V.

Magnifici Domini etc. — Hiersera scrissi a VV. SS. quello occorreva, e le mandai ad Arezzo al signor Capitano per un trombetto del signor Malatesta, al quale detti uno ducato a fine facessi buona diligentia; et ordinai al detto signor Capitano che subito con diligentia le mandassi alle VV. SS., dalle quali dopo mia partita non ho hauto lettere. È questa per far loro intendere che siamo qui a piè di Cortona; et hieri questo Principe si sforzò con quattro pezzi d’artiglieria di far battere la terra quanto a loro fu possibile, e questa mattina dovevano dare l’assalto, et hanno trovato quei di dentro assai gagliardamente riparati, dimodochè hanno rimossa l’artiglieria di dove era per piantarla altrove; e per ancora non è seguito cosa veruna, nè per questo giorno si vede abbi a seguire altro progresso. E se faranno per l’avvenire come hanno fatto sino a qui, che hanno guadagnate molte archibusate e lassatevi qualche diecina di huomini, faranno poco acquisto: pure si fanno di grande animo, e sperano ottenere la vittoria. Il che a Dio non piaccia, nè voglia che questa povera città sia desolata. Stimo abbia ad essere cosa alquanto lunga. Certificando VV. SS. che l’intenzione di questo esercito non fu mai di fermarsi qui, anzi di andare alla volta di Siena e venire con più diligentia fosse possibile verso la città; et è parso miracolo si sieno abutati qui, per dare tanto più spazio a VV. SS. per provedersi di sorte che gagliardamente si difenda la nostra libertà; che così Iddio ce ne dia la gratia. Lo illustrissimo Principe questa mattina è stato su alto alla terra, et altrimenti non ho parlato a Sua illustrissima Signoria. E come per l’ultima mia scrissi a VV. SS., è tutto resoluto non volere trattare di nulla, se prima non ho mandato da VV. SS. di poter trattare delle cose del Papa e suoi Nepoti; et quando gli ho rimostro gli Oratori di VV. SS. essere a presso la Cesarea Maestà et havere potere di tutto, lui dice non bisognava venir qua verso S. S. illustrissima, non volendo trattar di quello che principalmente mostra esser la cagione di venir a’ danni di VV. SS. Io non ho mancato nè mancherò di tutte le cose necessarie et che saranno a benefizio della nostra libertà. In questo mezzo VV. SS. mi advertiranno di quel tanto habbia a seguire. Io sono stato, dipoi l’arrivo mio, qui di continuo a presso messer Gio. Antonio Muscettola napoletano, Commissario generale di questo esercito, il quale mi pare a presso lo illustrissimo Principe essere il tutto, et hauto seco molte dispute et ragionamenti. In conclusione mi risolvei qui non si habbi a far nulla senza trattare di queste cose del Papa, et che il meglio mezzo ci fossi, sarebbe mandare verso Sua Santità, il quale mostra molto haver havuto con quella lunghi ragionamenti; volendomi persuadere che, quando si facessi, si troveria qualche buono espediente; dicendo lui non si curare salvo dell’honor suo, e che altrimenti non pretende al governo di cotesta città. Hogli rabbattuto ogni e qualunque cosa col rimostrargli il seguito de’ tempi passati, et per lo avvenire andrebbono peggiorando; e che non pensino, quando mai habbi a seguire, che noi habbiamo acconsentire di perdere la nostra libertà. E quando questo illustrissimo Principe ci vorrà ricevere in buona amicitia, ci troverà di tanta fedeltà, che non fece mai cosa di chi fossi più contento, e ne acquistassi più honore et utile di questo. Essendo a dormire, questa mattina venne a me ser Agnolo Marzi molto submissamente et con grate offerte e parole, volendomi dimostrare quanti benefizi habbi fatto et è per fare nella ritardanza della venuta di questo esercito a’ danni di VV. SS., e quanto la mente del Papa sia buona verso la Città, con molte ragioni. Al che con brevi parole risposi che gli effetti seguivano in contrario, e quando vedessi ci levassi questo impeto da dosso, il che lui fa il contrario, nè altri che lui ce lo manda, che sono tutti segni che non rispondono alle parole;[258] ma che con la gratia di Dio ci difenderemo da ogni ingiusta querela.

Questo esercito fino a qui ha havuto gran penuria di vettovaglie, et se non havessino trovati strami, era impossibile ci potessi stare; pure è cominciato a venire di verso Siena quantità di pane et carne che sopperisce: biade, si servono di frumenti, che hanno trovati: de’ vini non ce n’è, la più parte beve la miglior acqua può trovare.

Scritto sin qui, questa mattina son suto al levare dell’illustrissimo Principe, col quale sono andato spasseggiando lungamente per questo campo, et havuti molti ragionamenti con Sua illustrissima Signoria; et in conclusione mostra esser mal contento di VV. SS., non mandassino prima verso lui che accordassi col Papa; perchè adesso mal può mancare della fede che Sua illustrissima Signoria gli ha promessa, e ’l simile alla Cesarea Maestà, il qual dice volerla osservare in tutto e per tutto; ma che VV. SS. trovino mezzo a farlo con più salvamento della nostra libertà che è possibile: e l’ho trovato gratioso e benigno quanto è suto possibile; et non ho mancato di rimostrargli che i benefitii che farà a cotesta città sempre la ne harà grandissimo obligo e ne farà buona ricognitione verso Sua illustrissima Signoria.

Sendo qui tanta necessità di vino, e visto che l’illustrissimo Principe non ne trova per denari, ho mandato ad Arezzo 6 muli di Sua Signoria per caricargli del meglio vi si trovi; e scritto al signor Capitano e Commissario, che subito me li rimandi indietro, e quello costa VV. SS. ne le faranno rimborsare. E mi parrebbe che quelle dovessino ordinare che ogni giorno, per la persona dell’illustrissimo Principe e del signor Marchese del Guasto, e ’l simile del signor Commissario generale dello esercito, fossi qua mandato 3 some di vino del meglio si trova, per distribuirne a ciascuno la parte sua; e quando si potesse havere una soma o 2 di trebbiano in fiaschi, sarebbe cosa molto grata. Però VV. SS. usino quella diligentia è possibile, perchè questi sono il tutto di questo esercito, e tali mezzi fanno bene spesso meglio che l’altre cose; et è da sollecitare mentre sono in questa penuria, perchè poi non sarieno tanto accette. VV. SS. possono ordinare al Capitano di Montepulciano che ogni giorno me ne mandassino qualche soma, perchè è il meglio si possi havere in queste parti, et io ne farò la distributione in quelli luoghi dove vedrò sia necessario. Ricordando che quelli lo portano el portino in fiaschi, che è di meglio a distribuirlo che altrimenti.

Le cose di Cortona si stanno ancor così; e per non aver potuto l’artiglieria fare tanta rottura che basti hanno fatto venire qualche cento di guastatori verso Siena e di quello di Perugia, e sono a presso la muraglia per vedere di mandarne più in terra che possono. Quelli di dentro si difendono gagliardamente, et se avessino qualche numero di gente più et artiglieria da poter levare i loro ripari, giudicherei si avessino a salvare: pure, così così, credo che sarà loro sì facile come sperano. Per di qui domane se ne dovrà vedere che fine habbi da havere; e subito ne aviserò le SS. VV., alle quali del continuo mi raccomando. Dal campo a piè di Cortona, questa mattina, a hore 16 et a’ dì 17 di settembre 1529.

Postcritto: Sono venuti 2 huomini della terra per appuntare con l’illustrissimo Principe. Il quale mi ha detto voler perdonare alli huomini della terra e fare ogn’opera di salvarla, ma volere le genti da guerra a discretione. Non so quello seguirà; pure vanno difendendosi gagliardamente. Dio sia quello presti loro il suo aiuto: quello seguirà aviserò VV. SS.

Rosso Buondelmonti ambasciatore.

VI.

Magnifici Domini etc. — Havevo scripto questo giorno a lungo a Vostre Signorie. Egli è piaciuto a questo Principe ritener le lettere, et dice non volere scriva lettera nessuna in cifera et che Sua Excellentia non vegga. Holli facto intendere che non possendo negotiare non posso star qua. Però Vostre Signorie mi advertiranno quel tanto habbi da fare. Ho rimostro quello mi pareva fussi conveniente; tamen non ho potuto rihaver la mia lettera.

Come per l’utima scripsi a Vostre Signorie, questo Principe dice che se Vostre Signorie non mi mandano mandato di poter negotiare delle cose del Papa, come a lungo scripsi per l’ultima mia a quelle, posso tornarmene alla ciptà. Però Vostre Signorie mi adviseranno quel tanto habbi da seguire.

Per esser qui mancamento di vini ho mandato a Arezo per qualche soma per servire a questo illustrissimo Principe. Però Vostre Signorie doverebbeno provedere che ogni giorno ce ne fussi qualche soma, che sarebbe cosa grata a questi signior Capitani.

Questa sera che siamo a hore ventiquattro, la terra, di Cortona cioè, si è resa a discretione del Principe. Pure stimo l’habbino a salvare per quanto intendo. Così a Dio piaccia.

Io havevo scripto tanto a lungo per la lettera mi ha ritenuto il signor Principe, che m’incresce non sia venuta nè potere advertire Vostre Signorie quello occorreva. Non so che camino si habbi ad pigliar questo exercito nel diloggiar di qui. Stimo che fra dua giorni sia per partire. Però, se non scrivo di continuo a Vostre Signorie quelle mi habbino per excusato, che tutto resta per non potere. Nè altro per la presente, salvo che di continuo a V. S. mi raccomando. Di Campo, a piè Cortona, a’ dì XVII di septembre a hore dua di notte, volanti calamo MDXXIX.

Di V. S.

Servitore
Rosso Dr Buondemonte oratore.

VII.

Magnifici Domini etc. — Hieri scripsi a Vostre Signorie per mano del Commissario di Arezo, et di poi son qua non ho hauta lettera alchuna da quelle; et questo Principe ogni hora mi dice quello fo qua senza haver commissione alchuna di tractare delle cose di Sanctità di Nostro Signore, che senza quelle dice non esser per appuntare. Però a Vostre Signorie piacerà ordinarmi quel tanto habbi da seguire.

Come Vostre Signorie haranno inteso, hiersera la ciptà di Cortona si rendè a discretione di questo illustrissimo Principe, el quale con ogni diligentia, per sua humanità ha salvata, senza che sia saccheggiata; et li fanti disarmati, usciti fuora, di poi sono suti ritenuti al servitio di Sua illustrissima Signoria; salvo e Capitani e quali ha ritenuti prigioni, e ’l simile el Capitano della terra Bernardo Bagniesi e ’l Castellano et il Proveditore. Parmi del tutto sia deliberato venir verso la ciptà, et per cosa habbi saputa mostrare a Sua illustrissima Signoria, non mi pare sia deliberato ritardare, perchè dice non volere essere trattenuto di parole, non volendo venire a qualche conclusione di appuntamento. Vostre Signorie sono prudentissime. Dio sia quello al meglio le spiri. Nè altro per la presente, salvo che del continuo a Vostre Signorie mi raccomando, que diu valeant. Di Castiglione Aretino, questa sera, a hore ventitre, a’ dì XVIII septembris MDXXIX.

Di V. S.

Servitore
Rosso de’ Buondelmonti oratore.

VIII.

Magnifici Domini etc. — Hieri per il vostro oratore Lionardo si scripse a Vostre Signorie, et per epso oratore harete inteso la risposta ne havemo da lo illustrissimo Principe di Oranges; et ne aspectiamo con desiderio el ritorno suo, per sapere come ci habbiamo a governare, chè senza nuova conmissione non si può negotiare più avanti. Et questa mattina siamo arrivati qui con questo felicissimo exercito in Monte Varchi, dove questo giorno riposeremo. Et saria facil cosa che domani non si partissi di qui mediante li homini da bene che sono in questo exercito et la supplicatione facta per noi allo illustrissimo Principe. Ne altro, salvo che di continuo a Vostre Signorie ci raccomandiamo. Da Monte Varchi, ai dì XXII di septembre MDXXIX.

Di V. S.

Servitori
Rosso de’ Buondelmonti e
Lorenzo Strozzi oratori.

El presente corriere è uno mandato dello illustrissimo Principe alla Cesarea Maestà, come Vostre Signorie vederanno, per la patente ne porta facta per noi.

IX.

Magnifici Domini etc. — Hieri, per uno corriere spacciato da questo illustrissimo Principe alla Cesarea Maestà, si scripse a V. Signorie, per dar notitia quanto sino a quel giorno si era seguito. Di poi è comparso lo oratore Lionardo Ginori et hauta la di Vostre Signorie de’ ventitre stante, et per essa et per il decto Lionardo si è intesa la intentione di quelle. Et siamo suti con questo illustrissimo Principe, et facte tutte quelle opere verso Sua illustrissima Signoria et il Nuntio del Papa et altri Signori. Et doppo molte dispute, Sua illustrissima Signoria si è contenta restar qui per domani et dipoi andare fino a Figline, dove dice quivi soprastarà duo giorni, come più ampiamente ne referirà il presente latore Lorenzo Strozi nostro collega, el quale è benissimo advertito del tutto. Vostre Signorie saranno contente fare resolutione con più presteza è possibile, perchè quanto più cavalcano verso la ciptà, tanto più è con danno di Vostre Signorie. Alle quale del continuo ci raccomandiamo: pregando Dio in felicità ne conservi. Nè altro. Da Monte Varchi, a’ dì XXIIII di septembre a meza nocte, MDXXIX.

Di V. S.

Servitori
Rosso de’ Buondelmonti et
Lionardo Ginori oratori.

X.

Magnifici Domini etc. — Questa mattina, per lo orator Lorenzo Strozzi si scripse a Vostre Signorie quello occorreva, et da lui a bocca saranno raguagliate ampiamente di quello occorre. Da poi, sono arrivate le dodici some della vettovaglia et cere, che V. S. hanno mandate, le quale non possetteno arrivare più a punto; et subito si sono distribuite allo illustrissimo signor Primo et al Marchese del Guasto et al signor don Fernando di Gonzaga et a tutti questi altri Signori, secondo le qualità loro; et quando fussino state tre volte tante, per la carestia hanno di vino et pan buono, non haverieno supplito. Però confortiamo Vostre Signorie continuare ogni giorno, per lo manco di tre some di vino, metà trebbiano et metà vermiglio: e ’l simile altrettanto di pane, el quale sia più bianco et miglior non è stato questo, per la bocca di questi principal signori; et fussi pan piccolo et sopratutto bianco, come sappiamo Vostre Signorie sapranno provedere.

Questo illustrissimo Principe ci ha molto ricerchi che desidereria havere uno paio di cavalli turchi delli meglio si potessi trovare; e ’l simile, el signor Marchese del Guasto ne vorria uno. Però conforteremmo Vostre Signorie facessino ogni diligentia di haverne delli meglio si potessi trovare et fare questo presente; che quelle non porrien fare cosa più grata, che son mezi che servono molto più che le cose grande, bene spesso. Antonio Francesco delli Albizi ne haveva uno molto bello, chè credo che fussi di Ottaviano de’ Medici, el quale anchora ne ha delli altri che sarieno a proposito.

Di poi la partita dello orator Lorenzo, non è rinovato altro, nè per anchora è arrivato fra Nicolò della Magnia. Aspettando questa sera; et allhora delibereranno se debbon diloggiar di qui per a Figline, dove questo illustrissimo Principe soprastarà duo giorni, come Vostre Signorie dal decto oratore saranno raguagliate. Siamo suti questa mattina con Sua Signoria, quale ne ha visto molto volentieri; et aspetta con desiderio grandissimo si habbi ad fare qualche appuntamento buono, per non haver a venir più avanti, a’ danni di Vostre Signorie, che Dio ne conceda gratia.

Quando Vostre Signorie rimandino in qua vettovaglie, a quelle piacci mandar duo some di biade, come che è vena e orzi, perchè questi Signor non ne hanno per li lor gran cavalli; et malvolentieri dan lor grani, chè certamente sarà cosa molto accepta. Nè altro, salvo che di continuo a Vostre Signorie ci raccomandiamo. Da Monte Varchi, a’ di xxv di septembre mdxxix.

Di V. S.

Servitori
Rosso de’ Buondelmonti et
Lionardo Ginori oratori.

XI.

Magnifici Signori Dieci. — La lettera delle Signorie Vostre delli venticinque haviamo ricevuto, et inteso le electione di Bernardo da Castiglione a questo illustrissimo Principe, per la venuta del reverendissimo Arcivescovo di Capua, che si aspecta con desiderio; et perchè venga sicuro, si manda il salvocondocto con il trombetto. Però le Signorie Vostre accelerino la venuta sua, et con qualche resolutione; perchè Sua Excellentia non vuol più parole, nè si è possuto obtenere che non marci innanzi, che ad ogni modo vuole andar domane a Figline. Et pensiamo che la cavalleria scorrerà ben presso alla ciptà. Et il danno che questo povero paese riceve non si potria credere; et molto più lo riceverà hora che si aproxima, perchè e soldati, vedendo marciare, pensano che l’accordo non segua; li quali stanno tanto desiderosi di venire quanto noi di mandarneli; et ogni giorno ce ne compariscie di nuovo, et tutti hanno ricapito.

Non voliamo mancare di significare alle Signorie Vostre che, subito venuto l’Arciveschovo di Capua, referì alla Excellentia del Principe, havere trovati li oratori mandati dalle Signorie Vostre al Papa; et inteso che non portavano auctorità nissuna di convenire, secondo quello che Sua Sanctità domanda. Sua Excellentia si alterò molto, dicendo che noi li haviamo mostro una cosa per un’altra, et che non vuole più intendere altro. Noi ci ristrigniemmo con la Excellentia Sua, et di nuovo efficacemente li mostrammo quanto cotesta Republica era desiderosa di convenire con la Maestà Cesarea et esser sua devotissima, et al Papa dare le cose ragionevole; et che lui non ha che fare della ciptà più che ciaschuno altro partichulare, ma che l’è libera ec. Et che se Sua Maestà Cesarea consentirà che la ciptà sia occupata, mancherà di quella somma iustitia, per il che dice esser venuta in Italia. Et che Sua Maestà Cesarea se ne servirebbe assai più havendola amica et devota in questo presente stato che altrimenti, perchè mai mancò della fede nè mancherà. Et in conclusione non si è per noi mancato con ogni diligentia di svolgerlo da questa fantasia del Papa et tirarlo al convenir fra noi et la Maestà Cesarea. A che, per assai si sia battuto, non ci è stato ordine che habbi voluto udirne niente, allegando che conoscie bene che il servitio della Maestà Cesarea saria haver la ciptà amica più in questo presente vivere che altrimenti; ma che havendoli Sua Maestà Cesarea promesso, prima consentirebbe di perdere tutto l’imperio suo che manchare di sua parola. Et che Sua Excellentia non ha mancato mostrare a questi Nuntii del Papa et prima alla Sanctità Sua, quanto iniustamente questa guerra ci sia facta, dovendoli assai bastare se lui era restituito in le cose sua legiptimamente: a che Sua Sanctità ha risposto che, hauto che egli harà un certo honore, che in questa cosa stima, dimostrerà a tutto il mondo, che lui non vuole occupare per modo alchuno la ciptà, nè vuole se non le cose iuste, ma esserli buon padre et protectore. Alle qual parole dando Sua Excellentia molta fede, ci consigliava a mandare di nuovo al Papa et rimetterci in le braccia sua; et che interim lui fermeria lo exercito, con questo che le Signorie Vostre fermassino le difese, sì come da Lorenzo Strozi quelle saranno state raguagliate. Mostra Sua Excellentia tenere tanta buona voluntà inverso cotesta ciptà quanto sia possibile, et che dei danni che la riceve et che la potria ricevere dolerli quanto se nel suo stato fusse. Et anche consigliava le S. V. nuovamente mandare allo Imperatore in diligentia, supplicando che volessi contentarsi di voler lassar la ciptà in questo presente stato; et se non altro ne potessi cavare da Sua Maestà, almanco ne cavassi una buona lettera per il Papa che lo confortassi a contentarsi de l’iusto. Hora le S. V. possono secondo noi risolversi, da questo illustrissimo Principe non cavare altra resolutione che questa, et in su questo fondarsi, et mandare questo nuovo oratore con l’ultima loro voluntà, et con nuovo mandato di poter convenire con questo illustrissimo Principe in nome della Maestà; et con commissione (quando occorressi convenire ne’ casi del denaro) che, se pure lo potessimo in modo alchuno volgere con larghi partiti che se li facessino, noi lo possiamo fare. Benchè, come è detto, non crediamo cavarne altra resolutione; perchè, sendo stati lungamente in secreto con Sua Signoria illustrissima et con il signor Marchese del Guasto, habbiamo largamente mostroli la intentione delle Signorie Vostre et il benefitio della ciptà et il dover della iustitia; et ci pare haverne cavato quello che cavar se ne può. Per il che si manda alle S. V. il presente Bernardo Capponi, perchè l’habbino questa salva. Il quale piacerà alle S. V. rimandarci, perchè ce ne serviamo.

Siamo stati con il reverendissimo Arciveschovo di Capua, et inteso che qui non è venuto con altra commissione che secondo l’appuntamento che Sua Sanctità ha con Cesare, che è il sopranarrato, et che assai miglior pacti haria la ciptà, gittandosi nelle braccia di Sua Sanctità che altrimenti. Nè altro ci occorre, salvo che di continuo a V. Signorie ci raccomandiamo. Da Monte Varchi, a’ dì XXVI di septembre MDXXIX.

Di V. S.

Servitori
Rosso de’ Buondelmonti et
Lionardo Ginori oratori.

XII.

Magnifici signori Dieci. — Hiersera per Bernardo Capponi mandato a posta alle S. V. quanto ne occorse scrivemo a quelle, et altro di nuovo non habbiamo che dir loro. Fummo di poi con messer Giovannantonio Muciettola, che è quello che governa il tutto, et havemo alchuni ragionamenti, de’ quali le Signorie Vostre saranno raguagliate da Francesco Marucelli presente latore, il quale viene costì per provedere di certe cose per la persona di questo illustrissimo Principe, et ha conmissione portargliele in qua. Pertanto piacerà a V. S. lasciarlo tornare subito che haverà expedito, perchè così ci ha imposto Sua Signoria illustrissima. Siamo arrivati qui questa mattina, dove staremo questo giorno, nè sappiamo quando diloggieremo di qua, che par pure debbino aspectare l’artiglieria di Siena. Nè altro, salvo che del continuo a V. S. ci raccomandiamo. Da Figline, a’ dì XXVII di septembre MDXXIX.

Di V. S.

Servitori
Rosso de’ Buondelmonti et
Lionardo Ginori oratori.

Postscripta. — Questo illustrissimo Principe manda uno homo suo in Genova o vero allo Imperatore che viene con il prefato Francesco Marucelli et ne ha ricercho Sua Signoria illustrissima che li facciano havere dalle S. V. salvocondocto per passare innanzi et tornare indreto. Però piaccia alle S. V. fargliene tanto largo quanto sia possibile, et farli tutti quelli favori et benefitii che si può, che giovano assai etc.

XIII.

Magnifici domini etc. — Hieri, circa di XX hore, arrivò qui l’orator Bernardo et subito tutti e tre ci transferimo allo illustrissimo signor Principe, dove era el Marchese del Guasto e ’l signor Aschanio Colonna, e ’l Nuntio del Papa, l’Arciveschovo di Capua, messer Giovannantonio Muciettola Neapoletano et molti altri; alla presentia de’ quali presentamo la lettera credentiale allo illustrissimo signor Principe. Di poi Bernardo expose come era mandato da V. S., perchè insieme li altri oratori si tractassi di fare l’accordo con la Sanctità di Nostro Signore, havendo mandato qui Sua Beatitudine l’Arciveschovo per tale effecto; et che quando Sua Sanctità voglia della ciptà quel tanto che sia honesto et iusto, V. S. non sono per mancare. La illustrissima signoria del Principe rispose come la Cristianissima Maestà havea promesso a Sua Beatitudine, secondo la loro capitulatione, di rimetterli nella ciptà; di che Sua Maestà non era per mancare, et per fare tutto el possibile che tale effecto segua, promettendosi la victoria certa; tante forze li pare havere. Per noi si replicò, come tale domanda non era iusta, et che se Cesare havessi inteso le ragioni della ciptà, eravamo certissimi non harebbe facte tale promesse; perchè sappiamo Sua Cesarea Maestà è venuta in Italia per ridurre et rassettare li stati di epsa, in quella forma et modi che dalla iustitia è permesso. Et molte altre cose dicemo et replicamo che non fumo loro capace.

Mostrammo che la ciptà era munita, armata et unita di sorte, che la si prometteva di non potere essere sforzata, et che tutti li ciptadini di quella volevano prima morire che perdere la loro libertà. E quali agenti risposeno la volevano conservare in quella; ma che la Sanctità di Nostro Signore ci voleva solo l’honore et dipoi mostrerebbe a tutto el mondo che voleva fussi libera, et che da Sua Beatitudine dependessi tale libertà. A che si replicò non eravamo per consentirlo, atteso quello era seguito l’anno MDXII. Et veduta questa nostra opinione, fumo certo modo licentiati. Et per non rompere el filo, deferimo d’esser di nuovo questa mattina insieme; et così faremo, ma non crediamo cavarne altro.

Di poi pregamo lo illustrissimo Principe che ci desse questa mattina audientia secreta. Promisse farlo. Saremo con Sua illustrissima Signoria, e tracteremo l’accordo con la Cesarea Maestà, secondo la conmissione dataci, et quello ritrarremo ne daremo notitia a V. S.; ma non speriamo cavarne altro che quello ci ha decto da principio sino a qui.

Ritiratici tutti in una stanza da parte, dove stemmo più d’una grossa hora a fare tale disputa, et da loro et da noi fu detto tutto quello era possibile, mostrando loro con ragioni promptissime che se Sua Sanctità sarà bene consigliata, non insisterà in tale opinione, ma adopererà che questo exercito non molesti le Signorie Vostre nè il dominio di quelle; et in fine non ne potemo mai cavare altro, se non che ci rimettessimo liberamente in Sua Beatitudine etc.

Noi haviamo qua Giovambatista di Lorenzo Strozi et Antonio di Vectorio Landi, de’ quali continuamente ci serviamo, et di loro non s’è dato notitia alli signori Octo che per respecto del bando non vorremo cascassino in contumacia. Piaccia alle S. V. farlo loro intendere, parendolo.

Sarà di questa apportatore Bartholomeo Marucelli, che di quello che per noi si mancassi sopplirà. Le Signorie Vostre ce lo rimandino e accelerinlo, perchè ce ne serviamo.

Postscripta. — Siamo a hore diciassepte, et andati per parlare con lo illustrissimo signor Principe, trovamo Sua Excellentia, che cavalcava, et per aspectare che tornassi andamo a trovare messer Giovannantonio Muciettola, col quale siamo stati in lunghe dispute per venire a uno modo di conventione, et finalmente nulla si è facto. È ben vero che ci ha mosso uno certo ragionamento, al quale sendo stato presente el prefato Bartholomeo Marucelli, ne informerà le S. V. Et come Sua illustrissima Signoria sia tornata, anderemo da quella; dove pensiamo che di questo medesimo ragionamento si habbi a tractare; et se ne ritrarremo cosa che vi si possa prestare li orecchi, subito per uno di noi ne saranno le Signorie Vostre raguagliate. Nè altro. Da Figline, a’ dì XXIX di septembre MDXXIX.

Di V. S.

Servitori
Bernardo da Castiglione
Rosso de’ Buondelmonti et
Lionardo Ginori oratori.

XIV.

Magnifici domini etc. — Questa mattina per Bartholomeo Marucelli scrivemo a V. S. quanto sino a quell’hora era seguito, et inoltre conmectemmo a dicto Bartholomeo, che di bocca dicessi a quelle più cose. Vostra non haviamo, et di questa sarà apportatore l’oratore Lionardo Ginori nostro collega, el quale viene per dirvi certa pratica mossaci da questi Cesarei. V. S. intenderanno et piglieranno quella deliberatione che iudicheranno sia a benefitio della ciptà. Noi non haviamo interamente potuto discostarcene per non rompere il filo et per scoprir meglio le loro voluntà. Raccomandianci alle Signorie Vostre, quale Dio conservi in felice stato. Da Figline, a’ dì XXIX di septembre MDXXIX.

Et io, oratore Rosso, me ne verrò domani a cotesta volta; poi che così le SS. VV. mi commettono.[259]

Di V. S.

Servitori
Bernardo da Castiglione et
Rosso de’ Buondelmonti oratori.

XV. Alli magnifici Ambasciatori a presso al Papa.

Magnifici Domini etc. — Hiersera ci fu mandato dal reverendissimo Arcivescovo di Capua un piego di vostre lettere, quali andavano alli Magnifici Dieci; e trovandoci noi qui a negotiare accordi fra la Santità di Nostro Signore e la nostra Repubblica, le leggemmo per intendere quello che VV. SS. trattavano di costà con Sua Beatitudine; e veduto che quelle dicono che Sua Santità ha dato mandato libero al prefato reverendissimo Arcivescovo, per essere più facile il negotiare rispetto alla vicinità. A che vi dichiamo che Sua Signoria reverendissima dice, il suo mandato non si estendere ad alterare in parte alcuna la Capitolazione fatta fra Sua Santità e la Maestà Cesarea; il che non è a proposito di Sua Beatitudine nè della nostra Città; e sarebbe meglio trattare con Sua Santità. Però confortiamo VV. SS. a fare ogni opera ridurla costì, che all’arrivar di questa saranno comparsi gli altri Oratori vostri colleghi e forse la potrebbono disporre.

Noi habbiamo le medesime commessioni che hanno le SS. VV. e crediamo fare poco frutto. E questo esercito si fa innanzi predando e bruciando tutto il Paese; il che non passa senza carico di Sua Beatitudine, essendo sua patria. Le allegate lettere di VV. SS. le mandammo stamani di buon’hora alli signori Dieci. Nè altro, salvo che del continuo a VV. SS. ci raccomandiamo. Di Feghine, a’ 30 di settembre 1529.

Portò il Selbastrella cavallaro del Papa.

Nº V. (Vedi pag. [291].)

Le cinque Lettere che seguono, scritte da Ferrante Gonzaga al Marchese di Mantova suo fratello, contengono un ragguaglio circostanziato della battaglia di Gavinana e della morte del Ferrucci. Le pubblicò il signor Eugenio Albèri, e noi le riproduciamo con qualche maggiore esattezza di lezione sopra il codice 595, classe XXV, della Magliabechiana, già Strozziano, c. 117 e segg. La prima, la terza e la quarta erano state già riferite dal Varchi; ma due di queste (la prima e la quarta) mancanti di una parte molto importante, che il grave Storico dell’assedio credè forse potere omettere come quella che nulla aggiungeva a dimostrare le intelligenze di Malatesta col campo nemico, unico fine pel quale egli le produceva. La seconda e la quinta con i suoi due allegati, mancano affatto nel Varchi: e questi tre ultimi documenti sono forse i più autentici che ci rimangano intorno agli estremi momenti del Ferruccio e alla battaglia di Gavinana.

All’Eccellentissimo Signor Federigo Gonzaga Duca di Mantova don Ferrante Gonzaga suo fratello.