III.

Quando Massimo e Martino il legnaiolo lasciarono la piazza, dopo aver dato ciascuno un’ultima occhiata al carrettone, abbiamo promesso di seguirli tutti e due, e di chiudere quella prima giornata del nostro racconto in compagnia prima dell’uno e poi dell’altro. Ora dunque che abbiamo lasciato Massimo, andiamo a cercar Martino, e andiamo ad aspettarlo in casa sua, mentre Caterina, sua moglie, fa levare il bollore alla minestra, dopo aver mandato la figliola a dire al babbo che la minestra era scodellata da un pezzo.

In un angolo della cucina, e lontana dal focolare, perchè guai a sentir la fiammata, stava seduta la Ghita, che molti però cominciavano già a chiamare la signora Ghita, perchè mortole il marito che faceva il bottaio, e rimasta senza figli e con qualcosina, aveva chiuso bottega e viveva del suo. La Ghita filava con grande attenzione una rocca di filaticcio per tirarne filo da calze, ch’era il regalo che faceva ogni anno al curato per Natale. Le due donne di tanto in tanto parlavano tra loro, ma parlavano piano per non essere intese dai ragazzi, i quali però erano occupati di tutt’altro. Il più grandicello, seduto sul margine del ripiano del focolare, era tutto intento a sagomare col coltellino un pezzetto di legno; mentre il fratellino minore, ritto sulle punte de’ piedi, osservava tutto assorto anch’esso la gara che facevano tra loro i fagioli coi grani di riso nel venir su e nello scomparire dalla superficie bollente della pentola. E seduta anch’essa sullo stesso margine, al lato opposto, se ne stava una bambina in gran faccende ad acconciare un pezzetto di carta a guisa di cuffia intorno al faccione rassegnato d’un bel gatto grigio, il quale chiudeva gli occhi e lasciava fare, senza punto aver l’aria di pigliarsi a male quegli scherzi, perchè sapeva che erano scherzi innocenti.

«Oh che mi dite, povera Caterina! A dirvi la verità, ne avevo sentito parlare, perchè tutto il paese ne parla.... e se sentiste che cosa si dice! ma io non ci volevo credere.... e sono venuta qua apposta; ed ecco che voi mi dite le stesse cose. Ma dite su, dite su, povera Caterina; perchè quando si hanno dei dispiaceri è una gran medicina quella di parlare, di sfogarsi, e di non tener niente sullo stomaco!»

«Insomma, come vi dicevo, dopo quella volta che è andato in Svizzera, quattr’anni fa, il mio uomo non è stato più lui.»

«Eh! però, un po’ di estro il vostro Martino lo ha sempre avuto!»

«Ma vi dico di no! Prima che andasse in Svizzera era l’uomo più tranquillo di questo mondo.»

«Eppure lo diceva sempre anche il mio Andrea, buon’anima, ch’era quell’omone che sapete!... Basta, dite su.»

«Insomma, tornato dalla Svizzera, dove l’aveva voluto condurre a lavorare per qualche mese un mastro di quei luoghi, cominciò a dire che lui aveva vedute cose, cose da perderci dietro la testa!... che aveva rubati quattro o cinque mestieri, e che un giorno o l’altro lo si sarebbe veduto fare, tutto in una volta, il segatore, il tornitore, lo stipettaio, il bottaio....»

«Il bottaio? Ah, pover uomo! si vede che aveva proprio perduto la testa! Ma non sapete quello che diceva il mio povero Andrea, lui! lui che indovinava le capruggini alla prima!...»

«Ebbene, state a sentire. Da quel giorno Martino cominciò a guardare, senza poter più levarne gli occhi, quell’acqua che chiamano della valletta; quella che vien giù forte, come sapete, dal monte, e che poi va perdendosi in quel primo prato giù al piano e vi stagna un poco. Oh se avessi quattrini! esclamava sempre, e ogni giorno andava a guardar l’acqua. Ma che volete farne voi di quell’acqua? gli dicevo io; non ne ha fatto niente mai nessuno!... Cosa farne? diceva lui; lo so io cosa farne! lo so io! E poi picchiandosi la fronte, ogni tanto tornava a esclamare: eppure qua dentro c’è qualcosa!»

«Che gli avessero fatto qualche incantesimo in quei paesi che dite voi?... Che son paesi dove c’è anche la religione falsa!»

«A dirvi la verità, questo pensiero l’ho fatto anch’io, e una volta ne parlai col curato; ma il curato mi rispose: andate là!... andate là!...»

«Avete fatto male a parlarne col curato, che è un bravissimo uomo del resto, ma che di queste cose se ne intende poco. Dovevate dirlo al frate che viene a primavera a benedir le campagne e a far scappare i grilli.... quello se ne intende!...»

«Avete ragione. Questa volta, se a primavera sono al mondo, farò come dite voi. Tanto più che col mio pover uomo la va di male in peggio. Non ch’io ne possa dir male, che anzi lui lavora da mattina a sera.... galantuomo poi come lui non ce n’è altri!...»

«Eh! ma il povero Andrea! Quello sì ch’era un uomo!...»

«Ma adesso io parlo del mio. Lavoratore, galantuomo, e tutto cuore! Del cuore poi ne ha fin troppo; è il suo difetto. Oggi, per esempio, ha buttata via tutta la giornata per quell’asino, a dirla chiara, d’un suo parente, quell’aristocraticone di avvocato che non lo guarda neanche in viso, e non gli dirà neanche un crepa!»

«Vedete! vedete! povera Caterina!... Dunque voi mi dicevate di quell’acqua....»

«Or bene, mio marito l’ha comperata, e ha comperato anche il prato....»

«Ha comperato il prato? e anche l’acqua? Dunque è vero quel che si dice!»

«Sicuro! e ha spesi tutti i nostri risparmi.... che ci son costati tanti sudori! e vuol mettere una sega, vicino a quell’acqua che si perde, perchè dice che non la si perderà più....»

«Figuratevi!»

«E dice di voler fare una fabbrica su quel prato, per fare tante cose che sa lui, e che non vuol dire! Chi l’avrebbe detto che quel codicilio, come lo chiamano, che abbiamo ereditato dallo zio, doveva essere la nostra disgrazia? Se mio marito non aveva quella eredità, a poco a poco non avrebbe pensato più a quella benedetta acqua!... Ora, invece, parla di fabbricare, di spendere tutto quel poco che lo zio, per sua grazia, morendo ha lasciato; e per di più vuol fare anche un grosso debito, perchè quel tanto che c’è, non basta....»

«Che se invece impiegavate quel codicilio con un buon pegno in mano, come faceva il mio Andrea....»

«Ma! Che volete? E poi.... e poi....»

Intanto Caterina s’era messa a grattare il formaggio per la minestra, dopo essersi asciugata una lacrima col dorso della mano.

La Ghita guardò Caterina con nuova e maggiore curiosità; poi, fatta una cocca del filo sulla punta del fuso, con uno scatto dato dalle dita fece girare il fuso rapidamente su di sè, intanto che ripigliava in tono compassionevole:

«Dite su! dite su! povera Caterina, che lo sfogarsi nelle tribolazioni è, per così dire, un vero elettuario.»

«Insomma, a dirvela tutta, dovete sapere che mio marito parla anche di mandare il mio Tonino, che vedete lì, in quel paese della Svizzera dove è stato lui, e anche più in là, per fargli imparare tutte quelle cose che lui ha in testa, e delle altre ancora.»

«Misericordia! E voi che cosa contate di fare?»

«Questo è quello che non so!»

«Mandare i propri figli in paesi che non s’è sentito mai nominare!... lasciarli in mano di nessuno! Ah! se fossi nei vostri panni....»

«Cosa fareste?»

«Cosa farei? Farei un rapporto, di quelli in carta bollata, e a chi si deve!... Perchè se ci sono dei matti, bisogna farli legare!...»

«Oh! io poi.... fare di questi torti al mio uomo.... perchè l’uomo poi è buono, sapete!»

«Grazie!... e la vostra coscienza? La vi par cosa da poco, a voi?... Lasciar tirare su i vostri figlioli a piacimento dei matti!...»

«Matto.... matto.... Adesso non ragionate bene neanche voi! Se mio marito volesse far imparare a Tonino un mestiere solo, lo terrebbe qui; ma lui, capite, vuol fargliene imparare due o tre, perchè possa poi guadagnare qualcosina di più, e aiutarci meglio anche noi quando saremo vecchi!»

«Due o tre mestieri? ma vedete se non son cose da matti!...»

«E perchè? Quando uno ha avuto un po’ di studio, può bene mettere bottega di segatore, di legnaiolo e di bottaio, per dirne una!»

«Mi diventate matta anche voi? Un legnaiolo fare il bottaio? Lo potete giusto dir voi, o vostro marito, perchè non sapete neanche da che parte si cominci a fare il tappo d’un barile!... Se ci fosse a sentirvi il mio povero Andrea!... Vedete cosa vuol dire star coi matti!...»

«Oh! finitela anche voi con questa parola! Se le consolazioni che mi volete dare son queste!...»

«Gran novità! Il Martin matto! Non è così che lo chiamano tutti in paese, vostro marito?»

«Oh smettete! che ce ne volevano quattro dei vostri Andrea per fare un uomo come il mio!...»

«Il mio però non l’hanno chiamato mai il matto!»

«Lo chiamavano il pilucca pitocchi

La Ghita saltò in piedi. Raccolse sul fuso, facendolo girare rapidamente, la lunga gugliata del filo; fece uscire la rocca dall’allacciatura della vita e dal cappio appuntato alla spalla, dove era rattenuta; mise rocca e fuso sotto l’ascella in aria di sfida; mandò giù la saliva, e stava per sbuffare chi sa che cosa.... quando a un tratto entrò la bambina ch’era andata a chiamare Martino, gridando «il babbo! il babbo!»

Caterina, che aveva voltate le spalle alla Ghita, scodellava intanto la minestra.

«Buona sera, Ghita,» disse Martino, levatosi il grembiale e appeso il cappello a un chiodo del muro. «Se volete gradire una scodella di minestra e un bicchiere di vino, non c’è neanche da dir grazie.»

La Ghita prima di rispondere ci pensò un poco per trovarne una salata; poi disse a un tratto: «Tante grazie!» e se ne andò. Ma appena fuori della porta, rifece un passo indietro, e aperto l’uscio di nuovo, soggiunse: «Ho già desinato del mio!» poi se ne andò definitivamente, e molto più soddisfatta.

«La signora Ghita è di cattivo umore, a quanto pare,» disse Martino sedendosi e mettendosi a mangiare la minestra. Caterina non rispose; fece sedere su due seggioline a braccioli i due bambini più piccoli, legando loro intorno al collo un tovagliolo; poi si mise a sedere anch’essa in mezzo a loro. Anche il gatto prese il suo posto sulla tavola vicino alla scodella della bambina, dopo essersi sbarazzato della cuffia di carta con lo zampino e con una leggiera crollatina di capo.

«Vi siete bisticciate con la Ghita?» riprese Martino.

«Non si può dir questo,» rispose Caterina. «Però la Ghita, se disse qualcosa, non aveva neanche torto!...»

«Ah! l’avevo capito io che c’è stato del brusco! E si può sapere?...»

«Del brusco non ce n’è stato niente affatto!... La Ghita ha parlato, perchè anche il mondo ne parla....»

«Di che cosa?»

«Oh non è poi necessario dir tutto! tanto più quando uno può ben capire da sè!»

«Allora ho capito! La signora Ghita invece di metter male, farebbe meglio a tenere la saliva per filare!...»

«Adesso siete voi che parlate male: la Ghita è una bonissima donna!»

«E invece di mettere il naso nelle cose che non capisce....»

«Chi non capisce invece siete voi, se parlate così!...»

«Allora dite su! Ma se non parlate, cosa volete che ne sappia io? Cosa volete che sappia di quel che dice la gente, io che bado ai fatti miei e non vado a far pettegolezzi per le strade?»

«La gente dice.... se la volete sapere, che quando si hanno quattro figlioli bisogna tener di conto delle giornate; lavorare per guadagnare, e non far grandezze a lavorare per guadagnar niente! Bel pagamento che avete avuto quest’oggi! ammazzarsi dalla fatica, non vedere la croce d’un quattrino, e non avere neanche un grazie!... perchè dir grazie a un parente povero, per lui è uno sporcare l’avvocatura e tutta la sua carta bollata!... La gente vede queste cose, e la gente parla!...»

«E voi lasciatela parlare! Se son questi i fastidi della signora Ghita, capisco come la diventi di così bella cera. Se a mio cugino dà noia che io sia un povero legnaiolo, a me non dà noia che lui sia un signore. Non ho invidia di lui, non gli domando nulla, nè gli vado tra i piedi mai. Se però proprio diamo di naso l’un nell’altro, allora faccio il mio dovere;... son pover’uomo sì, ma creanzato! Non sarei andato a dirgli: avvocato, se volete, per caricare i vostri mobili son qua io. Ma, passavo per la piazza, vedo una carrata di mobili, tutta a gambe e a spigoli per in su e per in giù, come anime del purgatorio; sono i mobili di Massimo: chi rideva, chi ne diceva una, chi un’altra; ma nessuno sapeva dare una mano, nessuno si moveva. Allora mi sentii movere il sangue. Che volete? se avessi tirato diritto, allora sì che la gente avrebbe avuto ragione di credere che tra me e Massimo ci fosse una picca! E questo non stava bene. Allora sì che ne avreste sentite delle chiacchiere! Avrebbero detto che sono invidioso; che per avere ereditato meno di lui mi è andato il sangue in aceto, e che, ad andar bene, la finiremo a busse. Capite? Lì per lì, a dirvi la verità, tutti questi ragionamenti non li ho neanche fatti; ma adesso, a pensarci, mi persuado d’aver fatto bene a fare quel poco che ho potuto. E poi ve ne dirò un’altra.... Oh, cosa succede là! Beppina....»

Beppina a quel punto era venuta alle prese col gatto, il quale era stato del parere che l’ultima cucchiaiata di minestra dovesse toccare a lui; e se l’era presa, rovesciando la scodella sulla tavola. Beppina l’aveva picchiato col cucchiaio, poi s’era messa a piagnucolare alla distesa. Caterina prese la bambina sulle ginocchia e le diede da mangiare nella sua scodella.

«Dovete dunque sapere....» continuò Martino.... «Oh! aspettate che adesso mi è uscito di mente quello che vi volevo dire....»

«Voi però lo avete avuto sempre troppo nell’anima quel vostro cugino; e dire che non ve ne ha mai fatta una delle buone!» prese a dire Caterina.

«Eh, chi sa mai! Potrebbe venire il giorno in cui avessi bisogno di domandargli un servigio: allora, sapete, ci andrei diritto, e sono persuaso che me lo farebbe. A sentir la gente, tutti mi dicono di star alla larga da quelli che hanno studiato; ma io, che volete? ho un altro pensare!»

«È perchè voi siete sempre stato infatuato di quello lì!»

«Ma dite un po’, Caterina, l’esserci un avvocato, un uomo di studi che si chiama Della Valle, non è un onor grande anche per noi che ci chiamiamo così? Non è un onor grande per la famiglia? Se avessi studiato anch’io, allora sarebbe un altro par di maniche. Allora sì, casa Della Valle, anche con la bocca di Martino, potrebbe dir le sue ragioni!... le potrebbe dire, perchè qui, sapete, c’è dentro qualcosa....» e si picchiava la fronte con la mano. «Basta, se vivremo, qualcosa s’ha da vedere! Son anni e anni che lavoro come un cane per risparmiare quel poco che sapete; ma non credevo di arrivarci. Ora però, con quello che m’ha lasciato lo zio Tonio, che Dio gliene mandi tanto bene, posso dire: ci sono! Ora, che ho qualcosa da garantire, posso anche fare un debituccio, e messo tutto insieme....»

«Oh, per carità. Martino, cosa dite mai! Anche un debito!»

«È fatto! Ma non abbiate paura....»

«Misericordia!... e i vostri poveri figlioli!... Non sapete che i debiti son come il tarlo, mandano le case in polvere!»

«Non abbiate paura, Caterina; voi non vedete quello che vedo io!... Dovete sapere, Caterina, che ci sono delle seghe che in Castelrenico nessuno ha veduto mai! con lame fini come nastri; seghe senza staggio, senza fune, senza manichetti, che vanno da sè, e che girano, girano!... seghe che in un minuto fan disegni che la è una maraviglia!... proprio come se avessero studiato!... seghe che paion cristiani, e che quando le senti cigolare contro il legno, ti fan tendere l’orecchio perchè quasi scommetteresti che parlino!... Ma silenzio, Caterina! non fatene parola con nessuno!»

Caterina guardava fisso negli occhi suo marito tacendo, e come compresa da un sentimento di maraviglia e di timore. I ragazzi s’erano messi a giocare per la cucina, e Martino ripeteva ancora con l’indice traverso le labbra: «Caterina, silenzio! silenzio, per amor del cielo!»

In quel punto qualcuno picchiò all’uscio, e una voce domandò: «Ehi, di casa!» Martino saltò in piedi, e riconosciuta subito la faccia rubizza che in quel momento faceva capolino dall’uscio, «Ah siete voi, Simone!» disse «avanti, avanti! Che buon vento vi mena qui? Saluto anche la compagnia,» soggiunse poco dopo, ma in tono più asciutto, rivolgendosi a due altri che vide entrare in coda a Simone. «Sedetevi» continuò Martino, «e se ne volete un bicchiere, tal qual’è.... Caterina, portamene su un boccale.»

«Oh! così va bene! un bicchiere non si rifiuta mai, nevvero voi altri?» esclamò Simone.

«Mai, mai!» risposero subito gli altri due, che da certi occhi lucidi lasciavano capire a prima vista come in quella sera avessero già più volte messa in pratica tal massima. Caterina uscì per il vino e rientrò poco dopo con un fiasco che depose sulla tavola; poi uscì di nuovo conducendo i ragazzi a dormire, ad eccezione di Tonino, il quale riprese con grande attenzione il suo lavoro sulla soglia del focolare.

Simone con la faccia gioviale, e dopo una fregatina di mani, prese una sedia di paglia, si assicurò che fosse ben forte, si mise a sedere, e depose il suo cappello sulla tavola. Poi si adattò, facendolo scendere alcun poco sugli orecchi, il suo fido berretto di maglia che non soleva togliersi di capo mai fuorchè nel caso rarissimo in cui si trovasse dinanzi a un creditore. Il berretto era di cotone color turchino scuro, e dello stesso colore erano le calze. Le brache poi, che ben inteso eran corte, e la giubba scarsa e a falde cortissime, erano d’un velluto che ai suoi tempi era stato di color verde.

Tirata una presa di tabacco, Simone assaggiò il vino; trovatolo buono, ne empì i bicchieri dei due compagni, e tutto ciò senza complimenti e proprio come se fosse in casa sua, non perchè mancasse di creanza, ma per quella tal ragione ch’era in casa d’un debitore, o d’uno almeno che lo doveva diventar tra poco.

«Dunque,» prese a dir Simone in tono d’uno che conchiude più che d’uno che comincia, «domani andremo dal notaio a fare il contratto con scrittura legale, per quel tale interesse. Questi sono i miei testimoni, idonei e consenzienti, per gli effetti legali. Però, essendomi consultato con me stesso per i miei diritti di legge, ho pensato al modo di far le cose più in regola, e il modo sarebbe questo. Io vi do a prestito le diecimila lire; voi, invece di darmi l’ipoteca, mi fate una vendita dell’acqua e del prato, con annessi e connessi, infissi e fabbricati, esistenti e da farsi, compresa, s’intende, anche questa vostra casetta, per maggior mia sicurezza; il tutto, badate bene, redimibile dopo cinque anni....»

«Patti d’oro!» esclamò uno dei testimoni vuotando il bicchiere.

«E che faccio con voi, Martino, per l’amicizia!» continuò Simone. «Ah! ma voi avete l’aria di pensarci su! Se non vi garbano, amici come prima, e non vado avanti....»

«Non avete finito? andate avanti, andate avanti» soggiunse Martino.

«Credete forse che la voglia comperar io davvero questa roba? Bel negozio! Si fa così per far le cose più legali, capite! E anche voi ci avete il vostro interesse, perchè se dopo i cinque anni trovate della vostra convenienza di vendere qualcosa piuttosto che restituire il capitale, ecco che l’affare è già bell’e fatto, senza nuove spese di istrumenti e di notai; e se restituite il capitale, voi ritornate possessore del fatto vostro. La vi par chiara adesso? Vedete che bella comodità! Il codice, e io l’ho letto da capo a fondo, ne ha delle leggi belle di tanto in tanto! Il tutto sta nel saperle adattare al caso proprio.»

«Insomma fate voi!... fate voi!» ripeteva Martino passeggiando per la cucina, e picchiandosi di tanto in tanto la fronte.

«Quanto agli interessi poi, fate come vi garba meglio. Mi terrò, se volete, a tutto mio rischio l’usufrutto del prato e della casa. Non lo volete? Datemi il sei per cento anticipato, ossia pagatemi fin d’ora l’importo dei cinque anni levandolo dalle dieci mila lire, e così non ci pensate altro.... Sono formalità, se volete, ma formalità legali di cautela per me, e di comodo per voi....»

«Insomma voi con una mano me ne date dieci, e con l’altra me ne levate tre, se ho capito bene.»

«Se avete diffidenza, caro Martino, non ne facciamo niente!... parliamo d’altro.»

«Ma se per piantar la sega mi occorrono dieci mila lire, vi domando io come faccio se voi me ne portate via tre mila?... sia pure per una formalità, come dite voi.»

«Vi darò poi anche le tre mila, siete contento? Ve le darò quando avrete finita la fabbrica, prima di pagare i conti.... e allora faremo un altro contratto. Insomma lasciate fare a me; domani, prima di andar dal notaio, verrò qui con una carta bell’e fatta, una carta che vi piacerà e che farò far io, a tutte mie spese, da chi si deve; da uno che la sa lunga più di qualsiasi avvocato; che fa carte di ferro, carte come non se ne fanno di eguali in tutta la provincia. Voi non pagherete che i testimoni, questi due amici che vedete qui; qualcosina per il loro incomodo è troppo giusto....»

«Eh, questo si sa!» esclamò l’uno dei due. «Ognuno vive del proprio mestiere. Il mio maestro non c’insegnava che a fare nome e cognome; per imparare di più bisognava portargli a scuola anche la legna: così nel resto dell’avvocatura sono rimasto orbo. Eh! senza questo guaio, l’estro di far carte l’avrei bene anch’io!... Basta.... Caterina, se ce ne date un altro bicchiere, lo beveremo alla vostra salute!»

Caterina che era entrata in quel punto, scambiò un’occhiata con suo marito, uscì di nuovo e ritornò poco dopo col fiasco riempito.

«Fate benone, maestro Martino, a metter la sega!» riprese Simone. «E dire che in Castelrenico non ce n’era una! E anch’io questi denari ve li do di gusto, non per quel miserabile interesse, ma proprio per il bene della patria, come si dice adesso. Però, non so capire, se è vero quel che si dice, perchè mai vogliate mandare un figliolo a fare il garzone fuor di paese, proprio nel momento in cui ne dovreste aver bisogno voi. Ne imparano d’ogni risma, questi ragazzi, quando vanno fuori!»

«Parlate piano» disse Martino, facendo capire a Simone, con una piegatina di capo, che il figliolo era lì vicino.

«Ho capito. Ma non potevate insegnarglielo voi il mestiere, e aver anche un aiuto nello stesso tempo?»

«No, no,» continuò Martino; «ne parleremo poi un’altra volta. È un figliolo di poco sviluppo, capite?»

«Dite un po’.... non per sapere i vostri interessi, ma è nato forse in luna calante?»

«Precisamente.»

«Ah! capisco, capisco!...» rispose Simone con un gesto, come a dire che la cosa adesso era chiara.

«Dunque, alla vostra salute, Martino!» esclamò uno dei compagni di Simone riempiendo e vuotando il bicchiere.

«Alla vostra salute,» ripeterono Simone e l’altro compagno. Poi tutti e tre, levatisi da sedere, salutarono Martino e Caterina, e s’avviarono verso la porta. Simone, rimasto l’ultimo, nel tirar di dietro l’uscio si voltò ancora una volta verso Martino dicendo: «Dunque siamo intesi: domani capiterò con la carta.»

Tanto i tre che se ne andavano pe’ fatti loro, quanto Martino ch’era rimasto in cucina con Caterina, se ne stettero tutti zitti per un poco, come aspettando che ritornasse loro sulla lingua il filo del discorso. Il primo a raccapezzarlo fu Simone, il quale dopo un tratto di strada prese a dire: «Buon uomo questo Martino! ma è matto!... matto!... e poichè s’è fisso di mangiarsi il fatto suo, tanto fa che non si lasci andar la roba in bocca d’altri. Però con questi cervelli strambi non si è mai prudenti abbastanza.... bisogna far le cose in regola!... a fior di legge!...»

«Ah! tu pensi di mangiarti il fatto mio!...» esclamava Martino dopo aver taciuto un pezzo, e passeggiando per la cucina. «Fors’anche sì!... Ma son nato povero e ci perdo poco. Se la mi andrà male, le mie braccia non le porterà via nessuno, e con queste i miei figlioli non avranno a patire!... Ma l’andrà bene!... Simone avrà i suoi denari!... li dovrà riprendere! L’andrà bene! Perchè qua dentro c’è qualcosa!... c’è qualcosa che non sbaglia!» E si picchiava la fronte ripetendo ancora: «l’andrà bene! l’andrà bene!»

Caterina diceva intanto mentalmente un De profundis per raccomandarsi ai poveri morti.