IV.

Erano stati in gran faccende l’avvocato Massimo e Martino per far partire quella carrata di mobili, ma non l’era stato meno, a Milano, quel tale che la dovette far scaricare e mettere a posto. Tanto più che a questo tale, proprio in quel giorno in cui era arrivato il carrettiere, erano capitate anche le sue ventiquattr’ore di guardia, come milite cittadino. Posporre la guardia ai mobili non sarebbe stato facile, e a ogni modo non era cosa che egli avrebbe messo neanche in discussione: prima di tutto, perchè non era uomo da mancare ai propri doveri; poi perchè era sergente, e con gli amici soleva dire in confidenza: «Senza di me, io non potrei garantir niente della compagnia!»

Il nostro sergente dunque fece come potè: si affaccendò come un martire in quelle prime ore della giornata che precedevano quelle della guardia; poi diede degli ordini precisi e severi a sua figlia, al carrettiere e ai facchini; e li diede in pieno assetto militare, perchè riuscissero più solenni. Poco dopo, senz’essersi fatto aspettare un minuto, camminava impettito e disinvolto, a fianco della compagnia che s’avviava verso il posto assegnatole.

A vederlo qualche ora dopo, e sì che ne aveva fatte in quel giorno delle vite per provvedere a tutto e a tutti, nessuno avrebbe supposto che quel brav’uomo potesse essere stanco. Forse lo era, ma certo egli lo celava affatto sotto un piglio severo, ma sereno, ch’era, come egli diceva sempre, l’attitudine indispensabile di un milite cittadino. Col tramonto scendeva per le strade una nebbiaccia che a ogni momento si faceva più fitta e più fredda; chi passava affrettava il passo; l’uffiziale e i commilitoni del nostro sergente, l’un dopo l’altro, s’eran chiusi nel camerotto del corpo di guardia; ma lui era rimasto ritto sulla porta, a pochi passi dalla sentinella, aspettando che la notte fosse calata del tutto, e che i passanti, facendosi sempre più radi, gli permettessero di dare un poco di tregua alla sua vigilanza. Prima però d’avviarsi anch’esso verso il camerotto, fece quattro passi in su e in giù per la strada, come per assicurarsi meglio che tutto era tranquillo, e ripetè, a buon conto, la consegna alla sentinella perchè non la scordasse.

Finalmente entrò nel camerotto anch’esso esclamando, nel tirarsi dietro l’uscio: «Mettiamoci anche noi nei quartieri d’inverno!»

Alcuni militi dormicchiavano qua e là sdraiati sulle brande o a cavalcioni delle sedie; altri, ed erano il nerbo più grosso, se ne stavano chiacchierando e fumando in giro a una gran stufa nel mezzo del camerotto.

«Qua, qua, signor Giovanni!» esclamò uno di questi: «mi dia una presa di tabacco per scacciare il sonno.»

«A proposito, signor Giovanni....» disse l’uffiziale, ch’era anch’esso nel crocchio vicino alla stufa, «venga qua, legga il giornale di stasera.... c’è qualcosa che la potrebbe toccare.»

«Me!... nel giornale?... Oh, per bacco!» rispondeva il signor Giovanni facendosi ancora più serio, intanto che pigliava il giornale, e cercava per le tasche gli occhiali.

Il signor Giovanni, come si vede, era il nostro sergente; anzi egli era precisamente il signor Giovanni Figini, e aggiungeremo in fretta, intanto che legge il giornale, ch’era un ometto sui cinquant’anni, vispo e prosperoso; che in sua gioventù era stato di professione computista, calligrafo e amanuense; che dopo aver ereditato da un suo parente, e presa una moglie con qualcosuccia, aveva lasciato mano mano la professione in disparte, e ora l’aveva abbandonata del tutto, «e per esser diventato sergente,» come diceva lui «e per poter meglio andar incontro ai nuovi tempi.»

Il signor Giovanni era vedovo, e aveva una figliola.

«Ha letto, signor sergente?» continuò l’uffiziale. «Il giornale domanda che cosa fanno la sera le pattuglie della guardia nazionale a zonzo per le strade più popolate della città, mentre ci son tante viuzze abbandonate e fuor di mano da vegliare! Ha veduto cosa è successo? Ci son de’ malandrini audaci e armati, a quanto pare: ora, tocca a lei, signor sergente, questa notte a farsi onore!»

«Oh! lasci fare, signor Carlo!» rispose il sergente rimettendosi gli occhiali in tasca. «Questa notte passeremo vicino a quelle strade che dice lei, e se vedremo delle facce sospette, le sapremo anche far scappare....»

«Altro che farle scappare!... bisogna metter loro le mani addosso, caro signor Giovanni!»

«Si farà anche questo.... ma bisogna distinguere. Se questi bricconi fossero armati proprio fino ai denti....»

«Si farà fuoco!» saltò su uno del crocchio.

«Piano, piano,» continuò il signor Giovanni. «Far fuoco, è presto detto! ma se per disgrazia passa in quel punto un galantuomo, un padre di famiglia, per esempio, e invece del ladro me lo pigliate lui, proprio nella testa!...»

«E dunque cosa si fa?» replicò l’altro.

«Prima si cerca con le belle maniere....»

«Ma se vi danno addosso?»

«Si sta in guardia.... si sta molto sul suo.... con un contegno severo.... e poi, facendo il caso, si chiamano le guardie di pubblica sicurezza.... perchè queste cose poi sono affar loro, e non bisogna neanche arrischiare di far nascere dei pettegolezzi tra le autorità.... Creda però, signor tenente, che questi malviventi, quando vedono la pattuglia, se la battono!... se la battono!...»

«E allora lei, dietro! perchè se me ne pigliasse almeno uno, allora la facciamo noi la risposta al giornale!»

«Ah! se faccio tanto da potergliene pigliar uno, glielo conduco qua legato come un salame!»

»Bravo, signor Giovanni! Dunque conto su di lei. Tra mezz’ora son di ritorno: se occorre qualcosa, mi faccia chiamare al caffè.» E acceso il sigaro, l’uffiziale se ne andò.

«È giovane, giovane, questo signor Carlino!» continuò il sergente con que’ quattro o cinque ch’eran rimasti.... «Il suo gran gusto è quello d’andar a cercare gli assassini col lanternino. Ma io che la so lunga, e che posso parlare, perchè di questi musi ne ho messi al muro tanti in vita mia, vi so dire che alla fin fine c’è poca soddisfazione. Dico questo come privato, perchè come guardia nazionale non so neanche se a fare a pugni coi ladri la sia cosa che vada col nostro decoro....»

«Che pugni! si ammazzano alla prima!»

«D’accordo. Ma.... non parlo per me, perchè dal giorno che m’han fatto sergente, io ho rinunziato alla vita: parlo per voi altri. Nella mia pattuglia io posso avere dei padri di famiglia; ci siete voi, Ambrogio, per esempio, e, tra questi malandrini, dei padri di famiglia non ce n’è quasi mai! Per cui, anche da questo lato, non si combatte ad armi pari....»

«Che combattere! V’ho detto che si ammazzano!»

«Avete ragione,» soggiunse un terzo. «Coi ladri io non farei tanti complimenti; li ammazzerei tutti.»

«Oh! se si fa tanto da poterli ammazzare, allora sono con voi! Ma quanto al pigliarli, ve lo ripeto, c’è poca soddisfazione! Pigliati, ve li mettono in una prigione, e poi? finita la condanna, vengon fuori peggiori di prima. Avete mai sentito che un briccone venga fuori di prigione galantuomo? Ma vi dirò di più: in prigione questi bei soggetti ammaestrano anche gli altri, e un assassino ne fa diventare assassini dieci! capite?»

«È inutile, è inutile, bisogna ammazzarli!» conclusero gli altri, allontanandosi dalla stufa e avviandosi chi verso la porta, e chi verso qualche branda, per farci un sonnellino.

«Ehi! ehi!» esclamò il nostro sergente, «dunque siamo intesi. Quei della pattuglia sien pronti per il tocco!»

«Lasci fare, mi ci preparo intanto con una dormitina.»

«E io vado a mangiare un boccone, perchè, per via della guardia, ho dovuto piantar il desinare a metà.»

Non rimase vicino alla stufa col sergente che uno dei militi, un certo Ambrogio, un uomo un po’ innanzi cogli anni anche lui, e che, oltre all’essere un vicino di casa del signor Figini, era anche un suo amicone. Siccome poi i due amici sapevano che c’era tra loro un segretuccio, e che il momento d’aprirsi l’un l’altro era maturo, non potendo più stare nella pelle, l’uno d’interrogare e l’altro di parlare, così, per un accordo tacito e spontaneo, Ambrogio e Giovanni, pigliata una sedia ciascuno, si trovarono seduti vicini, col discorso bell’e avviato e che si svolgeva liscio e naturale come una matassa senza ruffelli.

«Sono tre mesi, sapete? che vado conducendo questa faccenda con una prudenza! con una abilità!...» diceva Giovanni. «Una parola con Ambrogio la dovrei fare!, m’ero detto qualche volta; ma poi pensavo tra me e me: la mia intrinsichezza con l’avvocato Della Valle.... quel quartierino vicino al mio preso a pigione da me, per persona da dichiarare.... sono un niente, se volete, per chicchessia; ma per Ambrogio, che è fino! che è Ambrogio insomma, sono tutto! Dirgli di più, sarebbe quasi un fargli torto. A cosa fatta, dicevo sempre, gliela conterò poi tutta la storia, per filo e per segno!»

«Ah! io capivo tutto, ma, naturalmente, tacevo. Ora, dite su, e la cosa resterà tra noi.... perchè io taccio in un modo.... che sfido l’aria a saperne qualcosa, quando taccio io!»

«Sicuro che vi dirò tutto! Però, siccome qua ci potrebbe mancare il tempo, e poi non vorrei neanche dar troppo nell’occhio, così per stasera non vi dico che quattro parole. Dunque dovete sapere che, fin da quattro o cinque mesi fa, vedevo qualche volta al caffè seduto a un tavolino vicino al mio, un signore, un bel giovanotto, che si capiva che non era milanese, ma che nullameno pareva un uomo a modo. Un giorno lo salutai; un’altra volta gli diedi il giornale, dopo averlo letto io; poi si scambiò qualche parola; egli aveva con me un fare molto rispettoso; io ero gentilissimo sempre.... insomma, finii una volta col dirgli ch’ero il signor Giovanni Figini, sergente della settima compagnia; lui allora mi disse che era l’avvocato Massimo Della Valle; e si diventò amici. Era la prima volta che questo signore passava a Milano una settimana tutta di seguito, figuratevi! Ha veduto questo? gli domandavo io; ha veduto quest’altro?... Non aveva veduto niente!... Venga con me! venga con me! Lo condussi sul Duomo, e rimase per tutto quel giorno con la bocca aperta. Eh! comincia così presto lei a andar in visibilio? gli dicevo io. Vedrà! vedrà!... Lo condussi di qua, lo condussi di là, sul Corso, in piazza d’Armi, in omnibus, in teatro, in casa mia, nei caffè dove si fanno i migliori sorbetti, negli alberghi dove si pranza meglio: naturalmente pagavo io; lui non voleva, faceva dei complimenti, e ogni tratto esclamava: — Ma i Milanesi son tutti così! — E infatti, se volete, per il forestiero ci vogliamo noi altri!...»

«Bisognava sentire cosa dicevano di me i Francesi nel cinquantanove!» interruppe Ambrogio.

«E di me, cosa non dicevano! Ma tornando all’avvocato, un giorno gli domandai: E lei di che paese è? Io sono di.... e mi disse un nome lungo, che non avevo mai sentito, e che comincio appena adesso a imparare; un nome stravagante e che non vuol dir niente, come usano questi foresi. Mi disse poi che questo suo paese era lontano un quaranta o cinquanta miglia; e per allora non gli domandai altro. Passa una settimana, ne passano due, ne passano tre, e intanto l’avvocato veniva a cercarmi a ogni tratto; non poteva staccarsi da me, proprio come un bambino di sei anni! e sì che capii subito che era un talentone, sapete!... ma insomma non faceva più nulla se non aveva un parere del signor Figini! Egli era sempre in casa mia e.... era tanto innamorato di me, che a poco a poco finì con l’innamorarsi anche di mia figlia! Piano! piano!... alto là!... alto là! pensai subito tra me. Qui non si scherza.... patti chiari, amicizia lunga! La cosa però, capirete, era difficile e delicata. E qui, bisogna che ve lo confessi, ho dovuto proprio persuadermi che, in fatto di saper condurre le cose come va, la cedo a pochi. Chi sa cosa avrebbe fatto un altro? Chi sa che pasticci!... Io cominciai a fingere di non capir nulla, tenendo però d’occhio a tutti....»

«E domandando intanto le informazioni necessarie....»

«Adagio! adagio! Prima di domandare le informazioni agli altri, ho voluto farlo cantar lui, per poi fare i confronti, capite!»

«Ah!»

«E così discorrendo, come si fa, della politica e del bel tempo, venni a risapere che l’avvocato ha del suo più di quello che lui non creda; che ha una casa che guarda su una piazza; e che ha avuto per di più anche una eredità. Vi par che basti?»

«Eh sicuro!»

«Ma Giovanni ne volle sapere di più! E seppe che l’avvocato aspetta da un giorno all’altro un impiego, ma che impiego! Seppe che l’avvocato ha degli amici in alto, e nelle Camere e dappertutto; che nel suo paese poi è il factotum dei primi signori, di due o tre marchesi, e che è l’amicone, indovinate un po’ di chi?... dell’ingegnere Mevio...»

«Oh! di quell’ingegnere.... così allegro....»

«Che avete veduto tante volte al caffè....»

«E che quando vuole un bicchier di vino dice: datemi la mia semata! Eh! lo conosco; mi saluta sempre.»

«Ed è un uomo di gran talento, sapete? è un omone! Dunque, appena seppi che l’ingegnere Mevio conosceva il mio avvocato, ho detto subito tra me: siamo a casa! faremo cantare anche l’ingegnere, noi! Pensate, come ho dovuto esser fine io, per cavare dall’ingegnere tutto quello che ho voluto, senza che egli ne capisse un bel niente! E ci ho cavato tutto, tutto! Anche ieri m’ha detto d’aver pranzato con l’avvocato Della Valle in casa d’uno di questi marchesi. Pensate se mi voglio divertire quando gli dirò: l’avvocato Della Valle diventa mio genero, e in questo matrimonio c’è entrato un poco anche lei, signor ingegnere, proprio anche lei! Manco male, le manderò i confetti!»

«Dunque è affar conchiuso! E il matrimonio si fa presto?»

«Presto, prestissimo. Che volete? mentre io facevo le mie indagini, questi due ragazzi se la intesero subito, loro. La mia Enrichetta si faceva ora pallida, ora rossa; mandava dei sospiri lunghi lunghi, e voleva come non lasciar capir niente. Ma io pensavo tra me: ci vuol altro! anche tu hai il cuore fatto di pasta dolce, com’era a’ suoi tempi quello di tuo padre! Però, siccome eravamo da principio, io facevo l’indifferente, con la mia faccia solita, e tenevo duro a non capir niente. Finchè, un giorno.... guardate un poco cosa succede quando non ci si pensa prima! vedendo Enrichetta più malinconica del solito, cercai di farla parlare: ella taceva; io insistevo; e il fatto è ch’essa finì col buttarmi le braccia al collo, e a piangere, a piangere.... Povera figliola! io credetti proprio che in quel punto mi rimanesse soffocata nelle braccia. — Sì, Enrichetta, so tutto! Sono tuo padre.... farò il possibile.... ho già avuto tante notizie sul suo conto.... notizie bonissime. — E non era vero niente. Ma vi domando io, caro Ambrogio, come si fa a rispondere diversamente quando non potete ragionarla un poco a lungo?... e io in quel momento, cosa volete! mi sentivo alla strozza un certo non so che, che c’è voluto fatica a mandar fuori anche quelle poche quattro parole. Per fortuna le notizie, quando vennero, furono buone davvero. Però da quel momento io avevo detto tra me e me: Giovanni, qui bisogna decidersi e far presto! Se vi volessi dire come feci a tirar l’avvocato sul discorso, come si combinò ogni cosa tra noi tre; e poi gli abbracci, i complimenti, l’allegria, non la finirei più. Insomma quando sono con l’avvocato mi pare d’esser io Enrichetta, e quando sono con l’Enrichetta, mi pare d’esser io lo sposo! Non ho mai ricevuto tanti baci in vita mia!... Mi amano!... mi amano!...»

«Mi fa proprio piacere che vi sia toccata questa consolazione!»

«Grazie, caro Ambrogio. Di voi n’ero sicuro. Son due mesi che teniamo la cosa in gran secreto, perchè c’era pur qualche affaruccio da spicciare. Anzi l’avvocato avrebbe voluto aspettare, prima di stringere i nodi, che di questo tal impiego ci fosse proprio anche il decreto sulla gazzetta; e avrebbe voluto poi che fossi andato al suo paese a domandar conto di lui; a mettere il naso ne’ suoi affari; a verificare, a sindacare.... figuratevi!... ma io, delicatissimo del pari, per quanto lui insistesse, mi misi al muro, e non ho voluto saperne. Eh diamine! È vero che quest’impiego, come dice l’avvocato, non c’è ancora, ossia non hanno ancor detto: voi andrete a sedere in quell’uffizio od in quell’altro; ma queste, soggiungo io, son cose di pura forma, son quasi cerimonie quando si hanno delle promesse, quando si hanno certe lettere in mano, come le ha l’avvocato. Per l’impiego, sia detto tra noi, chi s’è preso l’impegno è un deputato, ma uno dei primi deputati del Parlamento! Questo signore, fin da quattro mesi fa, ha presentata la supplica al ministro, il quale la prese, la lesse, poi la mise nientemeno che nella tasca in petto del soprabito, dicendo: l’avrò a cuore, non dubiti, l’avrò a cuore! — Ma c’è di più! Siccome il deputato insiste, e scrive al ministro direttamente com’io potrei scrivere a voi, così il ministro gli ha risposto un mese fa, con queste precise parole: Sarà difficile che possa trovar così subito.... ma notate che è passato un mese.... una nicchia per il suo raccomandato; ma le ripeto che l’avrò a cuore, e che farò per lui quanto mi sarà possibile, se le circostanze lo permetteranno. E sotto c’è il nome del ministro scritto di tutto suo pugno. Capirete che quando un ministro, che può far tutto, dice farò quanto posso, per chi è buon intenditore, ce n’è fin troppo! Le altre parole.... son parole, e queste lettere diplomatiche bisogna poi anche saperle interpretare. Cosa ne dite?»

«Eh! è chiaro, chiarissimo. Quando si hanno di queste protezioni....»

«È quel che dico anch’io. Per cui pensate che fortuna è capitata alla mia Enrichetta! Sposare in un colpo solo un avvocato, un impiegato, e uno che ha del suo finchè ne vuole!»

«Ricco anche del suo!»

«Eh altro! Lui ha una casa che guarda su una piazza; lui ha i suoi camperelli, i suoi capitalucci.... Sicuro che a sentir lui sono un niente, e ogni giorno mi vorrebbe tirare al suo paese perchè vedessi le cose coi miei occhi. Ma io li conosco questi campagnoli!... tutti eguali!... pieni di denari, non sanno d’averli, e fanno il povero! N’ho conosciuto una volta uno di questi campagnoli, che a sentirlo gli avreste fatta la limosina: ebbene, quando è morto, gli hanno trovato nel canterano un sacchetto pieno d’oro! Capite! Volete che io vada a far le stime, e gli inventari, come un usciere, o come un rigattiere? Bella confidenza che ha il futuro suocero! direbbero in quel paese. E così farò veder loro, a quei campagnoli, con un tratto nobile, come si faccian le cose dai cittadini.... e cosa siano all’occorrenza i Milanesi!...»

«Bravo il nostro Giovanni!»

«Eh? le sappiamo fare a dovere le cose, noi di Milano? lo dico sempre io! Ma non è tutto qui: vi conterò una qualche volta, con più comodo, che contegno è stato il mio quando appunto, in queste cose di denaro, s’è dovuto mettere un poco di nero sul bianco. Ho trattato come un vero cavaliere! e ne sono ben contento. Ogni giorno ho un motivo di più per poter dire che pari all’avvocato Della Valle ce n’è pochi, e che alla mia Enrichetta è capitata una gran fortuna! Ma la mia Enrichetta, dico il vero, la meritava!... La mia buona Enrichetta!... L’avevo io il presentimento, fin da quando era bambina, che sarebbe salita in alto, in alto! E per questo non ho badato a spese: la mi è costata un occhio! ma ne sono contento. Fin due maestri a un tempo le facevo venire! La calligrafia poi gliela ho insegnata io. Se vedeste che bel corsivo inglese è il suo! E oltre il corsivo, conosce profondamente due o tre altri caratteri; sa fare qualche iniziale allegorica, con frecce, o foglioline d’alloro.... insomma anche in quanto alla calligrafia mia figlia può andare nelle prime società, senza soggezione di nessuno.»

«Benissimo! Con tutto questo però, ve ne rincrescerà fino all’anima, povero Giovanni, a staccarvi dalla vostra figliola!...»

«Staccarmi dalla mia figliola? Oh questo mai!... E poi l’avvocato è troppo innamorato di me! non ve l’ho detto? Guai se parlassi di lasciarli andar soli!»

«A proposito, vostro genero avrà l’impiego in Milano?»

«Pare di sì.»

«E se poi gli toccasse d’andar via?»

«Gli andremo dietro! Dovete sapere che tutti i forestieri coi quali ho parlato, m’hanno sempre detto che si capisce ch’io avevo una gran disposizione per viaggiare! E infatti, io la vedo piuttosto di buon occhio anche la gente degli altri paesi. Sicuro! caro Ambrogio; chi sa che una qualche volta non ce lo vedano proprio anche il vostro Giovanni in qualcuno di questi paesi lontani! Se ci vado, lasciate fare a me: ci penso io a mettere in ordine dappertutto la guardia nazionale! Lo farò veder io a quella gente cosa dev’essere la guardia nazionale! Chi sa che disordine! che babilonia! che indisciplina ci trovo!...»

«Ehi! signor sergente!... Se dorme, la si svegli! Non c’è la stufa qua fuori! La mia ora è finita da un pezzo!»

A questa chiamata improvvisa, il nostro sergente saltò in piedi, e vide sulla porta del camerotto la sentinella, con la faccia intirizzita, e col piglio di cattivo umore.

«Oh! la mi scusi.... vengo subito. Son così matti questi orologi!... non ce n’è due che vadano d’accordo!» esclamò il nostro Giovanni, mentre la sentinella ritornava al suo posto, borbottando: «Dimenticare le sentinelle con questo freddo.... bella disciplina!...»

«Ehi là! a chi tocca!... signor Pietro!» continuava il sergente avvicinandosi alle brande.... «Eh! dormono come tassi!... Abbiate pazienza, Ambrogio, fatela voi adesso la vostr’ora, ve la terrò breve... e poi continueremo il nostro discorso.»