erano gli uomini avvezzi a sedere nel Gran Consiglio, e a’ quali pareva troppo bella cosa disporre col loro voto dei sommi magistrati: vi erano gli ambiziosi di tutti i colori, i quali vorrebbero i primi gradi, nè si poteva tanto in là fidarsene. In tale città più non valevano i modi usati da Cosimo e da Lorenzo, perchè essi poterono tirare su uomini nuovi che gli aiutassero a conservare lo Stato; ma oggi il Gran Consiglio era la città intera, contro alla quale la parte dei Medici non può difendersi, una volta che il Papa sia costretto dai patti a serbare questo nome vano di libertà. Quindi se alcuni magistrati hanno a restare, è necessario tôrre via quelli ai quali l’universale era più solito ubbidire, com’è in primo luogo la Signoria: questa sopra ogni cosa bisognerebbe levare di Palazzo, e con essa anche le campane per disusarne il popolo affatto. Poi tenere una buona guardia e bene pagata, benchè altri dicesse più che una guardia d’armati valere un Bargello; poi levare le armi ai cittadini e non lasciarle portare a persona, ma ridurre gli uomini alle arti ed ai piaceri; e Lorenzo non studiò in altro. Questi fu maestro anche nell’artifizio di maneggiare gli squittinii, i quali (se dovessero continuare) bisognerebbe affidare ad uomini segreti, che non la guardassero per il sottile; ma, chiunque avesse vinto il partito, non imborsassero se non quelli i quali giovano allo Stato: lasciando però qualche speranza al maggior numero che senza questo non pagherebbero le imposizioni.» Ma tutto ciò non bastava, se non si aggravasse la mano sopra altri sospetti, massime dei più giovani; il che andando contro alle intenzioni di Carlo V, Roberto Acciaioli consiglia che il Papa, scrivendo in Corte ad Alessandro, faccia motto di congiure che si tramassero in Firenze, perchè la notizia spargendosi preparasse l’animo di Cesare a tali violenze. Intanto però non mancare mai di camminare destramente al fine ultimo, che è d’impoverire chi ci può far male, ed a chi non è dei nostri non fossi fatto beneficio alcuno, eccetto quelli sono necessari per trarre da loro più utile e più frutto si potesse: avendo rispetto però a tenere la Città viva per potersene servire e che le industrie non si allontanassero. Questi consigli sono di Francesco Guicciardini, il quale poi sempre cerca di legare a Casa Medici alcuni uomini e famiglie tanto strettamente che lei senza loro, nè loro senza lei, non possino vivere: al che gioverebbe rendergli odiosi all’universale con le Provvisioni, le quali fossero a pro loro aggravio pubblico. Luigi, fratello di Francesco, con l’andare in tutto ai versi del Papa, cercava riscattarsi dell’essergli dispiaciuto nel 1527.[247]
Poteva Clemente andare al suo fine se il Duca recasse una imperiale investitura; ma scrive il Vettori non l’otterrebbe, «perchè l’Imperatore è uomo giusto, e nella Capitolazione che fece Don Ferrando con la città, promise conservare la libertà.» Aggiunge poi, che «il Papa ne sarebbe biasimato da tutti gli uomini, e soprastandoli un Concilio, non credo fossi a proposito di Sua Santità incorrere in questa nota; perchè quello è seguito insino al presente si può molto ben difendere e scusare per molte ragioni, ma il pigliarne il titolo non si potrebbe escusare.[248]» Nè il Papa stesso avrebbe gradito che in mano sua il Principato di Firenze divenisse un Feudo imperiale; ma col pigliare sopra di sè tutto il carico della mancata fede sapeva bene d’andare a genio di Carlo V, e ciò gli bastava. Quanto a uno Stato dove gli Ottimati avessero parte, niun altro poteva essere più odioso nè in sè più discorde; nulla in Firenze lo preparava; ed è un governo fra tutti difficile a congegnare, laddove invece ai popoli stanchi degli eccessi popolari è ovvio passare sotto al principato di un uomo solo. Queste cose Clemente sapeva; i principi hanno sui loro ministri questo vantaggio, che posti al centro, distendono sopra le cose all’intorno più ampio lo sguardo e in sè più sicuro, perchè sempre vôlto a un solo pensiero. Sapeva poi che i Fiorentini poco erano atti a mantenere i forti propositi incontro agli agii d’una vita ornata e tranquilla,[249] e che un Medici con le cittadine tradizioni della Casa aveva in sè forza bastante a penetrare, quasi uomo per uomo, dentro a questo popolo per discioglierlo e farne sua cosa. Per queste ragioni deliberò il Papa d’imporre egli stesso quella forma di governo che dare voleva alla città di Firenze.
Ma prima importava bene assicurarsi d’averla spogliata di tutte le armi, delle quali per l’innanzi non era casa che non fosse piena; al quale effetto erano usciti ripetutamente bandi severissimi, e le armi consegnate furono senza numero. Ma perchè dalle spie, che erano a ogni passo, fu rapportato che molti avevano nascosto in luoghi occultissimi i migliori giachi, o altre più care armature, andavano i birri a cercare nelle case insino a quelle dei più dichiarati amici dei Medici, e ivi facevano da padroni: materia di colpa erano gli stessi arnesi domestici, quando potessero divenire armi da offendere; avendone ad alcuni gettate la notte per le buche delle cantine, entravano il giorno dopo e gli accusavano. Le condanne andavano fino all’essere posti in fondo di Torre a carcere perpetua, finoattantochè poi per grazia del Principe n’erano liberati. Donde era grandissimo nella città il terrore: comandava le esecuzioni un ser Maurizio da Milano, cancelliere degli Otto, e usava tanta asprezza di parole e tanta crudeltà di fatti nell’esaminare e nel dare i martori, e così brusca cera aveva, che solo il vederlo metteva spavento, nè chi per le vie lo riscontrasse aveva più bene quel giorno.[250] Vi era poi la forza dei soldati, i quali in mano di Alessandro Vitelli pronti ad ogni cosa, tenevano questa come una città nemica, ma bene costretta in sè a ricevere ogni forma che il Papa volesse.
Stavano in Roma, con molti altri affezionati della Casa Medici, Iacopo Salviati, parente del Papa, e Benedetto Buondelmonti ambasciatore fiorentino: vi andò, chiamato, Filippo Strozzi; e questi e i due Cardinali Salviati e Ridolfi quella vernata si ritrovavano a ristretto quasi ogni sera in camera del Papa a ragionare sulla forma da dare al Governo; tra’ quali Filippo metteva innanzi l’assoluto principato, solo capace a rassicurare la Casa dei Medici ed i più scoperti amici di essa, dicendo essere da levare la Signoria di Palazzo e tutti gli ordini civili ed insegne pubbliche, dove potessero in tempi pericolosi ricorrere e avere autorità i malcontenti; essere ancora più onesta cosa darsi un Principe assoluto di nome e di fatto, che vederselo di fatto ma senza nome comandare ai Magistrati ed alle leggi più da tiranno che da legittimo signore. Andava Filippo sino a promuovere ed instare che si fabbricasse una Fortezza, la quale fosse un freno in bocca alla città e la costringesse in ogni tempo all’ubbidienza. Ma in contrario Iacopo Salviati, grande lodatore dei modi tenuti dal suo suocero Lorenzo, ricordava come dopo alla morte di Leone lo stato ai Medici fosse mantenuto dal solo amore dei cittadini senza soldati nè fortezze le quali mettevano in cuore dei sudditi maggiore sospetto di quello che dessero ai principi sicurezza; e di Filippo soleva dire con voce presaga: voglia Iddio che egli non disegni la fossa che a lui sia sepoltura. A questi discorsi molti da Iacopo si allontanavano, intendendo la voglia del Papa; il quale infine, poichè nessuno voleva scuoprirsi temendo la pubblica indignazione, risoluto a comandare quello che invano sperava gli fosse chiesto; una volta che circa a mezza quaresima Filippo de’ Nerli andò a chiederli licenza per dover tornare a Firenze, gli disse queste proprie e formali parole da questo medesimo riferite: «Dirai per nostra parte a que’ cittadini che più giudicherai a proposito di dirlo, che noi siamo ormai condotti col tempo pressochè a ventitrè ore, e che noi intendiamo e abbiamo deliberato di lasciare dopo noi lo stato di Casa nostra in Firenze sicuro. Però di’ a quei cittadini che pensino a un tal modo di governo che eglino corrano in esso i medesimi pericoli che la Casa nostra, e che lo disegnino di tal maniera che alla Casa nostra non possa più avvenire quello che nel 1494 e nel 1527 avvenne, che noi soli ne fossimo cacciati e quelli che con noi godevano i comodi dello Stato restassero in casa loro come restarono. Però bisogna che le cose s’acconcino in modo e di tal maniera che dovendosi perdere lo Stato, noi ed essi ne andiamo tutti di compagnia. E dirai a quei cittadini apertamente e in modo che l’intendano, questa essere l’intenzione e volontà nostra fermissima: dell’altre cose ci contenteremo com’è giusto e ragionevole, e ch’elle s’acconcino in modo che gli amici nostri, che vogliono correre la fortuna di Casa nostra, tirino de’ comodi dello Stato quella ragionevole parte che a ciascheduno ragionevolmente si convenga.» Andò Filippo, e dal maggior numero di quei cittadini gli fu risposto, che le cose della città erano ridotte in luogo che essi non potevano nè manco volevano opporsi a quello che il Papa volesse; dovere egli considerare come dopo le cose seguite non potrebbono essi senza la grandezza di Casa Medici, non che avere luogo nel governo, nè manco godere le facoltà loro e stare sicuri in Firenze: bene raccomandavano alla Santità Sua la città e loro stessi, qualunque altra forma piacesse a lui di dare allo Stato; ma lo pregavano che egli si facesse meglio intendere e meglio dichiarasse la mente sua.[251]
Quindi cessata ogni pratica, mandava Clemente all’Arcivescovo di Capua dei suoi più fidati i quali gli aprissero tutta la mente sua; e poco appresso tornato Filippo Strozzi, persuadeva facilmente Francesco Vettori suo amicissimo. Furono anche fatti venire Francesco Guicciardini e Baccio Valori; e tutti questi essendo ridotti in Firenze, si radunò la Balìa, dove si vinse una Provvisione per cui fu data autorità alla Signoria d’eleggere Dodici cittadini, i quali insieme col Gonfaloniere di giustizia avessero per la riforma dello Stato e del Governo facoltà amplissima; non però accennando nel Proemio altro che a riforme da essere grate all’universale, come sui giudizi della Ruota e sulle Decime. Indi a pochi giorni, nel nome di questi Riformatori, usciva una Provvisione dove, per dare fermezza al presente Governo e posare gli animi, era una serie di articoli i quali mutavano a un tratto il governo in principato d’un uomo solo; benchè mostrassero, con sottile ma inutile studio, che agli aboliti Magistrati dovessero altri sostituirsi per voti o a sorte, com’era costume in Firenze.
Il primo articolo provvede e ordina questo modo: «Che per l’avvenire in alcun tempo non si crei nè creare si debba più il magistrato della Signoria nè il Gonfaloniere di Giustizia, ma s’intenda dopo il presente mese d’aprile in tutto annullato ed estinto tal magistrato.»
Col secondo articolo, la Balìa viene trasformata in un consiglio che si chiamò dei Dugento, sebbene il numero fosse maggiore.
Dipoi gli stessi Riformatori del Consiglio dei Dugento traggono e istituiscono un Consiglio di Quarantotto cittadini, col nome anche di Senato, i quali abbiano autorità di vincere tutte le provvisioni di danaro ed altre spettanti al Comune, e di eleggere ai principali ufizi e magistrati di dentro e di fuori. La Provvisione contiene i nomi dei primi chiamati a formare il Senato dei Quarantotto.
In luogo e in vece della Signoria ordinano che abbiano ad essere Quattro Consiglieri, eletti di tre mesi in tre mesi dal numero dei Quarantotto, i quali rappresentino i Signori, e abbiano per Capo, con tutta l’autorità che era del Gonfaloniere, il Duca Alessandro dei Medici col nome di Duca della Repubblica Fiorentina, e dopo lui i suoi legittimi discendenti maschi, e quindi i più prossimi nella famiglia Medici, sempre per via di primogenitura.
Il Duca in perpetuo abbia grado di Proposto nel Magistrato dei Quattro Consiglieri, i quali nulla possano fare senza di lui o di persona da lui medesimo delegata, ed ogni cosa che facessero senza lui sia irrita e nulla.
Al Consiglio dei Dugento spetti di vincere le provvisioni attinenti a particolari persone o a Comunità del Dominio, e di eleggere agli ufizi minori.
Nè i Quarantotto nè i Dugento, nè altri Magistrati, possano adunarsi senza la presenza del Duca o suo sostituto, a cui spetti di proporre tutti i partiti; nè ad altri sia lecito.
I Quarantotto e i Dugento sieno a vita, e si rinnuovino per via d’Accoppiatori con certe forme, le quali è inutile qui descrivere.
Non abbiano assegna di provvisione, ma di essi un certo determinato numero debba entrare nei principali Magistrati o ufizi salariati.
Le pubbliche cerimonie sacre o profane dipendano in tutto dal Duca e suoi Quattro Consiglieri, i quali abbiano i patronati delle chiese o benefizi che prima spettavano alla Signoria.
Cessi la distinzione tra le Arti maggiori e minori, e la divisione dei Quartieri che prima concorrevano partitamente alle elezioni.
Fu questo un molto ingegnoso modo che manteneva, fuori del sommo, gli antichi magistrati collegiali con l’aggiunta sola d’un Principe di cui fossero Ministri, perchè egli di tutti diveniva anima con l’arbitrio: poi si fece un passo, ed anche il nome della Repubblica fu abolito. Nel tempo medesimo i Dodici Riformatori davano a Cesare annunzio della nuova forma di Governo da loro stessi deliberata, dove tolta via per sempre la dominazione di quel Magistrato creato dal popolo ad opprimere la nobiltà, sia oggi ristretto il Governo nel Duca ed in Quattro suoi nobilissimi Consiglieri.[252] Il primo di maggio 1532 cessava l’antica Signoria, che ebbe ultimo Gonfaloniere Giovan Francesco de’ Nobili.[253] Quel giorno avrebbesi dovuto installare solennemente la Signoria nuova; ma invece l’antica, uscita di Palazzo la mattina presto, se ne andò a casa privatamente. Il Duca ed i Quattro Consiglieri, udita prima una Messa piana in San Giovanni, andarono con accompagnamento di guardie al Palazzo, dove rogato e sottoscritto l’atto della presa di possesso, e avendo costituito il Magistrato degli Otto e gli altri che ivi dovevano rimanere, tornava il Duca collo stesso seguito alla Casa Medici, divenuta sede dello Stato. In questo giorno ed in tale modo finì la Repubblica.[254]
Nè poi alcun moto civile in Firenze turbò la quiete del Principato. Il quale però fu tirannesco sotto Alessandro, come volevano la natura di lui e l’odio di molti e in tanta penuria pubblica non sapere o non potere usare larghezza. Non che però fosse egli senza ingegno, nè da principio senza cura della privata giustizia; ma un breve regno bastò a mostrarlo sfrenato e violento e pronto ai delitti. Moriva, secondo ogni credere, per suo comando di veleno il giovane Cardinale Ippolito dei Medici, nel quale pigliavano speranza grande i fuorusciti. Questi facevano per l’Italia un popolo sparso di Fiorentini, operosi nelle industrie, e molti di essi autorevoli per grado o per loro valore proprio: era imminente un’altra guerra di Francia in Italia; Paolo III, che succede a Clemente, aveva in odio i Medici; Andrea Doria favoriva presso a Cesare un governo che in Firenze si accostasse a quello di Genova. Furono quindi i principali dei fuorusciti accolti onoratamente ed ascoltati dall’Imperatore quando egli venne a Napoli, e vi era il Duca Alessandro andato con molti dei suoi cortigiani e consiglieri. Quelli chiedevano l’osservanza della Capitolazione e della Sentenza imperiale, e il Duca gravavano di molte accuse: ordinava quindi Carlo V che fosse la causa dibattuta per iscritto più volte, ma infine uscita sentenza che ogni cosa rimetteva in mano del Duca, i fuorusciti si partirono, lasciata una molto nobile protesta nel nome di tutta la loro patria. Indi a poco morì Alessandro: un suo congiunto, dopo averlo vilmente servito, chiamato un sicario, tra loro due lo uccisero crudelmente; nè si può ben dire se lo muovesse gelosia di famiglia, dissennato amore di gloria, o forse per ultimo qualche pensiero di libertà e la vergogna dell’abiettezza in che era vissuto: dopo il fatto, Lorenzino fuggì da Firenze.
Al morto Alessandro succede Cosimo, figlio di Giovanni dalle Bande Nere, giovane che non compiva diciotto anni; il che a taluni dei Quarantotto che lo elessero parve occasione di porre un freno al principato come l’avevano i Dogi a Venezia; ma egli che sapeva già da sè volere, e aveva natura tutta di principe, sgominati facilmente gli ostacoli dentro, si voltò contro agli avversari che stavano fuori. Non erano solamente i confinati e gli sbanditi del 1530, nè uomini appassionati pe’ governi popolari; ma in cima stavano di coloro che avendo prima data la mano ai Medici per salire, non ne raccolsero che sospetti per avere potuto credersi una volta più forti di loro. Filippo Strozzi primeggiava tra questi pel nome e per il seguito; due suoi figli, migliori di lui, Piero e Leone, sfuggiti alle trame d’Alessandro, poi s’acquistarono dalle armi bella fama e morte onorata: Baccio Valori, che si teneva male dei Medici soddisfatto, s’era anch’egli posto co’ fuorusciti. I due cardinali Salviati e Ridolfi, come nipoti legittimi del vecchio Lorenzo, avevano prima fatto malviso ad Alessandro: nè potendo accomodarsi oggi a che la grandezza della famiglia fosse andata nell’altro ramo di Casa Medici, erano in gran fretta venuti a Firenze credendosi farvi qualcosa a pro loro; ma Cosimo tosto gli fece andar via per bella paura, nè più altro tentarono. Gli Strozzi attendevano a far genti, e Piero co’ primi assoldati si era mosso da Bologna dove intorno a Filippo stavano i più dei fuorusciti. Pareva la guerra farsi per lui, tanto grandi erano il nome suo e le ricchezze; ma egli uomo nuovo agli ardimenti di tali imprese ed alle cautele, andava innanzi come prediletto infino allora dalla fortuna, ed ebbe fiducia di farsi con pochi forte in Montemurlo, antica rôcca e allora piuttosto villa dei Nerli, a poche miglia da Firenze: era venuto anche Piero Strozzi di fianco al Poggio di Montemurlo. Cosimo intanto fatto sicuro del favore di Carlo V, e avuti due mila soldati Spagnoli, gli fece andare per vie torte con Alessandro Vitelli addosso al debole campo di Piero che non se gli aspettava e che potè a stento salvare la vita: di là il Vitelli si voltò contro a Montemurlo, dove con piccola resistenza ebbe prigioni Filippo e il Valori e quanti vi erano fuorusciti, i quali furono in quel giorno istesso condotti a Firenze come a trionfo; Filippo e Baccio sopra due vili ronzini, quegli fino allora tenuto il maggiore uomo privato che fosse in Italia, e Baccio dopo essere stato più mesi come principe nella patria sua. Filippo solo, che si era dato prigione al Vitelli, andò in Fortezza; gli altri tutti menati al Bargello, ne furono tratti per essere in piazza, a pochi per giorno, secondo il grado o decollati o impiccati. Un anno durarono le pratiche e le ambascerie di Cosimo a Carlo V per avere nelle mani lo Strozzi, essendo la Fortezza allora tenuta nel nome di Cesare. Il quale infine avendolo poi ceduto, fu sparso lo Strozzi essersi ucciso di sua mano, lasciando anche scritte intorno a quella sua determinazione parole solenni. Ma è più verisimile che egli avesse la morte in segreto, forse per una sorta di compromesso tra lo Spagnolo Castellano che rifuggiva dal consegnare un tale uomo in mano del boia, e Cosimo stesso a cui non piaceva mandarlo al patibolo in mezzo a Firenze.
Non fu da quel tempo la professione repubblicana che una memoria e un sentimento: la città frattanto, «prostesa e stanca per le tante mutazioni, si era riempita di tale diffidenza di sè stessa, che i cittadini levando l’animo dai negozi pubblici, si rivolgevano a stimare e procurare solamente non senza sospetto la salute delle cose private.[255]» Cosimo I ciò non ostante esercitava scopertamente una inquisizione minuta e severa contro ad ogni atto che sapesse di libertà, e questi reprimeva con leggi fierissime da spaventare fino al pensiero. Curava anche i pubblici costumi, e faceva esercitare sopra gli stessi fatti privati una sorta d’ispezione per mezzo d’uomini reputati onesti, i quali ciascuno nel suo vicinato vigilassero sopra ogni azione scorretta o eccessiva, il tutto dovendo al Principe riferire. Ordinava l’amministrazione della Giustizia, e ogni parte del Governo con savie leggi e istituzioni, chiamando a tal fine anche di fuori uomini dotti dei quali tuttora è viva la fama. Benchè non fosse egli soldato, pose grande studio a bene armarsi di fortezze e di milizie sotto a buoni capi del resto d’Italia: fondò anche un Ordine cavalleresco sull’esemplare di quello di Malta. Fu ricchissimo di possessioni avute per via di confische; promosse i commerci a pro suo ed a pubblico guadagno; favorì le Arti belle, ed ebbe amicizie di uomini letterati; ornò la città di pubblici edifizi; fondò quasi a nuovo l’Università di Pisa, molto provvide a pro di questa città e del negletto suo territorio; fece col suo denaro e sotto alla direzione sua la guerra contro a Siena, la quale ottenne dagli Spagnoli con fina politica di aggiungere allo Stato di Toscana, dove egli fu primo Granduca.
Ma tutto un popolo educato nei pensieri di libertà era impossibile che di subito si addottrinasse alla ubbidienza: mutò la vita, ma l’uomo antico qualche rifugio lo trovava sempre. Ai letterati si aprì allora un nuovo arringo nelle Accademie, le quali si andavano moltiplicando per tutta Italia, cercando in esse anche i signori l’indipendenza che danno le lettere. Spesso pigliavano strani nomi, e alcune volte per bizzarria, altre per genio pedantesco, ma non di rado anche per un qualche più arcano pensiero si ricuoprivano d’uno strano gergo. N’era in Firenze di questa sorta; e una col titolo d’Accademia del Piano aveva intenti politici, ai quali allora se ne mischiava dei religiosi per la brama ch’era in molti d’una riforma. Iacopo Pitti, che era uno di quell’Accademia, racconta averne in Inghilterra dato notizia alla regina Elisabetta, la quale un giorno per udirne maggiori ragguagli lo fece andare in un suo giardino e gli ascoltò con diletto grande. Era in Firenze un’altra Accademia che non essendo piaciuta a Cosimo, si voltava quindi tutta allo studio della lingua. Vi erano poi le Confraternite di devozione o Compagnie, molte e diverse dai primi gradi insino agli infimi; regnava in esse l’antico spirito, e si governavano come altrettante repubblichette a porte chiuse, talchè i regnanti cercarono spesso di porvi la mano, in quelle incontrando le ultime e minute e non di rado anche risibili resistenze. Ma ivi ed in tutta la città il genio popolare fu sempre il più forte, nè in alcun tempo alla nobiltà venne fatto d’esercitarvi l’ascendente che altrove godeva: non erano veramente tra’ due ceti cagioni d’odio, perchè il popolo non era qui oppresso, ma usando osservanza meno rispettosa, pigliava licenza di dare la berta alla cortigianesca servilità che a lui pareva essere nei signori: del che abbiamo esempio curioso in certe memorie scritte nella prima metà del passato secolo e che sono appresso di noi. Ma pure tra’ nobili viveva qualcuna delle tradizioni che erano guerre molto accanite tra’ loro antichi; vi erano famiglie le quali si davano cento anni fa nome di guelfe ed altre di ghibelline, secondo che ognuna di esse guardasse più a Roma o a Vienna.
I Principi stessi di Casa Medici e le Corti loro qualcosa mantennero del vivere popolano e mercantile, sebbene a Cosimo I, che ebbe indole da tutti diversa, piacesse mostrarsi altero e terribile come lo ha ritratto in bronzo il Cellini. Sarebbero anche scene di sangue avvenute nella figliolanza di Cosimo e alcune di sua mano stessa; non abbiamo noi di nessuno di quei vari casi intera certezza, ma duro sarebbe negare ogni fede a quanto fu scritto segretamente dai nemici di quella Famiglia e che dagli storici fu poi ripetuto. Coteste ferocie ben tosto finirono, e spenta quella generazione della quale molti erano vissuti dentro alla Repubblica, sviati gli animi dalle cose gravi, si diedero alle più facili e allegre, promosse dai Principi non tanto oramai per arte di regno, quanto per gli umori di quella famiglia: soleva questa essere assai numerosa di figli e fratelli bene provvisti di appannaggi, e che amando conversare familiarmente co’ belli ingegni, portavano in Corte i costumi popolari e molta licenza di vita e di lingua. Ma lode migliore venne ai Medici dall’avere favorito molto le scienze e gli scienziati di tutta l’Europa, tenendo con essi carteggio frequente. Come per mezzo dei residenti loro aveano continua e molto specificata informazione degli eventi e dello stato dei vari paesi (del che fa fede il nostro Archivio), così anche volevano sapere i fatti scientifici, e d’ogni bella invenzione avere un saggio; raccomandavano che a loro fosse mandata ogni cosa nuova o rara, che fosse possibile di rinvenire. Quest’era un genio antico della famiglia, comune a tutti quei principi che avevano empite di curiosità preziose le camere e le guardarobe di Palazzo Pitti; infinchè un giorno Pietro Leopoldo, in quel fastidio d’ogni vecchia cosa che allora correva, le vendè a prezzo vile come uomo che non le curava, e oggi varrebbero un tesoro. La Corte dei Medici, sempre magnifica nella sontuosità elegante delle Case e delle Ville e dei Giardini, ebbe anche fama per gli spettacoli e le feste, nelle quali andavano insieme al bello delle Arti le nuove invenzioni; qui si udirono per la prima volta le Opere in musica.
Dacchè il governare divenne facile in Toscana, mostrò a paragone del resto d’Italia sempre qualcosa di più franco e di più largo, che era il prodotto di una cultura molto diffusa e dell’esperienza di tante cose e tanto varie che questo popolo avea fatta, e del non essere stato mai condotto da pochi nei quali ogni azione venisse a rinchiudersi. I dolci tempi ebbero principio dal terzo Granduca, e si protrassero due altre generazioni. Ferdinando I, tra molti buoni suoi provvedimenti, fondò la città e il porto di Livorno, per lui divenuto emporio comune anche agli Stati circonvicini, dove i commerci assai languivano: fece suo studio attirare mercanti in Livorno di ogni nazione, usando con essi larghezze insolite fino a quella del libero e pubblico esercizio dei vari culti: avendo in proprio grandi ricchezze, si mescolava egli medesimo in quei commerci, com’era costume della sua famiglia; ma fu dopo lui dismesso affatto. La nuova città crebbe in modo che parve sproporzionato alla Toscana, cui se da un lato diede guadagni, innestò pure la mala usanza di vivere sopra i capitali e le industrie forestiere con meno fatica, e disusandosi al lavoro. Nel tempo stesso fu anche ampliata la marineria da guerra, comandata dai Cavalieri di Santo Stefano, che si acquistarono qualche gloria con l’espugnazione d’Ippona, oggi Bona, sulla costa d’Affrica. Male inclinato verso gli Spagnoli, Ferdinando I fu grande amico e spesso utile ad Enrico IV, cui diede in moglie una sua nipote che fu la regina Maria de’ Medici.
Quanto alle lettere, il decadimento scopertosi a un tratto continuava finchè Galileo non ebbe destato gli ingegni a studi più seri; la Scuola sua diede anche in seconda e in terza generazione uomini di vaglia in fatto di scienze. Le case private dei Medici erano state sede all’Accademia platonica, ed ora la reggia di quella famiglia fortunata trovò modo in tempi più duri, nè senza una qualche sorta di ardimento, d’accogliere in sè dopo gli studi delle idee quello ancora delle materiali cose, che è a dire i due capi del pensiero umano. Si radunava l’Accademia del Cimento nel Palazzo de’ Pitti, come fondata da un Principe di Casa Medici. Essendo al tempo di Galileo meno spiccata che oggi non sia la separazione tra le varie scienze, la fisica era tenuta un ramo della filosofia, nè i suoi cultori mai tanto avrebbono potuto chiudersi nell’esperimento, che non si trovassero involti in un mondo più vasto, e dove a farsi la via non era bastante un filo solo della intelligenza e sempre lo stesso. Quindi erano essi condotti ad imbattersi in altri studi; e siccome tutti si danno la mano, nello scienziato era anche spesso il pensatore e lo scrittore, e l’uomo più intiero. Galileo mi sembra per molti rispetti tenere il sommo nella nostra lingua, avendo egli insegnata l’arte di fare i periodi con maggiore ordine e pienezza, il ch’è un comporre insieme più idee e tutte rendere evidenti. La forma che egli diede al pensiero lasciò un’impronta per bene un secolo dopo lui ne’ letterati e fin tra i poeti; nè qui allignarono, o meno che altrove, i falsi concetti, nè vi ebbe l’Arcadia impero assoluto.
Sotto i due ultimi Granduchi di stirpe medicea, decaddero le sorti della Toscana. Un piccolo Stato dopo lunghi anni di pace stagnante ridotto a vivere di tradizioni, sente ogni cosa addormentarsi e si compiace del sonno stesso. Ma peggio avvenne alla Toscana: dal principiare del settecento prevedendosi l’estinzione di Casa Medici, i ministri de’ grandi Stati gelosi di quello che appellavano equilibrio d’Europa, si studiavano regolare tra loro per via di negoziati e di Congressi a chi anderebbe la possessione di un terreno vacante e d’un popolo senza padrone. Mutò più volte la designazione dell’erede, secondo i casi i quali nascevano in quel frattempo, senza che fossero interrogati nè ascoltati quei due Principi delle cui spoglie si disponeva. Ma benchè in tanto e inaudito abbassamento, vero è che non mai fallirono essi al decoro del loro nome, nè ai doveri verso il paese da cui ebbero il Principato e a cui dicevano essere in obbligo di restituirlo. Si volsero per aiuto all’Olanda e all’Inghilterra, come ai soli due Stati liberi che allora fossero in Europa; ma infine costretti accettare i patti iniqui, l’ultimo di loro Giovanni Gastone protestava contro alla violenza, sebbene in segreto, ma pure con molta solennità e cura per la custodia di quell’Atto nel quale, inerendo a quelle massime di diritto che sempre anche il padre avea professate; dichiarava lo Stato essere oggi libero di sè stesso e padrone di regolare le proprie sorti col mezzo del Senato che n’era in quel tempo il solo rappresentante e presso cui rimase quella protesta: nè molto dopo moriva Giovanni Gastone, in lui spegnendosi la dinastia Medicea nell’anno 1737.
Dipoi fino al 1765 la Toscana fu governata da una Reggenza in nome del nuovo Granduca Francesco di Lorena, marito a quella che fu poi l’imperatrice Maria Teresa. Firenze si empieva di Lorenesi bisognosi e male graditi agli uomini del paese che tuttavia desideravano i loro principi cittadini: ma vero è poi che alla Toscana giovò il commercio di nuovi uomini e d’idee nuove, che buone leggi fondamentali furono a quel tempo almeno iniziate, che dai Lorenesi si apprese qui a meglio tenere i conti pubblici e a ordinare alcune pratiche del Governo. Dei nostri non pochi vissuti infino allora disanimati e solitari, sentirono a quella scossa il principio di una vita nuova, si fecero innanzi, e prepararono le riforme dipoi condotte con più ardire. Sallustio Bandini senese, mostrando le cause prime del male stato in cui giaceva tenuta in ceppi l’economia, metteva innanzi praticamente principii nuovi, che poi divennero solenni canoni alla scienza. È chiaro il nome di Pompeo Neri pei nuovi ordini amministrativi dei quali fu autore in Lombardia; nè vorrebbe essere obliato quello del padre suo, che lasciò scritto, che il Principe deve essere il primo galantuomo del suo Stato. Negli altri studi fu decadenza, sebbene in quanto alla cultura che appariva nelle conversazioni, Firenze avesse lode a quel tempo da insigni stranieri.
Fino a qui null’altro volemmo noi se non cercare se una qualche traccia della Repubblica rimanesse o nei popoli o nei Principi usciti da quella. Col regno di Pietro Leopoldo la Toscana entrò in un nuovo corso di tempi che ai nostri furono almeno preparazione, donde è che riesca intorno ad essi più disputato il giudizio. Il nuovo Granduca, venuto in età di diciotto anni dalla Germania, trovò nelle campagne miseria grande, l’agricoltura oppressa o prostrata, l’attività spenta. Un nuovo principio fu professato ed applicato con pari coraggio quando alla carestia si oppose il libero scambio: delle altre riforme lo rese capace la vocazione ch’era in lui somma per il governo e l’amministrazione d’un piccolo Stato, guardando le cose da sè a minuto e ordinandole per via di pratici regolamenti. In egual modo l’esperienza d’un popolo mite, tranquillo e informato a gentilezza, gli permise con l’abolire la pena di morte e la tortura e le confische, di giungere a quella dolcezza e umanità di leggi di cui Leopoldo lasciò unico esempio.
Andava il pensiero di lui fino a porre in cima allo Stato un’Assemblea di rappresentanti le varie Provincie, i quali dovessero votare le leggi. Pel quale effetto si confidava nell’avere qui posto freno da un lato ai soprusi, dall’altro alle invidie, essendo per quello che spetta alla terra diffusi tra molti godimenti del possedere e bene accertato il premio al lavoro; le altre industrie scarse, poca la ricchezza, ma quanto è possibile bene abbastanza distribuita; e quindi prospere le campagne, le città tranquille e fatta comune la scienza del contentarsi, che è madre al benessere, e da cui deriva l’unione degli animi; donde era in Toscana come una sorta d’egualità, e Leopoldo potè dire di non avere nel suo Stato altro che due ceti, uomini e donne.
Ma pure, a malgrado i molti vantaggi recati da lui, non fu egli mentre visse amato in Toscana. Qui erano inclinazioni tutte casalinghe, una gran voglia d’essere lasciati stare, allegro il vivere in campo angusto ma lumeggiato d’antichi splendori, scarso lo stimolo del bisogno, il genio incredulo a nuove promesse. Le buone leggi erano imposte con atti dispotici; quanto più andavano sin giù al fondo e alla pratica delle cose per ivi produrre effetti sicuri, tanto più avveniva che offendessero le vecchie abitudini. Pochi erano i consiglieri di Leopoldo, e i più tra essi, forte imbevuti delle idee nuove, andavano in queste più là che al popolo non piacesse. I Nobili furono da lui negletti e a lui avversi; quei Principi austriaci avevano inclinazioni democratiche: negli avanzamenti che ebbe da lui l’economia dei campi, la miglior parte fu dei coloni. Leopoldo, come uomo tutto di faccende, badava poco alla sua Corte; cessarono affatto per la nobiltà le occasioni di militare o di viaggiare nei grandi Stati; non si andò più nemmeno a Vienna, e la Toscana si chiuse in sè stessa. Meno d’ogni altro poteva il Clero amare Leopoldo, il quale intendeva che il Principe avesse e praticasse una censura in cose che attengono alle ecclesiastiche istituzioni; nel che sebbene procedesse egli sinceramente, era sempre un capovolgere il diritto col dare ai Principi nella Chiesa stessa la cura e il governo di quello che spetta all’ordine materiale. Di qui molto vivo e lungo il contrasto, a cui prese parte in molti luoghi della Toscana il popolo quando si volle por mano perfino alle esteriorità del culto. Vi ebbero sulla fine di quel regno moti popolari contro alle Riforme: questi erano moti per la libertà, secondo che allora in Toscana il maggior numero la intendeva; dal che fu condotto il successore di Leopoldo, giovane principe a cui piaceva di stare co’ molti a seguitare nei primi giorni pedate opposte a quelle del Padre.
Si era nel colmo della Rivoluzione francese. Nè molto però se ne commossero i Toscani che già possedevano, senza delitti e senza sangue, anche più in là dei materiali benefizi sperati da essa; nè molto all’incontro potevano le passioni, qui sempre deboli, dei privilegiati. Guardando all’indole che tra noi ebbe il Principato, noi lo trovammo più liberale (come oggi dicono) o più civile d’ogni altro in Italia; di tratto in tratto lo vedemmo anche precorrere ai tempi. Questo allora fece osando primo in Europa, stringere amichevoli relazioni con la Repubblica Francese, contro alla quale aveva guerra tutto il vecchio mondo: un Inviato del Granduca fu accolto dalla Convenzione Nazionale con le cerimonie di fratellanza usate a quel tempo; ne usciva un Trattato di neutralità, la quale era in Toscana già una regola e quasi come una legge politica dello Stato. Ciò non ostante la Toscana poco dipoi venuta in mano dei Francesi mutò più governi, ma tutti egualmente stranieri al genio ed agli affetti di questo popolo; a cui nel 1814 il tornare dei suoi Principi fu come una festa di famiglia ed un’allegrezza senza contradittori.
Seguitò un corso di trent’anni quieto e facile ai governanti. Da parte di questi nessuna guerra contro alle opinioni, e quasi può dirsi nessuna esclusione d’idee nè d’uomini nè di libri: la Toscana era come una terra a tutti d’asilo, Firenze un albergo comodo e lieto ai forestieri di tutti i colori. Da questa sorta di neutralità cercò il Governo ed ottenne lode presso le altre genti; lasciare entrare e lasciar fare gli uomini e le cose, che fu anche il perno della economia toscana, fruttò al paese una mediocrità contenta. Sotto Leopoldo Primo si era il livello del sapere alquanto abbassato, nè dopo lui crebbe ardire agli ingegni: per ogni rispetto male potevano allignare le idee superlative in questo popolo che tra gli abusi di molte cose e i disinganni, aveva percorso l’orbita sua, e quindi era atto più a conoscere che a fare. Si tenne fermo quando l’Italia s’agitava per moti inconsulti sebbene presaghi; ma non appena vidde alzata una bandiera che si poteva seguire con fede, accorse al segno anche la Toscana e dava un sangue nè scarso nè inutile. Caddero a terra i primi sforzi, ma già del riscatto non era dubbio altro che il tempo: fuori d’una cerchia ognora più angusta, nessuno avrebbe osato dire che non lo bramava; sperarlo non era più sogno di pochi, i fatti andavano a quel fine per una interiore necessità. E un nuovo fatto si maturava nella opinione d’un grande numero d’Italiani: nè antichi titoli, nè benemerenze, nè la bontà istessa dei Principi erano bastanti più a togliere ad essi di fronte quasi una macchia di usurpatori, in quanto facevano impedimento ad un avvenire di vita più ampia che agli Italiani era una giustizia. Questo apparve più assai che altrove nella Toscana, dov’era benessere e tradizioni di buon governo e amministrazione migliorata negli ultimi anni; ma dove un principio vitale stava contro all’essenza stessa d’una signoria che avea perduto il suo fondamento e che non poteva più altro essere che una negazione. La vita chiusa d’una provincia che ornò l’Italia, o aveva consumato la virtù sua, o più non bastava; la parte giovane e valente odiava già i troppo angusti confini. Si era veduto gli antichi governi per vivere farsi stranieri al paese; la Toscana quando riconobbe col resto d’Italia d’avere in sè un suo diritto più antico e maggiore, compiè un dovere volonterosamente, nè giunse ultima, nè a formare la Nazione si può dire che nulla facesse. Nè mai a’ suoi obblighi sarà per fallire; noi solamente facciamo voti perchè adagiandosi nelle sue molte felicità con troppo inerte compiacimento, non manchi a sè stessa.