LO SCARTAFACCIO DELL’AMICO MICHELE.

Milano, 1º dicembre 1867.

Amico carissimo,

Ieri, quando ci siamo incontrati al crocicchio delle Cinque Vie, tu mi hai fatte, tutte in una volta, mille domande, ch’erano ben naturali dopo tre anni che non ci vedevamo, ma che in quel momento erano troppe. Avevo sotto il braccio un fascio di carte, e nella testa un nuvolo di cose; eran due ore che correvo, per cento affarucci, da un ufficio all’altro, e non avevo finito. Era un viavai di gente da tutte le parti, e intanto tu mi domandavi, se lo rammenti, tutto d’un fiato «dove andavo, cosa pensavo, donde venivo, cosa facevo!»

Ad ogni domanda, lì sui due piedi, non ho potuto risponderti che con un urtone, e senza mia colpa, perchè erano urtoni di rimbalzo. Presso le mie gambe s’erano già fermati due carretti; c’era un incontro di omnibus, e veniva una compagnia della Guardia nazionale.

Tutto questo dimostrava come presso le cantonate sia difficile il raccontare anche una sola pagina delle proprie memorie. T’ho abbracciato in fretta; t’ho risposto che avevo mille cose a dirti, e che sarei venuto in casa tua a fare una gran partita di chiacchiere. Ma eccomi, stamani, una lettera del fattore che mi richiama in campagna; e così per un pezzo, addio chiacchiere. Ti voglio però pagare il mio debito.

Devi dunque sapere innanzi tutto che in questi tre anni non ho fatto un bel niente.

Fui anche ammalato, credo di mal di fegato: passai delle giornate intere chiuso nella mia camera, sprofondato in un seggiolone, e purchè le gambe rimanessero ferme, lasciavo che la fantasia camminasse come le faceva comodo.

Di tanto in tanto poi, figurati che buon tempo! pigliavo la penna per mettere in carta le ubbie che mi attraversavano la mente e le cose che mi facevano maggior colpo. Lo vuoi tutto questo scarabocchio? Leggilo, se hai del buon tempo anche tu, e ci troverai la risposta a tutte le domande che mi hai fatte, e anche a molte di quelle che mi avresti potuto fare se non venivano quegli omnibus e quei carretti.

Ti dirò di più che, sebbene io non avessi avuto da prima altro pensiero che quello di scrivere, per così dire, a me stesso, pure qua e là devo avere scritto proprio come se qualcuno mi dovesse leggere, tanto è naturale in chi racconta il bisogno d’avere chi lo ascolti. Leggi dunque tutto questo scarabocchio; così se avrò scritto, senza volerlo, una storia, potrò anche dire d’aver avuto un lettore.

Addio.

L’amico
Michele.


15 luglio 1865.

C’è dei momenti in cui è un gran bisogno dell’animo quello di scrivere una lettera. Convien però dire che un tal bisogno non lo sentano tutti, perchè de’ miei molti amici, non ce n’è uno che mi scriva una riga. Ma i miei amici hanno ben altro di meglio a fare: i miei amici sono diventati tutti uomini utili; il solo rimasto inutile son io. Confesso però che il silenzio altrui mi dà poco coraggio, per cui volendo proprio scrivere a qualcuno, la cosa più prudente è di scrivere a me stesso.

Ma per scrivere a me stesso bisognerebbe che scrivessi cose che interessassero me; cioè, le mie memorie. Le memorie di che? La sarebbe una bella pretensione per me che sono così poco un uomo grande! Eppure mi pento di non avere scritto un po’ di cronaca nei tempi addietro. Eravamo pochi allora, ma tutti giovani, caldi, pieni di fede e di poesia. Bei tempi! Cioè tempi brutti, perchè, a ragionar bene, bisogna dire che i tempi belli son questi in cui i pochi son diventati i molti. Ma a me diventarono molti anche gli anni, e tutt’altro che molti i capelli.

La poesia però ci ha perduto, e, per il meglio forse, non è più ricomparsa vergine e salda come prima. Nel quarant’otto s’era proprio creduto di andare in capo al mondo con una punta di ferro su un bastone e un vestituccio di tela. Ma senza questa santa ingenuità, chi avrebbe incominciato? Mi ricordo che anch’io, come tant’altri, essendo salito al potere, non mi parve in coscienza di fare abbastanza bene il dover mio in quel Comitato qual si fosse di cui facevo parte, finchè non fui vestito tutto di velluto, non ebbi una gran cintura di pelle, e non mi vidi piantate parecchie piume nel cappello. Chiesi l’obolo della vedova, feci comporre l’inno delle nazioni da redimere, e non so in quale occasione decretai indipendente l’Irlanda. Con tutto questo, se mi toccò la mia parte della impopolarità che accompagna il potere, l’ho dovuto al sospetto che appartenessi al partito della gente troppo positiva.

Oh santo entusiasmo, sublimi inezie, sapienti spropositi, dove siete voi andati a finire! Nessuno serberà memoria di voi? nessuno verrà a cercarvi nelle fosse dimenticate dei campi di battaglia, delle terre d’esilio e dello spianato d’una prigione? Delle vicende intime di noi povere sentinelle perdute che facemmo le veglie dal 21 al 48 la storia che cosa dirà? Nessuno, proprio nessuno avrà scritto in quei tempi la pagina quotidiana di quelle sante memorie? Nessuno che le abbia scolpite nel cuore, scriverà un libro che racconti ai nostri figli, ricchi, grassi e beati a buon mercato, quali erbe amare abbiano masticate i loro poveri vecchi, e quanta fede li ha mantenuti instancabili e ritti? Questo testamento va fatto, e manca al suo dovere chi lascia andare perdute le memorie di un così nobile retaggio!

Qualcuna di queste pagine la potrei scrivere anch’io. Io? E dàlli con quest’io! Da qualche tempo, senza dirmene nulla, è venuto a rizzar casa entro di me non so chi, il quale si prende lo spasso di soffiarmi di tanto in tanto una parolina all’orecchio e di farmi il precettore. È un precettore impertinente ed anche ignorante! perchè non sa che il mio dovere lo conosco senza che me lo insegni lui. Il mio dovere l’ho già fatto; adesso tocca agli altri, ed ho le mie buone ragioni per dire che ho finito; non foss’altro perchè sono ammalato; non foss’altro perchè non mi accomoda.

Io? La mia parte l’ho fatta, io, ed ora, basta. Aspirai tutta la vita a un punto, e vi giunsi, ma lo confesso, stanco e rifinito. La mi si lasci dunque contemplare questa bella Italia che mi si para dinanzi; mi si lasci gustare questo sospirato riposo, quest’aura di pace che mi ristora dopo tanta fatica e tanta arsione. Aura dolcissima! Ma gli è però un gran dire che queste brezzoline tanto desiderate, appena comincino a spirare ti fanno tirar su il bavero e mutar di posto perchè ti paiono di troppo. Ma cosa voglio dir io con questo? Voglio forse dire ch’erano belli anche i tempi passati perchè erano i tempi dei miei capelli neri e della mia poesia? Ma che poesia? La poesia forse delle spie?

No. Per oggi è meglio che la finisca, anche perchè, e lo so per prova, certi pensieri sono i peggiori nemici del mio povero fegato.


16 luglio 1865.

Questa notte col mio fegato è andata male. Ho fatto chiamare il medico, e sentirò che cosa me ne dice. Ma egli mi dirà di star allegro, di viaggiare e di andare a spasso. Dirà lui ch’io sto benone, o tutt’al più mi verrà fuori con la nevralgia. Quel mio buon amico dottore ha una gran simpatia per le nevralgie! — Ma possibile, gli domando io, che in cinque anni di Università non t’abbiano insegnato altro che a mandare gli ammalati a viaggiare o a passeggiare? — E lui ride; qualche volta però capisce d’aver torto; allora mi ascolta il cuore con l’orecchio, picchia di qua, picchia di là, mi fa cento domande e lo si direbbe persuaso pur troppo ch’io sto male. Ma un minuto dopo torna a metter tutto in canzonella, e se ne va. Un giorno mi disse ch’io sarei stato un bel caso per l’omiopatia. «E perchè no?» gli risposi «se la tua scienza rimane sempre muta, io dovrò bene ricorrere a qualche altra che parli.» — «Ah, tu vuoi la ricetta?» riprese il dottore «eccola qua.» E preso un pezzetto di carta scrisse sopra: recipe qualche occupazione, o un passaporto.

Un passaporto? A questa parola feci una triste riflessione: è spesso un estremo rimedio, anzi è la confessione che rimedi non ce n’è più, quando il medico dice all’ammalato: «bisogna mutar aria.» Fosse così? Non glielo domandai, ma sentii il bisogno di rispondergli e di trattenerlo.

«Non mi è nuova, caro dottore, questa tua grande idea di volermi vedere con una penna in sull’orecchio e un fascio di carte dinanzi. So bene che cosa vuoi dire con codesta tua occupazione. Ma te ne ringrazio. Io sono un vecchio cavallo di battaglia, e non ho groppa buona per la carretta. Se udissi la tromba del reggimento, ti ribalto il villano, e corro alla manovra. Tu sei più giovane di me, caro dottore, e non so se mi capirai. Non so come la pensino quelli del tuo tempo. Io, per conto mio, e per conto di quelli della mia età, ti dico che il nostro còmpito è finito. È inutile farmi la cera complimentosa, caro dottore; lasciami dire. Noi siamo stati i cavalieri erranti dell’Italia; per lei abbiamo sospirato e cantato; per lei siamo scesi soli in tutte le lizze, e abbiamo spezzate cento e cento lance. Ora ci vorresti tu chiamare al suo servizio per fare i conti e le spese della famiglia? Sapresti tu con tanta disinvoltura essere oggi l’amante, e domani il ragioniere della tua bella?»

Ma qui il dottore mi interruppe per dirmi bruscamente che tutti in Italia dobbiamo essere i servi e i padroni a un tempo; i sudditi e i legislatori; i mariti e i ragionieri....

«Benissimo, dunque; ma allora ti dirò che io mi sono più d’una volta innamorato, ma che non ho voluto prendere moglie mai. Sì, in Italia il matrimonio è fatto, e i figlioli saranno una gente fortunata che le altre famiglie, forse, invidieranno. Ma l’antico amante, caro dottore, ha poetizzato di troppo tutta la vita, e non sa prendere con disinvoltura la vita coniugale. Ha veduto sempre da lontano la sua bella, misteriosamente ravvolta in tutto ciò che di più splendido e di più poetico gli offriva la fantasia. Erano più divine che umane le sue forme, ed egli credette in buona fede d’essere il fidanzato d’una Dea. La moglie venne in casa, bellissima, ma di questo mondo. I contorni vaghi e indefiniti divennero da quel giorno linee precise a cui la fantasia non può nè aggiungere nè togliere nulla. Quel velo aereo che la ravvolgeva, si mutò in vesti di mussola o di seta, di cui il marito conosce il costo sino all’ultimo quattrino. La Dea dalle grandi chiome, dalla fronte serena, dall’incesso maestoso, ha il suo fintino di trecce posticce, i suoi quarti d’ora di malumore, i suoi momenti di restìo. È benefica e grande, ma bisogna pagarle i debiti. Lo sposo ripete le frasi del suo amore, ma vengono a interromperlo i conti della cucina. Egli è felice, ma vissuto sempre tra le nuvole, ora che è calato a terra, al pari delle rondini, stenta a muover le gambe.»

E il dottore intanto rideva più che mai, e mi domandava la conclusione.

«La conclusione è che questi antichi ammalati, come diresti tu, di poesia e di amore, il giorno in cui toccavano la mèta avrebbero dovuto morire! Chi poi non ha avuto il buon senso di morire davvero, procuri di rimediarci alla meglio, e faccia quello che intendo di fare io per quel po’ di tempo che mi rimane: si ritiri dal mondo e si faccia fare il funerale come Carlo V. Eccoti il mio còmpito, caro dottore, che non è precisamente l’impiego che tu mi vorresti dare, ma che è il solo partito ragionevole a cui mi possa appigliare. E ci ho pensato seriamente.»

Il dottore sulla fine rideva un po’ meno e mi guardava fisso in volto, di certo per arguire, senza ch’io lo sapessi, se nel mio fegato prevaleva il giallastro delle cellule epiteliali o il rosso della congestione dei tessuti. Poi conchiuse subitamente, con la sua solita sincerità: «Caro mio, se tiri via di questo passo, finirai col diventar matto.»


25 luglio 1865.

Questa mattina furono quattro quelli che mi domandarono che cosa faccio.

«Piglio il fresco» risposi al primo, che mi trovò seduto sotto gli alberi del bastione.

«Ma sicuro, cosa fa il nostro Michele, con quella cerona da papa?» continuò un altro ch’era a braccetto del primo.

«Cerona!» ripresi io; e devo aver fatto una gran smorfia.

I due amici si guardarono sorpresi senza capir niente.

«Ma, ecco, io volevo dire» riprese il primo» tu che hai sempre studiato come un martire, che ti sei compromesso per la patria, come fai ad esser qui? Eh Dio sa che impiego aspetti, tu!»

«Sul bastione?»

«Sempre diplomatico il nostro Michele! Verrò poi a raccomandarmi a te....»

«Insomma, conservati sempre sano e rubicondo come ora» terminò quello della cerona, e se ne andarono.

Allora mi mossi anch’io in cerca d’un viale più solitario, per passeggiare tutto solo coi miei pensieri. Eh sì! credo che al mondo non ci sia stato che Adamo che abbia goduto, nei suoi primi tempi, d’un tantino di libertà; ben inteso prima di svegliarsi da quel sonno famoso.

«Buon giorno, caro Michele» — «Altrettanto.» — «La riverisco.» — «I miei complimenti.» Oh che noja! e tiravo via. Ma ci sono anche quelli che ti fermano e, per non lasciarti andare, ti pigliano per un bottone.

«Ma, caro Michele, che fai?» mi disse di botto un tale che, vedendolo, avevo sperato che avesse fretta.

«Niente.»

«Come, niente! In questi tempi?... è impossibile, niente! Stamani io ho già sbrigate cento faccende. Adesso corro all’udienza del tribunale; poi sono aspettato in un’adunanza di promotori d’opere idrauliche di cui presto si parlerà e molto.... Ma tu che fai? Lasciati vedere stasera.... Oh cosa dico io mai? stasera vado al circolo politico ove si devono trattare faccende importanti. Ci son molte cose su cui è urgente far sentire all’Europa la voce del nostro circolo.... Ma e tu, che fai?»

«Niente.»

«Niente? Ma come niente. È impossibile, niente.... Ma quando c’è la libertà....»

«Non c’è forse anche la libertà di far niente?»

«Oh, impossibile, impossibile! ci voglio pensar io a te. Ti darò ben io qualcosa da fare. Avrò presto una società di ortolani.... e fors’anche un collegio elettorale. Dovresti però venire al nostro circolo per farti conoscere come liberale e indipendente....»

«Oh, io sono più indipendente ancora, e vado presto a vivere in campagna.»

«Ti illudi, caro mio! ci penserò io; a rivederci.»

Dunque sono io quello che s’illude! L’uno mi vuole con la cera rubiconda, e l’altro col domicilio forzato nel circolo, o tra gli ortolani, o dove meglio torna a lui. Caro Michele, bisogna andarsene presto! Quei tre devono avermi messo ben di cattivo umore, perchè il quarto amico in cui mi sono imbattuto poco dopo, prima di domandarmi che cosa facessi, mi domandò che cosa avessi di poco allegro per il capo in quel momento. A chiunque altro per oggi non avrei più risposto; ma quest’ultimo è un vecchio amico a cui ho sempre voluto bene.

«Che cosa faccio? mi domandi. Guardo il bel profilo che i nostri monti disegnano in lontananza. Vedi come sono vaghe e sfumate quelle linee? Non ti pare che si confondano col cielo? Questi graziosi contorni del tuo paese tu gli hai scolpiti nel cuore come la fisonomia di qualcuno che tu ami. Tu le contempli quelle linee vaporose come un mistero....»

«Oh, non c’è nessun mistero!» soggiunse l’amico, «perchè tutti sanno che le prime linee sono quelle dei colli marmo-arenacei, e di calcare ammonitico.... Poi vengono tutte le rocce emersorie della zona prealpina che si fecero strada tra le rocce sedimentarie. Abbiamo le rocce serpentinose, le granitiche, quelle di leptinite, quelle in filoni anfibolici e quarzosi. Poi ci sarebbero anche....»

«Eh, non ti bastano! Pur troppo tu hai messo il dito sulla piaga. Contempla dunque quelle linee da lontano, e non chiedere di stendere la mano carezzevole su quelle pendici seducenti. Sono rocce aspre faticose....»

«Ci sono però anche delle buone strade, buoni pascoli, cave di gesso.... e c’è vita laboriosa in quelle valli!»

«Tanto meglio, o tanto peggio, come vuoi. Ma la seduzione di quelle linee così gradevoli, quando avrai dato il naso contro i tuoi graniti, non l’avrai più. Ed io sono innamorato sempre delle linee lontane, misteriose, indefinite!... Eccoti, giacchè me l’hai chiesto, quello che faccio!... Ero volato qui dopo dieci anni di esilio, ma ci ho trovati i tuoi ciottoli, e son ripartito. Viaggiai per contemplare da lontano il mio paese festante, come lo avevo contemplato un tempo vestito a lutto. Tu non sai quanto appaia bella e raggiante l’Italia risorta, veduta da paesi ove da anni non le si diceva più neanche il Deprofundis! I suoi lontani contorni, per dirlo ancora con una similitudine, sono quelli d’una grande regina, che si avanza tenendo alta una nuova face della civiltà. Io mi inebbriavo d’orgoglio nel dirmi figlio della giovane e fortunata nazione. Sentivo di rappresentare anch’io qualcosa di grande!»

«E simile orgoglio non potresti averlo ora rappresentando il paese in Parlamento?» soggiunse con qualche semplicità il mio naturalista.

«Il Parlamento? Eccoti un’altra montagna dai grandiosi profili, ma dai filoni che non mi garbano. Sedere in Parlamento perchè un avvocato in un circolo ha provato ch’io sono un grand’uomo? Bell’orgoglio! Ma quell’avvocato mezz’ora prima ti provò anche che il suo cliente, avendo ammazzato la moglie, era il migliore dei mariti.... Insomma, caro mio, mi spiace a dirtelo, ma io non sono un geologo, e avrei continuata la mia contemplazione da lontano se la cattiva salute non mi avesse fatto ascoltare i suoi prudenti consigli. Una voce secreta mi diceva: se vuoi che le tue ceneri riposino in pace nel tuo paese....»

Non le avessi mai nominate queste ceneri! L’amico le pigliò al balzo per mettere tutto in burla e per fare quelle solite esclamazioni di incredulità su cui si diedero, credo, l’intesa i miei amici per ingannarmi pietosamente.

Intanto sono rientrato in casa, e ora mi sento peggio del solito. Ma già mi sono stizzito con coloro, e poi ho preso una solata che potrebbe anche avere delle brutte conseguenze. L’ho detto io che dovevo andarmene in campagna! Mi sento dell’arsione in gola, e non so se deva bere, o no. Il dottore, me lo immagino, non verrà; o se venisse anche, comincerebbe a parlare di politica, senza badare alla mia sete e agli altri cattivi sintomi di quest’oggi. Bisogna proprio che me ne vada in campagna, e subito. Da quanti anni non mi vede più la mia casetta di Borghignolo! Eh, sicuro! gli è proprio fin dal quarantasette, da quell’autunno in cui si cantava in ogni via, in ogni casolare l’inno di Pio IX. Di che mai si parlerà adesso nel mio paese? Di politica ce ne arriverà poca.... Che bella cosa! Non posso più sentire discorsi di politica, e invece se ne fa dappertutto. Il parlarmi di politica è per me tutt’uno come il parlarmi d’una simpatia del cuore. Bel gusto il sapere la tua amante sulle bocche di tutti!

Chi mi ha detto che a Borghignolo è venuta a starci della gente nuova?... Se fosse vero, non ci vado; non sono in vena di veder gente che non mi piaccia. Scriverò al fattore.... eppure bisognerà andarci subito, perchè qui il mare della politica è sempre gonfio, ed io e le discussioni politiche siamo come il diavolo e Sant’Antonio.


30 luglio 1865.

Sono lì lì per prendere una nuova risoluzione. Forse non vado più in campagna. Quel buon figliolo di Aldo stamattina, nel contarmi le maraviglie di certi ospiti nuovi venuti a Borghignolo, mi ha quasi fatto passar la voglia di andarci. Intanto mi divertiva non poco il dottore, il quale, sapendo come io ami le conoscenze nuove, e massimamente certe conoscenze, faceva di tutto per mutar discorso, e tirare il povero uffizialetto fuori di strada. Gli disse perfino che ai bersaglieri si dovevano levare le piume dal cappello; ma tutto fu inutile. L’Alduccio continuava a andare in visibilio per i suoi nuovi amici, come ci si va a vent’anni; però dovrebbe averne ventiquattro.... Suo padre, Giandomenico, è un uomo della mia età; e Alduccio prima del quarantotto l’ho fatto saltellare sulle mie ginocchia le mille volte, quando passavo tanti mesi alla campagna.... Come se ne vanno gli anni! Stamattina mi si fa incontro un bell’uffiziale dei bersaglieri, e chi è? è lui, Alduccio. Come abbia potuto riconoscermi, col mutamento che ho fatto, non lo sa che lui. Oh l’avranno prevenuto!

Questo nuovo proprietario e villeggiante nel mio paese è un tale signor Garofani. Non l’ho mai visto, ma ho sentito più volte parlare di lui dopo che sono ritornato. È un uomo nuovo, ma non come Cicerone però; pare anzi che il parlare non sia stato mai il suo forte. Datosi per tempo ai generi coloniali, gli ha trovati di gran lunga superiori all’eloquenza. In fatti i coloniali non gli hanno mai fatto fare uno sproposito, e la facondia invece gliene ha fatto dire più d’uno.

L’uffizialetto intanto aveva tirato me e il dottore sul Corso, facendomi fare e rifare il marciapiede, e parlandomi sempre di casa Garofani. Ancorchè io non sia troppo malizioso, non potei a meno in quel momento di non domandare se la moglie del signor Garofani fosse bellina. L’ufiìzialetto mi parve che si facesse un po’ rosso, ed io quasi quasi mi lasciavo andare a un giudizio temerario. Ma il dottore, che suol essere sempre pronto e preciso, saltò su a dire: «Eh! non l’hai mai veduta? È una brutta vecchia imbellettata. Di qui a un momento la incontriamo; ci è passata dinanzi poco fa, in carrozza.»

Non avevamo fatto una ventina di passi, quando vidi venire una gran carrozza di color cioccolata, coi mozzi delle ruote che avevano le buccole dorate. Mi ero già fermato sui due piedi, quando il dottore esclamò: «Eccoti la tua bella signora Garofani!»

La guardai bene. Era seduta diritta, stecchita, e pareva fosse lì per sdrucciolare giù da’ guanciali. Vidi un naso appuntito, non aquilino, ma di quelli che vanno in linea retta, anzi volgono un poco in su; due lucignoletti di capelli ingommati sulle tempie che giravano a spire come due chiocciolini; una boccuccia socchiusa e increspata all’ingiro, che pareva sorbisse perennemente qualcosa. Ma tutto ciò fu un baleno, perchè la carrozza passava di trotto. Vidi anche, ma in confuso, un non so che di nero, vicino alla signora, con una mano sulla gruccia d’una mazza, che poteva essere il marito; e sul davanti un non so che di bianco, che poteva essere una ragazza. A cassetta teneva le redini un uomo, con una gran barba, che pareva un mustafà; la sua livrea, come quella del servitore che gli sedeva accanto, era di quel colore cioccolata, che evidentemente deve essere il colore preferito in casa di questi signori Garofani, ma che al momento era un poco in gara, e, diciamolo, alquanto ecclissato da un cappellino, da certe piume e dal vestito della signora, ch’erano di color verde, anzi verdissimo.

Il dottore aveva avuto ragione, ed io non calunnierò più il mio povero uffizialetto, il quale intanto aveva fatto alla carrozza un saluto garbatissimo, e poi aveva salutati anche noi che volevamo tornarcene a casa.

Pare che il dottore sapesse di molte cose sul conto di questi signori Garofani, ma con me si tenne abbottonato. A gran fatica mi feci dire che la signora Garofani si chiama la signora Giuseppina; che la signora Giuseppina era stata la moglie del signor Baldassarre, un uomo grave e attempato più di lei. Il signor Baldassarre, venti e più anni fa, teneva bottega di droghiere, ed era rinomato per il suo malaga e per la sua cravatta bianca. La signora Giuseppina faceva gl’involti con tanta grazia, e a tutti diceva la sua così bene, che rubava i cuori degli avventori. Mi disse poi che, morto quello della cravatta bianca, la signora Giuseppina aveva fatto padrone del suo cuore e di parte dell’eredità, il signor Garofani, che era stato il suo primo giovane, poi il suo scrivano, e ch’era tanto un bell’uomo. Il signor Garofani chiuse presto la bottega per intraprendere de’ traffici in grande; più tardi abbandonò anche le drogherie; fece non so quali grosse speculazioni, e adesso per mettere i suoi denari al sicuro, andò proprio a comperare nel mio paese.

Ma io son l’uomo di lasciarvi comodi i signori Garofani, di rinunziare al piacere di fare la loro conoscenza, e di rimanermene dove sono. Questi signori mi hanno fatto entrar addosso un gran cattivo umore; più ci penso e più mi uggiscono. Mi è sempre piaciuto di conoscer gente, ma a patto di conoscerla da un pezzo. Allora la cosa va, nè devo domandarmi se sia proprio necessario conoscere il tale o il tal altro; domanda, alla quale non è sempre così facile rispondere.

Dunque, come dicevo.... che dicevo io?... Dicevo che son l’uomo di non mettere più piede in Borghignolo...


7 agosto 1865.

«Spesso nei romanzi e nelle commedie c’è un medico che sa tutto, che capisce tutto e che le dice più belle di tutti. Tu vuoi essere uno di questi, e me ne dici ogni giorno di bellissime. Se scriverò un romanzo, ce le metterò tutte; ma intanto, a quattr’occhi, ti dico che le sono corbellerie.» Così dicevo stamani al mio medico, il quale intanto rideva di gusto e continuava imperterrito nella sua tesi favorita.

Egli è sempre fisso nel voler fare di me un uomo solerte, un uomo d’importanza, affaccendato da mattina a sera, insomma un uomo pubblico, come si dice nel gergo della politica. Egli vede in questo bel trovato fin la ricetta contro i miei anni e i miei malanni. È inutile il discutere, inutile il fargli toccare con mano la realtà delle cose; inutile cercar di fargli capire come sia fatto l’animo mio. Quando credo che m’abbia capito, egli ripiglia da capo: chiama gli intrighi e il successo dei tristi la leva salutare per il risveglio dei buoni; l’apatìa dei buoni un fatto salutare anch’esso, perchè i tristi, venuti tutti a galla, possano essere schiumati via tutti in una volta; gli spropositi sono i primi passi della sapienza avvenire; la licenza, l’ignoranza, l’ingratitudine, la malevolenza sono il bel campo dove bisogna scendere per vincere ed ottenervi quegli allori che ci saranno un giorno invidiati, perchè ai posteri saranno concessi con mano più avara.

Bravo dottore! Se mi fosse arrivata in quel momento quella lettera del fattore, che venne due ore dopo, gliel’avrei mostrata, chè non poteva venire più a proposito. Ma la lettera non la trovai che al ritorno dal mio solito passeggio, e il dottore non lo rivedrò che tra un paio di giorni. Ecco che cosa dice il mio fattore.


Borghignolo, 6 agosto 1865.

«Illustr. e colen. signor Padrone.

«Consegno questa lettera a Luigi, figlio della Maddalena sua pigionante, il quale, se ne ricorderà, è quello che Lei ha tenuto a battesimo. Parte per l’America in compagnia di altri a cercar fortuna. Ma siccome Luigi sarà coscritto nella prossima leva, così si raccomanda a Lei perchè gli dia, come si suol dire, una mano. Quanto a liberarlo dalla coscrizione ci penserà il pollaiolo, che viene qui al mercato ogni giovedì e che conosce un deputato, che può tutto. Il nostro deputato pur troppo è tutto amico del Governo, e non ha mai ottenuto niente. Luigi La prega di trovargli il modo di poter partire senza passaporto. Lei farebbe proprio con ciò un’opera pia. Fanno così quasi tutti, e sarebbe peccato in questi tempi a non industriarsi.

»Finisco con una notizia.

»Carlone legnaiolo è morto in seguito a un colpo di apoplessia, che ha fatto molto senso a tutti.

»Anche i pèschi del giardino questa volta promettono poco.

»Ho ricevuto per lei la così detta scheda della ricchezza mobile. Ma ho un amico il quale conosce un impiegato nell’ufficio delle tasse, che ha un gran talento, e che gli ha insegnato il modo di non pagar quasi niente. Andrò domani al capoluogo, e non dubiti che non trascurerò questa pratica.

»Con che sono di lei devotissimo servo

»Giacomo C.»


Eppure il mio fattore è un galantuomo; è un uomo che ama il paese, che ha combattuto per esso nel quarantotto, e che non farebbe mai a nessun patto una cosa che non credesse onesta.

Il mio servitore riseppe da Luigi che tanto lui che i compagni furono condotti in un’osteria, dove hanno un tale che si incarica di mandarli tutti ad imbarcarsi per l’America. Povero figliolo! Dio sa in quali mani è caduto! Bisogna non lasciarlo partire. Son tutti così questi semplicioni; si credono più furbi degli altri quando mancano al loro dovere, quando trasgrediscono le leggi del loro paese. L’affidarsi a gente sconosciuta, berne di grosse, non dar retta ai galantuomini, le son tutte per loro furberie delle più fini. Poi si va in prigione, in miseria, e si torna da capo, se occorre, a farsi menar per il naso da un briccone nuovo. È però anche vero che dei galantuomini che si curino di questa povera gente, e cerchino d’aprir loro gli occhi, ce n’è pochi. Questo è il guaio.

E Luigi ritornerà? Al mio servitore non ne ha detto nulla, però, essendo venuto a cercarmi, è naturale che ritorni. E se non tornasse?... Potrei andar subito io a cercar di lui, ma, e poi? Forse non lo trovo o lo trovo in mezzo a chi sa qual gente, ed io non mi voglio mettere a far prediche nelle osterie. Oh ritornerà! A quattr’occhi gli potrò far entrare molto meglio quello che nessuno si dà la briga di dire a questa povera gente.

Le sono noie però che impensieriscono e non lanciano tranquilli.


9 agosto 1865.

Ieri vedendo che Luigi non capitava, risolsi d’andar in cerca di lui. Mi feci indicare dal mio servitore l’osteria; ci andai, e seppi che Luigi era partito la sera innanzi. Non ho potuto levarmelo dal pensiero quel figliolo per tutto ieri, ed anche oggi non faccio che pensarci. Non posso levarmelo dalla mente.... perchè vorrei figurarmelo quale sarà ora, che ha i suoi venti anni, che si sarà fatto grande e grosso.... Era un così bel bambino diciott’anni fa! Pazienza, lo vedrò quando ritornerà.... E forse tornerà signore! perchè si dice che faccian bene i fatti loro questi tali che vanno a cercar lavoro e fortuna lontano, e che dopo un paio d’anni se ne tornino tutti col loro gruzzolo....

Borghignolo è un gran bel paese! Gli antichi, quando avevan bisogno d’un uomo di giudizio, proprio di quelli che ci vogliono per i casi straordinari, non lo cercavano nelle città, lo cercavano vicino a un aratro. «La gente di senno pigliava il largo fino da allora!» come dicevo stamani al mio buon medico, che ama tanto gli esempi classici. Ci può essere cosa più severa e solenne d’un bell’aratro tirato da due buoi gravi e mansueti?

Sento proprio nel profondo dell’anima che, se non mi risolvo, finirò presto col morire di fiele e di malinconia. Sento che il giorno in cui, avrò volte le spalle alle metropoli illustri, ed avrò aperti i polmoni all’aria pura del mio paesello, sarò libero da tutti quei malanni che oggi fanno di me un soggetto di clinica. Se il destino non ha voluto che scendessi a suo tempo nel sepolcro, io ne avrò trovato un altro, ove riposerò, anche senza morire, egualmente obliato, libero e felice.

Scorrevo per le regioni più care della mia fantasia, sognando tutta la pace e le delizie d’una vita nuova, quando il mio medico, capitatomi in camera, mi si piantò dinanzi e, senza ch’io avessi aperto bocca, prese il filo dei miei pensieri e lo seguitò, ravvolgendo tutto in un monte di celie. Come ebbe finito, io non feci che tirar innanzi, dicendo a lui quello che prima dicevo a me.

«Mio caro amico, tra poco la sarà proprio così; io sarò disceso nella tomba, sarò anzi in paradiso. Il paradiso io me lo immagino formato di tanti piccoli Borghignoli, ove la gente beata sarà tutta in giacchetta, con un cappello di paglia a larghe tese in testa. A Borghignolo, e in paradiso, non ci saranno nè politicanti che si tirano per i capelli, nè seccatori, nè giornali, nè guastamestieri, nè male lingue; ci si farà quello che pare e piace; ci si faran delle chiacchiere di tanto in tanto con qualche buon uomo; si contemplerà in lungo e in largo la gran magnificenza del creato, che le tue città, caro dottore, nascondono con le scene di cartone dei loro palazzi.... Proprio anche la politica mi è venuta in uggia, e dopo non aver vissuto d’altro per tant’anni!» continuai, senza lasciar finire al dottore una interruzione. «Che se poi non mi hai capito o vuoi che ti ripeta ciò che t’ho detto le mille volte, io sono pronto. Il pensare a un lauto pranzo quando si è mezzo morti di fame, e il fare tutto quello che si può per vederselo imbandito, non ha nulla a che fare col mettersi il grembiule, stare in cucina e imbrattarsi con le pentole. Rispetto i cuochi; rispetto la loro vocazione di cui la natura è stata con me così avara. Ma che vuoi! Io sono di quelli che in cucina perdono ogni appetito. Ho tentato più volte, per vederti contento, di seguire i tuoi consigli, di vincere le mie ripugnanze, e di mettermi ai fornelli. Per più mesi non ho fatto che leggere giornali da mattina a sera, correre ai circoli, andare a braccetto con tutti i politiconi di cartello e di ripiego. Conobbi, come la chiamano, la gente vecchia e la gente nuova: conobbi gli uomini ardenti, quelli che vogliono far cuocere a fiamma di fascina anche lo stufato; conobbi i rosticcieri, che tengono roba mezzo calda e mezzo fredda; conobbi quelli, che son loro stessi sulle braci, o perchè non sanno come pensarla per pensar bene, o perchè temono di non essere proprio gl’idoli di quanti incontrano per strada: conobbi infine quelli che a mio avviso le sanno dir giuste, ma che poi fanno del loro buon senso un canonicato semplice.»

«Di capogiro in capogiro» continuai, senza badare a una nuova interruzione del dottore; «mi dovetti persuadere presto che il fumo e il caldo dei fornelli non eran cose per me. Ma tu volevi ch’io continuassi a lottare contro questa mia natura ribelle, ed io mi ci provai. Son ritornato ai circoli. Ai circoli c’è del buono e del meno buono, come dappertutto; ma siccome la gente ha poca pazienza e se ne stanca presto, così non ho potuto farne una lunga esperienza. C’è di buono che vi si annunziano sempre argomenti della più grande importanza; e di men buono che vi si discorre poi di tutt’altro. È pure un altro guaio che ci si stia troppo e che ci faccia troppo caldo; c’è una bottiglia d’acqua, è vero, ma non beve che il presidente. Un altro guaio dei circoli è la questione pregiudiziale. Le prime volte mi affannavo a mandare giù in fretta l’ultimo boccone del desinare; in seguito uscivo di casa un po’ più tardi, ma la questione pregiudiziale l’ho trovata sempre a tutte le ore. Questa benedetta questione mi tirava fuori di strada, e mentre aspettavo la questione vera, così bel bello mi trovavo col pensiero sulla piazzetta di Borghignolo a discorrere delle mele del mio giardino, e delle belle viole della maestra.»

Il dottore, vedendo di non potermi interrompere, rideva, e mi lasciava dire.

«Capirai dunque che io ci misi sempre della buona volontà; ma se la natura mi si è fatta ribelle, e non ci posso contar sopra, che colpa n’ho io? Una volta, per dirne una, quando un contrabbandiere mi portava un giornale straniero, me lo divoravo avidamente, e ci trovavo tutti i sapori. Lo crederesti? Ora che di giornali c’è tanta abbondanza e tanta varietà, io n’ho perduto il gusto, e trovo da dire fin sul conto loro. Mi impaziento perchè vedo chi si sia fare il giornalista. Quando un ragazzo non riusciva a imparare, ai miei tempi lo mettevano in seminario. Adesso egli vi dice: — Farò il giornalista! ossia ne insegnerò a tutti. — E ha ragione; perchè, sebbene sia un vecchio adagio quello che non sempre si mangerebbe il pane se si vedesse farlo, pure il pane si mangia sempre, e il fornaio che lo fa non si va a vederlo mai. Così, quando mi vengon sotto gli occhi certi giornali che trattano con tanta confidenza l’invenzione della stampa e de’ caratteri mobili, cerco ben io di richiamare tutte le tue prediche, e tutti quei ragionamenti che una volta facevo anch’io, ma allora mi entra un accesso de’ miei soliti malanni, ed eccomi da capo col pensiero sulla strada di Borghignolo. Questi malanni sono, io credo, la conseguenza di accessi di gelosia. Sì, mio caro, ti permetto un’ultima risata, di accessi di gelosia ne’ quali mi si scuriscono gli occhi, vedendo questa antica bella dei miei pensieri, l’Italia, a braccetto, o per una ragione o per l’altra, d’ogni primo capitato che le susurra all’orecchio tante e tante baggianate!»

Qui il dottore profittò d’una mia pausa per snocciolarmi tutta la solita filza dei suoi argomenti, nei quali non c’era nulla di nuovo, concludendo col dirmi ch’io cercavo la pietra filosofale, e ch’ero un alchimista, cioè, «vuoi dire» soggiunsi io «mezzo pensatore e mezzo matto.»

«Alla pietra filosofale ho talmente rinunziato» continuai in tono di chi è giunto alla conclusione «che non cerco ora altro che la mia casuccia di campagna. Ma voi altri cittadini che per immaginarvi la campagna guardate a quattro alberelli cresciuti in una piazza, in conformità dei regolamenti, non potete sapere che cosa sieno i campi, le montagne, i boschi e gli orizzonti non frastagliati dalle gronde e dai fumaioli. Non credete che si possa rimanere seduti a guardar l’erba, se non c’è vicina la banda che suoni, e la bottega dei sorbetti. Non credete che si possa mangiare un pane diverso dal vostro, discorrere con gente diversa, pensare a cose che non sieno le vostre. Voi non siete fatti per capire la vita felice dei campi; ed io vi posso compiangere, od ammirare se volete, ma non potrei farvi cambiare di gusto. Mi vorresti tu dunque condannare ad essere un cittadino forzato, a diventar tisico a poco a poco, trascinando una vita amara in mezzo a cure che non sono più per me, mentre vedi così facile e vicino il porto d’ogni mia beatitudine?»

Il dottore, chinando il capo, fece un gesto più rassegnato che convinto; mi strinse la mano, e si rizzò. Allora gli dissi ch’ero risoluto di partire il giorno appresso, e lì sui due piedi si fece un monte di progetti di lunghe lettere, di visite, e di passeggiate campestri in compagnia. Mi ha poi promesso di venire domattina a stringermi la mano al momento della partenza.

Ora, cittadini carissimi, io vi saluto; corro in braccio all’aratro, se mi permettete una metafora; corro in paradiso, se me ne permettete un’altra: e nel ripeterle tutte e due, mi trovo a ogni minuto dinanzi allo specchio a compiacermi del mio cappello di paglia, che ha una tesa grande quanto la mia consolazione.


Borghignolo, 12 agosto 1865.

Ma questo paese è diventato la residenza delle mosche! Bisogna tener chiuse le persiane, i vetri e le imposte se non si vuol essere mangiati. Altro che scrivere le mie prime impressioni campestri! Se il sole non è sotto, non si può nè aprire le finestre, nè mettere il muso fuori dell’uscio. E che caldo che ci fa! Il fattore dice di non ricordarsene, ma io mi ricordo benissimo che una volta a Borghignolo spirava sempre, anche d’estate, una brezzolina per tutto il giorno che non lasciava sentire il caldo.

Insomma, bisognerà aver pazienza, e rassegnarsi a incominciare la vita dei campi il mese venturo. La mia povera casa poi l’ho ritrovata in tale disordine, che non mi sarà dato così subito d’avere una stanza dove mi possa sedere, dove ci sia un tavolino su cui non posi un palmo di polvere, e un calamaio in cui si possa intingere una penna. Questo, che ho dinanzi, me lo feci prestare dal fattore per mandare un paio di righe al mio buon medico, ma si vede che con questo calamaio, se non si è in molta confidenza, non se ne fa nulla. Tant’è vero che, volere o non volere, bisogna che finisca.


6 settembre 1865.

Per la mancanza deplorabile di non so quale organo del mio cervello, io non ho la facoltà di descrivere le cose che mi piacciono. Sono quasi da un mese alla campagna, e in tutto questo tempo avrei avuto il dovere di far parola di queste mie vaghissime colline, di questa antica casa de’ miei vecchi, e delle cento stradicciole dei miei passeggi, che ad ogni sguardo, ad ogni passo, mi ridestano tante emozioni nel cuore. Signor no; più le contemplo queste cose, per me così care, così seducenti, e più mi faccio pensoso e taciturno. Esse m’inondano l’anima di qualcosa che è dolce e malinconico, ma questo qualcosa poi se lo volessi descrivere, non saprei da qual parte incominciare.

Sono invece le cose uggiose, le cose che non vorrei vedere, e di cui non vorrei parlare, quelle che proprio mi sciolgono la lingua, e mi tengono lì a ciarlare od a scrivere per ore ed ore. Se questa poi sia una delle molle contraddizioni dello spirito umano, od una cosa tutta mia, e in tal caso se possa essere causa od effetto de’ miei malanni, è un quesito di fisiologia che ho fatto ieri al dottore del paese, il quale mi rispose che questa era una di quelle questioni che fanno venire il capogiro, e che egli aveva imparato fino da quand’era all’Università a farle passare con un bicchiere di vino, e anche con due quando si facevano più insistenti. Siccome poi di vino io non ne bevo, così lascio le cose come sono, e scrivo.

Tra le cento ragioni che mi facevano mandar d’oggi in domani questa mia venuta alla campagna, c’era anche, lo confesso, la noia dei complimenti e delle feste che mi avrebbero fatto questi terrazzani nel rivedermi dopo tanti anni, e dopo tante disgrazie, di cui, per l’amore del paese, ebbi anch’io la mia parte. Io non son fatto per queste cose; e poi, dicevo tra me: così me le fossi meritate!; ma io ho fatto ben poco, e non ho fatto che il mio dovere. Ma andate a discutere, continuavo, con la benevolenza di vecchi amici, e con certi sentimenti di entusiasmo, di compiacenza e d’orgoglio dei propri compaesani! Son capaci costoro di voler festeggiare il vecchio esule che ritorna, con un arco di trionfo. Qualche pranzo, qualche serenata, qualche discorso poi non lo schivo. Oh che noia! ma come si fa? Alla fine m’ero rassegnato; pensai anche a quattro parole da dir loro, e partii, prendendo però tutte le precauzioni per giungere non aspettato in sulla notte.

Le cose andarono bene, anzi, passati alcuni giorni, mi parve che andassero perfino un po’ troppo bene. Il mio incognito durava più di quello che mi pareva possibile in un piccolo paese, ove una persona di più trabocca, e in un momento è a cognizione di tutti. È ben vero che in quei primi cinque o sei giorni non avevo messo piede fuori di casa, ma però avevo avuta una visita del curato. Eccomi scoperto, avevo subito detto; ma dopo il curato non era più comparsa anima viva. Anche il curato aveva avuto un certo fare che non mi pareva proprio quello della circostanza. Della mia venuta si era congratulalo con una certa parsimonia, e al tono un poco imbarazzato e quasi compassionevole, pareva fosse venuto a confortarmi più che a farmi festa. Pensai subito che ne sapesse sulla mia salute più di me, e che mi tenesse spacciato in breve. Insomma cominciai ad essere poco tranquillo, tanto più che anche il fattore aveva esso pure il suo fare un po’ misterioso.

La necessità di vedere una terza persona si fece così prepotente, che un bel mattino volli uscire di casa a far quattro passi fin verso la piazza e il caffè.

La prima sorpresa poco grata che m’ebbi, appena fui in strada, fu di vedere il muro di casa mia tutto imbrattato di parole scritte col carbone, e di cancellature a pennellate di calcina. C’era un abbasso, scritto molto in grande, seguito da qualche altra parola che si vedeva lavata e rilavata da non capirci più nulla. C’era però un morte agli aristocratici di Borghignolo, e qualche frammento di evviva e di abbasso sfuggito alla censura evidente del mio fattore, che mi dimostravano come il muro della mia casa fosse l’aringo di una polemica molto appassionata. Tirai avanti, e ad ogni passo la marea cresceva sempre più. Dalla prima all’ultima casa, ogni muro era agitatissimo; ci si proclamava il trionfo d’ogni più ardita questione sociale in mezzo alla sconfitta, s’intende, dell’ortografia. Sulla casa del curato c’era scritto vogliamo la libertà del pensiero, e su quella del Comune abbasso il ministero e viva Buccelli che è il nuovo segretario del municipio.

Fui interrotto qua e là nelle mie riflessioni dalle parole di saluto cordiale e commovente che mi diresse qualche buon vecchio contadino, di quelli che m’avevano conosciuto per l’addietro, e che forse mi avevano già creduto morto. Ma nel tempo stesso avevo veduto venire qualche notabile del paese che, dopo avermi guardato con la coda dell’occhio, aveva dato una svolta alla prima cantonata. Giunsi al caffè. Tra una nuvolaglia di fumo e di mosche, intravvidi alcuni giovinotti di quelli venuti su da poco, e di cui non sapevo raccapezzare le fisonomie: vi si faceva un gran chiasso; pareva che ci fosse una grossa discussione, e non si capiva poi se tutti fossero d’un parere, o se ognuno avesse il suo, perchè gridavano tutti a piena gola e nel medesimo tempo. Al mio entrare fecero tutti silenzio improvvisamente e con una certa affettazione; poi l’uno dopo l’altro passarono, parlandosi piano tra loro, in una stanzuccia vicina dove c’erano i fornelli, e non ne rimasero che quattro i quali si misero a un tavolino a giocare a briscola.

Per bacco! O sogno, dicevo io, o qui c’è del mistero; o non capisco più nulla. Mi misi a sedere e domandai una tazza di caffè. Il caffettiere mi riconobbe appena, e mi trovò magro e di brutta cera; a buon conto lo chiamai di nuovo, e invece del caffè chiesi una limonata. Però, siccome pensai che avevo fatto colazione da poco, ritornai alla prima idea, e invece della limonata mi feci portare il caffè.

Sul tavolino presso cui m’ero seduto, c’erano a rifascio dei giornali recenti e vecchi, e ch’erano una grande novità, perocchè a’ miei tempi in quel luogo non se n’era veduti mai. Ne presi uno su cui era scritto, con parola tolta a qualche vocabolario di medicina, giornale umoristico, e andavo leggicchiando qua e là, pensando a quella mia vecchia aspirazione giovanile sul buon senso applicato anche allo scrivere i giornali. Quei quattro che giocavano, facevano di tanto in tanto un po’ di conversazione, e proclamavano ad alta voce per farsi udire dal pubblico, degli aforismi che non avevano a fare per nulla con la briscola. Ma guardandomi attorno vidi che a fare da pubblico non c’ero che io, per cui misi anche questo caso tra i molti altri di cui non capivo niente.

«Bel giardino di natura, pei codini no, non sei!» diceva uno, e gli altri tre ridevano per un pezzo, e più di quello che non valesse la cosa.

«Quante mosche!...»

«Eh ne girano dei mosconi! ma una volta o l’altra può venire chi li spazzi via tutti!»

«Sicuro, sicuro. Partita fatta. Che partitone che si fanno eh!»

«Certamente.... ma gli è perchè quei di Borghignolo hanno gli occhi aperti.... e quel tale che li deve menare per il naso non è nato ancora, sia che lo mandi il Ministero, sia che lo mandi il Governo!...»

Intanto dall’umoristico ero passato a un altro giornaluccio piuttosto piccolo, novissimo per me, che si chiamava Il Vero Italiano. Il primo articolo era intestato a caratteri maiuscoli: Cittadini di Borghignolo, all’erta! Se la mia curiosità fu irresistibile, mi pare di doverne essere scusato. Con molta attenzione lessi tutto lo scritto, il quale diceva pressappoco così:

«Quasichè non bastassero i fatti liberticidi di cui ci è dato sfacciatamente spettacolo ogni giorno, il Ministero, per ribadire le nostre catene, dà mano ai più tenebrosi e gesuitici agguati. Noi le abbiamo più volte scoperte e svelate al popolo queste trame ministeriali; noi! cui fa impavidi la nostra coscienza, e la nobile missione del giornalismo!

»I patriotti stieno all’erta! Stieno all’erta oggi, più di tutti, i cittadini di Borghignolo ai quali vogliam rivolgere una parola. Siamo alla vigilia delle elezioni generali; ciò è noto, ma noi soggiungiamo esser noto del pari che il Ministero fa celatamente serpeggiare in paese ad incettare suffragi uomini a lui venduti.... e lo neghi il Ministero se può!

»Vuolsi che anche la nostra provincia sia percorsa da uomini della trama; vuolsi che un tale assente da molti anni sia improvvisamente comparso nei nostri paesi.

»Cittadini di Borghignolo all’erta! Vuolsi che costui sia uno dei più attivi agitatori ministeriali, e che con lavoro indefesso e nascosto abbia già a quest’ora ordite tra noi le prime fila della congiura ministeriale....»

Benissimo! Questo si chiama colpir giusto! Capisco di chi si vuol parlare, dissi tra me, vedendomi dipinto così al vivo.

Per bacco! confesso però che questa non me l’aspettavo. Adesso incomincio a capire.... o per dir meglio sono da capo a non capirne niente. Guardai la data del giornale, e vidi ch’era d’una settimana addietro, e che il Vero Italiano lo si stampava nel capoluogo del mandamento. Cercai, in fondo al foglio, la soscrizione del direttore, e lessi un certo nome che non m’era nuovo. È il nome d’un antico sensaluzzo di grani.... oh, non sarà lui! Ma intanto mandando un’occhiata anche a quei quattro del tavolino, mi accorsi che andavan facendosi cenno tra loro con gli occhi e coi piedi, e se la godevano alle mie spalle, ch’era uno spasso. Pensai che i commenti era meglio li facessi a casa.

«Ehi bottega!» chiamai alzandomi; pagai il caffè, e me ne andai. I quattro, appena fui fuori dell’uscio, diedero in una grande sghignazzata, ed uno mi gridò dietro a tutta voce viva l’Italia! per farmi dispetto.

Poco dopo ero a casa. Io non sono neanche troppo curioso, ma per bacco! questa volta aveva diritto d’esserlo un poco. Oh perdinci! di misteri ne sono stucco e ristucco; lo saprò ben io che c’è di nuovo! In fatti, lì sui due piedi, feci chiamare il fattore; lo misi al muro, cioè lo feci sedere, e gli feci dire per filo e per segno tutto quello che volevo sapere. Sulle prime le reticenze furono molte; il mio uomo cercava svignarsela, e stiracchiava il prezzo, diplomaticamente, sulla verità; ma quando si ha a fare con uno fermo e risoluto, ci vuol altro.

Tutto al contrario di quello che io avevo pensato e sperato, che cioè la politica non avesse fatto neanche capolino nel mio paesello, la politica ha pigliato Borghignolo, se l’è messo sulle spalle, e poi gli ha levata la mano.

»Perocchè bisogna sapere» diceva il mio fattore «che Borghignolo è irritato: e a dirla qui, non ha torto;... perocchè bisogna sapere che il Governo in tutto questo tempo con Borghignolo ha sempre fatto l’indiano, quasi per darci ad intendere che non sapesse neanche che ci fossimo a questo mondo. Ma, come dice qui la gente, adesso che siamo liberi è passato il tempo dei gonzi!... Cosa ha fatto di nuovo questo Governo? Niente. Borghignolo ha mandate al ministero fior di suppliche per diventare capoluogo di mandamento, e non gli hanno neppure risposto! Ogni giorno invece il Governo manda fuori qualcosa di nuovo, che la è una vera confusione. Queste leggi nuove poi sono tutte cose che per Borghignolo non vanno. E intanto, dice la gente, si paga troppo, non si spende niente pei paesi, e si lasciano tanti patriotti senza il più piccolo impiego.»

Fatte queste premesse a giustificazione di Borghignolo, il fattore venne da sè alla partita dei disordini e dei torti. Mi disse che le cose, per volerle proprio capire, bisognava pigliarle fin da quando il conte Giandomenico essendo nella deputazione comunale, aveva mandato a spasso il Buccelli ch’era il secretario. Appena si parlò che gli austriaci se ne potessero andare, il Buccelli aveva incominciato a dire che Giandomenico era un tedescone: ma un bel mattino si sentì che Giandomenico aveva mandato il suo figliolo Aldo ad arrolarsi nei bersaglieri in Piemonte: era il primo volontario che partiva da Borghignolo. Venuta l’Italia, come dice il mio fattore, ci fu da rifare il Consiglio comunale con le leggi nuove. I signori, cioè Giandomenico, il dottore, il curato, il caffettiere, lo speziale, un merciaio e vari altri, erano divisi in cinque partiti: i contadini fecero anch’essi la lista dei consiglieri, e ci misero Giandomenico e quattordici di loro. Il Buccelli che lo seppe, pigliò il più furbo, quello che maneggiava la faccenda, e gli confidò all’orecchio che era stato Giandomenico quello che aveva inventata la guardia nazionale. Allora nelle liste il nome di Giandomenico fu lasciato indietro; il Consiglio comunale riuscì composto di quindici contadini; il prefetto, non sapendo chi far sindaco, tira in lungo, e dice che confida nell’opera riparatrice del tempo; Buccelli fu nominato segretario del comune. La Giunta municipale, in generale non si fida della carta, nè di quella stampata, nè di quella scritta, per cui delibera sempre di non far niente. La prefettura annulla il far niente; ma le cose, com’è naturale, non vanno innanzi per questo. Le faccende dunque vanno un po’ male, e i signori, quelli dei cinque partiti, se la pigliano col Governo, e si dicono del partito rosso. Questa parola rosso imbroglia un poco il mio fattore, ma per istinto la pronuncia con una certa smorfia di qualche serietà. Questi rossi dicono cose di fuoco sul caffè: dicono che il Governo è venduto, e che i contadini sono pifferi.

«Il Governo non sa che rispondere» dice il mio fattore «ma i contadini seguitano a nominarsi tra di loro per far dispetto a quelli dei calzoni lunghi. Il Buccelli nel partito rosso è l’uomo della giornata, ed anche i contadini dicono che è uno dei pochi di cui si possa fidarsi. Infatti le cose non le piglia male. Nel Consiglio comunale ha proposto innanzi tutto che si abolisse l’illuminazione del paese. I consiglieri votarono per acclamazione, e si dissero all’orecchio che il segretario era uomo di studii, e che andava tenuto di conto. Ai rossi, il Buccelli poi disse che i lampioni gli aveva fatti mettere Giandomenico, e che la era una sua aristocrazia. Di scuole il Consiglio non vuol sentirne parlare, e il Buccelli tira giù proteste per opporsi, come egli dice coi rossi, al Governo.» E via di questo passo il fattore mi vuotò il sacco. Così signori e pifferi, i quali si mangerebbero tra loro, sono unanimi nel tenere alto il Buccelli sul piedestallo di una grande popolarità.

Poi il mio fattore mi raccontò che da un pezzo, al povero Giandomenico gli affari andavano alla peggio; cosa che del resto non mi era del tutto nuova. Le ultime annate cattive per raccolti, e più cattive per lui, grazie a quella legge che è comune ai debiti e alle valanghe, gli avevano dato l’ultimo tracollo. Il Buccelli intanto era stato veduto comperare i crediti qua e là verso quel povero galantuomo, e un bel giorno saltar fuori col pegno, con l’asta, e col portargli via quel po’ che gli era rimasto, salvo casa e orto. — «Ma con che denari» disse qui il fattore, per prevenire una mia domanda «con che denari il Buccelli aveva potuto comperare questa roba?... In paese» continuava il fattore «i neutrali (perocchè ci sono anche i neutrali) cominciavano a non capirne niente. Quando tutto a un tratto si viene a sapere che il Buccelli aveva comperato per un gran signore della città, il quale non aveva voluto comparire per pagar meno. Allora l’abbiamo capita tutti, e infatti poco dopo si vide arrivare un bell’uomo, che è poi il signor Garofani, con tanto di moglie e carrozze e cavalli e servitori, il quale si mise detto e fatto a rifabbricare con lusso un casale rustico ch’era unito ai fondi del conte Giandomenico. Venuto poi che fu questo nuovo signore, la gente cominciò a parlare. Anche qui si formarono due partiti, senza contare un terzo che si tiene neutrale.»

A questo punto però, avendo cominciato anch’io a capire che il mio fattore mi voleva menar fuori di strada, perchè ormai eravamo arrivati al momento del dovermi pur dire quello che riguardava me, lo fermai, e lo rimisi in careggiata.

«Insomma, si dice che lei è governativo!» scoppiò fuori a un tratto il mio povero fattore, per dirla tutta in una volta, giacchè la doveva dire così grossa.

«Però, veda, sono state le male lingue....» ripigliava il fattore; ma io lo tenni saldo, e gliene feci dire di più grosse ancora. Allora seppi che se per l’addietro non ero venuto in paese, gli era perchè m’ero messo alle costole del Governo per buscarmi un impiego e fargli fare quelle leggi che erano contrarie a Borghignolo. Ma venutoci poi e senza impiego, non ci dovevo, era chiaro, esser venuto per niente, e quindi Dio sa per che cosa. Tutti si aspettavano ch’io mi sarei dato molto d’attorno: ma nessuno avendomi veduto per essermene io rimasto così appartato, i sospetti erano cresciuti tanto più. Io sono l’amico di Giandomenico, e siccome questo povero Giandomenico ha sempre avuta l’aria un poco intronata, e chi sa come lo avranno ora sbalordito le disgrazie!, così si dice ch’ei fa lo sciocco per darla ad intendere, che è il mio emissario segreto, che è un volpone, e che fra noi due nascondiamo una covata misteriosa.

«Ci mancherebbe anche questa!» dice la gente.

«Coraggio» dice il Buccelli «lasciate fare a me!»

«E intanto» soggiunge il fattore «anche il foglio del capoluogo deve aver messo olio sulle braci; mi contano che n’ha parlato anch’esso, e mi chiudono la bocca, perchè il foglio io non lo leggo; e poi mi dicono che ragionar meglio del foglio è impossibile. Fu allora che, non sapendo che fare di meglio, ho pensato d’inviarle quel figliolo, Luigi, che andava in America, sicuro che lei gli avrebbe fatto del bene; e allora le male lingue avrebbero taciuto: ma anche questa la mi è andata male.»

Così il mio fattore, senza saperlo, aveva fatto un po’ di politica anch’esso. È uno strano privilegio di questa scienza, quello di essere professata senza le spese della laurea, e spesso anche senza quelle della grammatica! Ma lasciamo andare questa questione; la questione per me adesso è di sapere se devo rifare i bauli per la seconda volta, o no. Confesso che di trovare tanta politica in Borghignolo non me l’aspettavo davvero. E non m’aspettavo che il mio aratro, in ricambio di tanto affetto, m’avesse a schiacciar sotto così subito. Dovrò dunque tenermi chiuso in casa, dopo essere venuto qui per cercar ristoro all’aria libera delle colline e de’ campi? Ci vorrà pazienza! rimarrò solo, lascerò fare e dire, terrò per me i campi, la collina, la mia casa, e abbandonerò ai borghignolesi la piazza, il caffè e la politica. Così vivremo tutti in pace, ed io non farò i bauli, aspettando, come il prefetto, l’opera riparatrice del tempo.

Non foss’altro, su quella paura che avevo avuto dell’arco di trionfo, ora sono tranquillo.


10 settembre 1865.

Se a qualcuno dei nostri nipoti, i quali avranno anch’essi le loro tribolazioni grandi e piccole, venisse il capriccio di conoscere qualche tribolazione dei loro vecchi, qualche piccola tribolazione, per esempio, del 1865, avrei voglia di far loro sapere che c’era quella della popolarità e della impopolarità. Se a loro tempo non l’avranno, fortunati loro! Dal più al meno, per questa benedetta popolarità, oggi sono tutti sulle spine. Si dicono bugìe; si fanno cose incomodissime; si farebbero le capriole e i rivoltoloni per strada senza che l’essere gravi o vecchi sia un ostacolo. Anch’io, quand’ero giovane, ho fatto l’occhietto alla popolarità; e avendolo fatto contemporaneamente a una signora alla moda, la quale di tanto in tanto metteva anche me sul candelliere per darsi il gusto poi di voltarmi le spalle, ci ho trovata alla fine l’istessa soddisfazione. Per finirla affatto colla popolarità, ci volle però che mi piantasse lei. Pensando a un caso così tremendo, una volta ne avrei avuti i brividi; ma ora che ci sono, mi sento invece un gran peso giù dalle spalle. I pregi dell’essere impopolare sono, pressappoco, quelli del celibato, pregi negativi; li ho già capiti e valutati, e per un uomo del mio stampo, sono pregi d’oro.

Approfittando dunque della mia impopolarità il giorno dopo che ne ebbi la prova, passando dinanzi al caffè proprio sul mezzodì andai a far visita al mio vecchio compagno di scuola, Giandomenico. Di questi fatti, audacissimi per Borghignolo, se ne vedranno d’ora innanzi parecchi.

Povero Giandomenico! Mi ha stretto talmente il cuore, che ho dovuto maledire tra me stesso i miei anni, i miei acciacchi, e questa tomba nella quale sono irremissibilmente disceso. Sì, perchè se io fossi giovane, sano e, innanzi tutto, vivo, vorrei davvero cavarlo quel mio povero amico da quello stato così tristo in cui l’ho veduto. Eh, come si fa! È troppo tardi. Pesa su di me una fatalità, innanzi alla quale ho dovuto darmi vinto, e a quest’ora è inutile che io riprenda una lotta a cui non basto. Povero Giandomenico! Vedendomi, s’è fatto rosso in viso quasi gli rammentassi in una volta tutta la storia delle sue disgrazie. Gli parlai subito del suo bel figliolo; gliene chiesi conto di nuovo; gli parlai dei miei progetti di vita campagnola, e cercai nel passato qualche barzelletta da richiamare. Ma Giandomenico intanto aveva ripresa una certa espressione tra il malinconico e l’indifferente, che gli doveva essere ormai abituale; rispondeva poco, e con l’aria d’uno che non ascolti. Gli anni e le sofferenze non gli avevano risparmiato nulla; e di più traspariva da lui un certo decadimento morale, da cui mi sentii così dolorosamente colpito che quasi mi vennero le lacrime agli occhi. Presto la parlantina mi abbandonò, e ci furono dei lunghi intervalli di silenzio. Diedi qualche occhiata all’ingiro, e riconobbi il salotto ove eravamo; mi rammentai di averci tante volte giocato, quand’ero ragazzo, sotto gli occhi della contessa Teresa, la madre di Giandomenico, la quale mi dava sempre de’ confetti. Allora, avrei voluto essere sempre lì; ma mi fermavo spesso sulla porta, perchè quel salotto e quei signori mi davano tanta soggezione! Quanti bei mobili ci avevo veduti! All’ingiro, pendevano dalle pareti delle grandi cornici dorate, degli specchi, e dei santi. Nel mezzo, ricordavo una lumiera a cristalli bianchi e colorati, a fiorellini, a fogliuzze luccicanti che m’avevano sempre fatta una gran gola. Poi c’erano tavole, seggioloni, e tavolini tutti a fogliame e a spigoli contro i quali avevo dato tante volte delle capate, però senza piangere, perchè avevo soggezione anche dei mobili.

Ora in quel salotto non c’era più che una vecchia scrivanìa piena di polvere e di carte disordinate, presso una finestra; un tavolino scassinato e qualche seggiola spaiata. L’unico mobile di pregio che rividi fu uno scrignetto a incrostature di tartaruga e di lamine d’argento cesellate. Lo aveva assai caro la contessa Teresa, e mi era rimasto impresso nella memoria perch’era di là che uscivano di solito i confetti. Ora era mezzo screpolato e annerito. Quest’ultimo avanzo di una ricchezza che non era più, rendeva ancora più tristo lo squallore di quel salotto; e più tristi faceva i miei pensieri che volevano indagare come mai solo quello scrignetto avesse potuto rimanere all’antico suo posto.

Mi alzai. Giandomenico richiamandosi di nuovo a se stesso, si fece ancora un po’ rosso in viso, mi incominciò qualche parola di complimento che andò a morirgli sulle labbra, e volle accompagnarmi fino al portone della casa. Attraversai il lungo porticato tutto dipinto a stemmi e a motti in latino; intravvidi ancora certi ritratti vecchi, anneriti ch’ero solito guardare passando; ma questa volta non alzavo più gli occhi, perchè tutto in quella casa, e quello che c’era, e quello che non c’era più, mi serrava il cuore ugualmente. Nel salutarmi, Giandomenico mi guardò e mi disse: «sei pallido e malinconico, cos’hai?»

«Io?» risposi: «Tutt’altro. Forse non pare a primo aspetto, ma sono in bonissima salute, e di bonissimo umore!»

Non avrei mai creduto di dover dire una simile bugia. Ma il sentimento che me la dettava, me la fece quasi parere una verità.


15 settembre 1865.

A un vecchio cavallo che ha passati i suoi anni, prima della rimonta, al reggimento, e che ora tira tranquillo per una stradicciola di campagna la sua carretta, non si dovrebbero lasciar mai sentire gli squilli della tromba. Lo dicevo sempre al mio buon medico, e in questi giorni me l’andai ripetendo a me stesso, nel sentirmi un certo bollore nel sangue, dopo aver veduto l’affisso sulla porta del comune che annunziava per il giorno 22 del mese venturo le elezioni politiche generali. Non so perchè, ma da quel momento mi sentii una gran voglia di chiacchierare con qualcuno, e le gambe mi menarono a passare dinanzi al caffè; proprio dinanzi a quel famoso caffè nel quale la settimana prima avevo giurato di non metter più piede. Dopo averci fatto più volte il primo giorno la ronda all’ingiro, il giorno dopo finii coll’entrarci. Rividi il Vero Italiano; e per accostare alle labbra, ancora una volta, la tazza della popolarità, domandai un bicchiere di anisetto. Due giorni dopo, avevo già scambiata qualche parola con qualcuno, e avevo ascoltato qualche utile insegnamento sulla briscola e sull’amministrazione dei grandi Stati. Queste prime prove della mia deferenza furono bene accolte, e contribuirono a persuadere più d’uno, se non mi sbaglio, della mia innocenza. A poco a poco si cominciò a guardarmi più con curiosità che con sospetto; e scommetterei che molti sono forse già convinti che quel tale, che cospira contro Borghignolo, sia un altro. Insomma si direbbe che rinasca una certa fiducia.

Oggi infatti, verso il tocco, quando i benestanti del paese dopo aver desinato vanno, col naso un po’ rosso, a prendere il caffè, passando io a caso dinanzi la bottega, parecchi, con viva istanza, mi vollero per farmi decidere una questione. La questione era se, quando si tratta di eleggere un deputato, sia meglio sceglierne uno di quei vecchi, purchè sia giovane d’anni, od uno nuovo, ma vecchio d’età. Questa importante questione era venuta a proposito d’un appello che il Vero Italiano aveva fatto a quei di Borghignolo, in un articolo sulle elezioni che incominciava: «Borghignolesi, pensateci: vi guarda l’Italia, vi guarda l’Europa!»

Chi gridava più di tutti era il segretario Buccelli. «Ma volete contarle a me queste cose» diceva «a me che apro tutti i giorni cinque o sei pieghi dove ci son carte che vengono e dal prefetto, e dal Ministero, e dai carabinieri?... Io la vedo da vicino la politica, miei cari, e so come vanno le faccende. Ci vogliono uomini nuovi, come dice bene il Vero Italiano, ma un po’ sugli anni, come dico bene io! Qui sta il punto! I deputati bisogna mutarli tutte le volte, anzi io li vorrei mutare tutti gli anni, per impedire le combriccole: questa, come politica, sarebbe la migliore: ma poi bisogna mandare al Parlamento degli uomini che non se la lascino fare. Perchè bisogna sapere che presso il Ministero ce ne sono dei birbaccioni! delle volpi!... Bisognerebbe vedere i pieghi....»

«Dunque ci vogliono dei giovani!» gridava Batista. Batista è un giovanotto elegante del paese, in giacchetta di velluto, e camicia di lana rossa, colla quale vuol anche dire d’essere stato una volta lì lì per partire coi volontari: «Ci vogliono dei giovani che abbiano del fegato, che ci sbarazzino dei parrucconi, e che vadano là e che dicano.... insomma lo so ben io!...»

«D’accordo» ripigliava il Buccelli «le idee devono essere tutte nuove, e ci vogliono uomini sempre nuovi; ma per tenere al dovere i parrucconi ci vogliono quelli che la sanno più lunga di loro. I regolamenti, le tabelle, i conteggi.... non sono cose da giovanotti; ci vogliono i capelli grigi, lo dica lei, signor Borsa....»

Il signor Borsa è un antico impiegato che veste di nero, e porta sempre il cappello di città: è l’ultimo di quand’era ancora all’impiego, e che segue il signor Borsa nella vita privata.

«Sicuro! sicuro!» rispose il signor Borsa gravemente «siamo in un cataclisma con queste novità! Non ne capisco più niente nemmen io! Bisogna cambiar tutto da capo a fondo....»

«Dunque ci vogliono i giovani» gridava di nuovo Batista «ci vogliamo noi; ci vogliono quelli dell’opposizione....»

«Ben detto» osservò un altro del crocchio, un certo Pasetti «se si vuole che il Governo sia sorvegliato davvero, bisogna che i deputati sieno tutti dell’opposizione; se no, ministri e deputati se la intendono tra di loro; e allora, domando io, a cosa serve che si mandino al Parlamento i deputati?»

Il Pasetti è un giovanotto, impiegato anch’esso, e in servizio.

«Eh! eh!» continuava, a guisa di soliloquio, il signor Borsa «gli uomini ci sarebbero stati; ne ho conosciuti io, ai miei tempi, negli ufficii governativi, degli uomini, e che omoni! Ma sono morti.»

«Per fare il deputato, come l’intendo io, capite» gridava da capo Batista «non ci vogliono tante chiacchiere e tante carte, ci vuole del fegato! Io voglio un deputato che dica al Ministero: se volete la Venezia, cominciate a intimare alla Russia che sgomberi subito dalla Polonia; e allora l’Austria non sarà più niente; e se non avete il coraggio di far questo, signori ministri, andatevene al diavolo! È così che si deve parlare nelle Camere, vi pare?»

«E credete che anche noi, senza essere giovanotti, non le sapremmo dire queste cose?» gli rispondeva il Buccelli. «E noi ai ministri diremo anche di fare economia, e di non rubare!»

Qui ci fu un applauso generale. Buccelli conosce il pubblico.

«Prima economia» esclamava Batista, per non parere da meno, «sciogliere l’esercito, e armare il popolo.»

«Poi, pagar bene gl’impiegati» continuava il Pasetti «favorire i giovani, pensionare i vecchi, od anche non pensionarli per il momento, se non si può....»

Qui il signor Borsa, che aspetta, credo, una pensione, intervenne subito per non lasciar prendere una cattiva piega al discorso; questa volta si alzò in piedi.

«Io sì ve lo dirò, signori miei, ve lo dirò io che me ne intendo, dove sta il marcio!...»

«No, ve lo dirò io!»

«Lasciate dire a me....»

«Eh compare, sentite....»

«Il marcio sta nei preti....»

«Sta nella Guardia nazionale....»

«Niente affatto!»

«Ma volete saperne più di me!»

Tutti volevano parlare in una volta. In mezzo a questo chiasso non potei udire il discorso del signor Borsa, il quale finì esclamando: «E fino a quando non si faranno più novità, sarò sempre rosso anch’io!»

«Benissimo, benissimo!» gridarono in coro gli altri, cioè il caffettiere, il pizzicagnolo, un mercante, un canonico, il perito agrimensore, il vetturale ed altri uomini politici di minor conto, che di solito votano in silenzio.

«Anche quella novità» osservò questa volta, in via eccezionale, il perito «di mettere a sistema metrico tutto quello che si mangia, e tutto quello che si beve, non so che libertà sia! Che sulle mie canne ci fossero i metri, lo capivo; ma che mi si voglia far bere, quando vado all’osteria, a sistema metrico, non lo capirò mai. Se, per esempio, volessi berne un boccale, che diritto ha il governo di farmene bere un litro?... È forse lui che me lo paga?»

«E se ne bevete quattro quintini ne bevete meno d’un boccale;» osservò il vetturale «per cui ci perdete sempre.»

«Sicuro. Insomma si vede proprio» conchiuse il pizzicagnolo «che non abbiamo mai saputo mandare un buon deputato.»

Anche qui la discussione si fece generale, e non si parlava più che ad una voce.

«Questa volta bisogna pescarne fuori uno coi fiocchi.»

«Io do il mio voto a voi, compare.»

«Coi fiocchi? Quando son là son tutti eguali.»

«E quella baggianata del telegrafo?...»

«Quando sono là, sono tutti venduti,» dice il Vero Italiano.

«C’è di quelli che hanno intascate le dozzine di milioni.»

«E di quelli, si conta, che han comperato dei poderi!... e non si sa dove!»

«Telegrafi di qua, telegrafi di là,... e li paghiamo noi!»

«Non so dei deputati; ma so che i ministri, e me lo ha detto uno che viaggia, comperano tutti in America.»

«Fin cinque lire l’uno, li hanno pagati quei pali del telegrafo! Capite cos’è il Ministero? Che se lo dicevano a me, con tre lire....»

«Ma l’ho sempre detto io che ci vogliono de’ deputati galantuomini!»

«Deputati nuovi; deputati che non se la lascino fare; deputati che abbiano una politica furba, e che sieno nemici dei Ministeri!»

«E dicono che quel meccanismo di vetro, e che so io, che sta fitto in cima di ogni palo, costi un occhio. Capite come vanno le cose!»

«Ci vuole la libertà dei popoli! Ci vuole una libertà tutta diversa, se no, non ne faremo niente!»

«E ci vogliono poche strade ferrate che fanno rincarare le ova...»

«Bravo, bravo!»

«Insomma ci vuole il suffragio universale» conchiuse il Pasetti.

Il chiasso e la confusione erano tali, che io potei piano piano ripigliare la mia strada, senza che gl’interlocutori se ne avvedessero, e senza decidere la famosa questione per la quale m’avevano voluto. Il Buccelli però che mi vide partire, e che ormai aveva perduta la speranza di farsi ascoltare, diede un’ultima crollata di capo, uscì dal caffè, e raggiuntomi mi accompagnò fino a casa ripigliando la sua tesi, per quel bisogno prepotente che ognuno ha di trovar qualcuno che gli dia ragione, almeno a quattro occhi.

«Sono buoni figlioli» diceva il Buccelli «che la pensano bene, ma in politica certe furberie non le capiscono alla prima. Che ci vogliano deputati nuovi, ma che sieno un po’ in là con gli anni, è l’abbiccì della politica un po’ fine! È vero, o no? Lo dica lei, don Michele, lei che la politica la sa da un pezzo, e che ha girato il mondo....»

«Caro Buccelli» rispos’io «giacchè mi dite così, vi farò una confidenza. In altri tempi, quand’ero giovane, mi son trovato, è vero, un po’ nella politica anch’io. La polizia, come sapete, mi voleva mettere in gabbia, ed io che avevo trovato a tempo un buco nella rete, mutai di bosco, e mi tenni alla larga dagli uccellari. Ma questa, come vedete, era una politica molto facile a capire, politica semplice, spiccia, e non c’era da farci su questioni. Adesso invece la politica è diventata molto più fine, come dite voi benissimo, e capirete che non è alla mia età che si imparino le cose nuove. Chi sa? fors’anche ci riuscirei, ma non mi ci metto. Sono ignorante, in questa parte, ignorante come non lo è nessuno, perchè di politica oggi ne sanno un po’ tutti. Anzi vi faccio questa confessione in confidenza, perchè poi non vorrei che la gente ridesse un pochino di me.»

Intanto eravamo giunti alla porta di casa mia. Il Buccelli avrebbe voluto riprendere il filo delle idee che evidentemente io gli avevo fatto smarrire. Ma dopo una confessione così completa, a me parve d’aver finito, e lo salutai ringraziandolo della compagnia.


24 settembre 1865.

Da tre giorni non è più possibile tener dietro a tutti gli avvenimenti che si succedono in Borghignolo. Il fatto principale, e di cui gli altri non sono che conseguenze e necessità storiche, è la venuta del signor Garofani, di sua moglie e d’una loro figlia. Addio passeggiate, addio colline, e i vostri bei sorrisi d’autunno; io mi sono chiuso in casa, passeggiando per le mie stanze dove spero almeno di non incontrarmi con questi nuovi venuti. So appena chi sieno, non li ho veduti che una volta alla sfuggita, eppure non mi vanno. Potevano lasciarmi nella mia quiete da cui incominciavo a sentire qualche primo beneficio.... ma signor no! Oggi infatti sto già malissimo, e se non temessi di peggio, ritornerei in città. Il prossimo e la libertà individuale formano uno di quei problemi che la teoria potrà sciogliere, ma la pratica mai.

Questi signori Garofani stanno poco lontano da me. Oltre a molte terre, che erano del mio povero amico Giandomenico, fu comperata da loro una sua vecchia casa rustica che sta nel paese, e di cui fecero una villa chiamandola l’Isola di Cipro. Quest’isola, affidata nelle mani di un pittore di scene, fatto venire appositamente, rappresenta appunto uno di quei castelli di tela con cui spesso incomincia un ballo mimico. Non ci manca nulla; merli che diroccano, stemmi a cinque garofani, un gufo di cattivo umore, e perfino un guerriero vestito in ferro, con cimiero e piume, che guarda fuori da una finestra finta, come a dire che il padrone di casa è sulle mosse per la crociata. Ora si sta facendo un giardino, nel quale, mi conta il mio fattore, ci devono essere cose straordinarie. Intanto nessuno può entrarvi, e a chi ci lavora è proibito severamente l’aprir bocca.

Sento anche che girano per il paese due servitori di casa Garofani, in giubba di color cioccolata e calzoni corti, con cordoni e mostre d’argento; uno ha una gran barba. La gente, a cui paiono e non paiono due carabinieri, a buon conto fa loro le scappellate.

Alla sera il cuoco di casa Garofani va al caffè dove gioca a tressette. Gli pagano volentieri de’ bicchierini, ma lo fanno cantare sulle provviste e sui piatti che si mangiano da’ suoi padroni. Non è la prima volta che il signor Garofani viene in paese, ma non si è ancor finito di parlarne. Ogni volta si discorre di nuovi milioni, dice il mio fattore, e di nuove maraviglie; c’è chi ammira, c’e chi critica, e ciascuno dice la sua. Il più affaccendato di tutti è il Buccelli, il quale è in casa Garofani da mattina a sera, e va e viene senza aver tempo di rispondere o di salutare chicchessia. Anche le altre persone più cospicue hanno già fatta la loro visita, e presentati i loro omaggi. Primi furono il curato e il signor Borsa, i quali attraversarono il paese assieme, in abito delle feste; il signor Borsa portava un paio di guanti neri, che serba per le grandi occasioni, e nei quali ci potevano stare contemporaneamente anche le mani del compagno. Si è osservato in paese che Giandomenico non è ancora andato in casa Garofani, e che non ci sono andato nemmen io. Da ciò si conchiude che decisamente io sono del partito di Giandomenico, e che è difficile prevedere come l’andrà a finire.

Quei di Borghignolo, poco avvezzi a tante novità in una volta, ne provano qualche apprensione. E in qualche apprensione mi trovo anch’io, non potendo prevedere quando mi sarà dato uscire di casa.


15 ottobre 1865.

Col mio aratro la va di male in peggio. Ho gran paura che a compire la storia delle mie illusioni e dei miei disinganni, non ci debba concorrere anche un pieno disinganno a proposito di Borghignolo. Ma chi se le poteva sognare certe cose? Il silenzio e la quiete di Borghignolo, a mio ricordo, non erano interrotti mai in tutta la giornata che dal rumore di un carro che passasse sulla strada maestra, o dallo stridìo delle cicale nelle ore calde. Io che avevo fatto i miei conti su questi pregi di Borghignolo, incomincio a trovarmi un po’ defraudato. Altro che le cicale! Anche qui ci sono partiti e polemiche; anche qui c’è un orizzonte politico rannuvolato, il quale di tanto in tanto manda un acquazzone di quelli che vanno a raggiungere fino i pulcini rincantucciati nel pollaio. Quelli di Borghignolo, a dirla, sono nel loro diritto; io però, se essi continuano a volere levar la mano alle cicale, me ne andrò, e senza metter tempo in mezzo, come soglio far io quando prendo una risoluzione. Nei giorni passati ero tanto sulle mosse che non presi nemmeno la penna per continuare queste pagine che pur sono l’unico mio sollievo. La riprendo oggi per non rompere il filo della cronaca di Borghignolo; ma se presto non ritorna la bonaccia, mi metto la barca sulle spalle, e vado in traccia della terra ferma, se pure ce n’è una.

Eccola dunque, tutta d’un fiato, la storia di queste ultime tre settimane. — La mano di Borghignolo è chiesta contemporaneamente da tre nuovi candidati politici, desiderosi di impalmarla e condurla in quel giardino della vita coniugale che è tutto fiorito di rose, come ognuno sa. Dell’antico deputato, che pure era un brav’uomo, nessuno parla più, perchè sono unanimi nella massima che ce ne voglia uno nuovo. I tre candidati nuovi sono: un medico del capoluogo della provincia, il direttore del Vero Italiano e il signor Garofani.

Il medico è un antico carbonaro, stato due volte in prigione, stato in esilio parecchi anni; ebbe il suo magro patrimonio sotto sequestro, e lo perdè in gran parte. Egli però non va troppo a garbo a tutti quelli che furono sempre solidali e indivisibili nel far niente. I più lo combattono, e dicono di lui cose di fuoco. Dicono, tra l’altre, che sia imbecillito, che abbia perduta l’antica energia del protestare, e che adesso non sappia predicare di meglio che l’abnegazione, la pazienza e la laboriosità. A Borghignolo, dove la si pensa ben più altamente, non c’è nessuno che si occupi di lui, meno forse quell’altro originale d’un Giandomenico.

Il direttore del Vero Italiano, che è proprio l’antico sensale, e che non so come mai sia diventato giornalista, possiede il cuore della bella a cui aspira. Per quante, e per quanto diverse siano le cose che i suoi lettori possano pensare in capo a un giorno, egli le sa indovinare e stampar tutte. Quelli che leggono in un foglio stampato, che viene dal capoluogo, proprio tutto ciò ch’essi avevano pensato, dicono subito che è un grand’uomo chi sa scrivere a quel modo. Non è però a dire che dopo tanto corteo di fedeli non vengano anche dei miscredenti. C’è chi a quattr’occhi crolla il capo; c’è chi ricorda qualche storiella che gli altri hanno dimenticato; c’è chi ne susurra di grosse all’orecchio d’un amico. Ma anche questi in pubblico se ne stanno zitti, come passeri che scambiano lo spauracchio col guardia; e lo inchinano anche loro, e fanno appuntino tutto quello ch’egli prescrive. Egli insomma è il padrone della provincia, tanto è il prestigio della carta stampata nei paesi dove essa è cosa nuova.

Il terzo aspirante è il signor Garofani, uomo nuovo ma provetto, come disse per tempo il Buccelli, prevedendo il giorno in cui si avrebbe a salvar la capra e i cavoli.

Lieto d’essere fuori di combattimento, e di non appartenere più a questo mondo, me ne stavo una mattina nell’orto, osservando una certa mia vite a spalliera. Omero, che trovò questa pianta tuttora salvatica in Sicilia, come dice il mio manuale, se vedesse la mia bella vite a tralci orizzontali, all’uso di Thomery, mi direbbe certamente: «bravo Michelino!»

Dicevo questo tra me, quando il mio fattore, correndo e infilando a un tempo le maniche della carniera, venne a dirmi in gran fretta e confusione che nel mio salottino c’era la signora Garofani, che domandava di me. Risposi subito che non c’ero; ch’ero lontanissimo; che era impossibile sapere dove mi fossi fitto, e quando sarei ricomparso. Ma fu inutile, perchè il fattore, nell’abbottonarsi la carniera, mi confessò che essendo stato sorpreso in maniche di camicia, aveva cercato di rimediarci col dire ch’ero in casa, e che venivo subito.

Erano le dieci di mattina. La signora Giuseppina Garofani aveva un gran vestito di seta color verde, un vezzo di diamanti al collo, e un cappellino verde anche esso, con piume bianche. Capii la confusione del mio fattore. Passata quella prima stizza, seppi sostenere nel dialogo la mia parte con bastante disinvoltura e cortesia, rimanendo però, a un pezzo, inferiore alla melliflua signora Giuseppina, la quale dopo mezz’ora di conversazione mi chiamava già il suo caro don Michelino; dopo tre quarti d’ora m’interrompeva con un gioia mia! e dopo un’ora, poichè rimase lì più d’un’ora, esclamava di tanto in tanto: «ma lei parla come un amore!»

Cosa voleva la signora Giuseppina? La signora Giuseppina incominciò col dirmi che, passando dinanzi alla mia casa, aveva domandato di chi fossero quei bei gerani che si vedevano nella corte; le avevano risposto ch’erano del padrone, ossia ch’erano miei. «Come! del signor don Michele? Di quel signore così garbato, di cui si dicono tante belle cose, e che io e Garofani desideriamo tanto di poter conoscere!» Allora era entrata, e il mio fattore aveva voluto a ogni costo chiamarmi, e darmi questo disturbo. Dai gerani passò alla sua nuova villa, da questa alle ricchezze di suo marito, e dal marito all’elezione del deputato.

«Garofani non lo sa, ma tutti lo vogliono lui. Eh, si vede che sono molto fini quei di Borghignolo! Per l’impiego di deputato, Garofani lo si direbbe fatto a posta!; io che sono sua moglie lo devo sapere. Se vedesse Garofani quando prende la gazzetta! È un politico dei primi!; la legge fino all’ultima parola, a costo di addormentarcisi sopra. E poi mio marito è tanto parlatore! Tutti dicono di volere un deputato che parli molto; ebbene mio marito, a lei lo posso dire, parla più di tutti! Se sapesse quanto parla!...»

Insomma la signora Giuseppina, credendo ch’io potessi procacciare a suo marito una bella gerla di voti, voleva che per il bene della patria ci accordassimo, io e lei, per assicurargli il trionfo. Alla signora Giuseppina confidai dal lato mio i miei malanni, il mio mal di fegato, e la mia ignoranza in fatto di gazzette. Mi feci spiegare qualcuno di questi imbrogli della politica, e la pregai di lasciarmi da un canto, per la paura che mi fanno le cose che non capisco. La signora Giuseppina, che non aveva preveduto il caso, rimase questa volta un poco sconcertata.

Pochi giorni dopo però trovò modo di ritornare all’assalto, intarsiando il discorso d’argomenti che non erano de’ suoi, e che si vedevano suggeriti dal Buccelli; ma si trovò da capo nelle secche. Quando poi si persuase che non c’era modo di farmi spiegare la bandiera de’ Garofani, volle almeno assicurarsi della mia neutralità, e riuscì a tirarmi in casa sua. È un vampiro con la cuffia, questa signora Giuseppina! e se non me ne divertissi alquanto, avrei già pensato sul serio a mettermi in salvo. Conobbi il marito, il quale dal punto di vista di alcuni generi coloniali, è in disaccordo con la politica italiana; conobbi la figlia che si chiama Adelina, e che, sotto ogni punto di vista, è una bellissima ragazza.

Gli assalti a cui ho dovuto far testa per non lasciarmi cavare dall’ospizio degli invalidi, e ricacciare nelle file dei combattenti, non vennero solo dalla signora Giuseppina. Ebbi un assalto da Giandomenico; ne ebbi un altro da un circolo elettorale del capoluogo della provincia, e non so dir quanti da vecchi amici e conoscenti dei paesi circonvicini. A chi risposi adducendo un pretesto, e a chi confidando le mie buone ragioni. «Io non diffido» dissi agli amici «delle sorti del mio paese. L’importante è fatto. Ci sono poi dei mali inevitabili, ed è a furia di compitare, e di spropositi che il paese imparerà a leggere corrente nel libro delle sue libertà. La casa nuova è bella quando la vedi sui disegni, o quando la abiti finita; mentre la fabbrichi non hai che malta e calcinacci da tutte le parti. Io fui tra quelli che la disegnavano; non sarò tra quelli che l’abiteranno, e posso quindi risparmiarmi i tegoli sul capo, e gli schizzi della calcina.»

Quelle domande e quelle risposte però mi avevano già messo sossopra; mi avevano agitato non so perchè; mi avevano risvegliati i sintomi dei miei più grossi malanni, e se non mi fossi rifuggito subito nella dimenticanza d’ogni cosa di questo mondo, non so quello che sarebbe già avvenuto di me a quest’ora. Ma ritorniamo agli avvenimenti di Borghignolo.

La visita fatta a me dalla signora Giuseppina fu l’assalto, tentato e non riuscito, contro una vecchia bicocca che potè essere lasciata da parte, senza pregiudizio delle grandi operazioni strategiche, le quali incominciarono subito dopo, con un pranzo ogni giorno in casa Garofani. Ad eccezione di me, che non ci andai, e di Giandomenico che non fu invitato, vi pranzò in pochi giorni, auspice il Buccelli, mezzo il paese. Ci furono pranzi aristocratici col curato e il signor Borsa, e pranzi democratici con l’agrimensore e il caffettiere.

Poi il Buccelli radunò un circolo politico, dal quale fece proclamare la teoria dell’uomo nuovo, ma provetto, all’appoggio di una esperienza di cui ognuno aveva potuto, pranzando, assaporare i pregi. Si fecero grandi elogi anche al direttore del Vero Italiano; si deplorò che fosse un po’ meno provetto del signor Garofani, e si augurò all’Italia che in altro modo lo avesse tra i suoi rappresentanti: si mandò un saluto fraterno all’America, e si nominò un Comitato promotore della candidatura del signor Garofani.

Il Comitato promotore, e il Buccelli che ne è il presidente, pensarono per prima cosa a procacciarsi degli alleati. Il Buccelli che, come dice la signora Giuseppina, è un politico, quasi quasi come il Garofani, mise gli occhi sopra un paese vicino ove gli parve che il terreno fosse vergine, e l’elettore docile. Sommando in prevenzione i voti di questi elettori con quelli di Borghignolo, vide che l’aritmetica era tutta a favore del suo candidato; fece il suo piano strategico, ed entrò subito in campagna. La gran giornata campale, decisiva, l’abbiamo avuta poi domenica passata. Quella domenica era la terza del mese, e in Borghignolo la terza domenica d’ogni mese si fa una processione per tutte le vie con la confraternita e con la banda. L’occasione non poteva essere migliore; furono invitati per quel giorno in Borghignolo gli elettori con cui si voleva fraternizzare, e con essi furono invitati anche un paio di sindaci, un paio di curati, e qualche canonico. La festa poi doveva chiudersi con un gran convito in casa Garofani, e con lo sparo dei mortaletti in piazza. Il Buccelli previde ogni cosa, fino i brindisi, e gli evviva in fin di tavola. La signora Giuseppina, che mi onora della sua confidenza, mi disse il giorno prima che il Buccelli e suo marito avevano pensato un bellissimo discorso. Il Buccelli sapeva, perchè egli stesso glielo aveva suggerito, che uno dei sindaci invitati, nel fare il suo evviva al futuro deputato, gli avrebbe chiesto nientemeno che una strada ferrata che toccasse il suo paese. Il signor Garofani allora gli avrebbe risposto in un modo da lasciare tutti gli astanti con la bocca aperta per un pezzo.

Venuta la domenica, e venuti gli invitati, alla mattina dopo la messa cantata ci fu dunque la processione che, a detta di tutti, riuscì più bella del consueto. Il clero era più numeroso per l’intervento dei curati e dei canonici invitati al pranzo di casa Garofani; la banda, che di solito gode delle maggiori franchigie nell’abbigliamento, sfoggiava questa volta un berretto d’uniforme; parecchi confratelli poi avevano fatta lavare la veste. In veste bianca, cappa rossa e posto distinto veniva il Buccelli, il quale è anche priore della confraternita. L’antico priore era lo speziale, ma dopo la battaglia di Magenta il Buccelli cominciò a dire che non era più l’uomo dei tempi, e gli rubò il posto.

Quando le processioni, o la confraternita, passano dinanzi al caffè, ove piantati sulla porta ci stanno sempre due o tre liberi pensatori con le mani nel taschino de’ calzoni, il nuovo priore, facendo loro d’occhio con malizia, riceve in ricambio un saluto d’intelligenza e una smorfia sotto i baffi, da cui si vede che tra la confraternita e i radicali di Borghignolo, non c’è ruggine di sorta. Anche quei della banda, che precedono il baldacchino, dinanzi al caffè intonano l’inno di Garibaldi, per far intendere che non sono meno liberi pensatori di quello che siano liberi sonatori.

Incominciata la processione, incominciò anche lo scampanìo che seguitò per più d’un’ora. Io, che al sonare delle campane divento come uno di quei poveri cani che mandano dei mesti ululati e scappano per le campagne, senza ululati ma mestissimo pigliai una delle mie stradicciole favorite e di là mi dilungai, come fanno i miei pensieri, fuori di mano e senza mèta. Per il pranzo, anche questa volta mi ero scusato, e potei lasciare tutte le altre allegrie senza che alcuno ci badasse, perchè ormai è noto il mio divorzio da questo mondo per incompatibilità di carattere.

Ma appena fui di ritorno, mi trovai dinanzi la signora Giuseppina che veniva a prendermi in tutta furia perchè almeno accettassi una tazza di caffè, e fossi presente agli evviva che incominciano, secondo l’uso di Borghignolo, quando i commensali, levatisi di tavola, si frammischiano, gridano, si abbracciano girando per la sala col bicchiere in mano. Condotto dalle chiacchiere della signora Giuseppina, dopo pochi minuti ero anch’io tra i convitati in baldoria di casa Garofani, e giungevo proprio in sul punto in cui si faceva un profondo silenzio per udire quel tal sindaco che doveva parlare della strada ferrata. Questo sindaco che aveva l’aria d’aver bevuto un po’ troppo, e di non saper più dove ripescare il suo discorso, dopo un po’ di meditazione fece un gesto di impazienza, e si accontentò di gridare: «Viva dunque il signor Garofani e la sua signora metà! Viva tutta la compagnia! E viva l’allegria!» — «Bravo Carlotto! benissimo!» si gridò da tutte le parti. «Viva il signor Garofani! viva il nostro deputato! viva Carlotto! viva l’allegria!» E per qualche minuto ci fu un chiasso indiavolato. Il Buccelli era diventato livido, ma il signor Garofani imperturbato fece cenno di voler rispondere, ed ottenuto un silenzio ancor più profondo del primo, rispose così:

«Io ringrazio l’egregio signor sindaco della fiducia, che a nome degli elettori della sua cospicua borgata, così eloquentemente ha voluto significarmi. Gli interessi di questi paesi mi sono sacri quasi come i miei... No! o Signori, quelle obbiezioni di cui ha parlato il signor sindaco, che dagli avversarii si fanno alla nostra appetita ferrovia, reggere non potranno; ed io per sempre le saprò disperdere tanto nel Parlamento che alla Borsa.... Sì! o Signori, le strade ferrate sono il gran portento del secolo! I titoli della nostra linea si manterranno in richiesta e buona vista. Il commercio e l’industria formano la prosperità dei popoli! Viva dunque la strada ferrata! viva il signor sindaco e la libertà!»

L’entusiasmo fu indescrivibile. Il Buccelli si ricompose e riacquistò il colorito naturale, che in quel momento era quello d’uno che ha ben pranzato. Tutti volevano abbracciare il signor Garofani, e dichiaravano che parole simili a quelle dette da lui non le avevano mai sentite. Parecchi erano talmente inteneriti, che stavano per piangere, e la signora Giuseppina ne accresceva il numero, correndo per la sala con due bottiglie in mano, a ricolmare i bicchieri di tutti. Anche i servitori della casa, quantunque vestissero la gran livrea di color cioccolata con le mostre verdi, dimenticate le etichette, bevevano allegramente colla compagnia. Io mi ero rifuggito in un angolo dove si faceva meno baccano, e dove mi trovai con un canonico che, seduto, assaporava tranquillamente il suo vino, levando di tanto in tanto qualcosa di tasca, ove aveva un magazzino di dolci, castagne e fruite secche. Ma la signora Giuseppina che non mi aveva perso d’occhio, fu presto da me con un bicchierino, e una piccola bottiglia.

«A questo poi, signor don Michelino, non si dice di no. È un malaga di quello che faceva il povero Baldassare, il mio primo uomo. È una delle ultime bottiglie che conservo in sua memoria, perchè me le aveva regalate il giorno in cui mi ha sposata.»

«Eh, allora è proprio vecchione!» disse in buona fede il canonico; ed io, per salvarlo, dovetti accettare il malaga e sviare il discorso, esclamando: «Alla sua salute, signora Giuseppina!»

«Troppo onore, e tante grazie!... E che ne dice del discorso di Garofani? Che sentimento eh!» prese subito a dire anche la signora Giuseppina per isviar me.

«E quelle parole sulla strada ferrata!» riprese il canonico. «Che parole! che risposta!.... In questo cantuccio non ho ben capito cosa gli avesse domandato il sindaco a proposito delle strade ferrate....»

La signora Giuseppina allora non ebbe più altro rimedio che quello di pigliarmi per un braccio, e di condurmi a forza in cerca del marito, dicendomi ch’egli era in giro per le sale da un pezzo a cercar di me, e tante altre belle cose. Così, in grazia del canonico, dovetti avere un dialogo anche col signor Garofani, e fermarmi mezz’ora di più. Appena però il signor Garofani incominciò nel suo crocchio a spiegare la politica, col pretesto di deporre il bicchierino del malaga, io mi tirai in disparte, e approfittando del primo uscio, me ne andai. Se ne dolse con me il giorno dopo la signora Giuseppina, ma io l’acquietai subito, dicendole che quella maniera di andarsene si chiamava andarsene alla francese, e che era una cosa di gran moda.


20 ottobre 1865.

Quando l’orologio è vecchio e logoro, è inutile, caro Michele, buttar via quattrini e cambiare d’orologiaro. Se l’aria di Borghignolo non mi pare più quella d’una volta, è inutile che me la pigli con quelli che devastano i boschi, e lasciano dilagare le acque. È con me che me la devo prendere, è col mio fegato, e sa il cielo con quali altri visceri malati e disfatti!; è col destino che non mi lascia mai mancare delle agitazioni nell’animo. Però anche i medici, per non far torto a nessuno, di me non hanno mai capito niente. L’inverno ritorna; la buona stagione sulla quale il mio buon medico aveva fatto tanti calcoli, è passata e pigliò posto anch’essa nello scaffale dei miei disinganni. Il sole ci mandò oggi un saluto, con qualche suo raggio tiepido, come un conoscente lontano che appena si ricordi di noi. Andai a rendergli il saluto anch’io, pensando: «pallido come sei, chi sa se ritorni!;» e pigliai per una delle stradicciole della collina, fredda e malinconica anch’essa, col suo bel verde ingiallito, le sue belle foglie cadute e ammucchiate, e senza il canto dei suoi uccelletti che sparirono come i convitati d’una casa venuta in basso.

Pieno di tristi pensieri, m’ero fermato a contemplare dall’alto la vecchia casa del mio amico Giandomenico, chiamata ancora il castellotto, situata nella parte più elevata del paese ove principia la falda del colle. Da un lato, il muraglione della facciata ha l’aspetto tuttora di un pezzo di torre; ci si vede una sola finestrella a sesto acuto: ruvido e severo, pare che dica ancora a chi passa: «cavati il cappello, e tira diritto.» Poi si vede che s’era cominciato, in altri tempi, a foggiarlo sullo stampo fastoso di un padrone con la parrucca incipriata, e la giubba di velluto. Ci furono aperte cinque grandi finestre con frontoni, cornicioni, ornamenti a spezzature, a curve, che paiono occupati a farsi tra di loro degli inchini in un minuetto. Quei finestroni volevano dire: «qui c’è corte bandita per tutti; pei nobili quassù, e pei villani sull’erba del brolo.» Ma i finestroni non furono continuati; rimasero soli, e dopo questi il muraglione continua uniforme, e pare più severo e più malinconico. Qua e là vi fu aperta qualche finestra meschina, misurata sulla persiana che c’era da metterci, per dar luce a un ripostiglio o ad una cameretta da pigionante. Tutto è cadente, scassinato, deserto; l’inverno è disceso da un pezzo sull’antico palazzotto, senza vicenda di stagioni più liete. Povero Giandomenico! L’ultimo della tua famiglia non è il tuo figliolo che, alta la fronte e la spada in mano, può cadere su un campo di battaglia nell’ebbrezza della gloria. L’ultimo sei tu che, vecchio e rifinito, assisti mestamente ogni giorno al crollare inesorabile di queste ultime rovine della tua famiglia, della tua casa!.....

················

«Una bigattiera! una magnifica bigattiera!» m’interruppe una voce, mentre una mano si posava sulle mie spalle. Era il signor Garofani, che s’era fermato presso di me, precedendo di pochi passi sua moglie e sua figlia che salivano anch’esse quella costa.

«Scommetto che anche lei, don Michele, stava pensando che cosa si potrebbe cavare da quel casone abbandonato, piuttosto che lasciarlo ai topi ed alle rondini. Io l’ho visitato. Sicuro!... Ci ho pensato, e non saprei vederci che una bella bigattiera. Le pare? La facciamo?»

«Una bigattiera?... Eh sicuro! ma io non c’ero arrivato» risposi. «E il conte Giandomenico dunque, gliela vuol vendere la sua casa?»

«Non so, se lo voglia; ma siccome io, per buon cuore, ho fatto tempo fa uno sproposito, e mi sono tirato addosso certi crediti spallati verso quel signore, con ipoteca sulla casa, così lei capirà che posso pigliarmela quando lo voglio io.»

«Niente affatto!» esclamò la signora Giuseppina, che giungeva in quel punto, tutta trafelata, e con quei cernecchi sulle tempie ambedue sgommati. «Prima di tutto, noi di quella casa non sappiamo che farne! Poi, se fosse nostra, si dovrebbe fare la bigattiera nella casa ove adesso stiamo noi, e quest’altra diventerebbe il castello Garofani!.... Ma questo si dice tanto per dire, perchè la casa non è nostra, e noi non ci pensiamo nemmeno!»

«E poi» soggiunse timidamente Adelina «dove andrebbe quel signore che ci sta, e che dicono tanto disgraziato?...»

«Le donne» ripigliò il Garofani «di queste cose non ne capiscono niente. Se io ci voglio mettere a preferenza la bigattiera è perchè....»

«È perchè, è perchè....» interruppe la signora «queste sono tutte chiacchiere inutili! Tu, Garofani, va pure per la tua strada con Adelina; io rimango con don Michele: noi pigliamo quest’altro sentiero, perchè abbiamo i nostri segreti.... nevvero, don Michele?» E così dicendo mi forzò a darle il braccio, e a mettermi in viaggio con lei per altra via.

«Dunque bisogna sapere che ci sono buone notizie» riprese la signora Giuseppina un po’ sotto voce, e tenendomi il braccio stretto col suo in segno di confidenza e di qualche tenerezza. «Sicuro; l’elezione di mio marito andrà a vele gonfie! Ho già fatto venire cento palloncini per l’illuminazione del giardino. Ci vogliam noi donne per pensare a tutto! Queste cose non le dico per vantarmi, perchè anzi gli onori io non gli ho cercati mai; gli ho sempre lasciati venire spontaneamente, fin da quando m’ha sposata il mio primo marito, che aveva una così bella.... un così bel commercio. Capisco che in allora potevo ben dire le mie ragioni, perchè non per niente mi chiamavano tutti la bella signora Peppina. Ma tornando a quello che dicevamo poco fa, questa nomina la desidero proprio per lui, per mio marito. Perchè quando si pensa che un tale, che so io, al quale, quando eravamo nel commercio, non avrei data una libbra di fichi secchi a credenza, adesso l’hanno fatto cavaliere!... E bisogna vedere sua moglie, la signora cavaliera, come la ci guarda d’alto in basso! Noi! Noi che, non tocca a me a dirlo, ma.... Ma invece il signor Governo ha avuto il coraggio, una volta che una persona era andata a dirgli che mio marito, per pura giustizia, lo si doveva far cavaliere, ha avuto il coraggio, dico, di rispondere che non c’erano gli estremi! La parola l’ho veduta io in iscritto proprio sull’istanza. Ah! non ci sono gli estremi per noi, e ci sono stati per quell’altro? Ma la vedremo adesso, quando ci avran fatti deputati, se ne vorranno ancora degli estremi! In allora la guarderemo d’alto in basso anche noi la signora cavaliera! Non che me ne importi, ma mi piace la giustizia. Che gliene pare, lo dica lei? E poi» continuò la signora Giuseppina senza ripigliare fiato «noi abbiamo una figlia, e abbiamo quindi dei doveri. Con la dote che le si può dare, quando fosse figlia d’un cavaliere, si può fare come niente un matrimonio nobile. Perciò non ho badato a spese, e mia figlia può montar su un trono. Le ho fatto venire tutti i maestri che si pagano di più; essa ha imparato la grammatica, il pianoforte, la musica, il disegno, tutte le lingue forestiere, e perfino la poesia. Bisogna sentirla quando parla le lingue! con che sentimento.... e spedito che non si capisce niente. Ma è una benedetta ragazza che, quando è in mezzo alla gente, si fa tutta rossa, e non c’è modo di cavarle una parola. È tutta sua madre! quand’ero ragazza, ero anch’io fatta così. Lei dunque capirà ch’io non posso darla in moglie al primo mascalzone....»

E con questi ed altri ragionamenti la signora Giuseppina mi accompagnò fin sull’uscio di casa mia, ove io m’ero avviato senza che se ne avvedesse, conoscendo io assai bene tutti i sentieri e tutte le scorciatoie.

Come fui nel mio salotto, il fattore, vedendomi pallido, volle che pigliassi una fiammata, e nell’accendere il fuoco mi raccontò che molti di quelli che devono votare per il nuovo deputato, daranno il voto a quello che scrive la gazzetta Il Vero italiano, perchè ne hanno paura. Anche questa nuova, che veniva ad aggiungersi alle mie meditazioni sulla casa di Giandomenico, e alle parole che la signora Giuseppina aveva troncate a suo marito, non era fatta per sollevarmi l’animo, e farmi pigliare miglior colorito. La fiammata si levò alta e scintillante; ma io rimasi col cuore stretto e gelato.

Che cosa faccio io?... Se non fossi un povero ammalato.... Ora poi è tardi.


2 novembre 1865.

Approfittai d’un raffreddore per rimaner chiuso in camera tutta la settimana, senza udire una parola, e senza vedere anima viva durante la battaglia elettorale: i miei propositi vacillavano, e ho dovuto chiudermi in casa per essere sicuro di me. Però a questi foglietti, mentre nessuno mi sente, posso confidare che l’amarezza provata a starmene con le mani in mano, mentre di fuori si combatteva, fu più forte di tutte le amarezze che avevo provate quando lottavo, e che m’ero prefisso di non aver più a provare.

La prima votazione non riuscì decisiva: ci fu la seconda prova la domenica seguente; e stamane il fattore venne a dirmi ch’era arrivato in quel punto dal capoluogo il cursore del comune, e aveva portate le nuove al Buccelli e ai molti che l’aspettavano sulla porta del caffè. L’eletto era il direttore del Vero Italiano. Quegli elettori fatti venire dal Buccelli, la terza domenica del mese, avevano votato per il gazzettiere, come un sol uomo, dopo aver mangiato ciascuno per dieci, in onore del signor Garofani. La sera stessa, dopo il pranzo, s’era udito uno di quei convitati dire, nel tornarsene a casa, che «dopo tutte quelle accoglienze, e tutte quelle bottiglie, a pensarci bene, non ci si vedeva chiaro.»

Oggi è il dì dei morti. La giornata è meno serena di ieri. Il fattore dopo avermi inutilmente consigliato a non uscire di casa, vedendo che non gli rispondevo, e ch’ero un poco astratto, senza soggiungere altro mi mise un tabarro sulle spalle, e mi lasciò andare. L’aria umida e fredda, il cielo che si faceva sempre più grigio davano ragione al fattore. Ma una campana che sonava a lenti rintocchi, la nenia del rosario ripetuto da branchi di donne che trovai lungo la strada, avevano in quel momento tant’eco nel mio animo, che forzavano me pure a seguire i passi altrui, camminando a traverso ai campi per il viottolo che mena al Camposanto. Ci ho anch’io qualcuno, pensavo, là dentro, e non voglio che sia l’ultimo salutato. Lo spianato dinanzi al cimitero s’era mano mano riempito di gente. Le donne, inginocchiate presso il cancello, recitavano in compagnia a voce bassa il De profundis; i bambini guardavano le loro mamme, con gli occhi spalancati, e fissi, senza comprendere quella mestizia e quella preghiera; i vecchi, col capo basso e le mani giunte, fissavano silenziosi e riverenti la terra, con la quale sentivano più prossimo il misterioso legame.

I singhiozzi d’una povera donna mi scossero dalle mie meditazioni, e mi fecero movere verso questa infelice che, più che pregare, piangeva come chi è afflitto da una disgrazia recente. Era una povera vecchia che non tardai a riconoscere; era la Maddalena, la madre di Luigi, quel giovanotto partito tre mesi prima, e ch’io non ero giunto in tempo a trattenere. La povera donna mi riconobbe.

«Eh, mio buon signore,» prese a dire «il mio povero figliolo non c’è più, proprio più! La carta dove c’è scritto che il mio figliolo è morto, l’ho fatta leggere da più che cinquanta persone, e dal signor curato, e dal segretario, e fin dalla gente degli altri paesi. Ma già, c’è anche il bollo, e non la può sbagliare. Sicuro, l’hanno sbarcato in un paese dove c’era un male cattivo, e quel povero figliolo è morto!... Il non avere vicino nessuno de’ suoi, quando s’è ammalati, è una gran disgrazia! Avesse almeno fatto il suo bene!... lo spero, perchè era un buon figliolo! E dire che quando è partito io lo avevo il presentimento.... ma mi consolavo pensando che il fattore gli aveva data una lettera per lei.... e don Michele, pensavo io, è una di quelle persone che so ben io! Don Michele gl’insegnerà la strada buona, o non lo lascerà partire! Ma poi, scrisse che non aveva potuto trovare don Michele, e che era già lontano non so quanto. Quel benedetto figliolo, forse, non sarà venuto da lei con la lettera, perchè lei sarebbe corso subito a cercarlo, l’avrebbe trovato, e gliel’avrebbe detta una buona parola. Oh, lei è un buon signore, lo so!... e intanto il mio Luigi non l’ho più.... un così bel figliolo!...»

I singhiozzi le soffocavano di nuovo la parola, ed era per cadere. Alcune donne la sostennero e la condussero via. Anch’io mi levai di là, e, ritornando a casa a gran passi, convulso, e con gli occhi che sentivo gonfiarsi, ripetevo a me stesso: «Non l’ho cercato subito il tuo figliolo, no! Prima ho discusso a chi toccasse salvare il vicino che affoga, e quando ebbi conchiuso che toccava a me, il tuo figliolo era partito!»

Ho scritto abbastanza per oggi. Ho chiuse le finestre, e acceso il fuoco; ma ho la mano e il cuore intirizziti. Sono segni di neve. Qualche spruzzo di pioggia è venuto a battere sui vetri, e a dirmi che per un pezzo forse non uscirò di casa.

Ma anche il mio salotto ha i suoi passatempi. Per esempio, ecco un foglio novissimo, appena giunto, del Vero Italiano che leggeremo da capo a fondo, incominciando dalle prime linee che dicono così:

L’elezione di ieri.

Se la modestia non ce lo vietasse, dovremmo dire che un grande atto di saviezza illuminata hanno col voto di ieri compiuto gli elettori del nostro Collegio. L’Italia vuole uomini nuovi, indipendenti, onesti. Noi fummo eletti....


7 novembre 1865.

La mia intasatura de’ giorni passati venne a proposito, non solo per me, ma anche per la signora Giuseppina la quale, continuando ad approfittarne, dopo quella prima domenica della votazione, non si lasciò più vedere. La mi fece così un vero regalo, perchè proprio davvero in questi giorni non ero in vena nè di far le mie condoglianze, nè di ascoltare tutto quello che avrebbe potuto dirmi per una simile circostanza.

In questo frattempo, le notizie tutte del paese le avevo avute appuntino dal fattore il quale, nel fare di tanto in tanto qualche partita al caffè o all’osteria, si trova facilmente informato di tutta la storia contemporanea di Borghignolo. Il fattore dunque pretende che, quando è arrivata in caffè la notizia dell’elezione, ci furono parecchi che ne risero sotto i baffi, ma poi, incontrandosi col Buccelli, se ne mostravano afflittissimi. Il Buccelli s’è fatto in volto del colore della sua giacchetta, ch’è di color cenere; non parla più, e dice solamente che sa tutto. Anche de’ voti del paese, a conti fatti, il signor Garofani non ne ha avuto che la metà. Il Buccelli aveva detto il giorno prima, pronosticando, che i voti di Borghignolo gli aveva già tutti nel carniere; e il giorno dopo un bell’umore andò dicendo che nel carniere del Buccelli c’era una maglia rotta e che quella era stata tutta la disgrazia.

Il Buccelli è sulle tracce di costui, e dice che lo scoprirà. La signora Giuseppina ha già attraversato cinque o sei volte il paese, senza cappellino, senza cuffia, senza diamanti, e senza gomma alle tempie; l’ha attraversalo camminando in fretta, col Buccelli al fianco, e parlando ad alta voce perchè tutti l’udissero: dice anch’essa che sa tutto, ma che però una volta o l’altra arriverà a scoprire ogni cosa. Dice che Borghignolo è un paese di villani screanzati, e che quelli che hanno empito la pancia in casa sua, la possono tener piena per un pezzo. Dice che il tiro principale gliel’ha fatto quel vecchio rimbambito che sta lassù in quella topaia, ma che anche lui mangerà presto una gerla di pan pentito. E che insomma, se non avesse la disgrazia di essere una dama educata, li piglierebbe tutti a.... perchè fin da quando c’era il suo primo marito, e che tutti parlavano della bella signora Peppina, e c’erano dei nobili e dei conti innamorati, la Giuseppina, delle figure, non ne ha fatte mai; e non vuol essere venuta adesso a farne con questi mascalzoni di Borghignolo....

Queste ed altre parole c’è chi le ha udite con le proprie orecchie, e c’è chi le ha udite ripetere da altri. Se ne parla al caffè e all’osteria a mezza voce, con qualche mistero, e con qualche apprensione. Alcuni per paura, vorrebbero avere il coraggio della propria opinione, e dir chiaro e tondo che hanno votato per il Garofani, ma poi, pensando a quell’altro che fu eletto, pigliano una via di mezzo, e non dicono nulla.

Ce n’è altri, d’animo più forte e indipendente, di quelli che hanno pranzato allegramente in casa Garofani, ma che poi, «siccome non hanno mai cavato il cappello a nessuno, e neanche ai milioni di questi signori» così se ne sono già andati al capoluogo a complimentare il direttore della gazzetta. I più si domandano come l’andrà a finire, ma nessuno lo sa; anche i più curiosi questa volta rimangono con la curiosità in corpo; passano e ripassano dinanzi a casa Garofani, spiano traverso il cancello, ma non ne capiscono niente.

Bisognerà lasciare sbollir le ire della signora Giuseppina, e poi non sarà difficile avviare per la gola del cammino tutti questi vapori neri e minacciosi. Ci sarà bene qualcuno che vorrà ammansarla, e senza voler essere io quello che entri nella gabbia per il primo, non mi mancherà l’occasione delle carezze e del bocconcino, per farle intendere qualche parola di ragione, senza che m’abbia a mostrare i denti. Mi inquietano soprattutto le parole lanciate contro il mio povero amico, a cui quei signori potrebbero fare molto male. Ci penserò io a versare acqua su questi carboni; i quali non potranno divampare così subito, e intanto avremo tempo, io di fare il mio piano, e la signora Giuseppina di mettersi in calma e di raccogliere le vele, ossia di ingommare di nuovo alle tempie quei due cernecchi ora in balìa dei venti.


9 novembre 1865.

Giandomenico e la sua casa, la signora Giuseppina e i suoi discorsi, tanto quelli della passata bonaccia che gli ultimi della tempesta, non m’hanno lasciato in pace per tutt’ieri. I presentimenti, se non sono la voce della nostra ragione che vuol farsi sentire quando noi non ci pigliamo l’incomodo di ricorrere a lei, sono la voce di qualcuno che la sa ben lunga. Stamane dunque mi feci premura di recarmi alla casa Garofani, avendo meditata e decisa una visita alla signora Giuseppina.

«Sono partiti per la città ieri sera» mi disse uno che se ne stava appoggiato al portone socchiuso della casa, e che nell’occasione dei pranzi avevo veduto strozzato in una livrea che gli mozzava il fiato.

«È impossibile!» risposi io.

«Eppure.... vuole che io non lo sappia?«

«Ma ne siete sicuro?»

«Eh, per bacco! Partiti i padroni, partito il signor cuoco, Giovanni, la cameriera....»

«Partiti, partiti.... ma come mai!» continuavo io, e si pensi con quale stizza! Ma intanto ci si erano fatti intorno tre o quattro curiosi, che mi confermarono ad una voce la notizia, dicendo che la carrozza era passata dinanzi al caffè; che nessuno sulle prime aveva voluto credere, ma che poi se n’erano persuasi tutti, vedendo che il signor cuoco della casa non compariva a far la partita a briscola.

«E così?» domandavano dei curiosi ai quali una notizia sola non basta mai.

«E così?» mi domando adesso anch’io; e rimango con la bocca aperta, e goffo come loro.


25 novembre 1865.

Partiti i signori Garofani, se si guardano le acque di Borghignolo ritornate alla loro antica bonaccia, sarebbe difficile raccapezzare quanta burrasca ci passò sopra, se di tanto in tanto il cadavere di qualche naufrago, e gli avanzi di qualche naviglio sconquassato, comparendo lentamente alla superficie delle acque, non ci dicessero con quanta furia si fossero esse gonfiate. Le disdette di affitti e pigioni sono piovute a furia sul capo di tutti quegli elettori infelici che, nell’esercizio della loro sovranità, caddero in sospetto al Buccelli di non aver dato il voto al signor Garofani. Qualche raro fedele ebbe già il suo premio in vita, ma finora le folgori furono più numerose che le corone. Anche questa volta, la barca scassinata di Giandomenico deve essere tra quelle che ebbero più largamente rotti i fianchi, e che più fanno acqua. Il fattore mi disse più volte, in questi giorni, d’aver saputo da gente che lo può sapere, che il Buccelli va qua e là comperando altri creditucci che molti hanno verso Giandomenico; non certo per fargliene un regalo, come osserva con finezza il fattore; e che fu più volte al capoluogo da un tal avvocato che è appunto quello che da più mesi muove lite a Giandomenico per un credito che il signor Garofani tiene ipotecato sul castello. Aggiunge il fattore che il Buccelli dalle smanie è passato alla calma; che tace sempre, e che sempre ha sulla bocca un sorriso, anche quando non c’è niente di che ridere: cosa che nessuno capisce, e che dà molto a pensare; e che finalmente qualche volta fu sentito dire «che in Borghignolo si devono veder cose, cose che nè i nostri vecchi, nè i nostri figli non avranno vedute mai!»

Queste cose non sono difficili a indovinarsi. La signora Giuseppina vuole il castello, e il Buccelli vuole Giandomenico fuori di paese.

È un’orribile stagione questa. La neve ha già mandati i suoi primi spruzzi; tira vento da mattina a sera, e da due settimane non s’è veduto uno strappo di sereno.

Per sapere se c’è proprio ordito qualche brutto gioco contro il povero Giandomenico, bisognerebbe battere la campagna, bere l’anisetto al caffè, fare il politico all’osteria, e inscriversi forse nella confraternita del Buccelli. Bisognerebbe correre alla città, e fare la corte alla signora Giuseppina, e la partita col signor Garofani. Ma, innanzi tutto, bisognerebbe discorrere con Giandomenico; bisognerebbe in nome della vecchia amicizia, chiedergli un minuto di espansione, e domandargli che cosa potrebbe fare per lui un vecchio amico. Eh, certamente! Ed è appunto quello che ho cercato di fare. Ieri, dunque, con Giandomenico, che qualche volta viene da me dopo desinare, seduti al fuoco, e messa dinanzi a lui una bottiglia di vino, s’incominciò a discorrere, pressappoco di questo tenore:

«Bonissimo» diceva Giandomenico «questo vecchio vino della paglia! Ne faccio io, o ne facevo, poco importa, di simile nelle mie vigne della collina che ho vendute al droghiere. Gran peccato che l’enologia sia così poco in fiore da noi! Una vasta associazione dei viticoltori, un grande stabilimento, e un insegnamento pubblico di enologia, furono e sono pur sempre il mio principal pensiero. Dovessi far tutto a mie spese, appena le mie faccende me lo permetteranno, un giorno o l’altro in Borghignolo si vedrà qualcosa di simile, te l’assicuro io!»

«Ma, a proposito del droghiere, ossia del signor Garofani» presi a dir io «l’hai sempre in piedi quella lite? Gli avvocati hanno da seguitare a infilzar carte e spese, o la finite una volta con un buon accordo?»

«Un buon accordo? È impossibile, mio caro. Certa gente non capirà mai le condizioni della proprietà fondiaria. Ma non importa; e, alle corte, io pagherò.»

«Alle corte? Benissimo, pagar subito, e finirla....»

«Subito sì, cioè relativamente, appena che.... perocchè le combinazioni possono essere molte. Le cose attualmente si presentano così....»

Fu qui, cioè a traverso a una penosa narrazione nella quale Giandomenico, lottando a ogni tratto con la verità, cercava di far illusione un poco a me, un poco a se stesso, che venni a conoscere a quali estremi fosse giunto il mio povero amico. La casa, i mobili, il giardino, che ora è divenuto un camperello, e che sono gli ultimi avanzi di quanto possedeva Giandomenico, sono alla vigilia d’essere messi al pubblico incanto. E le sue speranze quali sono?

«Credi tu che la sapienza degli antichi abbia detto a caso che la fortuna è legata a una ruota?» diceva Giandomenico. «Io sono in basso, ma la ruota gira!... Io sto con gli antichi, e non mi sono ingannato mai. Troppi conforti e troppi nobili esempi ci hanno lasciato essi, perchè io deva aver imparato solo a chiedere pietà nella sventura. E vorresti tu parlare di queste cose elevate a gente che non ti capisce?... a qualche basso intrigante di villaggio, o ad uno che ha razzolato qualcosa mettendo un quattrino sull’altro, vorresti tu parlare dell’avvenire della proprietà fondiaria, e dei tesori di cui la terra ci sarà larga un giorno sotto gli auspicii del credito e della scienza? Gli vorrai tu parlare dei vasti orizzonti che si aprono al capitale in quegli umani consorzii pieni di gioventù, che sorgono al di là dell’Oceano, e che fanno maravigliare la vecchia Europa delle loro scoperte, delle loro industrie, e delle loro rapide fortune?»

Io lo guardavo senza capirne una parola; e fu allora che in un momento di espansione mi confidò come egli, alcuni anni fa, avesse venduta una delle sue ultime zolle di terra per dare una sommerella a un tale, famoso spiantato d’uno dei paesi vicini, e che appunto si diceva andato in America a tentare la fortuna. Egli deve avermi letto in faccia l’espressione d’una dolorosa maraviglia, perchè subito riprese:

«È tra questi uomini arditi, avventurosi, e un po’ rompicolli, se vuoi, che la fortuna sceglie spesso i suoi beniamini. Il vecchio mondo, piccolo e sfruttato, è per gli uomini pazienti, modesti e fatti sullo stampo comune. Certe fantasie ardenti, sconfinate, disordinate, se vuoi, hanno bisogno di paesi vergini e vasti. Dietro loro, dietro questi uomini arditi, corsero sempre le grandi fortune. Che vuoi? Io ho una gran fede nel mio viaggiatore. Ogni giorno aspetto la lettera, e la lettera verrà, che mi annunzia guadagni ingenti fatti dall’amico, e dei quali una parte solcherà l’Oceano per ristorare la sorte degli antichi signori di Borghignolo. Allora il droghiere mi vedrà accendere il sigaro con quei bigliettucci ch’egli va facendosi cedere da qualche buon uomo a cui ho dovuto rivolgermi in certi momenti difficili. Allora si tirerà il fiato largo in Borghignolo, noi e la povera gente! Qualcosa di buono si vedrà, te l’assicuro io! Allora avrò qualche consiglio a domandarti....»

«Ma se la fortuna non lo mandasse questo bel colpo, o lo ritardasse?» gli osservai io pieno d’una nuova tristezza, che mi cresceva nell’animo mano mano che il povero Giandomenico mi confidava le sue speranze.

«Potrebbe ritardare, ne convengo, ed è per questo che devo rassegnarmi alle temporanee difese, agli armistizi, e all’arte del guadagnar tempo, che è tutta del mio avvocato. Mi addoloro di queste arti, ma penso che presto anche la dignità avrà la sua rivincita.»

E qui tirò innanzi lieto e confidente nelle sue speranze, e nei suoi progetti. Solo gli vidi passare una nube sulla fronte quando gli chiesi nuove di suo figlio.

«Mio figlio, mio figlio!...» incominciò, e pareva volesse con la mano e con gli occhi accennare che suo figlio avrebbe raccolti i frutti di tutte le sue speranze. Ma gli occhi gli si velarono improvvisamente di lacrime, e senza poter più profferire una parola, mi strinse la mano con una forza insolita; cercò riprendere il sorriso di prima, e mi lasciò.


5 dicembre 1860.

Il Buccelli continua a non aprir bocca, ma si è vestito tutto di nuovo. Sono arrivate alcune persone dal capoluogo col soprabito nero e il cappello di città, le quali entrarono nella casa di Giandomenico, vi rimasero un paio d’ore, poi andarono a prendere il caffè, e ripartirono. Uno di questi fu sentito dire al compagno, mentre scioglieva col cucchiaino lo zucchero nella tazza del caffè: «Quando si trova poco, la è una gran bella cosa, in un momento si fa!» I soliti curiosi passano, da tre o quattro giorni, qualche mezz’ora dinanzi alla porta di Giandomenico per vedere forse se ci stanno ancora quei signori che pure han veduto partire, poi se ne vanno anch’essi pei fatti loro. Il famiglio di Giandomenico va tutti i giorni all’ufficio della posta, e disse a qualcuno che il suo padrone aspetta una gran lettera, ma tutti i giorni ne esce con le mani vuote.

Tali sono le ultime novità del paese che, secondo il solito, ho risapute dal fattore, il quale soggiunge di non capirne niente, e con qualche insistenza; forse perchè sospetta, guardandomi in viso, ch’io ne capisca invece qualcosa.


10 dicembre 1865.

Io non so se i diplomatici sieno tutti originari di Borghignolo, ma so che in questo benedetto paese è una impresa quasi impossibile quella di giungere a sapere una verità. Per quanto io abbia fatto in questi ultimi giorni, non sono stato capace di poter conoscere che cosa succeda in casa di Giandomenico, che cosa sia delle faccende sue, che cosa faccia il Buccelli, che cosa facciano i Garofani, che cosa si nasconda dietro il velo misterioso che acciglia le facce dei Borghignolesi.

Dopo quell’ultima sera in cui ho parlato con lui, non trovai più modo di vedere Giandomenico. Il famiglio risponde sempre che il suo padrone è fuori di casa. Intanto io sono sulle spine per il mio povero amico. Vedo male, malissimo, e vorrei pure saperne qualcosa. Ieri andai dal curato. «Tocca a lei, don Giacomo, a metterci una mano» gli dissi. «Lei potrà sapere quel che succede. Ci uniremo, e faremo tutto quello che si potrà. Schiviamo una catastrofe a quel povero vecchio; mi dica che cosa si possa fare di bene, lei che n’è maestro, e facciamo quest’opera di carità insieme!»

Ma don Giacomo, sebbene non sia nativo di Borghignolo, pure, siccome ci sta da trent’anni, è diventato diplomatico anche lui. Una volta era un po’ meno freddo e circospetto, ma dacchè gli avvenimenti della politica l’hanno sorpreso senza ch’egli ci mettesse prima una parola, come soleva fare in tutte l’altre cose che accadevano a Borghignolo, o perdè la bussola, o se l’ebbe a male. E perciò credo che don Giacomo taccia, ed aspetti a pigliare il suo partito. Vorrebbe, e non vorrebbe; non dice nè di no, nè di sì; e si conserva neutrale tra i potentati di Borghignolo.

Il curato, dopo avermi ieri concluso che sarebbe andato da Giandomenico, per dirmi poi per filo e per segno come stavano le cose, venne stamani a raccontarmi, per tutta notizia, avergli detto il famiglio di Giandomenico che il suo padrone non era in casa.

«Se lei, signor curato» mi feci animo a dirgli, «non vuol vedere uno dei più vecchi tra i suoi parrocchiani messo forse sulla strada, ora che siamo in tempo, vada alla città. Dai signori Garofani potrà saper tutto; a lei quei signori non potranno negare un’opera di carità. Vada, don Giacomo, e mi dica poi che cosa potrò far io. Lei avrà fatto un’opera santa di più!...»

Ma sulla fronte di don Giacomo passava intanto leggero leggero il fantasima del Buccelli, che don Giacomo teme come la scomunica maggiore. Don Giacomo insomma non mi disse nè di sì, nè di no, ma concluse che sarebbe riuscito a vedere Giandomenico, e che mi avrebbe poi detto come stavano le cose.


15 dicembre 1865.

«Se lei, per così dire, veniva ieri mattina proprio a quest’ora, guardi un po’! lei trovava ancora in città i miei padroni. Sono partiti alle tre ore dopo mezzogiorno; ma chi poteva pensare una cosa simile? Anch’io, che l’ho saputo dal cuoco direttamente, non l’ho saputo che tre giorni fa. Ma s’accomodi qui presso il caldano; che ne dice di questo freddo?... Se lei poi volesse sapere in che paese sono andati, al momento non glielo saprei dire. Però il cuoco, nel salutarmi — signora Ghita — disse — a rivederla coi ravanelli — e questa per me è stata una gran parola! perchè mi ha dato a capire che i padroni non torneranno per tutto l’inverno.... E il motivo?... lei mi dirà. Il motivo ci sarà, lo creda a me; basterebbe solamente saperlo! ma non lo sanno nè il cuoco, nè le altre persone di servizio.... Con la nuova cameriera poi, non ho ancor barattata, per così dire, una parola dacchè è venuta in questa casa. Essa avrà i suoi motivi; io posso avere o non avere i miei; ci salutiamo; ma non tocca a me il domandarle per la prima una cosa che in ogni caso toccava a lei a dirmi fin da un pezzo. Tutto quello che so è che la ragazza, la signora Adelina, è di molto dimagrata, e che viene il dottore tutte le mattine.... Son cose, lei dirà....»

Ma io non dissi niente; e questo è tutto quello che seppi a Milano dalla portinaia del signor Garofani. Ritornato il giorno stesso a Borghignolo, il fattore mi disse che Don Giacomo era venuto da me verso mezzogiorno e lo aveva incaricato di dirmi che «quanto a quell’affare, non c’era niente di nuovo.»


22 dicembre 1865.

Da più giorni, probabilmente, sul portone del castellotto di Giandomenico stava un affisso stampato, che incominciava colle parole, a grandi caratteri, asta di mobili. Al mio fattore non sarà bastato l’animo di darmi questa nuova, e stamani me l’ebbi improvvisa, mentre, scendendo la collina, passavo dinanzi al castello, nel ritornare a casa dopo una passeggiata.

La casa di Giandomenico era la casa di tutti, come se il padrone fosse morto e sepolto. L’asta dei mobili era stata bandita per quel giorno stesso, e mentre io passavo per di là, era già sullo scorcio. Le poche masserizie del mio povero amico erano state trascinate e messe alla rinfusa sotto il portico e nel cortile. A chiunque passava pareva di essere un poco padrone di tutta quella povera roba, e ognuno si dava il gusto passeggiero di trattarla con la maggiore dimestichezza. I più erano curiosi, a cui bastava l’essere entrati per quel portone, e in quelle stanze, ove prima non avevano mai messo il piede, e che ora si davano la soddisfazione e il passatempo di girarle a beneplacito col cappello in testa, o sedendosi dove meglio garbava, senza chiedere licenza a nessuno. C’erano le seggiole; ma i più preferivano sedere su d’una scrivania, su un tavolino, su un cassettone, per quanto ci si dovesse star male. Era l’animo, bisogna dire, che ci trovasse i suoi comodi.

Sul vecchio seggiolone a intagli, da cui tante volte avevo veduto rizzarsi Giandomenico per venirmi incontro con la sua lieta affabilità, stava ora seduto il Buccelli che aveva dinanzi a sè il tavolino di giuoco della contessa madre, pieno di carte, di scartafacci, e imbrattato d’inchiostro. Vicino al Buccelli stavano alcuni uffiziali giudiziari, e il gridatore dell’incanto, i quali ora scrivevano, ora parlavano tra loro, seduti alla scrivania di Giandomenico. L’oste e il caffettiere caricavano alcune sedie e alcune vecchie masserizie su una carretta; qualch’altro usciva con un tavolino scassinato, o qualche attrezzo rurale sulle spalle; il signor Borsa, con molta attenzione, con gli occhiali, e in un angolo della corte, insaccava un po’ di libri e di vecchie carte, comperate a peso sulla stadera.

Io m’ero fermato dietro un pilastro all’ingresso del cortile; nessuno mi vedeva o aveva tempo di badare a me, ed io non sapevo staccare l’occhio, con una mestizia che mi lacerava l’anima, da quelle povere rovine che vedevo riunite per l’ultima volta. Esse mi richiamavano tante care memorie dell’infanzia e dell’amicizia; memorie conservate nel santuario di quelle vecchie masserizie che ora andavano per sempre disperse. Povere masserizie! Nel rivedere mano mano quelle note forme, quasi mi pareva che dovessero anch’esse dividere meco tutta l’amarezza di quel momento!

Un vecchio contadino, che era rimasto per qualche tempo tacito spettatore di quella scena, nell’uscire, crollando il capo, mi si fece vicino, e prese a dire:

«Ecco una casa grande che se ne va! Che ne dice, don Michele? E la va male anche pei poveri, quando al posto dei signori antichi si vedono questi tali, questi padroni nuovi! L’amore alla terra, e alla gente che ci vive sopra, questi tali non l’hanno. Povero signor conte Giandomenico! Ho conosciuto anche i vecchi della casa io! tutta gente caritatevole e alla mano. E questa roba disgraziatamente frutta poco a quel povero signore! Il bello e il buono lo mette tutto da una parte il Buccelli; il quale fa per conto di quel tale che adesso compera in paese.... Gli stracci sono lasciati alla gara, ma su quel che c’è di buono, come dicevo, mette le zampe il Buccelli, che girando un paio d’occhi di basilisco, lascia capire che guai a chi parla. Se c’è nessuno, dice, questa è roba mia. Uno, due, tre! è bell’e fatto. Povero signor conte, chi sa dov’è andato!... Io l’ho veduto partire, saran tre giorni, sulla bass’ora. Lo seguiva Carlone, come diciamo noi, che è il suo famiglio; il quale prima andò alla posta, perchè il suo padrone aspettava una gran lettera. Intanto il signor conte si fermò con me, pover uomo, mi guardò un pezzo, mi battè sulla spalla, ed io aspettavo che mi dicesse qualcosa.... ma, così tra il chiaro e scuro, mi parve che avesse gli occhi rossi e che si mordesse le labbra. Intanto era ritornato Carlone, il quale disse: Non c’è niente!; e allora il signor conte Giandomenico mi strinse la mano e, sempre senza aprir bocca, se ne andò. Anch’io non gli seppi dir niente.... Si vede che aveva in cuore una gran passione, e che non poteva parlare. Ho sentito poi che aveva lasciato il castello, perchè ci doveva essere l’asta dei mobili, e che era andato lontano, da un suo parente; ma dove, nessuno lo sa. Ora si dice che anche il castello debba andare in mano di questo tale per cui si maneggia il Buccelli. Allora il nostro povero signor conte non lo vediamo proprio più....»

Mentre parlava il contadino, tutta quella poca gente, ch’era in corte, si era radunata intorno al Buccelli e al trombetta dell’asta, i quali un po’ discorrevano, un po’ schiamazzavano, e bisogna credere che dicessero delle cose molto facete, perchè tratto tratto si facevano da tutti assieme delle grandi risate. Anch’io mi feci innanzi di qualche passo per osservare.... e cos’era? Era l’incanto dell’ultima cosa rimasta, una cassetta nera con qualche intarsiatura in avorio, che Giandomenico teneva sul cassettone della sua camera da letto, e che chiamava il suo tesoro. In quella cassetta c’erano alcune cosucce che avevano servito alla moglie di Giandomenico, morta molti anni addietro. Più volte, il mio buon amico me l’aveva mostrata, e mi ricordo di averci veduto un guancialino da spilli, un agoraio, un ventaglio, un borsellino, dei ciondolini, una sciarpetta, e un piccolo scialle nero con balza ricamata a fiorellini in seta di colore. Questo scialle doveva essere particolarmente prezioso a Giandomenico, e gli doveva richiamare qualche memoria ben dolce e mesta, perchè ogni volta, nel mostrarmelo, lo levava, lo spiegava con una cura religiosa, e stava per incominciare un racconto; ma subito, interrompendosi, lo ripiegava, lo riponeva nella cassetta, e per qualche momento non poteva dir parola.

Ora la cassetta stava aperta sulla scrivania, presso cui si trovavano quei del tribunale. Il trombetta vendeva il ventaglio, e intanto lo aveva spiegato e si faceva vento, il Buccelli s’era messo lo scialle. Chi ne diceva una, e chi rideva di quelle che dicevano gli altri; insomma l’asta finiva in mezzo a un buon umore, che ai più non lasciava sentire la brezza gelata che spirava in quel momento nel cortile.

Anch’io non l’avevo sentita fino allora, ma la sentii scendere nel cuore così improvvisa, così acuta, che n’ebbi occhi appannati, e fuggii di là. Perchè fuggii? Perchè non corsi a strappare di mano al Buccelli quelle ultime reliquie per renderle un giorno al mio povero amico? Questa domanda mi assalì prima che toccassi la soglia di casa mia; ma mi scossero di nuovo le voci lontane del Buccelli e degli altri che uscivano in quel punto dal cortile. Lentamente rientrai in casa con l’animo pieno di disgusto e con un rimorso di più. Le potrò riavere ancora quelle reliquie?


2 gennaio 1866.

Ogni mia ricerca fu inutile. Da otto giorni non ho fatto altro che domandare di Giandomenico; e ancora non ne so nulla. Parlai con tutti in Borghignolo e con molti dei paesi vicini; mi rivolsi al delegato della questura; mi rivolsi ai carabinieri, perchè si facessero delle ricerche fuori di paese. Le ricerche furono fatte; ma tutti vennero a dirmi che non s’era potuto saperne nulla. Molti mi dicevano: «Bisognerebbe parlarne col Borsa; il Borsa, fu protocollista al tribunale per molti anni, e queste cose lui le sa.» Ma il Borsa era fuori di paese. Oggi finalmente capitò anche lui, e dopo avermi ascoltato nel più profondo silenzio, prese a dire, con un fare contento di sè, ch’egli mi poteva mettere con precisione sulla strada per ritrovare Giandomenico. Mi rasserenai tutto, e rifiatai proprio di cuore.

«Il conte Giandomenico» soggiunse il Borsa «ha dei parenti.... e se non gli ha, vuol dire che gli ha perduti ben di fresco. A quest’ora, lo creda a me, egli è in casa dei suoi parenti.... non facciamo altre ipotesi; il conte Giandomenico è in casa de’ suoi parenti! Di più, quello che io so di certo, è che questi parenti abitano o nella provincia di Brescia, o in quella di Cremona, o in quella di Pavia; fuori di lì non si va. Si fidi di me, e non cerchi altro.»

Lo ringraziai tanto; e nel ritornarmene a casa pensai che il meglio fosse ormai di scrivere ad Aldo stesso, che è di guarnigione in Calabria; e gli scrissi così:

«Carissimo,

»Tu sai, mio buon Aldo, che negli affari di casa tua si sono accumulate da parecchi anni varie disavventure. Ultimamente alle vecchie se ne aggiunsero di nuove, e tuo padre, credendole forse irreparabili, uscì di paese, e andò, a quanto mi si dice, presso certi suoi parenti ch’io non conosco. Forse a quest’ora egli te ne avrà informato; ma a me pure, suo vecchio amico, preme assai di conoscere la sua nuova dimora. Scrivimi subito quello che ne sai. Ma se non ne sapessi nulla ancora, chiedi al tuo Maggiore un permesso d’alcuni giorni, e vieni diritto a Borghignolo. Al Maggiore puoi dire schiettamente di che si tratta; egli sarà di certo un brav’uomo, e ti lascerà partire. Tuo padre, pover’uomo! è nell’afflizione e nello sconforto; noi lo possiamo rianimare, noi gli possiamo fare molto bene. Non ti aggiungo di più, perchè so che del venire, non avrai di certo impazienza minore di quella che provo io nell’aspettarti. Addio.»

Mi pare di avergli fatto capire abbastanza chiaro di non perder tempo. Ho pensato poi che, se non gli scrivevo io, Dio sa quando ne avrebbe saputo qualcosa. Chi gli avrebbe scritto? Quei suoi parenti, no di certo.... oh! non se la piglieranno più che tanto!... mi par di vederli. Tale è il mondo, e bisogna dire che abbia ragione, perchè è un pezzo che la va così. Ma s’io mi prendo a cuore questa faccenda, non è già per immischiarmi nelle cose di Borghignolo, o in qualsiasi altra di questo mondo: stendere la mano ad un amico dell’infanzia è tutt’altra cosa. E poi, dico il vero, vedersi mettere sotto il naso i raggiri d’un mascalzone, e mandarli giù, è cosa che passa i termini della mia pazienza.

Ma dopo questa, se qualcuno sentirà ancora parlare di Michele, gliene darò il mirallegro.


10 gennaio 1866.

O una risposta di Aldo, o Aldo in persona, non li posso ragionevolmente aspettare che tra un paio di giorni. Lo vo facendo e rifacendo questo conto, da mattina a sera, eppure ogni tanto vado a domandare al tabaccaio che tiene l’interim della posta, se c’è per me qualche lettera che venga da lontano. Ieri poi, avendo saputo dal fattore ch’era arrivato dal capoluogo un dispaccio telegrafico, mi misi in mente che quel dispaccio fosse di Aldo, e uscii di casa in cerca dell’uomo che l’aveva portato; ma questo era ripartito; e seppi al caffè che il dispaccio era per il Buccelli, e che glielo aveva mandato, dalla capitale, il nuovo deputato, per annunziargli che lo aveva fatto nominare, di punto in bianco, commesso postale di Borghignolo, in pianta stabile.

In caffè, a proposito di questa nomina, si stava in gran silenzio. I soliti che vi facevano circolo, se ne stavano tutti con le mani dietro le reni, le labbra strette, e qualche ruga in fronte, appena ce ne fosse una disposizione naturale. Come mai il Buccelli e il giornalista, dopo la battaglia così recente dell’elezione, erano a un tratto diventati amici? Come mai quest’amicizia si accordava con quell’altra del signor Garofani? Come mai un Tizio arriva a buscarsi, e quando nessuno se lo aspetta, un impiego così in grande? Come mai il direttore del Vero Italiano ha trovato il Governo di pasta così dolce? Come mai....

Insomma pensandoci, e quelli del caffè ci stavano appunto pensando, c’era da perder la bussola. In mezzo a tanta battaglia di pensieri, ch’era facile intravvedere dietro gli altipiani delle rughe, anche un osservatore poco fine, come posso esser io, capiva presto quale ne poteva essere la conclusione. La conclusione sarebbe stata, che anche la popolarità del Buccelli avrebbe dato in quelle secche in cui si trovano subito arrenati tutti quelli che, per approdare più presto, spingono di troppo la loro nave.

Ma qui vien gente, e faccio punto.

Era il pedone telegrafico, come lo chiamano qui, con ardita denominazione. Questa volta il telegramma era per me; è Aldo, proprio lui, che lo manda. Sia lodato il cielo!....

La telegrafia però avrà fatto un gran passo, quando quelli che se ne servono non si crederanno più in obbligo di comporre degli indovinelli.

Ricevuta lettera. Maggiore partire permesso domani. Riconoscente chiamata, dice il telegramma. Voglio supporre che chi deve partire in permesso sia Aldo, e non il Maggiore, ma potrebbe essere a rovescio, e il telegramma non sarebbe neanche dei peggiori.

Rifacendo i miei conti, ora penso che tra quattro o cinque giorni Aldo sarà qui. Il filo delle mie osservazioni sui Borghignolesi lo riprenderò in altro momento; per oggi non voglio aver che un solo pensiero, quello di rivedere presto il povero Giandomenico, o di avere almeno qualche notizia di lui.


16 gennaio 1866.

«Tempi più difficili di questi non ce n’è stati mai!» mi diceva anche ieri il Borsa. «Sa il cielo come la finirà.... se pure la finirà!»

Il Borsa, da qualche tempo, mi dimostra una benevolenza insolita; in cinque giorni m’ha già fatte due visite. Le cose pubbliche di Borghignolo gli danno molto a pensare, ed è a me che confida i suoi più neri presentimenti.

«Nominare il Buccelli commesso postale è uno di quegli errori politici che dimostrano la insufficenza d’un governo, la confusione degli ordini amministrativi, la necessità d’un nuovo Ministero!» mi diceva il Borsa. «Lo creda a me, questa ostinazione del Governo, questa affettazione, per così dire, di badare tanto poco alle cose di Borghignolo, non è naturale. Oh no! Lo creda a me, c’è del puntiglio!... Il Buccelli commesso postale! È proprio un voler dividere il paese in due partiti, perchè se c’è chi lo vuole, c’è anche chi non lo vuole! E poi, e poi.... un impiegato nasce, ma non si crea; non si può quindi dare un impiego a chicchessia, ed un governo non deve mai violentare le leggi della natura. Per gl’impieghi ci vogliono persone di temperamento freddo, di testa calma, che non si confondano con facilità nella spedizione dei pieghi; che conoscano il nome dei dicasteri, il giro delle carte; persone che sappiano star sul sodo; che vestano con decoro; che abbiano sempre qualcosa di dignitoso e di affabile, direi fin nel camminare; persone insomma, che abbiano quel non so che che fa dire: ecco un pubblico funzionario!»

Così dicendo, il Borsa andava prendendo via via degli atteggiamenti diversi, che erano come vignette illustrative. Non disse altro; ma certe crollatine di capo, e certe prese di tabacco che si succedevano con frequenza e irregolarità straordinarie, facevano capire chiaramente che c’è del torbido in Borghignolo, e che ce n’è di molto nell’animo del Borsa.

Oltre ciò, da quel poco che taluno osa dire, e da quello che i più tacciono, si capisce indubbiamente che nei partiti politici di Borghignolo è avvenuto, come direbbe un giornalista, uno spostamento profondo. Dopo che il Buccelli è salito in alto, i suoi amici, rimasti naturalmente al loro posto, se ne sentirono un poco smaccati. Parve a parecchi d’essere lasciati lì con un palmo di naso; e il palmo di naso in politica manda spesso diviato nell’opposizione.

Povero Buccelli! L’aura popolare ha già dato l’addio, a quest’ora, anche a lui. L’essersi fatto il servitore di tutti, il campione d’ogni capriccio, l’aver pagati tanti bicchieri di vino all’osteria, l’aver dato fondo a tutta la scienza della popolarità, non gli è valso nulla, proprio nulla anche a lui! Quelli che si trovano a pie’ di scala, presto o tardi voltan le spalle a chi ha salito il primo scalino; a Borghignolo poi le voltano subito. Se il Buccelli ha letto la storia, a quest’ora deve prevedere la catastrofe: i suoi ultimi atti sono della natura di quelli, che di solito segnano la decadenza degli imperi; egli esagera le proprie forze, le mette tutte in mostra, ne fa sfoggio: il che significa che le sente fuggire.

Il barbiere del paese che, per non dire di no al Buccelli, si era per quest’anno rassegnato a fare anche il maestro comunale, ora è andato in Municipio a dire ch’egli non va più innanzi, e che ne cerchino un altro per la fin del mese, perchè questo mestieruccio del maestro non è nelle convenienze di chi ha bottega in proprio, e serve fior di gente. Il Buccelli montò su tutte le furie; licenziò su due piedi il barbiere, e fece chiudere la scuola. Ma il regio ispettore mandò alla Giunta una lavata di capo; fece riaprire la scuola, ed ordinò che si cercasse, entro il mese, un maestro per terra o per mare. Si radunò il consiglio; il Buccelli lesse l’ordine dell’ispettore; i consiglieri non apersero bocca, votarono tutti per il no, e se ne andarono.

«Villani, ignoranti!» esclamò il Buccelli «che voto è questo!... mascalzoni!...» ma fu inutile. Un mese fa, queste parole sarebbero state irresistibili, ma oggi la voce del Buccelli ha perduto, come si vede, ogni prestigio.

«Gli è perchè» conchiudeva il signor Borsa, dopo avermi narrate tutte queste cose «se io dovessi dirne una, direi.... ma la prego non me ne faccia autore.... direi che quando l’arco è troppo teso.... si spezza!»


17 gennaio 1866.

Sia lodato il cielo, Aldo è in viaggio! In una lettera, che ho avuto poco fa, Aldo mi dice d’aver ottenuto dal Maggiore il permesso di partire, e che l’indomani si metteva in viaggio. Se è arrivata la lettera, dovrebbe arrivare anche lui ben presto, tra un paio di giorni al più. Potesse quel figliolo mettermi sulle tracce del mio povero Giandomenico, e levarmi da questa angoscia! Sono oramai passate tre settimane da che ha lasciato il paese, e non s’è potuto sapere di lui nulla, nulla, per quanto io abbia messo sossopra mezza la provincia. Aldo saprà dove stanno que’ suoi parenti presso i quali si trova a quest’ora, senza dubbio, suo padre. Senza dubbio, sì; ma quando lo saprò proprio di certo, avrò un gran peso giù dal cuore. Intanto la lettera d’oggi mi è di buon augurio. Il Buccelli, col mandarmela, ha inaugurato bene il suo nuovo ufficio, e son tentato di dargli anch’io il mirallegro, come tutti quelli che andavano stamani a domandargli le lettere; così dicevami poco fa il fattore.

Ah Buccelli! Già, è inutile gli omaggi appannano gli occhi anche agli uomini grandi. Anche tu hai forse già detto a quest’ora: «ho più amici di quello che mi credevo; che un colpo di fortuna sia toccato a me, piuttosto che ad uno di loro, è una cosa che proprio piace a tutti!»


19 gennaio 1866.

La novità d’oggi è che per tutto il paese si legge scritto sui muri, col carbone, viva Buccelli; in alcuni luoghi è scritto di fresco, in altri è ricalcato sul vecchio che incominciava a sbiadire. Una bell’occhiata di sole mi chiamò fuori di casa, ed anch’io lessi questo augurio popolare, che riuscirebbe meno anonimo e misterioso a chi volesse esaminare per minuto la mano di scritto del Buccelli. Il Borsa però ne è agitatissimo. Lo trovai per istrada, e messosi a passeggiare con me, prese a persuadermi che siamo tutti sull’orlo d’un precipizio, di cui mente umana non può valutare la profondità. Secondo lui, questi muri scarabocchiati col carbone rivelano una lega misteriosa tra il Buccelli e un partito che è in preda alle passioni più selvagge; partito, e qui sta il peggio, che nessuno sa di chi si componga.

«Intanto che fa il Governo? Noi siamo senza Governo; il Governo non capisce niente; senza un Governo che si faccia temere molto, non c’è libertà; bisogna cambiare il Ministero; il male è che si cambiano troppi ministri....»

In somma, il povero Borsa non sa che cosa concludere. Però soggiunge che lo sa ben lui quello che si dovrebbe fare, che non si è mai voluto dargli retta; che lo ha sempre detto.... ma in conclusione non lo dice mai. Fors’anche lo disse questa volta, ma i miei pensieri avevano cominciato in quel punto a prendere tutt’altro indirizzo. Salivamo la collina da cui era scomparsa ogni traccia di neve; i miei pensieri seguivano quelle mille forme delle falde e dei poggi che, sebbene spoglie delle splendide vesti della vegetazione, erano pure vaghe nella loro severa semplicità.

Il Borsa parlava; ma le sue parole le sentivo confuse col romorìo di qualche zampillo che spicciava dai muri, col tintinnìo de’ campanacci di alcune capre che salivano l’erta dinanzi a noi, e col fruscìo delle foglie secche mosse dal vento. Sì, dicevo tra me, tu sei sempre il mio bel paese di Borghignolo, quale t’ho avuto dinanzi agli occhi e t’ho sospirato per tanti anni.... Ah se tu non avessi degli abitanti!

«Dunque lei è del mio parere?»

«Oh sì; credo di sì....»

«Che lei solo può mettere rimedio alle cose di Borghignolo?»

«Oh, questo poi no!»

«Ma se lei dice d’essere del mio parere....»

«Del suo parere sì, ma in tutt’altro.»

«Don Michele, lo creda a me! Non c’è altro che lei....»

«Ma no! Ce n’è a bizzeffe....»

«Ci metta la sua esperienza....»

«Non ho esperienza di sorta!»

«Ci metta una mano. Non mi dirà di non averne! E se non c’è una sua mano, abbiamo un cataclisma, abbiamo la guerra civile, il finimondo.... avremo un commissario regio!»

«Manco male!»

«Ah! no, don Michele, risparmi una pagina così dolorosa, così obbrobriosa direi, alla storia di Borghignolo; storia che fu sempre, come tutti sanno, così ricca di mirabili esempi, tanto sul punto dei costumi che su quello della buona amministrazione comunale. Tocca a lei, don Michele, a fare in modo che Borghignolo ritorni all’antico splendore! Che vi trionfi la virtù, e non si dica: Borghignolo è caduto in fondo a un abisso: Borghignolo non è più.»

«Caro signor Borsa, Borghignolo vivrà un pezzo ancora, vedrà! Quanto a me, lei lo sa benissimo, io sono un uomo morto e sepolto da un pezzo; sono un povero ammalato che vive chiuso, quasi sempre, in una camera, fuori del mondo, ignorato da tutti....»

«Oh non lo creda! Incomincia a formarsi un partito per lei.... partito che, se continua di questo passo....»

«Lo fermi subito, per carità.... gli risparmi l’incomodo....»

«Ha veduto?» esclamò a un tratto il Borsa, interrompendo il filo del suo discorso, e fermandosi sui due piedi. «Ha veduto?» ripigliò, dopo una breve pausa, con espressione affannosa, e cacciando fuori tanto d’occhi.

«No, signor Borsa, non ho veduto niente!»

«Come, non ha veduto?...»

«Ma le dico di no! Cos’è successo?»

«Non ha veduto quei due che passavano?»

«Ebbene?»

«Ridevano!»

«E così?...»

«Ridevano!» continuò in tono desolato il Borsa «Ridevano, perchè ora tutti quelli dei paesi vicini, quando incontrano qualcuno di Borghignolo, ridono!... Una volta, a quelli di Borghignolo dappertutto si cavava il cappello! Ora siamo diventati, mi permetta l’espressione, il ludibrio dei popoli! E in una simile condizione di cose, toccava proprio al Governo a metter olio sulla brace? Doveva il Governo, per dirne una sola, dare la posta al Buccelli?...»


24 gennaio 1866.

Ho messo in vettura, e fatto ripartire Aldo, con la stessa impazienza con cui per tanti giorni lo avevo aspettato. Di Giandomenico ne so quanto ne sapevo; so invece un altro bel pasticcio, dal quale potrebbero forse venire altri guai. Ci sono degli uomini di cuore che nelle disgrazie, più la matassa è avviluppata, e più facilmente trovano il bandolo del fare il bene. Lo so!... Il cielo li benedica....

Ma veniamo al nuovo pasticcio. Fu una ben penosa narrazione quella che io feci ad Aldo, ma non gli volli tener nascosto nulla, e gli narrai via via tutte le dolorose vicissitudini di suo padre. Il povero Aldo piangeva. Era confuso, prostrato, come chi per la prima volta si trova dinanzi alle disgrazie della vita. Che le faccende di casa sua andassero di male in peggio, non gli era cosa nuova di certo: fin da fanciullo si sarà trovato un bel giorno senza ninnoli e senza vestitino nuovo. Più tardi avrà vedute e capite le strettezze di suo padre; ma le avrà vedute con quella fiducia giovanile, che crede più alle speranze del domani, che alle verità ingrate dell’oggi. Così pensavo tra me, vedendolo tanto abbattuto; ma poco dopo, i suoi vent’anni venivano a prendere il disopra.

Ci fu un lungo silenzio tra me e lui. Poi a un tratto Aldo si levò in piedi; alzò la fronte, in atto quasi di ascoltare una improvvisa ispirazione; mi si gittò nelle braccia, e mi tenne stretto lungamente. Più volte fu per staccarsi, e più volte mi riabbracciò. Voleva parlare, ma non poteva: era convulso, tremante. Alla fine, dopo un grande sforzo, come se quella prima ispirazione avesse vinto, esclamò:

«Oh! sì, sì, io l’amo! Sì, don Michele, ho deciso!... Io amo quell’angelo... io volerò presso di lei.... nevvero, don Michele?... Un consiglio, una parola, ed io parto!...»

Io non ne capivo niente.

«Sì, figliol mio; aspetta, discorreremo, hai ragione, partirai, ma aspetta» e cercavo di calmarlo, perchè non gli desse volta il cervello.

«Che caso! Che fatalità!... Ma io parto, volo. Oh! lei vedrà, don Michele!»

«Calmati, figliol mio, calmati; dimmi un po’....»

«Io l’amo da più d’un anno!... Io non ho amato altra mai, e mai non amerò che quell’angelo!... Oh, don Michele, mi risponda, mi dia un consiglio....»

«Ma, caro mio, io non capisco niente!» gli dissi alla fine; «parla, spiegati.»

«Oh! ci sono delle cose che non si spiegheranno mai! Il suo buon cuore deve comprendermi, don Michele. Oh che fatalità! che romanzo! Essa non ne sa nulla.... oh certo non ne sa nulla!... Ma quando lo saprà, è da lei che verrà l’ulivo di pace per tutti!... Il mio povero padre farà ritorno alla nostra vecchia casa; ogni guaio sarà finito; tutti benediranno lei. Io.... ritornerò al mio battaglione, e poi.... verrà un giorno, presto spero.... io morrò sul campo, gridando viva l’Italia!... Ella.... oh! ella spargerà una lagrima.... perchè....»

Ci volle un pezzo, e una gran pazienza a calmarlo, a farlo scendere dalle nuvole, a farlo sedere, e a fargli fare una narrazione dalla quale si potesse raccapezzar qualcosa. Raccolsi dunque che Aldo, nell’autunno del 1864, passando un mese a Borghignolo, aveva fatto una grande amicizia coi signori Garofani, che in allora erano ancora nella fase dei sorrisetti, e piano piano s’era innamorato della loro figliola, l’Adelina. Ora, il progetto che gli era balenato in mente, era di correre presso quei signori; di raccontare tutto l’accaduto ad Adelina, la quale non ne sapeva nulla, com’era probabilissimo; poi di buttarsi, lui e Adelina, nelle braccia del signor Garofani e della signora Giuseppina; e d’ottenere sull’attimo, come gli pareva assai naturale, che fosse restituita a suo padre la casa e tutto l’aver suo.

Cercai sulle prime di calmare un poco l’entusiasmo di Aldo, ammettendo che nel suo progetto ci poteva essere del buono, ma che bisognava aspettare, per non dirgli proprio subito quello che ne pensavo io, cioè che il Garofani e sua moglie, saputa una simile cosa, gli avrebbero fatto ruzzolare la scala. Aldo era sicuro che i genitori d’Adelina sapevan tutto, perchè dell’amor suo n’era pieno il creato: ne parlavano le piante, l’aria, i ruscelli, e quindi ne dovevano aver parlato anche il signor Garofani e la signora Giuseppina. Le parole di Aldo mi facevano sorridere, eppure gliele invidiavo tutte. Egli era un bel campo tutto verde e fiorito; io ero il falciatore, che veniva a far fieno e a disporre le zolle per l’inverno.

Quando mi sembrò che Aldo fosse più calmo, e mi parve tempo di concludere qualcosa, cominciai a parlare chiaro e preciso, perchè quel buon figliolo non aggiungesse alle disgrazie di casa qualche grosso sproposito di suo.

«No, don Michele, lei non conosce abbastanza il signor Garofani e la madre di....» balbettava ancora Aldo, dopo ch’io gli avevo fatto il mio sermone. «Se li conoscesse meglio, capirebbe ch’io non m’inganno con lo sperare in loro, e in quello che da loro può ottenere Ad.... oh mi lasci fare!... Io parto, volo; vado in cerca di loro, ottengo tutto, ritrovo mio padre, poi volo ancora qui....»

«Tu non volerai nè qui, nè là; tu partirai con la vettura domani, andrai diritto fino al luogo dove speri di trovare tuo padre, mi scriverai ogni giorno, e non farai nulla, nulla, capisci, all’infuori di quello che t’avrò detto io. Non si comanda in due; io ho su di te i miei diritti di anzianità, e tu, da bravo uffiziale, ubbidirai!» Dopo queste parole, Aldo tacque, e non parlò più nè di pregare, nè di volare.

Povero figliolo! Chi non è in ballo ha un bel confortare i cani all’erta! Appesa al muro del mio salotto, c’è una stampa che rappresenta un mare in gran burrasca, un bastimento che si sfascia, e cento infelici che vanno a fondo. Se questi volessero dar retta a me, che vedo le cose con calma e previdenza, si salverebbero quasi tutti; ma il guaio è che per trovar lo scampo, bisogna essere all’asciutto!

Trattenni con me Aldo anche il giorno appresso per potergli discorrere un poco a lungo; per mostrargli che l’amo come un mio figliolo; per aprirgli infine un pochino anche l’animo mio, che non è poi quello d’un orso. Anche Aldo ne sa poco o nulla di questi suoi parenti presso i quali potrebbe essere andato Giandomenico. Egli pure non gli ha veduti mai. Dice però che suo padre riceveva, di tanto in tanto, lettere da un cugino consigliere di tribunale a Bologna; qualche volta poi aveva sentito parlare d’altri cugini, che abitavano nella provincia di Brescia. Aldo, per fortuna, ricordava i nomi sì dell’uno che degli altri; è sicuro di trovare suo padre presso il cugino di Bologna, e vi si recava diviato.

Da Bologna avrò la sua prima lettera, voglia il cielo che ci legga subito una buona nuova! Allora partirò anch’io, per adempiere come saprò meglio, a questo dovere, che è l’ultimo rimastomi nella vita. Poi, cercherò, per finirvi i miei giorni, un paesello, che sia davvero l’ultimo di questo mondo, giacchè m’avvedo che Borghignolo ha la pretensione di non esserlo.


25 gennaio 1866.

Nuova visita del signor Borsa. Il Borsa, quando ha qualcosa a dire, tace; tiene per di più la bocca così stretta, che la si direbbe una bottega chiusa per morte o per trasloco del proprietario. Qui, i traslocati devono essere i denti. Più gli si vede una cera impenetrabile, e più c’è da arguire che muoia dalla voglia di parlare. Oggi dunque, entrato nella mia stanza, mi salutò col capo, si mise a sedere, tirò molte prese di tabacco, spiegò più volte un fazzoletto su cui è rappresentata la battaglia di Solferino, e tutto ciò senza dire una parola. Lo lasciai tacere per un quarto d’ora, poi presi a dire:

«Signor Borsa, lei mi conta delle cose serie stamani!... Eh! cosa vuole che le dica....»

«Dica a quel suo nipote, che ora è partito....»

«Non è mio nipote, è mio figlioccio.»

«Benissimo. Gli dica dunque ch’egli è molto giovane.... e quando il Borsa dice molto giovane, sa ben lui quello che vuol dire!... Perchè Borghignolo non è più il paese d’una volta! Perchè.... siamo vicini a un cataclisma.... perchè i galantuomini, e quelli che sanno non contano più niente! Ma non parliamo di questo. Dica dunque a suo nipote....»

«Al mio figlioccio....»

«Benissimo. Gli dica dunque che, quando non si conoscono gli uomini, bisogna cercare quelli che li conoscono.... gli dica....»

A poco a poco, dopo un lungo preambolo, venni a sapere che il Borsa aveva veduto Aldo che discorreva per strada col Buccelli. Questo era stato il gran guaio. Io infatti non avevo detto ad Aldo qual parte avesse avuto questo Buccelli nelle disgrazie di suo padre. Il Buccelli avrà cercato di cavarsi qualche curiosità, ma Aldo aveva ben poco a rispondergli, e non ne cascherà il mondo.

Aldo poi, da quel tanto che ho potuto capire nei due giorni passati con lui, non è nè uno sventato, nè un cervellino leggiero. C’è in lui, per dire la verità, una grande mobilità di fantasia; le sue impressioni sono vivacissime e fuggevoli; i suoi propositi si succedono rapidi, e spesso si contraddicono; ma tutti, nella loro brevissima esistenza, hanno l’impronta di una convinzione sincera. Ma è tanto giovane e così avvezzo a far tutto a suon di tromba, al passo di corsa, con uno svolazzo di piume e la sciabola in mano! Egli avrà letti tutti i romanzi che legge la moglie del suo Maggiore. Egli deve credere che la vita sia tutta una vicenda di pericoli e di glorie; di marce forzate e di fiori gettati dalle finestre; di colonnelli arrabbiati e di sindaci complimentosi; di mamme severe e di serve ammiratrici. Egli deve credere che il mondo per metà si componga di quelli che tirano delle schioppettate, e per metà di quelli che li rincacciano a baionette spianate. Ogni ostacolo, ogni traversìa, devono essere per lui problemi la cui soluzione sta tutta nel cuore e nell’impeto di chi li deve superare. Tale deve essere Aldo, con l’aggiunta di un cuore eccellente e di un animo retto.

«Aldo farà onore a Borghignolo» dissi al Borsa tanto per consolarlo, mettendolo a parte dei miei ragionamenti. Ma il Borsa non era in vena di lasciarsi consolare.

«È possibile.... ma già è troppo giovane! So io quello che mi dico; e verrà un giorno, don Michele, in cui ripensando alle cose che oggi le dico, e a quelle che non le posso dire, esclamerà: il Borsa aveva ragione!: ma sarà tardi. Oh! le cose che il povero Borsa va dicendo da un pezzo, vogliono diventar preziose un giorno! Lo so bene, ma sarà tardi! I guai e gl’intrighi non sono finiti.... dico gl’intrighi per ora, perchè non posso dire di più!... La ci metta una mano, don Michele, o la si tenga in guardia! Oh! se ne vedranno delle grosse!... e badi bene che dico si vedranno, e non dico vedremo, perchè io le vedo già!... Insomma, don Michele, glielo domando per l’ultima volta.... una mano! una mano!...»

«Io non ci metto nè mani, nè piedi, lei lo sa!»

«Come la è così, le son servo. Scriva a suo nipote che si guardi dal Buccelli!... Per ora, questo basta.... a suo tempo gli potrà scrivere qualche cosa di più.»


30 gennaio 1866.

Sono da capo con le angustie e con le incertezze. Ma facciamo i conti. Aldo è partito da sei giorni, potevo io averne nuova a quest’ora? Io dico di sì. Potrebbe darsi però che a Bologna non avesse trovato suo padre, e fosse ripartito per Brescia. Forse non avrà trovato così subito neanche il cugino consigliere; forse aspetta, prima di scrivermi, d’avere una buona notizia. Io però gli avevo fatto promettere di scrivermi ogni giorno, avesse o non avesse grandi cose a dirmi. Se ne sarà dimenticato; qualcosa bisogna pur concedere a quell’età, e a quel pennacchio del cappello; ma intanto i miei nervi ballano, e la fantasia galoppa. C’è per di più quel buon uomo, il Borsa, che mi va dicendo ogni tanto: «s’io dovessi mandare a qualcuno una lettera, metterei la lettera in tasca, e la porterei con le mie gambe; poi con le mie gambe andrei a prendere la risposta.» È vero però che subito dopo soggiunge: «il Borsa non si avvilirà mai al punto di consegnare o di chieder lettere a un Buccelli.» E con questa conclusione diminuisce alquanto il significato misterioso della premessa, e rende un po’ meno impenetrabile quel suo sorriso scettico, col quale condisce ogni discorso sulle lettere e sulla posta.

Eppure.... devo confessarlo? se aspetto una lettera e non la vedo arrivare, principio ad avere in miglior concetto il Borsa, e a sorridere amaramente come lui; tanto è vero che nessuno ci par proprio uno sciocco, se ci accorgiamo d’avere qualche pensiero in comune con lui.

Aldo a Bologna non avrà trovato il consigliere, e sarà ripartito senza scrivermi, parendogli di non aver nulla a dirmi. È il solito ragionamento di chi è lontano. A quest’ora Aldo sarà a Brescia, e forse nelle braccia di suo padre. Anche questa gli parrà una cosa così naturale, che troverà inutile lo scrivermela così subito. Capisco ch’io non sono un uomo fatto per aspettare, come pur troppo non sono neanche un uomo fatto per andare! Se dovessi dar retta alla mia impazienza, sarei già sulle mosse; ma poi, è sempre così, quando son lì per decidermi, ricasco sulla sedia. Questa volta però il meglio è che aspetti con pazienza, cercando sviare, quando capitano, le mie solite fantasticherie malinconiche, scarabocchiando su questi foglietti, passeggiando col Borsa, e cercando di penetrare nei suoi profondi disegni.

Non vorrei però, a proposito di questi profondi disegni, come li chiama lui, vedermi un bel giorno messo in qualche garbuglio. Infatti, egli mi ha più volte confidato che vedeva venire da lontano, verso di me, il favore della pubblica opinione. «Quando sarà arrivato» gli ho risposto io.... «gli dica a mio nome che non sono in casa, che sono partito.» C’è un’altra cosa poi ch’egli vede venire; e credo un po’ meno da lontano, che vorrebbe dire e non dire, tanto gli conturba il pensiero e gli scotta la lingua. Egli sospetta possibile che il Garofani diventi sindaco di Borghignolo. È questo lo spettro ch’egli ha dinanzi giorno e notte, che lo segue dappertutto, e gli fa veder così nere le sorti de’ suoi conterranei. È questa la chiave dei suoi discorsi misteriosi, dei suoi sorrisi amari, dei suoi lunghi silenzi.

«Eh! sicuro!» gli dissi io stamani «e lei ne dubita ancora, signor Borsa, le pare una cosa lontana? Tra poco il vecchio Consiglio sarà mandato a spasso, se ne farà uno nuovo, il Garofani sarà il sindaco, e gli consegneremo le chiavi della città!»

«Ma sa lei...» cominciava il Borsa, con la voce strozzata.

«Che il Garofani sarà sindaco di nome, e il Buccelli lo sarà di fatto» ripigliavo io. «Sicuro che lo so!»

«Commesso postale, segretario, sindaco, priore della confraternita, tutto insomma!» disse in un sol fiato il Borsa, squarciando per un istante il velo d’una così lunga diplomazia. «E i popoli dovranno sopportare di queste cose! Tutto sul capo d’un solo!» continuava.

«Per l’appunto, è proprio quello che piace ai popoli di tanto in tanto! Chi ha sempre dato i voti al Buccelli?... Ha letto lei le storie antiche, quelle per esempio degli imperatori romani?...»

«Ne ho sentito parlare» disse il Borsa dopo una lunga pausa, «ma le confesso che non ci avrei mai creduto!»


10 febbraio 1866.

Ho mandato ad Aldo tre lettere anche stamani. Gliene diressi una a Brescia, una a Bologna, e una presso il suo battaglione. Le lettere che gli scrissi nei giorni passati, le mandai alla posta d’un paese a tre miglia da Borghignolo. Quelle d’oggi le feci portare dal fattore alla posta della città. Così, l’una dopo l’altra, io metto in pratica tutte le precauzioni del signor Borsa. Incomincio a credere anch’io ch’egli sia un grand’uomo. Siamo già in due di questo parere: lui ed io.

Ma non c’è da dire. Domando io, se il non aver avuto più nè una riga, nè una nuova di Aldo, non sia una cosa strana, misteriosa, e da far credere a tutti i riflessi politici e sociali del Borsa? Il mio errore fu quello di non essere partito io stesso con Aldo; di aver affidata una ricerca così importante, e che poteva riuscire non facile, a un giovane senza esperienza e senza conoscenza di luoghi e di persone. Lo so ben io, quasi sempre, quello che andrebbe fatto, ma poi.... ma poi per andare bisogna moversi, per fare bisogna mettercisi, ed è allora che mi sento divenir greve come fossi di piombo, e quasi non posso più rizzarmi neanche dalla sedia. Quante cose non farei io, se le potessi fare col solo pensiero!

A proposito di fare, che cosa fa in giro questo signor Garofani, che non è ancora ritornato in città? Giri pure fin che vuole, che gli è lo stesso. Non capirà e non imparerà mai niente! Che se ne ritornino una volta lui e lei a casa, che non sono roba da esportazione! — «Se ne stanno ancora nientemeno che in riva al mare» mi disse ieri il fattore il quale in Borghignolo ha sempre la riputazione d’uomo che vive all’infuori della politica; riputazione di cui mi approfitto per affidargli di tanto in tanto qualche incarico diplomatico. Poichè bisogna sapere che se io, per esempio, fossi andato al caffè a domandare ingenuamente al primo che capitava, se il signor Garofani era tornato in città, avrei messe tutte le fantasie di Borghignolo in movimento e molti animi in agitazione; la mia domanda avrebbe fatto subito il giro di tutte le bocche. A quest’ora i più timidi piglierebbero di nuovo la prima cantonata appena mi vedessero spuntare da lontano; i più torbidi se ne starebbero piantati in caffè, parecchi giorni, con le mani nei taschini del panciotto dicendo «vedremo;» ed io poi non sarei riuscito a sapere se il signor Garofani fosse o non fosse ritornato in città, perchè ciascuno, a buon conto, si sarebbe creduto in dovere di non dirmelo.


15 febbraio 1866.

Il Borsa, in uno stato di profondo abbattimento, venne ad annunziarmi che domani arriva in Borghignolo il nostro deputato, il direttore del Vero Italiano. È il Buccelli che lo fa venire, e gli darà alloggio in casa sua. Il Buccelli dunque ha fatto pace e alleanza con l’avversario, a cui aveva dato così fiera battaglia pochi mesi fa? Pare cosa, al signor Borsa, inaudita; e nel dire che in tutto questo c’è del buio, soggiunge poi che la cosa è chiara e lampante. Perocchè il Buccelli sospetta che i consiglieri comunali, dopo essersi lasciati menare per il naso, strapazzare e dar dell’asino tante volte da lui, possano avere il capriccio di fargli un tiro e metterlo all’uscio. Facendo venire in casa sua il deputato, che è quello nientemeno che scrive il Vero Italiano; che è quello che sa tutte le notizie di questo mondo; e che ha il coraggio di dire tutte le mattine ai ministri che sono dei bricconi, la cosa è fatta. Chi potrà avere d’ora in poi la temerità di pigliarsela col Buccelli? — «Il Buccelli, da domani, sarà il padrone del paese. L’autocrazia del Buccelli in Borghignolo farà impallidire quella degli Czar.... che dico?, quella dei Faraoni!» Così conchiude il signor Borsa il quale poi è d’opinione che la colpa di tutto questo sia del Governo, perchè il Governo vede e sa tutte queste sventure di Borghignolo, e non ci pone rimedio. Il Governo, secondo il signor Borsa è uno stranissimo mostro, il quale sa tutto e non sa niente: è onniscente a un tempo come Domeneddio, e analfabeta come il campanaro di Borghignolo.


18 febbraio 1866.

Borghignolo fu tutto in festa per l’arrivo del deputato, il quale scese d’un salto dalla diligenza che passa per Borghignolo, e fu ricevuto dal Buccelli, che a capo di quasi tutti i ben pensanti del paese lo aspettava sull’uscio della botteguccia dove è l’ufficio della posta. Ci furono molti inchini e atti d’ammirazione da una parte, e saluti pieni d’affabilità dall’altra. La comitiva si ingrossò di tutti i curiosi che passavano, e ci fu qualche grido di viva il vero deputato! viva il difensore del diritto dei popoli! Allora il deputato andò a far colazione, accompagnato sempre dal Buccelli e dagli intimi, lasciando che gli altri spiassero dietro l’uscio e le inferriate delle finestre per vedere come fanno i personaggi grandi a mangiare. Il Buccelli alloggiò il suo ospite nel castello, e nelle stanze di Giandomenico, ove per tutto quel primo giorno ci fu un lungo e secreto conclave, che aumentò di tanto la desolazione del Borsa da farmi quasi temere pe’ suoi giorni.

Venuta la sera, quei quattro che nelle grandi occasioni soffiano in uno strumento da fiato, si recarono, seguiti da molta gente, sul piazzale del castello a sonare, in onore del deputato, per cinque o sei volte di seguito un valzer, che per ora è l’unico che si conosca in Borghignolo. Comparve subito dal portone il deputato con qualche altro a ricevere e ricambiare gli evviva, mentre il Buccelli, aiutato da due o tre della brigata, correva dalla casa al piazzale con boccali e fiaschi, dando da bere ai venuti, e vuotando l’ultimo bariletto del povero Giandomenico. Anch’io rimasi per qualche minuto testimonio di questa allegria al sereno. Passavo per di là, dopo aver fatto quattro passi sulla collina; nessuno mi aveva veduto; era buio, m’ero tenuto al largo, e poi la gente era tutta intenta al deputato e ai boccali.

Ero per andarmene, quando a un tratto alcune voci gridarono silenzio! silenzio! Mi fermai, tesi le orecchie, e tra i bisbigli della folla e il rumore dei carretti e di quelli che passavano canterellando per le stradette vicine, udii la voce del deputato imbarcatosi in un sermone al popolo di Borghignolo:

«Alle forti.... e sapienti.... popolazioni di Borghignolo.... salute!»

«Grazie!... Evviva!»

«Da queste soglie.... calcate.... dalla boria feudale.... bagnate dai sudori....»

«Evviva! Evviva!»

«Chi vi parla? Io! Io che modestamente, ma con coscienza di missione, rappresento le vostre magnanime aspirazioni.... le vostre sublimi virtù. Io.... figlio adottivo di Borghignolo.»

«Viva Borghignolo! Evviva! Evviva!»

«Io che lasciai le mie cure private.... che tutto lasciai da banda per accettare il vostro mandato.... che lasciai da banda....»

«Evviva la banda! Evviva il deputato!»

«Cittadini di Borghignolo! Siate vigili custodi della fede e della coscienza dell’umanità..... siate estrinsecazione dell’aspirazione dei pensatori.... scacciate da voi i falsi profeti, gli avoltoi pasciuti del vostro cuore che è quello di Prometeo....»

«Viva il Buccelli! Evviva! Viva il deputato!»

Il Buccelli era comparso in quel momento con due gran fiaschi sotto il braccio. Il deputato continuava, e pareva gli si squarciasse la gola; ma intanto mi rasentava vicino un carretto, che col cigolar delle ruote e con lo scricchiolìo de’ ciottoli mi fece perdere il filo del discorso, e non mi lasciò giungere che qualche parola qua e là.

«Le banche.... gli uomini del potere.... le consorterie.... la tassa del registro e bollo.... Galileo.... i giudici di mandamento.... Solone.... il dazio consumo.... il Consiglio comunale.... il segretario.... l’America.... evviva.... abbasso....»

«Viva la Merica! Evviva!... Abbasso!»

Passato il carretto, aguzzai le orecchie daccapo; ma a un tratto i sonatori, in isbaglio, ripigliarono il loro valzer, mentre il deputato era nel buono dell’aringa; nè ci fu modo di farli smettere, per quanto facessero a gesti, e a gridi, il Buccelli e il deputato. Ne venne una gran confusione, della quale alcuni giovanotti approfittarono per mettersi a ballare, ed io per andarmene senza che nessuno si avvedesse di me. Un tale però che evidentemente s’era tenuto in disparte anche esso, e che al pari di me se ne ritornava in quel momento a casa, ravvisandomi a mezzo, in quel buio, affrettò il passo, e mi si fece vicino.

«Oh signor Borsa!» gli diss’io «era anche lei della comitiva?»

Ma il Borsa non rispondeva. Quando fummo vicini a casa, tirò un gran sospiro, e nel salutarmi, mormorò: «Peccato, peccato!... parla pur bene quel signore!... ha un gran talento!... ah, se non fosse amico del Buccelli!...»

Il mio fattore, per quanto facesse professione di vivere all’infuori della politica, quella sera fu trascinato anch’esso dalla corrente, e rimase sul piazzale del castello, e per le vie del paese finchè durarono i canti, la musica, la baldoria. La mattina seguente, cioè ieri mattina, mi disse anch’egli maraviglie del deputato, e concluse che talenti simili ce ne saranno, ma in Borghignolo non se n’erano veduti mai. Mi disse che il deputato aveva promesso di far passare presso il paese una di quelle strade ferrate che vanno diritte, e in un batter d’occhio, fino a Parigi, e se occorre a Mosca. Borghignolo diventerebbe allora una città; il giudice del mandamento sarebbe fatto consigliere di tribunale; il caffettiere avrebbe uno spaccio di duecento tazze di caffè al giorno; l’oste potrebbe vuotare tutte le cantine di quei del paese e dei paesi vicini; e soltanto a tenere delle galline e a vendere ova ci sarebbe da farsi ricco per chi si sia. Aveva poi promesso di aggiustare a dovere gli affari del comune; di mettere Borghignolo sulla via del progresso, e di riordinare la confraternita. Tutti erano contenti, allegri, e si aspettavano cose grandi.

La prima cosa grande fu che, quando ieri radunato il Consiglio, per ordine del prefetto, perchè fosse una buona volta nominato il maestro stabile della scuola con l’assegno voluto dalla legge, perchè fossero presentati i conti dell’anno passato, e fossero nominati gli amministratori di certi lasciti pii, il deputato vi intervenne condottovi dal Buccelli, e, facendola da sindaco, presedette i consiglieri, parlò, strepitò, fece le proposte, e le fece votare. Su tutti gli argomenti fece votare per il no. Ai nostri consiglieri di Borghignolo, per i quali il no è il solo voto che non ispiri diffidenza, parve di aver trovato finalmente il loro uomo. Furono unanimi in tutti i no che loro propose il deputato, e, pieni di fiducia e di entusiasmo, credendo in fine di pronunciare un ultimo no, caddero in fallo in un . Votarono cioè un indirizzo di protesta al Governo contro quelle leggi d’amministrazione e quelle domande per le quali erano stati chiamati a deliberare. «Oh adesso sì che le cose andranno bene!» si disse in paese da tutti, appena si seppero queste novità; e il deputato approfittandosi di quest’aura così propizia, raccomandò a tutti calorosamente il suo amico Buccelli. Le cantonate e i muri del paese che nelle grandi occasioni non rimangono mai silenziosi, celebrarono subito questa bella giornata; e in un attimo vi si lesse, ad ogni passo, scritto col carbone — viva noi — viva i popoli tutti — abbasso i nemici di Borghignolo — viva il protettore del popolo, che è il deputato, abbasso don Michele, che son io.

Ciò vuol dire che il Buccelli è ritornato alla sua antica idea, e si metterà di nuovo a soffiare nella brace per farmi, se gli riesce, sgomberare il paese: tanto gli sono in uggia, sebbene egli non mi veda mai. Ah! Michele, il tuo aratro ti vuol far sudare....

Una lettera d’Aldo! Eccola finalmente questa benedetta lettera che aspetto da un mese, e che mi cagionò tanta impazienza e tanti sospetti. Me la portò un merciaiolo che avevo pregato, andando lui alla città, di domandare se ci fosse una lettera ferma in posta per me. La lettera c’era proprio, ed eccola qui. Ma cosa mi dice Aldo in questa lettera? Mi dice «che ha pigliato un brigante vivo.... che le balze scoscese dei monti, il mare, la luna gli innondano il cuore di poesia.... che ha perduto il borsellino, e che è rimasto senza un soldo....» mi dice tante altre belle cose; ma non mi dà nuove di suo padre. Risponde alle mie ultime lettere.... e le altre? Dice che è ansioso d’avere notizie da me.... spera ottenere un altro permesso....

Insomma, se io non gli avessi mandate le mie lettere da Borghignolo, e gli avessi scritto di mandarmi le sue in città, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo mistero! È una cosa indegna, è una cosa da malandrini! Ma questa non la inghiotto.... oh la vedremo, la vedremo tra poco!


20 febbraio 1866.

La benefica visita del deputato, la gioia degli animi e la fiducia nell’avvenire finirono in una gran baruffa a pugni e a legnate; una dozzina d’individui andò a letto col naso rotto, e un’altra dozzina andrà a letto domani sotto la custodia del procuratore del re. Il Buccelli, con una brigata de’ suoi fidi, accompagnò alla diligenza il deputato che partiva, gridando e schiamazzando. Nel ritornare, si fermarono sulla piazza, sbeffeggiarono qualcuno, corsero delle villanie e delle busse. Quelli che ne toccarono fecero il loro complotto per non rimanere in debito, e alla sera ricomparvero più numerosi e col randello sotto il braccio. Ci fu un gran parapiglia in caffè. Andaron rotti chicchere e tavolini; andò rosolio per tutta la bottega. Il caffettiere, con uno sgabello in mano, picchiava sugli uni e sugli altri, per non far torto a nessuno. In complesso però, per dire il vero, gli amici del Buccelli picchiarono più degli altri, e rimasero, come si direbbe, padroni del campo e del paese. Il Borsa, che se ne stava tranquillo a casa sua, come seppe queste scene, fuggì, e non se ne sa più nulla. Il mio fattore, pieno di spavento, non mi voleva lasciare uscir di casa questa mattina, ma io uscii, e non vidi in giro anima viva. Vidi sulle cantonate un rinforzo di evviva e di morte; lessi sul muro di casa mia un non vogliamo forestieri in paese, scritto a grandi lettere; vidi rotti i vetri del caffè; ma l’ordine, salvo sulle spalle e sulle facce dei combattenti che non ho vedute, mi pare dappertutto a quest’ora pienamente ristabilito. Il fattore non la pensa così; dice che devono seguire cose inaudite, e sta empiendo una vasca d’acqua perchè prevede un incendio. Io invece prevedo un drappello di carabinieri.


24 febbraio 1866.

Cose grosse! Il Consiglio comunale di Borghignolo è sciolto; c’è in paese un commissario regio, un uffiziale di pubblica sicurezza, un giudice, un drappello di carabinieri. Il Buccelli, che aveva messe a tempo le sue vedette, come seppe che i carabinieri entravano in paese da una parte, svignò dall’altra. L’uffiziale di pubblica sicurezza fece aprire la di lui casa; ci passò un’intera giornata, e ne uscì con un grosso fascio di carte. Il giudice ha iniziato un processo, e un paio di caporioni seguiti da tre o quattro gaglioffi furono già mandati al capoluogo. Il commissario se ne sta da mattina a sera nella sala comunale, e se vorrà venire a capo di qualcosa dovrà starci un pezzo.

Ognuno se ne va pe’ fatti suoi lesto, lesto, e quasi non ardisce fiatare; il Borsa mi ha mandato a dire che, quando le cose si saranno fatte più tranquille, ritornerà in paese; ch’io intanto rimanga saldo al mio posto; che non abbia timore: che il nemico è un vile, e che a suo tempo gliela faremo vedere! La gente, che nei giorni passati era tutta ritornata al Buccelli, ora gli si è tutta ribellata di nuovo, e, quando essa ardisce aprir bocca, ne dice corna. Dice che ha fatte ruberie senza fine; che si mangiò un capitale del luogo pio; che portò via carte e documenti del comune; che metteva in tasca quei pochi quattrini che le madri gli consegnavano da mandare con la posta ai loro figlioli militari. A queste cose poi, che credo verissime, ne aggiungono delle altre a cui si dà molto maggior peso. Si dice che il Buccelli abbia comperato un palazzo in Francia; che abbia fatta fare una gran fossa in un bosco e ci abbia nascosto il tesoro; che abbia fatto nella confraternita delle cose eretiche, e che si intenda un po’ di stregoneria. Perchè queste cose non si dicevano prima? Perchè, fin che il Buccelli fu in paese, tutti gli facevan la corte? Perchè mai le stregonerie s’erano chiamate fino allora miracoli? Queste domande non le faccio che a me, tanto riuscirebbero stravaganti a chiunque le facessi in paese. E perchè nessuno rammenta, a proposito del Buccelli, il povero Giandomenico cacciato di casa, buttato sulla strada, prima che qualcuno potesse correre in suo aiuto? La storia di Giandomenico è cosa vecchia. È un pezzo che non si vede più; nessuno più lo ricorda, nessuno ne parla.

Io solo lo ricordo, povero amico! Oh perchè non ho saputo conoscere meglio le sue disgrazie! Perchè non fui più sollecito nel correre in suo aiuto! E ora che ne sarà avvenuto; dove sarà? Quante disgrazie di meno si conterebbero a questo mondo, se i galantuomini fossero solleciti come i bricconi!


1 marzo 1866.

Mi sono giunte ancora due nuove lettere, che Aldo certo in distrazione, mi mandò direttamente a Borghignolo, e che mi furono consegnate dal caffettiere che, provvisoriamente, distribuisce le lettere. Da queste due lettere capisco meglio ancora, ch’egli me ne ha scritte delle altre che io non ho ricevute. Aldo aspetta da me notizie di suo padre, ed è impaziente di saper l’esito di certe ricerche che avrei dovuto far io, suggeritemi da lui, a quanto pare, in qualche lettera che non mi fu consegnata. A quest’ora però saprà che le sue lettere io non le ho avute, perchè glielo scrissi da parecchi giorni, e mi avrà detto da capo tutto quello che non so.

Benedetto figliolo! Avrebbe potuto in queste due lettere dire qualche cosa di più e dar meno posto alla luna, ai tramonti, alle prime erbette che spuntano sul prato, alle onde del mare che si gonfiano e palpitano.... È lui che palpita, non le onde del mare!... Ma non diamogli sulla voce, povero figliolo, perchè anche noi, al nostro tempo, di lune e di erbette ne abbiamo avuto per il capo la nostra parte!

Ma, e questi signori Garofani fanno il giro del mondo? Non c’è uno in tutto Borghignolo che sappia nè dove siano, nè quando tornino!...

Il fattore mi annunzia, tutto confuso per il gran rispetto, la visita del signor commissario regio. Chiudiamo dunque lo scartafaccio.

La visita non è stata breve. E non è stato breve, nè facile a scansare un certo assalto che mirava a tirarmi in trappola. Tutto a fin di bene, capisco, ma, e poi? Non è un balordo, questo signor commissario regio; è fine, discorre bene, vi lascia dire, vi dice sempre di sì, e intanto vi tesse tutto all’ingiro una ragnatela dentro cui vi piglia come un moscherino. Mi raccontò a lungo tutti i disordini che ha trovati nel comune, e mi disse che ce n’è da mandare in galera il Buccelli dieci volte. Me lo immaginavo, e non me ne feci stupore. Mi parlò del suo incarico di ricostituire l’amministrazione del comune, mi chiese de’ consigli, mi discorse di tutto il bene che si può fare, e del dovere che si ha di farlo. Mi disse che i comuni sono la base dello Stato; che quando la base è tarlata.... e che non aggiungeva di più, perchè sapeva di parlare a un uomo in cui l’amore del paese.... e così via. Mi disse che come sindaco del paese, io avrei potuto.... ma qui non lo lasciai finire; ed egli subito riprese che sapeva di non potere sperar tanto, ma che assolutamente io dovevo permettere che fossi proposto per il Consiglio comunale, dove di tanto in tanto, anche solo una volta all’anno, a un bisogno, avrei potuto buttar là una buona parola. Non risposi nè sì, nè no. Ne disse tante e tante, che non era facile ribatterle tutte. Però gira e rigira, non fu contento finchè non m’ebbe cavato di bocca un insomma, faccia lei, vedremo... Poi mi ripigliò le sue confidenze, e m’affogò in un mare di cortesie.

Faccia lei, vedremo, non vuol dir troppo! Non credo con questo d’aver rinunziato ai miei propositi.

Ma quel commissario regio però non è un balordo!


5 marzo 1866.

Il signor Garofani è arrivato in città ieri, e lo aspettano in Borghignolo, chiamatovi dalla catastrofe del Buccelli. La sua signora rimane in città, fedele al giuramento di non metter più piede in questo paese. Tali nuove le diede, al mio fattore, il casiere dei signori Garofani, il quale è già in faccende a spalancar finestre, a spazzare, a spolverare e dar la caccia ai topi.

Anche il Borsa, che per il momento se ne sta nella casa d’un suo nipote in un villaggio qui vicino, mi mandò un foglio di carta, su cui è scritto: «Nuovi guai! Il signor Garofani, marito, giunge in Borghignolo! Non dico altro! Don Michele, coraggio! Appena i tempi saranno diventati meno procellosi, io sarò in Borghignolo! All’erta, don Michele! Non dico altro!

«Borsa.»

Il mio piano è fatto. Ho indugiato altre volte abbastanza; morto o non morto, ho ancora un dovere da compiere, e per essere più sicuro del fatto mio, partirò questa sera stessa.


Milano, 7 marzo 1866.

Confesso d’aver riveduto con piacere le mie vecchie vie della città. Andai girellando pur volentieri! e mi sorpresi più d’una volta fermo sui due piedi a guardar la facciata d’una casa o le vetrine d’una bottega. Fin la troppa gente, nei luoghi più frequentati, non mi diede fastidio, e fin anche per gli spintoni mi sentii inclinato a una certa indulgenza. Il dottore, che corsi subito ad abbracciare, e che, nel fare quattro passi con me, s’avvide che il mio antico broncio s’era un po’ calmato, dice che le assenze e le lontananze, non sono state finora in medicina studiate con la debita attenzione; che hanno un grande avvenire nella scienza; e ch’egli ne ha osservati degli effetti maravigliosi in certe malattie, in quelle, per esempio, di qualche marito e di qualche moglie. Comunque sia, per non dargliela tutta vinta, mi affrettai ad assicurarlo che Borghignolo è il primo paese del mondo, vedendo ch’egli mi scalzava per farmi uscir a confessare che n’ero annoiato.

Ora importa ch’io vada subito in casa Garofani. Chi me lo avrebbe detto? Eppure è così. Voglio diventare l’amico, il confidente della signora Giuseppina. Vorrei anche poter mandare questa risoluzione d’oggi in domani; ma pure bisogna risolversi, chiudere gli occhi, e spiccare il salto. Domani sarà l’ultimo domani, definitivamente, senza misericordia, senza soprattieni; e si vedrà Michele bere a sorsi la cicuta, con la calma solenne d’un personaggio dell’antichità. Ma sono io poi sicuro che la signora Giuseppina non mi salti alla faccia come un gatto arrabbiato? Siamo stati, per alcuni giorni, amici svisceratissimi, ma dopo la catastrofe dell’elezione, e dopo le mille suggestioni del Buccelli, non è facile indovinare in quali acque mi trovi. Tanto più che la signora Giuseppina soleva dire: «tutto sta nel modo di pigliarmi; con un niente divento un pezzetto di sugo di regolizia; ma se sono stuzzicata, e se mi monta la mosca al naso, buona notte! divento un granello di pepe, e di che pepe! Lo diceva sempre il mio Baldassarre, buon’anima, e lo ripetono sempre anche adesso il Garofani e il signor Mosè.»


12 marzo 1866.

Salii le scale della signora Giuseppina, apparecchiato così alla regolizia come al pepe, con l’animo tranquillo e direi lieto. Trovai un uscio aperto, entrai in una prima stanza, dove un servitore in calzoni verdi e con l’abito di color cioccolata russava tranquillamente, sdraiato su una cassapanca. Quella cassapanca mi diede una prima stretta al cuore; ci avevo dormito sopra tante volte anch’io da bambino, quand’era in uno dei salotti di Giandomenico. Coraggio! dissi a me stesso; e rispettando quel sonno profondo, aprii un altro uscio, e andai innanzi. Dopo qualche sbaglio d’itinerario, dopo aver fatta sentire la mia voce, e aver udita quella della signora Giuseppina, mi trovai finalmente nella sala di ricevimento.

La signora Giuseppina, appena mi vide, fece una grande esclamazione, saltò in piedi, mi venne incontro, e poco mancò che non mi desse un abbraccio. Eravamo alla regolizia. Quante cose non mi disse, e non mi domandò, senza riprender fiato! quante volte non esclamò: «Oh! che bella improvvisata! lei è proprio un don Michele dei fini!... che bella visita! ne avevo il presentimento! ho sognato l’altra notte di lei!» Poi m’invitò a sedere, presentandomi ad alcuni signori e signore che facevano circolo, e che s’erano tutti levati in piedi, guardandomi con molta curiosità. Con qualche curiosità anch’io guardai uno di loro, che sentii essere il signor Mosè; quel signor Mosè che avevo udito nominar tante volte, e che in casa Garofani era un’autorità. La signora Giuseppina, riattaccando la conversazione, incominciò col fare il mio elogio; mi dipinse come un gran personaggio, e ne disse tante che io finii col rimanerne imbarazzato; gli altri si misero in gran soggezione, e non aprirono più bocca. Appena potei sviare il discorso, mi feci a chiederle le nuove della famiglia; le dissi che le trovavo una cera ch’era una magnificenza, e feci perfino qualche allusione alla sua bellezza, senza però compromettermi con le date.

«Quel caro don Michele è sempre lui! ma guardi che combinazione! Garofani è andato a Borghignolo. Se avesse potuto immaginarsi una così bella visita....» e si volgeva agli altri, quasi a richiederli del loro consenso «non si sarebbe mosso di certo. Glielo avevo detto io di mandar qualcuno! Ma signor no! Questi benedetti uomini sono tutti ostinati.... ad eccezione, voglio dire, di don Michele, non è vero?» I due o tre uomini presenti fecero un sorriso di adesione e di rassegnazione; il signor Mosè però rimase immobile. «Bel gusto l’andare a Borghignolo!» continuava la signora Giuseppina «un paese di mascalzoni e malcreati. Non lo dico per me, perchè io gli ho sempre lasciati cuocere nel loro brodo, e non avrei nulla a dire. Ma lo dico per tant’altri a cui furono fatti dei tiri da villani. Eppure, il mio Garofani ne andava pazzo! Adesso però l’ha capita; a Borghignolo metterà la filanda, e per noi acquisteremo una bella casa in riva al lago.... Non si può immaginare quanto appetito mi dia il moto della barca!.... come dicevo, Garofani ha voluto andare a Borghignolo, perchè bisogna sapere che noi ci tenevamo un agente, di quelli proprio co’ fiocchi; ma, probabilmente per invidia, quei villani del paese gliene fecero tante che, perduta la pazienza, il poveruomo volle andarsene ad ogni costo.»

Gli astanti fecero un atto di sorpresa e di dispiacere. La signora Giuseppina mi lanciò un’occhiata d’intelligenza, per farmi capire che a quattr’occhi ne avremmo discorso diversamente, ma che intanto era bene dir così. Il signor Mosè, che forse era a parte del secreto, con un contegno ch’esprimeva una gran prudenza, rimaneva immobile più che mai.

«Lei dunque ha fatto un gran viaggio!» presi a dir io, vedendo che c’era bisogno di mutar discorso.

«Volevamo farlo» rispose la signora Giuseppina; «Si cominciò anzi dall’andare a Genova e a Nizza. Ma poi nacquero delle circostanze.... degli affari.... e Garofani dovette ritornare.»

«Caspita! però....» soggiunse una delle signore, che fino allora aveva taciuto, «l’andare a Nizza e anche a Genova non è poco!»

«Si voleva andare a Napoli, e fors’anche a Parigi, perchè mia figlia ama tanto la lingua francese...., ma poi, come dicevo.... sono sopravvenute certe cose.... insomma adesso chi sa quando ci si andrà.»

«Anche Nizza però, a quanto si sente, per chi ama la lingua francese....» osservò un’altra, a cui passava la soggezione.

«Altro che il francese» saltò su la signora Giuseppina «non si ferman lì! Bisogna sentire: chi parla coi denti stretti, chi parla come se avesse piena la bocca.... insomma a Nizza si sentono tanti linguaggi che la pare l’arca di Noè!»

Voleva dire la torre di Babele. Qui ci fu una esclamazione generale, e poi una pausa, di cui parecchi approfittarono per rizzarsi, salutare svisceratamente la padrona di casa, e andarsene.

«E la signora Adelina?» ripresi a dire «la sua bella figliola?... che nuove me ne dà?... Era il suo primo viaggio, se non isbaglio. Mi immagino....»

«Mi immaginavo anch’io» continuò la signora Giuseppina, interrompendomi «ma poi.... basta così. Il medico s’era incaponito che si avesse a fare questo viaggio.... non già che mia figlia avesse bisogno del medico, perchè anzi i suoi piccoli incomodi provengono di solito dalla troppa salute: ma chi diceva che Adelina non aveva più parole, ch’era sempre sopra pensiero, ch’era pallida; chi ne diceva una, chi ne diceva un’altra; insomma tutti volevano metterci il naso. Allora Garofani ha perduto la pazienza. Ehi ci vuol altro dicevo io, la gente parla perchè ha la bocca. Anch’io da ragazza ne sentivo delle baie!»

«La sua figliola studia troppo! ecco quello che ho sempre detto io» osservò uno de’ rimasti.

«Oh questo poi sì! Mia figliola aveva ormai tutti i professori della città. E che professori! C’era bene chi mi diceva di prendere de’ professori di minore spesa che avrebbero spezzato meno gli orecchi ad Adelina; ma tant’è! io sono fatta così; e quando nelle cose mi ci metto, non le posso fare che in grande. Bisogna però dire che tutti questi gran professori, e tutti questi gran libri finissero col farle male. Cioè, male no, perchè, come dicevo, mia figlia della salute ne ha da vendere.... ma insomma le confusero la testa. Siamo partiti; abbiam fatto proprio un bel viaggio.... ma ci voleva altro! Basta, a questo mondo bisogna davvero aspettarsene d’ogni risma!»

«Sicchè sua figlia sarà ritornata tutta in fiore!» soggiunse uno di questi ignoti del circolo, non so se per semplicità, o per dare spago alla signora Giuseppina. Ma in quel mentre il signor Mosè tirò una presa di tabacco, e la signora Giuseppina, voltando subito il discorso, mi chiese della mia salute, giacchè si discorreva di salute; poi passò a un raffreddore del Garofani, e a una tosse secca del suo primo marito, che essa aveva guarito col lichene.

L’un dopo l’altro, i pochi rimasti se ne andarono, ad eccezione del signor Mosè.

La signora Giuseppina ebbe un secondo assalto di tenerezza e di espansione per me. Fece nuove esclamazioni sulla bella improvvisata della mia visita, sull’onore che le facevo; mi fece promettere che mi lascerei vedere con frequenza, e mi fece capire che aveva molte cose a dirmi. Fors’anche bruciava della voglia di informarmi in un minuto di tutte le faccende di casa sua, ma la trattenne la presenza del signor Mosè, del quale parmi abbia una certa soggezione. Pensavo intanto a qualche complimentuccio da risponderle anch’io; ma essa aveva già mutato discorso, e s’era messa a farmi ammirare i mobili della sala, il dipinto della volta, il tappeto, la tappezzeria, tutta roba nuova appena messa in opera, d’invenzione d’un tale che sentivo nominare per la prima volta, e che la signora Giuseppina diceva suo amico e pittore; un pittore straordinario! Ammirai, ma stando in sulla vita, perchè la seggiola, al pari degli altri mobili, era così irta di spigoli che l’appoggiarsi alla spalliera m’avrebbe fatto veder le stelle.

La signora Giuseppina, non contenta ancora, mi volle condurre di stanza in stanza e farmi ammirare tutto il lusso della casa e le invenzioni del pittore. Vidi una camera da letto in istile dell’Alhambra, e che poteva essere un salotto da caffè. La signora Giuseppina si affrettò a dirmi che non ci dormiva, perchè sarebbe stato proprio un peccato. Presso c’era uno stanzino gotico per la toeletta; ma la catinella, lo specchio e tutta la minuta suppellettile erano disposte in modo da volerci il collo della giraffa per servirsene. Ovunque fosse rimasta disponibile una spanna di muro, il pittore ci aveva prodigata l’arte sua. Si vedevano alla rinfusa pere, mele, teste di filosofi, cocomeri, uccelli che parevano fiori, fiori che parevano sassi, e una prodigiosa famiglia di puttini da cui si dipartivano braccia e gambe con la mirabile irregolarità dei rami d’un albero. Quei puttini avevano le guance rosse come brace: se era per la vergogna d’essere veduti, avevano ben ragione! Quante cose poi non rividi, di quelle che erano state del povero Giandomenico! Mi sentivo stringere il cuore, e il dispetto mi faceva già velo agli occhi; ma, rivolgendo la faccia, dicevo a me stesso: «abbi pazienza.» Quei quadri lunghi e stretti su cui erano le figure severe e annerite dei vecchi di Giandomenico, che avevo sempre veduti appesi al muro dell’atrio, o d’un salotto a terreno del castello, li rividi l’un dopo l’altro nelle stanze della signora Giuseppina. Il pittore straordinario aveva dipinto su tutti uno stemma con un garofano nel mezzo, e al posto del vecchio nome del casato aveva scritto Garophanus.

Spinsi il mio eroismo fino a proferire delle parole di ammirazione per tutto quello che vedevo via via. La signora Giuseppina se ne compiaceva moltissimo, ma lasciava travedere di tanto in tanto una certa inquietudine la quale voleva dire, per chi la conosce un po’, che aveva una gran volontà di raccontarmi qualcosa. Più d’una volta aveva mandato qualche lungo sospiro, e aveva detto a mezza voce: «Anche in mezzo a tutta questa bella roba, chi lo direbbe? ho anch’io i miei fastidi!... Ma, la è proprio così!... Bisognerebbe non pensarci!...» Io fingevo di non capire, per quanto sentissi crescere in me l’inquietudine. Ci fu un momento in cui la signora Giuseppina mi si piantò dinanzi in aria proprio di volermi dire qualcosa; ma eravamo già di ritorno, e sentimmo nella sala vicina un grande sternuto del signor Mosè. La signora Giuseppina non trovò più la parola, e rientrammo nella sala.

Bisognerà dunque che mi faccia amico anche del signor Mosè. Dopo quattro chiacchiere di commiato, presi il mio cappello, promisi di gran cuore che sarei ritornato prestissimo, e di gran cuore accettai anche dal signor Mosè una presa di tabacco, che sprigionai subito dalle dita, lasciando cadere la polvere a terra, appena uscito dall’anticamera.


17 marzo 1866.

La signora Giuseppina ieri mi mandò a dire che, dolentissima ch’io non l’avessi trovata in casa il giorno prima, mi aspettava per quella sera stessa, e me ne faceva viva istanza, tanto più che ci doveva venire un amico di casa a sonare il fagotto. Misericordia!

Ci andai un pochino sul tardi, pensando che gli ultimi pezzi di musica sarebbero stati un po’ meno lunghi dei primi. Ho troppa stima del fagotto, pensai tra me, per credere che voglia fare eccezione alle migliori regole.

Bisogna dire che giungessi proprio l’ultimo, perchè non trovai anima viva sulle scale, e neppure nelle prime stanze d’ingresso. I servitori forse avevano già incominciato a servire le paste in sala, o a mangiarne gli avanzi in cucina. Sentendo a un tratto la voce arrabbiata d’un fagotto di cattivo umore, stetti in forse un momento, pensando se dovevo entrar subito od aspettare che la sonata finisse, e che il fagotto si fosse calmato, per non disturbare in un momento solenne la signora Giuseppina e i suoi convitati.

Ero tra il sì e il no, quando a un tratto vidi aprirsi un uscio, non quello della sala, ed uscirne in fretta l’Adelina. Adelina, che il quel momento non si aspettava di imbattersi in alcuno, mandò un grido, subito represso, e fece atto di fuggire. Ma io, chiamandola per nome, la trattenni. Tutto ciò fu l’affare d’un momento. Le presi la mano; essa strinse vivamente la mia. Le dissi alcune parole, le feci qualche domanda, ed essa chinò gli occhi e non rispose. Non era più la vispa fanciulla di Borghignolo; era pallidissima, e in quel momento mi pareva fortemente commossa. Non ho mai potuto avvezzarmi a vedere la gente commossa od afflitta, bell’e vecchio come sono, e dopo averne veduta tanta! Mi si turbano le idee; in un attimo non capisco più da qual parte vengano i guai di cui si tratta, e mi par quasi d’averne la colpa io.

Avrei dovuto far cuore all’Adelina, interrogarla, farla parlare; ma mi sentivo già imbarazzato io pure. Pensai al fare misterioso della signora Giuseppina; pensai che ci potesse essere qualche disgrazia; pensai che anche questa volta potevo essere giunto troppo tardi, e non trovai più una parola. Intanto un grande strepito e un gran battimano improvvisamente annunziarono che il fagotto aveva finito; si aprì l’uscio della sala; Adelina ritirò la sua mano che teneva stretta nelle mie, e fuggì.

Io entrai in sala. Fortunatamente gli uditori del fagotto avevano tal voglia di muover le gambe, scacciare il sonno, e respirare, che potei rimanere per un po’ non veduto tra gli astanti, e aver tempo di ricompormi, prima di cadere nelle unghie della signora Giuseppina. Alla fine mi feci animo, mi feci largo, e, con inchini a dritta e a sinistra, incominciai ufficialmente il mio arrivo.

La signora Giuseppina in un momento mi presentò a una dozzina di persone; mi fece bere tre bicchieri di acque di diverso colore; mi fece conoscere il sonatore del fagotto, e m’offrì non so quante fettine di torta, pan di Spagna, e pasticcini. Mi disse che per quelli di bon tono aveva fatto fare il thè, ma che per gli amici sinceri teneva in pronto un famoso bicchierino di malaga vecchione, proprio di quello che piaceva tanto a Baldassarre. Se la signora Giuseppina non se ne fosse scordata un minuto dopo, in quanto a me avrei bevuto e thè e malaga tutto insieme, senza opporle la più piccola resistenza. Feci anche un saluto tenerissimo al signor Mosè, e gli partecipai tutta la mia soddisfazione di trovarmi in una così bella società. Il signor Mosè, che in quella sera aveva il collo e il mento ravvolti in una cravatta ancor più alta e doviziosa del solito, mi rispose con un risolino dì approvazione e di compiacenza, ma senza aprir bocca, s’intende. È stato appunto a furia di tacere per trenta o quarant’anni di seguito, che il signor Mosè si è acquistato una così gran fama, tra i pochi che hanno la fortuna di conoscerlo.

La signora Giuseppina intanto, tutta rossa e affaccendata, correva di qua e di là, senza lasciar pace a nessuno. La sua vittima più compassionevole per quella sera fu quell’infelice del fagotto, il quale, per quanto fosse sfiatato, dovette ripigliare le sue variazioni, nelle quali però la noia di chi le sentiva non variava mai. Contro le mie speranze, anche quella sonata fu lunghissima, talchè alla fine parecchi s’erano addormentati, e altri facevano conversazione sottovoce col vicino. Seguendo anch’io questo esempio, avevo di tanto in tanto scambiata qualche parola colla signora Giuseppina, presso la quale ero seduto.

«Insomma, se lo lasci dire, signora Giuseppina, non c’è nessuno che possa competere con lei nello spirito, nel brio e nel saper sempre dire a tutti una parolina proprio di quelle...»

«Oh, se mi avesse conosciuta in altri tempi.... allora sì!»

«Possibile? Ma non potrà dirmi che in altri tempi ella avesse l’animo più contento! La signora Giuseppina ha tutte le fortune. Gran bella cosa il non aver pensieri!...»

«Non ho pensieri per il capo io?... Io? Questa volta don Michele la dice grossa! Oh se sapesse!...»

«Eh lo so benissimo! I guai di Borghignolo.... il Buccelli che se ne è andato.... suo marito di cattivo umore.... Adelina....»

«Adelina? Dica.... dica!»

«Adelina che stasera ha il mal di capo....»

«Eh, c’è ben altro!»

«Adelina che s’è fatta un po’ malinconica, che dimagra, che da qualche tempo non ha troppa salute! Lo so; ma le son cose passeggiere, cose da nulla, inezie.»

«Se le fossero tutte qui....!»

«Se c’è altro, può aver ragione lei. Ma badi a non ingannarsi. Io non credo se non vedo! questa è la mia massima.»

«Ne ho le prove!»

«Le prove di che?»

«Le prove.... insomma, so ben io! Ma a lei non posso tacer niente.... Le dirò.... oh se non ci fosse qui tutta questa gente! le domanderei anche un parere.»

«Verrò domattina.»

«Forse non siamo più in tempo!...»

»Ma dunque c’è qualcosa di serio?»

«Glielo dicevo io! Altro che serio! Se domani arriva una certa lettera, Adelina parte.»

«E dove va?»

«L’accompagna il signor Mosè, perchè nessuno deve saper niente....»

«Ma parte per dove? Ma che cosa è accaduto?...»

«Oh se sapesse!... se sapesse!»

«Delle cose da dirle ne ho forse anch’io di molte!... E se intanto Adelina non partisse....»

«Caspita! È un consiglio del signor Mosè!... Ma anche lei ha delle cose da dirmi? Per amor del cielo!... Dica, dica....»

Il fagotto aveva finito. Tutti applaudono, tutti si risvegliano, e poi, in mezzo a una gran confusione di saluti, di scialli, di complimenti, di mantiglie, signore e signori si congedarono tutti; ed io pure me ne dovetti andare con l’animo agitato, e con la paura d’essere anche questa volta giunto troppo tardi.


18 marzo 1866.

Ero ancora a letto, perchè il levarmi di buon mattino fu sempre una delle molte aspirazioni disgraziate della mia esistenza, quando un servitore della signora Giuseppina venne a pregarmi che andassi subito, subito, in casa Garofani. Mi alzai in fretta e in furia, e feci la strada di corsa, spinto dall’ansietà in cui ero dopo le parole della signora Giuseppina, e dal timore che fosse sopraggiunto qualcosa di peggio ancora. Ma di nuovo e di peggio non era avvenuto nulla. La signora Giuseppina, temendo, come ella mi disse, che da un momento all’altro le potessero venire le convulsioni, aveva voluto sdebitarsi della promessa fattami, mentre capiva di avere ancora la testa seco. Stetti dunque ad ascoltarla con attenzione ansiosa, senza dir parola, lasciandola spaziare a suo piacere in digressioni e congetture d’ogni sorta; lasciandola trasecolare e spassionarsi in tutto quello che c’era di vero o di falso. Per quanto me ne aspettassi molte, le cose che sentii mi fecero colpo e mi rivoltarono, perchè le bricconate, ancorchè non si possa a meno di non aspettarsele dai bricconi, pure, quando arrivano, hanno sempre il loro tanto d’improvviso.

La signora Giuseppina dunque mi narrò come il Buccelli avesse per tempo aperti gli occhi a lei e a suo marito su tutta la trama che c’era in Borghignolo contro di loro. Lo scopo della trama era di non lasciare metter radice al signor Garofani in Borghignolo, perchè, se caso mai ne fosse diventato sindaco, gli straordinari suoi talenti avrebbero avuto un disopra tale, avrebbero fatto un tal colpo, che presto avrebbe ecclissato e messi a dormire tutti quelli di Borghignolo, quelli dei paesi vicini, i ministri, e fors’anche il direttore del Vero Italiano. I fili misteriosi di questa trama, che partivano certamente dal ministero, facevano capo tutti in mano di Giandomenico. Il Buccelli, zelantissimo, aveva sulle prime messa la signora Giuseppina in diffidenza anche di me, che potevo essere un agente della trama. Ma la mia interlocutrice si affrettava a dirmi che, mentre tutto il resto era pur troppo vero, non sospettò mai ch’io c’entrassi, e che mi rendeva questa giustizia. Il Buccelli poi aveva le prove in mano che Giandomenico aveva ricevute dal Governo somme spropositate, e che mentre si fingeva fallito in Borghignolo, comperava terre a tutto potere in America, dove aveva spedito un tale alcuni anni prima. Con queste somme, Giandomenico aveva mandata a monte l’elezione del Garofani, e si preparava a fare qualche altro colpo, per diventare lui il sindaco, tener lontano il Garofani e rimaner padrone di Borghignolo. «Il Buccelli lo avea ben lui suggerito il modo di rimandare i pifferi di montagna» diceva la signora Giuseppina, ma il Garofani pur mettendocisi, era sulle prime andato troppo adagio, e aveva perduto tempo. Il Buccelli voleva che si fossero in fretta e in furia comperati tutti i diritti e le ragioni dei creditori di Giandomenico, e lo si fosse fatto sfrattare senza lasciargli il tempo di aggiungere nuovi fili alla trama.

La cosa sarebbe riuscita a maraviglia, come s’è veduto dopo, perchè Giandomenico, non potendo lasciarsi scorgere d’avere i denari del Governo, bisognava che si rassegnasse a passare per fallito, e ad andarsene in fretta, tanto più che all’occorrenza si poteva anche farlo mettere in prigione. «Ma si era perduto tempo;» continuava la signora Giuseppina «quel caro signor conte aveva fatto il suo primo colpo, e il Garofani indispettito aveva piantati, lasciandoli cuocere nel loro brodo, quegli imbecilloni di Borghignolo. Il Buccelli però non voleva che la finisse così, e faceva di tutto perchè Garofani ritornasse in paese. Ma il conte briccone, che teneva i fili di tutto, seppe anche questo, e, per gettare sui Garofani tanta vergogna e tanta infamia che non gli permettessero più di lasciarsi vedere in Borghignolo, ne inventò una proprio infernale!...»

Qui temetti che la signora Giuseppina fosse giunta a quel tal punto delle convulsioni. Le feci fare una pausa; la confortai, e le dissi che anch’io le avrei narrato a suo tempo certe cose, che in mezzo ai suoi dispiaceri le avrebbero sollevato l’animo non poco.

«Bisogna sapere» ripigliò la signora Giuseppina «che, or son due anni, quando per la prima volta si andò ad abitare la casa di Borghignolo comperata da poco, tra quei primi di cui facemmo conoscenza, ci fu un ragazzotto, che non era neanche il diavolo, figlio di quel rusticone aristocratico d’un Giandomenico il quale non si è lasciato mai vedere. Buona, e al di là di buona come fui sempre, è il mio difetto, me lo lasciavo venir per casa, lo conducevo sempre in compagnia questo tal ragazzotto, che si chiamava Aldo, non so perchè, e che è quell’uffizialelto dei bersaglieri che lei deve conoscere. Si sarebbe detto, a vederlo, che mi facesse la corte; ma, come lei può ben credere, io ne ridevo a crepapelle, come si fa di questi civettini teneri. Un bel giorno finalmente dovette partire: lo rividi più tardi qualche volta in città; poi ripartì di nuovo, e ormai non mi ricordavo più neanche che ci fosse al mondo: quando a un tratto venni a sapere tutta una trama indiavolata. La trama era questa, nientemeno.... oh! ne ho le prove in mano!... e mi dirà, don Michele, se non è il caso di perdere la testa! Ma, tornando indietro d’un passo, bisogna sapere che da qualche tempo io andavo osservando, e l’osservavano tutti, che l’Adelina di giorno in giorno perdeva il suo colorito, il buon umore, le parole.... diventava sparuta, non era più lei. Studia troppo! sarà innamorata! la colpa è dei romanzi! Chi ne diceva una, chi ne diceva un’altra: insomma la gente parlava. Fin qui non ci sarebbe stato gran male, perchè quando sento delle chiacchiere, io rispondo sempre con una gran massima, e dico che la gente parla perchè ha la bocca. Ma l’importante era che queste cose, tra me e me le pensavo e le vedevo anch’io; anzi qualche volta ne avevo fatto parola con Garofani. Garofani però, che è l’uomo della flemma, rispondeva: staremo a vedere; e col suo staremo a vedere non vedeva niente, e tirava per le lunghe anche gli affari di Borghignolo, mentre il Buccelli.... oh! quello sì è un uomo! adesso gli appongono delle colpe, l’hanno fatto uscire dal paese; ma non creda un bel niente, don Michele! è tutta una trama anche questa contro noi.... lo vedrà tra poco!... perchè bisogna saperle tutte le cose!... Dunque dicevo che il Buccelli tempestava ogni giorno con Garofani, perchè facesse in fretta; mandasse gli ordini a dovere, non la tirasse più in lungo con quell’impostore aristocratico d’un conte, il quale intanto sott’acqua ce ne avrebbe fatta qualcuna delle sue. Che, se lo si fosse cacciato da Borghignolo per tempo, non si correva neanche il rischio che s’è corso!... Insomma, per venire alle corte, s’era tramato che l’uffizialetto innamorasse Adelina, mia figlia!... quello spiantatello! quel resticciolo!... Come abbia fatto, non lo so; ma già noi donne, quando siam ragazze, siamo tanto sciocche!... In somma, bisogna dire che ci sia un po’ riuscito. Adelina vorrebbe dire di no; ma s’imbarazza, e queste cose io le capisco in un batter d’occhio. Ma, tornando a quei due bei soggetti, appena quel caro conte ebbe fatto fagotto, ecco che capita in paese il signor contino. Si ferma alcuni giorni, prende le sue informazioni, poi se ne va. C’era però qualcuno che aveva tenuto gli occhi aperti, e nel quale aveva dato il naso, senza avvedersene, quel mariolo novellino. Il quale, facendo l’impostore, aveva pigliato sotto il braccio questo qualcuno, e dicendogli tante cose tenere sul conto mio e di mio marito, aveva cercato prima di sapere dove noi fossimo, e poi il quando e il dove ce ne saremmo ritornati. Ma l’altro, ch’era una volpe vecchia e fine, gliene diede a bere parecchie, e lo rimandò con l’aver sapute per giunta certe cose che gli premeva di sapere. Poi questo tale stette all’erta giorno e notte, e a furia d’astuzia, di pazienza, di talento finì a scoprire tutto e a capire di che cosa si trattava. Una bagattella! Cose che fanno arricciare i capelli solo a pensarci! Cose da non credersi! Insomma si trattava nientemeno, che di rapire mia figlia.... ah briganti!...»

Non so se a questo punto facessi una smorfia di sorpresa, di incredulità o di dispetto, per quanto mi fossi prefisso di rimanere sino alla fine calmo e silenzioso.

«E ne ho le prove!» riprese la signora Giuseppina, riscaldandosi sempre più. «So tutto, e le ho in mano io tutte le fila che quei bricconi avevano preparate! Ci si voleva coprire d’infamia! Noi! proprio noi!... I Garofani! quei Garofani contro i quali neanche le male lingue non hanno mai potuto dire un ette, nè quando si aveva il negozio, nè dopo! E sì che, solo da parte mia, ne ho rimandati parecchi dei soggettacci scornati! Ma ci si voleva buttare l’infamia addosso questa volta, perchè non mettessimo più piede in Borghignolo.... ah canaglia! non ce lo metterete più voi altri, adesso, il piede in Borghignolo, dove volevate rimanere i padroni, per farla soli da bascià, come a quei tempi d’una volta! Sono donna; ma se si vuol cozzare con me, so rompere le corna a chicchessia! Sedurre mia figlia!... o farla fuggire!... fare uno scandalo in casa Garofani? Ah sì?... Avanti, signor uffizialetto, avanti....» e la signora Giuseppina in attitudine di sfida, appoggiava i pugni serrati sui fianchi, appuntando le gomita.

«Bisogna dire» riprese la signora Giuseppina dopo una pausa «che questi diavoli si fossero accorti che c’era chi sapeva tutto, e ce ne teneva informati. Supposero che fosse il Buccelli, ed era proprio lui. Ma per carità, don Michele, lei faccia sempre le viste di non saperlo. Glielo dico come se fossimo in confessione, perchè Garofani m’ha fatto giurare che non l’avrei mai detto a nessuno.... ma io la considero come un secondo signor Mosè! Detto fatto, si mette in piedi una combriccola, si fa nascere un baccano; poi siccome questi tali hanno anche il Governo dalla loro, si accusa il Buccelli, si fa avviare un processo, e lo si fa scappare. Eccoli sul trono. E noi? Noi non siamo più sicuri nè in casa, nè fuori; siamo in mano dei briganti! Cosa si fa? Ci siamo guardati in faccia per un giorno intero io e il Garofani, appena ci giunsero queste notizie. Finalmente mi venne una buona ispirazione, e dissi a mio marito: bisogna ritornare subito a Milano e domandare un parere al signor Mosè. Si ritornò a precipizio, e il signor Mosè disse subito che le cose avrebbero potuto finir bene, ma che potevano anche finir male: che ci consigliava di star a vedere, e intanto di mettere Adelina al sicuro, e di mandarla lontano presso una di lui sorella, monaca in un collegio di Orsoline, senza lasciar sapere ad anima viva dove sia. Come si fa?... Il signor Mosè l’ha detto e bisogna far così! Adelina è rassegnata, piange, e non vuol dir niente.... ma già io capisco che quell’uffizialelto lo ha per il capo!... Ora è quasi combinata ogni cosa, e domani aspetto un’ultima lettera della monaca. Dopo domani forse Adelina partirà col signor Mosè.... me ne scoppia il cuore a pensarci.... ma come si fa? Intanto Garofani ha voluto andare a Borghignolo, nè ci fu modo di trattenerlo. Adesso sono sulle spine anche per lui. Capisco bene che non si possa lasciare tutto il fatto nostro in mano di nessuno, ora che il Buccelli non è più in paese; ma prima c’è la pelle, e poi la roba! come diceva il mio primo marito, il povero Baldassarre, ed io non mi fiderei un bel niente di metter piede tra quella canaglia. Il Garofani invece è tutto spirito, ha un coraggio da leone. Ha portato con se due pistole cariche, e m’ha detto che, appena giunto, andava diviato dai carabinieri. Ora staremo a vedere. Ma intanto.... che ne dice, don Michele? Che disgrazia! Dica lei, sono o non sono da compiangere? e doveva proprio succedere in casa Garofani un romanzo di questa fatta? A lei ho detto tutto, ma per carità non lo sospetti neanche l’aria! Che succederà?... che succederà mai? Oh, mi dia un suo parere! Povera Giuseppina!...»

Il rispondere subito alla signora Giuseppina, appunto perchè era la signora Giuseppina, era cosa più difficile di quello che essa si pensasse. Mi trovavo sopraffatto, come non lo ero stato mai. Capivo ch’era necessario pigliar tempo, parlar poco, non dire tutto quello che ne pensavo. Capivo che la strada diritta non era questa volta la più corta, ma lì su due piedi non sapevo poi bene quale, tra le vie fuor di mano, sarebbe stata la migliore. Scelsi per il momento quella che aveva già dato tanto credito al signor Mosè, e tacqui. Ma la signora Giuseppina, ricordandosi una mia parola, venne subito alla riscossa per sapere quali cose avessi io a dire, quale fosse il mio secreto.

«Presto, prestissimo forse» le risposi io allora «la potrò informare anch’io di molte altre cose, che vengono tutte a proposito di questa spiacentissima storia. Oggi non lo posso. Aspetto io pure le mie prove, o, dirò meglio, alcune ultime prove. Ma per ora non le posso dire di più; per ora non ho a chiederle che un favore.... un favore grandissimo da cui può dipendere....»

Non mi fu possibile di finire: la signora Giuseppina esclamò: «Anche lei ha delle prove! Oh che bricconi! Un favore? Ma dica, dica!» e poi non mi lasciava dire. Finalmente, a furia di pazienza, la condussi a due conclusioni. La prima fu che Adelina non sarebbe partita senza ch’io lo sapessi; e la seconda ch’io avrei vedute le famose prove che essa aveva in mano. Nè le aspettai molto, perchè la signora Giuseppina, che ne moriva di voglia, mi fece subito veder tutto. Ripigliai fiato, vedendo che il tutto consisteva in alcune lettere del Buccelli bugiarde e goffe, architettate con una certa malizia, ma senza alcuna di quelle prove apparenti che tante volte, per disgrazia, fanno parere corpi le ombre. Diceva bensì il Buccelli che, tra le molte cose che gli avevano fatto conoscere tutto il filo dell’intrigo, c’erano delle lettere d’Aldo, cadutegli in mano per combinazione; ma poi queste lettere non le aveva mandate. Briccone! pensavo tra me: ecco dove sono andate quelle lettere che io avevo aspettate con tanta angoscia. L’avessi sospettato prima!... e frattanto mi passava per la mente il Borsa, il quale è decisamente un grand’uomo.

La signora Giuseppina con tanto d’occhi aveva cercato di seguire tutti i movimenti della mia faccia mentre leggevo le lettere del Buccelli, e mi parve che rimanesse alquanto sorpresa e scontenta nel vedermi più sereno di prima. Mi diede un nuovo assalto perchè le confidassi subito la mia parte di secreto, ma dovette tenersi tutta la sua curiosità, ancorchè gliel’avessi centuplicata. Mi feci ripetere le sue promesse, e le lasciai intravvedere cose nuove e vicine, sebbene in verità non sapessi in quel momento, e non mi sappia ancora mentre scrivo, quello che ne possa seguire e quello che io deva fare. Così lasciai la signora Giuseppina, la quale intanto s’era fatto portare un bicchierino di malaga, di quello di Baldassarre, s’intende, con un biscotto, per prevenire le convulsioni che dovevano capitare da un momento all’altro, se pure era tale la loro intenzione.


19 maggio 1866.

Dopo l’abboccamento d’ieri con la signora Giuseppina, me ne stetti un pezzo nella mia stanza col capo tra le mani, per vedere di spremerne qualcosa, chiamando a rassegna e riordinando le idee vecchie del mio piano, e le nuove che mi facevano ressa. Da cosa nasce cosa; e quando s’ha per le mani una matassa imbrogliata, la meglio è di pigliare il primo bandolo che capita, il quale può condurre a ritrovare il vero, se non lo è esso medesimo. Tra i fili che mandano fuori un capo, c’è il signor Mosè, il quale potrebbe essere benissimo un bandolo anch’esso. In questa supposizione, stamani uscii per tempo, e andai addirittura dal signor Mosè. Ma, che vado a fare? che vado a dirgli? pensavo tra me per istrada; e rallentavo il passo, perchè pure avevo bisogno di trovare il pretesto.

Il signor Mosè era un antico amico di Baldassarre, primo marito della signora Giuseppina. Proprietario d’una piccola casa in città, che gli rendeva quel tanto necessario a vivere quieto e benino, se n’era accontentato per tempo, e non era andato a cercare nè impiego, nè moglie, nè fastidi. Siccome aveva sempre usato fare le sue provviste da sè, così era entrato in amicizia fin da quarant’anni fa con Baldassarre, nella cui bottega aveva poi passata la maggior parte della sua vita, discorrendo, la mattina, degli avventori e del vicinato, e leggendo, la sera, la gazzetta. Baldassarre gli faceva tutte le sue confidenze, ed aveva sempre riservate per il sig. Mosè le primizie dei suoi coloniali e dei suoi affetti, avendogli confidato, tra l’altre cose, il suo amore per la Giuseppina. Il signor Mosè poi aveva veduto nascere più tardi un altro amore, quello della Giuseppina per Garofani, il ministro del negozio. E siccome egli era grande amico e ammiratore di tutti e tre, così è probabile che da quel tempo egli sia entrato in quella via di raccoglimento e di silenzio, che a poco a poco gli accrebbe di tanto la fama d’uomo di proposito e di consiglio.

È così che nella mente ho potuto compormi il signor Mosè, da quel poco che raccolsi qua e là nei discorsi della signora Giuseppina. Ora riandando queste cose, nel mandare innanzi lentamente un piede dopo l’altro, mi ricordai anche che il signor Mosè era famoso per fare i rosoli e le conserve. Avrei voluto che me ne fosse venuta in mente una migliore; ma tant’è, al momento non ne seppi raccapezzare altra. Ero già vicino alla sua casa: bisognava decidersi, e mi decisi per la conserva di lampone.

La maraviglia del signor Mosè al primo vedermi fu grande; ma appena gliene dissi il motivo, cessò immediatamente. Avevo colpito giusto. Mi accorsi che il signor Mosè, a proposito di conserve, era consultatissimo, e che su questo argomento, contro il suo solito, parlava molto.

«Piano! piano!» prese subito a dire il signor Mosè: «A lei non voglio fare questo torto, ma c’è della gente, e bisogna premetterlo, che confonde le conserve con gli altri preparati che più specialmente si chiamano composte, per tacere altri nomi che s’incontrano nel campo vastissimo delle diverse maniere con cui si preparano le frutte al sciloppo. Oh, di questi tali me ne capitarono parecchi! Ma io la prendo in parola sulle conserve, e per il momento le concedo di considerarle in sè, isolatamente, e non nei loro rapporti. Ma sa lei in quante subquestioni si divide la questione generale delle conserve? Ma restringiamo pure il campo fin che si vuole, teniamoci entro i confini angustissimi della sola conserva di lampone; non creda però che sui due piedi io gliene possa dare neanche una prima idea vaga, elementare. Perocchè, al primo passo che noi facciamo in una conserva qualsiasi, noi ci troviamo subito dinanzi alla questione della maturanza del frutto, e del modo di spremerne il sugo. Si figuri! ma andiamo innanzi. Eccoci, nientemeno, che in mezzo alla fermentazione! Una bagattella! Quindi la qualità del vaso, il locale, la temperatura, per non dire di tutto il resto. È nella fermentazione, signori miei, che la conserva riceve le prime impronte d’un avvenire dolce e fragrante, o contrae sciaguratamente i principii acetici d’una mala riuscita! Ma andiamo innanzi ancora: la conserva entra in una bottiglia a compiervi gli stadii ordinari della sua esistenza. Abbiamo subito dunque la questione delle bottiglie, e quella dei tappi, gravissime! per non dire di altre minori. Ma eccoci subito a una nuova bagattella, voglio dire la conservazione della conserva, sottoponendo a un’alta temperatura il vaso che la racchiude, in ragione della qualità dei sughi! Non le dico altro!...»


Chiudo per oggi, e forse per un pezzo, questo mio scartafaccio. Una lettera del fattore è venuta a farmi lasciar da parte il signor Mosè, e a farmi rifare la valigia. Domani sarò a Borghignolo. Ho voluto di nuovo vedere la signora Giuseppina e farle rinnovare le sue promesse. Mandai subito un telegramma ad Aldo. Eccomi da capo col diavolo addosso! Giungerò in tempo?

(Lettera del fattore)

«Signor padrone colendissimo!

»Le mando Tonio per espresso unitamente a questa mia, per dirle che è venuto da me poco fa Bortolo, detto Bortolotto, famiglio del signor conte Giandomenico, il quale mi disse che vuole parlare subito con vostra signoria per una disgrazia, la quale sarebbe che il suo padrone è in vicinanza al paese, ma sta molto male. Con che ho fatto subito dar aria alle stanze e preparare il letto. Aspettando i suoi ordini, altro non avendo a dire, passo a riverirla con tutto il rispetto. E sono

»Obbligatis. e Devotis.
»Giacomo.»


5 aprile 1866.

Vorrei che il cielo fosse oggi malinconico e grigio, l’aria cruda, la natura silenziosa e i fumaioli delle case mi dicessero che la gente è rinchiusa e accovacciata presso i focolari. Ma il cielo è splendido come di maggio; un insolito tepore mette tutti in festa, i contadini si spandono per le campagne, le donne si affaccendano negli orticelli, le galline in tutta furia beccano quel po’ che trovano per le strade, gli uccelletti a stormo, con un pigolio di cui riempiono l’aria, par che si raccontino tutti in una volta le vicende dell’invernata; i fiorellini fanno la loro prima comparsa sulla china del poggio e tra il bel verde dei prati. Possa questa scena lieta e ridente essere in armonia con l’animo di altri, se non può esserlo col mio. Non mi devo lamentare di questo bel cielo, che segna forse per altri uno de’ bei giorni della vita;... in quanto a me lo fuggo, e mi rinchiudo nella mia stanza.

Il meglio per oggi è che riapra il quadernuccio delle mie confidenze, e vi deponga tutta la malinconica storia di questi quindici giorni. Cercherò di snebbiarla, perchè l’ho in mente ancora come se mi svegliassi in questo punto dopo un sogno affannoso.

La mattina che partii per Borghignolo, a due miglia dal paese, trovai il mio fattore e il famiglio di Giandomenico che, un passo dopo l’altro, mi venivano incontro. Il famiglio mi accolse con un gesto e con una espressione della faccia che credetti volesse dirmi addirittura che il padrone era morto. Ma il mio fattore mi tranquillò; e quel buon uomo di Bortolo, che aveva gli occhi rossi e la voce tremante, appena lo potè, prese a rispondere alle domande che io gli avevo fatte tutte d’un fiato. Prese le mosse dal giorno in cui Giandomenico era improvvisamente scomparso. Il famiglio diceva di aver ben egli fatto tutto il possibile perchè il suo padrone domandasse a me un parere, o scrivesse una lettera a suo figlio, o andasse a cercar conto di qualche suo parente. Fu tutto inutile; Giandomenico rispondeva che se ne sarebbe andato tutto solo a nascondersi per i boschi, ed a morirvi in qualche buca, sicchè nessuno avrebbe mai saputo più nulla di lui. Quando gli si venne a dire che il giorno appresso si metteva all’incanto tutta la roba sua, aspettò che fosse calata la notte, che non ci fosse in giro anima viva, e senza pigliarsi neanche il tabarro, uscì, ed a gran passi s’avviò per un sentiero abbandonato della collina. Bortolo, che l’aveva veduto, gli era corso dietro. Qui il buon uomo, con gli occhi che gli si facevano gonfi ad ogni parola, mi raccontava come s’era buttato al collo del suo padrone, come avessero pianto insieme per un pezzo senza poter pronunziare una parola, e come più tardi, dopo molte preghiere, lo avesse indotto a seguirlo prima che l’alba li sorprendesse, e tutti e due fossero andati a riparare presso la Marta, una sorella del famiglio, vedova, che viveva in una sua casupola, presso un ceppo di cascine fuor di mano, a cinque miglia da Borghignolo.

«Nella casuccia della Marta» riprese Bortolo dopo una pausa «c’è la cucina, uno stanzino, un po’ di fenile per metterci lo strame, e lo stabbiolo delle pecore e del maiale. Con un saccone e uno stramazzo Marta andò a dormire in cucina; diede lo stanzino, dove c’è ancora il letto lasciatole dal suo pover uomo, al padrone, ed io mi acconciai sul fenile. Ma ce ne vollero delle preghiere mie e della sorella per trattenere il povero signor conte, al quale di tanto in tanto pigliava la malinconia, e voleva fuggire, perchè diceva che ci rubava il pane. Gran che! Beveva un po’ di latte, mandava giù un boccone, poi non gliene passavano più; gli facevo cuocere qualche bel pezzo d’agnello che rubava gli occhi; ma sì, era tutt’uno, egli non ci guardava neanche. Una volta mi disse di mandare a Borghignolo qualcuno, senza dire dov’egli fosse, per vedere se alla posta c’era qualche lettera per lui. Mandai un ragazzotto, il quale ritornò alla sera con niente. Il povero padrone si fece ancora più cupo, e quella volta andò a dormire senza bere neanche il latte. Mandai quel ragazzotto a Borghignolo qualche volta ancora, senza neppur dirlo al padrone, ma delle lettere non ce n’erano mai. Intanto passa un mese, ne passano due, ne passano tre, e il signor conte diventava ogni giorno più malinconico, più taciturno, più macilento. Io cercavo di consolarlo e di dargli qualche parere alla buona. IL mio sentimento era di andare a Borghignolo, e di parlare con lei o col signor curato che, se vuole, sale in zucca ne ha. Ma che! Guai aprir bocca su questo argomento! il padrone saltava su a dire che, se anima viva lo venisse a cercare, egli fuggiva via subito. Nè gli ho mai potuto far capire ragione, neanche quando, vedendolo di tanto in tanto coi brividi della febbre indosso, lo pregavo di lasciarmi andare a prendere il medico o, meglio ancora, il semplicista. Oh sì! Guai! non mi lasciava aprir bocca. Così si tirò innanzi; ma tre giorni fa, gli pigliò un febbrone che gli tolse il sentimento, e temetti me lo mandasse al Creatore. Allora corsi subito a Borghignolo per il signor curato, intanto che Marta bruciava l’ulivo benedetto, perchè potessimo giungere in tempo. Il curato condusse il dottore; pensi come rimanessero a vedere il padrone in casa della Marta! Ma poi cominciarono tutti e due a crollare il capo, e così fanno da tre giorni. Si pensò di far venire il signor Aldo, ma come si fa? Allora mi è venuta l’ispirazione di parlarne con Giacomo, perchè lo dicesse a lei, al quale, si sa, sta bene la penna in mano; e siccome poi lei legge le gazzette, forse saprà dove sia il nostro signor Aldo. Povero figliolo!... quando saprà....»

Lasciato il biroccio sulla strada, mentre Bortolo mi faceva la sua narrazione, con lui e col fattore pigliato un sentiero della collina, mi ero avviato, con l’anima piena d’angoscia, verso il tugurio ove giaceva il mio povero amico.

Lo vidi in quel miserabile giaciglio, che non mi uscirà più dalla memoria; lo chiamai per nome, ma per tutto quel primo giorno e per vari altri non mi riconobbe, e non gli udii pronunziare che qualche tronca parola, ora di spavento, ora di speranza. Avrei voluto farlo subito trasportare in casa mia, ma la distanza era troppa, la malattia troppo grave, e il medico mi disse chiaro che non c’era neppur da pensarci.

In pochi giorni si sparse la voce che il conte Giandomenico era stato ritrovato morente in casa della Marta, e presto in Borghignolo non si parlò più d’altro. Come avviene, ognuno ripeteva quello che aveva udito, e ci metteva qualche cosa del proprio per non parere di saperne meno degli altri. Così giravano di quelle storie stranissime, e che sembrano inconcepibili, quando non si pensa che non furono inventate da uno solo. E siccome anche nel pubblico di Borghignolo l’odio si avvicenda con l’amore, dopo quei dati periodi di tempo, la cui misura è sfuggita fin qui ai calcoli della scienza, così in tutti era scoppiato d’improvviso uno straordinario affetto per Giandomenico. Qualche raggio di questo affetto cadeva di riverbero anche su me, che ero conosciuto per amicissimo suo, e venuto questa volta in paese apposta per lui. Trovai in generale un’accoglienza migliore di prima; vidi levato qualche cappello, che di solito, al mio comparire, s’abbassava sulla fronte un dito di più; vidi perfino metter piede in casa mia qualcuno di quelli che sino allora non si sarebbero arrischiati neanche di passarci dinanzi, per il timore di compromettersi.... in che? non lo so, e non lo sapranno neppur essi. Ora mi si fa largo, mi si fa buona cera. Tanto meglio. Sono anch’io nel mio quarto di luna favorevole, ma non ci bado molto, perchè ho imparato a andarmene diritto per la mia strada, senza domandarmi se la luna mi guarda con tutta la sua faccia sorridente, o se mi volta le corna.

Una sera, nel ritornare dalla capanna della Marta, m’incontrai nel signor Garofani, il quale era venuto a cercare di me per sapere le nuove di Giandomenico. Anche in lui era succeduta una gran rivoluzione. In otto giorni di studio, egli non era riuscito, con le polizze e gli scartafacci del Buccelli, a trovare qualche nesso tra il dare e l’avere. Aveva la testa rintontita di rivelazioni e di accuse che gli venivano facendo contro il Buccelli quegli stessi, che fino allora lo avevano levato alle stelle, e non ne capiva più nulla. Anche in tutta quella sequela di raggiri coi quali il Buccelli era riuscito a spossessare di tutto Giandomenico, c’erano, a quanto se ne diceva, cose così impasticciate, da suscitare liti senza fine, se qualcuno avesse voluto andar al fondo. Il signor Garofani, a cui per la prima volta in vita sua, le cifre non parlavano chiaro, oppure dicevano delle cose ingrate, era in uno stato di abbattimento e di disinganno, come al guastarsi d’un primo amore. Con me naturalmente non tenne parola di tutto questo; ma un po’ ne avevo sentito da altri, e un po’ ne lessi sul suo viso e nelle sue parole, sebbene mi discorresse di tutt’altro. Quella sera mi accompagnò a casa, e passò meco più d’un’ora. Mi parve che avesse una gran voglia di parlare di Giandomenico, se appena gliene avessi dato l’appiccagnolo; ma per quella prima volta lasciai cadere il discorso. Alla fine mi annunziò che il giorno dopo sarebbe arrivata sua moglie, la quale faceva a Borghignolo una gita di pochi giorni per dare un’occhiata al giardino e ai suoi fiori: ossia per darne più d’una, a quanto mi disse poi il mio fattore, alle masserizie di casa, delle quali parecchie avevano seguito il Buccelli nell’esilio.

Il giorno seguente seppi infatti che la signora Giuseppina era arrivata. Ma non la vidi così subito; per un paio di giorni la lasciai tutta intera all’ispezione degli armadi e della guardaroba, e poco mi staccai dal capezzale del povero Giandomenico. Aspettavo ansiosamente, di minuto in minuto, Aldo, che aveva risposto al mio telegramma e doveva essere in viaggio da più giorni. Che gli avrei annunziato? Giandomenico aveva di tanto in tanto riaperti gli occhi, ma non mi aveva ancora riconosciuto. Il medico del paese, che di solito capisce poco, e questa volta poi mi aveva l’aria di non capire niente affatto, era stato subito di parere, per fortuna, che si chiamasse in consulto dal capoluogo del mandamento un altro medico che, a quanto si dice, ha riaperto ancora qualche libro dopo l’ultimo esame dell’Università. Mi parve infatti un brav’uomo, e fui tanto più addolorato vedendolo allontanarsi dalla stanzuccia dell’ammalato con la faccia pensosa, e non trovando che poche parole per rispondere alle mie molte domande. Quando gli dissi che aspettavo Aldo: «Faccia in fretta, faccia in fretta!» mi rispose; poi dopo una pausa soggiunse: «non vedo un pericolo vicino.... si potrebbe dir anzi in tutta regola che c’è da sperare, ma che vuole?... sto con l’esperienza, e dico che questo ammalato non mi piace, e non mi piace!» Così con questa risposta, e si pensi con quale inquietudine, rimasi per più giorni ancora prima che Aldo arrivasse.

Appena seppi che Aldo era poco lontano da Borghignolo, gli andai incontro perchè non giungesse al capezzale di suo padre tutto solo e senza che una parola amica fosse scesa prima nel suo animo vergine ancora alle forti commozioni della vita. Quale traccia non lasciano le prime commozioni del dolore, delle speranze, della gioia! Ma chi ci bada! L’educazione il più delle volte, come l’arte del verniciare, si mostra paga quando vede la superficie lucida e tersa. Povero Aldo! Se in mezzo a tutta la mestizia di questi giorni, non mi sento indosso quella cappa di piombo che da un pezzo mi rende così uggiosa la vita, è forse perchè mi pare di poter fare un po’ di bene a quel povero figliolo.

Ci fu un momento in cui parve che tutti i sintomi del male fossero divenuti meno gravi, e vidi il povero ammalato aprire gli occhi. Giandomenico girò lo sguardo lento, fisso, pieno di stupore, come chi si sveglia dopo un lungo sonno, e non sa rendersi ragione ancora di tutto quello che lo circonda. Mi riconobbe, sorrise, e con la mano cercò nascondere i brandelli e le rappezzature del coltrone che lo copriva. Gli dissi ch’ero venuto a fargli da infermiere, appena avuta notizia che, pigliato da un forte malore per strada, l’avevano portato in quella capanna. Egli mi sorrise di nuovo, con una espressione più serena e piena di riconoscenza. Gli parlai di suo figlio, lo disposi a vederlo; e poco dopo, le sue braccia pallide e scarne stringevano Aldo, il quale, prima di ritrovare alcune di quelle parole di calma e di fiducia che gli avevo suggerite, pianse dirottamente sino a che ebbe lacrime.

Sulla sera, una comitiva mesta e raccolta seguiva lentamente su per il sentiero della collina il curato, che veniva sul suo cavalluccio portando il viatico. Quale stretta non danno al cuore quei rintocchi del campanello, e quella nenia malinconica delle preghiere, quando si ripercotono e si perdono tra il frastuono indifferente delle vie d’una città! Ma quella sera, sotto il bel cielo sereno ove apparivano le prime stelle, tra il silenzio solenne e direi pio della natura, quelle preci, quella mesta comitiva, l’addio stesso alla vita, mi parvero cose meno desolate: l’anima le accoglieva con un fascino indicibile e nuovo. Era il fascino che la chiamava a confondersi tra quei vaghi misteri della natura e a varcare un confine che presente ed ignora.

Per un giorno ancora Giandomenico parlò, strinse la mano ad Aldo, a me, alla Marta, al famiglio. Le sue parole, ora chiare, ora confuse, esprimevano dei pensieri che gli facevano ritorno con una penosa insistenza. I propositi e le preoccupazioni della vita si avvicendavano nelle sue parole ai ricordi e ai consigli di chi sa vicina la morte. Più che dell’avvenire di Aldo, a cui ripetè più volle «tu hai la tua spada e il tuo onore,» era preoccupato dell’avvenire del suo famiglio. «E tu, povero Bortolo, cosa farai?... Cosa sarà di questo pover’uomo?...»

«Oh mio buon padrone!... mio caro signor padrone!... io son vecchio, e presto le terrò dietro» rispondeva Bortolo con la voce strozzata e la faccia piena di lacrime. Ma al cadere di quel giorno, Giandomenico non pronunziò più una parola; i suoi occhi rimasero socchiusi, e le sue braccia distese e rigide sopra il coltrone. Prima dell’alba, alla pallida luce della candela che ardeva presso il capezzale, vidi il volto di Giandomenico farsi bianco ed immobile: era spirato. Aldo svenne nelle mie braccia; il famiglio s’inginocchiò; la Marta aprì la finestra, e accese una candela benedetta.

Quando uscii dalla capanna, conducendo con me Aldo, e con l’animo straziato da quella scena di dolore, il cielo illuminato dai primi raggi del sole era tutto splendido e ridente. Gli uccelletti a stormi ci volavano intorno, empiendo l’aria del loro pigolìo. Le campane d’un paesello vicino sonavano a festa. Alcuni gruppi di contadini e contadine, che si recavano a una sagra, ridendo e canterellando ci passavano innanzi, e senza quasi avvedersi di noi. Così è la vita!

L’affetto per Giandomenico, che era scoppiato improvvisamente in Borghignolo a quella prima notizia che lo diceva ricoverato e morente nella casupola d’una povera donna, crebbe in proporzioni più grandi ancora, quando si sparse la voce della sua morte. Pochi mesi prima, io ero il solo che in Borghignolo avesse il coraggio civile di fargli una visita; il dirne male, l’odiarlo, il perseguitarlo era un dovere, era una prova quasi di patriottismo! Il perchè, chi lo sapeva? Ma si seguiva la corrente. Ora vien levato alle stelle, non si parla che delle sue virtù. Ma qui, per verità, bisogna confessare che questo fenomeno non è solo di Borghignolo. Il più delle volte, per trovare benevolenza e giustizia, bisogna morire. È il guaio di chi aspira a questo trionfo. Trionfo brevissimo per giunta, poichè presto nessuno si ricorda di lui, e l’ingiustizia o la benevolenza vanno in cerca di nuovi odii e di nuovi amori.

Stamane il cadavere di Giandomenico fu portato nella chiesa di Borghignolo, e di là al Camposanto. Nessuno del paese mancò alla mesta cerimonia. Intorno a quel feretro vidi raccolti tutti, e gli amici e i nemici del poveretto; vidi levarsi il cappello quanti gli avevano negato prima il saluto, udii pronunziare parole di rimpianto e di lode da chi aveva detto male di lui. Quante meditazioni, quanti pensieri non si affollavano nella mia mente nel seguire il corteo e nel recinto di quel cimitero!; di qual luce diversa non paiono colorate le cose tutte della vita, quando passano a rassegna dinanzi a chi ha gli occhi fissi sopra una fossa! Con l’anima gonfia di tante cose che sentivo essere vere e sante, levando gli occhi su quella folla che mi stava intorno silenziosa e riverente, mi parve che ogni cuore dovesse battere come il mio,... che ognuno di quelli che vedevo dovesse avere più del solito l’animo buono, la mente elevata. Mi parve che una parola d’affetto, un proposito buono, seminato in quel momento, non sarebbero andati perduti, e avrebbero forse legati strettamente gli animi nostri. Mi parve.... non saprei ridire tutto quello che mi parve in quel momento, ma so che parlai a tutta quella buona gente; che parlai per un pezzo, e che poi mi trovai nelle braccia di molti che piangevano e mi baciavano. So che cento voci mi dissero «lei ci può fare tanto bene! lei può essere la nostra provvidenza!» e che queste parole mi scesero nell’anima ben profondamente e mi scossero tutto, come se fossi giovane ancora, senza disinganni, senza stanchezza.... come se fossi un altro insomma, od almeno quello di una volta.

Io dunque posso ancora fare del bene? Sarà vero?

Addio, mio povero amico! addio, povero Giandomenico! La sera, sul tramonto, quando per l’erta stradetta della collina seguo l’ultimo raggio di sole che monta, monta, e poi m’abbandona, vedrò, alla svolta da cui si presenta il modesto recinto del cimitero, una croce di più protendere lontano la sua ombra verso di me e rammentarmi mestamente un sacro dovere. Ogni buona nuova che avrò di Aldo la verrò a dire all’ombra della tua croce, e le ripeterò che Aldo non è rimasto solo, che Aldo sarà mio figliolo! come lo dissi a te, povero Giandomenico, quando i tuoi occhi cercavano sul mio viso, prima di chiudersi, una nuova speranza, la sola forse che non gli sarebbe fallita.


9 aprile 1866.

Il colpo è fatto: dopo averci tanto pensato e ripensato, senza che il piano mi paresse mai abbastanza maturato, e nessuna occasione abbastanza opportuna, un colpo tirato all’improvviso ha fatto scoprire tutte le mie batterie, ed eccomi ora in campagna rasa. Ritornavo, ieri sera, a casa, dopo aver condotto Aldo a prendere una boccata d’aria ed a svagarsi un poco, povero figliolo! quando eccomi capitare nel salotto, con quell’impeto che la furia dei pensieri le suol communicare alle gambe, la signora Giuseppina, non rossa in faccia, come quando è in furia, ma pallida, tremante, come chi è sopraffatto da improvviso spavento. E il rimescolo l’aveva avuto davvero. Nel ritornarsene un poco prima, non ricordo da dove, sola, per una stradicciola della campagna, così mi disse, era stata seguita per lungo tratto da alcuni, ch’essa non riconobbe perchè, la paura essendo stata maggiore della curiosità, aveva affrettato il passo, senza avere nè il tempo nè il cuore di sbirciare o da da una parte, o dall’altra.

— In questo luogo qui, dopo l’avemmaria della sera — aveva preso a dire uno di essi — calano giù dalla collina le anime dei poveri morti che furono traditi in vita. Fanno un giro, e se incontrano il loro persecutore, gli susurrano una parola misteriosa, la quale non cessa più da quel momento di risonargli, come un’eco che non finisce mai; una parola che fa morire a poco a poco, come un lento veleno.

— Lasciate che imbrunisca ancora di più — seguitava un altro — e il fruscìo della siepe ci direbbe che passa la buon’anima di quel povero galantuomo che abbiamo ieri accompagnato al Camposanto. Noi non lo vedremmo, perchè, grazie a Dio, non gli abbiamo mai fatto nulla di male; ma lo vedrebbe forse qualcuno che so ben io, qualcuno ch’egli cerca, qualcuno che sentirebbe poi rintronarsi quella tal parola....

— Ma questa tale parola — domandava un terzo — non c’è proprio nessuno che l’abbia ridetta mai?

— Mai! a quanto si sa. Mi diceva un vecchio, il quale ne ha veduti morir parecchi di questo male, che la è una parola che attossica il sangue, e che quando viene sulle labbra, vi rimane lì come gelata, e che non può uscire. Non ti ricordi del barbiere? Quanto tempo ci ha messo per andarsene al mondo di là, dopo che ebbe buttata nella miseria e fatta morire allo spedale la cognata? Tre mesi, amico mio. Ma si sa che la cognata gli era venuta incontro, proprio la sera stessa che l’avevano portata al cimitero.

— E sta bene! Così chi fa male, ne gode per poco.

— E così l’andrà a finire anche di quelli che ora godono a tradimento la sostanza del povero conte Giandomenico! Farina del diavolo, che andrà tutta in crusca. Io non vorrei essere nei loro panni.

— Nè avere i loro milioni, quando poi in poco tempo s’ha d’andare a casa del diavolo, o girare il mondo col botteghino al collo.

Botteghino al collo il fondaco di Baldassarre! — esclamava qui interrompendosi la signora Giuseppina, a cui quest’ultima pareva la più grossa.

— Ma ne conterò una bella — continuava poi la signora Giuseppina, riavendosi a poco a poco e ripigliando il dialogo di quegli sconosciuti. — Appena scappato il Buccelli, si scopersero nella sua casa tutte le carte con cui avevano spogliato del fatto suo il conte Giandomenico, e che erano documenti tutti falsi.

— Tutti falsi?

— Sicuro! e fu veduto una sera il giudice uscire dalla casa del Buccelli, con un fascio di carte sotto il braccio che poteva pesare un due o tre libbre.

— Tre libbre di carte false!

— Sicuro!

— Ci eravamo cascati tutti, proprio da bestie, nelle mani di quel Buccelli. Già io l’ho sempre detto, con questi mezzi avvocati bisogna giocare alla larga.

— Ma ce n’è un’altra! Don Michele si è condotto in casa il figliolo, e si dice che impianti a quei signori una causa, ma una di quelle cause che la simile non si è veduta mai! perchè lascino lì tutta la roba presa, e facciano fagotto per dove sono venuti.

— Oh così sì!

— E se don Michele ci si mette....

— Bravo don Michele! Benissimo! e crepino.... —

Qui la signora Giuseppina si fermava, aggiungendo solo che, arrivata alle prime case del paese, aveva presa la prima cantonata, e quei tali che la seguivano, tirando diritto, le avevano lanciate alcune ingiurie, che non erano giunte tutte sino al suo orecchio.

La signora Giuseppina, che aveva ripreso un poco di fiato nel discorrere, mi fissò per un pezzo con tanto d’occhi, come ebbe finito, aspettando che la rassicurassi del tutto e le promettessi il mio intervento. Ma non ne ero in vena in quel momento, e non risposi parola.

«E se mandassi Garofani dal prefetto» saltò su a un tratto lei, dopo un lungo silenzio «pregandolo di far venire in Borghignolo una dozzina di carabinieri?»

«Coi carabinieri, a questo mondo, si fa molto, quando si ha ragione» risposi secco secco; «ma non si fa nulla, quando si ha torto!»

«Dunque avevano ragione quei tali? quei tali della strada? Dunque lei ci vuole promovere una lite.... dunque....» cominciò a gridare, ma si fermò subito. La mia faccia che doveva essere molto seria in quel momento, il pensiero di quanto le era intervenuto poco prima, e fors’anche il sospetto di quello spettro che le si poteva presentare da un minuto all’altro, le fecero a un tratto raccoglier le vele, e, lasciatasi cadere sul divano, cominciò a singhiozzare alla dirotta.

«Si calmi, signora Giuseppina» presi io allora a dirle. «Io non so di che lite intenda parlare, non ho a far nulla con quegli sconosciuti che l’hanno seguita per via, e so che i poveri morti riposano in Dio, e pur troppo! non compaiono più. So però, signora, che in tutte queste faccende c’è qualcosa di molto serio! Non so se qui ci sia un debito d’onore, ma so che c’è una buona azione da fare! Lei ha avuta una ben felice ispirazione nel venire da me, e ne la ringrazio. Il figlio del povero Giandomenico, che lei non conosce che per le informazioni di un falsario che aveva interesse d’ingannarla, partirà tra pochi giorni, e lei non ha nulla a temere dalla nobiltà del suo carattere. Le citatorie di Aldo non verranno a turbarle i sonni, signora Giuseppina...; ma piuttosto potranno renderli inquieti queste voci di compassione, che si levano da ogni parte, per un povero vecchio cacciato un giorno senza misericordia di casa, e che sarebbe morto sulla strada se una buona donna non lo avesse raccolto nel suo tugurio. Non le lascerà l’animo tranquillo il dubbio d’essere stati, lei e suo marito, complici, senza forse saperlo, di un tristo, che in loro nome ha fatte tante cose ingiuste, forse inoneste, e certo inutilmente spietate. Capisco che un dubbio tale deve essere un gran cruccio, sino a che non venga la riparazione! Il far versare delle lacrime può essere una trista e passeggera soddisfazione della vendetta, ma è cosa che inaridisce tutto intorno a noi, e ci prepara la solitudine e l’abbandono. Il far del bene costa così poco, ed è cosa così serena e feconda!...»

Io continuavo su questo tono, e la signora Giuseppina, tra confusa e contrita, mostrandosi mezzo vinta, di tanto in tanto cercava articolare qualche parola per difendersi e giustificarsi. A un certo punto, radunando tutte le sue forze per ottenere una capitolazione a migliori patti, ripescò nella memoria quel gran sospetto della macchinazione di Aldo per rapire Adelina, e saltò su a ricordarmelo, levandosi in piedi. Il colpo era partito. I miei piani non erano maturi, non tutte le fila erano ancora in mano mia, come dissi, ma in quel momento non mi potei trattenere, e giocai la mia ultima carta. Levai dallo scrittoio un plico, che alcuni giorni innanzi m’era stato consegnato dal delegato di questura, che l’aveva trovato tra le carte del Buccelli. In quel plico c’erano varie lettere che Aldo aveva scritte a me, quando era partito in traccia di suo padre. Erano quelle lettere che avevo aspettate così ansiosamente invano. Il Buccelli le aveva trattenute, le aveva lette, e su quelle aveva architettato il romanzo del rapimento. Diedi le lettere alla signora Giuseppina, e la pregai di leggerle tutte attentamente. In quelle lettere Aldo mi raccontava con dolore le indagini che faceva via via per rintracciare qualcuno di quei suoi parenti, e che tutte riuscivano inutili; alle sue sincere lacrime dell’amore filiale erano spesso mescolate, senza ch’egli se ne avvedesse, le lacrime di un altro amore. In alcune lettere poi mi parlava apertamente del suo amore per Adelina; me ne parlava con tutto l’ardore de’ suoi anni, ma con quella sincera disposizione al sacrificio che ha pure tanta parte nei sentimenti de’ giovani, che abbiano l’animo nobile e gentile. Mi diceva che sul volto di Adelina egli vedeva il paradiso; ma che avrebbe avuta la forza di fuggirla per sempre, di chiudere questo mistero nel proprio cuore, solo per sè, in modo che Adelina stessa non ne avrebbe mai saputo nulla. Aldo non sa ancora il proverbio, che amore e tosse non si nascondono.

Dove poi non parlava di Adelina, parlava dei genitori di lei: era però sempre il cuore che dettava; e il signor Garofani e la signora Giuseppina, avvolti in un profumo di poesia che copriva quello del fondaco, parevano in quelle lettere due personaggi dell’età dell’oro. Questi punti devono aver toccato non poco il cuore alla signora Giuseppina.

La signora Giuseppina da quella lettura rimase scossa, confusa, ora esaltata, ora agitata. Ora diceva cento cose in una volta, ora non sapeva più trovare una parola. E alla fine saltò su a dirmi: «Ebbene, cosa ne dice lei?»

«Io le dico» risposi con calma e con serietà «che lei non vedrà più il color delle rose sul volto della sua Adelina, non ritroverà più la schietta allegria della famiglia, nè la tranquillità dell’anima, nè la pace e la benevolenza intorno a lei, sino a che non vedrà Aldo e l’Adelina riuniti sotto il medesimo tetto nel castello di Borghignolo!»

Bisogna dire che questa conclusione, che ognuno si sarebbe aspettata da un pezzo, la signora Giuseppina non se l’aspettasse punto, perchè la sua esclamazione superò tutte le esclamazioni che si sarebbero potute fare in proposito.

«Prima di scendere fino a un conte spiantato, non ho poi perduta ancora la speranza di trovarne uno che abbia del ben di Dio!» disse nel primo impeto. Poi capì anch’essa che quella stonatura doveva parermi un po’ forte; e cercando di balbettare dei se e dei ma, si rifugiò dietro le spalle del marito, e cercò di mitigare, come poteva, quella prima esclamazione.

«Oh! si capisce che il figliolo non è cattivo; in quelle lettere ci sono dei sentimenti che ho sempre avuti anch’io, tali e quali. Io non son quella di certo che saprebbe dire di no per un pezzo; sono di buona pasta, e mi lascio cucinar come vogliono. Ma il mio Garofani! Garofani è tremendo! Quando ha fisso il chiodo, non c’è barba d’uomo che lo possa smovere. Io, per me, non avrei tanta faccia di fargli una proposizione simile. Tanto più.... ah sicuro! lei non lo sa! non gliel’ho ancor detto! ma già a lei non posso tacer nulla: le farò dunque una confidenza.»

Qui mi narrò alla distesa, come suo marito avesse messi gli occhi sul figlio d’un suo amico, un negoziante, non mi rammento se di droghe o di chiodi, ricchissimo, a quanto diceva lei, per farne uno sposo di sua figlia. Io lasciai dire, e quando alla fine mi parve che si aspettasse una risposta, con la serietà e con la calma di prima le dissi:

«Lei avrà tutte le ragioni; dunque non se ne parli più.»

Non c’è nulla di meglio che il dar ragione a certuni, in certe circostanze, per farli mutar subito di parere. La circostanza della paura indiavolata, che aveva la signora Giuseppina, le avrebbe voluto bensì far trovare un’uscita tale che io poi diventassi la sua guida e il suo protettore naturale; ma, per non darsi torto sul passato, essa avrebbe voluto esserci come costretta. Così tra me e lei cominciò qui una specie di lotta; lei voleva venire del mio parere, ed io avevo quasi l’aria di accomodarmi al suo. Infine essa conchiuse che bisognava convertire il signor Mosè, il quale aveva incominciato a metter le fila per il figliolo del negoziante, e che, senza il signor Mosè, non se ne sarebbe fatto nulla.

Io non le risposi altro che pregandola a riflettere seriamente per qualche giorno a quanto le avevo detto, senza parlarne, s’intende, con alcuno. Intanto s’era fatto tardi. Per dare una prima e tacita prova della mia protezione futura alla signora Giuseppina, l’accompagnai, dandole il braccio, a casa; feci con lei e suo marito qualche partita a tarocchi, lasciando loro anche un po’ dei miei quattrini. La signora Giuseppina poi, con una smorfia ad ogni minuto, continuò tutta la sera a farmi capire di riposare tranquillo sulla sua secretezza.


15 aprile 1866.

Per quella prima notte, dopo aver aperto l’animo mio alla signora Giuseppina, non potei chiuder occhio sotto l’incubo di mille progetti che la fantasia andava mulinando nello scopo santissimo di poter riuscire io, in tutta questa faccenda, il più furbo di tutti. Ma non c’era modo. A riuscir furbi davvero, è una cosa difficilissima. Infine, quando vidi il primo chiarore dell’alba, raccapezzando tutto il mio lavoro notturno, non trovai da potere stringere che una sola idea; e questa era che ci voleva il signor Borsa per conquistare il signor Mosè. Mi parve buona, e feci finalmente un sonnellino.

Mi alzai dunque col progetto di scrivere una lettera al Borsa, che non è ancora rientrato in paese, per indurlo a venire subito, trattandosi di rendermi un grosso servizio. Prendo la penna, e in quella eccomi il fattore con una lettera.... di chi? appunto del Borsa! che è questa:


«Pregiat. signor don Michele,

»Non vedendomi ancora di ritorno, lei avrà forse già a quest’ora arguito che io perduro nella mia assenza. Pur troppo è così! All’erta, don Michele! Ci sono cose che per la loro speciale natura, quando le vedo continuare, mi convinco che non sono finite! Non so se mi spiego! Con lei però non mi occorre forse aggiungere altro.

»Nuove disgrazie sovrastano a Borghignolo! Non si perda d’animo, don Michele. La patria spera molto in lei; quella patria, per così dire, che in questi giorni ha letto con orgoglio il suo nome tra quelli degli eletti di cui si compone il nuovo Consiglio comunale. Ma siccome potrebbe venire un giorno in cui tutti gli argini fossero spezzati, ed occorressero, per esprimermi in metafora, nuove forze, in quel giorno, don Michele, calcoli sopra di me. L’orizzonte della Posta non è così sereno come pare. Quando in alto c’è il contrasto dei venti, in basso c’è la procella. La giustizia, parlando in confidenza, è diventata una vana parola! Quell’uomo, che ho giurato di non nominare mai più, il Buccelli, sta per diventare nuovamente il tiranno di Borghignolo!...

»Mi comandi in quel che posso; non più per lettera, s’intende, ma col mezzo di persona fidata.

»Non solo per me, ma per tutti, la Posta sarà ancora, tra pochi giorni, un disinganno di più nella vita.

»Suo devot. Borsa.»


Credetti sulle prime che questa lettera fosse una della solite ubbie del Borsa, ma in quel giorno stesso ho dovuto accorgermi, alle voci che correvano in paese, che ci doveva essere qualcosa di vero. Il giorno dopo, quelle voci andavan crescendo, e l’allarme era grande. Lettere e persone capitate in paese avevano portata la nuova del ritorno del Buccelli; in caffè gli avventori c’erano tutti, e in piazza si vedeva la gente in crocchi. Si diceva che il Buccelli era andato diritto dal deputato, il quale l’aveva condotto a far colazione dal ministro, e che lì, tra un boccone e l’altro, si era aggiustato ogni cosa. Si diceva che il Buccelli era in viaggio con in tasca un decreto del ministro, che lo rinominava commesso della posta e priore perpetuo della confraternita, in barba de’ confratelli. Chi diceva che il Buccelli era già arrivato; chi pretendeva che fosse stato veduto a suggellare i plichi nell’ufficio; chi parlava delle somme che s’erano spese dal deputato e dal Buccelli; chi faceva i pronostici di quello che avrebbe potuto accadere. Qualcuno si pentiva già di avergli volte le spalle così presto; qualche altro incominciava a dire che il Buccelli, in fin de’ conti, a saperlo pigliare, non era un cattivo uomo. I più onesti si preparavano a rinchiudersi in casa; i birbaccioni, dopo averne detto cose di fuoco, pensavano già ad accomodarsi con lui. A far qualcosa di bene, ad impedire del male, se davvero ce ne fosse la minaccia, non c’era nessuno che ci pensasse.

Tra quelli che avevano fatto i bauli c’erano il signor Garofani e sua moglie, che tutti sgomenti erano venuti a raccomandarmi le cose loro in extremis, e ad invocare la mia protezione. L’accordai subito, rallegrandomi moltissimo nel vedermi, in casa Garofani, vicino a diventare un secondo signor Mosè.

Due mesi fa, ridendo di questa nuova burrasca che si annunzia nel bicchier d’acqua, l’avrei aspettata tranquillamente, senza pigliarmi verun incomodo. Ma oggi, con la mia idea fissa in capo, e fors’anche riflettendo che di simili bicchieri d’acqua è composto il pelago in cui navighiamo, volli provarmi a fare il faccendone e a spuntarne una anch’io. Mi feci vedere per le vie di Borghignolo col piglio risoluto e battagliero. Sfidai pubblicamente tutti i Buccelli dell’universo; dissi anch’io cose da chiodi, e fui largo di protezione a chi ne chiedeva e a chi non ne chiedeva. Non mi sono mai divertito tanto; ma al tempo stesso imparai che anche per fare il bene, la via nella quale si è più facilmente seguìti dalla folla, è quella stessa dell’audacia, di cui si servono i tristi per fare il male.

Nelle ciarle di Borghignolo ci doveva pur essere qualche briciolo di vero. Pensai questa volta di non perder tempo, e, senza badare alla noia, andai diviato dal prefetto, succhiandomi non poche ore di biroccio e di diligenza.

«Il signor prefetto è partito per Firenze l’altroieri e non sarà di ritorno che in fine della settimana.» Tale fu la risposta che m’ebbi appena arrivato. Benissimo! dissi tra me: il mio destino è proprio quello di arrivare sempre il giorno dopo. Rimasi per qualche momento senza dire una parola, ed aspettando sui due piedi non so cosa, quando quel brav’uomo a cui m’ero rivolto, e che doveva essere un impiegato, credette bene, prima di congedarmi, di aggiungere alla notizia che mi aveva dato qualche osservazione di suo.

«Lei dunque non se l’era immaginato che il signor prefetto potesse essere partito?»

«No, davvero!»

«Ebbene, io l’avevo prevista questa partenza due giorni innanzi che ce ne venisse a un tratto la notizia. Si parla di cose grosse. Si dice che possano essere chiamati i contingenti.... si parla di guerra.... si parla d’una alleanza colla Prussia. Ci crede lei?... Se qualcuno gliene domanda, dica pure a nome d’un Tizio, il quale se ne intende, che son chiacchiere! E questo Tizio sa lei chi è?... Sono io!»

Nello scendere le scale della prefettura e nel rifare la strada di Borghignolo, non m’ebbi più altro dinanzi che quella parola chiamata dei contingenti, come se quel buon uomo me l’avesse inchiodata in mezzo alla testa. La qual testa, non essendo a partito da parecchi giorni, non aveva avuto il tempo di pensare a’ giornali, o a qualche vecchio amico, di quelli rimasti nella politica, per informarsi degli avvenimenti pubblici. Quella parola, entratami negli orecchi di punto in bianco, andò diritta nel fondo dell’anima a ripescarvi quel mio antico entusiasmo, a cui credevo di aver fatto da un pezzo le esequie, e che ritrovai ancora florido e pieno di vita come era a’ miei vent’anni. Poi il pensiero corse subito ad Aldo a cui ho preso a voler bene come se fosse un mio figliolo; e allora per la prima volta capii che grande e santa cosa sia l’amore di patria nei padri e nelle madri che hanno i figli sui campi di battaglia! Giunto a casa, strinsi Aldo nelle mie braccia con un affetto che mi pareva ancora più prezioso, perchè incominciava a costarmi una trepidazione che sino allora non avevo conosciuta.

Però nè ad Aldo, nè ad altri, non feci molto di quella grave parola presa a frullo tra le ciarle dell’impiegato, e penso di continuare diritto per la strada incominciata. Ritornerò dal prefetto, e non lascerò mancare il fuoco alla pentola, entro cui ho messo a bollire tante cose.

Al Borsa, a cui voglio parlare a ogni costo, ho scritto stamani nel suo stile, dicendogli «che prima di ritornare in Borghignolo, il nuovo Faraone avrebbe trovato un mar Rosso dove meno se lo pensava; che presto si sarebbe veduto svanire quella nube che pareva volesse offuscare di nuovo il sole della posta; che avevo molti progetti e molti secreti da comunicargli; che confidavo nella sua prudenza....» Poi gli ho dato appuntamento presso un cascinale, fuori di Borghignolo, e fuori di mano, in un luogo che sente un po’ del misterioso, e che per ciò deve essere di tutto suo gusto.


20 aprile 1866.

L’aver fatte io, in questi ultimi pochi giorni, tante strade, l’essere andato due volte al capoluogo della provincia, e l’essere da mattina a sera col cappello in testa e per le strade del paese senza essermi buscato nessun malanno, neanche un raffreddore, è una novità, un mistero, un problema, che manderò scritto al mio dottore per la posta, perchè ne cavi fuori lui qualcosa, se è capace. Egli mi risponderà, come già fece un’altra volta, raccontandomi la vecchia storia di quel signore che avendo la gotta, e domandando al suo medico cosa dovesse fare per guarirne, il medico gli disse: «spendete per mangiare venti soldi al giorno, e guadagnateveli!» Ma anche questa volta io gli potrei replicare che al suo ragionamento manca la base, perchè io non ho la gotta.

Però, se ciò fosse, i venti soldi questa volta sarebbero stati il Borsa, il Buccelli, il deputato e il prefetto della provincia. Sono stati questi quattro signori che mi hanno fatto galoppare e sudare tutta la settimana, ed è a loro che dovrò i miei ringraziamenti, se ci lascerò la pelle; perchè ci sono certi malanni traditori, che saltano fuori un pezzo dopo, e quando meno ci si pensa.

Il Borsa venne al ritrovo. Lo tranquillizzai alla meglio tanto sul Buccelli, che sulle intenzioni della Russia nel caso di una guerra. Rasserenatosi su questi due punti, accolse con entusiasmo i miei progetti, ed accettò la missione presso il signor Mosè. Disse però di non volere ancora che si parlasse ufficialmente del suo ritorno in Borghignolo; che in casa Garofani, per discorrere col signor Mosè, egli non si sarebbe lasciato vedere che la sera; che avrebbe sempre avuto un paio di pistole in tasca per mettere a partito qualsiasi bell’umore; e che se mi capitasse di parlare di lui con qualcuno, dovessi sempre dire: «quel Borsa che si ostina a non voler metter piede in Borghignolo.»

Eppure io ho una gran fede nei ragionamenti che farà il Borsa, molto più che ne’ miei, per quanto mi possano parere belli e buoni. Credo che molte volte l’arte del pigliare il mondo la ci paia cosa più difficile di quello che non sia, perchè ci ostiniamo a lavorare con le pinzette, anche quando bastano ed anzi valgon meglio le dita.

Il prefetto, con cento belle maniere e con un mare di parole bellissime, mi trattenne a lungo, e mi disse tante cose, che non sono ancora riuscito a raccapezzarle tutte. Egli impiegò non meno di due ore per riuscire a provare, certamente contro ogni sua intenzione, che egli ha una gran paura di tre cose: del deputato, del giornale Il Vero italiano, e delle proprie opinioni. Procurai ben io di fargli capire di tanto in tanto, ch’io non sono un malcontento di professione, che io non cerco impieghi, e che col governo nazionale e colla libertà sono un uomo dell’ordine. Ma chi sa mai! Un briciolo di opposizione anche in un prefetto può far bene, e ad ogni modo non fa male. Lasciandomi poi travedere un certo malcontento, quantunque egli sia l’uomo più contento di questo mondo, il prefetto mi voleva far nascere la persuasione che dei concetti superlativi egli ne avrebbe a bizzeffe, ma che non se ne poteva veder niente perchè il ministro gli impediva di sciogliere il sacco. Quanto al Buccelli, io dovevo capire facilmente, diceva il prefetto, che questione difficilissima fosse questa per lui. Perocchè non trattavasi solamente delle truffe e delle altre cose di questo genere, che riguardavano il lato secondario della questione, ma di quel tanto di politica che c’era immischiato, e che faceva per l’appunto diventar grossa e seria la faccenda. «Questo Buccelli» continuava il prefetto «professa delle opinioni politiche che, pei tempi, sono forse un poco premature; volgarmente passa per nemico del Governo. Il Governo dunque, per un alto sentimento di imparzialità, gli deve la sua maggior protezione. Egli è onorato dall’amicizia d’uno degli egregi deputati della nostra provincia. Pare che l’onorevole deputato abbia richiamata la vigile attenzione del ministro sopra i fatti di Borghignolo, sottoponendogli l’oculato sospetto che i suoi avversarii politici abbiano calunniato il Buccelli, per allontanare dal paese un suo fautore ed amico. Se ne commosse il ministro, com’era naturale; furono fatte indagini minutissime, scrupolosissime, e si spera di poter dare al deputato delle assicurazioni che lo possano tranquillare sul rispetto alla libera manifestazione del pensiero; rispetto a cui non cessò mai d’essere informata la popolazione di Borghignolo.»

A parlare pressappoco così, il prefetto ci pigliava tanto gusto, evidentemente, che a non lasciarlo dire per un pezzo, sarebbe stata una vera crudeltà. Quando venne alla fine la mia volta di parlare, io gli spiattellai alla libera una filza di verità grosse e crude, senza smussarne gli angoli e senza la menoma diplomazia, tanto sul conto del Buccelli, quanto di tutte le altre faccenduole del paese. Di tanto in tanto il prefetto mi interrompeva con quel sorriso che ammette e non ammette, e con qualche bella frase rotonda che aveva tutte le virgole a posto. Io ripigliavo con le mie ragioni alla buona, cosa che mi conciliava non poco il mio interlocutore e me lo rendeva pieno di benevolenza nell’ascoltarmi, perchè intanto egli pensava quanto dovesse spiccare ai miei occhi tutta la sua superiorità di parlatore diplomatico e d’uomo di governo.

Capii frattanto, che a tutta questa politica del prefetto aveva già messo fine il procuratore regio, il quale gli aveva tolto ogni scrupolo ed ogni motivo d’affaccendarsi, dichiarandogli netto che l’affare del Buccelli era affar suo, affare cioè di processo, di tribunale e di prigione. Rimaneva però la questione del commesso postale in Borghignolo, e qui ritornava in scena la politica. Al qual proposito, essendo io uscito a dire innocentemente che avrei avuto l’uomo da proporre, l’uomo che sarebbe stato la perla dei commessi, il prefetto, col suo star sempre in agguato, vide passare il merlo, e tirò la rete. «La si accerti» disse interrompendomi «che in così delicate questioni il potere esecutivo, innanzi di compire un atto, cerca le soluzioni più felici del grande problema che il pubblico funzionario sia a un tempo, quel medesimo che meglio risponda alle supreme necessità dell’amministrazione ed alle maggiori aspirazioni della pubblica opinione. Il sindaco, noti bene! oh! il sindaco, nella sua duplice qualità di eletto dal suffragio e dal Governo, magistrato in sè perfettissimo, ha una grande autorità sull’animo mio, quando sono chiamato a consiglio dal Governo in quelle non facili questioni. Quanto al commesso postale di Borghignolo, lei mi accorderà, nella sua cortesia, ch’io mantenga qualche riserbo tuttora; ma.... ma in somma, in via non ufficiale, ma ufficiosa, le posso dire che io non manderò al governo nessun mio avviso in proposito, senza avere prima discorso col sindaco di Borghignolo.»

Queste ultime parole le disse con un fare distratto e come se avesse dimenticato in quel momento che a Borghignolo, in fatto di sindaco c’era sede vacante. Poi passò d’un colpo alle novità della giornata, e mi confidò, con la solita diplomazia, la quarta parte delle cose che corrono sulle bocche di tutti. Nel dirmi che il paese poteva essere chiamato alle armi e che forse si giocava tra poco l’ultima partita, capì che sul vecchio violino fesso e scheggiato c’era ancora una corda sonora, e che egli ci aveva proprio messo il dito. Allora prese l’archetto, e glielo strisciò sopra senza misericordia. Quando gli parve che fossi a tiro, aprì un cassetto, levò una bella carta lucida piegata a rotolo, legata con un bel nastro di seta, e me la porse con un certo sorriso tra l’amabile e l’interrogativo, dal quale capii subito che non si trattava d’un regalo. Per quell’istinto naturale che ci fa tante volte presentire i pericoli, al comparire di quella carta feci fare un passo indietro alla sedia su cui ero seduto, ma ci sarebbe voluto altro. Il prefetto aveva già ripreso il suo discorso, e la carta fatale era nelle mie mani. Quando sciolsi il bel nastro e lessi la mia sentenza, il prefetto mi aveva già provato che, se durante una guerra, che poteva farsi europea, io non ero sindaco in Borghignolo, egli non mi poteva più garantire niente dei destini d’Italia. Dopo ciò, senza aspettare una mia risposta, volle subito sapere il nome del mio candidato per la posta; si sbottonò un po’ meglio a proposito del Buccelli; mi fece mille promesse, e mi assicurò che da mattina a sera non avrebbe pensato ad altro che alle cose che gli avevo dette io. Poi ci lasciammo come due amici sviscerati.... ma intanto quella carta m’è rimasta in mano. La fu un po’ la storia dei pifferi di montagna.

Ritornato in paese, scrissi due righe al Borsa. Gli dissi che avevo parlato a lungo col primo funzionario della provincia; che quel tale, ch’egli aveva giurato di non più nominare, non sarebbe più visto in Borghignolo nè da noi nè dai nostri figli; che l’orizzonte della Posta si rischiarava; che per il momento si voleva che fossi io il sindaco del paese, e che aspettavo tutto da lui per il noto affare.

Dodici ore dopo, cioè fin da questa mattina per tempo, non si discorre d’altro in paese che della mia nomina. Si dice che io sono più forte del Buccelli e della gazzetta Il Vero Italiano. Ho già ricevute molte visite, e mi accorgo che incomincio anch’io a parlare come il prefetto. Il signor Mosè, che ha un gran rispetto per le autorità costituite, è venuto anch’egli a farmi i suoi omaggi e ad annunziarmi una visita del signor Garofani e di sua moglie. Il signor Mosè aveva un paio di guanti bianchi a maglia e uno spillone di diamanti allo sparo della camicia.


25 aprile 1866.

Quale non fu, ier l’altro, la mia maraviglia nel sentirmi dire dal fattore, il quale ha sempre le primizie di tutte le novità, che la figlia del signor Garofani si maritava, e che era sposa a un conte. Gli dissi ch’era matto, e mi sono anche un poco inquietato. Ma il buon uomo mi rispose di averlo inteso da una donna che porta le ova alla signora Giuseppina, alla qual donna lo aveva per l’appunto confidato la signora Giuseppina in persona. Ma chi è questo conte? Nè il fattore, nè la donna delle ova non lo sapevano; siccome però ne andava già intorno la voce nel paese, così il fattore mi garantiva che per il giorno dopo mi avrebbe saputo dire proprio com’erano andate le cose. Io ero lì lì per andare diviato dalla signora Giuseppina, quand’eccomi un messo con una lettera. Era il Borsa che per rendermi conto della sua missione, mi voleva in tutta fretta fuori del paese; egli mi sarebbe venuto incontro per una certa stradicciola, lungo la quale non era facile imbattersi in alcuno, perchè in quelle ore, diceva, non c’era un fil d’ombra. Presi il cappello e l’ombrello, e mi avviai incontro al Borsa.

Il Borsa aveva in questi pochi giorni parlato a lungo e a più riprese col signor Mosè. Come due emigranti d’uno stesso paese, che per caso s’incontrano in mezzo a gente nuova e lontana, ben presto essi avevano stretta la più cordiale amicizia; i loro animi si erano versati l’uno nell’altro; s’erano capiti a vicenda, ed era nata tra loro una sincera e reciproca ammirazione. Il Borsa mi trattenne per quasi due ore, dopo che l’ebbi tirato all’ombra, sui discorsi fatti col signor Mosè, sulle prime avvisaglie, sulla propria finezza nel trattare le cose delicate, e sulla grandezza d’animo del suo nuovo amico. Il Borsa ne aveva dette delle belle. Confesso che io non sarei arrivato a pensarne tante, e che, se le avessi pensate, mi sarebbero parse le peggiori di questo mondo. Quanto è difficile il trovare gli uomini che sieno al giusto livello delle cose!

Il Borsa aveva fatto pernio dei suoi ragionamenti col signor Mosè, l’illustre casato di Aldo e il suo titolo di conte. Gli aveva dimostrato all’evidenza tutto il lustro e tutti i vantaggi che questo titolo avrebbe recato alla sposa, ai signori Garofani, e agli amici di casa. Gli aveva narrato che nella famiglia d’Aldo osservavasi da dugent’anni che ad ogni terza generazione nasceva un vescovo; e siccome nelle ultime due generazioni questo caso non s’era verificato, così era evidente che ai nuovi sposi era serbato l’onore di continuare un tanto lustro della famiglia. Per questo fatto, e per tanti altri di simil genere che il ricordare sarebbe un po’ lungo, dal matrimonio d’Adelina con Aldo doveva venire di riverbero un grande splendore; e che in conseguenza si sarebbe veduta presto qualche insegna di ordine cavalleresco sul petto del signor Garofani, e fors’anche di taluno di quelli che fanno con lui ogni sera la partita a tarocchi.

Poi, da una tanta beatitudine, il Borsa era disceso bruscamente, all’ipotesi contraria che in buona fede gli faceva dirizzare i capelli in testa. Se per avventura, un giorno, Aldo o qualcuno per lui avesse levato il velo che copriva le nefandità del Buccelli, sarebbe nato un cataclisma, dopo il quale si sarebbero veduti i Garofani in fondo a un abisso. Toccata la corda del Buccelli, il Borsa non l’avrà lasciata così subito, e scommetterei che col signor Mosè, in questo argomento, sarà stato di gran lunga più espansivo che non sia di solito con me. Anche sul mio conto deve averne dette non poche. A ogni tratto, nella narrazione, saltava fuori il mio nome, seguito subito da una reticenza. Tra gli articoli di fede del Borsa c’è anche quello ch’io sia un uomo che sa tutto e che può tutto. Egli deplora grandemente che io lasci inerte la mia onnipotenza, ma credo che verrà la volta nella quale mi scoterò e che farò movere il mondo a mio modo. Egli dunque avrà cercato di far passare questa credenza nel suo nuovo amico, il quale non è terreno ingrato per queste cose.

Il signor Mosè rimase colpito dalla grandiosità dei pensieri e delle combinazioni del Borsa, a quanto me ne disse questi, che non voleva render monca la storia per ubbidire troppo alla modestia. Non volendo parere da meno, il signor Mosè gli aveva confidato in ricambio l’affare del matrimonio d’Adelina col figlio d’un mercante, che era una combinazione profonda anch’essa e tutta sua. Però, in considerazione dei nuovi casi avvenuti, egli non esitava di associarsi alle viste del Borsa, e si faceva garante di guidare la barca in porto felicemente: ma bisognava lasciarlo solo al timone, perchè, diceva «le cose grandi non si menano a fine da tutti.»

Bisogna però dire che le vie del signor Mosè non conducessero in paesi molto reconditi e lontani, se ventiquattr’ore dopo ci si era imbattuta anche la donna delle ova. Egli infatti cominciò col pigliare subito la signora Giuseppina, perchè, come si sa, la moglie è il ponte che conduce nella cittadella delle risoluzioni d’un marito. La signora Giuseppina in cinque minuti disse di no, disse di sì, e pigliò tanto fuoco, che ora non sa star più nella pelle. Ma siccome ha giurato di non dir niente sinchè durano i lavori di approccio intorno a suo marito, intrapresi con calma e ponderazione dal signor Mosè, così è tutta accesa in faccia, non può star seduta due minuti, va e viene di qua e di là, e tiene chiusa la bocca per timore che le sfugga il secreto. Ma quelle mezze confidenze, che vanno già in giro per il paese, le deve aver fatte tutte lei a furia di tacere. Siccome poi «quando si promette un silenzio proprio assoluto» diceva lei «non si può parlare che con una sola persona» così, dopo essermi stata un poco intorno come la farfalla al lume, la signora Giuseppina aveva finito anche questa volta per scegliermi a confidente delle sue gioie e dei suoi nuovi progetti. Essa dunque capitò da me per poterla discorrere con comodo, col cuore in mano, e lontana dagli occhi dei seccatori, come chiamava in quel momento gli amici di casa.

Questo mio pensiero d’un matrimonio tra Aldo e Adelina era stato, diceva la signora Giuseppina, «l’ispirazione d’un Dio.» Le pareva impossibile che una simile idea non fosse venuta a lei: «però, soggiungeva, c’era mancato poco.» Ora poi lei vedeva tali combinazioni nell’avvenire, che sfidava chi si sia a vederne altrettante; e infilava il discorso su questo tèma con una serie di variazioni sulle corde più acute del suo entusiasmo, eseguite con la celerità di un maestro concertista. Per un po’ le tenni dietro; ma mi passò dinanzi, tutto a un tratto, un nuvolone che venne a gettare molta ombra sul mio orizzonte, e a farmi cambiare strada, per modo che la voce della signora Giuseppina presto non mi giunse che come la voce confusa d’una persona che parla da lontano. Alla fine venne a richiamarmi una fermata improvvisa, seguìta da un cambiamento di tono. La signora Giuseppina, accorgendosi forse che m’ero fatto serio, s’era messa sul serio anche lei, e aveva cominciato a dire che non c’è rosa senza spine, come diceva Baldassarre, suo primo marito, uomo di gran peso; e che le spine, ossia i pensieri e le difficoltà, sarebbero questa volta toccate tutte a lei.

«Non parliamo di tutto il resto» continuava essa «parliamo solo della biancheria!... Il pensare a tutta la biancheria che ci vorrà per una contessa, crede lei che la sia cosa da niente?... che ci sia da canzonare?... Nel castello, lei lo sa, adesso ci ballano i topi, e a rifare una casa, sia detto tra noi, così spiantata, ce ne vorrà, denari a parte, dei pensieri e dei fastidi! E poi, e poi, me la vedo, avrò due case sulle spalle. So che cosa sono queste contessine!... Anche mia figlia la dovrò chiamare la signora contessina smorfiosa!» Con quale compiacenza l’avrebbe chiamata così, non lo diceva, ma si capiva da un risolino che spuntava anticipatamente.

«Intanto» riprese la signora Giuseppina dopo una pausa «bisognerà che pensi a preparare Adelina, perchè una novità di questa fatta, lei mi capisce, sentita così su due piedi....»

«Mi scusi» saltai su allora io con vivacità «lei non ne dirà nulla ad Adelina per il momento. Qui la mi deve permettere che comandi ancor io per un poco, e questa sarà l’ultima volta!»

«Oh, lasci fare, so ben io come le si prendono queste cose! Ci vuole tutta la delicatezza... oh diavolo! non ho preso marito due volte per niente!»

«Sta bene, ma il momento di parlarne con Adelina non è ancor giunto. Abbia pazienza, lo dirò io....»

«Ma se, tornata a casa, io trovassi per esempio il signor Mosè, il quale mi dicesse che mio marito ha dato il consenso. Ma!... allora io corro da Adelina....»

«Ah, è così che lei dà le nuove a poco a poco?»

La signora Giuseppina cercò di ripigliarsi alla meglio, ma intanto io continuai e col tono più serio del solito le feci promettere di non far parola di nulla ad Adelina senza ch’io lo sapessi. Come l’ebbe promesso, e come si accorse che per il momento non poteva scovare di più, se ne andò, ma con la faccia un po’ lunga e con l’aria d’essere poco persuasa.

Rimasto solo, quella nube che poco prima era venuta a offuscare il mio bell’orizzonte ritornò. Mi lasciai cadere sulla mia poltrona, e chiusi gli occhi. Mi pareva allora di veder giungere un messo con una lettera che chiamava Aldo al battaglione:... poi da lontano, tra un nuvolìo di polvere, vedevo correre, dove era più fitta la battaglia, le artiglierie, i battaglioni, Aldo....

Saltai in piedi, presi il cappello, ed uscii a respirare la brezza della collina, perchè in quel momento m’erano venuti addosso tutti i miei malanni d’una volta.


28 aprile 1866.

Sono proprio il sindaco di Borghignolo, non c’è rimedio! Quella carta col nastro di seta che mi lasciò nelle mani il prefetto, chiedeva ed ebbe una vittima. Pochi giorni dopo, ho dovuto ubbidire e comandare, alzar la voce, scarabocchiar carta in fretta, dissuggellare i pieghi, fare insomma quello che fanno dal più al meno tutti i potenti della terra. Io però mi son detto: che bestia! quando sono salito al potere, mentre essi piuttosto se lo dicono quando discendono. Ma mi prometto di togliere questa differenza e di rinnegare la mia esclamazione, se alla fine potrò dire di aver fatto un po’ di bene.

Intanto dovrò dare l’addio a queste pagine, e glielo do con dolore, a cui vo confidando da un anno tutto quello che mi passa per la mente e per il cuore. L’ozio che ci voleva per fantasticare, per tormentarmi, per scrivere, ora se ne è andato. D’ora innanzi i miei pensieri non li confiderò più che alla carta bollata. Sarà meglio?... Sarà peggio?... Mi è ritornato, non so come, un po’ di vita; dunque tiriamo innanzi, e cansiamoci dalle ricadute. Pure, prima di chiudere, forse per sempre, questo scartafaccio, vorrei scriverci ancora un’ultima pagina; l’ultima pagina della semplice ed intima storia che a poco a poco è venuta formandosi, compagna giorno per giorno dei miei pensieri. La fine è vicina, molto vicina. Ma quale sarà? Vedrò io crescere presso di me una lieta famigliola, che sarà il porto felice ne’ miei ultimi anni, o dovrò vivere ancora più triste e solitario di prima, col cuore spezzato da una nuova disgrazia?...

Da un capo all’altro d’Italia si aspetta che il Re ci dica: «il tempo di riprender l’armi è venuto.» Domani stesso, anche sulle cantonate di Borghignolo, potrebbe essere affissa la chiamata dei contingenti. Domani stesso il Borsa, che finalmente siede trionfante nell’ufficio della posta, mi potrebbe dare la lettera che chiama Aldo al suo battaglione. E poi?... E poi aspetterò, lo so io con quale trepidazione, la fine della mia storia per chiudere questo quadernuccio al quale, comunque la vada, non avrò dopo più nulla da aggiungere. Oggi ho ancora una pagina lieta. Spero che non sarà l’ultima, ma mi affretto a scriverla.

Il signor Mosè ha trionfato; è entrato nella cittadella, e ne è uscito con l’alleanza e con la pace perpetua. Il Garofani diede incarico a lui di portarmi il ; poi venne con solennità a confermarmelo in persona. Mentre io mi disponevo a preparare Aldo a una nuova di questa fatta, la signora Giuseppina, ad onta di tutte le sue belle promesse, corse nelle braccia di sua figlia, e in un sol fiato le disse ogni cosa. Poi corse in cerca di Aldo, fece altrettanto, ed io li trovai abbracciati che ridevano e piangevano come due matti. Il primo giorno fu un carnovale. La signora Giuseppina era in giro per il paese a mettere a parte delle sue gioie quanti passavano per strada; Aldo non sapeva più quello che si diceva; il Garofani e il signor Mosè facevano piani e progetti, consultandosi a vicenda; il Borsa tonava in caffè contro i tiranni e contro i timidi. Tutta questa brava gente poi, non faceva che rincorrersi, cercando l’uno dell’altro. Quando si trovavano, era un riprendere le congratulazioni, abbracciandosi e baciandosi. Il signor Mosè, nell’entusiasmo, pigliava di tanto in tanto certe pose che pareva si preparasse a ballare. Insomma si sarebbe detto che a capire tanta allegria non bastasse il mondo intero, sebbene in quel momento io lo lasciassi tutto per loro. Avendo ben altro per il capo, io rimanevo intanto senza parole e sopra pensiero, nè c’era modo che mi potessi togliere di dosso una certa malinconia. Fortunatamente nessuno badò a me, perchè avevano altro a fare.

Il giorno dopo ci fu un improvviso cambiamento di scena. Com’era naturale, Adelina, dopo un’emozione così forte e venuta così bruscamente, fu presa da qualche accesso convulso, e bisognò mandare per il medico. La signora Giuseppina diede subito in pianti e in smanie, e dietro lei, tutti gli amici di casa rimasero con la faccia lunga e senza parole, come se fosse accaduta una disgrazia senza rimedio. Io, che prevedo giorni ben più agitati e pieni di pericoli davvero, cominciai questa volta ad alzar la voce per acquietarli, e a dar loro un po’ di animo con lo strapazzarli dal primo all’ultimo.

Adelina finalmente principiò a riaversi, e la baldoria in casa Garofani è ricominciata. La signora Giuseppina vuol festeggiare insieme gli sponsali e la guarigione della contessina, come dice lei, con un gran pranzo, e stamani la trovai in una discussione burrascosa col cuoco; discussione in cui non mi pareva che i contendenti avrebbero finito così presto con l’intendersi. Alla discussione per il pranzo prendevano una parte animatissima anche il Garofani, il Borsa e il signor Mosè. Questi però discutevano sugl’inviti, perchè, riguardo ai piatti, la signora Giuseppina aveva troncato ogni discorso, dichiarando ch’era affar suo, e che altri non doveva metterci il naso. Ma anche sugl’inviti non pareva che la discussione fosse per finire troppo presto. Il Garofani propendeva per una politica di conciliazione, e voleva invitar tutti, per chiudere con un pranzo quest’ultimo capitolo delle gare civili di Borghignolo. Il Borsa diceva ch’egli non avrebbe mai avuta la debolezza di consigliare simili transazioni. Diceva che gl’inviti andavano fatti con una mano di ferro, e ricordava i tempi della sua prima adolescenza, quelli di Napoleone I; tempi felici, in cui nessuno osava alzar gli occhi, e tutti tremavano come foglie. Il signor Mosè teneva strette le labbra, e accennando col capo, così al Garofani come al Borsa, di non esser lontano dal loro avviso, andava cercando il giusto mezzo tra le due opinioni. Di tanto in tanto ci buttava dentro qualche parola il cuoco, il quale propendeva evidentemente per delle esclusioni. Dietro il cuoco veniva per necessità la signora Giuseppina, ma essa sosteneva con calore che si facevano gl’inviti per fare festa agli sposi, e non per il bel muso degli invitati; che non si doveva dunque guardare troppo pel sottile; che più gente ci fosse, maggiore sarebbe l’allegria; e che, pur d’esserci il posto, un piffero di più non guastava.

Intanto Aldo e Adelina discorrevano tra loro in un canto della sala, arrossendo ogni volta che si guardavano in viso. Essi non si accorgevano di tutto il rumore che si faceva intorno a loro. Ne erano così lontani!... Erano in paradiso!... Ed io vedendoli in quell’estasi di felicità, pensavo alla chiamata dei contingenti, e mi sentivo stringere il cuore, per quanto non lo volessi e ne fossi stizzito contro me stesso.


15 maggio 1866.

La chiamata di Aldo al suo battaglione e quella dei contingenti, giunsero l’una dietro l’altra e ben presto, come me l’ero immaginato. Il mondo è pieno di dolori, ma la natura umana è così pronta a contrapporgli i suoi ripieghi, che il male non riesce mai così grave come si prevede. Io tremavo, pensando al momento in cui Aldo avrebbe dovuto staccarsi da Adelina e dalla sua nuova famiglia, e partire per la guerra. Avrei voluto darlo io a poco a poco questo annunzio, prima che arrivasse bruscamente; ma, nel pensarci, mi sentivo raccapricciare. Son così poco fatto io per essere messaggero di notizie che fanno piangere! Intanto i giornali e la voce che andava intorno non parlavano che di guerra, e si fissava anche il giorno preciso in cui sarebbe incominciata.

Il signor Garofani sulle prime aveva accolte queste voci con un sorriso d’incredulità, e aveva l’aria di dire: «come volete mai che ci sia la guerra, mentre io non ne so niente?» Ma una bella mattina gli arrivarono lettere de’ suoi corrispondenti, e queste mutarono tutta la scena in un tratto. Entrando in casa Garofani, li trovai tutti allegri, e in mezzo a grandi novità: finalmente le notizie vere si sapevano: il Garofani con la scorta delle sue lettere, e parecchi del paese, venuti a far circolo, con la scorta d’una furberia tanto antica e sempre nuova, avevano combinato tutto un sistema di politica, che lasciava indietro di gran lunga quello che i governi volevano dar ad intendere.

«Però» diceva uno della brigata «bisogna convenire che il governo fa bene a salvare le apparenze. Ma tra di noi, a quattr’occhi.... eh, eh, le si vedono le cose! Don Michele tace, ma scommetto che sa tutto da un pezzo!» Io che non ne sapevo proprio niente, a buon conto tacqui, rifugiandomi in quel sorriso col quale si piglia tempo, e che ognuno interpreta come gli torna. Tutti mi furono addosso, in un batter d’occhio, perchè votassi anch’io il mio sacco delle novità.

«Piano, piano» presi allora a dire» mi dicano prima quel che sanno loro, e poi vedremo se siamo d’accordo.»

Prima, uno alla volta, poi tutti insieme, facendo a chi ne metteva fuori di più furbe, mi condussero a traverso a una politica così fine, che qualche volta non era molto facile l’intenderla. Tra pochi giorni dunque, dicevano, sarebbe incominciata la guerra; ma non bisognava credere che le potenze volessero picchiarsi di buono. Eh, se fossero pazze! La cosa era già tutta combinata, o almeno ci mancava ben poco. La Prussia faceva finta di fare alleanza con l’Italia, per togliere il Veneto all’Austria, la quale faceva finta di far la guerra a tutte e due per salvare l’onor delle armi; e ammettevano che non aveva tutti i torti. La Francia e la Russia facevano finta di restar neutrali, per poi pigliarsi ciascuna qualche buon boccone, sul quale erano già d’accordo. Le ova erano belle e aggiustate nel paniere, ma naturalmente nessuno lo doveva sapere, e si faceva finta di fare una gran guerra per salvare le apparenze. Qualcuno poi, volendo spiegar troppo, inciampava in qualche punto oscuro, ma a ciò nessuno badava per non disturbare la simmetria delle combinazioni. E forse per questa stessa ragione, nessuno aveva voluto domandare a chi poi si trattasse di darla ad intendere, dal momento che tutti erano d’accordo! In fine poi si invidiava a una voce Aldo che, parendo di partir per la guerra, avrebbe passato una quindicina di giorni tra le feste e l’allegria, per poi tornarsene in Borghignolo a sposar l’Adelina.

«Eh lei sorride!» saltarono su in parecchi; «lo dicevamo noi che lei sapeva ogni cosa già da un pezzo! Don Michele è sempre stato un gran diplomatico! Ci ha forse avuto anche lei una mano in questi affari: Eh! lei non lo dirà mai, ma ci sarebbe da scommettere! È fine don Michele!...»

Confesso che in quel momento mi sentii come strascinato a prender parte alla comune allegria, sperando che la Provvidenza, la quale ci aveva pensato così bene sino a quel punto, ci avrebbe pensato anche poi.

Il giorno dopo, eravamo tutti in piazza a far festa ai contingenti che partivano. S’era messo assieme dei quattrini, e si fece un po’ di borsello a ciascun soldato. Poi vennero de’ fiaschi di vino di cui la Giunta municipale fu molto larga, pensando che ne avrebbero bevuto anche i consiglieri. Erano ventisette i nostri soldati di Borghignolo a cui tutta la gente del paese era venuta a dare il saluto della partenza, tra gli evviva, le strette di mano, e anche qualche lacrima che una madre, una sorella, una sposa non sapesse trattenere, pure forzandosi di dividere l’allegria comune. Da ogni parte era un gridare, un chiamarsi a nome, un rispondere; chi intonava una canzone di reggimento, e chi una alle ragazze del paese; chi gridava viva l’Italia, e chi viva la Marianna o la Teresina! Nessuno era malinconico davvero, e anzi ognuno voleva parere un poco più allegro di quello che non fosse realmente.

Quando poi s’era dato sfogo a qualche evviva in comune, i vecchi e le mamme si tiravano i loro figlioli a sè, e si vedeva la gente divisa in gruppi, intorno al soldato, a cui si dava una benedizione, un consiglio, o si chiedeva una promessa, un abbraccio, mentre gli si aiutava a infilare le cigne dello zaino, ad arrotolare il cappotto, o ad assestarsi il cinturone.

Io non potevo levar gli occhi da quello spettacolo, e guardavo quella buona gente con una commozione profonda. Pensavo qual triste domani poteva venire per loro, dopo una giornata di battaglia. Pensavo al gran sacrificio che sarebbe rimasto ignorato, così di quelli che potevan morire, come di quelli che li avrebbero pianti! Tra questi pensieri, mi ritornavano alla mente i miei sogni giovanili, di quando, più che trent’anni prima, pensavo pieno di entusiasmo al giorno in cui da ogni parte d’Italia sarebbero accorsi i mille e i mille guerrieri per finire l’antica contesa. Adesso quel giorno era venuto. La scena era più semplice di quella che la fantasia mi aveva dipinta; ma il cuore ne era ancor più commosso, e gli occhi a stento trattenevano le lacrime.

«Prodi guerrieri!» gridava il Borsa, salito su un mastello capovolto, nel quale poco prima s’era portato il vino, «ricordatevi di non lasciar partire lo straniero senza avergli fatto mordere la polve!... quella polve di quella terra, la quale.... sì! giuriamo che nessuno di noi ritornerà dalle Termopili!... giuriamolo in Pontida!... e quando saremo morti per la patria....»

«Crepi l’astrologo!» saltò su a gridar uno; ma il Borsa non lo intese, e tirò innanzi con eguale enfasi, tra gli evviva che andavano crescendo in ragione inversa della chiarezza e della logica del discorso. Finchè un ultimo evviva dell’oratore ad Alessandro Magno mise il colmo all’entusiasmo.

Poco distante dal Borsa, la signora Giuseppina, in mezzo a un crocchio di donne, stava spiegando la politica della Prussia. Delle quali donne, quelle che non avevano nè figli, nè fratelli, nè sposi che partissero per la guerra, ascoltavano la signora Giuseppina con ammirazione, e ogni tanto accennavano col capo di essere proprio del suo parere; ma le altre avevano l’aria di essere un po’ meno persuase, e prendevano quel fare mogio, mogio della gente di campagna, che lascia pur trasparire un tantino di diffidenza sotto il velo della rassegnazione.

«Pazienza» diceva una di queste donne «se, come dicono, la fosse l’ultima guerra!...»

«E dopo ci lasceranno i nostri figlioli per sempre?» domandava un’altra.

«Quando a un figliolo tocca d’andar soldato e partire, la è una gran disgrazia, ma è sempre stato così, e ci vuol pazienza. Ma la guerra! Non sapete, Maria, che in guerra possono morire anche i giovanotti più sani e più robusti!»

«Basta, intanto ci vuol pazienza» diceva sospirando la Maria. «Dicono che questa volta partono anche i signori, anche quelli che hanno pagato; tutti insomma, perchè deve essere l’ultima. Dicono che si tratta proprio della patria; che l’andrà bene, e che la Provvidenza ci penserà per tutti!»

La rassegnazione di quelle donne incominciava a farsi meno malinconica, quando la Maddalena, il cui figliolo partito un giorno non era ritornato più, fattasi innanzi, esclamò singhiozzando: «Voi siete ancora fortunate, potessi anch’io oggi vederlo partire il mio Luigi coi vostri!» Le altre donne le si fecero allora tutte d’intorno, compassionandola e piangendo con lei. La signora Giuseppina si allontanò; e vedendomi a pochi passi, si volse a me per dirmi: «È inutile! non arrivano a capire come questa volta la sia una cosa tutta combinata. Ed è così chiara! così semplice! ma son tutti a un modo. Questi villani non capiscono mai niente!»

Sulla bass’ora, in quello stesso giorno in cui partirono i contingenti, partì anche Aldo. Egli abbracciò tutti; poi strinse la mano di Adelina, con un’espressione di calma e di serietà, che vedevo in lui per la prima volta, e che mi resterà sempre fissa e viva sino a che non lo vedrò ritornato tra noi. Il Borsa fece per indirizzargli un discorso, ma, non essendogli più rimasto un fil di voce, dopo due parole si fermò. Anche la politica del Garofani trovò in quell’ultimo momento un intoppo; e tanto lui che la signora Giuseppina, dinanzi a quella serietà di Aldo, rimasero senza parole. Io mi feci vicino all’Adelina, vedendola farsi in viso bianca come un cadavere, e la presi sotto braccio. Volevo dire cento cose ancora ad Aldo, ma intanto il legno partì. Prima che giungesse alla cantonata, vedemmo sporgere ancora una volta la mano di Aldo che ci salutava; gli rispondemmo facendo sventolare la pezzuola, chè nessuno di noi aveva forza di salutar con la voce.

Oggi tutto è quieto in Borghignolo. La speranza, sia benedetto chi l’ha inventata! asciugò le lacrime delle buone donne e dei poveri vecchi, che dicono in cuor loro: «Sarò proprio io quello a cui deve capitare una disgrazia? L’andrà magra con le faccende di casa ora che sono lontane le braccia più robuste, ma ci vuol pazienza; quando i figlioli saranno ritornati, ci aiuteranno a pagare i debiti.»

E la è proprio così! Quando si domandano sacrifici al paese, è sulle braccia di questi poveri campagnoli che ne pesa la parte più grave e la più ignorata. Prima, la mitraglia, e dopo, i debiti. E il loro nome sulle gazzette non ci va nè prima nè dopo.

Anche in casa Garofani le acque sono ritornate alla bonaccia. Tra quanti ci vanno c’è una specie di patto secreto di mostrarsi tutti d’una gran serenità d’animo. La signora Giuseppina è sempre occupata a fare e disfare, mentalmente, la casa degli sposi, senza essere ancora riuscita a trovare il posto adattato per una seggiola. Il Garofani, dopo aver taciuto per delle ore, a un tratto esclama con una fregatina di mani: «Speriamo! speriamo!» senza che nessuno gli domandi mai di cosa si tratti. In mezzo a tutto questo, la povera Adelina, che vorrebbe essere lieta anch’essa come gli altri, tiene fissi sopra di me i suoi due grandi occhi celesti, che paiono volermi domandare se siano da cacciare indietro quelle lacrime che vorrebbero sgorgare per forza. Allora io tento di sorridere e, accostandomi a lei, le principio qualche discorso, a proposito del bel tempo, o del figurino delle mode, e che finisce sempre con una lunga chiacchierata sul nostro Alduccio. Adelina ne rimane rasserenata, e anch’io mi sento un altro. Le parole di Adelina, piene di amore e di innocenza, mi ridestano nel cuore la memoria di quelle prime sensazioni giovanili, che dischiudono il bel fiore una volta sola in tutta la vita. Io le ascolto quelle parole col fascino col quale si ascolta una cara e nota melodia; e allora la mia mente richiama, con un dolore che non è senza piacere, quei giorni che non tornano più.


24 giugno 1866.

Da parecchi giorni siamo senza nuove di Aldo. Finora, dacchè è partito, e sono due lunghissimi mesi, non passò giorno senza una sua letteruccia, o scritta a tavolino, o dietro una siepe, che ci manteneva allegri, e ci faceva pensare a null’altro che alla gioia del rivederlo presto. Sulle prime qualche timore, qualche ansietà s’era provata anche in casa Garofani; ma, respinte con risoluzione, non ricomparvero più. I ragionamenti più strani e inconcepibili diventavano chiari come il sole, purchè concludessero con la fiducia e con l’allegria; così l’una e l’altra stabilirono il loro regno senza contesa, e si tirò via a maraviglia fin qui. Io poi m’ebbi sulle braccia tante piccole faccende, per essere il primo magistrato di Borghignolo, che potei sempre nascondere sotto l’aspetto severo del sindaco ogni cura malinconica del cuore, cosicchè nessuno se ne avvedesse. Di più, c’è la fortuna che la signora Giuseppina pretende da qualche tempo di avere scoperto ch’io sono un poco poeta, cosa molto comoda in casa Garofani, e che mi permette di non prender parte a tutto quello che vi si fa, di non risponder sempre, e di rimanermene a mia voglia sopra pensiero, senza che nessuno se n’abbia a male, perchè la colpa va tutta a carico della poesia.

Se la profonda commozione dell’animo, che mi teneva tutto assorto e taciturno in mezzo alle chiassose conversazioni di casa Garofani era poesia, la signora Giuseppina si era ben apposta: tra lo scambio dei rimbrotti di chi giocava a tarocchi e le emozioni della tombola, sprofondato in una poltrona, io ripensavo alle cospirazioni, alle speranze, ai disinganni d’un tempo; rifacevo passo passo quel cammino angoscioso che mi conduceva oggi negli accampamenti, e sulle rive del Po, del Mincio e del Garda, a vedervi le schiere di quattrocento mila soldati del regno d’Italia. Ripensavo con voluttà ai giorni nei quali la parola d’un prigioniero o d’un esule giungeva senza eco tra un popolo servo e muto, ora che non v’ha tugurio, per quanto remoto, da cui non sia uscito un soldato o un volontario della libertà.... Tutti i ragazzi di quindici anni sono scappati di casa fino a uno, in Borghignolo, per arrolarsi nei battaglioni dei volontarii!; ed ora le mamme incominciano a chiudere sotto chiave quelli di dodici anni, perchè è già un affar serio il trattenere anche questi.

Chi per trent’anni di fila l’ha aspettato giorno per giorno quello che vediamo oggi, ne racconti gli episodi, l’emozione, la gioia, se può! In quanto a me, da due mesi non ho potuto che tacere e lasciar crescere la muffa sul calamaio. Se oggi ripiglio la penna, è perchè un’ansia secreta del cuore è venuta a risvegliarmi dalla mia estasi. L’essere da più giorni senza nuove di Aldo ha rimesso i miei pensieri per una via malinconica, severa, che pure dovevo attendermi, ma dalla quale finora avevo saputo cansarmi. Siamo alla vigilia delle fucilate. Tutto me lo dice, e il silenzio di Aldo me lo conferma. Per cento e cento famiglie oggi forse è l’ultimo giorno della speranza; domani può essere il primo giorno delle angosce o della desolazione. Anche quel sogno di quiete e di felicità a cui avevo rivolto da qualche tempo tutti i miei pensieri, quella famigliola, che mi compiaccio tanto nel chiamarla dei miei figli, vicino a cui vorrei passare gli ultimi anni della mia vita, i miei progetti le mie nuove speranze, tutto può domani svanire dietro il fumo d’una fucilata.

Ho sofferto e lottato assai nella mia vita. Ho passati de’ giorni di sfiducia, ed ebbi torto. Ho imparato, a questa mia tarda età, che per scotere la fede d’un patriota c’è qualcosa che è più forte delle prigioni e degli esilii: c’è la calunnia, o l’ingratitudine, o il poco senno de’ propri concittadini. Ma il soldato che abbandona la bandiera quando i disagi si fanno più duri e la mischia si fa più sanguinosa, distrugge in un giorno l’onore intero della sua vita. Se le mie forze sono indebolite, io proseguirò nella via del mio dovere, in questo cantuccio di paese, poichè del bene da fare ce n’è dappertutto e per tutti. La mia logora nave getterà l’áncora in questo porto che ho cercato con tanta fatica, e qui terrò alta, fino alla fine, la mia vecchia bandiera. Questo porto sospirato l’ho quasi raggiunto.... ma una disgrazia improvvisa può ricacciarmene lontano e per sempre. Allora il destino avrà vinto il vecchio marinaio; egli però ripeterà morendo la sua antica parola di guerra, e qualcuno la raccoglierà.


26 giugno 1866.

Avevo scritto ier l’altro al prefetto, pregandolo di mandarmi un espresso quando gli giungesse qualche nuova d’importanza. Stamani mi giunse un messo con queste poche righe:


«Carissimo signore,

«Un telegramma del ministero, giuntomi ieri sera e che vedrà nei giornali, annunzia una mossa tentata dalle nostre truppe e non riuscita. Le espressioni del telegramma lasciano nella maggiore perplessità. Chiesi nuove informazioni a un collega, prefetto in una città vicina ai luoghi ove è avvenuto lo scontro. Questi mi telegrafa ora le seguenti parole: Impossibile oggi valutare gravità e conseguenze dello scontro avvenuto. Nostre truppe ripassano Mincio. Giungono da ogni parte feriti e sbandati. Gran confusione e allarme. Nessuna notizia sulle mosse del nemico. La prevengo però che il mio collega, eccellente persona, è uomo che facilmente vede nero. Speriamo che presto ci giungano migliori notizie.»

Oh! no! non m’illudo! questo è il primo annunzio d’una sventura!... Io dovrei fin d’ora prepararvi gli animi in paese, ma ci è così poco preparato l’animo mio, che se mi provassi a dire una parola di speranza o di conforto, darei in uno scoppio di pianto. Sono rimasto chiuso tutto il giorno nella mia stanza facendo dire che sono occupatissimo. Ho la testa che scotta e la mano fredda e tremante. Domani la sarà in paese una ben trista giornata. E poi?...


30 giugno 1866.

L’agitazione, il dolore, lo sconforto, di cui toccarono a me le amare primizie, sono oggi nell’animo di tutti i miei compaesani. Da mattina a sera, la piazzetta del paese è sparsa di crocchi e di gente che discorre animata, con l’espressione della sorpresa e del dolore. Nessuno ha testa per le proprie incumbenze e per le faccende di casa; è un discendere a ogni minuto in istrada; un andare e venire, facendosi incontro a quanti passano, per udire e ripetere cento volte le stesse cose. Da ogni parte si discute, si grida, si impreca. Ognuno vuole aver preveduti gli avvenimenti da un pezzo; pretende saperne la cagion vera, e vuole spiegare ogni fatto che si capisce poco, con ragioni che si capiscono ancora meno. Il dolore de’ miei compaesani non è calmo e severo, come dovrebb’essere, ma è profondo; si manifesta come può, e bisogna pigliarlo come viene.

I discorsi incominciati con l’imprecare a quei nomi di personaggi, che si leggono più spesso ne’ giornali, finiscono per lo più con ingiurie e litigi tra gli interlocutori. Volendosi mettere a carico di qualcuno le colpe di tutti quelli che possono averne commesse, e meglio ancora volendosi aver sott’occhio il colpevole, il più delle volte la colpa delle nostre disgrazie vien gettata a qualche innocente galantuomo di Borghignolo. All’ora del corriere, tutta questa gente si affolla nello stanzino della posta, dove sta il Borsa. Il Borsa, che per essere quello che distribuisce i giornali si crede un poco responsabile di ogni notizia che vi si trova stampata, grida alla sua volta più di tutti; commenta, spiega, e conclude che le cose sono precisamente il rovescio di quello che appaiono. Con una faccia bianca come un panno lavato, bandisce i propositi più eroici, e vorrebbe farsi saltare in aria in compagnia di tutti i suoi compatriotti, nel mentre prova che le cose camminano a maraviglia e non potrebbero essere di color più roseo.

Ai gruppi della piazza e ai discorsi del caffè, questa volta si associano contadini e contadine che, sentendo parlare di cattive nuove, si fanno innanzi a domandare con angoscia dei loro figlioli. Ma nessuno gliene sa dir nulla, e allora quella buona gente viene da me. Nascondendo l’agitazione e il dolore che ho nell’anima, io cerco di mostrarmi a tutti pieno di calma e di fiducia. Con quelli che sono più facili alla speranza, vado in traccia di qualche ragione pacata che possa tranquillare loro e me. Con gli altri, pigliando un fare burbero e sicuro, tronco le querimonie, le accuse, le parole di sfiducia.

In casa Garofani, ove sono tutti mezzo tramortiti, cerco di tener ritti quegli argini dietro i quali avevano finora difeso essi stessi la loro serenità. Guai se cominciasse a filtrarci qualche dubbio! Tutti quei ragionamenti che avevano servito fino a ieri per rigonfiare la loro tesi, servirebbero oggi, dal primo all’ultimo, per provare tutto il contrario. Nell’udire le mie parole così franche e risolute, essi rimangono in una certa soggezione, e forse sospettano ch’io sappia qualcosa di secreto che nessun altro sa. Sola, Adelina, alza di tanto in tanto gli occhi incerti verso di me, e pare domandi se questo mio fare insolito sia di buono o di cattivo augurio. Povera figliola! Vorrei tenerle tutt’altro linguaggio, ma che cosa le posso dire fino a che non ho una nuova di Aldo?...

Ho scritto al prefetto, pregandolo di fare tutte le indagini possibili, e di sapermi dire dove pressappoco si possa trovare il battaglione di Aldo.


8 luglio 1866.

I miei poveri argini sono rovesciati, ed ormai sarebbe inutile che cercassi di nascondere agli occhi altrui l’agitazione, i sospetti, lo sgomento che ho nell’anima. Sono passati quattordici giorni, dopo quella funesta battaglia, di cui non posso ancora pronunziare il nome senza sentirmi serrare il cuore, e non c’è ancora nuove di Aldo. Nei giorni delle lunghe marce e delle rapide mosse, sempre, sempre egli aveva trovato un minuto per mandarci nuova di sè. Ora in paese sono giunte lettere di quasi tutti i nostri soldati.... ma di lui, nulla! Di quasi tutti, ho detto, perchè uno di quei poveretti è morto: lo scrisse un suo compagno, che lo ha veduto cadere. Due o tre altri sono feriti. Di Aldo e di altri due, nulla! Ma si sa, pur troppo! che il battaglione di Aldo fu nel forte della mischia, e lasciò su quelle sgraziate colline molti e molti dei suoi. Queste cose le ripetono tutti, e il prefetto me le ha scritte e confermate più d’una volta.

Ho cercato fin qui delle parole di speranza, perchè i neri presentimenti che leggo in viso a tutti non avessero ad uccidere la povera Adelina. Ma ormai non so più se la speranza sia un beneficio o una crudeltà. Io non so più che opporre alle querimonie e allo scoramento del Garofani e di sua moglie. Quegli amici che popolavano la loro casa sono scomparsi; ed io, dinanzi a quelle lacrime, rimango con gli occhi fissi al suolo, e mi par d’essere un accusato.

Non rimaneva che un partito da prendere, e lo presi. Andrò io stesso a cercar Aldo. Lo cercherò tra le file diradate dei suoi compagni; negli spedali, nelle chiese, ne’ casolari, ove saprò che ci sia raccolto un ferito; andrò a cercare di lui su quegli altipiani,... tra i solchi recenti del cannone o lo sterro d’una vanga pietosa.


Presso Villafranca, 18 luglio 1866.

C’è de’ momenti in cui spero, stropicciando gli occhi e spalancandoli, che questi giorni io non gli abbia attraversati davvero; spero di aver avuta una grossa febbre, e di aver veduto, vaneggiando, passare tutta questa fantasmagoria dolorosa che mi accompagna dopo che ho lascialo Borghignolo.... Ma il passo grave d’un gendarme, o lo scalpitare de’ cavalli d’una pattuglia d’ulani, mi dicono di tanto in tanto che non ho sognato per nulla: mi ripetono dove sono, come ci venni, e che aspetto.

Come ci venni? In verità non ho testa per raccapezzare tutta la storia minuta di questi giorni, e mi basterà richiamare alcuna delle tappe dolorose che mi condussero fin qui, tanto per chiudere questi ultimi fogli del mio scartafaccio, e ingannare qualcuna di queste ore, così lunghe per chi aspetta.

Quando, dopo tre giorni di viaggio, potei raggiungere quel battaglione di bersaglieri di cui ero in cerca, avevo già saputo che non ci avrei trovato Aldo. Il Maggiore, a cui mi presentai, mi prese la mano, me la strinse vigorosamente, e col fare semplice e severo mi interruppe dopo le prime parole, dicendomi così: «Non l’ho più nelle mie file; ho sperato assai.... ma ora.... non ne so ancor nulla. Lo vidi correre alla carica più volte; lo vidi ritornare illeso e ripartire. Quando ci fu ordinato di ritirarci, il suo capitano e molti, molti altri!, erano caduti; ma Aldo lo rividi ancora. Nella ritirata, a ogni passo dovevamo far fronte di nuovo e ripetere le cariche. Più volte ci trovammo confusi tra centinaia di sbandati che venivano da ogni parte, e tra le file di nuovi battaglioni dei nostri che sopraggiungevano. All’appello della sera, Aldo non rispose. Nessuno seppe darne notizia. Il giorno dopo, un ferito che raggiunse il battaglione, disse di averlo veduto zoppicare, sforzandosi di tener dietro alla compagnia, ma perdendo terreno a ogni passo. Non ne seppi altro. Feci delle ricerche, ma furono inutili.... Così è la guerra!... però egli si è meritata la medaglia al valor militare.... o lui, o i suoi l’avranno!» Mi strinse di nuovo la mano, mi guardò commosso, e mi lasciò.

Io avevo cento cose a domandargli, ma in quel momento le dimenticai tutte. Due ore dopo, il battaglione partiva, e lo vedevo sfilare dinanzi a me. Il Maggiore aveva ripreso il suo aspetto fiero e sereno; i soldati cantarellavano o si motteggiavano a vicenda.... Io li guardai in volto a uno a uno, tutti, ma Aldo non c’era proprio più! Seguii con gli occhi il battaglione, finchè non vidi altro che un lontano polverio e non udii più il suono delle trombe. Allora, asciugandomi le lacrime, mi tolsi di là, e ripresi il mio doloroso pellegrinaggio.

Visitai gli spedali delle città e delle borgate, le chiese, i casolari ove sapevo di trovare un ferito. Chiesi dappertutto del mio uffiziale dei bersaglieri, ma nessuno me ne seppe dir nulla. Mi trovai presto compagno e amico di altri che una stessa angoscia traeva per le medesime strade. Ci ricambiavamo le stesse parole di speranza, gli stessi consigli, e l’uno mandava l’altro ora di qua ora di là, dietro le medesime lusinghe che erano a lui riuscite vane. Ma anche quella mesta comitiva si diradava ogni giorno. Ne vidi più d’uno partire con una fatale certezza; altri, senza nuove e senza speranze. Ormai incominciavo a invidiare quelli che avevo lasciati al capezzale d’un morente.

A Brescia ho fatto conoscenza con un uomo generoso, il padrone di questa casa, il mio ospite, che pieno di cuore e di amore di patria si è tutto dato, non badando a pericoli e fatiche, a cercare e condurre in salvo qualche povero soldato ferito, a dar nuove dei prigionieri, a riconoscere i morti, a mettere un segno sulle loro sepolture. Questo signore rianimò le mie speranze; mi disse che in qualche casolare al di là del Mincio c’erano ancora dei feriti nascosti; mi disse ch’egli poteva penetrare in Verona, visitarvi gli spedali e saper notizie dei prigionieri. Mi domandò come stessi a gambe e a risolutezza. Gli risposi che ero un antico cospiratore; allora mi strinse la mano, e m’invitò a seguirlo.

Ora eccomi qui. Come ci sia giunto, passando il Mincio, a traverso a sentinelle e pattuglie nemiche, non so raccapezzarmene nemmen io. Camminai una notte per cinque ore, dietro i passi lunghi, inesorabili del mio duce, senza dir parola e senza quasi riavere il flato. Allo spuntare dell’alba giungemmo a questa casa: casa grande, vecchia, cadente, in cui non abita che il mio ospite e una sua vecchia fantesca. Io ero mezzo morto dalla stanchezza, ma il mio ospite, mangiato un boccone, si rimise in strada, e questa volta senza di me, per cercarmi il mio figliolo, come diceva lui, dietro il filo delle notizie e delle indicazioni ch’io gli avevo date. Ritornò a sera; mi disse che tra i pochi feriti, tuttora nascosti nei casolari, Aldo non c’era; che sarebbe andato il giorno dopo a Verona, ma prima voleva condurmi certi contadini che avevano degli oggetti trovati sopra soldati morti e da loro seppelliti.

Vidi anche quella trista raccolta. Ebbi un momento di indicibile trepidazione; non riconobbi nulla! e un violento batticuore mi fece accorto che ritornavo alla vita. Vidi una spada spezzata; un elegante elmetto d’uffiziale pesto e tagliato da un fendente; un abitino della Madonna; una medaglia al valor militare; tuniche, cappotti, brandelli d’uniformi forati dalle palle, laceri, insanguinati; un portafoglio in cui era il ritratto d’una donna non più giovane, atteggiata di serietà e di dolcezza, il ritratto d’una madre... Di quante lacrime e di quanto lutto erano simbolo quei poveri avanzi!

Il mio ospite appena si accorse che non avevo riconosciuto nulla, interruppe le mie meditazioni; mi fece animo, ravvivò le mie speranze, mi disse ch’egli partiva subito per Verona, che m’avrebbe mandate nuove di là, e m’ingiunse di aspettarlo senza uscire di questa casa. Lo volevo ringraziare, gli volevo rammentare cento cose, ma intanto egli era già partito.

È partito da ventiquattr’ore. Quante ore da sperare mi rimarranno ancora?... E quelle spoglie che ho vedute ieri! Le ho sempre dinanzi agli occhi, le ritrovo in ogni pensiero. Quei poveri oggetti erano un giorno cari a qualcuno!; saranno stati a qualcuno compagni della vita, testimoni delle gioie, delle speranze!... Ed ora sono reliquie perdute, infrante, disperse, forse desiderate invano. Si direbbero cadaveri anch’esse; si direbbe che è mancato anche in loro il soffio della vita! Qui tutte le campagne ne erano coperte. Molte e molte saranno a quest’ora bagnate di lacrime; molte ne coprirà la terra, e nessuno le potrà rintracciare! Queste non saranno più reliquie domestiche.... serviranno un giorno all’agricoltore che le avrà trovate;... saranno curiosità vecchie, se l’Italia avrà cancellata questa sua pagina nefasta; saranno simboli di dolore, se sventuratamente ne avrà scritte di più nefaste ancora!

Ed io che m’ero confortato nel non riconoscere nulla tra quei pochi avanzi che avevo veduti!... Non ho forse che a dilungarmi d’un passo fuori di questa casa, per trovarne altri, e riconoscerne più d’uno!.....

················

Oh!... è arrivato un messo del mio ospite che mi chiama a Verona. Mi manda un salvacondotto e una lettera di quattro facce, che incomincia: «Il suo figliolo è vivo, leggermente ferito....»

Lo sapevo ben io! Eh! n’ero sicuro!... Non ho potuto leggere il resto, volendo partir subito. Ma il messo dice che il cavallo ora mangia la biada. Oggi poi gli occhi non mi dicono il vero.... in grazia del sole e della polvere;... anche i cristalli degli occhiali mi paiono deboli, deboli....

Mando a Brescia un telegramma per Borghignolo.

Ripiego lo scartafaccio!... e vado a dire al cavallo che mi faccia il favore di spicciarsi questa volta con la biada più che può!