I.
Sulla piazza principale, se pur ce n’è altre, di Castelrenico, una cinquantina di persone se ne stava in crocchi, in un giorno annebbiato d’autunno, ora discorrendo con calore, ora guardando con attenzione, proprio come se ci accadesse qualcosa di grosso. C’era de’ proprietari, de’ negozianti, il sindaco, qualche canonico, qualche impiegato, delle donne, de’ ragazzi, de’ contadini, quanto insomma può rappresentare Castelrenico, borgata di quattro mila anime, se i geografi me la passano.
Che cos’era poi l’avvenimento? Due facchini andavano e venivano portando mobili e masserizie che deponevano nel mezzo della piazza, e due altri le andavano caricando su un carrettone. E per così poco gli ottimati, il clero e il popolo di Castelrenico passano il loro tempo in piazza? Quei di Castelrenico son fior di gente, rispondiamo noi, gente che all’occorrenza saprebbe occuparsi anche di quelle cose più importanti che succedono nelle città: ma se queste cose, dove son loro, non succedono, che colpa ne hanno essi? Del resto, chi legge vedrà che anche l’affare del carrettone, se non era proprio un affare di Stato, non era neanche una cosa che potesse passare con tutta indifferenza.
Sulle prime il carrettiere, per far presto, aveva caricato più di mezzo carrettone senza pensare alla fragilità delle cose umane, e senza badare alla tutela del debole in una società di mobili in viaggio. Qua e là, quando proprio le regole del mestiere parlavan chiaro, per difendere uno spigolo dalle strette un poco violenti di una corda, ci aveva cacciato in mezzo un guanciale del letto o quello d’un sofà. Bel rimedio! E poi, mentre il cielo si andava rannuvolando, e bastava interrogare chi se ne intende per sapere che «forse la si passava senza pioggia, ma forse potevan venire quattro gocce,» il carrettiere non aveva pensato a disporre la roba in modo che le imbottiture rimanessero, in ogni caso, all’asciutto. Voleva mettere le materasse in alto «sapendo di non doverci dormir sopra lui se veniva un acquazzone,» come era andato a dire di crocchio in crocchio un tale che stava a vedere, e a cui era venuta in mente questa riflessione che gli era, a quanto pare, piaciuta molto. Insomma la voleva andar male per quei poveri mobili se dovevano far quaranta miglia a quel modo, per arrivare alla loro destinazione, ch’era Milano.
Anche oggi, quando in Castelrenico se ne parla, e se ne parla spesso quantunque sieno passati parecchi anni, non c’è uno che non dica, che se non capitava Martino a fare quello strepito che fece, e a far ricaricare tutto da capo, quel carrettone avrebbe seminato mobili per tutta la strada, e lo avrebbero veduto arrivare pieno di gambe rotte, come un carro di poveri feriti.
La circostanza più grave che giustificava in quel giorno, non direi l’ozio, ma quell’occupazione che poteva parere poco necessaria, dei cinquanta spettatori della piazza di Castelrenico, era che i mobili appartenevano a Massimo, al signor avvocato Massimo; il quale era nativo proprio di Castelrenico, come dicevano sempre i suoi compaesani, soggiungendo che, in quanto a talento, sarebbe stato sempre il primo anche in una città. Ora, il trasloco di que’ mobili voleva dire (quei del paese però lo sapevano da un mese) che l’avvocato Massimo partiva; che partiva il capo della gioventù del paese, perchè il nostro avvocato aveva soli trentacinque anni; che partiva quel tale insomma che, volessero o no certi barbassori, era il personaggio più importante di Castelrenico.
Siccome però, anche noi, proprio come i suoi mobili, dobbiamo seguire l’avvocato Massimo e lasciar Castelrenico, per non farci che qualche scappatina di tanto in tanto, così prima di prender le mosse cercheremo di chiarire meglio quelle poche circostanze che ci sono già scappate fuori, ma solo in iscorcio, dalla penna. E poichè siamo in piazza, e in piazza, come abbiam veduto, la gente discorre a crocchi torno torno ai mobili e al carrettone, non avremo che a gironzare qua e là per aver la chiave degli avvenimenti. È inutile! le cose, per saperle davvero, bisogna sentirle raccontare dai testimoni oculari: e così faremo noi. Che se i discorsi della piazza non bastassero, perchè di certe cose, tanto eran note, non se ne discorreva più, cercheremo di riempire noi le lacune con la memoria di quel tanto che ne sappiamo.
«Quello che non arriverò mai a capire» diceva il salumaio in un crocchio dove c’erano, tra gli altri, un vetturale e il cursore del Comune «è come si vada a prendere un carrettiere fuor di paese!...»
«Ve lo dico subito io» prese a dire il cursore.
«No, no!» continuò il salumaio «questa non la capirò mai! Pazienza farlo venire da lontano; ma andarlo proprio a pigliare in un paese vicino perchè tutti abbiano a dire che a Castelrenico bisogna ricorrere ai forestieri!... no, no! Questa, se lo lasci dire il signor Massimo, è grossa!»
«Ma lasciatemi parlare! sentirete....»
«No, no!... E infatti cos’è successo? Se non c’era Martin matto, ce la voleva far vedere la bella frittata con que’ mobili, lui.... il signor carrettiere forestiero!... e dopo cinquanta passi!... capite?... Ve lo dico io, senza essere strologo. Ma il signor Massimo se la sarebbe meritata....»
«E in quanto a me avrei detto: ben fatto! perchè in queste cose ci vuole un esempio!» interruppe il vetturale.
«Che se il signor Massimo faceva il contratto col nostro Checco....» continuava il salumaio.
«È qui che vi volevo! Ma se non mi lasciate parlare....»
«Io già so che tutte le volte che Checco ha caricato dei mobili, e in due anni, dal 59 a quest’oggi, ne abbiamo veduti degli impiegati e dei carrettoni andare e venire! ebbene....»
«Ebbene, se mi lascerete parlare vi dirò....» prese a dire questa volta con maggior forza il cursore «che appunto Checco, avendo fatto anche lui una frittata coi mobili del delegato della Questura partito tre mesi fa, quel delegato mandò carta bianca all’avvocato Massimo per farsene risarcire; e adesso Checco, che naturalmente vede il signor Massimo di mal occhio, appena s’è trattato di trasportargli a Milano i mobili, gli ha detto un bel no! L’avete capita ora?...».
«Io però vi dico che della roba n’ho fatta venir tanta anch’io.... casse di sapone, otri di olio, prosciutti di prima qualità.... e Checco non m’ha rotto mai niente! La cosa è che anche il signor Massimo, dopo che se l’intese col Governo per questo grande impiego di cui si parla, non è più l’uomo d’una volta. Rispetto ancora il suo talento.... ma questa è la mia opinione!»
In un altro gruppo poco lontano da questo, c’era chi pretendeva sapere che l’avvocato Massimo prendeva moglie.
«Quanto all’impiego non c’è che dire, perchè quand’uno si porta con sè fin la granata, vuol dire che costui, un impiego, e di quei grossi, se l’è buscato. Ma quanto alla moglie poi....»
«Una moglie, vi dico, e con delle mila lire parecchie!»
«Eh, per bacco! le mila lire poi non fioccano neanche a Milano! Massimo è un buon giovanotto, ne convengo, ma poi....»
«Ma poi, diciamola chiara,» prese a dire un terzo «da che è tornato da Milano, m’ha preso anche lui un certo fare da aristocratico.... A buon conto non è più venuto a berne con la compagnia neanche un bicchiere....»
«Vedete quella cesta.... quella che ha portata il carrettiere.... la vedete? Ecco, ne cava fuori tre cazzarole.... un pentolino.... una caffettiera.... e un’altra cazzarola.... siete persuasi adesso? Tutta roba nuova, capite? roba fatta fare apposta! Ecco se l’avvocato prende moglie o no!»
«Sarà roba vecchia fatta stagnare, e lustrata dalla serva!»
«Volete scommetterne una bottiglia!»
«Eh, eh, non facciamo grandezzate!»
«Scommettiamone mezzo litro....»
«Dite pure un boccale, che mi ci trovo meglio.»
«Come volete voi. Andiamo dal magnano e sentirete.»
«Andiamo pure.»
Intanto l’attenzione degli altri spettatori s’era rivolta improvvisamente a qualcosa di nuovo, e siccome una voce gridava «largo, figlioli!... largo, signori!... largo, di grazia!...» così tutti, per vedere cos’era, si spingevano l’un l’altro addosso a quel pover uomo che domandava precisamente il contrario. Questi era Martino, che con gran fatica e precauzione attraversava la piazza portando sulle spalle una lastra di marmo.
«Povero martire!» diceva un contadino a un artigiano.
«Povero asino! dite piuttosto; faticare a quel modo per uno che non lo guarda neanche in viso!»
«Avrà fatto, come e qualmente, il suo bravo contratto....»
«Contratto? Scommetto che non gli dà neanche da bagnare il becco!»
«È vero che Martino è uomo da non averne bisogno, perchè se la passa bene, sapete. Adesso ha preso anche qualcosa dell’eredità.»
«Sì, sì, ma ne ha fatte delle vite quel pover uomo! e di tanto in tanto ne ha patita della fame! Ebbene, il suo gran gusto è quello di farsi in quattro per il signor Massimo....»
«Non lo chiamano Martin matto per niente.»
«E credete voi che il signor Massimo gli abbia detto una volta: — ehi, Martino, venite a berne un bicchiere in compagnia? — Mai, capite! Lasciatele dire a me certe cose, che le so!... E pensare che son parenti!... Perchè poi le nostre giacchette abbian da fare tanta paura alle cacciatore di velluto, e anche solo di frustagno, non lo saprei!»
«È perchè le nostre son fatte in casa dalle donne, e le altre le fa quel nano che beve il caffè, seduto a tavolino, sulla porta della bottiglieria insieme ai signori!...»
«La sarà così!»
Un nuovo rumore interruppe anche il dialogo di questi due, i quali mossero con la maggior parte degli spettatori verso il carrettone dove era ricominciato un alterco tra Martino e il carrettiere.
«Credete voi che una lastra, perch’è di marmo, non vada in quattro se riceve un colpo?» gridava Martino. «Ve l’avevo detto io, o no, dove la si doveva mettere?... Via questo cassetto.... svelto!... via questa roba.... Che non si possa andarsene un momento.... Eh per bacco! s’è fatto così scarso il sale in zucca alla gente! Quand’uno fa un mestiere, dovrebbe almeno averlo imparato!...»
«Oh, sapete che ne son pieno! che un rompistivali come voi bisogna farlo fare apposta! Credete d’esser voi il padrone?» gridava alla sua volta il carrettiere. «Credete, perchè fate il legnaiolo, d’esser voi quello che ha inventato il tagliere della polenta?»
Qui gli spettatori diedero in una grande sghignazzata; e Martino senza badarci continuava intanto il suo lavoro.
«Non c’è più corda? Animo, Tonino,» diceva a un suo figliolo;» corri a casa e fatti dare dalla mamma una bella corda lunga.... la casa di Martino non fallirà per questo!»
Dalla porta del caffè, che chiamano il caffè della Fratellanza, dove stavano a crocchio dieci o dodici persone, ora discorrendola con qualcuno ch’era seduto in bottega a legger le gazzette, ora facendo da spettatori anch’essi della mobilia e del carrettone, si erano mossi due o tre al rumore di quella nuova bega, per meglio goderla da vicino.
Ma finito il primo scroscio, quei due o tre eran ritornati nel crocchio a raccontare quel poco che abbiam sentilo anche noi, e a ripigliare il discorso di prima. Il discorso, anche lì, era quello della giornata: Massimo, i suoi mobili e il suo impiego; discorso che, allungato e frammischiato da mille divagazioni, interrotto e ripreso dall’andare e dal venire degli interlocutori, era cominciato nelle prime ore della mattina e si avviava a continuare fino al tramonto.
Dei discorsi che si facevano in bottega, succedeva press’a poco come del caffè che bolliva in una gran caffettiera su un fornello dietro il banco. La caffettiera, piegandosi ora da un lato, ora dall’altro, stava sul fornello da mattina a sera. Ogni tanto capitava il padrone a levarne una chicchera, a rimetterci dell’acqua, o a darci una rimescolata; ma il fondo, poco su poco giù, nelle ventiqualtr’ore era sempre il medesimo.
Di avventori ce n’era d’ogni sorta, perchè dopo una sbevazzata all’osteria, per finirla con un bicchierino di liquore, o con una chicchera di caffè, ci capitavano in via straordinaria anche de’ carrettieri, degli operai, de’ contadini. Gli avventori ordinari però, quelli dei discorsi di lunga durata, erano persone di maggior conto; eran quelli insomma che per avere qualcosa, per esercitare una professione, o per il loro far niente, formavano il ceto più ragguardevole del paese. Questi tutti erano amici dell’avvocato Massimo, compagni antichi di scuola, o compagni recenti di partite al bigliardo e di cene all’osteria; erano suoi clienti o suoi ammiratori; gente tutta avvezza, fino allora, ad avere Massimo in gran concetto, a non far nulla senza di lui, e a riconoscergli, in Castelrenico, il posto più alto nelle sfere della popolarità.
Abbiam detto fino allora, perchè a udire in quel momento le ciarle del caffè, c’era da scommettere che neanche la popolarità dell’avvocato Massimo potesse durar sempre; cosa che solo pochi mesi prima avrebbe giurata chiunque. Povero Massimo!
«Dicevano che Martino volesse litigare con Massimo per l’affare dell’eredità, ma mi paiono amici meglio di prima! Che ne dite? Non se la piglierebbe così calda Martino stamani!...»
«Io dico che tra un mese vediamo diventar ministro, questore o ambasciatore anche Martin matto!» soggiunse un tale che passava le sue giornate sulla porta del caffè, seduto su una panchetta, con una pipa di gesso in bocca e coi gomiti che, a memoria d’uomo, uscivan dalle maniche.
«Sicuro!... Ci sarebbe da scommettere! Avete ragione! Dite bene, voi!» risposero in coro gli altri.
«Per gli impieghi» continuò quello della pipa «l’importante sta nel saper trovare la vena giusta. Trovata la vena, c’è impieghi per chi ne vuole!»
Anche questa volta ci fu un «benissimo» su tutte le bocche. Quando parla quello della pipa, che ha la lingua più lunga di quanti ce n’è in Castelrenico, tutti s’ammazzano per dargli ragione.
«E si sa cosa sia questo grande impiego?»
«Ma non è tutto! Si dice che a Milano ha trovata anche una moglie.... e una moglie con de’ quattrini!»
«Ci credete voi?»
«Eh! se manda a Milano fino i mobili, vuol ben dire che o impiego, o moglie, o qualcosa di simile ci deve essere!»
«Io, a buon conto, non ne credo un’acca!»
«E così resterete con un palmo di naso.»
«Ho capito! Son diventati tutti diplomatici come Massimo! Siete forse lì lì anche voi per buscarvi un impiego?»
«Se me lo date voi!... Eh sì! noi siamo tagliati alla buona, e gli impieghi se li pigliano i furbi, quelli che conoscono la politica!...»
«Non per fargli torto, che anzi sono suo amico, ma per giustizia, domando io che cosa ha fatto questo Massimo per aver dal Governo un impiego? Perchè proprio lui e non un altro? Oh per bacco! che Castelrenico finisca con l’illustrissimo signor Massimo?»
«Ha trovato la vena, come dice l’amico, non la volete capire, voi!»
«Ma insomma si può sapere una volta che impiego è?» ripigliava con maggior forza uno del crocchio che non era ancor riuscito a farsi rispondere.
«Ma è appunto questo che non si sa! E quindi è chiaro che si tratta di qualcosa di grosso! Intanto però io ne so già abbastanza per poter supporre, e in modo positivo, da qual parte venga la protezione.... la vena, come dice l’amico....»
«Oh! alla buon’ora! Sentiamo, dite su!»
«In primo luogo, si dice che ci sia un signore, un pesce grosso, il quale voglia mandar suo figlio avvocato in Castelrenico....»
«In Castelrenico?... un forestiero?...»
«Avvocato, dicevo, in Castelrenico. Dunque bisognava fargli il posto, e per farglielo buono bisognava mandar via Massimo, che è quello appunto che guadagna più degli altri!»
«Un forestiero?... in Castelrenico?»
«Mentre in paese siamo almeno dieci, tutti avvocati e notai, che siam qua tutto il santo giorno sul caffè a star a vedere se ci capita un miserabile posto!...»
«Oh! se viene un forestiero vi prometto io che se ne sentiranno delle belle!»
«Ma credete forse di pigliarlo voi altri il posto di Massimo?» saltò su quello della pipa. «Siamo troppo onesti noi! lo dice anche il foglio. Anch’io, se avessi voluto farmi l’amico dei potenti, ne avrei a quest’ora degli impieghi a bizzeffe!»
«Sicuro! sicuro!» ripetè il coro.
«Che l’impiego venisse da quel tale che abbiamo nominato noi, proprio noi, deputato?» domandò uno con tanto d’occhi fuori.
«Probabilissimo!»
«Eh sicuro! gli impieghi sono dati dal Parlamento.... dunque.... oh! adesso la si vede chiara!...»
«Questo però ci servirà di norma per un’altra volta!»
«Avete ragione!... Il mio voto non lo piglierà una seconda volta quel signor deputato!... non per altro, ma perchè nelle cose ci vuol giustizia! Il nostro voto non vale forse tanto quanto il voto del signor Massimo? Ma signor no! a Massimo un fior d’impiego, e a noi un fico!»
«Proprio così! In questa faccenda degli impieghi, io dico: o a tutti o a nessuno! Ed è un pezzo che io la vado dicendo questa cosa!»
«Fiato buttato via!»
«Ma ditemi un poco, cosa sarebbe per il Governo il dare un impiego, anche piccolissimo se volete, a tutti quelli che in un paese hanno una certa capacità? La sarebbe una inezia! Si potrebbe far economia in tutt’altro, e si accontenterebbero tutti!»
«Voi volete dirizzar le gambe ai cani! Trovate la protezione e troverete l’impiego! Fate come Massimo....»
«Vi confesso che io avevo una grande opinione di Massimo, e che una cosa simile non me la sarei aspettata mai! Domandare un impiego tutto per sè, piantare gli amici, e non dir niente a nessuno.... Oh! dico il vero, di queste non me ne aspettavo proprio da Massimo!.........»
«Oh! ecco il nostro Massimo!»
«Qua, qua, ma insomma gli è mill’anni che non ci vediamo!»
«Adesso poi non ci scappi! Non sia mai detto che si lasci partire il nostro Massimo da Castelrenico, senza che se ne beva una bottiglia alla sua salute!»
«Bene, benissimo! Si faccia un pranzo!»
«Un pranzo! Ecco la parola d’un uomo di talento!...»
Era stata, come si vede, l’improvvisa comparsa di Massimo la causa di quel subito cambiamento di discorso. L’avvocato Massimo, che s’avviava verso il carrettone a vedere qual sorte era toccata a’ suoi mobili, dopo che li aveva mano mano consegnati ai facchini, non avrebbe veramente voluto imbattersi negli amici in quel momento. In altri tempi avrebbe detto loro: «oggi non posso badare a voi,» e avrebbe tirato diritto, sicuro che una sua risposta, più aveva l’aria d’esser burbera, e più sarebbe stata presa in buona parte.
Ma questa volta si sentì come impacciato; si sentì come debitore, d’un impiego almeno, verso tutti quegli amici; non ritrovò la solita disinvoltura; e per quanto gli premessero i mobili, rimase inchiodato lì sulla porta del caffè.
«Al vino ci penso io. Sarà un vino che farà perdere la diplomazia anche al nostro Massimo«! Oh, questa volta il nostro Massimo lo facciamo cantare!»
«Che volete che canti?» rispose Massimo «con gli amici non ho segreti.. Mi pare d’averlo detto tante volte.»
«Sicuro! e i mobili si mandano a fare un viaggetto a Milano, non per altro, che per far veder loro la città e il ballo nuovo della Scala.... eh, la è chiara!»
«Insomma, caro Massimo, dobbiamo proprio aspettare che ce lo dica il giornale che cos’è questo impiego? Scommetto che hai la nomina in tasca! fuori dunque! falla vedere agli amici!... »
«La nomina in tasca non l’ho davvero....»
«L’avrai in casa.»
«Neanche.»
«In una cassetta dei mobili, là.... sul carrettone, o in una valigia!»
«Ma se vi dico di no!... Potrebb’essere in viaggio, non lo nego, ma non è arrivata.»
«E l’impiego è?...»
«Ah, questo poi non lo so!»
«Come? Non lasci in Castelrenico neanche la trappola dei sorci, e mi vorrai dire che non sai che cosa vai a fare laggiù?»
«Eppure è così!... lo so e non lo so!...»
«Sarà un impiego grosso.... e non lo si potrà dir tutto in una volta.»
«Dunque lo sapremo a poco a poco....»
«Lo saprete, ve lo prometto. Sarete i primi a saperlo.... abbiate pazienza....»
La comparsa improvvisa di un nuovo personaggio che, in quel momento passando davanti al caffè, rivolse la parola a Massimo, venne a troncare quel dialogo ostinato che minacciava di continuare un pezzo, con poco frutto di quelli che interrogavano, e con nessun gusto di chi doveva rispondere. Però Massimo avrebbe preferito d’essere salvato in altro modo.
Il nuovo personaggio, di cui faremo conoscenza più tardi, era il marchese Renica, il quale dopo aver salutato l’avvocato Massimo, gli ricordò che tra mezz’ora l’aspettava a pranzo.
L’avvocato rispose con un gran saluto e con qualche parola di complimento un po’ biascicata; poi si accomiatò dagli amici dicendo di voler dare un’ultima occhiata a’ suoi mobili. Egli capì che quel pranzo in casa del marchese non sarebbe piaciuto agli amici, e che il pranzo e l’impiego li avrebbe forse potuti giustificare separatamente, ma non tutti e due in una volta.
«Avete veduto?»
«Sicuro!»
«Avete sentito?»
«Avete veduto che Massimo s’è fatto tutto rosso in viso?»
«Avete sentito?... Massimo va a pranzare in casa del marchese!... Oh! adesso si capisce tutto!»
«Sicuro!»
«Massimo che pranza in casa del marchese!»
«Oh, adesso la cosa è chiara!»
«Chiarissima!»
«Chi l’avrebbe detto!»
«Oh! adesso si capisce tutto.... tutto si capisce!...»
E ripetendo tutti, a buon conto, che avevan capito ogni cosa, quei del crocchio se ne andarono mano mano pei fatti loro, non essendoci altro per quel giorno nè da scoprire nè da capire.
L’avvocato Massimo, data un’occhiata ai suoi mobili e fatte quattro parole col carrettiere, se ne ritornava in fretta verso casa per levarsi la cacciatora e mettersi il soprabito.
Anche Martino, assicuratosi che tutto era in ordine, e che le corde non si sarebbero allentate, seguiva una sua bambina venuta a dirgli che la minestra era scodellata.
Noi li seguiremo tutti e due, prima Massimo, poi Martino, perchè oramai cala la notte, la piazza si vuota, e non c’è più nulla da vedere. È comparso, è vero, un lampione a una cantonata, ma siccome questo lampione ha l’incarico, per cumulo d’impieghi, di rischiarare a un tempo la piazza, un crocicchio di tre vie, e la finestra del segretario comunale, così non si può pretendere che ci lasci vedere gran cosa.