VI.

Due giorni dopo le nozze, l’avvocato Massimo, per aver pace col socero, era andato a far visita al marchese Renica, e gli aveva annunziato il suo matrimonio. Il marchese, con l’aria un pochino di protezione, ma con molta dignità e galanteria, gli aveva detto che sarebbe lietissimo di conoscere anche la sposina. E Massimo, dopo qualche complimentuccio ingarbugliato, aveva finito col rispondere che si sarebbe fatto premura egli stesso di condurgli e presentargli sua moglie. Il marchese aveva sorriso leggermente, e non aveva risposto altro; ma il giorno dopo facendosi accompagnare dall’ingegnere Mevio, e con una cert’aria galante e conquistatrice che amava ripigliare di tanto in tanto, era andato a fare una breve visitina alla signora Enrichetta Della Valle.

È facile immaginarsi la desolazione del signor Giovanni quando seppe che il marchese Renica era passato dinanzi al suo uscio, era stato nel salottino di sua figlia, e se n’era andato proprio pochi momenti prima ch’egli tornasse a casa.

«Ma guardate che combinazione!» andò ripetendo Giovanni per tutto quel giorno. «Potevo essere a casa mezz’ora prima!... ma signor no! a cento passi dalla mia porta do il naso proprio in un forestiero!... mi ferma, e mi vien fuori con uno di que’ linguaggi che si direbbe, poveretti, che sono imbarazzati anche loro a capirli! Lo aiuto alla meglio a spiegarsi, e concludo che costui voleva andare in piazza del Duomo. Ho cercato io di insegnargli la strada... parlando chiaro e forte che quasi non avevo più polmoni... ma fu inutile! Son duri questi forestieri, duri! E ho proprio dovuto accompagnarlo io, in persona, fin là!»

Ma, pochi giorni dopo, un nuovo avvenimento metteva sossopra il nostro Giovanni ancora di più. Il marchese Renica aveva trovato che la signora Della Valle era bellissima, bella come le signore d’una volta, e come non ne vedeva da un pezzo; ragione quest’ultima per cui aveva anche smesso, come diceva lui, di far la corte alle signore moderne. Sua nuora, don Gilberto e qualch’altro della conversazione d’ogni sera, dopo aver fatto gli increduli, e dopo avere scherzato col marchese più giorni a proposito della sua ammirazione, cosa per lui tanto insolita, finirono con l’aver tutti una grande curiosità di conoscere anch’essi questa signora così bella, e trovata così di fresco.

Il marchese li pigliò tutti in parola, e col fare ringalluzzito, e come disponesse di cosa sua disse: «Ebbene, vi farò conoscere qui, in questa sala, e tra poche sere, la mia bella sposina!» Ne aveva infatti un’occasione vicina e favorevolissima, quella del suo onomastico. E detto fatto, il marchese incaricò l’ingegnere Mevio di invitare in suo nome l’avvocato Della Valle e sua moglie a prendere una tazza di thè, la sera di sant’Antonio.

Questo invito fu un avvenimento non piccolo, come dicemmo, per Giovanni, il quale trovò modo di parlarne con gli amici, col vicinato, e in quartiere coi superiori e cogli inferiori, senza omettere l’incontro con quel tal forestiero che gli aveva fatto perdere la mezz’ora. E concludeva col dire: «Già era tutt’uno, perchè se non m’imbatteva col forestiero, mi sarei imbattuto poi col marchese, il quale, dopo avermi conosciuto, avrebbe voluto per forza tirarmi a casa sua.... Figuratevi! fare delle nuove conoscenze alla mia età!... Oh, quanto ai miei sposi è un altro par di maniche! È il loro tempo!... Ma, come dicevo, posso ringraziare quel forestiero, perchè se rientro in casa cinque minuti prima, ci sono!... L’ho schivata bella!... l’ho schivata bella!...» E il suo vicino di casa, Ambrogio, cercava di persuaderlo che non sarebbe stato poi un gran male.

Venuto il giorno di sant’Antonio, alle ore nove della sera, l’avvocato Massimo e sua moglie, condotti dall’ingegnere Mevio, facevano il loro ingresso solenne in casa del marchese Renica, preceduti, seguìti, osservati da capo a piedi da altri signori e signore che mano mano andavano affollando la sala. Il marchese Renica che di solito era piuttosto brusco e altiero, ma che teneva in serbo per le occasioni quella cortesia che si chiama d’altri tempi quand’è perfetta, accolse l’avvocato e sua moglie come accoglieva tutti quella sera, senza differenza per alcuno, con ogni sorta di belle maniere e di parole gentili. Il marchese presentò la signora Della Valle a sua nuora, la marchesa Giulia, la quale fu cortese anch’essa, ma col fare un tantino di protezione e di curiosità; un fare un po’ più moderno.

Sulle prime, la soggezione che in loro mettevano i padroni di casa e tutte quelle facce nuove che si vedevano in giro, gli addobbi ricchissimi della sala, le lumiere, le livree dei servitori, e fin Mevio che non era più quel giovialone di tutti i giorni, diedero a Massimo e all’Enrichetta un grande imbarazzo e un improvviso desiderio di trovarsi lontani di lì. Ma poi, a poco a poco, finirono anch’essi col trovare la loro nicchia.

L’avvocato Massimo, che s’era tirato adagio adagio nel vano d’una finestra, ci trovò il consigliere Rocca, che in Castelrenico non aveva mai potuto digerire, ma che qui gli parve uno zucchero; e con lui avviò un lungo discorso sui diritti ipotecari, che avevan poco che fare con la festa di sant’Antonio, ma che erano in quel punto un porto di salute.

Enrichetta si trovò seduta vicino a una vecchia signora, di maniere gentili, con la quale cominciò a ricambiare qualche parola. Qualche parola di tanto in tanto veniva a dirgliela con galanteria il marchese Renica, cercando d’esser veduto e sentito soprattutto da don Gilberto; e frattanto le aveva presentati i suoi due figli, Giorgio, marito della marchesa Giulia ed Emanuele, elegante uffizialetto di cavalleria; poi, qualcuno dei suoi amici che aveva veduto avvicinarsi con curiosità.

Don Gilberto, per una vecchia abitudine di mettersi in concorrenza col suo amico il marchese Antonio, e per poter dare il suo giudizio sulla signora Della Valle, giudizio ch’egli riteneva il più autorevole di tutti e il solo decisivo, discorse a più riprese con Enrichetta, ora con l’aria di farle la corte parlandole piano del bel tempo, ora con l’aria di chi si ridesse un pochino di lei a seconda di chi lo osservava.

Enrichetta, che non sapeva di subire in quella sera il suo esame d’ammissione, rispondeva a tutti col fare semplice che le era abituale, col suo bel sorriso pieno di grazia e di modestia, e con nessuna di quelle parole pigliate a prestito che danno così facilmente in una stonatura. Il risultato dell’esame fu dunque buono, e anche don Gilberto finì col conchiudere tra sè con un «non c’è male.»

L’esame fu sospeso da un pezzo a quattro mani sul pianoforte che fece finire a un tratto le conversazioni, e obbligò a trovarsi un posto in qualche modo e in qualche cantuccio anche tutti quelli che fino allora eran andati girellando per la sala discorrendo qua e là. Dopo il primo pezzo, ce ne fu un secondo, poi un terzo; e fecero le loro prove una signora, un maestro, e un pianista che si degnava prodursi, per eccezione, anche in quella semplice riunione di famiglia. Un dilettante, che dilettava poco, cantò una romanza francese; alla scarsa voce suppliva con la molta espressione, cioè guardando molto il soffitto, stralunando gli occhi, e tenendosi le due mani sul cuore per non lasciarselo scappare. Ogni pezzo finiva tra i soliti benissimo e bravissimo, che ognuno proferiva con un fare convinto e con una smorfia che desse al vicino un concetto non piccolo della propria intelligenza musicale. La marchesa Giulia prima di ammirare voleva sapere il nome dell’autore, per non cadere nel cattivo genere d’ammirare uno di quegli autori che possono essere ammirati da chicchessia. Quindi nel gruppo dov’era lei, e che era quello delle tre o quattro signore più eleganti, si ammiravano meno cose, ma per quelle poche c’era più calore e più disciplina.

Qualcuno, per far capire che aveva degli scaffali di musica in mente, pregava il maestro, ch’era un uomo compiacentissimo, di sonare sul cembalo il tale o tal altro pezzo che, per fortuna del maestro, non era necessario cercare in scaffali troppo polverosi. Fu pregato anche quel tale della romanza di cantar qualche altra cosa, ma il pover uomo stentava ancora a riavere il fiato e non ne poteva più. Qualcuno osservò che l’anima troppo sensibile e la troppa espressione che dava al canto lo facevan soffrire, e lo si lasciò tranquillo.

Il maestro a un tratto cominciò a sonare un valzer, che fu il segnale di una rivoluzione. Il marchese Antonio, che quella sera faceva tutto di vena, chiamò subito due servitori perchè accostassero al muro qualche mobile ch’era nel mezzo della sala, e si mise a far animo a tutti perchè facessero quattro salti. Qualche giovanetto di buona volontà, senza farselo dir due volte, trovata la compagna delle gioie o delle pene d’un valzer, s’era messo subito, prima ancora che tutti avessero fatto largo, a ballare con uno slancio degno di maggiore spazio. Dopo i giovanetti, e quando ci fu un poco più di posto, vennero quelli che ballano col fare serio e convinto, con le ciglia aggrottate e con l’attenzione di chi è alle prese o con un problema di matematica o con un brano difficile d’una lingua straniera. Poi quelli che aspettano un pezzo la battuta col piede levato, come il bracco che spia la selvaggina; quelli che si fan rossi in viso e scalmanati da far pietà, che faticano, soffrono, ma tengon duro fino alla fine. Vennero quindi i ballerini sentimentali e i ballerini eleganti, che fanno la loro comparsa non per regola ma per eccezione; e da ultimo qualche ballerino vecchio, di quei della guardia che muore ma non si arrende; e qualche signora un po’ in là con gli anni, di quelle che in teoria non ballano più, ma che in pratica ballano sempre.

Tutto insomma il personale danzante rispose all’appello del pianoforte, e poco mancò non ballassero anche il marchese Antonio e don Gilberto. La marchesa Giulia, intenta ora a far gli onori di casa, ora a fare un poco di conversazione con le amiche e con gli amici più intimi, non fece che qualche giro di danza, di tanto in tanto, conceduto ben inteso a qualcuno dei ballerini più eleganti, e della categoria di quelli che ballano per eccezione.

Enrichetta, guardata da principio con curiosità e un poco alla lontana da quelli che la vedevano per la prima volta in quelle sale, poi invitata a ballare da qualcuno, bella, agile, gentile, s’era presto veduta all’ingiro una numerosa clientela di ballerini che se la rubavan tra loro.

Tra questi spiccava don Emanuele, l’uffizialetto, come uno dei più assidui e dei più prepotenti: cosa che don Gilberto si affrettò di far osservare al suo amico il marchese Antonio.

«Il nostro Emanuelino non è di cattivo gusto, eh!... Si direbbe che non gli dispiaccia del tutto quella donnina dell’avvocato di Castelrenico!... E non c’è che dire, la è un bel bocconcino davvero!»

Don Gilberto guardò in faccia al suo amico, aspettandosi una smorfia non bella; ma il marchese Antonio invece gli rispose con un certo sorrisetto di compiacenza, che gli era abituale ogni qual volta gli si parlava di suo figlio Emanuele.

«Guardate un po’ se l’ha adocchiata subito!» continuava don Gilberto. «E m’ha l’aria di volersela proprio tutta per sè!...»

«Se ci si mette lasciatelo far lui... quel cattivo soggetto!» rispose il marchese con una compiacenza anche maggiore.

«È tutto suo padre!» ripigliava don Gilberto. «Vi ricordate di quei tempi?...» E questa volta il marchese si accontentava di rispondere con una fregatina di mani.

«Temo che mi pigli il passo!» disse poi, dopo una pausa, «perchè a ventidue anni ha già avuti quattro duelli, mentre io a quell’età non ne avevo avuto che uno. Buon figliolo però, leale, coraggioso, e tutto cuore! Un mese fa mi sfidò uno perchè lo fissava sempre, e quando s’accorse che era losco gli fece le sue scuse e non volle più battersi con lui; si battè invece con uno dei padrini, ben inteso. Di tanto in tanto già me ne fa qualcuna, ma poi corre subito a dirmela lui per il primo. Il babbo allora gli dà la sua ramanzina a dovere;... ma il mese dopo, di solito, me ne fa un’altra. Tutte cose onorate, intendiamoci!... qualche debituccio, qualche donnina, qualche impertinenza.... Raccomando sempre al suo colonnello che me lo tenga con una mano di ferro; ma ci vuol altro! Quel diavolo ha già rubato il cuore anche del colonnello....»

«E stasera vuol rubar quello della signora Enrichetta!»

«Oh vi dico io che è un bel soggetto!» E così dicendo, il marchese Antonio si allontanò con una nuova fregatina di mani.

Poco dopo don Gilberto era seduto vicino alla marchesa Giulia, la quale faceva crocchio con alcune signore sue amiche, e con qualche elegante adoratore che capitava di tanto in tanto.

«Chi proprio m’ha l’aria goffa più del bisogno è quel povero diavolo d’avvocato che se ne sta là, da un’ora, nel vano della finestra, senza trovar modo d’uscirne!» diceva don Gilberto alla marchesa Giulia, che sorridendo gli rispondeva: «Veduto in Castelrenico, pareva meno male....»

«Ma qui, cara marchesa, proprio non va!» continuava don Gilberto. «E avere una moglie così bellina!... Eh! è venuto in un cattivo paese, quell’avvocato!... È stato un bel rischiarsi!... E per mettersi al sicuro non basta sempre, come stasera, il vano d’una finestra!... con una moglie così bellina!»

«Bellina! è la parola che ci vuole,» soggiunse la marchesa, «perchè a esser bella davvero, diciamolo, ci manca assai. Basta bellina.»

«Come vuol lei, marchesa. Diremo bellina, ma bellina poi sì! E anche carina; di modi semplici; discorre benissimo, è un poco imbarazzata, è vero... si capisce che è appena venuta fuori del guscio... ma è una donnina che ha dell’avvenire!... Quanto poi all’avvocato....»

«Convengo, don Gilberto, che la signora Della Valle possa farsi anche migliore,» riprese la marchesa, «senza pretendere, ben inteso, che acquisti quel non so che, che uno ha ma non impara....»

«Bisognerebbe insegnarle un poco ad abbigliarsi,» soggiunse una delle signore del crocchio. «Un passo ancora, e poi que’ nastri e nastrini farebbero pensare alle acconciature dei cagnolini ammaestrati....»

«Ha dei bellissimi capelli,» aggiunse un’altra, «ma bisognerebbe mandarle a casa un parrucchiere; tanto più che in oggi il parrucchiere è necessario più che i capelli.»

«Secondo i casi!» osservò don Gilberto sollevando con la mano quei quattro che gli rimanevano. Poi continuò: «Insomma tocca a lei, marchesa, a dar qualche lezione a questa signora Enrichetta; a insegnarle un po’ di buon gusto; a cavarne fuori insomma qualcosa... perchè l’intelaiatura è buona....»

«E perchè no!» rispose la marchesa. «Ha il fare piuttosto per bene....»

«È una compagna di poche pretese,» continuò con qualche malizia don Gilberto; «può tornare alle volte comodissima....»

«Scommetterei però» soggiunse la marchesa interrompendolo «che quella signora ha ben poca salute. Vedete come ha già l’aria stanca... Ballando ha preso un po’ di colorito, e pare anche più bellina; ma appena venuta qui, aveva il viso pallido, trasparente, che pareva d’alabastro....»

«Faceva compassione in verità!» aggiunse una delle due signore.

«A me invece» rispose don Gilberto «fa compassione ancor più l’avvocato!»

«Oh! perchè? perchè?» saltò su Giorgio, marito della marchesa Giulia, capitato in quel punto.

«Perchè?...» rispose don Gilberto «perchè ci sono anche gli avvocati delle cause perse!»

«Oh! oh!» si esclamò nel piccol crocchio; e il marchese Giorgio se ne andò ridendo un poco troppo, com’era solito.

La festicciola durò fino alle due ore dopo la mezzanotte. L’avvocato Massimo, che non era stato tra quelli che s’eran divertiti di più, uscito dal vano della finestra in compagnia del consigliere Rocca, il quale verso la mezzanotte s’era congedato dai padroni di casa, aveva anch’esso mostrato timidamente l’intenzione di fare altrettanto, dopo avere scambiato, con poco frutto, un’occhiata con sua moglie. Ma il marchese Renica aveva tagliato netto, dicendogli che questa volta bisognava lasciar comandare il padrone di casa, e i ballerini della bella sposina: così, fallito quel primo tentativo, non aveva più osato fiatare. Poco dopo, l’ingegnere Mevio era venuto a invitarlo a fare il quarto a un tavolino di giuoco con altri tre mariti rassegnati: ci andò, e ci rimase fin che la sala fu quasi vuota, e le danze di necessità dovettero finire.

Marito e moglie, tornati a casa, trovarono ancor desto e in piedi Giovanni che li aspettava e voleva sapere com’era andata. Enrichetta era stanca, rifinita; dopo alcune parole, con le quali cercò di esprimere la sua maraviglia e il suo sbalordimento, se ne andò a letto. Essa avrebbe voluto pigliar sonno subito, ma non ci riuscì che ai primi crepuscoli del mattino. Quella gente, quelle sale, quel non so che di così nuovo per lei; quegli omaggi avuti; quelle parole seducenti che le erano state ripetute e che le avevan dato una specie di fascino, di soggezione, e di sbigottimento a un tempo, le ritornavano come ripetute da un’eco; la tenevano quasi agitata, e le impedivano di chiuder occhio. La mattina seguente, ritrovando la quiete di casa sua, si sentì subito riposata, si sentì meglio; buttò le braccia al collo del suo Massimo, e tutta quella fantasmagoria delle cose vedute e udite in casa Renica svanì, come se tutto fosse stato un sogno e nulla più.

Giovanni, per tornare un passo indietro, non aveva voluto lasciar andar a letto suo genero così subito. Innanzi tutto gli aveva preparato un poco di cena, e gli aveva messo sulla tavola una buona bottiglia di vino vecchio, dicendogli: «Di questo non ne avrete bevuto, perchè so ben io come vanno le cose nelle case dei gran signori.» Poi, messosi a sedere, aveva cominciato a farsi dire per filo e per segno quel che aveva veduto, quel che aveva sentito, e quel che avevan detto, durante la festa, d’Enrichetta e di suo padre.

Massimo, mentre si rifocillava, e n’aveva bisogno, perchè per una certa soggezione non aveva osato pigliar nulla tutta la sera, raccontava mano mano, tra un boccone e l’altro, le cose vedute, e la grande accoglienza avuta. Giovanni non lo lasciava mai finire, e subito era lì con una nuova interrogazione, o con una esclamazione.

«Eh sì! i nostri signori di Milano fanno le cose a dovere!» diceva Giovanni. «Tutte le sale illuminate, stufe e tappeti fin sullo scalone, livree tutte listate d’oro.... nevvero?... eh sì! i nostri signori ne hanno dei quattrini!... ma sanno anche dargli aria!... Insomma avete veduto un gran lusso! e sì che non si trattava che d’una festicciola di famiglia. Immaginatevi poi le feste in grande! immaginatevi!... Milano è un gran Milano! ve l’ho sempre detto io.... I gelati bonissimi, nevvero? Ah! ma voi non avete assaggiato niente.... e avete fatto male, perchè c’è sempre chi osserva, e pare che non si voglia gradire!... Siete un poco sbalordito, eh! caro avvocato? Lo capisco.... ma quello che avete veduto stasera è ancora un niente. Vedrete poi, vedrete questo carnovale! Vedrete le feste del Casino, vedrete il teatro della Scala....»

«Ah! il teatro della Scala l’ho già veduto!»

«E i veglioni? e i coriandoli?»

«Ho veduto una volta anche questi, pur troppo!»

«E il corso? e gli equipaggi? e l’Arena allagata? e le botteghe dei salumieri la vigilia di Natale?...»

«Le ho vedute.»

«Eh! ce ne sono ancora a bizeffe delle cose che non avete vedute! Ma vedrete tutto, se vi lasciano a Milano, e poi parlerete. Quando poi vi manderanno in un’altra città, allora farete i confronti, e mi saprete dire se Giovanni aveva o no ragione!... perchè delle città ne ho vedute anch’io, e parecchie.... Ho veduto Lodi, ho veduto Monza, e Como, e Bergamo.... ma una città come Milano non l’ho veduta mai!... Milano è la prima città del mondo!... Non toccherebbe a me il dirlo, ma insomma....»

E Giovanni continuava; ma poco dopo l’avvocato avendo finito di cenare e sentendosi venir sonno, preso il lume gli diede la buona notte.