UNA SCAPPATA FUORI DEL NIDO. MEMORIE DI ALBERTO.
R.... nella valle di....
1 gennaio 1864.
Le due cose più brutte che ho vedute nella mia infanzia sono proprio quelle che non solo non mi uscirono mai dalla memoria, ma che ci rimasero anzi più scolpite e più vive. Le cose belle e ridenti trovano una via facile e armonica nella fantasia infantile, e l’attraversano rapidamente lasciandovi spesso poca traccia di sè. Queste due brutte cose erano una vecchia sorella del curato e un suo passero, e formavano nel mio pensiero una cosa sola; tanta era l’abitudine di vedere questi due esseri in compagnia. La sorella del curato infatti diceva d’avere, dal canto suo, circondato questo passero di tutti i suoi affetti, ch’erano quelli d’un celibato severo. Che cosa dicesse l’altro non so. Parmi che vivesse nel celibato esso pure; ma anche qui non so se fosse un celibato spontaneo, o un celibato imposto dalla sua amica per non introdurre alcuna disparità. Questo passero era zoppo e mezzo spennato; si faceva di solito tutto raggruppato e grosso; lasciava cadere un’ala a terra, e non teneva aperto che un occhio. Faceva le viste di non dar retta e di non accorgersi di nessuno; ma la sorella del curato diceva che capiva tutto, e che era un mostro di talento. Ella si era privata per lui del cocuzzolo di un celebre cappellino, che in sua gioventù aveva fatto fare apposta per andare alla città a vedere l’entrata di un vescovo. Se n’era privata, e l’aveva riempito di bambagia per farne un letticciolo, ordinaria dimora del passero. Fu questo uno di quegli atti di entusiasmo e di annegazione, di cui se ne riscontrano tanti nella vita della donna.
La bruttezza di quel passero esercitava, non so perchè, un gran fascino sulla mia fantasia. Ogni momento, io correvo in casa del curato a contemplare il passero, e non me ne sapevo staccare, per quanto non ci trovassi proprio niente di nuovo. La sorella del curato, per mettere a profitto il mio tempo, mi enumerava frattanto tutte le virtù del passero, e me le proponeva ad esempio. Mi diceva però nello stesso tempo, come, prima d’essere diventato così tranquillo, obbediente e studioso, ne avesse fatta una grossa, la quale gli aveva procacciato il castigo d’andarne malconcio per tutta la vita. «Perchè bisogna sapere che quando egli era ancora nel nido sotto la gronda, ed era grande poco più di te,» continuava la sorella del curato, «era ostinato, capriccioso, e non dava retta a nessuno. Aveva messe appena quattro pennuzze alle ali, e si era già fitto in capo di scappare fuori del nido, e di andarsene per il mondo. I suoi genitori, ch’erano pieni di esperienza, gli dicevano cose d’oro; ma lui si tirava in un cantuccio, alzava le spalle, non diceva una parola, e masticava con dispetto una pagliuzza del nido. Un giorno poi, mentre padre e madre avevano appena svoltato l’angolo della gronda, cosa fa il nostro bellumore?... Si tira sull’orlo del nido, e apre le ali. I suoi fratellini ebbero un bel pigolare, e tenerlo a tutta forza; egli lasciò loro una penna della coda, e spiccò il salto. Finì diritto sul fondo della corte; e fu un miracolo se non si ruppe il naso. Nella corte poi c’era un pilastro, e dietro il pilastro un gatto; il quale, pratico di queste cose, spiava da un pezzo il nido, e se ne stava accoccolato e tranquillo. Quando il passero ebbe spiccato il salto, lo spiccò anche il gatto....»
«E allora?» esclamavo di solito io, quando la storia era arrivata a questo punto.
«Allora» ripigliava la sorella del curato «in un attimo il passerino fu in bocca al gatto. Si dibatteva il poverello, e forse era pentito di cuore; ma il gatto intanto si studiava di mandarlo giù in un boccone. E ci sarebbe riuscito, se non fossi capitata io a salvarlo, perchè era proprio l’ora, per combinazione, in cui porto da beccare ai polli. Ma in che stato lo salvai! Mezzo biascicato, e sì malconcio che pareva proprio lì lì per spirare. Capisci, figliolo, cosa succede ai ragazzi disobbedienti! E dopo ce n’è voluta della pazienza, e poi.... e se non c’ero io....» E la filastrocca non finiva così presto.
Più tardi, presso a poco sui quindici anni, quando presi a sdegnare queste inezie, e mi diedi tutto ai gravi pensieri, misi anche la storia del passero tra le cose di cui non mi era più lecito il ricordarmi. A furia di pensieri gravi, finii un giorno a fare anch’io qualche cosa che doveva rassomigliare di molto alla scappata fuori del nido. In allora, e voglio dire dopo che fui scappato anche dalla bocca del gatto, ripensai subito alla storia della sorella del curato, e mi parve che la mi andasse così a taglio da poterne riprendere il filo narrando per conto mio. Questa idea mi ronza per il capo da un pezzo, e a placarla piglieremo la penna. Incomincerò coi ricordi di quando ero sotto la gronda; poi verrò al salto, alla corte, al gatto, e al letticciolo di bambagia.... ma sarò breve, come dicono quegli oratori che vogliono additare essi medesimi qualcosa di buono nel loro discorso.
Il curato del mio paese, che, pover’uomo, morì l’anno passato, aveva il ticchio dei nomi eroici. Non gliene scappava uno; chi nasceva nella sua parrocchia, nasceva nell’antichità. Da trent’anni le comari sostenevano una lotta infelice a favore dei Carl’Antonio e dei Giovanni Battista, e da trent’anni non si battezzavano più che dei Timoleone e degli Epaminonda. I miei compaesani ne susurravano un poco, e si dolevano di non avere ciascuno il suo santo protettore; si dolevano che non ci fosse nell’anno un giorno anche per loro da berne legittimamente un boccale di più. Pareva loro che il non avere un avvocato in paradiso fosse una disgrazia per lo meno eguale all’averne uno su questa terra. Il mio buon curato cercava allora una via di mezzo, e di tanto in tanto accomodava le faccende con qualche Ciriaco o con qualche Aniceto. Ciò però non bastava a tranquillarli tutti, e ce n’era di quelli che dubitavano alquanto di non essere abbastanza cristiani. Talchè, in seno alla famiglia, e intorno alle scodelle della minestra, questi uomini grandi ricevevano, il più delle volte, il secondo battesimo d’un nome un po’ più da galantuomo, come dicevano i miei compaesani, d’un nome alla buona, che servisse negli usi domestici come la giacchetta da lavoro. Ma non si lasciavano intendere dal curato; e, appena fuori dell’uscio, se chiedevate a qualcuno: «Come si chiama questo vostro bamboccio?» vi sentivate rispondere, con voce rassegnata, per lo meno «Pisistrato.» E il buon curalo gongolava tutto nell’accarezzare per strada qualche piccolo Ercole che perdeva le brache, o qualche Demostene che lo fissava con la bocca aperta e con un dito nel naso. «E tu come ti chiami?» domandava talora il curato, e l’altro si faceva tutto rosso per non poter rispondere: «Giovannino;» e non ricordandosi il nome vero, o imbrogliandosi a metà, metteva fine alle domande con una lunga piagnucolata.
Di questi bambocci che piangevano in grazia del loro nome, dovevo un giorno ricordarmi paragonandomi a loro, quando anch’io ebbi a trovarmi gli occhi gonfi di lacrime: e pensavo che il mio nome c’era pur entrato per qualche cosa.
Il curato cercava i suoi nomi tra i greci e i latini; spennacchiava Plutarco e i classici maggiori e minori. Poi saltava nei tre secoli della persecuzione della Chiesa, e ci faceva anch’egli le sue stragi. Qualcosa gli offrivano anche i tempi di mezzo; un po’ meno i tempi nostri, a cui forse non giungeva che per un certo riguardo a Napoleone I. A quali tempi fosse il mio curato, quando io venni al mondo, precisamente non lo so. Egli mi diede il battesimo, e mi chiamò Adalberto. Mi poteva capitar di peggio. Eppure io avrei ben di cuore cangiato di nome col mio curato, il quale si chiamava semplicemente don Carlo: nome di cui certo il buon uomo si affliggeva nel profondo dell’animo suo. Gli è ben vero che di questa sua afflizione egli non ne aveva fatto motto mai con alcuno; ma io che, abusando della dimestichezza che avevo con lui, tante volte spinsi gli occhi sugli scartafacci del suo tavolino, tra le minute dei conti e dei ricordi, tra le asticelle e i ghirigori, avevo pur letto il suo nome ripetuto in cento guise, a modo di sperimentare la penna, e avevo veduto ch’egli scriveva don Karl, come un re franco della prima razza.
I miei di casa, per amore di brevità, mi chiamavano praticamente Alberto, ad eccezione di mio zio, lo speziale, che era il luminare della famiglia, e che, non solito a transigere, mi chiamò sempre Adalberto fin dai miei primi vagiti. Io dunque non ignoravo il mio nome, e frugando per tempo tra i libri dello zio (dacchè lo zio me li aveva tutti severamente proibiti), avevo trovate delle vecchie storie piene di tarli e di nomi simili al mio. Così, a dodici anni, nella mia cameretta, e di nascosto dallo zio, a cavallo d’un bastone, io ero Adalberto che partiva per la Palestina, e che salutava, col cappello di carta a tre punte, una bella, il ritratto della nonna appeso al muro. Altrettanto faceva un guerriero, dipinto sul paracammino del mio camminetto. Egli partiva; e le piume del suo cimiero toccavano il naso della sua bella, che in quel momento spuntava dalle vetrate socchiuse d’un alto verone del castello. Il cielo era buio: la luna, che conosce i suoi doveri, spuntava tutta rossa, per finger forse le sue maraviglie, tra nubi candide di bucato; e pareva il torlo d’un ovo sul tegame in mezzo alla chiara. Per farle velo, e conciliare la sua presenza con la sua modestia, le si avvicinavano alcuni neri nuvoloni e le piume del guerriero. Questa scena io l’avevo rimirata più volte, e la mia fantasia ne era stata vivamente colpita.
Adalberto! esclamavo quand’ero solo, panneggiandomi nel mio nome, alzando la fronte, e misurando la mia cameretta a passi lunghi e gravi. Adalberto! e spingevo un’occhiata dietro la schiena, per vedere che effetto facesse il mio nome sopra di me. Ma c’era un guaio: il guaio che dietro il nome veniva un cognome, il quale aveva pochissimo a fare con le crociate. Il mio cognome, che è pur quello d’un centinaio forse de’ miei compaesani, è modestissimo, e non ricorda nulla, proprio nulla di strepitoso. A me ricorda le virtù modeste di mio padre e di mio zio: ai più vecchi di me quelle di mio nonno, e la illibata rettitudine della loro coscienza e del loro onore. Ma più in là non ne so nulla. È probabile che abbia anch’io degli antenati, e che i miei vecchi non sieno sbucati dalla terra come i funghi dopo una pioggia d’estate. È probabile che i miei antichi abbiano fatto anch’essi quel tanto di bene e quel tanto di male, di cui si compone la storia dell’umanità: ma le carte vecchie hanno taciuto di loro, il che vuol dire che in loro non hanno trovato mai nè virtù così alte, nè bricconerìe così basse, da mandarne illustri per sempre i figlioli e i nipoti. Ma il solito paracammino mi toglieva in allora a queste riflessioni tranquille. Decisamente io rifiutavo il mio cognome. Buon per me che anche i miei, come quasi tutti quelli del paese, avevano un soprannome; un soprannome, in cui potevo trovare quel rifugio e quei conforti che m’erano negati dal cognome.
Cinquant’anni prima ch’io venissi al mondo, da un ciglione della montagna, alle cui falde giace il mio paese, staccossi una frana che mise a nudo un largo tratto di roccia. Se di quell’evento se ne parla ancora nel mio paese, figuratevi quanto chiasso ne avranno fatto i nostri buoni vecchi! E figuratevene poi la paura! Poichè mi si conta che fosse opinione generale di tutti quelli che in simili faccende ci vedono, che quella prima fetta di montagna venuta giù non fosse altro che un primo saggio: ma quanto prima, si diceva, sarebbe capitato il rimanente, sarebbe venuta la vera frana, la quale avrebbe sepolto tutto il paese, e fattane scomparire perfino la ricordanza. Che cosa si fa? Sui due piedi dunque si decreta, si acclama di innalzar su quel monte una cappelletta dedicata al santo protettore del paese; i più agiati fanno voto di tirar di penna sui debitucci dei più poveri, e di chiudere un occhio sui fitti di quell’anno.
Ma passa un mese, ne passano due, ne passano tre, e pare che la vera frana voglia pigliare le cose con comodo. Allora quelli che ci vedono, proclamano e ripetono «quel che han sempre detto» che la montagna per circa due secoli non si moverà più. La cappelletta e i fitti sono mutati in una processione, e molti la rendono più solenne andandoci scalzi; così risparmiano anche le scarpe. Mio nonno, che faceva l’oste, intanto che i suoi compaesani con la bocca aperta, e le mani dietro le reni, speculavano sulle crepature del monte, sulla cappelletta, sui fitti e sui due secoli di agio, con le mani dietro le reni anche lui osservò che da una larga fessura della roccia, lasciata a nudo, tirava un’aria fresca e tutta nuova, quale non si era mai sentita in quel posto. Ci fece da solo le sue visite e i suoi scandagli; s’avvide che la natura, provvida sempre, gli aveva dischiuso una deliziosa grotticella capace di due botticini e d’una credenza per il salame. Una voce in cuor suo gli disse subito che delle frane non ne sarebbero cadute più, e divenne il conforto de’ suoi compatriotti! Chiuse in parte la fessura della roccia; ci mise un uscio; tirò su un bel muro e, per non far le cose a mezzo, l’affidò al pennello d’un artista, l’autore credo del mio paracammino. L’artista lo dipinse a mattoncelli antichi, a screpolature secolari, e a erbacce d’una vegetazione di tempi ignoti, in modo da farne un venerabile avanzo di un evo discretamente remoto. Ma non gli bastò. Compiuta l’opera, per renderla sempre più antica, ci aggiunse una medaglia a chiaroscuro, che fingeva in bassorilievo una testa di Diogene, con le screpolature anch’essa, e con le erbe. Ma anche il Diogene non bastò al nostro pittore, il quale dichiarò al nonno che ci voleva ancora qualcosa di più antico; che ci volevano i merli. Il nonno, sazio di spender quattrini, per quanto rispetto avesse per il pittore, fu sulle prime inflessibile contro i merli. Ci furono dei grossi guai. Alla fine si venne a un compromesso: il mio avo si arrese, ma non ne concedette che sei; e il pittore li foggiò diroccatissimi, e avvolti anch’essi nella solita antichissima erba. Il pittore s’incaricò anche dell’insegna, che rimase fino ai miei tempi, e che diceva così: Alla ròcca merlata, vino fresco che pare impossibile.
La fama della ròcca merlata, dove il vino si faceva squisito per naturale virtù del luogo, divenne così gigante e così generale nei dintorni, da offuscarci in allora perfino i fasti e le geste di Giuseppe II contro i Turchi. La ròcca merlata diede il nome a tutta la falda del monte; diede il nome a tutto il vino che vendeva mio nonno; e diede il nome a mio nonno stesso, che d’allora in poi fu chiamato in tutto il distretto l’Andrea della ròcca merlata. Mio nonno morì: la fama della ròcca merlata andò scemando, a dir vero, e lasciò parte del suo posto alle nuove rinomanze dei tempi: ma i vecchi del paese, conservandosi devoti al culto delle passate memorie, non vogliono berne che di quello della ròcca, e alle nuove generazioni insegnarono con l’esempio a chiamare la gente di casa mia col nome dell’antica grotticella.
Tale era dunque il soprannome nel quale io mi rifugiavo ogni qualvolta mi accingevo a partire per le crociate. L’avessi almeno lasciato in Palestina!; ma lo tirai fuori in altre spedizioni ancor meno felici; me ne vestii non solo quand’ero a cavallo della granata, ma lo ripresi anche dopo aver messo il dente della sapienza. Ho camminato con esso, superbo di tanto paludamento, finchè esso mi si attortigliò per le gambe, e io diedi del naso in terra, come un eroe da teatro diurno. Ora non lo riprendo più; e nel riandare queste mie prime memorie ne vorrei ridere di cuore, se, in fine della commedia, l’eroe burlato non fossi stato proprio io!
Quand’ebbi toccati i dieci anni, un congresso di famiglia decise de’ miei destini. Il maestro del mio paese dichiarò ch’io ero il Napoleone dell’analisi, e l’Alessandro il Grande dell’aritmetica; ch’egli mi aveva ormai insegnato tutto; ch’ero un mostro di talento, e che sarei morto quanto prima. Per quanto mi rincresca il distruggere la premessa del mio maestro, mi è forza confessare che sono ancor vivo. La qual cosa io devo senz’altro al maestro che ebbi subito dopo, il quale invece non seppelliva così presto la sua scolaresca, e ci dava a tutti, e a tutto pasto, dell’asino.
Io ero dietro l’uscio il giorno in cui mio zio, dopo avermi detto con molta gravità che mi ritirassi, fece risolvere mio padre sul conto mio, e trionfò degli ultimi dubbi che lo facevano pensieroso. «S’io non avessi la fortuna o la disgrazia, direi meglio, d’essere troppo profondo conoscitore degli uomini,» diceva mio zio, «esiterei; direi fors’anche, fate voi.... Da qual cosa credete voi che provengano tutti i mali della società? Provengono da ciò, che gli uomini non trovano quel profondo conoscitore che dica loro: tu sei nato per questo, e tu per quest’altro; e così i poveretti sbagliano strada, ed è allora che tralignano, che si perdono.... Credete voi che se io non avessi fatto lo speziale, sarei ora quel che sono? Io oscillerei come un pendolo, cercando il mio vero centro di gravità, e sarei, come tant’altri, un uomo da nulla.... Era ancora in collo alla balia Adalberto, e non faceva che picchiare con le sue manine su tutti i miei vasi e su tutte le mie ampolle. È un segno, vedete, questo! è un segno!... Egli vi rompe tutti i bicchieri dell’osteria, ma guardate un po’ s’egli ruppe mai una sola delle mie storte! Sono segni, vedete! sono segni!... Sta bene che il figliolo, come dite voi, ha da seguire di regola il mestiere del padre; ma ci sono le eccezioni per quelli che devono battere le grandi vie loro segnate dalla Provvidenza. Vostro figlio deve fare lo speziale!... Poco monta a tant’altri che la loro bottega vada un giorno chiusa e venduta: lo capisco. Ma.... la polvere che distrugge la Mantis religiosa di Linneo fu scoperta, chi non lo sa! nel mio laboratorio; e questo, capirete, impone dei doveri alla famiglia....»
Non udii che questo. Ma poco dopo, mio zio uscito di camera mi fece un sorriso, e, piantatosi dinanzi a me, mi guardò con una insolita benevolenza e mi accarezzò. Non c’era più dubbio: in quel sorriso io mi sentii diventato un farmacista.
Per qualche tempo non bollirono nella mia fantasia che storte ed ampolle, e dal campo dei crociati trapiantai i miei castelli in un avvenire di pillole e di decotti. Io ero uno speziale! e guardavo i miei compagni d’alto in basso, come quando dicevo loro: io sono un guerriero. Imitavo il fare grave di mio zio, e come lui mi ravvolgevo talora mezza la faccia in una cravatta bianca; tiravo il berretto giù fino al naso, e di nascosto mi inforcavo gli occhiali. Correvo nella cucinetta, che mio zio chiamava il suo laboratorio, e componevo con un po’ di tutto degli empiastri ch’io chiamavo le mie scoperte, e che dovevano rigenerare la società, e far diventare poi me principe, millionario, generale d’armata, e fors’anche secretario comunale. La mia ambizione non aveva confini, e la mia fantasia non si fermava che tratto tratto, per qualche giorno, quando m’accadeva di mandare in frantumi qualche vaso o qualche ampolla. Ruppi anche le famose storte, che mio zio aveva dichiarate al sicuro d’ogni guasto per fatto mio: ne accusai ingenerosamente un gatto, e fui creduto dallo zio, che vedeva nel nuovo colpevole una conferma della sua teoria. Lo zio però, che, come dissi, non era uso a transigere, compose subito un empiastro, e lo divise in ventiquattro parti. Arrotondatele, le sparse per il laboratorio, con la missione di propinare il veleno a quel gatto, che, per quanto fosse un individuo della casa, pure se ne mostrava degenere. Eravamo da capo con Filippo II e Don Carlo. Alla voce del rimorso, raccolsi di soppiatto quelle pillole insidiatrici, e ne posi al loro posto altrettante di midolla di pane. Il gatto se le mangiò più volte tranquillamente, e mio zio ne farneticava. Quando un giorno.... io forse ne dimenticai una, e il povero gatto lo si trovò, dietro l’uscio, lungo disteso. Ne fui afflitto; e ne fu ben afflitto anche lo zio, il quale aveva già annunziata una scoperta, e incominciato uno scritto, sul nesso tra i gatti e i principali veleni.
Spuntò presto l’alba d’una vigilia del san Carlo, e con gli abiti nuovi e tutto intirizzito, fui messo in una vettura con sei seminaristi, e spedito al capoluogo della provincia in un collegio, per esservi allevato, diceva mio zio, dalle Muse; primo passo verso il cammino della spezieria. Da un mese io ero tutto sossopra dietro questa grande novità del collegio, e la mia fantasia trovava nuovi sogni dorati tra cui aggirarsi finchè voleva, trattandosi di cosa che non sapevo che mai si fosse. Il giorno poi che feci la prova generale del vestito da collegio, e che mi trovai sotto a un cappello quale lo portava l’imperial regio Delegato in giro per la provincia, avvolto in in una cravatta bianca e in un abitone, dalle cui falde non mi spuntavano che i piedi, pensatelo voi, come mi sentissi in rivoluzione! Non mi tenevo più nella pelle; non m’accorgevo che le mani fossero imprigionate nelle maniche e le orecchie nel bavero: precorrevo gli anni con l’immaginazione, e già mi sentivo all’altezza e all’ampiezza del mio vestito.
Mi pareva che il giorno in cui l’avessi indossato, e per sempre, io avrei toccata a un tratto la realtà di tutti i miei sogni, e mi sarei trovato un uomo fatto, un cavaliere antico, un re, uno speziale, o che so io. Venne il giorno: eppure, per quanto lo avessi indosso quest’abito di tutte le felicità, come misi il piede sul montatoio della vettura provai un novissimo sentimento di mestizia, che mi serrò il cuore e mi fece venire voglia di piangere. Lasciata la casa, e dentro in quella vettura, mi parve quasi di non esser più figliolo di nessuno. Io avevo veduti partire altri fanciulli per il collegio, tra i baci e le paroline delle loro mamme, e mi pareva che non dovesse essere poi tanto brutto un distacco in mezzo a tante carezze. Ma io partivo senza un bacio, senza una parola; e in quel momento, forse per la prima volta, ebbi coscienza d’un fatto, su cui la mia mente così giovanile era trascorsa fino allora, senza quasi comprenderlo: io avevo perduta, e quasi nemmen conosciuta mia madre. In quella prima tristezza che mi scendeva per istinto nel cuore c’era tutta la storia, fino allora inavvertita, delle mie sventure infantili. Non eran solo i baci di quella mattina che mi fossero mancati: erano le mille cure amorose e previdenti, era una guida sicura, carezzevole e buona, che, a differenza degli altri fanciulli, io non avevo trovata a compagna della mia prima giovinezza. Quale fortuna sarebbe stata per me, se tutte le fantasie della mia mente avessero sempre trovata vicina quella bontà che piega e non spezza, che persuade e non costringe, e si fa amare quando ammaestra! Lo zio, a cui dovevo succedere nell’arte, reclamò per tempo da mio padre la mia educazione; e per lo zio l’educazione era un empiastro fatto di certi principii e di certe dosi da comporre e spedire, come una ricetta. Così la prima, e la più dura esperienza della vita, la feci tutta a mie spese.
Io fui dunque consegnato al vetturale e ai sei chiericotti, i quali per tutto il viaggio non fecero altro che mangiar noci, senza che uno, neppure in fallo, ne offrisse una sola a me. Non gli ho dimenticati quei chierici per un pezzo. Tempo fa ne ritrovai uno, e facendo con lui una gran baruffa per il potere temporale, di cui non voleva cedere una briciola, mi risovvenni ancora di quelle noci. Mio padre mi aveva congedato con un bacio la sera innanzi e mi aveva detto: sii sempre buono: poi, quasi gli fosse passato un brutto pensiero, s’era a un tratto tutto rannuvolato. So che a mio padre doleva assai il vedermi partire, e che solo ci si era rassegnato per i grandi ragionamenti dello zio. E mio zio, che quella mattina era tutto in faccende intorno a un decotto che bolliva, non mi accompagnò nemmeno alla vettura, ed ebbe appena testa da potermi dire: «Svelto, svelto, che son sonate le sette.»
Il vetturale, come fummo giunti ed ebbe stropicciati con la paglia i suoi cavalli, mi consegnò al portinaio del collegio, e il portinaio mi condusse poi dinanzi al rettore, che era un abate e che mi fece subito un centinaio di domande. Io non risposi alla prima; e, non so perchè, rimasi duro coi denti chiusi fino all’ultima. Allora il rettore mi fece condurre nel dormitorio dicendomi: «Voi siete un asino.» La mia educazione era incominciata. Un po’ per quella malinconìa del mattino, un po’ per il piglio brusco del rettore, il cuore mi traboccò, e diedi in un pianto dirotto.
Qui incomincia la storia del collegio, la storia degli anni chiamati i più belli della vita, e su cui passo di galoppo e facendomi il segno della croce, come si passa per una strada dove si è incappati ne’ malandrini. Tale è la bella pagina che i miei educatori hanno impressa nella mia tenera mente, che aspettava da loro l’impronta maestra di tutta la vita! Dopo tre mesi di educazione, io ero già qualificato dal rettore come epicureo, per l’appetito che avevo portato dai miei monti; come falsario, per avere scritto il còmpito d’un compagno che non aveva saputo farlo; e come propalatore di principii pericolosi, per aver detto che il brodo della minestra era tutto acqua. Immaginatevi che cosa fossi in fin d’anno! Fors’anco divenni un po’ cattivo in verità. Mi ricordo che, quantunque novizio e piccioletto, fui presto amico dei più grandi, i quali di tanto in tanto mi facevan persino l’onore di incaricarmi di qualche mariolerìa per loro conto. Intanto il rettore andava sempre più persuadendosi ch’io avevo bisogno d’esser tenuto con una mano di ferro. Scoperse che in me c’erano i germi di tutti i delitti; e per un pugno che diedi a nome d’un amico, mi appese al collo per un mese un cartellone su cui stava scritto: sicario. Scoperse parimenti ch’io ero uno zotico, un montanaro, uno spaccalegne, e che non conoscevo neanche i primi rudimenti della creanza. Così intraprese a insegnarmela da capo: ma, se ho a dirla, il mio buon rettore, a furia di insegnar creanza, decisamente l’aveva insegnata tutta, e non gliene era rimasta più nè per lui, nè per me. Il peggio fu che andava frattanto scrivendo allo zio cose di fuoco sul mio conto, e lo persuadeva a non richiamarmi per le vacanze d’autunno, perchè non avessi a perdere il frutto di quelle prime sementi di cui, con tanta fatica, mi aveva messo a coltura.
S’io ne fui furente! Da quel giorno mi dichiarai in istato di guerra: guerra delle più accanite, che io cominciai col fingere un appetito insaziabile per far dispetto al rettore, e farlo perdere a lui; gettando per giunta dalla finestra quanti pani mi capitavano in mano, e che non riuscivo a mangiare. Io non sapevo rassegnarmi. Avevo poi in cuore un’ansia, un’inquietudine, quale non avevo provata mai; mi pareva che una voce secreta mi dicesse: «corri a casa tua.»
In quell’autunno morì mio padre. Io non lo seppi che molti mesi dopo. Mio zio non aveva avuto coraggio di scrivermelo, e aveva incaricato il rettore di darmene a poco a poco la triste novella, e i tristi conforti. Il rettore ne incaricò il prefetto, il quale me lo annunziò un giorno come un castigo del cielo per le mie sbadataggini, e per non so quali sgorbi sul quadernuccio del latino.
Spartaco!... e nient’altro che Spartaco! Ecco la gran conclusione a cui ero arrivato dopo quattro anni di latino. Altro che i decotti! I classici, che dovevano guidarmi in grembo alle ricette, tradirono mio zio: quattro anni soli di latino m’avevano già condotto a Spartaco! Sì; io sognavo di spezzare le catene del collegio, di dichiarare liberi tutti, e, sulla base delle vacanze universali, stabilire un ordine di cose più giusto. Il mio disegno, che nella pratica avrebbe forse incontrato delle difficoltà, dopo avermi reso per qualche tempo felice, incominciò anch’esso a lasciarmi di nuovo solo, stanco, stizzoso. La mia giovane fantasia, irrequieta, ardente, aveva trovato chiuso il campo gentile degli affetti domestici, e sbarrato l’alveo diritto d’una educazione autorevole e soda. Condannata a schiudersi da sola una via, prese a correre, a ingrossarsi, a straripare. Così se dallo stagno modesto ove ora mi ridussi, guardo il cammino percorso, di me non trovo che un po’ di schiuma e un po’ di chiasso.
Spartaco se n’era andato! Le catene del banco dell’asino, e del galateo del mio rettore, si erano fatte pesanti più che mai. Il campo delle cattiverie, dei dispettini, delle scappate, ormai era mietuto. M’ero fatto grandicello, e cominciavo a disprezzare il rettore, e a sentirmi molto al di sopra del prefetto. Ma il mio animo, invaso sempre da un vago sentimento di inquietudine e di stizza, si crucciava in cerca d’un modo di azione, d’una formola sotto cui protestare e agitarsi, d’un altro Spartaco, insomma, che non mi piantasse così presto. E il nuovo Spartaco venne!
Tra gli alunni più grandicelli e anziani del collegio, che mi favorivano, come dissi, la loro protezione, c’era un certo Marcello B..., uno dei primi della scola, tanto negli studi che nelle risse; capo di tutte le combriccole, ma di un gran cuore, e che ci teneva tutti in una certa soggezione. A Marcello io avevo chiesto molte volte qualche savio consiglio, che m’aveva poi fruttato il pane e acqua; e nelle principali questioni lo avevo sempre avuto dalla mia. Marcello, da un anno, trascurava un po’ le baruffe; aveva preso un fare misterioso; e ogni mese, quando andava a pranzo dai suoi, per alcuni giorni era tutto intento a leggicchiare di nascosto, con tre o quattro tra i suoi più fidi, dei libruzzi e dei foglietti stampati. Io non ne capivo gran che, nè m’ero arrischiato di parlargliene. Quando un giorno Marcello mi tirò da parte, sul finire della ricreazione, e, fissandomi tutto serio, mi dice all’orecchio, mentre mangiavo pane e ciliege: «Quali sono le tue opinioni politiche?» Io rimasi di stucco, come a una domanda di lingua greca. Le opinioni e la politica non m’erano parole affatto nuove; le avevo udite, ma senza curarmene: nè sapevo precisamente che cosa volessero significare. Marcello, vedendo ch’io tacevo, mi replicò all’orecchio, e questa volta ancor più misteriosamente: «Sei tu repubblicano?» — «No;» risposi allora franco, parendomi di leggere negli occhi di Marcello che dovessi rispondere così. «No?» riprese Marcello, «me ne duole; ciò vuol dire ch’io non potrò mai accettare un portafoglio con te.» E bruscamente mi volse le spalle.
Anche il portafoglio! Decisamente non m’era capitato mai, fuorchè nello studio del greco, di non capir niente, niente da capo a fondo, come questa volta. Un portafoglio da dividere con Marcello!... e quelle altre parole!... Marcello che mi leva la sua protezione!... e io non capirne niente! Mi sentivo umiliato, confuso; e più ci pensavo, e meno ci trovavo modo di imbroccarne una. Delle cose del quarantotto, avvenute due anni prima, a dire il vero, io ne avevo capito poco. Mi ricordavo che il rettore in sulle prime aveva date delle ammonizioni severe ai più grandi, per certe ariette che questi zufolavano pei corridoi; poi si era parlato di guerra; poi ci si fece cantare tutti delle canzoncine sull’Italia e Pio IX. Si studiava poco; il rettore s’era fatto mansueto come un agnello; e alla fin di luglio ci lasciarono andare tutti a casa. Al san Carlo, il rettore era tornato brusco come prima; e un giorno ci disse nella scuola, «che dei guazzabugli dell’estate non se ne parlasse più; che Cesare aveva vinto Pompeo; e che tutto era finito bene.» Così, se prima ne avevo capito poco, molto meno dopo. Mio zio non era uomo da grandi confidenze coi ragazzi, e, se mi faceva qualche parola, era per parlarmi dei doveri dello speziale. Una volta però io avevo scoperto che lo zio era andato di notte, e con gran mistero, al casino della ròcca merlata; e il famiglio di casa diceva in secreto d’averci portato, nascosto in un barile, un antico berretto di velite del regno d’Italia, che lo zio aveva cavato fuori durante i mesi del Provvisorio. E qui a un dipresso finivano le mie nozioni in politica.
A queste cose andai ripensando, dopo le parole di Marcello, e le richiamavo alla memoria come le larve d’un sogno. Eran pure le sole a cui potessi connettere la parola politica, forse la meno nuova tra quelle dettemi da Marcello. E se fosse tutt’altro? Insomma non me ne potevo dar pace. Alla fine, dovetti pur venire a una risoluzione. «Confesserò ingenuamente a Marcello che io non ne so nulla di tutte le cose che mi ha domandate; me le spieghi, e io sarò del suo parere.»
Attesi con impazienza la mattina del giorno seguente, la colazione, e la mezz’ora di riposo che le teneva dietro. Il mio animo si era tutto rasserenato. «Sì,» dicevo tra me, «domattina dopo la colazione sarò repubblicano anch’io; Marcello sarà ancora mio amico, e mi avrà insegnata anche quella diavolerìa del portafoglio!»
Due mesi dopo le spiegazioni di Marcello, quell’affaruccio degli Austriaci in Italia non era più per me che una questioncina di poco momento, un atomo impercettibile destinalo a scomparire colla vicina caduta del capitale e dell’io. Marcello me le aveva spiegate queste cose semplicissime, in un modo chiaro e lampante. Io però le ripetevo a buon conto tutto il giorno tra me, perchè avevano una singolare tendenza a sfumare come le nubi. «Peccato» dicevo io, nel fare la mia valigia in fin d’agosto; «peccato che mi deva dividere così presto da Marcello! I libri però dove ha imparato tutto quello che sa, gli ha promessi anche a me. Intanto non vorrei dimenticarmi le cose cardinali.... questi foglietti li nasconderò tra le calze.... L’importante dunque è che scompaiano gli individui e che non rimangano che le masse.... poi, che traverso all’emancipazione della donna e del pensiero, si costituiscano gli Stati Uniti d’Europa.... il cui governo sarà un triangolo formato dall’eguaglianza, dalla fratellanza e dalla libertà....» E così riandando i punti principali della scienza di Marcello, mi avviavo al mio paese per le vacanze d’autunno, in quella solita vettura ove era già messa in pratica la teoria di sopprimere l’individuo in favore della massa.
Per chiarirmi un po’ le idee, mi misi a leggere l’Organisation du travail, uno dei libri datimi da Marcello. Non ne potei capire una parola. «E dev’essere tanto bello!» pensavo tra me. «Ecco come si insegna il francese in collegio! È la cospirazione dell’oscurantismo; è il rettore che si frappone tra una gioventù alitante di fede e i trovati dell’avvenire!» Così detto stupivo di me stesso, trovandomi salito in così poco tempo a tanta altezza di parole e di pensieri. Per quell’autunno dovetti quindi accontentarmi dei foglietti sottili a caratteri fitti, e di certi opuscoli in lingua italiana, i quali pure mi fecero nascere il sospetto che anche della lingua nostra me ne avessero in collegio celata una parte.
Lo zio intanto, persuaso ch’io fossi speziale fin nel midollo delle ossa, non capiva talora come avessi mutato d’abitudini; come non soffiassi più nel fornello con tanta lena; come girassi il pestello nel mortaio con così poco entusiasmo. «Ma siccome nei casi dubbi io vado diritto al metodo analitico,» diceva egli un giorno al curato sull’uscio della bottega, «così scoprii che mio nipote legge di giorno, e legge di notte. Esce poco di casa, e ha di già sul tavolino il decimo volume del mio dizionario botanico. Lo misi per tempo al fornello, ed è là che ha capito d’essere nell’empirismo. Ora la sua impazienza lo porta a un assaggio precoce della teoria; la teoria lo trasporterà di galoppo nella pratica, e la pratica nella teoria. Son cose che io ho predette fin da quando l’ho destinato a questa professione.» E io che l’avevo udito dalla finestra, ritornavo alle meditazioni profonde, ai solitari giri della mia cameretta; e crollando il capo dicevo tra me: «No! io non sarò mai un venduto nè della spezieria, nè dell’io! Io non appartengo che all’umanità!»
Così passavo, leggendo e fantasticando, i giorni interi nella mia cameretta. Era l’antica cameretta, che mi aveva veduto salutare la bella imitando, a cavallo d’un bastone, il guerriero del paracammino. Al paracammino ritornava qualche volta il mio sguardo, ma non vi leggeva più nulla; non ci ritrovava più i sogni, le emozioni d’una volta. «Come c’invecchiano» dicevo tra me «gli studi pratici, i trovati dell’avvenire!» E a ogni nuovo pensiero era una passeggiata per la camera e una fermata alla finestra. Che se poi vedevo spuntare da lontano un elmo che mi annunziava il gendarme del paese, subito mi ritiravo, gustando la voluttà del sentirmi compromesso. E tornavo ai miei studi, alla mia scienza, agli opuscoli e ai foglietti di Marcello. Leggerli e rileggerli; fantasticarci sopra, e capirne poco, era tutto il mio grand’affare. Ma i forti pensieri mi avevano così alienato dai decotti e dalle malve, che il mio maggiore studio era di lasciarmi trovare men che potessi dallo zio, cambiando il supplizio dei fornelli con un esilio nella mia cameretta. La noia però veniva piano piano a sedersi vicina alle mie nuove meditazioni, e cercava sedurmi fin col tintinnìo degli aborriti pestelli: poi, mi conduceva e riconduceva alla finestra, a farmi fare le cento volte capolino in strada, o a tenermi intento a spiare dalle stecche della persiana.
Di là cominciai a guardare e riguardare la bionda testolina d’una fanciulla del fornaio, che aveva la bottega presso la nostra farmacia. La fanciulla usciva il dopo pranzo col panchetto sull’uscio a lavorar di maglia o a cucire, non saprei dire con qual punto, ma con punti che mi parevano piuttosto lunghi. Che strani capelli aveva quella fanciulla! Erano biondi; ma così lucidi, così chiari, così fitti che ti parevano un piccolo pagliaio, o una matassa di seta scompigliata. Non valevano a tenerli a dovere nè il pettine, nè le trecce, nè la dirizzatura: la rivolta era generale e permanente. «È un indizio!» pensavo tra me: «sotto quei capelli deve battere un cuore libero, indipendente!» Il fascino di quei capelli andava crescendo a ogni occhiatina ch’io mandavo loro dalla finestra. Le cose un poco strane mi seducevano sempre. La fanciulla che non s’era mai accorta di me, di tanto in tanto alzava gli occhi in su, e guardava le rondini che, passando, pareva la salutassero col loro acuto pigolio. Io mi facevo indietro, e mi sentivo montare il rosso al viso, quasichè ella mi avesse veduto e avesse udito i miei pensieri. Rimanevo un poco in agguato, zitto e senza battere palpebra; poi, piano piano, ritornavo a far capolino. Cos’era questa nuova agitazione, che non mi lasciava lontano un pezzo dalla finestra, e mi faceva spiare le rondini, sperando che tutte passassero per di là?... «Spiare le rondini, che ragazzata!» dicevo io, e pieno di vergogna ritornavo al tavolino degli opuscoli e delle forti cartoline. Ma anche nelle cartoline c’era un’insidia, e quei foglietti pieni di sorelle e di amanti, al cui grembo dovevamo correre a riposarci subito dopo la vittoria, conciliavano a maraviglia i capelli biondi con la nazione armata. Io sentii il dovere urgente d’avere una sorella o un’amante.
La mia fantasia fece in breve una lunga strada, come era suo costume. Ci furono dei soliloquii sull’amore nello stile di quelli sulla politica. Mi pareva già che l’esperienza delle due cose fosse in me profonda del pari; e a ragione. Non aspettai più le rondini per guardare in giù. Quali visacci facessi a quella fanciulla per rapirla in estasi, non lo so; certo non dovevano essere i più belli, perchè la poverina finì, io credo, col prenderne paura, e non si lasciò più vedere. E allora? Allora il san Carlo s’era fatto vicino, e addio capelli biondi.... bisognava ritornare alle Muse. Il tempo volava: che cosa dovevo far io?... Scrissi; scrissi una lettera alla figliola del fornaio, sfoggiando tutto quel poco che avevo letto sulla emancipazione della donna, sul suffragio universale, sull’imposta unica e progressiva.... una lettera amorosa insomma, destinata a far colpo, dacchè non ci ero riuscito con la mimica. La vettura, i bauli, gli addii della mia partenza avrebbero fatto chiasso; la figliola del fornaio sarebbe ricomparsa sull’uscio, e il fatal foglio avrebbe toccato il suo destino.
La mattina venne, e questa volta mio zio, più tenero del solito, non mi abbandonò un minuto. «Studia, figliolo,» andava dicendomi, «e l’anno venturo ti farò fare un passo da gigante.... ti metterò alle pillole!» Tutto era pronto; il vetturale non tollerava altri indugi; io mandai tutto all’ingiro un’ultima occhiata, ma i capelli biondi non erano comparsi. E io giunsi in collegio con la mia lettera in tasca.
Napoleone intanto, senza dirlo nè a me, nè a Marcello, aveva fatto il colpo di Stato. Marcello però lo seppe; ma dopo. Una sera, Marcello che aveva passata la giornata a casa sua, rientrato in collegio, radunò i suoi amici politici, ch’eran cresciuti di numero; e, caldo delle cose udite, ci narrò gli ultimi avvenimenti e la rivoluzione del Bonaparte contro il popolo francese. Il caso era grave: le parole di Marcello erano piene d’ira, e noi «che cosa si fa?» pensavamo: e siccome la risposta non veniva, mandavam fuoco dagli occhi, in mancanza di meglio. Finalmente io ruppi il silenzio, ed esclamai: «Bisogna agire!» Tutti mi guardarono, lieti d’avere questo peso giù dalle spalle, e che l’idea fosse venuta a me. «Sì, bisogna agire....» replicai, ma il difficile stava nel continuare. Feci una pausa: nessuno fiatava. «Agitiamoci!» ripresi.... e, per fortuna, suonò in quel momento la campanella che ci mandava tutti a dormire, e che a me apriva una scappatoia. «A domani» dissi allora, senza perder tempo, accorgendomi di tutta la responsabilità che m’ero tirata addosso, per avere aperto bocca per il primo. Come fui a letto, incominciai a fantasticare su questa maledetta idea che i miei compagni si aspettavano da me; e me la pigliavo con loro, perchè fossero stati così sciocchi da non averla saputa trovare essi medesimi. Finalmente l’idea buona capitò: quell’idea, voglio dire, che in tali frangenti pare sempre la migliore; l’idea di chiudere gli occhi per il momento, e di pensarci all’indomani.
Venne l’indomani, ma io non ci avevo pensato. All’ora della ricreazione ci fu il ritrovo promesso. Io tacevo; e, con mia sorpresa, m’accorsi che nessuno si curava ch’io parlassi. I miei compagni avevano trovata una insolita parlantina: a ciascuno premeva di metter innanzi le proprie idee, nella previsione che sarebbero state meno avventate e pericolose delle mie. I discorsi e i progetti politici cadevano sul modo di finirla con l’Europa e col collegio; cadevano sul colpo di Stato e sul rettore, che era il nostro Napoleone visibile. I più fregavan le mani, e dicevano: «Addio collegio, chi sa che cosa va a nascere!» A qualche altro pareva già di udire il rumore d’una rivoluzione per le strade. Quelli che vedevano gli affari un po’ meno color di rosa, e avevano la pazienza un po’ più lunga, speravano in un movimento slavo. Qualche altro, ancor più moderato, pur ammettendo che dovevano succedere dei grandi avvenimenti, limitava per il momento le sue aspirazioni a tramare di soppiatto qualche cosa contro la credenza o la cucina. Marcello taceva; gli altri evidentemente non erano maturi. Toccava a me: non si era concluso nulla di energico, e già gli occhi di tutti mi erano addosso, aspettando che dessi io il motto, per venirne a una. Se la riflessione non aveva saputo dirmi nulla, l’ispirazione a un tratto venne a levarmi d’impiccio. Mi passò per la fantasia, come un lampo, l’ultimo bigliettino dell’amico X, e la musa fu trovata.
Tornando indietro un passo, come spesso occorre quando si contano le novelle, dirò di volo chi fosse l’amico X. Chi fosse? Veramente io non lo sapevo: non l’avevo nè udito, nè veduto mai; ignoravo perfino come si chiamasse. Però avevo per lui un’adorazione cieca, profonda. Io mi sarei fatto appiccare, se ne avessi ricevuto l’ordine firmato X. Il fratello maggiore di Marcello era in comunicazione diretta e continua con costui; ma neppure lui sapeva bene chi si fosse. Gli opuscoli, i foglietti, che Marcello portava in collegio, venivano da costui: a costui si mandava l’obolo mensile per gli Stati Uniti d’Europa; e c’era, in ricambio, la parola d’ordine per la quindicina, le notizie, le istruzioni in parole brevi, ma che trascinavano nelle più alte sfere della perfezione umana. In un momento d’entusiasmo per l’amico X, Marcello gli aveva direttamente inviata, per mezzo del solito contrabbandiere, una lettera in cui gli parlava della sua ammirazione per lui, della sua fede, de’ suoi propositi, e dei compagni di collegio che, discepoli ieri, erano in oggi apostoli fatti. Gli domandava la sua amicizia, e gli metteva a disposizione la propria testa, come tenue contraccambio di tanto onore. L’amico X rispose: rispose poche righe, ma nientemeno che tutte di suo pugno. «Un autografo!» diceva Marcello. Quelle righe le imparammo subito a memoria, ed eccole qua:
«Giovine amico!
»Sì, giovine amico, gli eletti ascrivono voi e gli amici vostri tra i loro correligionari; la Fede vi ascrive tra i suoi apostoli armati. Voi siete la nuova gioventù; gioventù piena di candore e di fuoco; poema vivente, che ricongiunge la coscienza dell’oggi alla tradizione di secolare pensiero. Benedette le madri, che si incinsero in voi! Benedette le fanciulle del vostro amore, che comprimono sotto un pensiero di patria i palpiti del cuore, per salutare d’un sorriso il sacrificio del vostro apostolato!
«L’ora è sonata! L’udite voi, o giovani, questa novissima voce di turbine, innanzi a cui si schiantano e le querce e le dighe secolari? L’udite? È l’alba della rivoluzione sociale! Sì, giovani amici! All’annunzio d’un fatto, fate arma d’ogni cosa che ha ferro! È capo chi guida: guidate! Guai a chi si arresta; guai a chi vi parla di localizzazione di moti! Sdegnate i consigli prudenti; sdegnate quei moderatori vostri, che, diseredati della tradizione del vero, vi porgeranno il veleno di una esperienza fallace.
»X.»
«E voi ci pensate ancora?» esclamai io dunque ai miei compagni, i quali appunto perchè mi avevan veduto pensarci più di loro, si aspettavano la risposta da me. «Ancora ci pensate? Per pensarci più a lungo, bisogna essere diseredati della tradizione del vero! Che cosa diranno le fanciulle del nostro cuore? L’ora è sonata! ci fu detto: le istruzioni le abbiamo avute: all’annunzio di un fatto sorgete! Il fatto è avvenuto: a quest’ora la rivoluzione europea è scoppiata. Udii questa notte un lontano rumore verso i monti, un rumore cupo, indistinto, come di voci, di comandi, di gente che si affolla. È la rivoluzione che occupa a quest’ora le gole e i grandi passi dei monti. Luigi Bonaparte, e il suo preteso colpo di Stato, i despoti e le diplomazie che cosa sono mai! A quest’ora. Polacchi, Rumeni e Montenegrini sono in armi, e scendono dai monti! Sa il cielo come è vasto a quest’ora il movimento sociale! Agire entro le mura del collegio, cospirare contro il rettore, sarebbero tutte localizzazioni di moto. Osiamo! La rivoluzione è incominciata: noi siamo attesi: noi siamo in ritardo....»
«Ma.... e come si fa?» interruppe uno di quelli della localizzazione del moto.
«Discendenti di Spartaco! Vi arrestereste voi dinanzi all’antiporta del collegio? Che cosa dirà l’Europa di noi!...»
Io avevo vinto. Da un subito mutarsi delle facce de’ miei compagni, m’accorsi d’aver finalmente toccata la corda giusta. Raggiante del mio trionfo, e compreso della mia superiorità, incominciai a dare ordini e a formare disegni. È capo chi guida, aveva detto l’amico X, e io avevo in quel momento la coscienza, se non il brevetto, d’essere per lo meno colonnello. Cresciuto alla scuola militare de’ miei foglietti di contrabbando, potei in quattro parole riassumere ai compagni i cardini d’una strategia molto più comoda dell’antica, per la quale ci volevano eserciti e battaglie campali, e rimaneva tuttavia il rischio di perdere. Le istruzioni a stampa ch’io tenevo, mi avevano insegnato a distruggere i più grandi imperi e le più inveterate tirannie, con mezzi sicuri e semplicissimi. «Voi troverete forse» dicevo misteriosamente ai miei compagni «chi vi parlerà ancora delle migliaia di battaglioni e degli eserciti regolari. Utopìe del passato! Voi vi dovete ricordare che un uomo di buona volontà può moltiplicarsi all’infinito, e ingrossare come una valanga. Questa valanga è l’uomo-milione; l’eroe collettivo! Troverete chi vi parlerà di denaro, o di finanze, come dicesi nel vecchio linguaggio. Rispondete che se a loro le angherìe e i cento balzelli non bastano, voi con due soldi al giorno, pagati da ogni italiano spontaneamente, avrete quasi mille milioni all’anno!»
Dinanzi a queste prove matematiche di strategia e di finanza, nessun ragionamento in contrario avrebbe potuto reggere: ogni dubbio, se pur ce n’era alcuno, svanì ne’ miei compagni. L’entusiasmo fu generale, le deliberazioni furono prese all’unanimità. Si deliberò nientemeno che di svignarsela tutti, sull’imbrunire, dal collegio, per non far attendere più a lungo i nostri fratelli della rivoluzione europea. Marcello taceva. Le mie parole avventate non l’avevano punto persuaso; ma c’era un progetto ardito da compiere, un pericolo da affrontare, e ciò bastava perchè Marcello accettasse la sua parte senza discussione. Ci demmo ritrovo all’antiporta del collegio; e là, se avessimo trovato il portinaio in uno di quei brevi intervalli in cui, per sbraciare colla palettina il caldano, dava sosta al sonno, là si sarebbe deciso, se conveniva farselo amico con un po’ di quattrini, o metterlo in disparte con un po’ di pugni. Dataci la mano, fatto un giuramento solenne, ci lasciammo, impazienti che venisse l’ora del tramonto per compiere l’impresa. Per giunta, ciascuno promise di condurre qualche altro compagno di quelli che non erano della congiura.
L’ora del tramonto venne. Il cuore mi batteva forte, e mi diceva che questa era la più grossa di quante mai ne avessi fatte. Data un’occhiata di intelligenza ai compagni che mi dovevano seguire, quatto quatto uscii dal camerotto della ricreazione. A salti fatte le scale e i corridoi, fui in un attimo all’antiporta, e ci trovai Marcello. Spiammo il portinaio.... Dormiva. Ma non eravamo che noi due. «Siamo i primi,» dissi a Marcello: e fummo anche gli ultimi. Il silenzio profondo, la tranquillità della strada, mi lasciavano qualche dubbio sulla insurrezione universale. Si poteva udire il ronzìo d’una mosca, ma non si udiva voce alcuna di insorti. Un’altra voce piuttosto udivo dentro di me, una voce che in tutta confidenza mi diceva di tornare indietro e di andare a cena. Ma l’agitazione, il dispetto, il puntiglio mi cacciavano innanzi; così, tra queste due forze contrarie, io rimanevo immobile, e per primo, contro le mie stesse ingiunzioni, localizzavo il moto. Quando a un tratto, la voce del rettore che ci chiamava tutti e due rintronò per i corridoi del collegio, e in un accento che già ci annunziava essere perduto, se non l’onore, il pane e il formaggio per quella sera. Marcello allora mi scosse e mi gridò: «Avanti!» In due salti attraversammo lo stanzone del portinaio; io giunsi fuori dell’uscio per il primo e misi piede nella strada. Ma intanto il portinaio, che dormiva e non dormiva, aveva già pigliato per le falde del vestito Marcello, e iniziata una lotta che doveva finire col trionfo del potere. Al primo accorgermi di quel tafferuglio, io m’ero fermato, e stavo per slanciarmi in soccorso di Marcello. Quando, due mani colossali e vigorose d’un anonimo, che mi colsero alla schiena, mi fermarono di botto, e mi costituirono prigioniero. Non mancai di dibattermi alla meglio, facendo arma di tutto, come dicevano le mie istruzioni militari, fin dei denti e dei tacchi. Udendo il passo di qualcuno che capitava, cominciai a gridare, sperando, a dispetto questa volta delle istruzioni, un alleato. Era un soldato austriaco, che tutto d’un pezzo, colla pipa in bocca, e il passo flemmatico, tirava diritto, senza neppure voltare la faccia dalla parte ove io gridavo a tutta gola. Gli Slavi non erano insorti! Quest’ultimo disinganno venne a compiere la mia sconfitta; e poco dopo tra un viavai di prefetti e di camerieri, io e Marcello eravamo dinanzi al rettore.
Chi era quell’anonimo che mi ricondusse in collegio, lasciandomi il segno delle sue dieci dita nelle braccia? Era il cuoco del collegio, quel cuoco col quale avrebbero voluto intendersela i moderati! Così, io e Marcello fummo chiusi in camera per una settimana: Napoleone potè incominciare tranquillamente il suo regno; e in collegio il brodo della minestra rimase lungo come prima.
Da sessant’anni, la politica aveva solo due volte leggermente increspate le acque tranquille del mio paesello. La prima volta fu quando un giacobino del capoluogo venne a piantare sul sagrato l’albero della libertà. I curiosi erano corsi in frotta, credendolo l’albero della cuccagna; ma, quando si accorsero che non c’erano i polli, se ne andarono per i fatti loro: così contano alcuni di quel tempo. La seconda volta fu nel quarantotto, quando mio zio tirò fuori il berretto da velite, e lo tenne in capo per quattro mesi, giorno e notte. Questi due avvenimenti erano per il mio paese le colonne d’Ercole della politica: non si andava più in là.
Finiti gli anni del collegio, e da un anno staccatomi dal mio Marcello, dopo avergli giurata però fedeltà fino alla morte, mio zio mi richiamò a casa per fare pratica di farmacia, e quindi avviarmi all’Università. Io mi aspettavo, in buona fede, di ritrovare anche il mio paesello commosso dai grandi problemi sociali, persuaso com’ero che ogni nuova pagina delle mie letture, ogni teoria, ogni idea nuova per me, fossero tutte luminose scoperte che corressero ed agitassero il mondo intero in quel momento, come agitavano ed esaltavano me stesso. Ma sia che i grandi problemi sociali avessero presa altra strada, o fossero tuttora in cammino, per quanto mi facessi a interrogare e a cercare, nessuno si agitava, nessuno dubitava con me. Dubitavano alcuni che, per il lungo asciutto, i fieni sarebbero stati scarsi; ed altri, che l’oste avesse tagliato il vin vecchio con quel nuovo. «Queste sono aberrazioni d’uomini, ma non di popoli,» dicevo sulle prime, col mio autore, e continuavo nelle mie ricerche. Parlai dell’imposta progressiva, e mi fu risposto che si preferivano le imposte stazionarie. Nessuno pensava a distruggere il capitale; nessuno ne aveva ribrezzo! Nessuno insorgeva contro il salario; anzi, chi ne era senza, faceva di tutto per averlo. Nella mente di quei villici non si agitava nessun vasto problema; e, se correva qualche scappellotto, non era mai in nome dei grandi principii dell’avvenire.... nemmeno in nome di quelli dell’ottantanove! Mi persuasi che questi villani non erano popolo, e che il vero popolo doveva essere tutt’altra cosa.
«Ma la vita è missione!» dicevo tra me. «Costituitevi sacerdoti, agitate!» Solo non sapevo da qual parte incominciare; non sapevo chi dovessi agitare per il primo. Agitare mio zio?... il curato?... il fornaio?... Dopo maturo esame, incominciai il mio apostolato giocando a briscola, nella bottega del tabaccaio, con due spiantati che ci passavano la giornata a bicchierini d’acquavite. Trovai in questi due, che la sorte fece poveri e dimenticati, una così pronta intuizione delle più ardue questioni sociali, da sperar bene dell’umanità. Inflessibili nei principii, ed uomini pratici soprattutto, mi svelarono fin dal primo giorno che il fornaio era un aristocratico, e che bisognava dare un esempio. Orgoglioso di questo mio primo successo, ripresi più alacremente il mio apostolato di agitazione, anche al di fuori della bottega del tabaccaio. Sminuzzai il pane della scienza; cominciai dalla costituzione dei valori e dall’organizzazione del buon mercato. Ma quegli zotici, anzichè demolire l’idolo dell’io, presero a ridere di me. In breve furono tutti convinti che avevo, come si dice nel mio paese, dell’estro, cioè una vena di matto. Io mi confortavo, ripetendomi che queste erano «aberrazioni d’uomini, non di popoli,» e continuavo più che mai ad agitare, non fosse altro, me stesso. A poco a poco tutti mi si facevano più lontani, fuorchè il caporale dei gendarmi, il quale mi si faceva un po’ più accosto. Deluso e sconfortato, feci ritorno alla bottega del tabaccaio, ove almeno, dicevo tra me, c’è potenza di fede, c’è coscienza di popolo e di azione. Il mio curato, di tanto in tanto, pigliandomi a braccio, cercava d’acquietarmi un po’, confutando la mia scienza col buon senso, o con esempii dell’antico Testamento. Ma tutto era inutile, e il buon uomo di soppiatto mi indirizzava persino dei segni di croce, nel dubbio che qualche demonio ci avesse la sua parte. Mio zio, per essere uomo troppo severo, non mi ammoniva mai. Una prima mancanza non era un fatto abbastanza grave per lui, da farne oggetto d’una sua ammonizione: e l’ammonire per una seconda, era quanto il confessare d’averne lasciata una impunita. Mio zio, in questi casi, per levarsi d’imbarazzo, ricorreva alla sua teoria, che cioè «nelle contingenze difficili della vita, bisognava innanzi tutto procedere all’analisi dei fatti.» E con ciò aveva ogni volta l’opportunità di qualche grande discussione di filosofia col curato, nella quale, coll’appoggio di molti autori e di molti testi di chimica, riusciva di una incontrastabile superiorità.
Mio zio teneva dietro in silenzio a queste mie smanie di plasmare e fondere tutti gli uomini della terra, di fare scomparire ogni ineguaglianza, di rendere tutto di un medesimo colore; e presto s’era accorto di tutta l’analogia che c’era tra le mie teorie e quella del far le pillole. Nei grandi assiomi, ch’io tracciavo a brevi linee su qualche fogliuzzo di carta, o che proclamavo come trovati indispensabili per la salute della società, egli ravvisava una precoce tendenza per le ricette, una fede indomita nella farmacia. Convinto dunque mio zio, che tutto il male proveniva dallo squilibrio, in cui si trovavano le mie forze intellettuali con la mia posizione sociale, pensò di sciogliere la questione con un colpo decisivo, e mi mise alle pillole.
Povere pillole! Bisognerà però che torni indietro un passo, per spiegare ancor più chiaro in quale disposizione d’animo me le pigliassi. Era ritornata da qualche tempo in paese la bionda figliola del fornaio, che non avevo più riveduta, dopo la lettera che le avevo scritta e che m’era rimasta in tasca. Era tornata da un paese vicino, dove aveva passato qualche anno in casa d’una vecchia zia; ma non era più la fanciulla in gonnellino corto, che dalla finestra, ove io sospiravo per lei, vedevo correre saltelloni, lasciando sprigionati per ogni verso i suoi biondi e fitti capelli, e che ricambiava i miei palpiti con altrettanto affetto per le ciliege: era una giovanetta tutta seria, timida, ravviata, e che per un nulla si faceva rossa in viso, come spesso avviene alle anime buone e gentili. I suoi capelli, fatti più docili e più oscuri, avevano preso il colore lucido dell’oro; e i suoi due grand’occhi celesti, pieni di una serena bontà, si abbassavano vergognosi a terra appena s’accorgevano d’essere guardati. Il mio curato l’aveva battezzata per Cleopatra; ma i suoi di casa avevano tirato il nome in diminutivo, e la chiamavano Luigina. L’arrivo della Luigina aveva messo sossopra il garzone del ferraio, il galoppino del comune, un chierico, un figliolo del maestro, tutta insomma la gioventù brillante del paese. Io che avevo fatti gli studi, e che ero il nipote dello speziale, dimenticai la democrazia e sentii tutta la mia superiorità. Non so se in nome dell’amore antico o di un amor nuovo, se per passatempo, per puntiglio, per vanagloria, o per quell’istinto di tirannìa di cui sono calunniati i demagoghi, decretai la conquista di Cleopatra, senza pensare ch’essa era la Luigina. Ecco perchè a un tratto mi mostrai preso da un desiderio irresistibile d’imparare i secreti dell’impastare, e la meccanica del burattello e del frullone. Il fornaio non la finiva più nell’insegnarmi l’arte, e andava in visibilio per il mio interessamento e anche per la mia degnazione. A ogni minuto ero da lui, quantunque i miei amici politici, quelli della bottega del tabaccaio, l’avessero segnato come un aristocratico, e non gli pagassero nemmeno il conto per non transigere con lui. Ci andavo però un pochino di soppiatto, e con alcune precauzioni, perchè non mi tradissero le imbiancature della farina, e un certo odor di pan fresco. La madre della Luigina s’era subito accorta ch’io m’andavo infarinando in qualch’altra cosa; e credendosi d’una furberìa senza pari, tutto il giorno era sul far mosse strategiche per lasciarci soli, o per metter paglia sul fuoco: io era un buon partito, e bisognava farmi abbruciacchiare le ali. In pochi giorni io avevo dichiarato alla Luigina il mio amore, la mia passione, il mio delirio, sfoggiando tutti i sentimenti classici della mia antologia latina e tutto il linguaggio romantico della mia scuola politica. La Luigina rimaneva come trasecolata; si faceva tutta rossa, e, alzando il gomito, cercava nasconder la faccia: poi fuggiva. E io allora, vedendomi incompreso, un po’ facevo l’infelice, non affatto malcontento di fare una cosa nuova, un po’ mi stizzivo davvero, e davvero sentivo certe prime punture che dovevano essere quelle.... chi lo sa? dell’amore.
E fu allora appunto che mio zio, dopo i più maturi riflessi, era venuto nella conclusione di mettermi alle pillole.
Passavano i giorni e i mesi, ed io mi facevo sempre d’umor più nero, più stizzoso, più annoiato. Gli andamenti di questo mondo non li vedevo che attraverso la Gazzetta ufficiale, che me li faceva parere, come la belladonna, sempre più gialli e nauseabondi. La Luigina si faceva sempre più rossa, e scappava sempre. Il mio povero zio principiava a parermi un tiranno; e le sue pillole, lavoro senza coscienza di azione, mi parevano un agguato della cospirazione moderata e dottrinaria. Fino allora non avevo mai parlato di Università, dove avrei dovuto studiare una scienza che disprezzavo. Ma ormai, poco contento del mio apostolato, della Luigina e dei cittadini delle campagne, cominciai a tempestare lo zio, il quale mi rispondeva che un po’ più di pratica m’avrebbe giovato per la teoria, tanto più che non eran gli anni per una spesa così grossa; che la campagna andava male e i paesani facevano senza medicine, o al più, comperavano un cerotto che bastava per tutto l’anno, per tutta la famiglia e per tutti i mali.
Fu in mezzo a queste mie traversìe, che un bel giorno mi venne il pensiero di cercar rifugio e conforto in un’antica e misteriosa conoscenza, nell’amico dell’amico Marcello, in quella X che risplendeva tuttora nella mia fantasia, con l’egual fascino e con l’eguale potenza. Io non avevo mai scritto all’amico X, e questa prima lettera mi tenne in faccende per un mese. Feci e rifeci; rubai qua e là qualcosina dai miei autori, e misi assieme degli squarci che mi lasciarono per un pezzo molto contento di me. Cercai salvare la minuta del mio scritto dal pericolo dei tre gendarmi del paese, sotto una tegola del tetto; ma le intemperie profane non la perdonarono che a queste poche righe. «....perocchè l’Austria non può essere vinta che fissando l’angelo della vittoria con intrepida adorazione del Vero. Gli eserciti non valgono se chi li affronta è popolo fatto Principio e pugna armato di quella Fede collettiva, che è armonia di anime viventi nel Fine. La sètta faziosa che chiamasi maggioranza, ribelle all’Idea in cui solo risiede il diritto, cospira per un patto sociale che non è edificio, ma rintonaco di sepolcro. Noi saremo militi e sacerdoti: militi e sacerdoti di quel Vero che, spiccando il volo sull’ali della coscienza progressiva, dai ruderi dell’io, concreterà la vita collettiva nella patria delle patrie, l’Umanità....» E qui, se ben mi ricordo, venivano i miei convenevoli, poi il mio nome. Ma appena scritto il mio nome, mi vennero in mente i tre gendarmi; e ripigliata la penna, tirai pian piano sulle lettere altrettanti ghirigori. E di più, pensandoci, vidi che quel mio nome, ad eccezione dell’Adalberto, era troppo volgare. Più che per un programma del futuro, mi parve fatto per una spezieria del presente; ne arrossii, e, dopo averci meditato, scrissi in fin di pagina, con un coraggio da leone, vostro Adalberto dalla ròcca merlata, e consegnai la lettera al contrabbandiere che mi vendeva i libriccioli politici.
Per un mese fui sulle spine. Finalmente una sera il contrabbandiere mi fece un cenno con l’occhio, per farmi capire di andargli dietro, e mi condusse a casa sua. Fosse la lettera dell’amico? pensai tra me, e il cuore mi batteva forte, come quando aspettavo una di quelle risposte della Luigina, che non giungevano mai. In un cantuccio della cucina, da una gerla piena di stramaglie, tra i pacchi di sigari falsificati, di caffè di cicoria e di carte da giuoco senza bollo, mi cavò fuori finalmente, il mio contrabbandiere, un foglietto sottilissimo piegato a guisa di lettera, e su cui stava scritto Adalberto. Non c’era più dubbio; pagai senza economia il porto, e corsi a rinchiudermi in camera per assaporare, e meditare in pace il mio prezioso manoscritto. Apersi il foglietto, ed eccolo qua:
«Caro conte!
«Il nome di Adalberto me lo apprese Marcello, tra i nomi di quegli ardenti e candidi giovanetti, che per angelica ispirazione del Vero protestavano per tempo contro le false esercitazioni del pensiero. Voi dunque volete essere tuttora coi buoni, a cui la tradizione dell’Umanità collettiva diede l’intuizione dell’avvenire! Io già vi amo come fratello! Voi sarete, caro conte, leva irresistibile di azione intorno a voi, mentre col largo obolo del vostro censo, potrete sorreggere anche altrove il lavoro di altri buoni. — Riceverete mano mano le istruzioni dell’azione collettiva.
»Nel popolo, fanciullo dell’Umanità, vive e respira la spontaneità dell’Innocenza, che la è Virtù inconscia; noi professiamo la Virtù, che è lotta e fatica. Ma congiunti in forte armonia, avremo la melodia dei popoli, che è murmure d’angeli e fragore di folgori.
»Abbiatemi sempre più che amico, fratello.
»X.»
Rimasi per tutta quella sera, e per il giorno dopo, e per molti giorni ancora, abbagliato e intronato, tante erano le emozioni e le nuove fantasie che si facevano ressa nel mio capo, dopo la lettura di quella lettera. Il signor X, mi chiamava nientemeno che fratello: io ero un iniziato nell’azione collettiva; io ero un buono; i buoni avrebbero saputo il mio nome; ero un eletto dell’intuizione dell’avvenire! C’era da perdere la testa per la consolazione. Però, bisogna che lo confessi, la cosa che mi fece maggiore impressione fu quel caro conte. Io non avevo mai veduto un conte, ma gli avrei ammazzati tutti, tanto gli odiavo. Ora il mio X, l’uomo perfetto, mi chiamava conte, per un equivoco senz’altro, ma pure senza inorridirne, e dicendomi con tanta compiacenza fratello. Dunque, pensavo tra me, in certi casi si può essere anche un conte. Nel mio caso, per esempio, io sarei a un tempo un conte e un galantuomo. E bisogna convenire, continuavo tra me, che il chiamarsi Adalberto conte della ròcca merlata, non sonerebbe male; e me ne verrebbe della dignità e del rispetto, di cui, ben s’intende, userei per il trionfo della democrazia universale. Queste idee mi andavano così a sangue, che in poco tempo mi feci mitissimo con le contee, e mi sorpresi un giorno allo specchio, col volto composto alla maggior dignità, contemplandovi il conte della ròcca merlata, che per essere il primo conte che vedevo, mi pareva tale da riconciliarmi anche con gli altri. Risposi all’amico X, e tacqui sull’affare del conte. Ed egli da capo a darmi del conte, e io duro a pigliarmelo in santa pace.
Passavo i mesi in queste mie nuove beatitudini, che mi facevano quasi dimenticare l’orrore della spezieria, e anche un po’ l’amore per la Luigina: quando una notizia dolorosa e misteriosa venne a scotermi profondamente, e a richiamarmi a quel po’ di serietà che pure c’era in me. Leggendo un giorno dal curato la Gazzetta ufficiale di Milano, trovai queste due righe tra le notizie delle province: «Marcello N., dottore in legge, noto per fatti e sentimenti antipolitici, venne arrestato in.... la notte del 27 corrente.» Era la prima nuova che avevo del mio buon Marcello, dopo che mi aveva salutato baciandomi all’uscir di collegio.
Il primo ordine che ricevetti dall’amico X fu di costituire un comitato rivoluzionario per il mio paese e per i paesi vicini. «Dove vado io a fare il comitato?» Volevo parlarne a quei due del tabaccaio, ma da qualche tempo m’era nato il sospetto che bazzicassero dal commissario, e che l’oro fatale me li potesse corrompere. Cercavo bene di mantenerli nel campo della rivoluzione europea, a bicchierini d’acquavite, ma la mia fiducia in loro non era più così serena come per il passato. Alla fine mi decisi. Scrissi che il comitato era fatto, e il comitato ero io. Il comitato fu richiesto del suo obolo mensile per la cassa centrale, e di tanto in tanto di qualche prestito straordinario; prestito di cui si avevano in ricambio i titoli di credito inscritti sul gran Libro dell’avvenire. Per non dire che al comitato non era riuscito di affigliarsi anima viva, e per non smentire la mia contea, presto mi trovai al verde, e finii un bel giorno col fare il mio primo debito con un cittadino delle campagne che pizzicava un po’ dell’usuraio. Ogni quindicina ricevevo poi in ricambio delle grandi novità: prossimi moti in Polonia, più prossimi ancora in Calabria, vicine le barricate a Parigi, e vicinissimi i soliti moti degli Slavi. Il comitato doveva tenersi pronto con la sua vasta associazione a occupare i grandi passi dei monti, dove avrebbe trovato altre vastissime associazioni. Occupati questi passi, a un dato cenno, dovevamo rotolar sassi sul territorio nemico; chi avesse avuta una picca poteva discendere a molestare ancora di più lo straniero. Resa così vana ogni nuova calata di eserciti, quei del piano e delle città, avrebbero in breve trionfato dei pochi satelliti nemici, mentre un proclama scritto in due o tre lingue avrebbe trascinati nel nostro campo interi battaglioni. Il mio comitato poi ne rispondeva alla sua volta delle belle. Un muratore, che non aveva avuto lavoro in certe opere di fortificazione, si sfogava in piazza dicendo che quelle muraglie si potevano buttar giù con un soffio....; e il comitato scriveva all’amico X che sorgevano dei fortilizii, ma che l’associazione poteva fin d’ora far calcolo sui mezzi con cui la rivoluzione se ne sarebbe resa padrona al primo segnale. Un gendarme un po’ brillo aveva mormorato contro il sergente all’osteria.... e il comitato scriveva: «Il malcontento nell’armata è al colmo, generale ormai il pensiero di far ritorno alle proprie case; si organizzano vaste diserzioni: il comitato ha su di ciò informazioni positive, per rapporti coll’armata stessa: il comitato veglia e lavora.»
Come mai potevo credere con tanta buona fede tutto ciò che mi si scriveva, e come mai alla mia volta potevo scrivere tante storie, quasi con altrettanta buona fede? Non lo so, ma pure era così. Certe parolone abbruciano il palato, e domandano ogni giorno delle parolone ancora più grosse. La vanità infantile poi, del trovarsi partecipe e quasi arbitro di grandi destini, è tale seduzione, che conduce a sostituire al vero il fantasma. Oh i begli anni!... e come ero giovane allora! E l’amico X era anch’egli giovane altrettanto? Lo incontreremo più tardi.
Le alte imprese a cui credevo di attendere, il fumo delle grosse parole, l’ingenua credenza che le idee ruvide e brusche fossero forti pensamenti, avevano finito col farmi pigliare così sul serio la mia parte, ch’io m’andavo mutando di carattere; tanto che, senza avvedermene, l’umore mi si faceva triste e l’animo non buono. Io mi credevo un repubblicano di Sparta, e non ero che un repubblicano del villaggio. Venne anche un giorno in cui mi dissi stizzito: «la Luigina non fa per me!» Ciò voleva dire ch’io non comprendevo più la semplicità modesta, la bontà tranquilla, serena. «Cleopatra,» dicevo io alla Luigina, «tu non mi ami: se tu intendessi l’amore, come io lo intendo, tu insorgeresti contro i pregiudizi di questa vecchia società; voleresti nelle mie braccia, e fuggiremmo insieme. Così io l’ho inteso, così l’ho sognato l’amore! Rialza, o Cleopatra, la grande bandiera dell’Eva!»
Povera fanciulla! Prima ancora che il comitato fosse venuto a scompigliarmi maggiormente il cervello, una volta, fattomi ardito, l’avevo trattenuta susurrandole qualche parolina. Da quel giorno, con gli occhi a terra, e turbata, ella mi ascoltò più volte. Non rispondeva parola; pure, quasi impietrita, non sapeva allontanarsi da me. Ma quando più tardi cominciai a tormentarla con le mie follìe, e a parlarle d’amore con le parole che imparavo sui libriccini di contrabbando, la vidi di nuovo fuggire per non rivederla che a più lunghi intervalli.
Questa benedetta rivoluzione universale, sulla quale andavo facendo tanti calcoli, o s’era fermata per strada, o non aveva ancor prese le mosse: fatto sta che non capitava mai. Impaziente, stanco di tutto, mi sentivo sempre più agitato da quella irrequietudine che invade chi fonda tutti i sogni dell’avvenire in un mondo vago, lontano, e fuori d’ogni realtà. Bisognava oramai che mutassi, non foss’altro, d’aria, di paese, di gente. Il pretesto poteva essere l’Università, di cui da un pezzo non si parlava più, «perchè le annate erano scarse», diceva mio zio, forse per non confessare che disperava di far di me quello speziale che aveva sognato. Il mio nuovo intento fu dunque l’Università. A indurre lo zio, non c’era altro modo che attendere con maggior compunzione alle sue ampolle, mostrarsi compreso di questa missione sociale, e dargli prove migliori della mia irresistibile vocazione, del mio delirio per la sua arte. Mi decisi; rimboccai le maniche, ripresi il grembiale e il soffietto, e mio zio m’ebbe vittima e complice dei suoi fornelli, delle sue storte e delle sue scoperte.
Ma se la materia era incatenata al pestello, lo spirito spaziava sempre nelle regioni della protesta e della rivolta. Lo zio m’affidava talora qualche ricetta, e se non avvelenai nessuno e non mandai lo zio all’ergastolo fu un miracolo. Le malve ripugnavano ai miei sentimenti risoluti, radicali; le sanguisughe mi evocavano il fantasma dei potenti che succhiano il sangue dei popoli: gli eroici soli mi parevano all’altezza de’ miei pensieri; ma mio zio non voleva che ci mettessi mano. Io agitavo le bibite nelle ampolle; ma frattanto pensavo al giorno in cui sarebbe spuntata la vera libertà, quella libertà in nome di cui il popolo vero avrebbe messo in prigione il popolo falso. Pensavo al giorno dell’eguaglianza, in cui avremmo cacciate al di sotto le classi che non erano con noi. E in nome poi della fratellanza universale, io passavo le mie ore ad odiare, sulla fede de’ miei testi, uomini e cose, di cui non conoscevo che il nome.
Frattanto era venuto l’autunno del 1858, e, non so come, fin nel mio paesello era giunta la voce che potesse nascere qualche grande novità, che potesse scoppiare una guerra. Ne chiesi subito conto all’amico X, il quale mi rispose che la rivoluzione era a buon porto, ma non ancora affatto matura; che stéssi molto in guardia; e che «qualsiasi moto che non veniva da noi, non poteva essere che un moto fazioso.» Potei quindi sorridere con una profonda pietà di quelle notizie campagnole.
Il mio disegno con lo zio non era riuscito male: l’inverno faceva capolino dalle bianche cime de’ miei monti, e la mia partenza era già all’ordine del giorno nei discorsi sotto la cappa del cammino. Quand’ecco una lettera dell’amico X; una lunga lettera che viene a mettermi sempre più in guardia su quelle tali voci di guerra, e sui pericoli che si celavano in certe ingannatrici speranze. Perciò il comitato doveva dichiararsi in permanenza, ed aspettare. Ed io che ero già sulle mosse! Non è a dire quanta fosse la mia perplessità: avrei voluto andarmene e rimanere a un tempo. Rimasi; e mio zio non ne fece alcuna maraviglia, avvezzo com’era alla poca durata delle mie risoluzioni. Egli piuttosto continuava a osservarmi in silenzio, non essendo riuscito a capirmi bene, e volendo pure, anche sopra di me, trovare la teoria.
Ma cominciò a stupirsi davvero, e a capirne sempre meno, quando, sul finir dell’inverno, il turbine della guerra facendosi così vicino da increspare anche la tranquilla superficie del mio paese, e non parlandosi da tutti che di strategia, di francesi, e di cannoni rigati, mi vide diventar sempre più chiuso e taciturno, proprio come lo volevano le mie istruzioni recenti. Io, che altre volte avevo tanto declamato, che avevo chiamato vile e imbelle chi non mutava in un’arme la prima sedia che gli capitava tra mano, e non insorgeva tutti i giorni dell’anno; ora che pareva vicina davvero quest’alba sacra della riscossa nazionale, e un nuovo entusiasmo moveva l’intero paese; io tacevo, io ero in disparte, come un nemico che vede una rovina nella fortuna della patria.
Che il mio silenzio, alla vigilia del combattere, fosse paura? Qualcuno avrebbe potuto sospettarlo! Il giorno che fui preso da questo orribile pensiero, per la prima volta, nella piena del dolore, ebbi un istante d’odio contro il tiranno misterioso che mi vietava la mèta a cui correvano, pieni d’entusiasmo, i giovani miei pari. Ogni giorno passavano per le vie dei miei monti brigate di giovani delle valli vicine che correvano a farsi soldati, chiamati da nessuno, fuorchè da un istinto sublime che loro diceva essere vicine le nostre sante battaglie. Spioni e gendarmi erano dì e notte sulle loro tracce; ma li metteva in salvo quella cospirazione tramata da nessuno, universale, onnipossente, delle cause mature. Nel mio paesello, perfino il garzone del fornaio, un povero ragazzotto, mezzo idiota, un bel mattino prese con sè gli abiti da festa, e se ne andò. Lo incontrai per via, e gli chiesi: «Che fai?» — «Vado ad arrolarmi;» mi rispose nella sua semplicità, e tirò innanzi. Non gli chiesi altro, e, pieno di rossore, chinai gli occhi, sentendomi indegno di fissarlo in viso. Il mio contrabbandiere venne una sera con una lettera, e mi chiese quando doveva venire per condurmi di là. «Domani,» gli risposi.
Ma all’indomani io avevo letta la lettera, avevo arrossito di quell’istante di debolezza, per cui poco era mancato che fossi rimasto vittima anch’io dell’illusione generale. Avevo imparato che presto si sarebbero bensì combattute delle battaglie, ma delle false battaglie: che da quelle battaglie ne sarebbe venuta forse una falsa libertà, una falsa indipendenza, e che i veri generosi, i veri combattenti sarebbero stati quelli che non avrebbero combattuto. L’ora non era ancor giunta, perchè ci facessimo apostoli armati. Dovevamo ancora rimanere apostoli seduti, spiando il momento, che i casi potevano render vicino, per impadronirci del moto. Intanto aspettassi gli avvenimenti e gli avvisi.
Mio zio era andato più volte alla ròcca merlata a dar forse un’occhiata al suo berretto; era in chiacchiere dalla mattina alla sera col curato, e da un mese non aveva fatta più nessuna scoperta. Era tutto lieto e ringiovanito; lieto soprattutto d’averla vinta sul curato, col quale tanti anni prima aveva fatto una scommessa che Napoleone avrebbe prima o poi passato il San Bernardo e rifatto il regno d’Italia. Egli non parlava più col curato che di volteggiatori, di veliti, di granatieri della guardia, e di dragoni della regina. Se gli avessi detto, un bel mattino, ch’io andavo ad arrolarmi nei veliti, gli avrei forse prolungata la vita di dieci anni. Egli mi guardava di tanto in tanto, quasi aspettasse che gliene domandassi la permissione; e tacevamo tutti e due.
Mi guardava il curato, mi guardava il fornaio che era rimasto senza garzone, mi guardavano tutti. Nessuno mi diceva una parola; che cosa pensavano di me?... Pensavano che avevo paura! A sviare il pensiero da questa vergogna, a farmi forte dinanzi a questi sguardi che mi scendevano al cuore come punte avvelenate, mi chiudevo sempre più nel mio proposito, con la sciagurata ostinazione di chi, avendo forse la coscienza del meglio, si è appigliato al peggio. Prestavo il manto dello stoicismo alla fiacchezza del mio animo; chiamavo chiaroveggenza la mia cecità; facevo l’incompreso perchè non volevo capire. Mi fossi almeno spiegato! Avessi almeno enunciata la mia teorica sublime! M’avrebbero forse creduto pazzo, ma non vile.
Rimasi muto e chiuso nella mia camera anche il giorno in cui, alla notizia di grandi avvenimenti, si trovarono in rivoluzione tutti gli abitanti del mio paesello. «Gran battaglia al Ticino; fuggiti i tre gendarmi; Vittorio Emanuele à Milano; Napoleone Dio sa dove....» Tutto ciò fu contato un bel mattino da un carrettiere che veniva d’in giù, e che aveva veduto coi propri occhi un zuavo. In un attimo mio zio ebbe il berretto da velite in testa; costituì il comitato; proclamò il regno d’Italia; strappò dalle vetrine della spezieria una tendina verde, dal collo della serva il fazzoletto rosso, e, cucitili insieme con una salvietta, ebbe fatta e piantata sulla bottega la bandiera; fece gettare nel torrente l’insegna del tabaccaio, e mandò cinque uomini con pali e forche a cercare una spia, che si diceva girasse in mezzo alla segale.
Fedele alla consegna, non mi lasciai trascinare nè illudere da questi falsi provvedimenti rivoluzionari, e il giorno dopo firmai una protesta all’Europa, mandatami dall’amico X, contro la battaglia di Magenta. Così ebbi anch’io l’emozione di compiere in quei momenti un atto grande! E pur troppo non tardò il giorno in cui l’arrestarsi improvviso della guerra parve dar ragione ad alcuna delle previsioni dell’amico, ed io ci vidi la riprova ch’egli era l’oracolo infallibile del vero. «La fazione ha finito, la nazione incomincia,» mi scrisse pochi giorni dopo l’amico X; «noi siamo a Milano, e vi attendiamo.»
Ogni esitazione era dunque finita. Al desiderio che in me si agitava da tanto tempo, si aggiungeva ora il fascino di una irresistibile chiamata. Con lo zio fu presto intesa ogni cosa, e rimase deciso che, all’aprirsi dell’Università, io sarei finalmente andato a Pavia per essere iniziato ai misteri della farmaceutica. Pavia, nel mio linguaggio, voleva dire Milano; come poi avrei aggiustala questa faccenda non lo sapevo, e per allora non ci pensavo nemmeno. Milano! Milano! Fu per tre mesi la mia sola parola, il mio sogno, il mio tormento. Io non avevo mai veduto Milano. Noi altri della provincia abbiamo l’occhio fisso, più di quanto ce lo vogliamo confessare, verso quel grosso e lontano formicaio di gente che ha le pretese di sentirsi non solo capoluogo, come i capoluoghi di tant’altre provincie, ma un tantino di più. Que’ signori del formicaio, che valgono più di quello che vogliamo ammettere noi, e meno di quanto credono loro, ci fanno provare a un tempo un senso di repulsione e di attrazione, che è quello, io credo, che finisce col farci girare come lune intorno a loro, seguendoli a distanza nelle idee e nei costumi.
Ma allora non ne sentivo che l’attrazione, e bisognava che ci piombassi nel mezzo. Milano era tutto per me. Là, io avrei trovato un popolo poeta e umanitario, intento solo ai grandi problemi della questione sociale; là, gli ingegni peregrini e gli apostoli venerandi, intenti tutti al trionfo della mia fede; là, infine, la donna d’alti concetti e di forti passioni, ravvolta in un mistero di vesti e di profumi, la donna che rispondeva al mio ideale di quel momento! «No,» dicevo tra me, «io non sono nato alle semplicità rusticane. La passione che mi trabocca dal cuore dovrebbe chiudersi tutta in un’umile simpatia campagnola? No; io sono nato per le grandi emozioni, e in queste solo io posso trovare la mia felicità! Domani finalmente sarò partito. Questa è l’ultima volta che....»
È l’ultima volta, volevo dire, che do mano al cencio da spolverare, perchè questi pensieri mi assalivano nel ripulire il banco della spezieria; cosa che avrei giurato non sarebbe accaduta mai più. Intanto non m’ero accorto che dalla porta della spezieria era entrato qualcuno. Era entrata la Luisa che, avendo una sorellina ammalata, veniva per la prima volta in persona con una ricetta. Si fece rossa in viso lei, e mi feci rosso io; ed io poi rimasi imbarazzato e goffo come non ero mai stato in vita mia. Pigliai la ricetta e per eseguirla mi misi in gran faccende passeggiando per tutta la bottega. Pure bisognava dir qualche cosa, e sempre andando innanzi e indietro incominciai:
«Sempre ammalata la sorellina?... E che bel tempo!... cioè freddo sì, ma asciutto....»
«Dicono che in giù sia venuta tanta neve....»
«Neve?... Oh, ma vedrà che con questa pozione la sorellina.... Abbiamo molti ammalati. Cose della stagione.»
«Se ne guardi anche lei dall’ammalarsi; sento che si mette in viaggio....»
«Oh, ma oggi il vento tira al bello. Quando lei vede la banderola del campanile guardare in giù, dica pure: ecco il bel tempo.»
«Così, sono arrivata in tempo anch’io per darle il buon viaggio....»
«Cioè, viaggio veramente no! È così una corsa....»
«Conta dunque di tornar presto?»
«Oh presto, prestissimo!... Ecco fatto. E prima di darne un cucchiaio alla sorellina, la agiti ben bene nell’ampolla, la pozione.»
«Mi dicono che in giù ci sieno tante belle cose, che s’è veduto molti andarvi e dimenticare le loro montagne, il loro paese, e non ritornare mai più....»
Non si fecero altre parole. Io diedi l’ampolla alla Luisa senza levare gli occhi su di lei; essa la prese, e dopo un momento di esitazione partì. Nelle sue parole c’era un accento di commozione che mi lasciò profondamente turbato. Quell’accento aveva quasi ritrovata nel mio cuore l’antica risposta: ma il turbine delle mie fantasie mi riprese subito nelle sue spire; io fui da capo in pieno tumulto, e in esso andò soffocata la voce modesta del sentimento. Mi scossi ed esclamai: «No, il destino mi chiama altrove! Io partirò! L’avvenire è incominciato per me!»
Un lungo e acuto fischio della locomotiva mi annunziò che ero a pochi passi da Milano. Misi il capo fuori dello sportello per veder subito la famosa guglia del Duomo; ma tutto era ravvolto in un vapore denso e grigio. Il cuore mi batteva forte; credetti che l’emozione mi facesse velo agli occhi. Io avevo lasciato il giorno innanzi il bellissimo cielo delle mie valli, senza un saluto, con la sdegnosa impazienza di chi muove verso il regno delle sette maraviglie. Tra una nebbiaccia umida e fitta, che non lasciava vedere a un palmo dal naso, urtato dalla folla, assordato da un chiasso inurbano di facchini e di conduttori di carrozze, ma pieno della mia vergine venerazione, mi accostai con tutto il rispetto a un cittadino vetturale, che mi cacciò in un suo legno, mi condusse alla locanda, mi strapazzò un pochino, e mi prese anche un po’ più di ciò che gli era dovuto. Gli feci le mie scuse umilissime, persuaso d’aver io mancato in qualcosa; e s’anco mi avesse dato dei pugni, non sarebbe riuscito per il momento a rompere il mio incantesimo. Il mio primo pensiero fu quello di mettermi in vestito da festa, e di correre nelle braccia dell’amico X. Il nome dell’incognito amico mi era però noto da qualche tempo; egli stesso me lo aveva scritto nella prima lettera che mi aveva mandato da Milano. Il suo nome era Bartolommeo....; gli amici lo chiamavano comunemente Bortolo, e i compatriotti poi Bortolino. Egli aveva avute molte vicende nella sua vita. Dopo il quarantotto aveva peregrinato per le città della Svizzera ora facendovi l’editore, il traduttore, o il corrispondente di giornali, ed ora facendo in mancanza d’altro il negoziante. Aveva qualche brevetto per invenzioni e privilegi; aveva promosse società industriali ed agricole per allevamento di polli, per terre nell’Oceania, per concimi economici, e per altre cose di pubblica utilità; ma i tempi e gli uomini lo avevano male assecondato. Da ultimo era stato corrispondente d’un droghiere di Milano e d’un giornale di Genova.
Questi varii talenti dell’amico non li conobbi che più tardi. Il giorno in cui lo vidi per la prima volta, egli era per me il filosofo che precorre i tempi con gli ardimenti dell’ingegno; era il politico umanitario, il patriota inflessibile e puro, il giusto, il martire; era il mio ispiratore e maestro; era quell’incognita X che aveva misteriosamente dominata per tanti anni la mia esistenza, che m’aveva forzato a fare miei i suoi odii e i suoi amori, e che aveva posseduto tutto l’entusiasmo de’ miei giorni più belli. Io dunque mi presentai al maestro commosso e quasi tremante. La confusione sulle prime, facendomi velo agli occhi, me lo presentò circondato da quell’aureola, che la mia fantasia ammiratrice gli aveva tante volte prestata.
Il signor Bartolommeo non era bello. Aveva il viso butterato dal vaiolo, e gli occhi appiattati dietro un paio d’occhiali verdi. Era basso e tarchiato; il suo vestito non tradiva con indizii palesi la sua anima linda e pura. La ribellione de’ suoi capelli, contro gli ordini moderatori del pettine, era generale e permanente. Si sarebbe detto che l’abitudine del malcontento avesse sviluppato in lui una specie d’idrofobìa, che gli faceva fuggire istintivamente, tra le altre cose, anche l’acqua e gli specchi.
Appena ebbi balbettato il mio nome, Adalberto.... l’amico Bortolo mi abbracciò con premura, e facendomi capire ch’egli era molto affabile, mi chiamò il suo amico conte, e mi diede le ultime nuove di noi, dell’oggi e del dimani. Nella sua voce c’era una mellifluità che allora mi parve una cosa sublime. Non parlava d’altro che di se stesso, ma sempre con una grande modestia. Nei discorsi comuni era, come tutti gli altri, un uomo di questo mondo; e di più avveduto, pratico, positivo. Ma quando entravamo nella politica o nelle scienze sociali, pigliava un tono lento, ispirato, vaporoso, come se avesse digiunato per un mese in un deserto. Parlava con le note frasi e con lo stile di quando scriveva; ripeteva le vecchie formole con quell’accento di persuasione che pigliano le cose quando le si dicono sempre. Io ero più che mai in estasi e con la bocca aperta.
La brezza umida e fredda che spirava per via mi richiamò alquanto, com’ebbi lasciato l’amico, dalle fervide regioni del mio entusiasmo. Mano mano che ritornavo in me stesso, mi vedevo schierare dinanzi tutto ciò che avevo pensato di poetico sull’incognito amico, e tutto ciò che avevo veduto in lui di reale. Eran due cose che volevano a forza venire al paragone. Ma io tiravo diritto, camminando senza sapere dove mi andassi, e affermando risolutamente a me stesso che la realtà dell’amico Bortolo aveva superato l’ideale dell’amico X. Anzi fui lieto di poter scoprire una prova della mia inferiorità e una ragione di malcontento contro me stesso, perchè avevo lasciato in inganno l’amico, senza dirgli subito che mi chiamavo così e così, e che non ero che un povero speziale di campagna. Non avevo avuto il coraggio di confessargli la fanciullesca vanità con cui, fino allora, io avevo accettato un nome, che sulle prime mi fece parere più romanzesca la mia avventura di cospiratore. E poi m’ero sentito così piccolo, in faccia a lui, che non avevo saputo svestirmi di quella poca contea alla quale pareva ch’egli desse pure una qualche importanza.
Frattanto il giorno imbruniva, ed io cominciavo a sentirmi solo, smarrito, melanconico in mezzo a tanta gente che andava, veniva, mi urtava senza che ci trovassi una faccia nota od amica. Mi riposai alquanto alla locanda, dando la colpa del cattivo umore che mi scendeva addosso, alla stanchezza, al viaggio, al sonno. Alla lieta inquietudine del giorno innanzi, teneva or dietro l’inquietudine di chi si sente poco contento di sè. Uscii da capo, e, a chiuder bene quella prima che doveva essere la più bella giornata, mi feci condurre al teatro della Scala, che era pure una delle cento maraviglie che mi avevano fatto balzar tanto il cuore in mezzo alle mie montagne. Oh questa volta sì che la realtà mi parve, senza discussione, superiore all’ideale! I miei occhi correvano affascinati dal palcoscenico ai palchetti, dai palchetti al palcoscenico. Le ballerine mi sembravano angeli, e le signore mi sembravano dee. Mi sovvenne ch’ero venuto a Milano anche per le grandi emozioni del cuore, e mi sentii di subito innamorato di tutte quelle cento e cento divinità. Addio, povera Luisa! Il mio incanto era tale che non mi sentivo più padrone di me; applaudivo le ballerine, applaudivo le signore, e gridavo forte, o confidavo ai vicini tutta la piena della mia ammirazione. Ma a togliermi da tanta beatitudine venne un bisbiglio improvviso di gente che zittiva intorno a me: mi guardai in giro, e vidi che da tutte le parti si rideva alle mie spalle, e mi si gridava silenzio! Confuso e tutto rosso in faccia, avrei voluto le cento volte trovarmi su d’una cima delle mie montagne. Intanto si era calata la tela: queto queto uscii di teatro, e me ne andai diviato alla locanda. Quel primo giorno sognato, invocato da tanto tempo, poteva avere la cortesia di mandarmi a casa un po’ più di buon umore. Andai a letto senza far parola, e spensi subito il lume.
L’amico Bortolo sedeva come un sole in mezzo a cinque o sei satelliti minori che giravano intorno a lui; e tutti insieme poi giravano intorno a un altro sole che era parte, alla sua volta, di un secondo sistema planetario, retto anch’esso dalle leggi d’una più forte e più vasta attrazione. In pochi giorni ebbi imparata tutta questa astronomia; conobbi i principali satelliti bortoloniani, e fui ascritto all’associazione degli Stati Uniti d’Europa «Sezione Olona.» Le principali colonne della Sezione Olona, oltre all’amico Bortolo presidente, erano un regio impiegato, il ragioniere d’una casa signorile della città, e un giovinotto che si diceva negoziante e mediatore di carte pubbliche; «Sì ch’io fui quinto tra cotanto senno.» Non potei dire precisamente d’aver piantate le mie tende presso lo stato maggiore; ma ero talmente in vena d’ammirazione e di umiltà, che mi credetti fin troppo in alto sedendo vicino a loro. C’era bene un generalone di più alto bordo, ma lo si vedeva di rado. L’amico Bortolo era della sua costellazione, e i responsi noi non li avevamo che di terza mano. In breve conobbi tutti gli amici di Bortolo, e gli amici degli amici, ai quali tutti venni presentato come un forte cittadino delle campagne, «cosa che mi procacciava un inchino;» e come il conte Adalberto della ròcca merlata, «cosa che me ne procacciava tre.» Perduta una prima volta l’occasione di sconfessare quella contea, l’occasione non si presentò più. Cercai schermirmene qualche volta; ma appunto allora i miei nuovi amici si dicevano con più calore all’orecchio che «io ero un gran signore della provincia; che avevo Dio sa quanti milioni, quanti antenati e quante contee; ma che ero così puro, che non volevo nemmeno sentirne parlare.» Per quanto fosse grande la mia ammirazione per loro, più grande ancora era quella ch’essi avevano per me. E a furia di sentirlo dire con tanta serietà, e di vederlo così bene accetto, finii col persuadermi anch’io, d’essere proprio quel conte di cui si discorreva.
Uno, tra quelli che mi inchinavano di più, era l’impiegato regio. Dopo vent’anni di fedeli servigi e di schiena curvata dinanzi a una dozzina di Grafen della bassa Austria e della Stiria, suoi capi di ufficio, poteva ben dirsi maestro in fatto d’inchini, e d’inchini d’alta scuola. Per avere un sorriso dal suo Graf, all’incominciare della guerra gli aveva profetizzata la strage vicina dei piemontesi: ma, pochi giorni dopo, andato all’ufficio, il Graf non c’era più. Egli allora gittò in alto le soprammaniche di tela, e gridò: viva la repubblica! Da quel momento egli era diventato un uomo politico. Sfoggiando la scienza del giro che fan le carte dal protocollo all’archivio; dicendo plagas del governo nazionale, e denunciando come reazionarii gli uomini che uscivano dalle prigioni politiche dell’Austria, era presto salito in fama di grande amministratore, d’uomo indipendente e di vero liberale. Egli ci intratteneva tutti per lunghe ore con la sua scienza delle soprammaniche di tela; ed io meno ne capivo, e più rimanevo compreso per tanta dottrina e tanta avvedutezza.
La mia fantasia, che non sapeva essere un minuto contenta e tranquilla, giungeva talora a gettar perfino qualche domanda, qualche dubbio, in mezzo alla fede cieca, al culto ch’io professavo per i miei nuovi amici. Una volta chiesi a me stesso se non fosse più leale ed onesto il non ricevere paga da un governo che si vuol ingiuriare; se non fosse più secondo l’onore il rifiutargli il proprio giuramento e i propri servigi. Ma l’amico mio, mi risposi subito, non può fallare; e misi l’apparente contraddizione insieme a tant’altre che spesse volte mi davano nell’occhio. Anche l’amico ragioniere, il quale, professando i principii più inesorabili dell’eguaglianza, voleva eguali tutti di fatto come i numeri finali della scrittura doppia, non mi parlava che delle degnazioni della sua contessa, dell’amicizia e degli inviti del tal barone o del tal marchese. Conti e marchesi formavano le delizie del mio ragioniere e di qualche suo confratello che, al pari di lui, professava le teorie più pure della rivoluzione. Qual nèsso ci possa essere tra le aspirazioni democratiche e il culto dei blasoni non lo so....: ma certo un gran nèsso ci deve essere, se nella mia breve esperienza, nelle mie poche osservazioni sociali trovai così frequente la ripetizione di questo fenomeno.
Un altro fenomeno mi parve sulle prime l’amico commerciante, o sensale che fosse. Di suo non aveva che le chiacchiere che ci spacciava; eppure faceva negozi per centinaia di mila lire. Negoziava un giorno di carte pubbliche, un altro, se occorreva, di frutte secche; oggi era mercante, domani mediatore; non aveva professione di sorta, e le faceva tutte. Allegro, bontempone, discolo, era da mattina a sera in baldorie e in affari. Dedito anch’esso di fresco alla politica, si proclamava socialista, e chiamava code i suoi colleghi del circolo repubblicano; cosa che dava al circolo un po’ d’inquietudine, e a lui un po’ più d’importanza. Nemico del capitale, lo era un po’ meno degli interessi; ed io ne seppi più tardi qualcosa. Innamorato, estatico anche di costui, io mi abbandonai a occhi chiusi nelle sue braccia, ed egli si incaricò di fare la mia educazione cittadina.
Prima di trascinarmi nella sua voragine, l’amico sensale mi aveva trascinato dal suo sarto, il quale mi aveva subito messo alla moda come il sensale, ed anche un tantino di più. Infatti, se la moda voleva il soprabito un po’ corto, al signor conte il sarto glielo faceva di due dita più corto ancora; e se la moda voleva la giubba lunga, il signor conte aveva una giubba lunga una spanna più di tutti gli altri. L’amico m’aveva vendute certe sue spille e certi anelli che facevano lo specchietto, come quelli d’un cavadenti. Io poi mi versavo addosso tutte le mattine una boccetta d’acqua odorosa, e per lo più di muschio, che mi annunziava da lontano come l’avvicinarsi d’una moscardina. Con tutto ciò io non ero ancora contento di me, nè ancora avevo raggiunta quella tranquillità di spirito, e quel sentimento di superiorità, di chi ha la coscienza d’essere un uomo elegante. Io seguivo come una vittima il sensale in tutte le sue compagnie, e in tutte le sue baldorie; lo seguivo al teatro e al suo caffè, alle sale da ballo e ai suoi festini. Il mio buon amico non aveva risparmiato fatiche per ridurmi in breve alla moda cittadina, e dopo due mesi poteva già compiacersi di qualche buon risultato. La mia corteccia campagnola, combinata con le levigature del sensale, aveva fatto ridere qualche scioccone alle mie spalle; ma s’era poi detto che alla fine dei conti io ero un gran signore, e che morto un certo mio zio milionario e tiranno, io avrei ecclissati tutti quelli che la sfoggiavano per Milano. Io che sentivo queste cose, pigliai presto il partito di darmi certi modi un po’ eccentrici, un certo fare da originale, che è spesso l’espediente più a buon mercato per cavarsi d’imbarazzo, e passare per un uomo non comune. Il difficile a questo mondo è di farsi largo col buon senso. Soprattutto poi, io avevo bisogno di far del chiasso intorno a me; di fare come il ciarlatano, che dice di cavare i denti senza dolore, perchè lo strepito dei pifferi e della gran cassa copre le strida del villano. I miei sogni migliori cominciavano a fuggire dinanzi alla realtà. La mia anima forse mandava già il suo primo grido di disinganno; ma io non lo volevo ancora nè udire, nè confessare.
Un giorno l’amico ragioniere pensò di volermi presentare alla sua contessa. La sua contessa era la contessa Neni (diminutivo, per chi non se lo immaginasse, di Antonietta), la quale, unitamente al conte marito e ad una contessina di diciotto mesi, costituiva il casato a cui l’amico mio aveva l’onore di tenere i conti. Tra le molte e bellissime signore ch’io rimiravo mollemente sdraiate nelle loro carrozze, o a passeggio per le strade con l’incerto andare dei loro piedini, la contessa Neni aveva segnato il punto massimo della mia ammirazione. Al teatro, ove però avevo imparato a inebbriarmi in silenzio, mi pareva di essere in un Olimpo, e le signore mi parevano tante dee: ma se in mezzo alla mia estasi per queste belle compariva la contessa Neni, allora io le tradivo tutte, allora io non vedevo più che lei. Lei però veniva di rado: suo marito, nominato da poco sindaco in un villaggio di trecento anime, trovando comodo il self-government a ogni tratto era al villaggio, e non aveva preso nemmeno il palchetto alla signora. Come sono invadenti nei governi queste aristocrazie! L’aristocrazia aveva invaso un po’ anche me stesso; alla mia contea m’ero già abituato, e mi sentivo già capace di difenderla palmo a palmo dietro i suoi merli: le belle donnine del teatro e delle carrozze mi piacevano quasi più che l’amico Bortolo, e per loro piantavo, di tanto in tanto, le conferenze della Sezione Olona. Anche alle conferenze della Sezione Olona capitavano, a dir vero, delle signore, ma per una singolarità che mi diede più volte a pensare, erano quasi sempre un po’ brutte, o un po’ vecchie. Mi ricordo d’una in particolare che voleva essere chiamata cittadina e non signora, anche a rischio di venire confusa colle vetture che stanno in piazza; e che proclamavasi una donna dell’89, cosa che nessuno avrebbe messo in questione di certo. Se Prudhon m’aveva messo dei dubbi sulla mia divisa della fratellanza, questa cittadina me ne mise un vero spavento.
Al ragioniere dunque, a cui tante volte avevo parlato della mia ammirazione per la contessa Neni, era venuto in mente di farmi conoscere a lei, chiedendole il permesso d’una presentazione. Una signora difficilmente rifiuta di conoscere un suo adoratore; che se poi l’adoratore ha, come avrebbe detto la contessa Neni, un nome; se ha la riputazione di uomo eccentrico; la curiosità della signora cresce in ragion diretta di tutte queste qualità. Il ragioniere, che Dio sa quante storie aveva magnificate sul mio conto, mi annunziò il giorno e l’ora in cui avrebbe detto dinanzi alla contessa: «ho il piacere di presentarle il signor tale;» parole misteriose e sacramentali, che bastano a procacciarvi una stretta di mano e un sorriso gentile dalla più fiera beltà, che fino allora aveva avuto l’aria di non accorgersi nemmeno che voi eravate a questo mondo. A quell’annunzio del ragioniere, il mio cuore battè forte come nel giorno in cui mossi per la prima volta alla casa dell’amico Bortolo. La fortuna mi conduceva per mano verso il mio secondo ideale; forse mi schiudeva le scene d’una passione drammatica, quale io l’avevo sognata! Avrei voluto preparare qualche squarcio di eloquenza e di poesia, per fare buona figura nei discorsi, certo sublimi, della contessa: ma la mia commozione era tale, che non fui capace di accozzare quattro parole in cui ci fosse il senso comune. Mi rassegnai, e mi raccomandai alla Provvidenza.
Nell’ultimo gabinetto d’un quartierino piccolo, ma in un bel palazzo grande, adagiata o quasi rannicchiata sul fondo d’una poltrona, si vedeva come in iscorcio una elegante personcina, ravvolta in non so quanti metri d’una bellissima stoffa, e che si chiamava la contessa Neni. La contessa Neni sedeva nel suo quartierino come la regina dei mille ninnoli che la circondavano, e delle mille figurine di porcellana, da cui pareva eletta a suffragio universale. Essa aveva lo sguardo languido delle donnine in porcellana chinese, il bianco delle figurine di Sassonia, le pose molli delle piccole pompadours di Sèvres. Essa poi conosceva a fondo la storia e la natura di questi suoi sudditi, e ne parlava continuamente da sovrana premurosa e illuminata. E quante volte non ebbi io la bontà d’esser geloso d’un mandarino chinese, d’un villanello di Sassonia, o di qualch’altro individuo di quel regno innocuo e silenzioso? Al qual regno innocuo e silenzioso appartenevano anche, per non tacere di nessuno, tre giovanetti galanti, che, innamorati della contessa, le facevan la corte contemporaneamente e senza guerre civili, contenti di sedere intorno a lei tre ore al giorno, senza dire una parola, mandando solo qualche sospiro, e cambiando di tanto in tanto la positura sentimentale. Se il silenzio può essere eloquente, questi tre giovanetti erano tre Demosteni; ma si incaricava di parlare per tutti e tre un uffiziale francese, ch’era anch’esso molto assiduo presso la contessa.
Di questi quattro signori appunto si componeva il crocchio della contessa nel momento in cui il ragioniere, con molta sommessione, e con molta compiacenza, mi presentò, sfoggiando i titoli annessi alla mia ròcca. La contessa mi accolse con un sorriso gentile, e mi porse una piccolissima manina, ch’io, a buon conto, non presi, per la soggezione e per il timore di farle male. Io ero tutto in nuovo. Avevo le scarpe nuove, un vestito nuovo, un solino nuovo, che mi segnava un giro rosso intorno al collo, e mi ero profumato con una boccetta nuova. I tre signorini non diedero segno di vita, e finchè non fui presentato anche a loro, finsero di non avvedersi nemmeno della mia presenza, come se fossi un infusorio. Io però mi accorsi d’una certa occhiata con cui mi misurarono da capo a piedi, e alla quale tenne dietro un certo sorriso che mi fece, non so perchè, diventar tutto rosso. Quei tre se ne stavano seduti o, per dir meglio, sdraiati, chi su una seggiola, chi dentro una poltrona. Mutavano di posa a ogni tanto con una disinvoltura affettata; e sebbene mi avessero subito inspirata una profonda antipatia, pure, con la coda dell’occhio, gli osservavo per imitarli in qualche cosa. Ma non m’arrischiai di seguirli in quelle evoluzioni, che mi parvero del resto un po’ troppo confidenziali ed anche abbastanza volgari: mi attenni alle regole della mia prima educazione, e rimasi seduto col busto diritto, e con le mani distese sulle ginocchia, come mi aveva insegnato il mio rettore. I tre signorini tacevano sempre; taceva il ragioniere, taceva la contessa, e non parlava che l’uffiziale francese. Io credetti quella prima volta che il tacere fosse una cosa grandemente signorile, e non è a immaginarsi come mi tenessi scrupolosamente chiusa la bocca. Ma il Francese m’ebbe presto piantati gli occhi in faccia, e in un minuto mi diresse non so dire quante domande. Io avevo imparata la lingua francese da quel rettore del collegio, che nelle mie valli aveva tanta rinomanza per le lingue morte. Capii difatti ch’egli mi aveva appunto insegnata una lingua che non si parla. Figuratevi quale spavento fu il mio! Ma fortunatamente l’uffiziale dopo il dites-moi, monsieur, senza tirare il fiato continuava, vous dites donc.... ed io gli facevo un risolino compiacente, compiacendomi moltissimo che rispondesse lui per me.
Io tacevo sempre, e le cose continuavano benino. Ma la contessa Neni, vedendo che da un quarto d’ora non s’era parlato di lei, interruppe a un tratto la conversazione con un ah! accompagnato da un lungo respiro e da una posa un po’ più languida di prima; il che sommato voleva dire che c’era una improvvisa sofferenza da dividerci tra noi sei. Si scossero infatti i tre giovanetti, e si fecero flebili più che mai: «Che fu? che c’è?» La conversazione si fece subito pietosa, e la contessa Neni con un certo imbarazzo studiato, elegante, ci parlò d’un maluccio che le era capitato, un enfiatello, se ben mi ricordo; ma non un enfiatello comune; un enfiatello che doveva moverci a grande pietà, ma parerci nello stesso tempo una cosa straordinariamente poetica. Mi parve a un tratto che i miei compagni di pietà invocassero un rimedio dal cielo, ed io in un eccesso di commozione e di zelo, facendomi di nuovo tutto rosso, saltai su a dire: «Ci vorrebbe un ce....» Lo sapevo ben io che cerotto ci sarebbe voluto, ma mi parve in quel momento che a pronunziare la parola cerotto tutti si sarebbero accorti ch’ero uno speziale. Mi fermai in tempo; ma mi si appannò la vista, e mi credetti perduto. Per fortuna però c’era stato il Francese, che al mio primo aprir bocca, non volendomi lasciare la priorità dello specifico, aveva ripreso lui il filo delle mie parole, insegnando alla contessa tutto quello che ci voleva. E non le disse questa volta, delle chiacchiere; le insegnò un buon empiastro, e proprio quello che ci voleva; talchè mi balenò alla mente, che anche costui, siccome si faceva dare del conte, fosse conte di una qualche ròcca merlata come la mia.
Di lì a poco l’amico, dicendo di avere cento belle che l’attendevano, si alzò, e se ne andò. Mi sentii un gran peso giù dalle spalle; e così se ne fossero andati anche gli altri, perchè io ero talmente in fiamme, che in quel momento mi sentivo il coraggio di proporre alla contessa per lo meno una fuga. Io non avevo ancor provato a trovarmi solo dinanzi a lei, e a non sapere aprir bocca.
«È una persona amabilissima....» incominciò a dire la contessa, pigliando le redini della conversazione, e conducendola tutta da sola con un’arte finissima di parlar sempre, e in verità dicendo pochino. «È una persona veramente di garbo, una persona proprio della società....» Ma poi tra questi francesi ce ne sono di curiosissimi! Si figurino che un giorno ne ho veduto uno, un maggiore, credo, ma che non è della società, e che si chiama monsieur Pigeon. E vogliono ridere? È legittimista! Che sieno legittimisti il colonnello de la.... e il marquis de.... che vedo frequentemente, lo capisco benissimo; ma lo strano è che uno si permetta d’essere legittimista quando si chiama monsieur Pigeon! E mi si dice che ce ne sieno degli altri come costui. Oh siamo molto più liberali noi!...
«Com’è liberale la contessa!» dicevo frattanto tra me stesso, in mezzo al mio entusiasmo.
«.... Io sono d’avviso che in società si devano rispettare tutte le opinioni, anzi io sono molto liberale; ma mi pare poi assai ridicolo che tutti quelli che passano per strada si credano in diritto di avere delle opinioni che non sono punto fatte per loro.»
«Oh certamente! contessa,» dicevano frattanto qua e là i tre signorini; e il ragioniere accompagnava il tutto con un risolino di piena approvazione.
«E lei dunque si chiama Adalberto....» riprese la contessa a proposito del discorso di prima. «Adalberto! che bel nome, è un nome che mi piace tanto!» E socchiudendo alquanto gli occhi, come soleva in fine d’ogni sua frase, lasciò giungere mollemente fino a me una guardatina, che mi accese ancora più, e mi fece tremare da capo a piedi. In buona fede me la pigliai tutta per me, e come di buona valuta. Non fu che più tardi che vidi quelle mezze guardature scendere allo stesso modo, freddamente su tutti; e più tardi ancora che mi spiegai, colla chiave di quelle occhiate, l’immobilità dei tre giovanetti e di quanti si dibattevano intorno alla contessa Neni come cingallegre sui panioni.
«E nelle sue terre lei avrà anche dei castelli?» riprese la contessa.
Ebbi un minuto di esitazione. La guardai in viso.... ma era così bella, che le risposi di sì! Che sciocco! Eppure in quel momento non ebbi altro rimorso che d’aver detto una cosa non vera a un angelo come lei, che doveva essere tutta ingenuità.
La contessa riprese la conversazione sui castelli, ma io non tenni dietro più al filo del suo discorso. Io non avevo in pensiero che quell’occhiata, e ne stavo spiando una seconda. Ma per quel giorno la seconda non venne; e ne incolpai tra me il povero ragioniere, che mise fine troppo presto alla visita, mentre io non me ne sarei andato più.
Aspettando sempre la seconda occhiata, m’ero fatto ogni giorno più assiduo presso la contessa. Facevo le mie ore di contemplazione in società coi tre giovanetti e con tanti altri, perchè ogni giorno ce n’era uno di nuovo; correvo per le strade come un matto, o vi facevo delle lunghe fermate come un ladro, e la contessa non dava segno di avvedersene mai. Le occhiatine talora partivano, ma non venivano a me. Fui geloso or dell’uno or dell’altro, senza sapere però mai di chi lo dovessi essere davvero. Mi struggevo di sospetti e di rabbie, avrei voluto spassionarmene con lei, dirle il mio amore e le mie gelosie, ma ogni volta ero costretto a calar le vele dinanzi a un circolo di assediatori che ci stavano all’àncora, e innanzi alle manierine gentili, calme, e gelidamente seducenti della contessa. Le delizie insomma del mio ideale, le delizie di un amore romanzesco per una gran dama, le andavo assaporando tutte. E quando, stanco, incominciavo a sentire i primi gridi della rivolta dentro di me, allora.... allora capitava l’occhiatina a farmi rinnovare l’investitura di vassallaggio. Nè questi erano i soli intoppi che avevo trovati nella mia nuova vita. Eppure non sapevo staccarmi dagli antichi sogni fantasticati nel mio paesello!
Un intoppo però che avevo temuto e che non trovai fu quello del cerimoniale dell’alta società. Io avevo spese delle ore a casa mia a pensare come sarei entrato in una sala dorata; che cosa avrei fatto, che cosa avrei detto in un crocchio di dame e di cavalieri. Avevo lette sui libri le severe etichette d’una volta, e tremavo al solo pensarci. Tempo perduto! Se di tanto in tanto diedi un poco nell’occhio, fu perchè mi sentivo piuttosto timido nel pigliarmi i miei comodi in società con la franchezza degli altri. Con gli splendidi vestiti d’una volta, i cavalieri hanno lasciato giù anche le splendide maniere. Talchè oso dire che anche il galateo del mio rettore mi poteva quasi bastare. Io poi m’accorsi che la mia ròcca merlata, e i milioni della mia contea m’erano una gran bolla di indulgenza plenaria. Potei perfino lanciare qualcuna delle mie idee demagogiche che, come speziale, m’avrebbero fatto dare del briccone, ma che dette in guanti gialli mi acquistavano una certa riputazione di originalità; la quale è pure una delle vie che menano al buon genere.
Trovai piuttosto, e in breve tempo, un intoppo nei quattrini. Le baldorie con l’amico sensale, le spesucce per la repubblica universale, e la vita galante per la corte alla contessa, mi asciugarono presto quei pochi denari che avevo portati con me per studiare la farmaceutica. Il sensale mi intratteneva sempre dei suoi giuochi di borsa, dei suoi guadagni, e di milioni, di cui parlava come di cose di sua intrinsichezza. Una volta mi propose di associarmi a lui in una speculazione di carte pubbliche che, secondo un ragionamento chiaro e lampante, doveva in pochi giorni farci intascare una buona sommetta. Io, che gli avevo taciuto le mie strettezze, cercai di fare l’indifferente, ma accettai con la gioia secreta di chi vede venire in proprio soccorso una fortuna inaspettata.
Un mese dopo il sensale mi annunziò che per una stupida interpretazione, per parte del pubblico, delle cose politiche, noi avevamo perduto, sulle nostre carte, cinque mila lire. Mi pregò anzi che le pagassi io, ed egli si pigliava l’impegno di farmene guadagnare più del doppio nel mese seguente. Bisogna dire che io cambiassi molto di faccia a quell’annunzio, perchè il sensale s’accorse subito che in quel momento io mi dovevo trovare all’asciutto.
«Eh capisco,» prese egli infatti a dire sull’attimo; «capisco come non vogliate così presto far venire denari da casa vostra dove c’è l’abitudine, nevvero? di lasciar la muffa sui milioni! Ma non conta; lasciate fare a me. Dei denari ve ne procurerò io, e quanti ne vorrete.»
Detto fatto, mi portò le cinque mila lire. Io mi sentii venir meno dinanzi a quel primo debito così grosso; ma un po’ per l’imbarazzo in cui mi trovavo, e un po’ perchè nelle grandi occasioni io sono sempre uno sciocco, accettai. Allora l’amico mi provò come due e due fan quattro, che per queste cinque mila lire, secondo l’uso, io ne dovevo confessare ottomila; e mi fece firmare una cambiale. Poi le cinque mila lire se le tenne per pagare la perdita, assicurandomi che presto me ne avrebbe guadagnate altrettante, per quanto, diceva, le fossero inezie per me. Così rimasi bruciato come prima, e con questo bel guadagno per di più.
Nè passò molto che, impacciato com’ero, mi dovetti far coraggio, e calunniando l’avarizia del mio povero zio milionario, confessai al solito amico di trovarmi senza un quattrino. L’amico, dopo avermi canzonato un pezzo sulla mia timidezza da provinciale nel far debiti, e pigliandosi l’impegno di darla lui una lezione agli zii avari, s’impegnò di trovarmi una nuova sommetta, che cercai di moderare più che potei. Firmai dunque una seconda cambiale; e, ben inteso, per il doppio quasi di quello che dovevo ricevere. Ma il bello si fu che anche questa volta mi vidi sborsata solo una parte della somma, e in conto del rimanente mi capitò a casa una corba di roba e un quadro, che il mio creditore dichiarava di ignoto sì, ma rinomato autore. Io avrei forse perduti i sensi, se il mio buon amico non mi avesse subito provato che io avevo conchiuso un bellissimo affare, e che in città si faceva così.
La politica del navigare in mezzo a tanti scogli mi si faceva ogni giorno più difficile. Oh se avessi potuto rifare il primo passo! Ma intanto mi bisognava passare per un milionario col sensale, per un aristocratico con la contessa, e per un demagogo con Bortolo. Al fiero Bortolo tenevo scrupolosamente celato ch’io menavo vita elegante, e che passavo le mie giornate in casa d’una contessa, e, peggio ancora, in mezzo a tanti galli del Brenno, che così egli chiamava gli uffiziali francesi. Cercavo intanto di servirlo con tutto lo zelo nelle piccole combriccole che tenevan luogo di grandi cose; ed avevo cura di mostrarmi a lui un poco arruffato, e meno pulito, per sembrargli tanto più puro. Oh come mi paiono ancor più belle le mie montagne quando mi guardo indietro, e penso a tutta questa roba!
Eravamo alla fine del carnevale. Oh se avessi voluto confessare a me stesso, quanto mi era già riuscita amara la realtà delle cose che avevo sognate! L’amico X e il circolo dell’Olona erano proprio quel fior di poesia che m’aspettavo? «Chi sa!» dicevo allora. «E la gran dama?» La gran dama era più bella dell’amico X, oh questo poi sì! Ma in quanto alla poesia..., io non ne sono un giudice imparziale. Frattanto in grazia sua ne avevo inghiottite di molto amare. Quante volte non feci il proposito di rompere l’incantesimo, e di fuggire; e allora le scrivevo delle lunghe lettere di eterno addio, che mi affrettavo a buttar subito sul fuoco. Quando le susurravo qualche parola di amore, ella mi rispondeva con un viso severo; quando le lanciavo qualche parola di disperazione, ella l’accoglieva con la più schietta ilarità. Ma se tornavo rassegnato e tranquillo, allora ricomparivano le piccole preferenze, le seducenti amabilità che mi facevano perdere l’equilibrio da capo. Con tutto questo, dagli adoratori della contessa io ero piuttosto invidiato; talchè molte volte, dopo aver conchiuso ch’ero l’uomo più infelice di questo mondo, a poco a poco, pensandoci, mi persuadevo ch’ero fors’anche il più felice de’ mortali.
Il carnevale, sentivo dire, era in quell’anno uno dei più belli che mai si ricordassero. Ognuno sentendosi giù dalle spalle quella gran cappa di piombo che erano i Tedeschi, si abbandonava di cuore ad un po’ d’allegria. I milanesi poi amano di essere ospitali, e per quanto fossero positivi gli ordini in contrario della Sezione Olona, essi davano ai francesi una splendida ospitalità. C’erano state molte feste di ballo, contro le quali io avevo protestato nel circolo dell’Olona, accettando però l’invito nel circolo della contessa.
La contessa compariva di rado alle feste; la sua comparsa doveva essere un avvenimento. Era l’ultima ad arrivare, e la prima a partire; ballava una sol volta, e quel ballo, tra i suoi adoratori, era una grazia contesa e concessa un gran pezzo prima. Ella non doveva essere seconda a nessuna; e il còmpito non era facile in mezzo ad altre belle e ad altre potenze riconosciute di primo ordine. Bisognava dunque fare categoria da sè; e così la contessa seguiva un sistema compiuto di abitudini proprie, improntate tutte di una certa originalità. Ai balli veniva tutta sola, quasi con l’aria d’essere un pochino trascurata dal marito; cosa che le raddoppiava l’interessamento degli ammiratori, e le serviva al tempo stesso di scusa per tutte le volte che le tornava comodo di rimanersene a casa. Ella aveva sempre l’aspetto un po’ languido e sofferente; la sua eleganza non era che buon gusto e semplicità; il suo posto era là dove c’erano meno amiche, lontana dalla folla e dai confronti. Al giungere della contessa Neni si vedevano qua e là parecchie diserzioni; ma l’astro scompariva presto, e così la corona de’ suoi satelliti era sempre la più numerosa e la più fedele.
Un giorno, mentre io, dopo una delle solite burrasche, facevo le mie ore di contemplazione rassegnato e malinconico, la contessa, discorrendo d’una vicina festa di ballo, annunziò che vi sarebbe intervenuta; e mentre tutti si rallegravano del prossimo felice avvenimento, essa volgendosi a me d’un tratto, soggiunse: «e il mio giro di valzer questa volta lo voglio fare con lei.»
Non c’è vento di nord che possa vantarsi d’aver fatto in un subito tanto sereno, come ne fecero quelle parole su di me. Nè solo mi feci sereno, ma anche tutto rosso, come se fosse disceso un sole tropicale. Io non avevo mai osato di chieder tanto, sebbene gli altri l’osassero moltissimo. Decisamente i miei rivali avevano ragione di vedermi di mal occhio. «Per bacco!... cosa tutta spontanea, e a cui io non avevo pensato nemmeno, mentre ce ne sarebbero stati in lista tanti prima di me che da un pezzo pregavano e insistevano.... ma niente affatto!: cosa tutta spontanea!» ripetevo a ogni minuto tra me. E per gli otto giorni che ci furono d’intervallo tra la promessa e il grande avvenimento, nè l’Idea, nè il Bortolo, nè l’Umanità collettiva, valsero a farmi pensare ad altro.
E siccome anche i giorni più aspettati arrivano, e pur troppo arrivano presto, così arrivò anche quello del mio valzer. Per quanto sapessi che lei non sarebbe giunta alla festa che ad ora tardissima, pure, per esser meglio sicuro del fatto mio, quella volta fui dei primi ad arrivare; cosa che avevo imparato a non permettermi mai. A ogni specchio mi davo un’occhiatina da capo ai piedi, mi aggiustavo i capelli e la cravatta; e non ero niente malcontento di me. «Eh sì, lo puoi amare questo povero Adalbertino,» dicevo frattanto, «il quale non è poi un brutto giovane, perchè in fatto d’occhi e di capelli così neri, non faccio per dire...: e poi non è il più sciocco, credo, di tutti quelli che ti fan la corte.» Anche al sarto del sensale da qualche tempo avevo dato un addio; avevo imparate molte perfezioncelle di buon gusto; insomma, mi pareva proprio di andar benino. Le sale intanto si erano affollate da non potervisi più movere; ma, finchè non ci furono quelle dieci o dodici signore che costituiscono la vera gente, io susurravo con quanti mi imbattevo di mia conoscenza, che non c’era ancora nessuno. Facevo largo, e mi inchinavo leggermente quando ne compariva taluna, in modo che mi si poteva credere tutto di casa, ancorchè non la conoscessi che di nome. Che se poi ne passavano di quelle che non erano dell’Olimpo, io rimanevo inesorabile al mio posto, per non compromettermi, proprio come se non passasse nessuno. Mi lamentavo un pochino della musica; trovavo che c’erano pochi fiori, e che la luce non era ben distribuita. Insomma, come dissi, si poteva essere contenti di me. Avevo fatto un passo.... e che passo! da quando al mio paese, con un piffero, una tromba e un candeliere sulla stufa, si ballava in una stanza del fornaio con le ragazze del vicinato e con la Luisa....
Intanto giravo e rigiravo per le sale, procurando di darmi l’aria di non aspettar nessuno, per non comprometterla. Però m’ero portato cinque o sei volte fino alla scala; e incominciavo ad essere sulle spine. La contessa Neni fu proprio l’ultima a comparire. Entrò sola, e io la vidi subito; ma la calca di quella gente che non c’era, era tale, che non potei andarle incontro. Che peccato! Quest’era la volta che le avrei dato anche il braccio. Ci fu invece un altro più fortunato di me; e mentre io cercavo di farmi largo non la vidi più, e non seppi nemmeno da qual parte fosse andata. Chi non ha vedute che le festicciole del proprio paese, non può immaginare come in queste gran feste di ballo della città si possa mettere un’ora buona prima d’imbattersi in qualcuno che si cerchi. Ebbene, questo fu proprio il mio caso: e tutto affannato incominciavo già a dire «che la è inutile; ch’io sono un uomo disgraziato; che a me non le devono andar bene mai; che il mio destino è così....» quando mi trovai faccia a faccia.... indovinate con chi? col marito della contessa. Non avendo altro, avrei dato in quel momento tutta la mia contea, per evitare quell’incontro. Ma quel buon signore non mi lasciò il tempo di svignarmela, e venne a stringermi la mano con una certa cortesia piena di distinzione ch’era tutta sua. Poi, dopo qualche parola gentile, mi domandò se avevo veduto sua moglie, perchè sua moglie aveva chiesto di me per un certo ballo che essa mi aveva riservato. Allora gli contai il caso mio, ben inteso con tutta quella politica che ci mette un amante in una simile occasione; ed egli non solo m’indicò dov’era sua moglie, ma mi volle condurre presso di lei egli stesso. «Poveri mariti!» pensavo frattanto tra di me; «tutti eguali!» Ma anche questa volta non l’imbroccavo giusta. Nella pratica della vita io non ero che all’alfabeto, ed egli doveva essere già professore. I quarant’anni gli aveva salutati da un pezzo, e s’era dato alla botanica e alla politica; ma egli era stato uno dei giovani più brillanti del suo tempo, e nella scienza del saper vivere non celava la sua superiorità. Sapeva egli ch’io ero innamorato della contessa? Non lo so. Ma, conoscendo sua moglie, egli non poteva avere che una grande compassione per i di lei amanti!
La contessa mi fece il più seducente rimprovero per essermi fatto aspettare; poi con un abbandono, con una grazia che mi parvero cose angeliche più del solito, levossi di subito dicendo che non voleva ritardarsi il piacere di adempiere alla sua promessa. C’era lì accanto qualcuno che m’aveva l’aria d’esserne particolarmente indispettito; a me poi pareva che cento occhi mi seguissero pieni d’invidia e di gelosia. Io mi sentivo un palmo alto da terra. L’orchestra sonava qualche cosa di strepitoso che poteva essere benissimo un valzer; ed io pieno di un insolito ardire susurrai all’orecchio della contessa alcune parole ardenti come non avevo fatto mai. Essa le ascoltò; e vidi un sorriso sfiorare le sue labbra con tanta dolcezza che non m’ebbi più dubbio. «Oh sì! ella mi ama. Ch’io ti stringa dunque al mio cuore,» dicevo tra me col mio solito stile, «e nei vortici della danza noi scompariremo da questa terra.»
Eravamo giunti nella gran sala da ballo. Toccava a noi; io ero all’apogeo. Col piede alzato già attendevo la battuta... La battuta venne, ma più decisa delle altre per indicare che quella danza era appunto finita. Così non avendo potuto volare tra gli astri quella volta, era scritto che non ci dovessi volare mai più.
Quel tratto di sereno che mi parve un momento d’intravedere sul mio orizzonte, era minacciato da grossi nuvoloni che venivano tutto all’ingiro e si facevano sempre più cupi. Le faccende politiche del circolo andavano alla peggio. Si predicava alle arene del deserto. Un giornale, che l’associazione aveva fondato, e che si chiamava l’Azione, non aveva trovato azionisti, ed era caduto dopo un mese di vita, e con una dozzina d’abbonati. Bortolo s’era fatto più brusco e violento che mai. Il vento volgeva in tutt’altra direzione, e decisamente pareva che l’Italia volesse rifarsi a modo suo, e al di fuori di molte regole prestabilite. Si aveva un bel predicare alla gente che la via era fallata, che si principiasse da capo: la gente faceva le viste di non capire, e tirava innanzi. La corrente aveva mutato alveo, e noi, rimasti nel vecchio, ci potevamo contare. Anche nelle sfere più alte dei nostri correligionari avvenivano, io credo ogni giorno, rivolte, diserzioni; e Bortolo, che mi voleva fedele, mi teneva in basso, e non mi aveva mai lasciato far capolino al di fuori del circolo. La barca era arenata; ma noi seguitavamo a dare ferocemente del remo nel sabbione e nella mota.
Mano mano però che, in grazia della contessa, io andavo spogliandomi della pelle dell’orso, il veleno dell’eresia mi si cacciava sempre più nelle ossa, e qua e là mi spuntava nel pensiero qualche dubbio. In mezzo a tanta vita cittadina, io avrei potuto rileggere i miei articoli di fede a una luce più chiara; ma la fatalità aveva voluto che, ora dietro le tende di velluto della contessa, ora dietro le ragnatele del circolo, io fossi rimasto sempre all’oscuro. E soprattutto le tende di velluto, diciamolo pure, avevano lasciato tutto il resto in una tal’ombra, che la mia povera mente non sapeva più ritrovare il filo di nulla. Così per il moto contratto io seguitavo a trottar dietro ciecamente a Bortolo. Bortolo ogni giorno più declamava e si inferociva; e declamavo e mi inferocivo anch’io, perchè era il meno che potessi fare.
Ma come Bortolo fu persuaso che l’apostolato non dava frutto, egli che non era uomo da scotere la polvere dalle scarpe, e tirar diritto evangelicamente, pensò che oramai si doveva agire. Divenuto cupo e misterioso più del solito, decisamente egli meditava qualche piano di battaglia. Lo aizzavano particolarmente l’ex impiegato che sbuffava di vedere un tale, che nei tempi andati ci aveva messa la pelle, a quel posto dove per tant’anni egli aveva messe le maniche di tela; e l’amico sensale, il quale aveva bisogno d’un tafferuglio per raddrizzare col ribasso certe sue speculazioni che andavano alla peggio. Il buon uomo anzi non esitò a parlarmene chiaramente, associando alle osservazioni sull’apostolato militante, quelle sulla vicina scadenza del mese. Finchè s’era trattato di lasciarmi succhiare dei quattrini ora con le speculazioni, ora coi prestiti alla repubblica universale, non avevo osato fiatare; ma questa volta egli aveva dato un assalto alla mia coscienza, e la cosa, per fortuna, era un poco diversa. Ma il sensale mi canzonò prima sulla mia semplicità; poi, siccome io mi facevo serio, voltò tutto in burla, e ne fece delle risate. Ritornò qualche volta ancora sul discorso, ma con un fare che potesse parere anche una facezia, e burlandomi al tempo stesso perchè, a suo dire, mi spuntava un po’ di coda. Allora la coda non s’era fatta ancora così elastica; e non m’era capitato, come mi capitò poi di udire un ubbriaco chiamar codino un tale perchè camminava diritto. Questo scherzo dunque sulla coda non mi garbava nè punto nè poco, tanto più che l’amico me lo andava ripetendo in faccia ai colleghi e dinanzi allo stesso Bortolo. Ma Bortolo, ch’era più accorto degli altri, e che voleva conservarmi nella sua devozione, sapeva saltar di pie’ pari, e nascondermi fors’anche tutto ciò che non mi poteva garbare. Con me continuava a tenere quei lunghi discorsi, dalle frasi ispirate e sibilline, ch’erano tutto il mio pasto.
Eppure qualche cosa si tramava. Bortolo doveva avere per il capo qualche disegno, di cui nel circolo non si parlava, o che per lo meno mi si teneva nascosto. Mi rammento che avendo io detto un giorno che bisognava pur far progredire la rivoluzione italiana, mi fu risposto misteriosamente che bisognava innanzi tutto principiarla. Intanto il circolo era in aspettazione d’un personaggio che il solo Bortolo conosceva, e che doveva essere reduce da un giro diplomatico con missione secreta nelle province. Bortolo diceva «ch’era un onesto recatosi a rinfrancare la tradizione nelle affigliazioni della Associazione;» ma io, che avevo la fantasia in allarme, fui convinto più che mai che l’universo era minato, e che quest’ignoto veniva a dare il fuoco alla mina. «Oh potessi tu trovare un intoppo per via!» pensavo tra me. «Lasciami fare il mio valzer, e poi schiudi pure l’èra nuova.» L’Io, tutt’altro che collettivo, aveva fatto tali progressi in me, che per la mia felicità individuale osavo invocare una settimana ancora di oscurantismo.
Intanto io cominciavo ad essere sul serio agitato, e pieno di brutti presentimenti. Capivo che questo mio camminare continuo sulla corda, senza contrappeso, non poteva che finir presto con un capitombolo. Ma che cosa dovevo fare? Come sbrogliarmi dalla matassa in cui ero avviluppato? Oh avessi avuto un buon amico, avessi potuto imbattermi nel mio Marcello! Ma come trovarlo? Io ne avevo ben chiesto conto una volta a Bortolo, ma egli crollando il capo mi aveva risposto: «che non ne sapeva nulla, ma che credeva però che la prigionìa avesse in lui fatto disertare dal pensiero l’azione, conducendo questa nel campo della sètta delle maggioranze.» In verità avrei desiderato di saperne qualcosa di più, ma non avevo osato chieder altro. M’era venuta in fine la buona ispirazione d’una corsa al suo paese; ma ero nella gran settimana del mio valzer, e pensai: «ci andrò dopo.»
Il giorno che seguì il mio apogeo fui chiamato in fretta al circolo, perchè era giunto il diplomatico, tanto atteso, dalle province. Ci andai di corsa: vidi il nuovo arrivato.... e fu per me come un colpo di fulmine. Non c’era dubbio. Sulle prime, tutto vestito di nuovo, e col fare d’un personaggio, c’era da pigliarlo per un altro. Ma era lui; uno di quei due compatriotti della mia vallata, che avevo voluto evangelizzare dal tabaccaio a bicchierini d’acquavite; quello che aveva maggiori vedute nelle teoriche sociali, e che aveva anche il naso più rosso dell’altro. Era proprio lui, ed io mi sentii perduto.
Quando nella bottega del tabaccaio si parlava delle ingiustizie e delle sventure sociali, avevo sempre trovato in lui, voglio dire in quell’amico dal naso rosso, per ogni colpa umana, una grande parola di perdono. Sperai che, confessandogli le pene del mio cuore, egli avrebbe compatito all’inganno innocente nel quale avevo lasciato gli amici; sperai ch’egli avrebbe perdonato alla mia inesperienza, e che mi avrebbe coperto con l’usbergo della sua amicizia. Fu su questo tono che gli parlai. Sperai anche che non avrebbe sdegnato un tenue regalo (che non era tenue), il quale doveva ricordargli questo bel giorno della nostra amicizia. Infatti non lo sdegnò. Ma egli era una vittima dell’organizzazione sociale; la sua natura richiedeva qualche bicchierino di acquavite di più di quello che la società gli volesse dare nella sua attuale organizzazione economica. Questo deficit di bicchierini lo manteneva in istato di rivolta contro le altre leggi sociali che egli non poteva riconoscere; e così, ora che eravamo alla pratica, soffocò la pietà per una umana debolezza, e si tenne rigidamente nel campo della protesta.
Il giorno dopo, mi vidi capitare l’amico sensale col cappello fin sugli occhi, e col piglio poco confortante di un creditore che va da un debitore fallito, interrogandomi senza lasciarmi il tempo di rispondere, e montando su tutte le furie perchè non rispondevo. Mi accòrsi subito ch’io non ero più il conte della ròcca merlata, e che il diplomatico dal naso rosso mi aveva mariolato il regalo. Il mio castigo più grave l’ebbi proprio sulle prime; e fu il rossore di sentirmi colpevole e di dovermi giustificare dinanzi a quel fior di giudice. Tentai spiegargli, appena potei afferrare la parola, la fatalità che mi aveva tratto a quell’inganno puerile; ma mi accorsi che quello non era il capitolo importante dell’accusa. Allora potei anch’io mutare un po’ di tono, e gli dissi alto che se alla ròcca merlata non c’era annessa la contea, c’era annesso però un fonderello di quante pertiche occorrevano per pagarlo dei suoi bei negozii; e che dei due, a conti fatti, lo straccione poi non ero io. Parendomi che a questa ultima riflessione si rasserenasse un poco, tentai un nuovo appello caloroso a quei nobili sensi ch’io gli dovevo prestare per arte oratoria, perchè mi giustificasse presso gli amici. Gli parlai della fede che mi legava a loro, dell’opera devota ch’essi potevano attendere da me, della serietà mia in ogni più difficile prova.... Ma l’altro mi interruppe da capo; mi tirò sul terreno dei conti e delle garanzie; e poco tranquillo per il suo avere, mi piantò dicendo che andava a fare i suoi passi per mettersi al sicuro; e che quanto al resto, gli amici ne erano furiosi, che nessuno più avrebbe voluto saperne di me, che io gli avevo ingannati, e che degli speziali ne avrebbero trovati fin che ne volevano! I democratici! In quel momento giurai di volermi fare speziale.
Con la febbre che mi aveva lasciata addosso la visita di quel caro sensale, mi misi al tavolino, e scrissi una lunghissima lettera a Bortolo. Quella lettera rimase senza risposta. Nel circolo di Bortolo, ove si trovavano i sentimenti classici, come si trovano i brandelli di broccato nella bottega del rigattiere, questa severità di Bortolo sarà forse riposta a quest’ora negli scaffali come una merce di provenienza spartana.
Ero alla soprascritta, quando il mio uscio si spalancò di nuovo, e un secondo cappello, calato anch’esso fin sugli occhi, mi fece subito capire esserci un altro che veniva per fulminarmi ad occhiate. Era un altro spartano, il ragioniere; il quale in certe supreme occasioni, quando, per esempio, licenziava un guattero della contessa, sapeva trovare l’altitudine e l’accento d’una tale fierezza, d’una tale dignità, da averne di che intrattenere gli amici per un pezzo.
«Ma la si figuri!» incominciò a dire il mio demagogo, «uno speziale di campagna! E averlo condotto io dalla contessa! Ah, dunque gli è proprio vero.... e farsi condurre da me dalla contessa! Si figuri la mia responsabilità! Oh, ma io andrò dalla signora contessa e dal signor conte, ed esporrò loro il caso personalmente, e domanderò gli ordini per fare i miei passi sia per conto della nobil casa, sia, subordinatamente, per conto mio. Oh, la vedremo! Introdursi nelle case con falsi recapiti sotto il manto di un ragioniere onorato non solo, ma che fu chiamato come revisore anche in pubblici dicasteri!... Quali erano le sue intenzioni? Che cosa voleva lei perpetrare in casa della contessa? Io già gliela conto chiara.... e non so se mi spiego.... insomma io dovrò dire alla contessa che non posso più rispondere di niente, e farò rinnovare gl’inventarii....»
Il guaio di questo povero ragioniere fu quello di essere arrivato in un momento in cui, avendo dovuto giustificarmi due volte, non mi sentivo punto voglia di farlo una terza. Così, quando fummo a questo punto del suo discorso, lo pigliai per un braccio, e con tutta tranquillità, ma senza aprir bocca, lo misi fuori dell’uscio. Senza aprir bocca mi seguì il ragioniere, ma col passo un po’ più svelto del mio. Non so, nel racconto de’ suoi fasti, come s’acconcerà il buon uomo con quest’ultima circostanza; ma probabilmente concluderà col dire che, avendo io cercato d’alzare la voce, egli mi pigliò per un braccio, e mi cacciò di casa.
Mandai la lettera a Bortolo; mi chiusi in camera, e caddi nella mia poltrona stracco, sfinito per l’emozione e la vergogna. Mi copersi il viso con le mani; ma allora mi trovai in un turbinìo di pensieri e di fantasmi, ciascuno dei quali mi picchiava sui nervi del capo, e me li faceva dolere stranamente. C’era un po’ di tutto: c’era Bortolo, il circolo, il naso rosso, le cambiali, lo zio, Marcello, gli amanti della contessa.... la contessa! A questa apparizione dolcissima l’antico entusiasmo mandò il suo ultimo raggio, e, scotendomi, dicevo tra me: «Oh, tu fai violenza al tuo cuore, ma tu mi ami, io lo so! Adalberto è un nome che mi piace tanto, osò appena ripetere il tuo timido labbro, e il mio giro di valzer lo farò con lei.... parole semplici, ma profonde, dietro cui sta forse un intero paradiso d’amore! Oh con te io non avrò bisogno di giustificarmi, perchè le mie scuse te le suggerirà il tuo cuore.... Ma io mi giustificherò, perchè io dovevo essere franco e sincero con lei, che è tutta schiettezza e ingenuità!... Aspetterò le ore della sera in cui mi sarà più facile trovarla sola, e avere con lei un lungo colloquio. E allora quale entusiasmo non vedrò io brillare sulla sua fronte quando le dirò: signora, il blasone antico era mentito, ma io saprò deporre dinanzi a voi un blasone che incomincia da me!» I soliloquii di solito sono poco modesti; così non guardai molto per il sottile, tanto la chiusa mi pareva irresistibile, e, quel che è peggio, nuova.
Venuta la sera, corsi alla casa della contessa, con la mia parlata irresistibile bell’e fatta, e col passo sicuro di chi va alla vittoria. Ma il passo me lo fermò il portinaio, il quale mi gridò dietro in tutta fretta:
«Ehi, signore, la contessa non c’è.»
«Come?» ripigliai io, «ho veduto dalla strada le sue stanze illuminate....»
«È probabile; ma la contessa quando non c’è, non è poi obbligata a non esserci.... Del resto credo che la contessa per un pezzo non sarà in casa.... per cui, se vuole un mio parere....»
«Fatele annunziare subito il mio nome!»
«Ma.... se lei poi non capisce.... le dirò che ho già l’ordine di non farlo!»
Quella notte la passai tutta in progetti di duelli e in dubbii su chi dovessi ammazzare di preferenza, se il marito, il ragioniere, o gli amanti; me eccettuato. L’alba mi fece vedere un poco più chiaro, e pensai che a queste scene di sangue era bene far precedere qualche schiarimento. Conchiusi ancora che lei era innamorata di me, ch’era la vittima certamente di qualche dramma tenebroso, e che ad ogni costo bisognava ch’io la vedessi e le parlassi. Quest’era il punto difficile; ma, facendosi sempre più chiaro il mattino, mi balenò in mente, come spesso mi accade, un’idea vecchia; l’idea di ravvolgermi in una nera cappa, di mettermi una maschera, di calarmi il cappuccio sul viso, e di aspettare così la signora in un veglione al teatro. A render meno peregrino questo pensiero, ci era la circostanza che la sera ci doveva essere un veglione, e che io sapevo da un pezzo che la contessa ci sarebbe andata.
Dopo un’intera giornata, e non ci voleva meno, che impiegai nel provare a me stesso, come quell’ordine dato al portinaio doveva essere la prova irrefragabile che io ero appassionatamente amato, eccomi ravvolto in un domino tutto nero, triste, solo, tra l’onda gaia di maschere a mille colori, come un corvo in mezzo a un bel prato smaltato di fiori. Capii subito che esse non mi riconoscevano nessun diritto di concittadinanza: chi mi sospingeva a urtoni, e chi mi respingeva con un motto poco fraterno: mi domandavano se ero una spia, un ladro, o un marito geloso. Questa figura triste e solitaria era loro uggiosa come l’immagine del silenzio e della malinconìa, che forse li attendeva al mattino all’uscio di casa. Dopo una traversata lenta e burrascosa, giunsi al palchetto della contessa: mi guardai un’ultima volta in uno degli specchi del corridoio per accertarmi d’essere irriconoscibile; poi, fattomi un gran coraggio, aprii piano piano l’uscio, ed entrai. Il palchetto era affollato di visitatori e di maschere; vi si faceva un gran chiasso, e nessuno si accorse che fosse entrata una maschera di più. Mi alzai in punta di piedi per spiare al di là di una siepe di spalle che avevo dinanzi, per veder la contessa, e, pensavo tra me, per leggere nel suo volto mesto, turbato, una segreta afflizione del cuore; mi aspettavo proprio questa volta di leggere scritto sulla sua fronte: Adalberto.
Ma per quanto il mio occhio fosse propenso a questa scoperta, pure non gli fu difficile di vederci subito tutt’altro: sulla fronte della contessa non si leggeva proprio nulla. Bella, serena, contentissima di sè, non le si leggeva pensiero che si allontanasse dalle chiacchierine e dalle risate del suo palchetto: ma era forse un’illusione anche questa; e mentre i più loquaci della brigata la credevano tutta intenta alle belle cose che le andavano dicendo, la contessa forse pensava all’effetto ottico che ella faceva in quel momento traverso alle molte lenti che la fissavano da cento parti. Di queste analisi e di questi ragionamenti però, non ebbi tempo di farne in quel momento. Pur troppo mi accorsi subito a colpo d’occhio di qualcosa che non mi lasciava illusioni; e dalle punte dei piedi ridiscesi presto sui tacchi. Rimasi qualche momento come impietrito, e senza sapere quale indirizzo dare ai miei pensieri; quando una loquace mascherina in domino rosa che sedeva, al parapetto, di contro alla contessa, saltò su a dire:
«Cara Neni, me ne vado. Sono un poco infreddata, e a dirti il vero ero venuta qua nella speranza di trovare, tra i tuoi adoratori, lo speziale, per farmi dare qualche pozione o qualche pillola di lauroceraso.»
«Ah! lo conosci anche tu lo speziale! Aveva forse acceso un fornello anche per te?» riprese la contessa.
«Tutt’altro! Avevo imparato a conoscerlo, vedendolo sempre dietro di te come la tua ombra. Fu intraprendente lo speziale!: si fabbricò la sua ròcca... poi venne quaggiù a pigliare i merli! Dell’avventura ne parla stasera tutto il teatro....»
Qui la conversazione si rifece confusa e clamorosa come prima. Chi domandava di che avventura si trattasse; chi voleva sapere come la era andata a finire; chi non ne sapeva nulla, e voleva saper tutto in una volta; altri ne contavano de’ brani, con versione libera e fantastica; ed io frattanto, più ingrossava il mio romanzo e più cercavo di farmi piccino. Non potei afferrare tutto ciò che la contessa andava dicendo, e in cui c’era sempre di mezzo il ragioniere, diventato per il momento un procuratore; ma sentii che «.... il procuratore aveva tutta la colpa dell’accaduto, perchè doveva pigliar meglio le sue informazioni; ma che, essendo uomo di molta energia e di molta avvedutezza, aveva messo rimedio in tempo, ed aveva data allo speziale tal lezione di cui si sarebbe rammentato per un pezzo....»
«Oh! oh! l’apothicaire, l’apothicaire...,» gridava l’uffiziale francese, ch’era pure della compagnia, ridendo per tutti di qualche suo bel motto che non giunse fino a me, ma che sarà stato uno sfogo di rivalità tra apothicaire e épicier.
«Mi spiego adesso le sue opinioni politiche,» diceva un altro, «le quali erano esagerate appunto come le polizze del suo mestiere.»
«L’hai scappata bella, cara Neni,» gridava la mascherina dal domino rosa, «con un così terribile conquistatore! Egli si era prefisso di far girare il capo alle signore, e sfido io, quando s’accostava con quell’essenza di gelsomino, a non averne il capogiro!»
«Confesso» conchiuse la contessa «che io ero lontanissima dal crederlo un senza nascita. Vedevo bene ch’egli veniva da luoghi dove non c’è mondo, dove non ci sono modi. Eppure sulle prime quella sua aria di coq du village mi aveva divertito moltissimo. Adesso però era diventato oltremodo noioso; e l’essere ritornato a far lo speziale sarà un bene per lui, e la è di certo una gran fortuna per noi.»
In quel mentre nuove maschere, spalancando con grande strepito l’usciolo, vennero a cacciarsi nel palchetto. Nella ressa di chi voleva entrare, e di chi voleva uscire, io che ero, come ognuno già se lo pensa, tra questi ultimi, mi trovai per un momento nelle braccia dell’uffiziale francese, il quale mi pigliò per una delle maschere venute, e mi gridò scotendomi: «Oh, par exemple! êtes-vous l’apothicaire!» Pieno d’ira e di veleno io lo fissai col piglio di chi vuol provocare qualche cosa di luttuoso; ma l’altro non vide che l’espressione scipita deila mia maschera, e diede in risa più sgangherate di prima. Un nuovo urtone frattanto per parte di quelli che uscivano mi cacciò sul corridoio, ove mi ripigliò tra le sue spire la corrente della folla.
Mezz’ora dopo ero sotto la coltre; e convinto che il mio romanzo era finito, spensi il lume. Ma la notte, benefica sempre, matura i pensieri e i riflessi, quando non può essere apportatrice di riposo. La notte dunque mi disse che al mio romanzo mancava un capitolo ancora; un capitolo che fosse la conclusione del primo volume, e la prefazione del secondo: il quale però, a tranquillità dei miei lettori, non verrà scritto mai. Un capitolo insomma nel quale ci fossero quegli avvenimenti che, dopo la sua scappata fuori del nido, ridussero anche il passero della sorella del curato dalla bocca del gatto alla tranquilla esistenza sul letticciolo di bambagia.
Quella buona inspirazione di correre alla città natale di Marcello, e di buttarmi nelle braccia del mio vecchio amico, inspirazione a cui prima non avevo dato retta abbastanza, ritornò trionfatrice allo spuntare dell’alba, come una speranza, un asilo, dopo aver veduto per tutta la notte le fauci del gatto. Questa volta non indugiai. Allo scocco del mezzogiorno io ero già per le vie di un’altra città più modesta a chieder conto di Marcello; e poco dopo picchiavo alla porta dell’amico. Ci guardammo fissi un istante con quella tacita sorpresa di due vecchie conoscenze che, rivedendosi dopo molti anni, sentono il bisogno di raccapezzare in fretta il passato, e di fare un po’ d’inventario del presente. Nell’inventario del presente mi colpì la quantità straordinaria di capelli grigi ch’era venuta a frammischiarsi ai capelli nerissimi di Marcello: a voler dire da qual parte fosse la maggioranza bisognava chiedere la controprova. Marcello aveva tuttora l’aspetto risoluto e vigoroso; ma il suo volto portava le tracce delle sofferenze patite; le tracce dei digiuni, delle celle umide, e di cinque anni di ferri nelle fortezze dell’Austria. Ma la rassegna fu brevissima, perocchè Marcello ci pose subito fine stringendomi nelle sue braccia con l’antica vivacità e con l’antico affetto.
Marcello volle presentarmi ai suoi fratelli e alle sue cognate; tutta gente schietta, vivace, buona, che viveva in una sola casa, come in una sola famiglia, e in mezzo a cui si respirava una cert’aria di onestà, di semplicità, di cortesia che mi riusciva nuova e seducente: fino allora non avevo respirata che la brezza troppo cruda del mio paese, o la mal’aria del piano. A Marcello narrai tutte le mie vicende, e più diffusamente di quello che non abbia fatto scrivendole oggi; gliele narrai con tanta schiettezza, e con così poca misericordia per me, che ne lo vidi scosso ed afflitto più di quello che volesse parere. Egli mi strinse nuovamente nelle sue braccia, e mi disse che a metter riparo, e prontamente, a tutto ci avrebbe pensato lui. Mi disse mille cose che mi parvero ben più vere e più sante di quelle quattro che avevo imparate a memoria sul mio vecchio formulario. Mi additò per quali vie spaziose cammini il mondo da sè, senza bisogno che nessuno lo regga per le falde; e come, nel camminare, pigli mano mano le nuove provvigioni che meglio gli si confanno, rifiutando sempre le rancide, qualunque sieno. Infine mi insegnò il culto di una sua grande divinità, a cui egli teneva sempre fisso lo sguardo; divinità, il cui regno sembra talora non essere de hoc mundo, tanto si fa umile e piccina; ma che poi piglia la rivincita, e ricompare gigante nelle lotte e padrona del campo; e quasi sempre senza vestirsi da eroe: il Buonsenso.
Il giorno dopo Marcello partiva per la capitale dei miei debiti e dei miei disinganni, volendo ch’io rimanessi nella sua famiglia finchè non gli fosse riuscito di aggiustare le mie partite, e di levarmi con onore dagli impicci in cui ero caduto.
Ciò che più di tutto mi affliggeva, era il pensare al mio povero zio, che con qualche artificio avevo in quei mesi tenuto in inganno, e che mi credeva in tutta buona fede all’Università, tra le braccia della farmacia, prima scienza del mondo. Povero zio! Sapere in una volta ch’io l’avevo ingannato, ch’ero pieno di debiti, e che mi ero fatto beffare e ingiuriare da tanti! Ce n’era per lui da morire di dolore. Marcello che mi aveva letto nell’anima, com’ebbe rattoppate alla meglio le mie faccende, e in modo che almeno non avesse a immischiarsene un tantino l’autorità, andò fino al mio paese, e fece egli stesso presso mio zio quello che io non avevo il coraggio di fare. Così il buon vecchio seppe la disgrazia, ma non come l’avrebbe portata il vetturale che andava una volta per settimana al capoluogo del circondario; la seppe da una voce amica, che accanto alla mia scappata potè mettere una seria parola sui miei buoni propositi. Marcello suggerì allo zio tutte le buone ragioni, che lo zio forse non avrebbe voluto così subito confessare d’aver trovate, per perdonarmi. La sola lezioncina, che tacitamente lo zio mi inflisse, fu quella di pagare i miei debiti col vendere la vigna della ròcca merlata.
L’annata per i miei studii era oramai perduta; nullameno volli recarmi all’Università per farvi i primi passi nella mia riconciliazione definitiva con le storte, con gli empiastri e coi pestelli; e nel tempo stesso per non tornarmene così subito a casa. Temevo il banchetto del figliol prodigo. Il mio curato, tenero com’era delle storie antiche, sarebbe stato capacissimo di imbandirmi un vitello intero. Insomma, ritornando al mio paesello, avrei voluto farmi additare per qualcosa di buono, o almeno giungere fra i miei compaesani quando la loro fantasia, dopo aver fatta sui miei casi una lunga leggenda, l’avesse del pari dimenticata.
L’occasione d’aprire libro nuovo e pagina nuova, proprio come desideravo, non tardò. Per questa mia Italia, che amo come un innamorato, avevo detto delle ciarle molte, ma non avevo fatto mai nulla. Nel giorno sacro della guerra, io, sciocco, avevo protestato contro la guerra imbelle dei cannoni, in nome delle falci, dei chiodi, e delle formole terribili che stavano nell’arsenale dell’amico X. Nessuno nel mio paese aveva sospettato che quell’astensione fosse un grande eroismo, ma piuttosto l’avevano tutti creduta una gran paura. Anche lo zio mi avrebbe veduto partire di buon occhio, perchè il fare la guerra era per lui l’unica cosa che potesse gareggiare a questo mondo col fare le pillole. La fortuna volle che io potessi rimediare a tutto: io feci ritorno alle pillole, e l’occasione della guerra fece ritorno a me.
Le guerre però bisogna pigliarle come vengono, e non le si possono scegliere secondo i propri gusti. La nuova guerra non fu quella che mi avrebbe soddisfatto per tutta la vita; non fu la guerra ai forestieri. Anzi non l’ho voluta mai chiamar guerra; e solo dirò che sono andato anch’io a dare una mano fino in fondo allo stivale, perchè lo si potesse mettere a nuovo, e d’un solo colore. Non scriverò dunque le mie milizie; ma chi le vuol sentire venga al mio paese, dove le conto, per passare le sere d’inverno, in una edizione che ha il pregio d’essere corredata da un buon fuoco, e da una buona bottiglia; la bottiglia però non è più di quelle della ròcca merlata.
In una giornata d’inverno dell’anno seguente, io facevo ritorno al mio paese. Lo avevo lasciato con l’intento secreto di diventare uno dei generali degli Stati Uniti d’Europa, e ci ritornavo con la bisaccia e il cappotto sdrucito di soldato semplice: lo avevo lasciato con la febbre delle allucinazioni, superbo e iroso, e ci ritornavo con quella serenità d’animo che sola sa dare la coscienza dell’aver fatto il proprio dovere. Non ci volle che quel briccone di campanile del mio paese per mettermi il cuore tutto sossopra, proprio come se ci fosse ritornato l’io collettivo d’una volta. Appena lo vidi spuntare da lontano avrei voluto saltargli al collo e dargli un bacio, se mi è permesso dire così. Ma tra le cose che gli avvenimenti avevano messo di galoppo, non c’era la vettura del mio paese; ed era appunto questa che mi conduceva a casa di quel suo passo anteriore al risveglio nazionale. Presto m’accorsi ch’ero aspettato, e che gli amici mi avevano preparato un po’ d’ingresso trionfale. Primo a salutarmi fu uno sciame di ragazzi che gridavano a tutta gola, buttando in aria i berretti; poi gli amici, i parenti, i curiosi; e da ultimo la banda. La banda, per il paese e per me, era una grande novità. Lo zio parlava spesso dei tempi in cui in paese c’era la banda, ed egli era uno dei clarinetti; ma, sciolta dopo i trattati del quindici, la banda aveva fatto scriver molto ai Commissarii del distretto, e non doveva ricomparire che dopo quarantaquattr’anni. Al momento del mio ritorno la banda componevasi già di cinque parti; c’era un trombone, due trombe e due clarinetti. In principio del paese c’era un albero, piantato in mezzo della strada, con due bandiere e un cartello su cui si leggeva:
SALVE O PRODE CAMPIONE
DI QUESTO BORGO E DI QUELLE SCHIERE
CHE BELLONA CONDUSSE
E GLI DEI PROTESSERO.
L’iscrizione era del maestro: parecchi che non conoscevano Bellona, ne capivano poco, e volevano scommettere ch’ero stato invece con Garibaldi. Sotto l’albero c’era il curato e lo zio, il quale portava una gran sciarpa tricolore a tracolla e, soffocando gli affetti privati dinanzi ai doveri della cosa pubblica, mi riceveva come sindaco. Il curato mi lesse un discorso che incominciava colle Termopili e finiva, tra gli evviva degli astanti, con Maratona e con Austerlitz, per un riguardo allo zio. Al discorso non potei tener dietro, perchè subito dopo le Termopili, girando gli occhi, vidi poco distante un gruppo di ragazze che avevan l’aria di non voler essere vedute, e ch’io non riconoscevo più, tanto in meno di due anni avevano lasciato il guscio, e pigliato il fare riservato e vergognoso. Tra quelle ragazze ce n’era una che si teneva nascosta più delle altre, ma che io vidi per la prima, e che era la più bella di tutte. Appena mi parve di averla riconosciuta, mi sentii il viso farsi di brace. Ritrassi gli occhi; poi avrei voluto guardar di nuovo, ma non ci trovai più il verso. Guardavo in basso; e mi accorsi allora per la prima volta quanto fosse sdrucito e malconcio il mio cappotto: pensavo che, per aver avuta la febbre, in quel momento tutti mi dovevano trovare smunto e brutto; e poi vidi che avevo anche le scarpe rotte. Di bello e nuovo non avevo che una cosa sola, una medaglia d’argento appesa a un nastro azzurro, ancor lucida l’una e lucido l’altro. Avrei voluto che tutti fissassero quel punto solo, ch’era l’unica cosa pulita e in assetto che mi avessi. Oh, che storia lontana mi sarebbe parsa quella della contessa Neni se qualcuno me l’avesse richiamata in quel momento!
Il paesello, la casa, tutto, fino i pestelli mi parvero, da quel giorno, proprio quel letticciolo di bambagia su cui era andato a finire quel mio precursore d’avventure, il passero della sorella del curato. Non è a dire però che, proprio come lui, mi sia messo a vivere col capo sotto l’ala, passando da un sonnellino all’altro. Il capo invece io lo misi a partito, e cominciai col riprendere e col compiere quegli studi ai quali m’ero sempre ribellato in nome di quegli altri centomila studi, che mi avevano condotto sino allora a non studiar mai niente. Lo zio ne è tanto contento che non sa più star nella pelle, e non c’è storta al fuoco di cui non mi confidi il quid che ci bolle in secreto. Egli si è tenuta la direzione del laboratorio, ossia del suo fornello, ed ha lasciata a me la cura della spezieria. Siccome poi egli mi chiama sempre il militare, così voleva che sulla porta della spezieria ci fosse scritto: farmacia militare. La cosa non è andata a luogo subito per qualche mia osservazioncella; il progetto sussiste, ma lo si differisce di giorno in giorno. Lo zio poi ha desiderato di vedermi capitano della guardia nazionale; e da un anno infatti io sono a capo di tutte le forze di terra del mio paesello. Poi faccio tant’altre piccole cose.... perchè bisogna sapere che nella mia valle, non essendoci che un solo partito politico, quello del criticare, io mi sono messo in capo di crearne uno nuovo, quello del fare!
Lo zio adesso desidera.... e qui non guardatemi, perchè dovete sapere che non ho smesso ancora di farmi qualche volta rosso in viso tutto ad un tratto. Lo zio insomma è così contento d’essere zio, che vorrebbe diventare pro-zio. Ma non chiedetemene di più, perchè ciascuno è fatto a proprio modo, e il modo mio questa volta è quello di fermarmi qui.
Per finire poi la storia del paese, vi dirò che quel buon figliolo di garzone del fornaio non è ritornato più. È morto al Volturno; e gli fu messa una lapide in chiesa, che ricorda come anche il nostro paesello abbia dato il suo tributo all’unità della patria. Morì il curato; morì la madre della Luisa. Alcuni dicono che la Luisa vada presso una sua parente che sta lontano; altri dicono di no, e soggiungono che se ci andrà, farà in breve ritorno. Io che volli scriver presto, anzi troppo presto, questa mia storia appunto per non darvela compiuta, permettetemi che vi lasci nella curiosità, e non vi faccia pronostici. E quel diplomatico dal naso rosso? Lo vidi per il mondo ben vestito, ma da un pezzo non ne ebbi più nuova.
Che se poi aveste un’altra curiosità, la curiosità di sapere se di quel passero della sorella del curato io ne abbia fatto, proprio in tutto, il mio esemplare, allora prima di posar la penna lasciatemi dire una parola ancora. Quel passero col suo contegno severo aveva voluto di certo ammaestrare la mia giovinezza inesperta; e così gli avessi seguìti allora i suoi taciti consigli! Ad ambedue è capitata una spennacchiata del gatto, ma le conseguenze morali furono diverse, e con tutto il rispetto ch’io professo a quell’egregio mio precursore, non esito a dichiarare che non l’ho seguito nelle sue deduzioni, e che ho pigliato tutt’altro cammino. Evidentemente il disinganno aveva condotto quel passero allo scetticismo. Egli aveva perduta la fede nelle ali; la fede nei voli arditi e felici dal piano al monte, e dal monte, chi sa? alle cime inaccessibili, dove l’aquila tiene il suo nido. Egli più non credeva che a quei quattro salterelli che gli era dato di fare con le proprie gambe; ed anche alle proprie gambe egli guardava di traverso, nel saltellare, con un occhio in cui cercavi invano la vera fiamma della fede.
Io invece questa fiamma santa l’ho conservata; e credo nelle ridenti pendici lontane, e nei vasti orizzonti. Credo di più che la fede e l’ideale non abbiano nulla a temere dall’esperienza della vita, come l’oro fino non ha nulla a temere dal crogiolo. Delle scorie ne ho buttate via molte! e forse non ho finito: ma mi tenti invano, ombra del passero, se mi vuoi compagno dei tuoi salterelli sfiduciati! Tutto il mio scetticismo consiste nell’aver imparato che ci sono delle gemme fatte di vetro e di talco, e delle x che, a conto finito, diventano modestamente le frazioni d’un quattrino.