X.

Ogni anno, alla metà di giugno, il marchese Antonio andava con tutta la famiglia a Castelrenico per il raccolto dei bozzoli. Ci andava come per tradizione domestica; ci andava perchè c’era sempre andato fin da bambino quando ce lo conduceva suo padre; ma poi quando c’era, l’ultimo de’ suoi pensieri erano appunto i bachi ed i bozzoli. Ogni anno succedeva così; e ogni anno quando veniva quel tal giorno che stava fisso nella mente del marchese, insieme a qualche altra data di questo genere, cascasse il mondo, bisognava partire. Anche in questo egli imponeva a sè ed ai suoi una specie di disciplina rigida, inesorabile, ch’era di tutto suo gusto, e ch’egli soleva mettere in ogni alto più semplice e naturale della vita. L’andare in campagna, il viaggiare, il divertirsi, fatti da lui, parevano tanti atti d’ubbidienza a una consegna; una risposta, una opinione, un complimento, detti da lui, parevan sempre preceduti da un rullo di tamburo. L’ingegnere Mevio pretendeva di avere scoperto che il marchese, quando beveva un bicchier d’acqua, lo beveva in tre tempi. E tutto ciò, probabilmente, perchè nel marchese la smania del comandare era così prepotente da non permettere una disubbidienza neanche a se stesso.

Una grave disubbidienza però veniva commessa da qualche anno da’ suoi bachi di Castelrenico, i quali, chi alla seconda, chi alla terza, chi alla quarta muda, si scioglievano dalle brighe di questa vita, senza darsi pensiero di ciò che avrebbe detto il marchese. Il marchese da principio ci aveva badato poco; ma poi, dovendo rispondere a chi gliene chiedeva conto, e sentendosi da ogni parte far delle osservazioni e dar dei pareri, cominciò a perdere la pazienza, e a domandarsi se questa condotta indipendente de’ suoi bachi fosse o no compatibile col suo decoro. Pare concludesse per il no, perchè dopo aver lasciato travedere all’ingegnere Mevio qualche proposito sibillino, fu veduto, nell’inverno dell’anno a cui siamo arrivati, scartabellar libri e opuscoli sui gelsi, sui bachi e sulle bigattiere. Venuto poi l’aprile, cominciò a dire apertamente che fino a quel punto i bachi di Castelrenico se n’erano andati alla malora per la ragione semplicissima che li avea lasciati fare a loro piacimento, ma che ora era deciso a cambiar registro. Poco dopo annunziò che quell’anno la direzione dei bachi la pigliava lui; che il metodo sarebbe stato tutto suo, e che si sarebbe andati tutti a Castelrenico un mese prima del solito; soggiungendo, come fosse una parte del metodo anche questa, che si doveva passare il rimanente dell’estate a Baden-Baden, e a Parigi: così si aggiustava la partita anche con la marchesa Giulia, e in modo che nel cedere si aveva l’aria di comandare.

Il metodo del marchese Antonio ebbe subito un primo risultato bonissimo, e fu quello di liberare, un buon mese prima, l’avvocato Massimo dalle cortesie della famiglia del marchese e dagli imbarazzi che ne venivano di conseguenza; imbarazzi che ormai non sapeva più come nascondere. Ai primi di maggio, il marchese Antonio s’era già trapiantato in Castelrenico coi suoi di casa; aveva già rese note con una certa solennità le sue intenzioni, e messi i primi fondamenti del metodo. Il metodo del marchese, che com’egli aveva dichiarato non sarebbe stato quello di nessun autore (perchè, come diceva lui, questi tali che scrivono è molto raro che allevino dei bachi davvero, e quelli invece che li allevano non son di quelli solitamente che scrivono), doveva aver per base una specie di disciplina militare. Egli si considerava come il generale in capo, e il fattore doveva essere il suo aiutante; poi venivano de’ sovrastanti ai quali, con un salto alquanto brusco nella gerarchia, aveva dato il nome di sergenti; i coloni erano altrettanti caporali che dovevano tener in riga i militi, i quali, s’intende, erano i bachi.

La sua massima era che ogni cosa, perchè vada bene, deve avere una organizzazione di ferro. E ad impiantar bene questa organizzazione di ferro, il marchese rivolse con sollecitudine le sue prime cure, chiamando il fattore, i sovrastanti, i coloni, ora a uno a uno, ora tutti insieme; dando ordini, spiegando il metodo, e strapazzando tutti in anticipazione. Il metodo, come si vede, si basava specialmente sul terrore. Questi poveri diavoli, più sentivano farsi buia e intronata la testa dalle spiegazioni e dalle minacce del marchese, e più si affrettavano a dire di aver capito tutto a un puntino, tanto erano spaventati; e il marchese si compiaceva già dei buoni risultati che principiava a dare il suo metodo.

Con gli altri poi di maggior calibro, cioè col consigliere Rocca e con don Gilberto, che, come di consueto, venivano a fargli visita in Castelrenico, con l’ingegnere Mevio e col curato, il marchese dava delle spiegazioni un poco più diffuse e ragionate. I suoi concetti sull’allevamento dei bachi erano desunti con una logica stringentissima, e con la previsione di tutti casi. Il problema era messo al muro; era risoluto; a meno che, ed era questa la sua sola concessione, a meno che non facesse difetto l’opera dell’uomo. Ma questa ipotesi era ammissibile ancor meno delle altre, in grazia di quella tal disciplina di ferro. Così, dopo aver tenuto i suoi uditori in una breve sospensione d’animo, li riconfortava con la riprova che il problema era di una precisione matematica.

Ma non tardarono anche per il problema a venire i giorni difficili, i giorni in cui ci voleva tutta l’imperiosità del marchese Antonio per mantenere negli altri la convinzione che i suoi bachi andavano a maraviglia, e che se qua e là c’eran dei guai, erano per così dire scappatelle di gioventù, malucci preveduti, cose di nessun conto. Guai a chi mostrasse il menomo dubbio! E lo seppe il consigliere Rocca, che un dopo pranzo, passeggiando col marchese e con l’ingegnere Mevio, e volendo in proposito distinguere ed obbiettare, si pigliò una strapazzata più forte di quelle solite che gli capitavano quando parlava di politica, o giocava a tarocchi. Il consigliere Rocca, ch’era piuttosto ostinato, senza cedere sul punto di chiamar gravi i traviamenti dei bachi del marchese, volendo andare in cerca d’una qualche causa remota per salvare il metodo, cominciò a porre la questione se le vicende politiche, e i nuovi tempi, non ne avessero, a guardarci bene, il loro tanto di colpa, visto che in passato le cose avevano proceduto diversamente. Ma fu un tasto scelto male, e che diede motivo al marchese di dargli sulla voce ancor più forte di prima. Il consigliere, a cui pareva sempre di far torto alla magistratura a cui aveva appartenuto, se non sviscerava ben bene le quistioni, cominciava già a metter in fila gli argomenti per rispondere al suo contraddittore; e a guisa d’esordio aveva già cominciato col dire che si accingeva a una imparziale disquisizione di quella sua tesi dubitativa, e che non essendo tra quelli a cui leviores coniecturae sufficiunt, avvegnachè.... ma s’interruppe a un tratto da se medesimo, per domandare in un tono più semplice, e come tra parentesi, se era vero quello che si diceva in paese, che cioè la casa dinanzi a cui passavano era stata venduta. La comitiva, che era di ritorno dalla passeggiata, passava in quel punto dinanzi alla casa dell’avvocato Massimo.

«Ma come va questa faccenda?» domandò anche il marchese, a cui non dispiaceva il mettere da parte per un momento i suoi bachi.

«Ma ce n’è un’altra!» continuò il consigliere, «ed è che in questi giorni il socero dell’avvocato mi mandò una lettera e un memoriale per pregarmi di trovare appunto all’avvocato Della Valle un impiego qualsiasi. Non dirò qui, perchè non è questo il momento di parlarne, che in primo luogo io non ho impieghi da distribuire, e che in secondo luogo con gli uomini influenti della giornata io non ho a che fare; dirò solo che al ricevere quella lettera e quel memoriale non ho esitato a dire tra me, che quel famoso impiego dell’avvocato, di cui s’è tanto discorso, o se n’è andato in fumo, o non c’è stato mai!»

«Ma, a proposito, come va anche quest’altra faccenda?» domandò di nuovo il marchese dirigendosi a Mevio che gli camminava accanto. «Lei deve saperne di certo qualcosa.... dica su!»

L’ingegnere Mevio fissò il marchese, poi gli disse piano: «Parliamo d’altro; a quattr’occhi le dirò tutto.»

Il marchese Antonio fu colpito dall’insolita espressione di serietà e quasi di mestizia, con cui gli aveva risposto l’ingegnere; non aprì più bocca, e il consigliere trovò per il momento il suo tornaconto a fare altrettanto. Giunto a casa, il marchese con una breve manovra consegnò il consigliere a sua nuora; poi, come lo vide imbarcato in un discorso dei più fioriti, fece cenno a Mevio di seguirlo; lo condusse nel suo studio, lo fece sedere, e col tono secco di quando si faceva serio, «Ingegnere,» gli disse, «eccoci a quattr’occhi; dica su!»

«Signor marchese,» prese a dire l’ingegnere, «Mevio ha la fortuna d’esser sempre di buon umore, ma se lo vuol vedere farsi serio anche lui, gli parli adesso del povero avvocato Della Valle. Proprio così! Chi avrebbe mai detto che l’avvocato Massimo, di cui in fin de’ conti sono amico da pochi anni, dovesse essere proprio quel tale da mettermi la malinconia addosso! Ma cosa vuole, signor marchese! il giorno in cui l’avvocato si decise ad aprirsi con me l’ho veduto piangere come non ho veduto nessuno, e m’ha talmente commosso proprio insino al cuore, che non me lo so togliere dalla mente. Ho cercato, e cerco sempre io di consolarlo, ma con un uomo così disperato, come si fa!»

«Ho capito! Galanterie della moglie!»

«Eh!... ero quasi per dire, fosse qui tutto il guaio, ci sarebbe un rimedio....»

«Ha un rimedio lei?...»

«Capisco... ma insomma il guaio non è questo. Il guaio è stato.... è stato il solito guaio della giornata! Si vuol vedere il fumo, e non si bada se c’è anche l’arrosto!»

«Dice bene! Vada pure avanti.»

«E a dire così, ho detto tutto; il resto vien da sè. L’impiego dell’avvocato, le grandezze della moglie, le spacconate del socero... fumo! tutto fumo!... proprio così, e non dico per baia!... Sogni, illusioni, e niente altro! E che cosa resta a guardar nel piatto? Un bel niente! o dirò meglio, ci resta della miseria, delle lacrime.... Queste son come il condimento e non mancan mai!... Proprio così, signor marchese!... Le ho detto una cosa che le fa dispiacere.... che la rattrista!...»

«Cioè....»

«Ma se avesse vedute le scene che ho vedute io! Povero avvocato! Gli darei dell’asino proprio di gusto, ma non mi regge il cuore. Però, a pensarci, che asino! Lei sa come se la passava bene in Castelrenico.... Ma signor no! ci voleva il fumo; dunque si sogna un grande impiego, e si spera pescarlo.... nelle nuvole, perchè quaggiù, impieghi e miseria, tutti lo sanno, sono quasi sinonimi. Bussa di qua, bussa di là, un impiego era capitato, ma un impiego alla buona.... un impieguccio, come era ben naturale, perchè anche il papa a diventar papa ci mette il suo tempo. Fatto il primo sproposito, c’era da ringraziare il Cielo e tenersi prezioso l’impieguccio. Ma signor no; non c’era il fumo, e ci voleva o tutto o niente. Io gli avevo ben dato in allora qualche buon parere, ma.... eh sì! a sentirli loro, l’avvocato e il socero, ero io che non capivo niente, e loro quelli che la sapevan lunga. Così son passati quasi tre anni di illusioni, di vita allegra, di lusso; quel po’ di patrimonio è scomparso, scomparso tutto. L’impiego è sempre di là da venire.... e a stringere il pugno.... Oh! se vedesse, signor marchese!... Quel povero avvocato dice che la miseria è la minore delle cose che gli fanno vergogna; dice di aver ingannati tutti, d’aver ingannata la sua Enrichetta.... d’aver ingannato anco lei, signor marchese, e la sua famiglia....»

«Ma gli dica di no!... Non è capace lei di confortarlo, di strapazzarlo?...»

«Oh! dice ben di più! Dice che non gli rimane che di buttarsi da una finestra.... e poi domanda chi avrà pietà della sua famiglia.... insomma c’è da sentirsi lacerar le viscere. Il socero lo tira innanzi con qualche altra illusione; ma oramai siamo agli sgoccioli, e bisogna prendere una risoluzione.... ma quale? Se lei, signor marchese, non lasciava Milano un mese prima del solito, forse a quest’ora qualcosa era scoppiato.... una spesuccia di più in casa di Massimo avrebbe già dato il tracollo alla bilancia. Guardi un po’! la sua partenza gli è stata per il momento un piccolo benefizio, ma poi....»

Il marchese in quel punto si rizzò. I suoi lineamenti avevano preso un non so che di duro, e quasi di minaccioso, come se volessero far paura alla commozione che si sentiva nascere, e farla scappare indietro. «Che l’avvocato sia stato un asino, non mi fa specie;» disse poi a un tratto, mandando fuori le parole come schioppettate. «Quello che mi fa specie è d’essere stato un asino io! Se quell’avvocato si tenne il fumo in testa per tanto tempo e si rovinò del tutto, ci ho avuto anch’io il mio tanto di colpa.... Lo dovevo capire, per bacco! E in conclusione, siccome gli spropositi s’hanno a pagare, così la mia parte la pagherò! E ora basta. Andiamo, ingegnere, se vogliam fare la partita.»

Il giorno dopo, il marchese, fatta la sua colazione, lette le sue lettere e il suo giornale, a un tratto annunziò che sarebbe partito di lì a un’ora, e che non sarebbe ritornato che dopo cinque o sei giorni. Una risoluzione così improvvisa fece a tutti non poca maraviglia, e tutti si domandavano che cosa mai fosse capitato al marchese di così importante per deciderlo a lasciare ad altri il comando de’ suoi bachi, proprio sul buono.

Furono appunto sei i giorni in cui rimase assente il marchese, e in cui il fattore e i coloni avrebbero potuto tirare un poco di fiato, se i bachi, quasi fossero anch’essi in minor soggezione, non avessero scelto proprio quei giorni per cadere a frotte e lasciar tavole e boschi deserti. Erano ben diradate le loro file quando tornò il marchese, sicchè è facile immaginare che burrasca si levasse. Eravamo per fortuna all’ultima settimana, e il supplizio del fattore e dei coloni durò poco; ma fu una settimana terribile. Era un continuo dar ordini da mattina a sera, uno strapazzare quanti capitavano, un ripetere gl’insegnamenti già dati, un insegnar nuovi ripieghi. Oramai nessuno capiva più niente: a furia di ordine e di disciplina era nata una tal babilonia che nessuno più ci si raccapezzava; e in quanto ai bachi, si salvaron que’ soliti che si salvano in tutte le disfatte, perchè ci sia chi ne possa dare la nuova. Il marchese che aveva esclamato tante volte in aria di trionfo: «Andar male? oh, la vedremo! ci vorrà anche il mio permesso!» ora andava ripetendo: «Son bastati sei giorni di assenza, sei giorni soli! perchè mi si mandasse tutto a soqquadro. Nessuno mi ha capito! Tempi ignoranti e presuntuosi!... Ma un altr’anno la non andrà così!»

Pochi giorni dopo, il marchese partiva con tutta la famiglia per Baden-Baden. In Castelrenico non ritornò che sul principio d’ottobre; ci rimase, come al solito, fin dopo il san Martino; ma de’ bachi, del metodo e della catastrofe non ne parlò più; e nessuno ebbe voglia di toccargliene.

Mancavano pochi giorni alla partenza, quando una mattina il marchese, dopo aver letta con attenzione speciale una lettera appena ricevuta, fece mandare un espresso a una borgata vicina con un telegramma che chiamava a Castelrenico l’ingegnere Mevio, ripartito poco innanzi per Milano. L’ingegnere arrivò il giorno dopo con la vettura del paese; e il marchese, appena se lo vide comparire nello studio, senza dirgli altro gli diede a leggere quella lettera. Ma per capirla bisognava essere al fatto di qualcos’altro, e Mevio, che faceva sforzi per raccapezzarsi, e ci riusciva poco, pigliava sempre più una certa espressione tra l’incerto e il goffo, che faceva contrasto con la solita sua disinvoltura.

«Fareste meglio a non guardarmi con quella faccia che fa poco onore a uno che si picca d’essere un fulmine a capire!» disse il marchese. «Non ci siete ancora arrivato? È un mio amico senatore che scrive.... e l’impiego per il vostro avvocato Massimo c’è.... Ma, intendiamoci, quell’impiego che gli fu già offerto una volta, e che allora rifiutò. Che se poi vuol rifiutare ancora, padrone; il mio dovere l’ho fatto! la mia parte di debito l’ho pagata! Per conto mio ho finito!»

«Oh! signor marchese... avevo quasi capito.... ma siccome non osavo sperar tanto....»

«Che se poi l’avvocato preferisce il fumo, se lo tenga! e si troverà in buona compagnia.... si troverà in una numerosa compagnia! perchè al giorno d’oggi chi non è almeno ministro si crede una vittima della persecuzione, dell’invidia, o del Governo! Tutti però vogliono l’impiego! perchè l’impiego a molti pare il modo più semplice di conciliare l’amore del far poco con quello del salario.... Di questi impieghi ne fu avviata una fabbrica degna della ricerca.... ma poi quando si venne al salario, presero voga le massime austere della semplicità democratica applicata al desinare degli altri! e si gettò nel paese una falange di miserabili, di illusi, di malcontenti. Respinti, avrebbero lavorato in altra maniera, con grande utile loro e nostro!» A questo punto il marchese s’era rizzato in piedi e aveva cominciato a misurare a gran passi lo studio, facendo a un tempo una delle sue facce le più brusche. «Quella buona gente poi, che ha creduto di graziare le migliaia di cercatori di impieghi,» continuò, «ha fatto al paese un bel regalo! l’innesto del malumore in ogni sua vena!... Da queste briciole di pan secco, i migliori si allontaneranno sempre più, piglieranno altre strade.... sì getteranno alle industrie, ai commerci, andranno là dove si cerca chi vale per due, e per due si paga!...»

«Voglio sperare» prese a dire l’ingegnere Mevio, approfittandosi di una pausa del marchese «che l’avvocato Massimo vorrà far eccezione....»

«Sarà anche lui come tutti gli altri!»

«Creda, signor marchese, che questi due anni sono stati per l’avvocato una gran lezione!»

«Ho poca fede nelle lezioni! Per raddrizzar la gente preferisco quelle strade che conducono diritto per forza. Il vostro Massimo sarà come tutti gli altri! Infatti.... appena nominato non dirà: io sono un povero diavolo a cui si è fatta la elemosina di poche lire al giorno; ma dirà: io sono un funzionario dello Stato. E avrà ragione! E se sono un funzionario dello Stato, è segno anche che sono un uomo di vaglia!... che sono un mezzo personaggio! e mi si paga meno d’un fattorino di negozio! La chiusa di questo ragionamento sarà di necessità una filza di bestemmie; e la conseguenza sarà la solita, quella che vediamo ogni giorno: o un infelice, o un nemico!»

«Pur troppo la va così!... Voglio sperare però che Massimo, non foss’altro per gratitudine verso di lei....»

«Se tirate delle cambiali sulla gratitudine mi farete fare dei cattivi affari!... Ma adesso tutto questo non c’entra.... e m’avete tirato fuor di strada. Ora la cosa è fatta, e l’importante è che l’avvocato accetti subito, e non faccia qualche nuovo sproposito. Oh! se non si fosse trattato di cosa così urgente, così disperata, come me l’avete dipinta voi, v’assicuro io che non sarebbe stato così facile far contribuire il marchese Renica alla fabbrica d’un impiegato! Ma non torniamoci su!... Insomma si è potuto far considerare come non avvenuta quella rinuncia, e s’è fatto risuscitare il decreto di nomina d’allora. Mi fu promesso che il primo posto vacante sarebbe stato per lui; e come vedete, ora mi si scrive che il posto c’è. È in un paese dell’Italia centrale... è un impieguccio miserabile, per non far torto alla regola.... quell’impieguccio d’allora, insomma....»

«Oh! se sapesse che carità!»

«Non si tratta di carità! Dovevo pagare un debito, come ve l’ho detto un’altra volta.... Mi rincresce solo d’aver pagato un po’ caro, perchè ho dovuto quest’estate lasciar Castelrenico per sei giorni, e i sei giorni son bastati a mandarmi i bachi in malora! Ma un altr’anno la non sarà così! Oh, la vedremo! Intanto spicciatevi. Andate a Milano; dite all’avvocato di che cosa si tratta, e appena avuta la nomina, fatelo partir subito....»

«E io poi le porterò le benedizioni d’una famiglia....»

«Per carità! detesto le benedizioni! A proposito, guai a voi se dite all’avvocato, o a chicchessia, ch’io ci sono entrato in questa faccenda!»

«Ma, signor marchese, cosa devo dire?...»

«Dite che la nomina è piovuta dal cielo, dite che siete stato voi, dite quel che volete.... ma se parlate di me, riparto e faccio cancellare, se è possibile, il decreto! Avete capito?»

«Basta così!»

«E guardate che parlo sul serio! Guai a voi!...»

La mattina seguente, l’ingegnere Mevio partiva per Milano, e qualche giorno dopo, il marchese, letti all’ora solita il suo giornale e le sue lettere, volgendosi a sua nuora, «C’è una novità per voi,» le disse; «l’avvocato Massimo ha avuto quell’impiego che aspettava da un pezzo....»

«L’impiego in Milano?» domandò il consigliere Rocca.

«No, pare anzi che vada lontano.... il che vuol dire» continuò il marchese «che voi, Giulia, perdete una delle vostre compagne.»

«Un affar serio! un affar serio!» esclamò don Gilberto «trovare un’altra amica....»

«E si tratta d’un buon impiego?» domandò la marchesa Giulia interrompendo don Gilberto.

«L’avvocato non lo dice,» rispose il marchese; «leggete, ecco la lettera.»

La lettera fu letta ad alla voce dal marchese Giorgio. L’avvocato Massimo partecipava la sua nomina al marchese Antonio, e soggiungeva che dovendo partir subito, aveva voluto adempiere a un dover suo, quello di ringraziare lui e la sua famiglia delle molte cortesie che gli avevano usate. Dell’impiego diceva solo che per il grado e la destinazione non si trattava di tutto quello che gli era stato promesso, ma che nullameno s’era deciso ad accettare per compiacere alle istanze del ministro, e per l’assicurazione che in breve gli avrebbero dato di meglio.

La faccia del marchese rimase impassibile, e le sue labbra non cedettero alla tentazione del più leggero sorriso. Poi, contento in cuor suo che Mevio avesse fatte le cose a dovere, se ne andò con una fregatina di mani. Don Gilberto intanto riprendeva con la marchesa Giulia il tèma della difficoltà di trovare un’altra amica dei cuore; l’amica, insomma, da mettere di faccia in un palchetto del teatro; l’amica con cui si entra insieme in una festa da ballo; che si tiene seduta accanto in una calèche. La marchesa Giulia si schermiva dai problemi di don Gilberto col non rispondere mai a proposito.

La nuova dell’impiego dell’avvocato Massimo si diffuse dopo pochi giorni, com’era naturale, anche in paese. Come? non s’era forse ripetuto più volte per Castelrenico che l’avvocato aveva avuto da un pezzo un impiego in Milano, che non si sapeva che impiego fosse, ma che doveva essere un impiego in grande? E ora era venuta la notizia che l’avvocato aveva avuto un impiego, ma un impieguccio di questura e di quelli di minor conto! Questa cosa fece parlar molto, come, ognuno se lo può immaginare; e la curiosità, le domande, i commenti e la confusione delle teste andarono in breve all’infinito. Il solo che ci vide chiaro e che spiegò la cosa, fu quello della pipa di gesso, il quale, seduto sulla solita panchetta del caffè della Fratellanza, una mattina sentenziò: «Che se l’impiego pareva piccolo, era segno che era uno dei più grossi!» E poi nel riaccendere la pipa aveva soggiunto in tono ancor più misterioso: «A me, i Governi non la dànno a intendere così facilmente!»

Dopo quella sentenza, l’opinione generale in Castelrenico fu che l’impiego dell’avvocato Massimo pareva un impiego da poco, ma invece era uno dei più grossi; e ciò perchè a quel della pipa di gesso nessuno, è vero, avrebbe fidato il proprio borsellino per un minuto, ma in cose politiche gli si dava sempre un credito grande.

Il solo che in cuor suo non ne capì più nulla davvero fu Martino.