VII.

Il giorno seguente, di buon mattino, una lettera pressante era venuta a svegliare Giovanni e farlo correre a gambe a casa dell’uffiziale della sua compagnia. Si parlava in città d’assembramenti, di dimostrazioni politiche, di tafferugli che s’aspettavano per quella sera; e l’uffiziale, che aveva l’ordine di trovarsi al quartiere con parte della sua compagnia, aveva fatto subito chiamare il sergente Figini, e l’aveva incaricato di metter assieme nella giornata un drappello di militi di buona volontà. Giovanni, dopo aver fatto capire all’uffiziale come un tal incarico non fosse una piccola bagattella, ma dovendo pur convenire che per un simile affare non avrebbe saputo, nemmeno lui, chi altri meglio suggerire, senza perdere un minuto, s’era messo all’opera. Girò per un paio d’ore, di casa in casa, di bottega in bottega, su e giù per cento scale, e quando gli parve d’essere in porto, ritornò a casa per mettere in assetto anche lui le cose sue.

Levò da un armadio, dove stava sospeso alla gruccia, l’uniforme; lo spazzolò ben bene, lo distese sul letto, diede una ripulita ai bottoni, e a uno a uno con una tiratina si assicurò se erano saldi. Poi pigliò il fucile, diede il bianco al cinturone, tirò a lucido la canna, le fascette, la bacchetta; tastò qua e là col cacciavite se non c’era nulla d’allentato; e di tanto in tanto appoggiando il calcio alla mascella, spianava l’arma, pigliava di mira una pera di sasso o un’arancia di lana che aveva sul canterano, tirava il grilletto, e tutto ciò con un piglio così risoluto, che faceva scappar spaventate le donnicciole del vicinato che per avventura lo vedevano in quel punto dalle loro finestre.

Mentre dava mano a tutte queste faccende, Giovanni andava ripensando a quello che gli aveva detto l’uffiziale. «Cose da perder la testa!» diceva tra sè. «Ma chi sono? ma cosa voglion fare questi tali?... Tanto s’è fatto per arrivare al punto in cui siamo!... ci siamo arrivati da ieri, come per miracolo, e, signor no! ci sono già i malcontenti!... Non vi piace il ministero? non vi piacciono i deputati? non vi piace Tizio o Sempronio?... Abbiate pazienza! quando darete il vostro voto, lo darete a chi vi piacerà.... Dico bene o no?... Questo tripolo, per esempio, non è buono che a sporcar le dita, e non vale un cavolo... ma un’altra volta andrò da un altro droghiere, e la sarà subito aggiustata.... E vogliono pigliarsela con chi? Si canta e si grida tutto il giorno che siam tutti fratelli, e poi per la più piccola cosa si vuol venire a’ pugni! Bei fratelli! Bella figura che si fa fare a Milano! Domando io cosa si dirà di fuori? Oh! ma già mi immagino che tra questi farabutti, di milanesi non ce ne sarà. Li conosco io i Milanesi! Sarà gente pagata, gente che viene da Dio sa dove.... Oh, ma se fossi io il Governo, gliela vorrei far vedere! È perchè noi milanesi siamo troppo buoni, siamo troppo di pasta dolce! Ma se stasera me ne capita tra’ piedi qualcuno di questi tali... vedranno cos’è il Figini! Il Figini a suo tempo è buono e al di là di buono; ma poi non bisogna fargli montare la mosca al naso!... L’uffiziale diceva che qualcuno di costoro potrebbe aver anche delle armi indosso.... Portar le armi contro i fratelli? Ci vorrebbe anche questa! Oh, ma non è possibile, e non ci credo se non vedo! Avete dei reclami da fare? Fateli in buona pace! chi ve lo impedisce? Gridate fin che volete su pei giornali, che ne avete a bizzeffe; ma non venite a gridare in piazza! È così chiara. Avete vuote le tasche? andate a lavorare. Quel Governo che dia un impiego a quanti passano per le strade non verrà mai! Ragazzacci! Li avete già dimenticati quelli dei baffi tirati su col sego? Vi par proprio che si deva trattare quei di casa nostra, come meritavano d’esser trattati quelli là? Vergogna! E a sentirli loro saran tutti patriotti. Bel patriottismo? Quando non si sa sacrificar niente; quando non si sa compatire e non si sa aver un poco di pazienza.... Terrà duro questa fibbia? Sarebbe prudenza farne mettere una più salda, perchè conosco il mio carattere, e se me la fan montare, una qualche volta rischio di rimanere senza cintura e senza il fodero della baionetta.... È così che per i grilli di quattro ragazzacci si mettono a cimento i padri di famiglia....»

I ragionamenti del nostro Giovanni furono interrotti a un tratto dal rumore di due o tre usci spalancati bruscamente nelle stanze vicine, poi dalla comparsa improvvisa di suo genero, che con un piglio insolito e gli occhi pieni di collera, buttata sul canterano una lettera aperta, dicendo «leggete! leggete!» s’era messo a misurare la stanza a passi concitati dando un calcio a ogni sedia che gli veniva tra’ piedi. Il povero Giovanni si sentì gelare il sangue, e senza capir bene, in su quel subito, se fosse morto qualcuno, se ci fosse una rivoluzione o un saccheggio, capì però che si trattava d’una disgrazia. Pieno di spavento prese la lettera, si fece vicino alla finestra, mise gli occhiali, e cominciò a leggere senza aprir bocca, e guardando di tanto in tanto l’avvocato.

La lettera era di otto facce, e chi scriveva era il deputato, il quale dopo un preambolo alquanto impacciato, veniva a dire che quel tal decreto dell’impiego era firmato, ma che l’impiego poi era tutt’altro da quello che aveva creduto; ch’era corso subito dal ministro, nel supposto e nella speranza di un equivoco, ma la cosa pur troppo era tal quale. Diceva d’essersi vivamente lamentato col ministro, ma che il ministro gli aveva risposto che gli sarebbe stato impossibile fare di più; che non poteva nominar di colpo a un posto più alto un aspirante nuovo con danno e offesa di tant’altri impiegati; che bisognava cominciare dal primo passo, e ch’era già una fortuna il poterlo fare in mezzo a tanti che vi aspiravano. Il ministro poi aveva soggiunto che l’avvocato Della Valle co’ suoi meriti avrebbe potuto progredire prestissimo, e che avrebbe avuto subito cento occasioni per arrivare, con piena giustizia, di passo in passo a quella mèta più alta che era ne’ suoi desiderii. La lettera del deputato, ch’era scritta fino a metà in un tono sdegnatissimo, si andava mano mano calmando, nella speranza che succedesse altrettanto in chi la doveva leggere, e a un certo punto vi si cominciava anche a inzuccherare la pillola. Veniva una tirata eloquente sulla missione alta, patriottica, nobilissima degli uffiziali della pubblica sicurezza in uno Stato libero. Vi si parlava dell’Inghilterra, dell’America; si citavan brani di scrittori e di filosofi illustri. Alla fine poi si ammainavan le vele: il deputato prometteva tutta l’opera sua perchè quei passi da farsi nell’avvenire riuscissero rapidi davvero; e più sotto ancora, quasi all’ultimo rigo, c’era la gran parola: l’impiego era quello di delegato di Questura, di seconda classe, con mille e duecento lire. Poi mille saluti, mille proteste d’amicizia e molte altre migliaia di bellissime cose.

A questo punto Giovanni, ch’era divenuto furioso non meno di suo genero, ma che non aveva ancora potuto riavere il fiato, buttò da parte anch’esso la lettera, che andò a finire per la seconda volta sul canterano. L’avvocato intanto aveva ricomincialo a sbuffare.

«È questo il modo di canzonare un galantuomo?... Vedete cosa sono questi vostri ministri! Vedete cosa sono questi deputati! Avevo creduto che questo qua fosse meno male degli altri.... ma, signor no! son tutti d’una risma!... Si tiene a bada un galantuomo per sei mesi.... gli si fa un monte di promesse, e poi si ha il coraggio di buttargli lì una proposta di questa fatta!...»

«Ma io dico che si può fare anche un bravo processo a chi inganna il prossimo a questo modo!» saltò su Giovanni a cui principiava a snodarsi la lingua.

«Il processo lo potete fare a me....» bisbigliò l’avvocato «a me che finisco, in certo modo, con l’avervi ingannato.... L’avevo avuto io il presentimento! l’avevo detto io che il mio dovere era d’aspettare!...»

«Tacete, Massimo! Cosa dite mai! Se non aveste sposata mia figlia, ve la farei sposar oggi. Sareste matto a perdervi d’animo, voi! col vostro talento! Se non è per oggi, sarà per domani; ma l’impiego, e un impiego in grande come ci avete diritto voi, non mancherà! Troveremo un’altra strada, e ci arriveremo prima di quello che si pensa!... Villani calzati e vestiti!... venirci a dire di queste cose!...»

«Un impieguccio infimo di polizia a.... a un avvocato!...»

«È gente che ha invidia di voi! capite? Hanno cercato di umiliarvi se ci riuscivano. Oh la è chiara! Ma quando si vogliono trovare dei gonzi, bisogna cercarli in altro paese.... bisogna cercarli!»

«Il Governo deve avermela giurata fin da quand’ero in Castelrenico.... lo scommetterei! Questa è una vendetta! C’è dell’ironia nel proporre a me, a me! un posto in Questura!»

«Sicuro! oh qui c’è sotto del mistero! In Questura voi!... Esser voi quello che fa pigliare i borsaioli? E mentre eravate quello che difendeva i colpevoli, con tanto di toga, diventar a un tratto quello che li mette in gabbia!... Ma domando io se la ci può stare col vostro decoro, con la vostra dignità? E poi.... è vero che adesso la chiamano la Questura, ma a’ miei tempi l’hanno sempre chiamata la Polizia! Bel nome! bell’uffizio! Un impieguccio di mille e duecento lire a voi che siete già sulla strada di conoscer mezza la nobiltà di Milano!... Avranno saputo che avete preso moglie a Milano.... che siete diventato milanese anche voi, e avranno voluto farvi un tiro.... perchè gli è inutile, c’è della gente che ha invidia dei Milanesi!... Ma non abbiate paura, la spunteremo egualmente.... ci penserò io! e se non ci riesco, mi si cambi il nome di Figini! Guardate cosa arrivo a dirvi!»

Quest’ultime parole le disse in tono sicuro come ne fosse convinto, perchè servissero di conforto a Massimo, che parea farsi sempre più pensieroso ed agitato.

«Cosa volete sperare?... cosa volete sperare da questi ministri?... Ve lo dicevo sempre io, quando mi contavate tante maraviglie di loro....»

«Delle maraviglie me ne contavate tante anche voi del vostro deputato!...» rispose Giovanni, non per giustificare i ministri che in cuor suo aveva già sacrificati, ma per giustificare se stesso dividendo le colpe col genero.

«Il deputato,... il deputato» rispose Massimo «ha cambiato principii.... non è più quello d’una volta.... non val più niente! Me ne sono accorto tardi.... ho sbagliato!... E dire che ho fatto tanto per lui, quando gli amici del Ministero non lo volevano!... Ma lo aspetto a una nuova elezione! In Castelrenico non piglierà più un voto....»

«E così posso dirvi anch’io dei miei ministri. Li cambieremo! C’è del malcontento in parecchi, e a buon conto stasera c’è una dimostrazione contro di loro! Oh! non stanno in scranna una settimana! E quando li avremo cambiati, sapremo anche trovare la vena giusta per farci ascoltare dai nuovi. Ma non bisognerà perder tempo: molte conoscenze le ho io, e molte ne dovete far voi. Voi dovete lanciarvi nelle grandi società.... dove si incontrano i pesci grossi.... È là! è là che si trovano le protezioni che non sbagliano.... perchè, non per far torto ai vostri nè al vostro paese, ma che peso volete che abbiano questi deputati di campagna? Ci vuol altro! Dunque fatevi coraggio, e tra un paio di mesi avrete un impiego.... ma coi fiocchi! come ci avete diritto voi. Intanto non diciamo niente a nessuno, e se qualche curioso ve ne parla, si dice che l’impiego c’è, ma che si fanno delle nuove pratiche perchè si vorrebbe rimanere a Milano. Al momento non diciamo niente neanche a Enrichetta, perchè la conosco io quella benedetta figliola! per un niente s’accora subito. Ma a quel deputato rispondete di buon inchiostro! Ditegli che rimandi quella nomina, e che ne dica quattro in vostro nome a quel signor ministro! Perchè bisogna anche far capire alla gente che non s’è di quelli che si lascian porre il calcagno sul collo! Questo ministro poi tra pochi giorni se ne andrà a spasso, e non vi potrà far più nè bene nè male.... ma intanto gli avrete insegnata la creanza....»

Giovanni continuava così, e l’avvocato Massimo, che s’era fatto sempre più pensieroso, all’udire il nome d’Enrichetta, accostatosi a un tavolino, si mise a sedere, appoggiò il capo tra le mani, e rimase un pezzo cupo e senza parole. Giovanni, sempre per fin di bene, non l’avrebbe finita più, se a un tratto, spalancatosi l’uscio, non si fosse veduto dinanzi Ambrogio, il suo vicino di casa, che in uniforme e col fucile in mano veniva a domandargli s’era pronto.

«Come! avete già desinato voi?» gli rispose Giovanni. «Eh! ve la siete pigliata ben calda!»

«Ma, cosa m’avete detto stamattina?» replicò Ambrogio.

«V’ho detto quello che i superiori mi avevano ordinato di dirvi,» continuò Giovanni. «Ma voi sapete che i superiori, quando si tratta di far galoppare gli altri, hanno sempre fretta. Io che so da un pezzo come vanno a finire queste cose, desinerò con tutto mio comodo, e poi bel bello andrò al quartiere, e conto d’arrivarci prima del bisogno, se pure il bisogno ci sarà!»

«Stamattina però era un tutt’altro parlare il vostro! Se mi facevate meno fretta, sarei stato anche quel tale da rispondervi che non potevo venire stasera, perchè, a dirvela, avevo promesso a un amico di fargli il quarto a’ tarocchi....»

L’avvocato Massimo intanto, presa la sua lettera, l’aveva riposta in tasca e se n’era andato. Giovanni s’era messo a spazzolare l’uniforme una seconda volta, per non lasciar vedere il suo imbarazzo ad Ambrogio.

«Non è ch’io abbia detto diversamente....» ripigliava Giovanni; «ma è che quando uno parla, c’è modo e modo di capire. La colpa è dei superiori: a sentirli loro, a ogni mosca che vola casca il mondo. A noi tocca obbedire, ma non è poi necessario pigliarsi ogni volta un’infiammazione....»

«Ho capito, ho capito! Come la è così, vado a bere il caffè, che non l’avevo neanche bevuto, e stasera vado a far la mia partita.»

«Adagio, adagio! non v’ho detto questo....»

«Ma io ho capito quello che dovevo capire! Anche voi come superiore fate bene a parlar così, ma farò bene anch’io a non pigliarmi l’infiammazione!»

«Guardate però che la responsabilità è vostra!... ehi! Ambrogio!» gridava per la seconda volta Giovanni; ma Ambrogio se n’era già andato.

Sull’imbrunire, dopo aver mangiato un boccone di mala voglia, il nostro sergente se ne andava al quartiere, e ci trovava, venuti prima di lui, tutti i militi ch’era andato a chiamare la mattina, fino a uno, meno Ambrogio, tanto li aveva scelti bene. Nel quartiere, insieme a questi, ce n’eran altri d’altre compagnie, ma scelti un po’ meno bene a quanto pareva dai discorsi e da certe discussioni calorosamente avviate sul decidere se questi tali della dimostrazione avesser ragione o no, e se andavano o no messi al dovere.

«In quanto a me,» diceva uno dei militi, «se voglion passare di qui, padronissimi.»

«Lei farà quello che le comanderanno di fare!» rispondeva un altro.

«E a lei intanto dico, che quel tale che deve comandare a me non è ancor nato!» ripigliava il primo.

«Però, se la cosa è proprio così, lei potrebbe anche andarsene a casa sua.»

«E se volessi invece star qui?... Sono nel mio diritto!»

«E dei suoi doveri lei non dice niente?»

«I miei doveri li so benissimo. Ma metta un poco ch’io non sapessi se abbia ragione il Governo, o quelli che stasera gli vogliono vociar contro! Se si vuole ch’io prenda un partito, mi si lasci il tempo di studiar la cosa e di decidere.... dico bene?... Ma stasera, oh bella! sono preso alla sprovvista, e ho il diritto di starmene neutrale!»

«Ma allora se ne vada a casa sua! Quello è il posto da star neutrali!...»

«Un momento.... un momento.... sentano anche me! Loro parlan benissimo tutti e due, e quando avrò spiegato come son le cose, si troveranno subito d’accordo;» diceva un terzo che era in faccende a metter pace. E parlando ora con l’uno ora con l’altro, senza lasciare che lo interrompessero, spiegava come non si trattasse di dar ragione a nessuno, ma di metter pace, d’impedire un disordine o un malinteso coi soldati. E qui, per non dar torto nè ai soldati nè a quelli della dimostrazione, diceva: «I soldati non possono parlare, e gli altri schiamazzan troppo. Così cosa succede? Succede che non s’intendono. E allora veniamo noi, perchè noi siamo, è vero, una milizia, ma una milizia che può parlare. E alle volte una buona parola fa tutto!... E adesso siamo d’accordo?»

«Le son storie!» saltava su un altro. «Io so che in queste circostanze volano anche dei sassi, e domando io che diritto ha il Governo di esporre un cittadino che vuol starsene fuori, a pigliarsene uno in faccia? Cosa volete che me la pigli calda per un Governo così imprudente!»

«Dite balordo! perchè se si grida, è perchè ce n’è delle ragioni.... è tempo di cantarle chiare e di finirla!»

«Un balordo sarete voi, se parlate così!... lasciatemi dire.... abbiate pazienza....» diceva un altro, paciere anch’esso, ma di carattere un po’ più focoso.

Insomma ognuno aveva un monte di ragioni da dire, e chi gridava più forte faceva crocchio intorno a sè. In questi crocchi si decideva in fretta e furia ogni sorta di questioni. Ognuno buttava là un capitolo del vero codice per ben dirigere gli Stati e render felici i popoli; ma i popoli, non essendo presenti, anche questa volta non potevano rispondere nè sì, nè no.

Qualcuno intanto era uscito fuori, ed era andato a vedere cosa succedeva nelle strade vicine e nelle lontane. Mano mano capitava qualcuno a portar notizie, e si cominciava a capire che il temporale finiva senza acquazzone, o al più con quattro gocce. In qualche piazza s’eran veduti dei capannelli che i curiosi avevano mano mano ingrossati, ma tra tutti assieme poi non avevano fatto altro che schiacciarsi a vicenda le costole. Qualcuno aveva cercato, col vociare degli abbasso e degli evviva, e con l’accendere qualche torcia a vento, di mettere un poco d’anima negli astanti, e di tirarseli dietro per la città. Quanto al gridare, sulle prime la non era andata male, ma quanto al moversi non se n’era fatto nulla. Intanto s’eran lasciati vedere anche quelli dell’ordine pubblico, e pigliandone uno con le buone, e un altro per il collo, avevano finito qua e là a diradar la gente e a rimetter la quiete. Ma in qualche punto c’era stata qualche comitiva di ragazzacci e di monelli che, impadronitisi delle torce e dei lampioni, s’eran messi, poichè il divertimento minacciava di andare in fumo, a improvvisarne uno per proprio conto. Tutto sommato dunque, c’era oramai da prevedere che la sera sarebbe passata senza guai, e che le guardie nazionali sarebbero presto ringraziate.

E infatti anche in quartiere i discorsi avevan cominciato a cangiar di tenore: si discuteva un poco meno, e si canzonava un poco più.

«E lei cosa ne dice, signor Figini?» domandò a un tratto un tale al nostro sergente che fino allora, contro il suo solito, non aveva aperto bocca.

«Cosa ne dico io?»

«Sì, lei!»

«Io dico che c’è del marcio!» rispose Giovanni con solennità, e con una smorfia che gli vedevano per la prima volta.

L’esclamazione che fecero e quello della domanda e quei due o tre che udirono la risposta, chiamò subito qualche curioso, e in un minuto anche lì ci fu un crocchio e una discussione avviata. Sulle prime tutti interrogavano, e Giovanni era solo a rispondere.

«Del marcio?... del marcio, dove?...»

«Quando dico che c’è del marcio, è del Governo che intendo parlare! la mi par chiara!...»

«Oh! oh!»

«Come?... è lei, signor Figini, che parla così?»

«Bravo, signor Figini!»

«Che novità è questa?»

«Ah! le so ben io le novità!... e quando il Figini arriva a parlar così» era il Figini che parlava «dite pure che è un gran segno!»

«Un gran segno di che?»

«Voglio dire che sarebbe un gran segno.... perchè finora propriamente non ho parlato, ma se volessi parlare ne avrei delle belle!»

«Sentiamo! sentiamo!»

«Animo, signor Giovanni, butti fuori!»

«Come? lei, signor Figini, sempre così zelante per il buon ordine....»

«Appunto per questo! Suppongano loro signori che io, per esempio, vedessi nel Governo un disordine.... in tal caso sarebbe a favore del disordine ch’io lavorerei, se volessi far rispettare l’ordine! Mi spiego?»

«Insomma, signor Figini, stasera lei è uno di quelli della dimostrazione!»

«Se la sentissero i superiori!»

«Piano! piano!... Io non ho detto niente! Io non ho fatto che supporre!»

«Ma insomma, alle corte, se quelli della dimostrazione passano per di qui, lei cosa fa?»

«Eh! se non fanno niente di male, si sta a vedere.... perchè poi a volersi intrometter troppo, si può anche imbattersi in qualche carattere permaloso e aizzare senza volerlo.... si può far peggio insomma! E se non facessero che gridare un tantino, che male ci sarebbe? Sentiremo cosa gridano! Supponete che nel Governo ci fosse un ministro veduto di mal occhio, un poco di buono, e che si gridasse proprio abbasso questo tale! Ma in questo caso, io dico che nell’interesse del Governo bisogna lasciar gridare! Bel servizio che fareste ai ministri se gli lasciate in compagnia uno che fa torto a tutti! Chi ama il Governo davvero bisogna anzi che lo aiuti a mandar questo tale con le gambe all’aria! Dico bene?»

«Ben detto! benissimo!» diceva a ogni due parole del Figini un tale, che in quartiere era sempre il milite di più cattivo umore, un certo signor Canziani, impiegato in disponibilità.

«E insomma» conchiuse Giovanni vedendo che il crocchio si faceva agitato «non tocca a noi l’impacciarsi di politica! Non sono affari nostri questi! Ci pensi chi tocca! Il nostro dovere è tutt’altro!...»

«Quale di grazia? poichè dite sempre così! Vi ricordate quella sera che si parlava di ladri?...» saltò su uno; e Giovanni sarebbe stato imbarazzato a rispondere se in quel punto non veniva in suo aiuto un gran chiasso nella strada che fece correr fuori quanti erano in quartiere.

Uscì fuori anche il nostro Giovanni. Era una di quelle comitive di ragazzacci e di monelli, che con qualche fiaccola accesa facevano la loro dimostrazione cantando e schiamazzando.

Poco dopo il nostro sergente rosso in faccia, ansante e con l’uniforme slacciata, rientrava in tutta furia in quartiere tra gli applausi e le sghignazzate dei compagni, tenendo uno di quei monelli, afferrato per il collo. Cos’era successo? Era successo che l’uffiziale aveva voluto rimandare quei monelli a casa loro; s’era cercato di persuaderli, ora con le buone, e ora con le cattive, portando loro via le torce a vento; i monelli s’eran messi a motteggiare, e Giovanni era stato preso di mira più d’ogni altro. Allora nel nostro sergente s’erano riaccesi gli spiriti antichi. Sulle prime s’era accontentato di far la cera brusca; ma i motteggi eran raddoppiati; allora, perduta la pazienza, aveva ricorso a qualche scappellotto. Quello era stato il segnale della battaglia; scappellotti da una parte, e fischi dall’altra, finchè i monelli, presa la fuga e fischiando sempre, eran scappati per di qua e per di là. Giovanni però gli aveva inseguiti, e gli era riescito di afferrarne uno, e condurlo in quartiere.

La gioia del trionfo fu però breve. Si risovvenne dei propositi fatti, e fu malinconico per parecchi giorni. Non fece parola dell’accaduto con suo genero, e andò ripetendo più d’una volta tra sè: «E dire che sono forse stato io a tener su il Ministero quella sera!... Ma è inutile! il disordine non lo posso vedere neanche quando ce ne vorrebbe un tantino!... Sono fatto così!»