V.

Dunque nel caffè di Castelrenico le cose le si sanno, e non ci si dicon frottole! È là che abbiam sentito per la prima volta che l’avvocato Massimo prendeva moglie; e che la cosa fosse vera, lo possiamo ora attestare anche noi tutti, che abbiamo udito il discorso del signor Giovanni. Se in Castelrenico c’era qualche incredulo, questo ebbe presto sotto gli occhi le prove del contrario, perchè Massimo, pochi giorni dopo la sua partenza, scrisse a quattro o cinque de’ suoi amici, e diede loro la nuova del suo matrimonio. Sopra questo fatto in caffè si discusse molto. — «Ah qui c’è del mistero!... Qui non ci si vede chiaro!... Non dir niente a nessuno.... andare a Milano.... dopo una settimana scrivere che s’è sposi.... insomma non ci si vede chiaro!... Massimo non è più lui, e caso mai voglia darla a bere a qualcuno, pigli i Milanesi, ma non quelli di Castelrenico!» — A chi parlava così s’univan poi quelli ch’eran piccati che Massimo avesse scritto ad altri e non a loro. La conclusione unanime fu che non gli si doveva rispondere, e quelli che avevan avuta la lettera furono i più fieri in questo partito: l’avvocato Massimo però riceveva da ciascuno, il giorno dopo, una risposta tutta congratulazioni e proteste d’amicizia.

Diremo a giustificazione di Massimo, che se questa volta s’era tenuto un poco abbottonato con gli amici, era stato in grazia d’un certo timore che l’aveva preso prima di partire, che cioè l’affar dell’impiego potesse andar per le lunghe; e fino allora egli era stato sempre fisso che senza impiego non si faceva matrimonio. Ma giunto a Milano, le istanze del signor Giovanni e della sposa furon tali che dovette cedere; e così per il matrimonio si fissò il giorno, e si permise all’impiego di arrivare anche un po’ dopo. Questa condiscendenza però aveva lasciato al nostro Massimo qualche scrupolo; non pochi nuvoli attraversavano di tanto in tanto la sua contentezza, e per diradarli egli era andato in que’ giorni tempestando di lettere il suo amico deputato, perchè spicciasse questa faccenda dell’impiego or che tante ragioni lo facevano diventar urgente. Il deputato aveva risposto cento belle cose, ma sempre mietute nel campo delle speranze: la risposta che doveva metter la gioia in tutti non arrivò proprio che il giorno stesso del matrimonio.

In quel giorno, uno de’ primi del gennaio, non c’era stato un minuto di riposo in casa del signor Giovanni. Era stato un andirivieni continuo di parenti, di amici e di curiosi: il campanello di casa aveva risonato tanto da assordare. Eran visite o ambasciate; era la sarta o il parrucchiere; eran fattorini con ceste di focacce, paste dolci e bottiglie, perchè c’era invito di amici per la sera. Insomma avevan tutti tanto di testa, e fin gli sposi auguravano in cuor loro che finisse presto questo giorno, che pur avevano aspettato come il più bello della vita. Verso il tramonto ci fu un po’ di tregua. Non eran rimasti che quattro amici, tra cui l’ingegnere Mevio e Ambrogio, il compagno d’armi di Giovanni, che dovevan fare da testimoni, e una parente che doveva accompagnare Enrichetta alla chiesa. Alla chiesa si doveva andare più tardi, dopo aver pranzato tutti in compagnia.

Tutti s’eran detto da un pezzo che a quel pranzo ci doveva essere tanta allegria, che nessuno avrebbe saputo come star nella pelle. L’ingegnere Mevio cominciò infatti a tavola qualche barzelletta a proposito del matrimonio e degli sposi, e gli invitati fecero il possibile per rider proprio di cuore. Anche Giovanni, per far gli onori di casa, dava di tanto in tanto in una gran risata; ma la risata finiva presto senza ch’egli lo volesse, e quasi a suo dispetto. Allora guardava i suoi sposi, i quali gli ricambiavano un sorriso in cui c’era tutt’altro che quell’allegrionaccia che tutti s’eran promessa. Pareva anzi che su quel sorriso fosse disceso un leggier velo di malinconia. Eppure que’ due sposi eran felici davvero! ma ogni minuto che li avvicinava a quell’ora tanto solenne, raccogliendo gli animi loro, vi suscitava una gioia, ma insieme una trepidazione di più. Era parso loro mille volte d’aver proprio bisogno di dire il loro affetto al mondo intero; ma in quel punto s’accorgevano che anche que’ pochi quattro amici eran di troppo.

Alle frutte si udì una nuova scampanellata. Giovanni fece un moto d’impazienza, come a dire che, a quell’ora almeno, avrebbero dovuto desinare, e starsene a casa loro, anche i seccatori. Poco dopo entrò la serva con una lettera diretta all’avvocato Della Valle. Questi la prese, riconobbe la mano di scritto del suo amico deputato, l’aprì, la lesse rapidamente, e diede in una così lieta esclamazione che fece balzar in piedi il signor Giovanni, e deporre coltelli e forchette a tutti i convitati. Sulla faccia di Massimo era comparsa a un tratto un’allegria così schietta, quale nessuno gli aveva veduta mai. «Leggete, leggete pure,» diss’egli rizzandosi; e Giovanni che non ne poteva già più per l’impazienza, prese la lettera, si mise gli occhiali, e lesse ad alta voce:


«Carissimo Avvocato,

»In questo punto mi vien data una buona nuova per voi, e ve la scrivo in tutta fretta per non ritardarvela d’un minuto. Poco fa, nell’uscire dalla sala del Parlamento, passai vicino a quel ministro, a cui vi avevo così calorosamente raccomandato. Il ministro, vedendomi, si rizzò, mi strinse la mano e mi disse: — Sono lieto di poter fare finalmente qualcosa per il suo raccomandato: il posto c’è, e tra pochi giorni potrò firmare il decreto. Il suo raccomandato desidera rimanere in Milano, nevvero? È cosa che si potrà combinare facilmente.... ne parleremo; passi da me....

»Dopo queste precise parole mi strinse la mano di nuovo, e ritornò al suo posto. Dunque, come vedete, la cosa è fatta. Fra qualche giorno andrò dal ministro, saprò di quale impiego si tratta, e farò tutto il possibile perchè rimaniate a Milano. Vi scriverò dunque di nuovo e prestissimo, perchè abbiate più completa la bella nuova d’oggi.

»Vi stringo la mano, e mi congratulo di cuore con voi.»

La fine di questa lettera fu accompagnata da un batter di mani e da un evviva generale. Tutti si levarono da tavola, e Massimo corse a stampare un bacio sulla fronte di Enrichetta: non si sarebbe detto più che que’ quattro amici presenti fosser di troppo! La gioia di sentirsi quel lungo dubbio giù dalla coscienza, era stata più forte d’ogni altro sentimento più ritenuto e delicato.

«Che bella lettera! Come scrive bene questo deputato!» aveva esclamato per prima cosa Giovanni, togliendosi gli occhiali, e tenendo la lettera spiegata. «Eh, ne abbiamo degli uomini!»

«Evviva il nostro consigliere di governo!» gridava l’ingegnere Mevio, alzando un bicchiere da cui non s’era staccato nel lasciar la tavola.

«Eh sicuro! qui si tratta d’un posto di consigliere,» diceva uno dei convitati.

«E a dir poco!» soggiungeva un altro.

«Piano, piano, non sarà poi tanto!» disse alla sua volta anche Massimo con una certa modestia.

«O consigliere o non consigliere, qui si tratta di qualcosa di grosso!» ripigliava Giovanni. «Credete voi che un ministro si levi dal suo posto, che è il posto dei ministri, per discorrere di una bagattella? Voi siete sempre l’uomo dei dubbi, caro Massimo. Quante volte non mi avete detto che non avevate fiducia negli attuali ministri, che bisognava cambiar l’indirizzo politico del ministero!...»

«Eh, li credevo proprio, come li dicono i giornali, guidati da idee piccole, poco liberali.... amici e fautori solo dei loro amici....»

«E cosa vi rispondevo io? Vi rispondevo che prima di parlare, bisogna veder le cose coi propri occhi; vi rispondevo che bisogna andare adagio nel mancar di rispetto a chi comanda, se no non si troverà più un cane che ubbidisca; vi rispondevo che le chiacchiere son chiacchiere, e che io sarei sempre corso col mio uniforme e col mio fucile per mantenere il buon ordine!»

«Insomma avevate ragione voi, non parliamone più.»

«Così mi piace! Ma se parlavo così, era perchè io avevo capito da un pezzo che quel ministro era un brav’uomo. Finalmente sono lieto, son sue parole, e ci si vede anche l’uomo di cuore! Rizzarsi premuroso.... stringer la mano.... mi par di vederlo quel brav’uomo! E in quell’aver capito a colpo d’occhio che voi siete proprio fatto per un impiego.... in quel veder subito il modo di aggiustare le faccende.... lasciarvi a Milano.... come si capisce l’uomo di Stato!...»

«Però, s’io ero nei panni di quel signor deputato,» interruppe l’ingegnere Mevio, «facevo un poco di faccia tosta, e gli domandavo lì per lì di che impiego si tratta, per non tenervi sulla corda una settimana ancora.»

» Eh, vi pare,» gli rispose Giovanni; «la sarebbe stata poi una indiscrezione!...»

«Capisco, ma sapete come son fatto io! Intanto, beviamone un bicchiere alla salute del ministro, degli sposi, e del nonno dei consiglierini che nasceranno!»

Questa piacque a tutti, e principalmente a Giovanni, che fu subito in faccende a sturar bottiglie, a empir bicchieri, e a ricambiar degli evviva con tutti quanti.

«A proposito!» saltò su a un tratto l’ingegnere Mevio, «ho un’imbasciata per voi, avvocato, e per la sposina.... proprio anche per la sposina! Indovinate un poco di chi?... Del marchese Renica. Sicuro, il marchese mi ha domandato conto di voi più d’una volta; s’è parlato del vostro matrimonio, e ieri mi ha detto che desidera di conoscere la sposina, la sposina che dicono tanto bella! son sue parole.»

«Oh diamine! quel signor marchese ha detto così!...» interruppe Giovanni. «E voi, Massimo, che non gli avete fatto ancora una visita, dopo che siete a Milano!»

«Ne avevo tante per il capo! Ora ci andrò.»

«E bisognerà condurci anche Enrichetta: cosa ne dite, ingegnere?»

«Lasciate fare a me, combinerò io ogni cosa.

Domani, scommetto, me ne discorre lui per il primo, perchè sa che oggi si faceva il matrimonio, e che io passavo la serata in casa vostra.»

«Per cui il marchese avrà parlato anche del suocero!» disse Giovanni. «A quanto ne sento, dev’essere un omone quel marchese! Avevate fatto proprio male voi, Massimo, a non andarci finora! Quando si aspetta un impiego di tal fatta, quando si è in alto come lo siete voi, ci vuol tutto in proporzione, anche gli amici! Il quartierino, per esempio, che avete preso qui vicino al mio, vi pareva fin troppo grande, troppo di lusso. Andate là, andate là! dicevo io. E adesso, vedete un po! non so neanche se basterà. Cosa ne dite, ingegnere? vi pare che quel quartierino possa bastare, caso mai ci venisse in visita il marchese Renica, o qualche altro personaggio?...»

«Le carrozze! ci son le carrozze!» venne a dir la serva in tutta fretta, mettendosi a un tempo il velo in testa, per correr subito alla chiesa anch’essa, e vedere la padroncina a prender marito.

La signora che doveva accompagnare Enrichetta all’altare, e che fino a quel punto non aveva detto sillaba, colse quel momento, in cui anche lei diventava un personaggio d’importanza, per prendere la direzione degli ultimi preparativi. Fu lei che mise il velo bianco alla sposa; che si levò di dosso qua e là una dozzina di spilli per tenerle in riga un fiore, un nastro, una piega del vestito; che le diede gli avvertimenti necessari sul modo di scender di carrozza, e di inginocchiarsi all’altare, senza sconciar nulla. Anche gli altri in fretta si attillavano alla meglio, per far buona figura. Giovanni, tutto rosso in faccia, era alle prese con un guanto nuovo che gli si era piantato a metà della mano e non voleva più andar avanti. «Facciamo presto.... non facciamoci aspettare....» diceva di tanto in tanto per non tenersi tutta la responsabilità del ritardo.

Infine, la signora, com’ebbe data l’ultima lisciatura, e un’occhiata generale alla sposa, girandole intorno due o tre volte, e come s’ebbe acconciati anch’essa allo specchio, con la debita cura, i capelli, il cappellino e la mantiglia: «Noi siamo pronte,» disse con molta gravità; «andiamo.»

«Nessuno ha dimenticato niente?» domandò Giovanni.

Enrichetta s’avviò per la prima, la comitiva le andò dietro; scesero le scale e presero posto nelle due carrozze che aspettavano in corte.

I curiosi corsi in chiesa a veder gli sposi eran molti. C’era tutto il vicinato, i bottegai del quartiere, mezza la compagnia dei militi di cui era sergente il signor Giovanni. Il conoscer mezza Milano, era una delle cose a cui Giovanni teneva di più; e a questa mezza Milano egli non aveva fatto, da parecchi giorni, che parlare pomposamente, più che aveva potuto, del gran matrimonio della sua figliola, annunziando a tutti la sera in cui lo si sarebbe fatto.

Mentre si avviava all’altare, nel mezzo della lunga navata della chiesa, quegli occhi rivolti su lei, quel bisbiglio, quelle parole che da ogni parte le giungevano confusamente, diedero a Enrichetta una commozione nuova, improvvisa, e quel senso quasi di timore di chi muove il passo sur una strada che non conosce. Sentì, in quel momento, che le si affacciava come una vita nuova; sentì finita l’esistenza tranquilla, ignorata della fanciulla; si trovò in mezzo alla gente, osservata, giudicata. Non vide più nulla fuor che i ceri accesi dell’altare, e non ebbe che un’ansietà, quella di poter presto appoggiarsi al braccio del suo sposo.

Eppure, in quel bisbiglio, in quelle parole, non c’erano ancora i giudizi severi, inesorabili, senza appello e senza grazia, di cui c’è tanta abbondanza nel consorzio umano, e di cui tutti sono a un tempo dispensatori e vittime. In quel bisbiglio e in quelle parole non c’era che un’ammirazione unanime per la sposa; anche dello sposo i più dicevano che era un bell’uomo: i motteggi non mancavano, ma andavan tutti sulle spalle di quei della comitiva. Ed Enrichetta infatti era pur bella! Aveva un bel vestito di seta bianca; un velo bianco le scendeva dal capo e ravvolgeva, senza nasconderle, le forme snelle, eleganti della persona; i suoi capelli biondi, i suoi grand’occhi celesti, e quello stesso pallore maggior del solito, davano alle linee purissime del suo volto qualcosa di così quieto e soave, che in mezzo al buio della chiesa la potevano quasi far parere un angelo staccatosi dal quadro annerito d’un altare.

Ecco perchè tanto quei del vicinato, che i militi della compagnia del signor Giovanni, tutti di così difficile contentatura nell’argomento del bello, quella sera si dichiararono soddisfatti.

«Tutto è andato proprio bene, benissimo!» disse Giovanni nel rientrare in casa con la comitiva, e nel levarsi quel guanto che era stato fino a quel punto il solo ostacolo alla sua piena felicità. «Peccato che un matrimonio sia così subito fatto, e che una così bella cerimonia finisca così presto!» Allora non si faceva il matrimonio civile, e Giovanni non potè avere una consolazione di più. «Oh, ma cosa vedo io mai!» esclamò interrompendosi bruscamente. «Enrichetta, non hai messo al collo la bella croce a pietruzze che t’avevo fatto fare appositamente! Oh che peccato! ma sicuro! ma come mai....»

Enrichetta tirò da parte suo padre, e gli disse all’orecchio, con un accento dolce, tranquillo, e che voleva parere meno mesto delle parole: «Babbo, lo so! Vedi che cosa ho messo invece?... ho messo questo coricino dove c’è il ritratto della povera mamma.... La povera mamma me lo mise al collo prima di morire, dicendo che me lo tenessi sempre, perchè m’avrebbe fatto pensare a lei.... e mi avrebbe fatto indovinare, nei momenti seri della vita, i suoi consigli.... poichè essa non poteva darmeli più. M’ha detto che lo tenessi sempre, e che mi avrebbe portato fortuna....»

«Hai fatto bene!... hai fatto bene!» disse Giovanni asciugandosi una lacrima. «Se ci fosse la mia povera Carolina... come sarebbe contenta!...»

Ma intanto la sala si empiva di invitati, e da ogni parte era un domandare: «Dov’è la sposa? dov’è il signor Giovanni?»

E il signor Giovanni e la sposa dovettero troncare quel loro discorso, pigliare a prestito in fretta un po’ di faccia allegra, e correre a ricevere le congratulazioni e a far gli onori di casa.

Degli invitati ce n’era parecchi che, pigliando alla lettera quello che loro aveva detto Giovanni di venir senza cerimonie e in confidenza, non s’eran dati neppur l’incomodo di mutarsi i panni messi la mattina. Altri, pigliando una via di mezzo, s’eran rassettati un pochino e s’eran messi i guanti. E c’era finalmente anche di quelli che, a far vedere come si fanno le cose, eran venuti in giubba, guanti gialli e cravatta bianca. A questi Giovanni mostrava, con ogni sorta di attenzione, la propria riconoscenza. Anche alcuni militi, che per far onore al loro sergente, eran venuti in uniforme, avevano toccato il cuore di Giovanni, e s’eran trovati subito al medesimo livello di quei della giubba.

Mentre venivan gli invitati, ogni tavola e ogni tavolino della sala era stato coperto di vassoi ricolmi di confetti, paste dolci, torte, sorbetti, chicchere di zabaione, bicchieri, bottiglie di vino.

Giovanni, Massimo, l’ingegnere Mevio, aiutati da qualche altro tra i più volonterosi, cominciarono a servire tutta quella imbandigione, ora facendo coraggio agli invitati perchè si avvicinassero ai tavolini, ora portando in giro vassoi e porta-dolci. Mevio era dappertutto; chiamava, gridava: a tutti ne diceva una; faceva ridere o rideva lui per tutti. Giovanni, mostrando d’aversela a male se qualcuno non si serviva per quattro, aveva un gran da fare a raccomandare che soprattutto si lasciasse da parte l’etichetta.

E l’etichetta fu lasciata da parte prestissimo senza molla fatica. Mano mano che si vuotavan bottiglie e vassoi, lo schiamazzo andava crescendo, e non ebbe più ritegno quando Mevio, levata di tasca una cartolina, lesse un sonetto, come diceva lui, ossia quattro facce di strofette in versi, molto sciolti, quantunque rimati.

Mentre l’ingegnere declamava per la seconda volta il suo sonetto, la serva portò in sala un panierino e una lettera che venivano da Castelrenico, ed eran per l’avvocato Massimo. L’avvocato Massimo riuscì appena a prender la lettera, poichè sul cestello mise le mani Giovanni: «Un regalo!... un regalo per gli sposi!... apriamo.... vediamo!»

Mevio dovette raccorciare il sonetto e saltare alla chiusa, perchè i più s’eran già fatti in giro al panierino, e ognuno voleva dare una mano a Giovanni che si studiava d’aprirlo. L’avvocato Massimo, tiratosi in disparte, lesse la lettera che diceva così:


«Carissimo cugino,

«Avendo saputo che domani è il giorno del vostro matrimonio, tanto io che mia moglie vi mandiamo proprio col cuore le nostre felicitazioni. Non potendo venire in persona, c’è venuto in mente di mandarvi qualche piccola cosa per farvi festa anche noi alla meglio. Mia moglie si fa coraggio di far accettare alla vostra signora sposa un piccolo astuccio, che era tra gli oggetti che ho ereditato anch’io dallo zio, e che io le avevo regalato, ma che non è cosa adattata alla nostra condizione.

«Io, non avendo di meglio, vi mando due pernici. Non mi costano un soldo, ma valgon molto perchè me le ha regalate un mio amico cacciatore, che di solito non piglia mai niente.

«Scusatemi la confidenza, e accettatele di buon cuore. Non mi dovete neanche dir grazie. Volete che io mangi delle pernici? Queste, ho detto, devono proprio essere per l’avvocato il giorno del suo matrimonio.

«Siamo in casa un poco melanconici perchè in questi giorni il mio figliolo maggiore. Tonino, è partito per la Svizzera condotto da un mio amico, per imparare con perfezione il nostro mestiere. Dovrà star lontano un paio d’anni.

«Di salute però stiamo bene.

«Tanti rispetti alla vostra signora sposa. Io valgo poco, ma però in quel poco comandatemi sempre.

«Vostro affezionatissimo cugino

«Martino Della Valle.»

Giovanni intanto aveva aperto il panierino, l’aveva vuotato, e n’era rimasto alquanto deluso. Nell’astuccio c’eran due orecchini d’oro di filagrana, con una perluccia nel mezzo, e una catenina di Venezia antica a più giri da portare al collo. Nè la catenina nè gli orecchini piacquero ad alcuno. Giovanni e gli astanti non lo dissero, ma palesarono unanimi che non si regalano di queste cianfrusaglie a una sposa di riguardo. Tanto tanto, le due pernici parvero un poco più adatte alla circostanza. Enrichetta domandò allo sposo da chi veniva quel dono; e l’avvocato, che aveva messa la lettera in tasca, rispose un poco imbarazzato che lo mandava un tale del suo paese... un buon uomo... ma un poco originale!

«Un originale» ripeteron parecchi: «si capisce!»

«Questi campagnoli non conoscono le convenienze;» pensò tra sè Giovanni, e mise il panierino da parte. L’ingegnere Mevio ricominciò il suo sonetto, e pochi minuti dopo era ricominciato anche lo schiamazzo di prima.