VIII.
Due anni dopo, nel febbraio del 1864, due nostre conoscenze di Castelrenico, Martino il legnaiolo, e quel Simone dalla giubba verde e dalle dieci mila lire, si trovavano un bel mattino, senza saperlo, in una stessa vettura che due volte la settimana andava da Castelrenico a Milano. Questa combinazione sulle prime era piaciuta pochissimo sì all’uno che all’altro. Un simil viaggio non era un piccolo avvenimento per tutti e due: ci doveva essere qualcosa di straordinario; e gelosi delle faccende loro, dopo aver maledetto in secreto il momento in cui avevan scelto proprio quella giornata, s’erano salutati con un certo imbarazzo, e scambiata qualche parola impacciata di sorpresa ed anche di giustificazione a cui, ben inteso, non avevan creduto nè l’uno nè l’altro.
Dopo qualche tempo però, siccome o bene o male si finisce a questo mondo con l’adattarsi a tutto, così anche i nostri due viaggiatori, rabbonitisi un poco, finirono col far quattro chiacchiere, cercando tutt’al più di tanto in tanto di scavar qualcosa l’un dall’altro, se era possibile.
«Non faccio per dire,» diceva Simone, «ma non c’è niente che mi dia tanto appetito come il viaggiare....»
«Bella cosa per voi che siete sempre in giro.»
«Oh! gran che! Scommetto che ormai andate in giro voi più di me.»
«Io? Se non esco mai fuori del paese!»
«Perchè avete troppo da fare.... lo capisco; ma quando si comincia a lavorare anche per paesi lontani, allora bisogna moversi per forza....»
«Eh! ci vuol altro. Si comincia, è vero, a far qualcosina, ma per aver faccende da per tutto bisognerebbe conoscere il giro del denaro, come il nostro Simone.»
«L’avete proprio indovinata voi con quell’acqua!» continuò l’altro come se non avesse intese le ultime parole di Martino. «Mi piace esser sincero! D’un filo che ce n’era, guardate un po’ che bel ramo d’acqua! Che forza!... E dire che nessuno ci aveva pensato mai! e nessuno sapeva neanche dove andasse a perdersi!... Insomma l’avete indovinata voi. E quando sento dire che lavorate per quattro, e sento parlare di quelle vostre seghe e macchine che non s’eran vedute mai, io dico sempre: eh! Martino non ha finito! ne rumina delle altre! se ne vedranno delle belle!...»
«Adagio! adagio! Sarò contento se arriverò a pagare i debiti.... cominciando dal più grosso.... quel che sapete voi.»
«Eh! cosa dite mai! Se vi posso servire in qualcos’altro, non avete che a parlare.»
«Grazie. Finchè non ho stracciate certe carte vecchie, non ne voglio sporcar delle nuove!»
«Ma quando tornerà a casa il vostro figliolo, vorrete bene impiantarvi un poco più in grande!... E se non lo vorrete voi, lo vorrà il figliolo, vedrete!»
«Tonino, innanzi tutto, così subito non tornerà. Vorrei lasciarlo dov’è almeno un anno ancora. Adesso è proprio sul più buono, perchè siccome comincia a difendersi discretamente anche quanto alla lingua tedesca....»
«E non è una corbelleria da niente, ve lo dico io» saltò su Simone «questa del capire le lingue! Intanto che loro, in quei paesi, parlano a quel modo per non lasciarsi intendere, voi capite tutto, e rubate qualsiasi mestiere! Ah, l’ha pensata bene quel vostro figliolo!... Mi diceva poi qualcuno ch’è passato da quelle parti, che il vostro Tonino si va facendo un così bel giovanotto, alto e serio, che quasi non lo si conosce più.»
«Ah! l’hanno detto proprio anche a voi?»
«E m’hanno detto anche che in sul mestiere bisogna fargli di cappello già a quest’ora!... Quelle seghe nuove che paion nastri coi denti, e quelle fatte a rotella, e quell’altre diavolerie che m’avete fatto vedere, ve le ha ben mandate lui?»
«Me le ha mandate lui, e poi m’ha insegnato per lettera il modo di metterle a posto e di servirsene. Bisogna leggerle quelle lettere! bisogna....» E Martino avrebbe voluto continuare, ma sentì gonfiarsi gli occhi e fermarsi a un tratto la parola come da un nodo che gli stringeva la gola. Allora Simone ricominciò:
«E fate conto di starci un pezzo a Milano?»
«Io?... eh, spero sbrigarmi in un paio di giorni.»
«E così spero di far anch’io. Affari non ne ho.... vado a salutare un parente che non ho veduto da un pezzo, e poi ritorno. Alloggerò alle Due Spade: ci venite anche voi?... Ah! ma voi forse andrete in casa di vostro cugino l’avvocato....»
«Se v’ho da dire la verità, non so neanche dove stia di casa.»
Con ciò Martino aveva detto proprio quello che al compagno premeva di sapere. E il compagno ne fu tanto contento, che vedendo in quel punto un’osteria fece fermare la vettura, e volle a ogni costo pagare il vin bianco.
Continuarono poi a discorrere fino a sera, ossia fino alle porte della città; ma siccome e l’uno e l’altro si guardaron bene dal dire il motivo di questa loro andata a Milano, così, per saperne qualcosa, dovremo metterci in tutt’altra compagnia. Là vedremo anche per qual ragione abbiam voluto far fare ai lettori un salto di due anni; vedremo cioè se le cose capitate in quei due anni ai nostri personaggi valessero la pena d’esser narrate alla distesa.
Innanzi tutto facciamo dunque una visita in casa del marchese Renica, dove troviamo press’a poco la solita gente e il solito tavolino di giuoco. Forse a don Gilberto quei due anni che eran passati avevan procurato un poco di gotta di più, e probabilmente era quella la ragione per cui non lo troviamo questa volta tra i quattro della partita; ma anche questa piccola diversità non ce l’avrebbe concessa nè lui, nè il suo coetaneo il padrone di casa. Al posto di don Gilberto quella sera stava seduto al tavolino di giuoco l’avvocato Massimo, in compagnia del consigliere Rocca, dell’ingegnere Mevio, e già s’intende, del marchese Renica. L’avvocato Massimo non aveva più quel fare impacciato che gli abbiamo veduto altre volte in casa del marchese; non si teneva più interito sulla sedia e sedutovi soltanto a metà: discorreva con disinvoltura, citava all’occorrenza qualche autore, e si capiva che aveva fatto divorzio dal sarto di Castelrenico.
Anche chi osservava sua moglie, Enrichetta, a una prima occhiata capiva subito che in casa Della Valle eran succeduti dei cambiamenti. Il suo contegno suppergiù era il medesimo; solo s’era fatto un po’ meno semplice e un po’ più elegante. La modestia c’era ancora, ma quel tantino d’impacciato non c’era più. Non c’era più neanche quel genere di vestir semplice, ma accompagnato da qualche arzigogolo, che svela con tanta indiscrezione il lavoro associato della sarta modesta e della committente industriosa. Il suo vestire era, per così dire, tutto d’uno stile, lo stile chiaro e lampante d’una sarta di primo ordine.
Enrichetta, la marchesa Giulia, e due altre signore facevano crocchio intorno a un tavolino da lavoro, e tra un punto e l’altro di ricamo facevan la solita rivista degli amici, cercandone i peccati per poterli compatire e assolvere. Nel crocchio c’era anche l’uffizialetto, don Emanuele, il quale, dopo l’ultima volta che l’abbiam veduto, aveva cambiato di guarnigione, ed essendo venuto vicino a Milano, a ogni tratto, di giorno o di notte, col permesso o no de’ superiori, foss’anche per un paio d’ore, lo si vedeva capitare. Il marchese Renica, che non era uomo da metter tutte queste corse, proprio dalla prima all’ultima, in conto dell’amor figliale, diceva qualche volta con don Gilberto: «Quel rompicollo ne sta pensando o ne sta facendo qualcuna delle sue!» e ci faceva dietro una risatina.
In quel punto il marchese, il quale non pensava a suo figlio ma al matto dei tarocchi, che non sapeva in che mani si fosse, faceva la faccia brusca e brontolava col compagno, l’ingegnere Mevio.
«Ma che diavolo! Dove ha la testa stasera, caro ingegnere? Pensi alla partita per il momento; ai tegoli, alle fabbriche e ai manovali ci penserà domani!...»
«Cosa vuole, signor marchese! tutto il gioco di spade era in mano del consigliere....»
«E intanto la partita è andata!»
«Sempre in faccende il nostro ingegnere!» prendeva a dire il consigliere Rocca, intanto che il marchese contava i punti.
«Sicuro!» ripigliava l’ingegnere. «Stamani poi non ho avuto un minuto di requie. Dovevo conchiudere due o tre appalti che mi premevan molto e.... a proposito! indovinate un poco con chi ho conchiuso un affar grosso?... con un legnaiolo di Castelrenico! Si chiama Della Valle anche lui; voi, Massimo, dovete conoscerlo....»
L’avvocato Massimo, che in quel punto s’era fatto rosso, prese le carte, aveva detto al marchese: «Lasci fare a me questa volta, le mescolo in modo che vedrà! le toccherà proprio un bel gioco!» Ma l’ingegnere continuava:
«Guardate un poco dove va a star di casa alle volte il talento! Questo legnaiolo ha veduto una volta, in un paese della Svizzera, delle macchine, così mi diceva lui, e detto fatto ci trovò il bandolo di farle venire e piantarle in Castelrenico. Intanto il più bel campione di imposte e di persiane è proprio stato il suo, e ho conchiuso con lui l’appalto per una casa intiera. Nè mi fermerò lì! Lavori così a buon patto e così ben fatti si vedon di rado. È un uomo che farà fortuna....»
«State attento! pigliate le vostre carte, ingegnere, e cercate di far fortuna voi!... Delle persiane e degli scuri fatti con talento parlerete dopo,» diceva il marchese.
«Non ho carte e faccio passo,» continuò l’ingegnere. «Se sapeste, Massimo, quanto m’ha chiesto di voi quel vostro compatriotta! Anzi si è fatto insegnare da me dove state di casa, perchè domani vuol venire a farvi visita, e vuol conoscere vostra moglie....»
«Ma caro avvocato, anche lei!...» esclamò in questo punto il marchese «che spropositi mi fa! ma badi!... che diavolo! cosa succede stasera?»
Il povero avvocato Massimo, invece di badare alle carte, aveva badato a due discorsi che gli venivano all’orecchio in una volta; quello dell’ingegnere che gli annunziava per il giorno dopo una visita del cugino legnaiolo, e quello che si faceva al tavolino delle signore, dove la marchesa Giulia annunziava anch’essa per il domani, una visita a Enrichetta per certi loro affarucci di lavori e di toeletta.
Noi intanto, traverso tutte queste chiacchiere, siam venuti a sapere qualcosa dei nostri personaggi. A Martino, in questi due anni, le faccende sono andate bene, a quanto pare; e così si direbbe anche dell’avvocato Massimo, a vederlo lui e sua moglie in casa Renica senza la soggezione e il fare impacciato d’una volta, ma con una certa familiarità, la quale voleva dire che si stava molto assieme, che non si faceva vita ritirata, e che in conclusione si spendevano dei quattrini.
Eran dunque diventati ricchi? Era capitato finalmente in quei due anni l’impiego? e proprio quell’impiego grande che ci voleva per accontentare casa Della Valle, e per farla da signori?
Non era capitato niente! Nei due anni in casa Della Valle non era capitato di nuovo che un bel bambino, il quale stava appunto per compiere i quattordici mesi. Novità che aveva avuto il suo pregio per gli sposi, ma che avendone un po’ meno per il lettore, serve anch’essa a giustificarci con lui se abbiam voluto fare il salto e risparmiargli qualche capitolo.
E intanto a menar vita così buona come si faceva? Ci aveva pensato quel tal Simone di Castelrenico, fatto venire l’anno prima a comperare l’unico poderuccio, e che ritornava adesso, come abbiam veduto, a comperare in gran secreto anche la casa, l’ultimo ben di Dio che rimaneva all’avvocato Massimo.
«Andate là!... andate là!» diceva Giovanni a suo genero, «questo non si chiama mangiarsi il fatto proprio, si chiama impiegarlo al cento per cento! Scusate, ma voi altri campagnoli certe cose non le potete capire!... ci vogliam noi! lasciate fare a me! lasciatevi dirigere da me!... Se volete pigliare i polli e l’oca che stan sull’albero della cuccagna, bisogna andar su, e su, e su! bisogna andar in alto! Insomma gli impieghi grossi se li piglia chi vive in alto, se avete capita la metafora. Guardate un poco cosa v’hanno risposto la prima volta col vostro andar là alla buona! Voi mi direte — ero avvocato! — Avvocato fin che volete, rispondo, ma avvocato di Castelrenico, che sarà un bel paese, ma in fin dei conti è un paese!... Che se prima vi facevate vedere cittadino anche voi, a braccetto coi primi signori e nelle prime società.... se aveste trovato il modo, per dirne un’altra, di farvi far cavaliere.... oh! allora sì che non si scherza! anche quel tal ministro avrebbe avuto un poco più di soggezione e vi avrebbe fatto tutt’altre offerte. Basta, quello che non s’è fatto allora bisogna farlo adesso. Voi non avete a far altro che il signore!.... Non abbiate paura di spendere!... Vendete quel poco che avete al sole, impiegate il fatto vostro in tante partite a’ tarocchi nelle prime società.... e vedrete! vedrete! Un bel giorno vi capiterà un impiego che vi pagherà di tutto. Non dico però che si deva aspettar l’impiego con la bocca aperta: piantate le vostre reti e il merlo passerà! Dico il merlo, per dire un qualche personaggio di quelli che con una parola fanno tutto!... è una metafora, capite?»
Che se poi l’avvocato Massimo qualche volta si mostrava poco persuaso, e pur lasciandosi un giorno dopo l’altro tirar dietro dal socero, dava di quando in quando in qualche atto di impazienza, allora Giovanni saltava su a dire: «Piano! piano! sono lì lì per trovarci il bandolo! Lasciate fare a me.... ci son quasi.... ho giù anch’io le mie reti, e se sapeste che reti!»
Prima di vedere anche noi quali fossero le reti del signor Giovanni, dobbiam dire che all’avvocato Massimo non era mancato di tanto in tanto qualche parere ben diverso da quelli del socero.
L’ingegnere Mevio aveva cominciato presto a crollare il capo su questo grande impiego che non veniva mai, e più d’una volta aveva detto a Massimo, col quale era in molta dimestichezza: «Badate che qualcuno non vi meni a bere! Piantar lì una professione, alla vostra età, per incominciarne un’altra, la mi pare una cattiva speculazione. S’è visto, è vero, qualche colpo di fortuna, ma un fiore non fa primavera! Cosa vi mancava in Castelrenico?... Nei vostri panni sapete cosa farei? Tornerei al mio paese intanto che ne sono in tempo!... tornerei al mio posto.... ai miei clienti come prima, e con una bella moglie per di più! Quanto alla gente e a Giovanni, lasciate che dicano! Non saran loro che vi tireranno dalle peste quando non sarete più in tempo di ritrarvene da voi! Una buona decisione in tempo, e la fortuna è ancora in mano vostra!»
Ma nel non sapersi decidere in tempo ci son cascati prima del nostro avvocato tanti uomini grandi, che possiam dir subito, vedendolo in così buona compagnia, che c’è cascato proprio anche lui. E non è che di tanto in tanto non gli venisse la tentazione contraria; ma or capitava una nuova speranza, e ora gliene mancava il coraggio dinanzi al come si fa? Come si fa a dire a Enrichetta: io ti toglierò per sempre dalla tua città nativa, dopo avertela io stesso fatta piacere di più, per chiuderti in un paesuccio fuor di mano, a menarci una vita ben modesta; la bella prospettiva che t’avevo messa dinanzi è sparita! Tu ti rassegnerai, lo so!... ma se ti verrà in mente che in fin dei conti t’ho ingannata, non saprai cosa rispondere! Come si fa a dire al socero: o staccatevi dalla vostra figlia, o seguitemi in quel paesuccio anche voi! Come si fa a dire in casa Renica, ai nuovi amici, ai nuovi parenti, e a tutti quei del mio paese: fatemi la baia, che l’impiego e le grandezze sono andate in fumo! non erano che spacconate!
Il coraggio di dire tutte queste cose se ne andava solo a pensarle, e allora Massimo riapriva per un momento ancora lo sportello a tutte le speranze e a tutte le illusioni di prima; accendeva un sigaro, andava a spasso, rideva con gli amici, si metteva un paio di guanti e andava a fare una visita. Ma poi nel gettar il sigaro, nel levare i guanti, nel tornarsene a casa, nel passeggiare per la stanza, gli tornavano da capo, a una a una, tutte le paure, compresa quella che il continuare a pagare tanti conti non fosse precisamente il miglior modo di impiegare al cento per cento il fatto proprio. Questi dubbi, questi contrasti, che cacciati e ricacciati non avevan fatto che tornare con maggior insistenza, davano ogni volta de’ gran malumori al povero Massimo; e il malumore, come fa l’umido col ferro, lascia sull’animo una ruggine che a poco a poco si distende, penetra, e corrode l’indole intera. Questa ruggine è fatale; entrata in una casa, dove tocca si propaga; ogni animo ne ha subito la superficie guasta, e per quanto buoni sien gli animi nel resto, la è finita! Tutto stride; le incastrature non combaciano più; e a ogni movimento da nulla, c’è sempre qualcosa che si spezza e salta via.
C’eran poi, come abbiam sentito, le reti del signor Giovanni, ma fino a quel punto non c’era entrato altro pesce che lui. Queste reti mettevan capo al signor Canziani, quell’impiegato in disponibilità che abbiam veduto la sera del tafferuglio, e che poi era diventato il più grande amico, anzi la stella polare, di Giovanni.
Che quel signore fosse uomo di talento, Giovanni l’aveva capito subito nell’udirlo applaudire alle sue massime quella sera, poco prima degli scappellotti. E che fosse poi anche la persona più compita di questo mondo, se n’era accorto qualche minuto dopo, quando quel signore aveva voluto tenergli compagnia fino a casa. Ma in seguito, avendo scoperte a una a una tutte le prerogative che la natura aveva date al suo nuovo amico, Giovanni fu preso da tanta ammirazione per lui da non far più un passo senza domandargliene parere, e da non ascoltarlo se non con la bocca aperta. «S’ha un bel dire,» ripeteva ad ogni tanto tra sè, «ma di questi uomini non ne nascono che all’ombra del nostro Duomo! Che là ci avesse da essere proprio un influsso?»
Il signor Canziani aveva confidato a Giovanni che nella società moderna, e coi nuovi Governi, il vero merito è messo in disparte, e qualche volta perseguitato. Allora Giovanni aveva capito subito perchè non si volesse dare a suo genero l’impiego; perchè fosse stato soppresso l’ufficio dove era impiegato il signor Canziani; e perchè al signor Canziani non avesser dato che mezza pensione. Una volta poi Giovanni avendo domandato, in un momento di malumore, se per avere a questo mondo il trionfo definitivo della giustizia, ci volesse caso mai uno sconvolgimento generale, il signor Canziani aveva risposto «che una tale necessità gli avrebbe fatto pochissima maraviglia!» Allora il nostro Giovanni s’era deciso su’ due piedi a cambiar principii. In pochi giorni si fece familiare con l’idea dello sconvolgimento generale; poi non fu più veduto comparire nel quartiere della guardia nazionale. Gli scappellotti di quella sera erano proprio stati il canto del cigno!
Il signor Canziani fece conoscere a Giovanni alcuni suoi amici che con lui passavano la sera, o giocando alle carte o facendo quattro chiacchiere in uno stanzino appartato d’una botteguccia di caffè. Questi tali o erano stati o erano tuttavia impiegati del Governo dal primo all’ultimo; ma bisogna dire che il denaro del Governo facesse loro ben cattivo pro, perchè tutti eran sempre di pessimo umore. Chi si lagnava d’essere stato messo in riposo, e dimostrava come le faccende pubbliche non potessero che andare alla peggio quando i migliori eran lasciati in disparte. Chi brontolava perchè doveva ancor servire, e non gli era concessa la meritata pensione. Chi declamava contro le leggi nuove che confondevan la testa agli impiegati vecchi. Uno ce l’aveva con quelli che stanno aggrappati come ostriche al loro ufficio, e non lasciano il passo a chi vien dopo. Un altro se la pigliava coi traslocamenti che mandan di botto un galantuomo a vivere dove non è stato mai. Insomma eran tutti fuori dei gangheri; e se il Governo li avesse pagati tutti per dir male di lui, non avrebbe mai speso così bene i suoi denari.
A veder gli altri a giocare e rifocillarsi, e a portare nella conversazione il proprio contingente di miserie, ma di miserie vere e di lamenti giusti, capitava anche qualche povero impiegatuccio, qualche rota minore del carro dello Stato; qualcuno di quei poveri rotini senz’unto e con le razze sconnesse che a ogni movimento cigolano e par che dicano: oh! perchè un così gran carro tiene così poveri ordigni!... non era maggior pietà farci pigliare la via dell’opifizio o del mulino dove anche noi saremmo parsi ruote men piccole, e dove il padrone avrebbe veduto anche noi?
La compagnia di tutta questa gente malcontenta, se aveva fatto fare qualche riflessione a Giovanni, non era stato già per distruggergli, o anche solo turbargli, l’ideale della vita dell’impiegato, ma per infervorarlo nell’idea dello sconvolgimento generale, che ormai gli pareva proprio il solo rimedio pratico e spicciativo per raddoppiare il soldo e i posti agli impiegati, per non traslocarli, per far diventar chiare le leggi, e tener allegri tutti quelli che oggi eran di malumore. Perchè Giovanni desiderava, è vero, innanzi tutto una buona nicchia per il suo Massimo, ma era troppo di buon cuore per non darsi pensiero anche della felicità di quelli che frequentavano lo stesso stanzino del caffè.
I quali frequentatori dello stanzino però, mentre non contraddicevano il signor Giovanni sulla necessità dello sconvolgimento generale, cercavano intanto, ciascuno per proprio conto, qualche piccolo sconvolgimento particolare che provvedesse per il momento ai loro interessi. Procuravano, per esempio, d’entrar nelle buone grazie d’un personaggio influente, o di qualcuno che accennasse di diventarlo; correvano a dire una parolina all’orecchio al direttore d’un giornale, o a lasciargli qualche lunghissimo scritto che questi poi non stampava, ma che lodava; correvano al circolo elettorale, facevano un deputato, e subito dopo un memoriale da dargli in mano. A furia di star con costoro, anche Giovanni aveva imparate queste nuove vie, e aveva finito per aver anche esso il suo circolo e il suo giornale dove bazzicava, i suoi uomini influenti che potevan diventar ministri; ai quali, in attesa dello sconvolgimento, consegnava di tanto in tanto i suoi memoriali per far noti i meriti e i desiderii dell’avvocato Massimo.
Di questi memoriali Giovanni aveva avviata una vera fabbrica e uno spaccio attivissimo. Ne aveva sempre un pacco in tasca, e a ogni tratto ne rinnovava la provvisione. Ogni qual volta scopriva un personaggio che facesse al caso suo, dopo aver trovato il verso di presentargliene uno in persona, trovava quello di fargliene avere una dozzina almeno da dodici provenienze diverse. E i memoriali poi finivano tutti, s’intende, a un modo solo; ricevuti con buonagrazia, facevano una prima stazione nella tasca di petto del soprabito, e una seconda nella paniera della carta lacerata.
Giovanni, lontanissimo dal supporre a quali sconvolgimenti erano destinati i suoi memoriali, ogni volta che trovava modo di spacciarne un nuovo pacco se ne tornava a casa tutto allegro, e, con una fregatina di mani e un sorriso pieno di malizia, diceva a Massimo e a Enrichetta: «Ho trovato un nuovo bandolo!... ho messo giù una nuova rete! una rete tale che se l’impiego ci scappa fuori anche questa volta, gliene faccio, per bacco, i miei complimenti!»