APPENDICE DI DOCUMENTI

Nº I. (Vedi pag. [8].)

Oratoribus apud Regem Francorum d. Guidantonio Vespuccio et Petro Capponio, vii mai 1494.

(Dal Registro di Lettere dei Dieci, ad an., nell’Archivio di Firenze.)

Poi che, a dì XXVI del passato, vi scrivemo ultimamente quello ci occorreva, et vi mandamo copia della legha habbiamo con il Re di Napoli, come ci richiedesti, habbiamo ricevute due vostre, de’ dì XXVIII et XXIX del passato; per le quali particularmente restiamo advisati di quanto per insino allhora havessi ritracto del successo delle cose di costà: in che restiamo satisfacti assai della diligentia vostra. Aspectiamo adviso da voi habbiate havuto di poi audientia dalla Cristianissima Maestà et a quella exposto le commissioni iniunctevi li nostri Signori, et di tucto ci harete dato particularmente notitia.

Da Roma, a dì passati, fumo advisati come il Cardinale di San Piero ad Vincula, clandestine et noctis tempore, si era partito da Hostia, in su uno brighantino armato, la persona sua con uno suo solo scudiere, con argenti assai, et per quanto si dicessi, con buona somma di danari. Della qual cosa il Papa et tucta la Corte ha preso admiratione et dispiacere assai; et presertim essendosi per conclusa in buona forma la causa sua con il Papa, et nel modo che lui medesimo havea saputo domandare. Donde il Papa havea determinato expugnare Hostia, et a questo effecto vi havea mandato buon numero di provigionati et di cavalli leggieri socto il ghoverno del Conte di Pitigliano; il quale di già havea havuto la terra, et ordinava piantare le bombarde che vi havevono condocte alla rocha: et aspectavono ad ogni hora lo aiuto che ’l Re Alphonso havea promesso molto liberamente mandarli per mare et per terra, di navili, di gente et d’artiglierie; il quale venuto speravamo in brevi di havere Hostia nelle mani.

Domenica passata, entrorono li ambasciadori del Christianissimo Re di Francia et furono Monsignore Dubignì, il Generale di Francia, Presidente di Provenza, et Peron di Baccé, con circa cento chavalli in loro compagnia. Furono et nello entrare et nello alloggiare honorati convenientemente, secondo la consuetudine della città. Lunedì appresso, accompagnati da buon numero de’ principali de’ nostri cittadini, vennono in Palazo ad visitare li nostri Signori, et exposono la loro commissione latina, et fu lo expositore il Presidente di Provenza; et fu quasi nella infrascripta sententia. In primis, che quella Christianissima Maestà molto amorevolmente mandava salutando questa Signoria et universalmente tucta la Comunità, come suoi antichissimi amici et collegati; offerendo appresso, molto liberamente et ampiamente, le facultà sua et di gente d’arme et di qualunche altra cosa oportuna, per aiuto et defensione di questa Signoria et della nostra libertà da qualunche la volessi offendere et molestare, quocunque modo. Sobgiugnendo come, per esser pervenuto il Regno di Napoli, iure hereditario, nella Maestà di quello Christianissimo Re (come era suto declarato et deciso da molti de’ loro doctori et altre persone pratiche, le quali havevono tritamente intese et examinate le sua ragioni); per questo la Sua Maestà havea al tucto deliberato voler recuperare nelle man sue quel Regno di Napoli, come cosa che legitimamente se li aspectava et apparteneva. Et volendo a questo effecto fare la impresa conveniente, et mandare li exerciti delle sua genti d’arme per mare et per terra, havendo di già dalla parte sua et in suo favore alchune delle potentie di Italia; desiderava la Sua Maestà d’intendere da noi da qual parte volessimo essere et declararci, dalla parte sua (come quella certamente si persuadeva, respecto all’amicitia et observantia etc, per molti benifici havuti questa città dalla Casa loro), o veramente dalla parte del Re Alphonso. Et appresso, che disponendo del tutto la Sua Maestà prosequire la impresa, ci richiedeva di consiglio, favore et aiuto; et oltre acciò, di passo, commeato et vettovaglia per lo exercito suo, con li loro danari. Pregando che a questi capi et effecti principali dovessimo bene declarare l’animo nostro et darne loro aperta et resoluta risposta. Parse a’ nostri Signori, per allora, rispondere generalmente secondo le cerimonie et termini consueti, et pigliar tempo ad rispondere; significhando a epsi oratori che, per essere la expositione loro di momento assai et importantissima, questa Signoria la volea comunichare et consultare secondo la consuetudine della città, servata sempre in rebus gravissimis, con buon numero de’ primi cittadini della città, con consiglio de’ quali sarebbe loro facta conveniente risposta. Et così la Signoria, convocati hieri in Palagio il Consiglio de’ LXX et oltre acciò tucti li veduti et seduti Gonfalonieri di iustitia, da XXXIIII anni in su, che fu copiosissimo numero, a’ quali proposta la sententia della expositione et requisitione de’ prefati oratori di Francia; la Signoria richiese parere et consiglio, da’ convenienti cittadini, di quello che fussi da rispondere a epsi oratori, circa le requisitioni facte. I quali cittadini, dopo matura examine et consultatione fra loro, tucti unanimiter et concorditer, nemine discrepante, concorsono et si conformorono, dover far tale risposta in scriptis, in questa formale sententia, come vedrete per l’alligata copia vi se ne manda. La quale consultatione et resolutione, la Signoria, mandati buon numero di cittadini per epsi oratori, i quali, condocti in Palagio, alla presentia di tucti li sopranominati cittadini; la Signoria, dopo alchune brevi et accomodate parole, rimettendosi alla risposta in scriptis, la fece loro leggere per il Cancelliere; et dipoi, soscripta et suggellata l’assegnorono a’ decti oratori. I quali, dopo lo essersi alquanto ristrecti insieme, dimostrando non restare satisfacti di tale risposta, per non corrispondere a quello che il loro Christianissimo Re si persuadeva di questa città, per molti rispecti etc.; dixono che ne adviserebbono la Sua Maestà, mandandoli la decta risposta, della quale loro erano certissimi che epsa non rimarrebbe punto nè bene contenta nè satisfacta. Et così, presa buona licentia, se ne tornorono al loro alloggiamento; et hoggi dopo mangiare disegnono partirsi per verso Roma. Sonsi partiti li oratori et ne vanno stasera ad San Casciano.

Scrivendo, habbiamo le vostre del primo dì, per le quali intendiamo come non havevi havuto ancora audientia dalla Christianissima Maestà et le cagioni perchè. Così habbiamo inteso quello scrivete del successo di costà, et come non affermate nulla di certo, per non ne potere fare alchuno vero iudicio con buon fondamento.

Per questa cagione et non havere voi havuto audientia, a noi non occorre significarvi altro; et la copia della risposta facta vi mandiamo. Non s’è mandata perchè la comunichiate altrimenti, ma solamente per vostra informatione, et ad fine che (essendone domandati o essendo interpretata a diverso senso) possiate, come bene informati della intention nostra, rispondere et iustifichare secondo occorressi; perchè, come vedrete, la risposta non è punto difforme alle Commissioni vostre.

Nº II. (Vedi pag. [12].)

Littere Credititiæ et Mandata quinque Oratorum, fratris Hieronymi de Savonarola predicatoris, Tanai Neroli, Pandolfi Rucellarii, Petri Caponii et Ioannis Cavalcantis, deliberata die V novembris MCCCCLXXXXIIII.

(Dal Registro di Legazioni e Commissioni ec., ad an., nell’Archivio di Firenze.)

Carolo Regi Gallorum.

Serenissime etc. Etiam hos quinque legatos mittimus ad te, fratrem Hieronymum Savonarolam predicatorem insignem, Tanai Nerolum, Pandolfum Rucellarium, Petrum Caponium et Ioannem Cavalcantem, nobiles cives nostros. Ex his mandata quæ a nobis ad te habeant melius coram intelliges quam nos scriberemus. Commendamus tibi urbem et populum nostrum tui observantissimum virtutisque et fælicitatis admiratorem. Ex Palatio nostro etc.

Mandata quinque suprascriptorum Oratorum ad Carolum Regem Francorum.

Anderete a ritrovare la Maestà del Christianissimo Re di Francia con ogni possibile celerità; et giunti, intenderete dagli altri nostri ambasciadori, che si trovano appresso alla Sua Maestà, in che termine sieno le cose nostre colla Maestà sua, maximamente circa le domande facte da lui et delle forteze et della gente d’arme et del danaio che ne ha domandato; et trovandone facta conclusione ferma, non harete in questo adoperarvi altrimenti. Ma giugnendo a tempo che ancora non fussene facta conclusione, sarete colla Maestà del Re, insieme con quelli che si truovano quivi o senza loro, come o a loro o ad voi fusse paruto meglio; et presentato la lettera della credentia harete con questa, et facto le prime convenienti cerimonie et parole che parranno alla prudentia vostra, interrete in questa materia et ingegneretevi fare tucte queste sue petitioni migliori che vi sarà possibile per la città nostra: dandovi in questa parte libera auctorità et absoluta di fare et dire tucto quello che vi occorrerà, per la salute di questa città. Habbiamo in Dio principalmente, da chi viene ogni salute et ogni bene, grandissima speranza, et nella nostra opera; la quale stimiamo che ci habbi ad liberare da ogni pericolo et dare tranquillità ad questa città.

Quella parte che diciamo di sopra che, trovato facto ferma conclusione delle petitioni della Maestà del Re, non intendiamo per quello che è sopradecto diminuire in alcuna parte la vostra auctorità: ma potendo anchora in tal caso opera alcuna colla Sua Maestà, come habbiamo fede nella prudentia et bontà vostra; ne farete ogni opera. Et in questo ancora saranno maggiori e vostri meriti inverso la vostra patria.

Et harete ad mente, come cosa molto importante che, se le offese non fussino levate in ogni luogo et ancora in Romagna, che per clementia della Maestà Sua et vostra intercessione sieno levate et tolto a questo popolo divotissimo di Sua Maestà questo tumulto dell’arme et renduto alla sua consueta quiete, sotto l’antiquissima protectione di Sua clementissima Maestà, et naturale observantia et culto nostro in verso della Christianissima Maestà Sua.

Harete ad mente alla porta fare rogare la partita vostra etc.

Non sapevano se Piero dei Medici fosse tuttora presso al Re, nè se gli Ambasciatori troverebbero le cose fatte. Quindi erano incerte le Istruzioni, rimettendo alla prudenza degli Ambasciatori stessi tutta la condotta dell’arduo negozio: ma nondimeno usano un linguaggio netto e dignitoso che fa onore alla Cancelleria della Repubblica.

Nº III. (Vedi pag. [149].)

TRATTATO SEGRETO DI CONFEDERAZIONE TRA PAPA LEONE X E CARLO RE DI SPAGNA, SOTTOSCRITTO IN ROMA A’ DÌ 17 GENNAIO 1519.

(ha la firma di Pietro Ardinghelli, e sono di sua mano anche le parole che Leone X avrebbe aggiunte alla sottoscrizione.)

CAPITOLI SEGRETI FRA LEONE X E FRANCESCO I RE DI FRANCIA, DEI 20 GENNAIO 1519.

(Ciò che è scritto dopo la data è di mano propria del Re.)

Il primo di questi due Trattati fu da noi pubblicato nel primo volume dell’Archivio Storico Italiano (pag. 379); l’altro, ignoto anch’esso agli storici, per quanto noi sappiamo, sta nel proprio originale fra i manoscritti donati al nostro Archivio di Stato dai Marchesi Torrigiani, che gli ebbero dai Del Nero già eredi degli Ardinghelli.

I motivi pe’ quali ebbe il Papa a desiderare più stretta lega con Carlo di Spagna, si trovano esposti in questo terzo tomo, pag. 149, nè più si ha dai Copialettere che, di pugno dell’Ardinghelli, stanno fra’ manoscritti Torrigiani; dove neppure è cenno delle trattative che naturalmente precedettero quella Lega: che non passassero per la mediazione del cardinale Egidio, ch’era Legato presso il Re Cattolico, ma per le mani di qualche altro negoziatore; o piuttosto, che l’ambasciatore di Carlo ne trattasse in Roma personalmente col Papa. Ben altrimenti andò la cosa per la Lega col Cristianissimo. Stava presso di lui, come Legato pontificio, il cardinale Dovizi da Bibbiena: a lui scriveva da parte del Papa, e anche in nome proprio, il cardinale Giulio de’ Medici.

Leone X, e come papa e come Medici, aveva molto da sperare per parte del Cattolico, alla Corte del quale disegnava mandare il giovinetto Ippolito, e «darglielo in perpetuo per servitore;» tanto più quando ebbe inteso che, vivente ancora Massimiliano, gli Elettori pensavano di dare a Carlo il titolo di re de’ Romani, e così agevolargli la via all’Impero. Questo confortava il Papa a carezzare lo Spagnolo; di che Francesco si mostrava geloso. Luisa di Savoia, madre di lui, non ne taceva al Bibbiena; al quale commetteva di scrivere a Leone X, che «avvertisse a tutte le pratiche che tiene con gli altri Principi,» perchè la corte di Francia era bene avvisata «delle cose che si trattano in tutte le bande.» Rispondevano da Roma: non avere il Cristianissimo cagione di sospettare del Papa; al quale pur conveniva non scoprirsi tutto francese, e anzi intrattenere «con qualche amorevolezza gli altri Principi:» essere gli Elettori disposti a nominare Carlo in re de’ Romani, e alla dieta di marzo 1519 si pubblicherebbe: avere Carlo scritto al Papa fino dal settembre del 1518 dandogli parte della futura elezione, e domandandogli la conferma dell’investitura di Napoli, dalla quale, per antico patto, l’eletto re de’ Romani verrebbe a decadere: essergli stata finalmente dall’Imperatore domandata la corona senz’obbligo di venire a prenderla in Roma; e avere il Cattolico unite le proprie alle istanze di Cesare. Aggiungevasi, che il Papa non aveva promesso nè l’investitura nè la corona; pur vedendo il pericolo che porterebbe il rifiuto. E poichè dalla parte di Francia si esortava il Papa a non compiacere nè il Cattolico nè Cesare; Leone faceva domandare al Cristianissimo quali aiuti sarebbe disposto a dargli, quando quei potentissimi volessero vendicarsi del suo rifiuto.

«Nostro Signore (scriveva a’ 3 dicembre 1518 il Vicecancelliere Cardinale de’ Medici al Bibbiena) ha molto bene da pensare et misurare più d’una volta come si metta ad negare queste domande et offendere queste due Maestà tanto nel vivo, provocandoseli imperpetuo inimici, senza sapere al certo dove possi ricorrere per adiuto quando da loro fussi sforzato o infestato, havendo maxime el Catholico molti modi facili da offendere la Chiesa et Sua Santità, sanza che se li possi reprobare che da lui vengha tala offesa; perchè la vicinanza del Regno di Napoli et la parte grande che hanno in questi Baroni di Roma, et maxime ne li Colonnesi, possono in un punto con piccola cosa molestare Sua Santità et le terre di Roma: et quando più copertamente anchora volessino farlo, non manca travagliare lo Stato di Siena sotto colore et protectione di Borghese, et apiccare il foco in Toscana, et nel transito di qua con le loro gente fare qualche disordine. La S. V. mi potria respondere, che il Cristianissimo sarà quello lui, che, quanto a le forze, è potente ad removere ogni iniuria, et desposto ad farlo, et lo desidera, et di già lo ha promesso. A questo l’ultima mia lettera potria replicare ad sufficentia, che se Nostro Signore vede li Franzesi procedere con sì poco respecto de lo honore et dignità di Sua Beatitudine in un tempo che epsa ha poco bisogno di loro; che coniectura si può fare che habbino ad essere poi quando Sua Santità si troverà in necessità, et havere offeso tucti questi altri ad petitione di Francia? Non voglio anchor tacere, ad ciò che V. S. non creda che questo punto si sia passato senza considerarlo, che se Nostro Signore col negare la corona a Cesare et col non potere S. M. venire per epsa a Roma, et con qualch’altro impedimento si interrompessi et variassi questa electione del Catholico; forse quelli Electori potrieno fare novi pensieri, et volgersi con la fantasia al Cristianissimo con quelli mezi che si sono usati per il Catholico, et con maggiori et più potenti anchora, quanto Francia ha più che dare et più che promettere che Spagna: et se oltre a la auctorità et grandeza ordinaria che si trova ne la corona di Francia, vi si adiungessi questa altra extraordinaria de lo Imperio, Nostro Signore conosce molto bene che il Cristianissimo andrebbe in cielo, et in tucto Sua Santità resterebbe a discretione ec. Nondimeno, con tucte queste considerationi che, come ho decto, non si passano per ignorantia; poi che una volta si è inclinato et unito con S. M., et così si starà constantemente; et quando trovassi riscontro, di novo si unirebbe et colligherebbe più strectamente, riposandosi in su la fede et iuramento di S. M., et in su una certa ragione naturale, che per exaltarlo et farli bene non havessi ad patire et ad ricevere danno o vergogna; et quando di novo si capitulassi con honore et commodo de l’uno et de l’altro, et si levassi via materia di generare diffidentia et mala contenteza, si potrebbe confidare che la capitulatione havessi ad durare et essere observata. Verbigratia, chiarire lo articulo di Milano, che di queste cose spirituali o simili, che domandano, non si parlassi et la Sede Apostolica vi havessi quella auctorità che si conviene: che li ribelli non si racceptassino nè da le parte, nè da subditi o feudatarii ec.: che la cosa dei Sali si observassi in tucto: che le cose di Ferrara si stessino come le stanno; et che il Re si obbligassi ad defendere in facto tucto quello che tiene et possiede hoggi Nostro Signore, et non solo con 500 lance et XII.M ducati el mese, ma con tucto quello che fussi di bisogno, et si facessi in tempo et in modo che giovassi; che sapete nel subsidio di Urbino come passorono le cose; et che Sua Santità non sia molestata poi con domande extraordinarie ec. In tal caso Nostro Signore parteciperebbe sempre tucto quello che intendessi da ogni parte, et non piglierebbe alcuno partito sanza consiglio del Cristianissimo, et in queste cose di Cesare et del Catholico si governerebbe come paressi a Sua Maestà; penserebbe di continuo a la exaltatione del Re, indicando che in epsa fussi coniuncta quella de la Sede Apostolica et de la Casa sua. A Nostro Signore è parso aprirvi tucto el suo secreto, et chiarirvi meglio la ultima mia lettera.»

A questa lettera, che racchiudeva la sostanza dei Capitoli da stipulare, ne tenne dietro una del cardinal Giulio, più aperta e alle cose temporali più accomodata. Esagerando il pericolo in cui si metteva il Papa col negare a Cesare di mandar la corona, e di confermare l’investitura al Re di Spagna quando fosse eletto Re de’ Romani, non s’astiene di parlare col Bibbiena del danno che potrebbe venirne a Casa Medici; perchè il Cattolico offeriva un Ducato di quindici o ventimila ducati liberi a Lorenzo de’ Medici, e a Ippolito uno Stato della rendita di seimila; occasioni (scriveva Giulio) che, «non che a la vita di un papa, ma non tornano in mille anni; et chi non le sa pigliare al tempo, invano si sforza poi di andare lor dreto.» Questa lettera è de’ 21 dicembre. Ai 30 poi dello stesso mese «Sua Santità (scriveva il Vicecancelliere al Legato) va di mano in mano togliendo la speranza a li Spagnoli del mandar la corona a Cesare, per esser cosa extraordinaria, et havendo compreso quanto questo prema al Cristianissimo: ma quella Maestà ha bene ad pensare che Nostro Signore non può in su le spalle sue reggere questo peso, et ha da fare dal canto di S. M. in modo che il Papa intenda potere securamente negare, et restare con lo animo quieto.»

Così tutto il mese si andò stringendo il trattato. A’ 19 gennaio scriveva il Cardinale Giulio al Bibbiena, confortandolo «a non perder tempo di redurre a particulari quel tanto che vole fare S. M. circa al novo restringimento di Nostro Signore col Cristianissimo.» Ma lo spaccio non era ancora partito, che il Cristianissimo consegnava al Bibbiena la Capitolazione da lui sottoscritta il 20. Al Papa giunse il documento autentico con le lettere del 4 di febbraio, mentre si trovava alla Magliana. Non gli parve che i Capitoli contenessero quanto avrebbe desiderato; ma fidando nelle buone disposizioni del Re, ratificò i Capitoli, e ne mandò al Bibbiena un esemplare sottoscritto di sua propria mano e suggellato coll’anello del Pescatore.

Queste notizie tanto precise e tanto chiare intorno alla Capitolazione col re Francesco I, destano in noi un grave dubbio quanto al Trattato con Carlo di Spagna. Abbiamo voluto qui a ogni modo ripubblicarlo, perchè nel buio di quei viluppi e in quei giorni tanto decisivi, giova sottoporre agli storici ogni documento atto a recare una qualche luce. Ma noi crediamo che qualche cosa dovesse nascere tra ’l 17 e il 19 gennaio perchè il Trattato a cui l’Ardinghelli aveva già ogni cosa preparato e fino alle parole che Leone X doveva aggiungere al suo nome, cotesto Trattato non avesse altro seguito e non andasse in Ispagna mai per la sottoscrizione del Re. Nè pare a noi che altro motivo si debba cercarne fuori della morte istessa di Massimiliano, avvenuta l’11 di quel mese, la quale saputa in Roma tra ’l 17 e il 19 facesse rompere il Trattato con Spagna, perchè nell’imminenza d’una elezione all’Impero, nè il Papa voleva troppo impegnarsi, nè fare troppo; nè si fidava che il Trattato restasse segreto, nè avrebbe sofferto di romperla in modo scoperto e irrevocabile con Francia. Qui frattanto la morte medesima saputa in quei medesimi giorni persuase a rompere ogni indugio che ritardasse la Capitolazione; e al re Francesco fece scrivere di propria mano, come si vedrà più sotto, quelle parole tanto sviscerate verso il Papa, del quale Francesco aveva bisogno o che poteva assai giovargli nella elezione ora imminente di un imperatore. S’aggiunsero gli stimoli del Bibbiena, che tutto Francese, appena udita la morte di Massimiliano, si affrettò a stringere quell’accordo prima che da Roma gliene fossero pervenute le istruzioni; allora, cred’io, cominciò a perdere il Bibbiena la grazia del Papa. Gli altri negoziati dovevano essere corsi personalmente tra l’Ardinghelli e lo Spagnolo Ambasciatore in Roma: rotti una volta, non ne rimase alcuna traccia, e ai 19 l’Ardinghelli potè scrivere in Francia con nuove istanze per la Capitolazione, la quale poi giunta innanzi tempo e non come il Papa l’aveva voluta, fu da Leone ratificata per la meglio e per non rimanere solo, trovandosi avere offeso ad un tempo i due possenti competitori. Queste cose delle quali ora solamente abbiamo notizia, ci spiegano per quale motivo il Trattato con Carlo di Spagna rimanesse tra le carte dei ministri di Leone X come Atto che mai per circostanze sopravvenute non giunse ad avere la sua perfezione.

I.

Cum inter Sanctissimum Dominum nostrum Leonem, divina providentia Papam Decimum, et claræ memoriæ Ferdinandum, Aragonum atque utriusque Siciliæ Regem Catholicum, dum viveret, fuerit bona et sincera intelligentia, cupiantque eandem tam Sanctissimus Dominus noster, sua in Carolum, Castellæ, Legionis, Granatæ, Aragonum et utriusque Siciliæ Regem charitate, quam præfatus Serenissimus Carolus regnorum præfati Ferdinandi non solum successor sed illius in Sedem Apostolicam ac Sanctissimum Dominum nostrum devotionis imitator, inter ipsos conservare, et in dies augere; præfati Sanctissimus Dominus noster et Serenissimus Carolus Rex, ad laudem omnipotentis Dei, eiusque Matris gloriosissimæ Virginis Mariæ, ac beatorum Apostolorum Petri et Pauli, totiusque Curiæ cœlestis, ad infrascriptam capitulationem sive ligam et confœderationem devenerunt.

1. Imprimis, quod inter præfatum Sanctissimum Dominum nostrum et Serenissimum Regem sit bona firma perpetua et inviolabilis liga, confœderatio et intelligentia, ad vitam utriusque duratura, et ad mutuam defensionem.

2. Item conventum est, quod præsens liga et confœderatio sit principaliter ad defensionem personæ, dignitatis et auctoritatis Sanctissimi Domini nostri et Sanctæ Sedis apostolicæ.

3. Item, quod ad invicem sint obligati, tam Sanctissimus Dominus noster quam Rex Serenissimus, defendere ac tueri personam, dignitatem et singula regna, status et loca quæ tam Sua Sanctitas quam Rex præfatus tenent et possident de præsenti in Italia; et si qua alia recuperarent nunc per alios occupata seu possessa, omni auctoritate Consilio et favore et auxiliis, videlicet lanceis quingentis, peditibus vero tribus mille vel eorum loco, singulo quoquo mense ducatos decem mille. Hoc autem intelligatur, cum altera pars bello proprio non vexaretur: quo casu, si ita occupata esset in rebus propriis defendendis; quod non sufficeret præstare præfata auxilia, non teneatur ad prædictam taxationem, sed tantum ad ea quæ prestare aut tribuere posset, procedendo sincere, omni remota fraude et dolo. Et ex abundantia paternæ charitatis qua præfatum Serenissimum Regem complectitur promittit etiam Sua Sanctitas, quod, si contigeret Maiestatem suam gravissimo bello vexari in regnis quæ de præsenti extra Italiam obtinet, ita quod ad ea defendenda ipsius Regis vires sufficere non viderentur; se non denegaturam Maiestati suæ decimas ecclesiasticas in regnis suis Hispaniarum, ad illud bellum sustinendum.

4. Item, quod neuter eorum possit tractare aut concludere aliquid cum aliquo alio rege, principe, potentatu, comunitate aut populo, in alterius præiudicium et quod præsenti capitulationi contraveniret.

5. Item, quod præsens confœderatio sive liga inter Sanctissimum Dominum nostrum et Serenissimum Regem, per quascumque alias confœderationes et ligas non intelligatur quoquo modo labefactata seu aliquantulum diminuta, sed semper in suo robore et vigore permaneat, ad vitam utriusque duratura, ut præfertur.

6. Item, quod præsens capitulatio sit secreta et nemini publicetur, nisi in eventum contraventionis, quod Deus avertat.

7. Item conventum est, ad tollendam omnem occasionem dissensionis vel scandali, ut neutri parti liceat assummere aut retinere in protectione aut tutela, absque permissione expressa et consensu alterius partis, aliquem subditum vel vassallum, mediate aut immediate, alterius; et hoc ut subditi et vassalli magis obedientes et fideles sint proprio Domino. Immo, si contingeret alteram partium velle punire aut castigare aliquem rebellem et inobedientem subditum vel vassallum, egeretque auxilio alterius ad id commodius faciendum, peteretque id sibi praestari, teneatur ab altera ea auxilia vel medietas eorum tribui, quæ superius pro utriusque defensione sunt expressa.

8. Item, quia præsens status Reipublicæ Florentinæ ita unitus est Sanctissimo Domino nostro, ut merito arbitrari possit unum et idem esse cum statu et dominio proprio Suæ Beatitudinis; conventum est, illam Rempublicam et eius præsentem statum eodem modo contentum et comprehensum esse in dicta confœderatione quo et status et dominium ecclesiasticum.

9. Item conventum, ut neutri parti liceat recipere aut permittere habitare in regnis aut in dominiis suis aliquem hostem alterius, sine consensu et permissione alterius partis, excepta Urbe quæ semper communis patria est habita. Pariter nec licebit, aliquem offendere aut oppugnare aliquem confœderatum aut protectum ab altera parte, dummodo non sint ex his qui supra excepti sunt.

10. Item conventum, ut utraque pars accipiat et pro accepto habeat protectionem et defensionem illustrissimi domini Ducis Urbini, Sanctissimi Domini nostri nepotis, personæ videlicet, loci et præminentiæ quam obtinet in Republica Fiorentina, et statuum tam quos nunc habet quam habere contingeret; defendendo ipsum iisdem viribus, si opus esset, quibus utraque pars se defendere tenetur.

11. Item, quia magnifici domini confœderati Helvetiorum sunt devotissimi et observantissimi filii Sanctos Sedis Apostolicæ et Sanctissimi Domini nostri, confœderatique Suæ Beatitudinis, et boni amici etiam Serenissimi Regis Hispaniarum; conventum est, ut ipsi sint contenti et expresse nominati in præsenti confœderatione: ita quod non liceat ulli parti aliquid moliri aut agere adversus ipsos, sed ab utraque parte foveri ac defendi debeant, si ab alio quopiam lacesserentur, omni authoritate, gratia et favore prout eorum necessitas exigeret, ut bonos filios, amicos, et confœderatos decet: quos ut confœderatos peculiares et devotissimos filios, ex nunc, Sanctitas Sua et Rex Catholicus nominant et exprimunt; et pariter Catholicus Rex Electores Sacri Romani Imperii nominat.

12. Item, cum ad dignitatem Sanctæ Romanæ Sedis faciat, rem et auctoritatem Catholici Regis quam amplam esse, ut, cum sors tulerit (ut quandoque tulit) et ortam in Sancta Ecclesia seditionem et bellorum motus compescere possit, multaque officia Sanctæ Romanæ Sedis iure merito in Catholicum Regem collata fuerint, neque ab aliquo magis servari debeant quam ab eo qui haec contulerit; pollicetur Sanctitas Sua, in verbo Romani Pontificis, se omnia quæ nunc tenentur a Catholico Rege, sive possidentur, tam in Italia quam extra Italiam, tempore modo et forma quibus supra dictum est, sine exceptione aliqua, defensuram.

13. Item conventum, quod ob præsentem confœderationem et conventiones in ipsa contentas, superius expressas, non intelligatur præiudicatum esse aliquo pacto, ullis conventionibus aut obligationibus quæ inter prædictas partes, aliis de causis vel rationibus, sunt aut esse possent; similiter nec cæteris confœderationibus et conventionibus quas prædictæ partes habere possent cum aliis regibus, principibus aut potentatibus, nisi in quantum illæ aut conventiones in illis contentæ præsenti confœderationi et conventionibus contravenirent.

14. Item, quod de capitulis præsentis confœderationis fiant duo exemplaria, manu propria, apud præfatum Sanctissimum Dominum nostrum, Regis Serenissimi oratoris subscripta; quorum unum, manu Sanctitatis Suæ ac sigilli sui sub annulo piscatoris impressione munitum, Regi Serenissimo tradatur; alterum vero manu præfati Regis subscribatur et sigilli sui impressione muniatur, ac Sanctitati Suæ consignetur; quibus indubia fides cum omnimoda aucthoritate adhibeatur. Et præfatus Sanctissimus Dominus noster sub verbo Romani Pontificis, et Serenissimus Rex sub fide regia iurabunt, et Deo vovebunt, ad unguem observare, et adimplere omnia et singula capitula praedicta et in eis contenta, absque aliqua verborum interpretatione, sed sempliciter et de plano prout iacent.


Nos Leo, divina providentia Papa Decimus, omnia et singula capitula suprascripta et in eis contenta acceptamus, confirmamus, approbamus ac observare, in verbo Romani Pontificis promittimus. Et in fidem præfatorum omnium etiam manu nostra propria subscripsimus. Datum Romæ, apud Sanctum Petrum, sub annulo piscatoris die xvii ianuarii 1519, Pontificatus nostri anno sexto. Ita promittimus.

P. Ardinghellus.

II.

Quamvis amicitiæ et intelligentiæ, quæ bona voluntate ac sincero animo fiunt, nullis aliis vinculis egent, cum ex se ipsæ immotæ integræque perdurent, ne tamen aliquid nasci possit quod eas turbet aut interrumpat, magnæ prudentiæ est illas quam arctissime uniri astringique, ita ut nullo unquam casu variare possint. Atque illæ precipue strictius uniri ac ligari debent, quæ non tantum ad utriusque partis sed ad universæ etiam Reipublicæ Christianæ beneficium et commodum faciunt, ut hæc est Sanctissimi D. N. Leonis Decimi, excelsorum Dominorum Florentinorum, illustris Domini Laurentii Ducis Urbini et nobilissimæ familiæ de Medicis ex una, et serenissimi ac potentissimi Francisci Francorum Regis Christianissimi ex altera partibus: quæ unio, amicitia atque intelligentia, aliquanto ante, magno utrorumque assensu confirmata est et conclusa, ea animorum sinceritate quæ maior esse vix posset. Verum Sanctissimus D. N. ac Rex Christianissimus predicti, cupientes illam indissolubilem esse unumque ex ipsis corpus fieri, ut optimi patris atque obedientissimi filii esse debet et ut una atque eadem sit amborum fortuna; volunt, deliberant concluduntque, se nullo unquam tempore, nec factis nec cogitatione, ab hac sancta unione atque amicitia discessuros. Ideoque nedum denuo approbant, ratificant et confirmant tractatum capitulationemque alias inter se factam, sed etiam addunt infrascriptas res, ad maiorem corroborationem ac firmitudinem dictæ amicitiæ et ligæ. Quam quidem, ut rem Deo acceptissimam Reique publicæ Christianæ ac sibi ipsis maxime salutarem, Sanctissimus D. N. ac Rex predicti, se inviolabiliter custoditurus observaturosque, pontificiis ac regalibus verbis promittunt, seque data acceptaque fide obligant ac non tantum ipsi sibi invicem sed etiam Redemptori nostro Iesu Christo, gloriosissimæque semper Virgini matri eius hoc se prestaturos pollicentur.

Et quoniam strictiores et efficaciores amicitiæ seu colligationes et intelligentiæ redduntur ac melius et sincerius conservantur diuturnioresque efficiuntur, cum ipsi confederati et amici fraterne et caritative omnia suorum pectorum intima et secreta invicem aperiunt et comunicant; Sanctissimus D. N. ac Rex Christianissimus id summopere cupientes et volentes, ut unanimiter ab utraque parte omnia ad Statum spectantia agantur, pacta et capitula sequentia inierunt, firmaverunt et concluserunt et omnino rata esse volunt.

Videlicet, quod quelibet partium predictarum deinceps debet amanter et confidenter comunicare cum altera omnia et singula negocia Statum concernentia, quæ maxime erunt et videbuntur importantiæ. Et pari modo omnia consilia cogitationesque suas in rebus arduis inter se propalabunt et manifestabunt; ita tamen quod satis erit, predictos Sanctissimum D. N. et Regem Christianissimum sibi invicem supradicta comunicare tamquam principales contrahentes et auctores huius strictæ colligationis.

Item, quod talis unio, amicitia seu intelligentia inter predictos Sanctissimum D. N. et Regem Christianissimum erit perpetua et eiusdem vel similis affectionis, prout esse debet inter optimum patrem et obedientem et devotum filium; et ab omnibus inviolabiliter observabitur.

Item, quod quelibet dictarum partium obnoxia erit et tenebitur cum omnibus viribus suis, auctoritate potestate et consilio, pro conductione et directione negociorum in beneficium, honorem et utilitatem ipsarum utrarumque partium vel alterius partis prestare auxilium, proviso tamen, quod talia negocia non sint aliqua in parte contra auctoritatem, et in damnum aut preiudicium partis auxilium prestantis directe vel indirecte verti minime possint.

Item, quoniam vires Sanctissimi D. N. minime pares sunt summæ eius dignitati atque auctoritati, multæque ac magnæ eius Beatitudini inferri possent iniuriæ, Christianissimus Rex, cuius est magna potentia, hoc considerans, ut obedientissimus filius et qui maxime desiderat Statum Ecclesiæ et auctoritatem Sanctitatis Suæ et Sanctæ Sedis Apostolicæ non solum tutari et conservare, verum etiam quantum in ipso est, pro viribus procurare et eniti ut in dies augeantur; promittit seque obligat non tantum quingentis gravis et mille levis armaturæ equitibus ac duodecim aureorum milibus quolibet mense, ut in alio tractatu tenetur, sed totis etiam viribus, pecunia, regno, dominiisque suis omnibus, ac personaliter quando opus fuerit et a Sanctissimo D. N. requiretur terra marique, et tandem omnibus viis, formis et modis defendere conservare ac manutenere omnem Statum quem Sanctissimus D. N. in presentia possidet aut in posterum possidebit, honorem, dignitatem, præminentiam atque auctoritatem Sanctitatis Suæ, Sedis Apostolicæ ac Sanctæ matris Ecclesiæ, contra quemlibet principem seu potentatum vel quoslibet principes seu potentatus, qui vel armis vel quavis alia via directe vel indirecte contra Statum atque auctoritatem dicti Sanctissimi D. N. aliquid tentarent aut inferrent vel tentari aut inferri facerent. Atque hoc se cum effectu absque exceptione aut excusatione aliqua facturum et observaturum pollicetur. Salvo tamen, si ipse Rex Christianissimus aliquo maximo et evidenti bello infestaretur et premeretur, ut ad periculum proprium evitandum necesse esset omnes Maiestatis eius vires convertere. Et similiter idem Christianissimus Rex promittit se exhortaturum ac pro viribus impulsurum confederatos suos et præsertim illustrissimos Dominos Venetos ut secum una idem faciant ad defensionem, conservationemque Sanctissimi D. N. ac rerum Sanctitatis Suæ quod illos facturos sibi persuadet et fere pollicetur. Nec ad hunc effectum Maiestas Sua petet a Sanctissimo D. N. pecunias, sed omnia suis sumptibus et expensis faciet, mittendo aut conducendo illum peditum atque equitum numerum quando et ad quem locum opus fuerit, et sub illis ductoribus seu capitaneis qui Sanctitati Suæ magis placebunt.

Item, Rex Christianissimus promittit et tenetur conservare et manutenere inclytam Rempublicam Florentinam dulcissimam patriam Sanctissimi D. N., illustrem D. Laurentium Ducem Urbini Sanctitatis Suæ secundum carnem nepotem, in omni eius statu presenti et in quolibet alio quem fortasse habiturus esset, et Magnificam totam familiam de Medicis, prout in alio tractatu plenius continetur; et eisdem auxilium et favorem prestare non minus quam si de negociis, rebus, honore et auctoritate Sanctissimi D. N. ipsiusque Regis Cristianissimi rebus et negociis propriis ageretur.

Item, versa vice, Sanctissimus D. N., excelsa Florentinorum Respublica et illustris D. Laurentius Dux Urbini, qui non minori affectu Regem Christianissimum quam se ipsos prosequuntur, nec minus desiderant conservationem atque amplitudinem Status ac rerum Maiestatis Suæ quam suorum, præter id auxilium quod in alio tractatu prestare tenentur, promittunt se pro viribus quicquid etiam amplius poterunt effecturos, ad tuendas et conservandas res Maiestatis Suæ.

Item, quo ad materias beneficiales Ducatus Mediolanensis, cuius rei causa, superioribus mensibus, missus est Romam dominus Leo Bellus; Christianissimus Rex contentus est quod dictæ materiæ remaneant in illo statu in quo nunc sunt, donec Sanctitas Sua ac Maiestas eius conveniant se ac videant et simul colloquantur: ita tamen ut si utraque pars deliberaret aptiorem aliquam et commodiorem formam invenire, ea res in reverendissimo domino Iulio de Medicis Vicecancellario et illustrissimo Domino de Boysi magno Franciæ Magistro reponatur, eorumque ordinationi ac conclusioni Pontifex et Rex predicti stare et acquiescere tenebuntur.

Item, promittit Rex Christianissimus seque obligat effecturum, ut in rebus beneficialibus dicti Ducatus Mediolanensis ministri eius ac reliqui omnes Sedem Apostolicam, in omnibus et quibuscumque rebus ad eam spectantibus, revereantur magnoque in honore atque æstimatione habeant. Quæ res tum cuivis Principi Christiane tum ipsi Christianissimo Regi precipue, qui Ecclesiæ primogenitus et Sanctissimi D. N. obediens filius est, maxime convenit.

Item, predicti Sanctissimus D. N. et Rex Christianissimus iterum promittunt, tenentur et se obligant, negocium salis, quod Maiestas Sua de terris Ecclesiæ pro convenienti precio capi facere tenetur, in omnibus et per omnia observare et manutenere et observari et manuteneri facere, iuxta capitula concordata et conclusa in alia capitulatione, et præsertim in particulari tractatu super hoc facto; in dictoque negocio et in omnibus ipsum concernentibus, officiales et ministros hinc inde, bene, legaliter et realiter per omnia et singula sese habituros.

Item, quod rebelles et fuorusciti seu expulsi, pro causa Status vel delictis enormibus, de terris partium Sanctissimi D. N., non modo a Ducatu Mediolani expellantur, verum etiam captivi seu presionarii Bononiam vel Florentiam respective, prout ad eorum Status spectabit, remittantur. Et pari modo fiet in Statu Ecclesiæ et Dominorum Florentinorum, de rebellibus et criminosis enormium criminum Ducatus Mediolani; excepta tamen Urbe Romana quæ semper fuit libera et comunis patria.

Item, Christianissimus Rex promittit se, æstatis tempore, duas triremes seu galeras instructas atque armatas ex pecuniis Cruciatæ ac Decimarum sibi hactenus concessarum habiturum; et si opus erit et a Sanctissimo D. N. requiretur, Maiestas Sua habebit et dabit plures, pro ut necesse fuerit. Quæ, illis quas Pontifex in præsentia habet adiunctæ, ab Infidelium excursionibus Tirrhenum et Ligusticum mare tutari possint.

Nos Franciscus Francorum Rex suprascrista omnia et singula Capitula et in eis contenta acceptamus, confirmamus et approbamus ac observari promittimus et iuramus; et in fidem predictorum omnium, etiam manu nostra propria subscripsimus sigillique nostri fecimus impressione communiri.

Datum Parisiis, in palatio nostro, vulgariter nuncupato le Torneles, die vigesima mensis ianuarii MDXIX.


Nous ferons pour noutre Saynt Pere et le saynt Syege plus de fayt que par parole.

Françoys.

Nº IV. (Vedi pag. [247].)

L’Archivio di Stato ha in originale queste Lettere che Rosso Buondelmonti scriveva ai Dieci durante la legazione al Principe d’Orange, della quale abbiamo tenuto discorso nel testo. Il Buondelmonti trovò il Principe sotto Cortona, dipoi l’accompagnò fino a Figline, essendo tornato a Firenze quando la guerra fu divenuta irrevocabile, contro alla voglia si può dire di coloro che vi ebbero parte. Era un destino che si compieva, e come a questo si andasse incontro, le parole giornaliere, scambiate nel campo, lo esprimono alle volte meglio che un istorico non farebbe. Si aggiunge che Rosso è abbastanza piacevole scrittore, e noi possiamo qui dare compita come una piccola scena di quella catastrofe. Le lettere IV, V e XV, che nell’Archivio mancano, si ebbe la fortuna di supplire sopra una copia, della quale andiamo obbligati alla cortesia del signor cav. Alberto Ricasoli, da noi più volte esperimentata.

I. Magnificis Dominis dominis Decemviris Libertatis et Pacis Reipublice Fiorentine, dominis observandissimis.

Magnifici Domini domini observandissimi. — Questa per far noto a Vostre Signorie che questo giorno sono arrivato qui, et subito andai a trovare el signor Commissario Antonio Francesco delli Albiti, per intendere se il salvocondocto era obtenuto dallo illustrissimo Principe di Oranges; il quale m’ha decto haver mandato per epso, et che sarà qui domani. Subito hauto decto salvocondocto, monterò a cavallo et anderò verso sua illustrissima Signoria, con più diligentia a me sarà possibile; che senza epso salvocondocto non è da andare, respecto che qualche cavallo scorre sempre in qua et in là. Se l’havessi trovato qui, mi sarei spinto più avanti per fare più diligentia a me fussi suta possibile. Qui è arrivato questa sera el signor Malatesta et la maggior parte delle gente, come più ampiamente dal prefato signor Commissario Vostre Signorie a pieno saranno raguagliate. Nè altro. A Vostre Signorie humilmente mi raccomando. Bene valete. Da Arezo, a’ dì XIII di septembre MDXXIX.

Servitor
Rossus de Buondelmontis orator.

Mandata per mano del signor Commissario Anton Francesco degli Albizzi.[256]

II.[257]

Magnifici Domini etc. — Iersera, sotto lettere del signor Commissario Generale, scripsi a Vostre Signorie quello occorreva. Et questa mattina si è partito el signor Commissario e ’l signor Malatesta con tutte le gente, per venire a cotesta volta; et qui hanno lasciati alchuni capitani che hanno circa mille cento paghe. Et questo giorno li ho hauti a me, nè trovo che in facti habbino più che, vel circa, homini septecento, e quali sono molto poco numero a volere guardare la ciptà; et per la consulta facta con il Capitano Santa Croce, Giorgio cioè e ’l signor Francesco dal Monte et altri Capitani, dicano harieno anchor di bisognio di secento homini, et con facilità la guarderieno dalli inimici. Però, Vostre Signorie examinino quello è da fare, perchè ogni volta ci fussi mille cinquecento homini, sono certi non si metterieno a venirci; et intendendo ci sia sì pochi, saria facil cosa farli venire a questa volta. Et non ci venendo, questi signori Capitani si conforterebbeno, ogni volta havessino passate dieci miglia avanti, venire alla ciptà sì presto o prima a loro. Et però Vostre Signorie advisino quando li inimici passassino senza dare altro impedimento qui, se queste fanterie s’hanno da mandare a cotesta volta, o quello si ha da fare; che è bene che il signor Capitano et Commissario habbi la commissione quello habbi da fare, perchè in questi casi, quattro, sei hore prima o poi importano assai.

Li cavalli delli inimici s’intende questa sera alloggiare a Castiglione Aretino, e ’l resto dello exercito a piè di Cortona, et haver mandato trombetto a chieder la terra. Dispiacemi che quelli po’ de fanti vi sono non sieno qui che servirieno più che esser là.

El trombetto andò per il mio salvocondocto non è anchor tornato. Dicemi el Capitano Giorgio Sancta Croce, dubitare non lo ritenghino, perchè l’huomo non sia advisato de’ casi loro. Subito haverò decto salvocondocto, anderò alla volta dello illustrissimo Principe di Oranges. La più parte di queste fanterie et al simile li cavalli sono alla fine della paga, et Vostre Signorie sanno che a questi tempi non si possono tenere senza denari. Nè altro. A Vostre Signorie mi raccomando. Da Arezo, a’ dì XIIII di septembre MDXXIX.

Rosso de Buon del Monte orator.

Portò un fante del signor Francesco del Monte. Partì a hore 23.

III.

Magnifici Domini etc. — Questo giorno scripsi a Vostre Signorie et mandale al signor Commissario Generale, con ordine che subito le mandassi a Vostre Signorie, perchè qui non è rimasto nè cavallari nè cavalli di poste nè nissuno da mandare, salvo che pedoni. Però mando questa per uno diritto al prefato signor Commissario con ordine le mandi a Vostre Signorie, per far intendere a quelle che questa sera, che siamo a hore tre di nocte, è tornato il trombetto dallo illustrissimo Principe di Orange, et ha portato il mio salvocondocto. Però domattina, con più diligentia a me sarà possibile mi transferirò verso Sua illustrissima Signoria, la quale si trova a piè di Cortona; et, secondo di bocca referiscie el decto trombetto, facevano conto di tirare l’artiglieria alla terra, deliberati a fare la batteria per pigliar quella; et pare che quelli della terra fussino d’animo di tenersi. Tamen pare non habbi gente in corpo a suffitientia, che si fa iuditio se havessino fino a mille fanti, che senza dubio non sarieno per sforzarla. Però saria suto bene si fussi deliberato di guardare qualchuno di questi lochi, visto che li inimici non par sien volti a passar avanti, lasciandosi nessuna di queste terre indreto. Però, quando a Vostre Signorie paressi di far provisione qui di cinque o secento fanti da vantaggio, si fa iuditio per questi signori Capitani gagliardemente defendere questa terra. Però V. S. pensino bene quello è da fare et dieno commissione qui al signor Capitano et Commissario quello habbi da fare. Ricordando a Vostre Signorie che buona parte di queste gente sono al fine della paga, et malvolentieri si posson tenere. Et sempre che quelli li vorran tirare alla ciptà, questi Capitani si confortano di tirarsi a buon salvamento. Nè altro per la presente, salvo che di continuo a Vostre Signorie mi raccomando. Di Arezo, a’ dì XIIII di septembre MDXXIX.

Delle V. S.

Servitore
Rosso de Buon del Monte oratore.

Mandossi per un fante a posta di Arezzo diritto al signor Commissario Generale Anton Francesco.

IV.

Magnifici Domini etc. — Hieri scrissi d’Arezzo a VV. SS. quello occorreva. Di poi sono arrivato qui in campo dell’illustrissimo signor Principe d’Orange; e subito arrivato scavalcai al suo alloggiamento, e fatto le debite cerimonie e presentata la lettera di VV. SS., esposi quel tanto da quelle mi fu imposto. E fatti molti discorsi, per ultima conclusione dice, non voler essere intrattenuto di parole, perchè lui ha commessione dalla Cesarea Maestà di appuntare e fare quel tanto che sua persona; e non havendo altra commissione, che non scade più parlare, e che io mandi per potere e pien mandato, per convenire et accordare le cose del Papa e suoi Nepoti; i quali domanda volere essere restituiti in casa loro, com’erano per l’avanti l’arrivata o vero passata del Duca di Borbone. Io ho replicato molte cose, e rimostro che tutte le differenze si potessino havere con la Santità di Nostro Signore, gli ambasciatori che sono verso la Cesarea Maestà hanno più potere di accordare il tutto. Al che lui sempre ha risposto: non volendo trattar seco, non accadeva venire verso Sua illustrissima Signoria. Io non ho mancato di rispondere ad ogni sua proposta gagliardamente, con rimostrargli che ogni cosa si ha a patire per il mantenimento della nostra libertà; e quando lui mi ha domandato dovere egli rendere la città e tutto il dominio a devozione della Cesarea Maestà, gli ho fatto intendere la Città essere benissimo provista et avere 12 o 14 mila uomini da guerra et di sorte fortificata, che quando Sua illustrissima Signoria la vederà non parlerà sì gagliardamente così come fa. Hammi detto che abruceranno il tutto e guasteranno fino alle porte, e molte braverie ch’io ho ributtate gagliardamente, con dire che a noi basta salvare la nostra libertà, e salvata quella, è salvato il tutto; la quale io ho speranza in Dio non ci abbi a mancare. VV. SS. ne adviseranno quel tanto habbi da seguire. Io ho trovato tutto l’esercito qui a piè di Cortona; il quale per quello ho possuto vedere è bellissimo esercito, benchè ancora non l’abbi potuto bene esaminare; e per quanto sono suto raguagliato da qualcuno di questi Italiani sono vel circa 8 mila fanti tra Lanzichenecchi, Spagnoli et Italiani, dipoi la venuta del Marchese del Guasto, che ha condotto circa 2000 Spagnoli, e cavalli, per quello posso giudicare, vel circa, 1000. Et dicono aver dato in preda a l’esercito la città di Cortona, e domani fanno conto dargli l’assalto da tutte le bande per haver notitia non esservi dentro più che 400 huomini vel circa, i quali sino a qui si sono difesi gagliardamente, et hanno ferito e morto qualche decina di fanti. Certificando a VV. SS. che se ci fosse dentro 2000 fanti, io fo giuditio che non la piglierebbono di questo mese, e con gravissimo loro danno. Dispiacemi le cose sieno così exarrutamente lassate con sì poco numero di gente. E perchè come per altre mie ho scritto a VV. SS., in Arezzo ancora ci è mancamento di 6 o 700 fanti, i quali giudicheria quando ci fossino e volessin fare il debito loro gagliardamente, difenderiano quella città; però VV. SS. pensino a quel tanto par loro necessario, e provedere in tempo che le cose possino servire.

Le gente di Ramazzotto e di Città di Castello per anco non sono venute. Secondo dicono, saranno vel circa 2000 fanti: quando venghino aviserò VV. SS.

Alla presenza di tutti questi ragionamenti hauti con l’illustrissimo signor Principe si trovò il Marchese del Guasto e il signor Don Ferrante di Gonzaga e ’l Commissario generale dell’esercito, messer Giovan Antonio Muscettola napoletano. Il Nunzio del Papa et ser Agnolo Marzi, che dicono ci è, per ancora non ho visto; quando accaggi trovarmi dove loro, non mancherò di quello occorrerà, dando aviso di tutto a VV. SS. Conforto quelle con ogni diligentia a fortificare la città, e provedersi di tutte le cose necessarie per la salvazione della nostra libertà; certificandole che quando altro esercito che questo non venghi a’ danni nostri, facilissimamente quelle si difenderanno et salveranno il tutto. Ancora che minacciano guastare il tutto, salvata la libertà è salvare il tutto. Perciò conforto VV. SS. con gagliardissimo animo a volerlo fare senza rispetto alcuno. Così a Dio piaccia concederlo. Nè altro. A VV. SS. del continuo mi raccomando. Sotto Cortona, nel campo Cesareo, a’ 15 settembre 1529.

Rosso Buondelmonti ambasciatore.

Portò un trombetto del signor Malatesta.