II.

Non si creda però che a vuotare le stanze dell’avvocato Massimo bastasse quella sola carrata di mobili che abbiam veduta sulla piazza. Massimo se l’avrebbe a male di certo se qualcuno sospettasse una cosa simile, e per ciò soggiungiamo che il carrettiere dovette fare un secondo viaggio e ripartire con un carico poco minore del primo. Infatti, noi troviamo ora Massimo nella sua camera, in cui c’è pure, oltre il letto, un cassettone, un candeliere, e uno specchio appeso all’intelaiatura dei vetri della finestra. Peccato che non ci sia anche un tavolino!... Massimo non avendo preveduto il caso di doversi mettere quella sera una cravatta allo specchio e al lume della candela, non aveva pensato a tenersi in casa un qualche arnese da posarvi su un candeliere. Così anche questo problema era venuto ad aggiungersi a parecchi altri, che in quel momento confondevano la testa di Massimo, e gli mettevano addosso un’impazienza vicina a dare in uno scoppio di furia. Aveva finito col posare il candeliere sul mattonato; aveva sciupato due solini l’un dopo l’altro nel metterseli in fretta e quasi all’oscuro, e non aveva ancor deciso a quale cravatta e a qual panciotto dovesse dare la preferenza. Intanto i minuti, che erano contati, passarono, e a Massimo pareva già di arrivare in casa del marchese a minestra finita.

Un altro problema ancor più grave, a cui aveva pensato tutto il giorno e che credeva d’avere sciolto, gli ricompariva adesso dinanzi con tutte le sue difficoltà ad imbrogliarlo anche in quel po’ di nodo alla cravatta, per il quale avrebbe tanto desiderato una certa tranquillità d’animo. Era un dubbio, un’alternativa, da cui, come vedremo, credeva d’essere uscito. Si pensi dunque la sua impazienza nel vedersi tornare ancora dinanzi quel punto interrogativo, nel sentirsi ancora domandare una risposta! Così, chi lo crederebbe? mentre faceva di tutto per cacciar via la tentazione di que’ dubbi, avrebbe voluto che gli si staccasse un bottone dal colletto della camicia, e avere così un minuto ancora per discutere e per risolvere.

Massimo, in Castelrenico, se l’era sempre passata benone: con un po’ di bonomia e di furberia aveva saputo essere l’amico di tutti; tutti l’avevano in gran conto: si trattasse di politica o di merende, il capo era sempre lui. Aveva qualcosellina del suo; come avvocato guadagnava discretamente, e da ultimo aveva avuto anche una piccola eredità. Si sarebbe detto insomma che non gli mancava nulla: ma, venuto il 59, un diavolo tentatore cominciò a fargli sapere di qualche suo compagno dell’Università che s’era buscato di colpo un grosso impiego; e poi mano mano gli fece passare nelle vene un certo filtro che non gli dètte più pace; gli empì di fumi la testa, e non gli lasciò veder altro che onori, cariche, e un futuro Massimo di grande importanza.

Massimo sulle prime non disse nulla in paese, ma fece il suo disegno. Sotto vari pretesti lasciava Castelrenico a ogni tratto, e scendeva a Milano a riannodare delle conoscenze vecchie o a farne delle nuove che potessero dar colore ai suoi disegni. Trovò un deputato per Castelrenico, e se lo fece suo: trovò speranze e promesse per l’impiego che sognava fin che ne volle; e quando proprio gli parve d’essere a tiro, fece partire i mobili, e ne fece anche una più grossa, come vedremo a suo tempo.

Però, quando vide i mobili uscire di casa, Massimo cominciò a riflettere più seriamente di quello che non avesse fatto fino allora, che l’impiego doveva, è vero, venire, ma non era ancora venuto. Fu allora che pensò di preparare un piano di riserva per il caso che i piani principali andassero falliti, e cominciò a discutere tra sè, se dovesse raccomandarsi al marchese Renica, il quale aveva di certo chi sa quante di quelle conoscenze in alto, di cui una sola basta, come pensava Massimo, per ottenere tutto quello che si vuole. Ma gli si presentavano due cose rincrescevoli: la prima era quella di dover confessare che quel tale impiego, di cui tutto il paese parlava e per il quale andava accettando le congratulazioni, non era finora che una speranza; e la seconda era quella di dover pregare il marchese, personaggio di colore aristocratico, e col quale, com’egli aveva detto tante volte con gli amici, poteva tutto al più dividere un pranzo, ma non una sola delle opinioni politiche.

Massimo dunque aveva dubitato tutto il giorno; ma di mano in mano che vedeva uscire un mobile di casa, anche i dubbi gli diminuivano, e alla fine s’era deciso di raccomandarsi al marchese e di parlargli dell’affar suo quella sera stessa, subito dopo il pranzo.

Ma, come abbiamo veduto, i dubbi nella scelta della cravatta gli avevano ridestati tutti i dubbi di quella giornata, e per discutere ancora, andava tirando i bottoni per assicurarsi che fossero saldi. Lo erano; e in quel punto sonavano le sei. Massimo allora, fatti gli scalini a quattro per volta, infilò le strade di corsa, e come fu al portone del palazzo Renica non pensò più ad altro che a cercare il modo migliore per confidarsi col marchese e domandargli la sua protezione. A proposito di questa protezione gli amici avrebbero potuto dirne molte, e a proposito del marchese egli ne aveva dette, altre volte, moltissime; ma in quel momento al suo pensiero non si presentò nulla di tutto questo: tante sono le cose che si dimenticano quando si chiede un servigio!: e dopo poi, quando il servigio è stato reso, se ne dimenticano ancora di più.

Il cameriere del marchese Renica, nell’annunziare il signor Massimo Della Valle, annunziò anche ch’era in tavola. Il marchese, data a Massimo una stretta di mano, andò a porgere il braccio a sua nuora, e s’avviò verso la sala da pranzo seguito dai commensali. Oltre al marchese Antonio Renica, sedettero a tavola il maggiore de’ suoi due figli il marchese Giorgio, la moglie di lui la marchesa Giulia, il curato, il signor Mevio ingegnere della casa, il signor Rocca consigliere di tribunale in pensione, il nostro Massimo, e don Gilberto.

Don Gilberto, di professione uomo elegante, possidente, celibatario, e che aveva passati, non si sapeva da quando, i cinquant’anni, dopo essere stato il compagno indivisibile di tutte le scappate giovanili del marchese Antonio, gli era ora il collega fedele d’ogni sera a’ tarocchi, togliendosi per un’ora al bel mondo al quale non aveva mai rinunziato. Don Gilberto era appunto venuto in quel giorno da Milano, e s’era trovato per istrada col signor Mevio e col signor Rocca.

Durante quei primi momenti di silenzio che cominciano con la minestra, Massimo, dopo aver aggiunto a’ suoi piani, lì su’ due piedi, anche quello di non fare le sue confidenze al marchese che dopo il pranzo e a quattr’occhi, se ne stava già tutto con l’animo sospeso per timore che, durante la tavola, qualcuno scappasse fuori a parlare del suo impiego, e così gli mancasse poi l’occasione o il coraggio di riparlarne col marchese in un momento più favorevole. Ma con sua gran consolazione si cominciò a parlar di tutt’altro. Don Gilberto, seduto vicino alla marchesa Giulia, aveva subito preso a raccontare una filza di storielle campagnole e cittadine raccolte di fresco, e tutte nuove per i suoi ospiti. La marchesa, che pareva rinascere, interrompeva a ogni tratto con domande don Gilberto, e nel lasciare mano mano l’aria svogliata e troppo rassegnata che aveva di solito a Castelrenico, si faceva bella ancora per un momento come fosse in città. Il marchese Giorgio, giovane marito, rideva; rideva fin troppo, perchè certe cose è prudenza ascoltarle come argomenti di studi, lasciando da parte le risate.

Il marchese Antonio si divertiva anche lui, e il suo gusto era quello di compiere le frasi quando don Gilberto si fermava e ne ravvolgeva la fine in qualche velo elegante. Gli altri commensali di tanto in tanto fingevano di prender parte anch’essi a quei discorsi e di divertirsene, benchè non ne capissero nulla; circostanza di cui don Gilberto non pareva curarsi molto.

L’ingegnere Mevio, in qualche momento d’intervallo, aveva cercato di far ripetere al curato, per la centesima volta, una vecchia storia di certe orecchie d’asino scambiate da lui, andando a caccia, per le orecchie della lepre; e il curato, facendo il sordo, aveva cercato deviare l’attenzione dalle sghignazzate dell’ingegnere voltandosi verso Massimo con un «dunque, signor avvocato, quand’è che si va a Milano?» Ma l’avvocato facendo il sordo anche lui, s’era voltato verso il marchese e verso don Gilberto, e raccogliendo qualche loro parola s’era fatto animo a domandare la spiegazione di qualcosa, ripetendo poi in tono d’approvazione qualche sentenza udita nei loro discorsi. Questi minuti d’agitazione tanto per il curato che per Massimo s’erano ripetuti più d’una volta, ma erano durati poco, perchè don Gilberto non era uomo da tacere un pezzo, e a proposito d’un discorso finito ne incominciava subito un altro che non ci aveva nulla a che fare.

A questo modo il nostro Massimo attraversò il desinare abbastanza felicemente, e giunse nel porto delle frutte proprio secondo i suoi disegni. Alle frutte s’era deciso a parlare anche il consigliere Rocca, e aveva avuta l’ispirazione infelice di lanciare una parola di malumore contro l’attuale legislatore, come diceva lui, a proposito di un’ultima storiella campagnola raccontata da don Gilberto, in cui c’era un’avventura galante d’un giudice di mandamento.

Il marchese Antonio aveva preso fuoco contro il consigliere in difesa del legislatore; e il consigliere, che non pareva in vena di cedere, rinforzava i suoi argomenti, richiamando soprattutto le cose stesse che il marchese soleva dire ogni momento. Il marchese continuava la sua tirata senza ascoltare il consigliere; così e l’uno e l’altro andavano innanzi a una voce col loro soliloquio, scostandosi mano mano dall’argomento e affannandosi a rispondere a quello che il loro interlocutore non s’era mai sognato di dire.

Il marchese Antonio non aveva avuto dalla natura il dono di vedere anche quel tanto di buono che ci può essere nelle cose di questo mondo, frammisto pure a tutto il male possibile; del qual male bisognava sempre convenire con lui, per non dargli un dispiacere troppo forte. Egli vedeva ogni cosa in colori neri; prevedeva male di tutto; e l’esito, secondo lui, gli dava sempre ragione. Questa disposizione d’animo non lo rendeva troppo amico delle molte novità che vedeva da qualche anno, e finora non ce n’era stata una sola di cui non avesse trovato da dire o da pronosticar male. Ma a dirne male poi voleva essere solo. Anche in questo i tempi non gli erano favorevoli. Le censure e le opposizioni alle cose nuove, in cui trovava un seguito facile e numeroso, sia che gli paressero un segno di concordia, cosa in cui diceva di non credere, sia che lo toccassero su di una corda giovanile che forse vibrava più di quello che egli volesse ammettere, lo stizzivano presto, e quelli che credevano di fargli coro, se lo trovavano a un tratto di contro oppositore e battagliero, con loro grande maraviglia. La corda giovanile era stata quella di una grande avversione al dominio straniero. Era stato tra i più attivi finchè s’era trovato sulla breccia in compagnia di pochi; ma poi, quando aveva veduto crescere le file, s’era tirato in disparte, come se gli avesse dato noia anche in questo la troppa compagnia. Un certo sorriso ironico che gli sfiorava le labbra al solo udire il nome di cose nuove o di uomini nuovi, e le sue tirate a proposito d’ogni più piccola novità, gli avevano procurata la riputazione d’uomo retrivo, e di fautore dell’assolutismo. Quelli però che l’avevano in questo concetto non sapevano che il marchese Renica era troppo aristocratico per volere al disopra di sè de’ padroni assoluti. A Castelrenico si credeva quello che credevano i più, e non si andava poi a guardar troppo per il sottile.

Il consigliere aveva appena finito di rispondere a una parte della sfuriata del marchese Antonio, quando questi levandosi da tavola e porgendo di nuovo il braccio alla nuora s’era avviato verso la sala. Lo seguirono i suoi commensali, alcuno dei quali non prevedendo una conclusione così brusca, e sicuri che la discussione li avrebbe lasciati assaporare in pace un bonissimo marsala, dovettero abbandonare sulla tavola il bicchiere pieno; ad eccezione però dell’ingegnere che, essendo in maggior confidenza con la casa, si levò per l’ultimo, e lo vuotò.

Ma il consigliere, che aveva ancora da rivedere il conto al legislatore, aveva ripreso in sala un punto della discussione per mettere al muro il marchese, intanto che un cameriere e un servitore erano entrati col caffè. La marchesa Giulia, suo marito e don Gilberto erano andati a sedere presso un tavolino da lavoro, in uno degli angoli della sala, e avevano ripreso a mezza voce i loro discorsi. Gli altri erano rimasti in piedi in giro al marchese, e andavano sciogliendo lo zucchero nelle tazze col cucchiaino, intanto che il consigliere cercava di sciogliere contemporaneamente quel tal suo punto.

«Le chiacchiere sono chiacchiere, e io torno alla mia conclusione,» disse il marchese deponendo la sua chicchera.... «Se tutti, dal primo all’ultimo, devono comandare, tocca a voi, caro consigliere, a fabbricarmi quel tale che dovrà ubbidire!...»

«Non è questa la questione, vi ripeto, perchè quando io critico il nuovo legislatore, è quando lo considero obbiettivamente. Dio mi guardi dal portare attentato, soggettivamente, all’autorità del legislatore. Se non mi fate questa distinzione, non ci intenderemo più. Io voglio indiscutibile e venerata l’autorità del legislatore soggettivo; ma, obbiettivamente parlando, posso dire che il legislatore mi fa delle corbellerie, senza punto contraddirmi, perchè è molto chiaro che....» Ma era molto bollente anche il caffè, e il consigliere che aveva voluto berne un sorso in quel momento, dovette troncare di nuovo la sua tesi, e con una smorfia che non ci aveva nulla a che fare.

«Finchè le faccio io queste critiche,» ripigliò il marchese, «e finchè le fate voi per conto vostro, vi dirò: va benissimo. Ma quando me ne fate una teoria, allora vi dico: guardatevi attorno! guardate il bell’effetto della vostra teoria! Tutti gl’imbecilli sono diventati tanti commentatori di codici, e il vostro legislatore riveritissimo può fin d’ora domandare un posto d’usciere al suo lustrascarpe!»

«Voi dite hoc post hoc, ergo propter hoc,» continuò il consigliere a cui era passata la scottatura.

«Ci vuol altro che gli hoc, caro consigliere: negatemi il fatto se potete.»

«Cioè, anche qui bisogna distinguere. Se voi mi dite oppressi sumus non solo dalle opinioni del volgo, ma etiam dalle opinioni hominum leviter eruditorum, come diceva Cicerone, allora siamo d’accordo. Ma se poi dobbiamo considerare nella sua natura e nelle sue conseguenze il nuovo diritto pubblico, quello voglio dire del regime libero....»

«Oh! ecco la gran parola! mi congratulo di sentirla anche da voi! Il regime libero! La libertà! Sicuro che io la voglio la libertà! Anzi quel tale che mi deve avere per suo servitore umilissimo non è mai nato, e non ha neanche l’intenzione di nascere, ch’io mi sappia. Sicuro che io la voglio la libertà! Ma la voglio per me, per voi se la vi garba, e per quelli che sanno che cosa sia e che cosa voglia dire! Ma oggi si vuol far credere che la libertà sia una cosa fatta per tutti quelli che passano per strada, e così vi domando io che succede poi della mia libertà e della vostra?»

«Sono lontano anch’io, caro marchese, lontanissimo dall’essere fautore della libertà come la s’intende in oggi, e se i tempi non consigliassero una certa prudenza, vorrei proclamare ciò pubblicamente, senza soggezione di nessuno. Sicuro che di questo passo, rotte le dighe d’ogni stabile autorità, andiamo diviato verso quella tal società dei pesci, di cui parla l’Eineccio, ubi major devorat minorem. Ma è appunto per ciò ch’io criticavo il legislatore. Lasciatemi dunque ritornare al punto principale della questione....»

Il curato che, per mostrare di seguir con interesse la discussione, avrebbe voluto metterci qualche parola del suo, e che fino allora non aveva trovato il punto opportuno, si approfittò della società dei pesci per esclamare un «benissimo» accompagnato da una risata e da una fregatina di mani.

Massimo taceva. Si poteva pensare, e forse lo pensava il curato, che il silenzio di Massimo fosse un silenzio di disapprovazione all’indirizzo delle cose che dicevano il marchese e il consigliere. «Questa volta però mandale giù!» diceva fors’anche tra sè il curato; ma in verità questa volta Massimo era occupato di tutt’altro. Le sue opinioni politiche erano in quel momento l’ultimo de’ suoi pensieri; ma piuttosto andava pensando che una discussione messa per quella via, e a quel modo, poteva anche durare tutta la sera; che il marchese si faceva sempre un tantino più aspro e intollerante; e che a lui intanto sarebbe mancata l’occasione, o l’animo, di porgere in bel modo, e con buon successo, quella tal parlatina per il suo impiego. Così, nella sua mente, egli aveva già perduti di vista i due che discorrevano, e aveva sostituito un nuovo piano, quello di andarsene al più presto e di ritornare l’indomani, spiando il momento di potersi trovare a quattr’occhi col marchese.

Il piano era deliberato, e già gli era data un’ultima mano, quando la discussione del consigliere e del marchese, la quale a furia di logica faceva le più lunghe strade in pochi minuti, era venuta a minacciar Massimo da vicino, senza che egli se ne avvedesse, in un modo spaventoso.

Dal legislatore si era venuti al tempio della giustizia e alla maestà del magistrato. Il tempio della giustizia aveva messo di nuovo sossopra il marchese, e il magistrato poi lo aveva fatto scattare del tutto.

Per calmare il suo avversario, il consigliere aveva cercato di abbandonargli, come vittime espiatorie, gli impiegati amministrativi; ma con ciò s’era creduto tanto più in diritto di non transigere d’un punto quanto a quelli della magistratura giudiziaria; e s’era piantato sui due piedi, e con le mani in tasca, col piglio d’un uomo risoluto a non cedere d’un passo. Il marchese non voleva distinguere neanche questa volta, e siccome tra la molta gente che non gli andava a genio c’erano pure gl’impiegati, e ci avevano anzi uno dei primi posti, così metteva in un medesimo fascio anche quelli del tempio della giustizia, con grande sorpresa dell’antico consigliere.

Il curato, che non aveva tenuto dietro bene alla questione, ma che spiava sempre il momento di venir fuori anche lui con una parola del suo, sorpreso a un tratto da una pausa che si fece nella discussione, si credette arrivato al punto buono; e poichè aveva udite tante esclamazioni a proposito di impiegati e d’impieghi, esclamò anch’egli: «Un bell’impiego e, a quanto si dice, un impiego in grande, è toccato qui al nostro avvocato! Non so se il signor marchese lo sappia?...»

Si pensi che cattivo scossone fossero quelle parole per Massimo, il quale stava appunto mettendosi in salvo mentalmente. Tanto più che le parole del curato furono subito afferrate dal consigliere, il quale, avendo a che fare con un avversario più ostinato di lui, fu lieto di vedersi aperta improvvisamente una porta, e di poter così uscire senza arrendersi, e senza consegnare il tempio. Allora cominciò una tempesta di domande e di congratulazioni del consigliere e del curato al povero Massimo, il quale s’imbrogliava come un pulcin nella stoppa, e non pareva proprio più quel tale che aveva la riputazione d’essere l’uomo più disinvolto di Castelrenico.

Il marchese intanto s’era fatto silenzioso; e, alla fine, quando il consigliere e il curato lo vollero tirar per forza nel discorso e vollero cavare anche da lui delle congratulazioni, pigliando una delle sue attitudini più serie e più asciutte, si rivolse a Massimo e gli disse:

«Lei sa, caro avvocato, ch’io nè balbetto, nè faccio complimenti, mai. Ora, a proposito di questo impiego, le posso fare degli augurii, ma congratulazioni.... no! Se mi avesse domandato il mio parere in tempo, le avrei detto che se era stanco di passarsela bene, lei poteva preferire all’impiego il nostro campanile del paese, e con un salto rompersi il collo in un modo più spiccio. La sarà una mia prevenzione.... ma che vuole? io le avrei detto così! Ora, che la cosa è fatta, le auguro, come si suol dire, una luminosa carriera; e sarò ben lieto di fargliene poi le mie congratulazioni.... E ora, lei ci favorisce a far la partita?»

Il marchese s’era interrotto a quel modo, vedendo ch’era entrato un cameriere a disporre il tavolino da gioco. Massimo si scusò col pretesto di qualche faccendola da sbrigare, dovendo partire la mattina dopo; e sull’affare dell’impiego biasciò quattro parole che furono quasi un soliloquio. Poi salutò tutti quanti, e cercò e trovò il suo cappello, dopo aver preso perfino quello del curato. Il curato e il consigliere rimasero in un profondo silenzio senza dar segno di volerne uscire così presto; e il marchese, picchiando sulla spalla di don Gilberto, gli andava ripetendo che il tavolino era pronto.

L’avvocato Massimo scese le scale, uscì dal portone, e appena fu in strada, presa una delle còcche della cravatta, con una brusca tirata e con una bestemmia sciolse quel nodo che aveva composto con tanta fatica in onore del marchese. Poi andò diviato a casa, dove lo lasceremo in compagnia de’ suoi bauli e de’ suoi pensieri.