AL PURGATORIO
«Per correr miglior acqua alza le vele»
qui lo autore, e, seguendo Virgilio,
pe’ dolci pomi sale e lascia il fiele.
Catón primier, fuor dell’eterno esilio,
5truovano e seco parlan, procedendo;
poi dánno effetto al suo santo consilio.
Su la marina vede, discendendo
nell’aurora, piú anime sante,
e ’l suo Casella, al cui canto attendendo,
10mentre l’anime nuove tutte quante
givan con lor, rimorsi da Catone,
fuggendo al monte ne girono avante.
Incerti quivi della regione,
truovan Manfredi ed altri, che moriro
15per colpa fuor di nostra comunione
col perder tempo, adequare il martiro
alla lor colpa; e quindi, ragionando,
del solar corso gli solve il desiro
l’alto poeta sedendosi, quando
20Belacqua vider per negghienza starsi;
e giá levati verso l’alto andando,
Bonconte ed altri molti incontro farsi
vider, li quali infino all’ultim’ora,
uccisi, a Dio penáro a ritornarsi.
25Quindi Sordel trovar sol far dimora,
il qual, poi che l’autor molto ha parlato
contro ad Italia, il gran Virgilio onora.
Poi mena loro in un vallone ornato
d’erbe e di fior, nel qual, cantando, addita,
30a Virgilio Sordello stando allato,
spiriti d’alta fama in questa vita,
tra’ quai discesi, il Gallo di Gallura
riceve l’autor; quindi, finita
del di la luce, vede dell’altura
35due angeli con due spade affocate
discender ad aver di costor cura.
Poscia, dormendo, con penne dorate
gli par che ’n alto un’aquila nel porti
d’infino al foco; quindi, alte levate
40le luci, spaventato, da’ conforti
fatto sicur di Virgilio, Lucia
gli mostra quivi loro avere scorti.
Del purgatorio gli addita la via,
dove venuti, qual fosse disegna
45la porta, e’ gradi onde a quel si salía,
chi fosse il portinaio, che veste tegna,
e quai fosser le chiavi, e che scrivesse
nella sua fronte, e che far si convegna
a chi passa lá dentro pone expresse.
50E quindi come en la prima cornice
dichiara con fatica si giugnesse;
ed intagliate in alta parte dice
di quella istorie d’umiltá verace:
poi spirti carchi dall’una pendice
55vede venir cantando, ed orar pace
per sé e per altrui, purgando quello
che ne’ mortal superbia sozzo face;
tra’ quali Umberto ed Odorisi, ad ello
appresso, e simil Provinzan Silvani
60piangendo vide sotto il fascio fello.
Oltre passando pe’ sentieri strani,
sotto le piante sue effigiati
vide gli altieri spiriti mondani.
Da uno splendido angiolo invitati
65piú leggier salgono al giron secondo,
perché li «P» l’autor trovò scemati.
Lí alte voci, mosse dal profondo
ardor di caritá, udir volanti
per l’aere puro del levato mondo;
70e poi che giunti furon piú avanti,
videro spirti cigliati sedere,
vestiti di ciliccio tutti quanti,
perché la invidia lor tolse il vedere:
Guido del Duca, Sapia e Rinieri
75da Calvol truova lí piangere, e vere
cose racconta di tutti i sentieri
onde Arno cade, e simil di Romagna;
quindi altri suon sentiron piú severi.
Ed oltre su salendo la montagna,
80da un altro angelo invitati foro,
parlando dell’orribile magagna
d’invidia, e dell’opposito, fra loro,
e, di sé tratto andando, vide cose
pacefiche in aspetto; né dimoro
85fe’ guari in quelle, che ’n caliginose
parti del monte entraron, dove l’ira
molti piangean con parole pietose.
Quivi gli mostra Marco quanto mira
nostra potenzia sia, e quanto possa
90di sua natura, e quanto dal ciel tira.
Appresso usciti dall’aria grossa,
imaginando vede crudi effetti
venuti in molti da ira commossa.
Quivi gl’invia un angel; per che, stretti
95alla grotta amendue, a non salire
dalla notte vegnente fur costretti.
Posti a sedere incominciaro a dire
insieme dell’amor del bene scemo,
che ’n quel giron s’empieva con martire,
100dove, sí come noi veder potemo,
distintamente Virgilio ragiona
come si scemi in uno ed altro estremo,
che sia amor, del quale ogni persona
tanto favella, e come nasca in noi.
105L’abate li di San Zen da Verona
con altri assai correndo vede poi
e con lui parla, e seguel nell’oscuro
tempo, con altri retro a’ passi suoi,
come sentendo si rifá maturo
110d’accidia l’acerbo. Indi ne mostra
come, dormendo in sul macigno duro,
qual fosse vide la nemica nostra,
e come da noi partasi, e, sdormito,
come venisse nella quinta chiostra,
115fattogli a ciò da uno angel lo ’nvito.
Quivi giacendo assai spiriti truova,
che d’avarizia piangon l’acquisito
in giú rivolti e, perch’el non sen mova
alcun, legati tutti; e quivi parla
120con un papa dal Fiesco; appresso pruova
l’onesta povertá, ed a lodarla
Ugo Ciappetta induce, i cui nepoti
nascer dimostra tutti atti a schifarla,
pien d’avarizia e d’ogni virtú vòti;
125e come poscia contro alla nequizia,
passato il dí, cantando, vi si noti.
Quindi, per tutto, novella letizia,
ed il monte tremare infino al basso
dimostra, mosso da vera giustizia.
130Qui truova Stazio non a lento passo
salire in su, al qual Virgilio chiede
della cagion del triemito del sasso.
la quale Stazio assegna; indi succede
al priego suo ancora a nominarsi.
135Quindi, com’uom ch’appena quel che vede
crede, dichiara Stazio avanti farsi
ad onorar Virgilio, e gli fa chiaro
lui, per contrario peccato agli scarsi,
aver per molti secoli l’amaro
140monte provato. E giá nel cerchio sesto,
parlando insieme, uno albero trovâro
donde una voce lor disse il modesto
gusto di molti; e, piú propinqui fatti,
chiaro s’avvider ch’ogni ramo in questo
145albero è vòlto in giú, e d’alto tratti
vider cader liquor di foglia in foglia,
e sotto ad esso spirti macri e ratti
vider venir piú che per altra soglia
dell’erto monte, e pure in sú la vista
150alli pomi tenean, che sí gl’invoglia.
Cosí andando infra la turba trista,
raffigurollo l’ombra di Forese:
con lui favella; e della gente mista
piú riconobbe, e, tra gli altri, il lucchese
155Bonagiunta Orbiccian; poi una voce
all’albero appressarsi lor difese.
Un angel quinci al martiro che cuoce
gl’invita, ed essi, per l’ora che tarda
era, ciascun n’andava sú veloce,
160mostrando Stazio a lui, se ben si guarda,
nostra generazione, e come l’ombra
prenda sembianza di corpo bugiarda,
e come sia da passione ingombra:
e, sí andando, pervennero al foco,
165prima che ’l santo monte facesse ombra;
lungo ’l qual trapassando per un poco
d’un sentieruolo udîr voci nemiche
al vizio di lussuria, ed in quel loco
piú anime conobbe, che ’mpudiche
170furon vivendo, e Guido Guinizelli
gli mostra Arnaldo in sí aspre fatiche.
Ma, poi che s’è dipartito da elli,
a trapassar lo foco i cari duci
confortan lui, ch’appena in mezzo a quelli
175il trapassò. Di quindi a l’alte luci
salir gl’invita uno angel che cantava,
pria s’ascondesser li raggi caduci.
Vede nel sonno poi Lia che s’ornava
di fior la testa, cantando parole
180nelle quali essa chi fosse mostrava.
Quindi levato nel levar del sole,
Virgilio di sé stesso il fa maestro,
sul monte giunti, e può far ciò che vuole.
Venuti adunque nel loco silvestro
185truova una selva, ed in quella si spazia
su per lo lito di Letè sinestro.
Vede una donna, che a lui di grazia
parla e con verissime ragioni:
del fiume il moto e dell’aura il sazia.
190Di quinci a vie piú alte ammirazioni
venuto, sette candelabri e molte
genti precedere un carro, i timoni
del qual traeva, con l’alie in sú vòlte,
un grifon d’oro, quanto uccel vedeasi,
195l’altro di carne, alle cui rote accolte
da ogni parte una danza moveasi
di certe donne, e nel mezzo Beatrice
del tratto carro splendida sedeasi.
Da cosí alta vista e sí felice
200percosso, da Virgilio con Istazio
esser lasciato lagrimando dice.
Appresso questo non per lungo spazio,
con agre riprension la donna il morde,
senza aver luogo a ricoprir mendazio;
205per che le sue virtú quasi concorde
li venner meno, e cadde, né sentisse
pria ch’alle sue orecchi, ad altro sorde,
pervenne:—Tiemmi;—onde, anzi ch’egli uscisse,
da una donna tratto per lo fiume,
210l’acqua convenne che egli inghiottisse.
Poi quattro donne, secondo il costume
di loro, il ricevettero, e menârlo
di Beatrice avanti al chiaro lume.
Qual gli paresse il suo viso, pensarlo
215ciascun che ’ntende può; poi la virtute
gli mancò qui a poter divisarlo.
I casi avversi appresso, e la salute
della Chiesa di Dio, sotto figmento
delle future come delle sute
220cose, disegna; poi il cominciamento
di Tigri e d’Eufrate vede in cima
del monte, e con Matelda va contento,
e con Istazio, ad Eunòe prima;
donde bagnato, e rimenato a quelle
225donne beate, finisce la rima,
«puro e disposto a salire alle stelle».