XI.
Tanto Mevio che veniva da Castelrenico, quanto la lettera del ministro che annunziava l’impiego, capitarono in casa Della Valle proprio nel medesimo giorno. Mevio fece benissimo la sua parte, ma non ce ne sarebbe stato di bisogno, perchè la marea era montata tant’alto, che quella poca tavola di salvamento, in altri tempi così sdegnosamente rifiutata, parve ora una gran provvidenza, e fu salutata con uno scoppio di gioia caloroso ed unanime. Giovanni, che ne attribuiva tutto il merito ai suoi memoriali, ed era persuaso che gli si dovesse una bella riconoscenza, aveva quel contegno modesto ma soddisfatto di chi è convinto di valer molto. E perchè nessuno se ne scordasse, come un generale che dopo una vittoria parla non di sè ma de’ suoi soldati, egli aveva ripreso il discorso de’ suoi fili, e non la finiva più. Per quel giorno fu inutile, non ci fu verso di fargli parlar d’altro; Mevio a ogni minuto stava per perdere la pazienza, ma ricordandosi la faccia del marchese si conteneva, e rivolgendosi a Massimo e ad Enrichetta, ai quali pure la consolazione aveva data una gran parlantina, faceva con loro un monte di chiacchiere e di congratulazioni. Così quel giorno, che si poteva chiamare il primo dell’impiego dell’avvocato Massimo, passò lietamente e fu di buon augurio per tutti in casa Della Valle.
Come dopo una di quelle giornate d’autunno troppo luminose e tiepide, in cui pare abbia fatto ritorno un raggio del sole d’estate, segue una giornata improvvisamente grigia e mesta, foriera dell’inverno, così il giorno seguente in casa dell’avvocato nessuno trovò quel buon umore con cui era andato a dormire. Nella lettera di nomina c’era l’ordine di trovarsi al posto un tal giorno, ch’era vicinissimo; per cui l’avvocato dovette incominciare, in tutta furia, i preparativi della partenza, e venir subito a una decisione dolorosa, quella di partir solo e farsi raggiungere più tardi da Enrichetta, dal bambino e dal socero. Il trapiantar casa alla distanza di forse trecento miglia, e quello stipendio che stava scritto con una cifra così umile accanto al suo impiego, gli mettevan dinanzi agli occhi, intanto che faceva il baule, qualcosa di molto buio. Gli pareva quasi di adagiar la sua roba in una tomba. Ogni vestito che andava ripiegando e pigiando gli ricordava qualche circostanza del passato, e con questo gli tornavano dinanzi a uno a uno i suoi dubbi, le sue speranze, i suoi disinganni. Qualche volta rimaneva immobile con un panciotto o con un paio di calzoni in mano, e si domandava se doveva tirare innanzi o fermarsi mentre era ancora in tempo. Allora gli venivano in mente i discorsi che aveva uditi dal marchese Antonio, e i pareri che gli avea dati Mevio. Fin dai primi tempi Mevio gli aveva sempre predicato di tornar subito alla sua professione.... ma adesso era tardi! e poi non c’era da pensarci in quel momento! E continuava a far il baule cacciando i brutti pensieri e cercando nella consolazione del giorno prima qualcuno di quegli argomenti, che gli eran parsi così persuasivi, e che l’avevan ricondotto nel bel paese dei sogni e delle speranze.
Quei raggi di consolazione si facevano intanto sempre più pallidi come quelli del novembre in cui eravamo, finchè il giorno della partenza non ne comparve proprio più uno. Fu un giorno triste e di quelli che lasciano come un ricordo di paura. Massimo, in quel momento in cui abbracciò Enrichetta e baciò il suo bambino, sentì una stretta al cuore come non l’aveva sentita mai: gli parve di dire addio per sempre a qualcosa; si vide dinanzi una via tutta nuova, tutta ignota, una via che si apriva angusta e malagevole, sulla quale aveva fatto ormai il primo passo, e che non sapeva dove l’avrebbe condotto. Ebbe come i brividi della solitudine, e riabbracciò a un tratto più fortemente la sua Enrichetta. Ma anche il conforto di quell’abbraccio non fu intero e sereno come l’avrebbe voluto: ricordò in quel momento quante volte era stato ingiusto e aspro con lei; ricordò i giorni passati senza una buona parola; giorni perduti e da dimenticare, ora che avrebbe voluto averne tanti di cui portare con sè la memoria. Aveva ritrovato nell’anima tutto l’affetto d’una volta, ma partiva col dubbio d’averlo troppo a lungo fatto parere diminuito. Avesse potuto Enrichetta leggergli profondamente nel cuore in quel momento! Anch’essa avrebbe voluto prolungare quei brevi minuti dell’addio per sgombrare di ogni dubbio il suo cuore, per cancellare ogni reminiscenza meno lieta. Ella avrebbe voluto trovare in sè stessa qualcosa che le desse la coscienza d’essere più forte, più difesa; e pur ripensando che quella separazione sarebbe stata brevissima, tremava tutta, parendole come di rimanere in una casa senza custodia.
Giovanni avrebbe voluto che quegli addii fossero un poco più allegri, e aveva preso a parlare di quel paese dove andava Massimo e dove presto l’avrebbe raggiunto in compagnia della figliola, come se ci fosse stato le mille volte; poi tornava da capo coi suoi fili; poi parlava della promozione imminente. Ma non c’era verso: nessuno badava a lui; neanche Mevio, che aveva in quel momento gli occhi gonfi, e a cui il buon cuore aveva tolto affatto la parlantina.
Si pensi con quanta festa fu ricevuta la prima lettera di Massimo, che capitò pochi giorni dopo la sua partenza! Era una lettera scritta a Enrichetta, in cui c’eran molte parole affettuose per lei, qualche parola di speranza per l’avvenire, e qualche richiamo al bel soggiorno di Milano.
«Eh! l’ho sempre detto io!» esclamò per tutto quel giorno Giovanni. «Si capisce che è un bel paese anche quello dove è andato a stare il nostro Massimo.... ma Milano è una gran Milano, e non ce n’è che uno!»
Da quella lettera si conchiuse che Massimo stava benone, e si passò una buona giornata. A Mevio però parve strano, ma tenne l’osservazione per sè, che in quella lettera Massimo parlasse di tutto fuorchè del paese dov’era, e di quello che vi faceva. La lettera che doveva dar notizia di queste due cose capitò una settimana dopo, ed era diretta a Giovanni. Per saperne subito qualcosa anche noi, la metteremo qui tal quale.
«Caro socero.
»Questa lettera è per voi: se Enrichetta fosse presente quando la ricevete, riponetela in tasca e fate che non la veda. Mi aspettavo poco, a dir vero, quando son partito, ma non avrei potuto immaginarmi che i primi passi sulla nuova strada per la quale mi son messo dovessero essere così tristi. Se il paese dove mi trovo sia bello o brutto non ve lo saprei dire; lavoro da mattina a sera, e non ho un minuto da badare ad altro fuorchè al mio uffizio. Ma sono in un paese al quale un passato tristissimo lasciò una mala erba, di cui forse i nostri figli soltanto vedranno le radici al sole.
»Le cose che ho sapute e vedute in questi giorni non sarei arrivato a pensarle mai, e a dirvele credereste di sognare! Non potete immaginarvi che duro mestiere sia il mio! Ma chi lo sa? Se lo sapessero, non ci compenserebbero così male!... Giorno e notte son tra l’incudine e il martello, tra i dispacci del prefetto che mi comandano di agire con severità, e le lettere anonime che mi minacciano la fine d’un mio predecessore al quale fu tirata una schioppettata nella schiena. Ma per carità non dite queste cose a Enrichetta!...
»Intanto però nè lei nè voi ci dovete venire a nessun patto. Io troverò qualche scusa, e voi aiutatemi a dispor Enrichetta e a persuaderla di non venire quaggiù. Se la passo netta e arrivo a meritarmi una qualche protezione, chi sa che non mi si levi presto da quest’inferno, e mi si mandi in qualche cantuccio tranquillo, dove mi possiate raggiungere, e dove si possa vivere in pace tutti insieme!
»E poi se sapeste quanto costano i traslocamenti a una famiglia! Ho potuto fare i calcoli precisi, e se alla mia dovessi farne far due in un anno, sarebbe l’ultima nostra rovina. Dunque bisogna lasciarmi qua solo, e speriamo che non sia per molto. Ma se sapeste con quanta tristezza ve lo dico!
»Vi raccomando la mia Enrichetta e il mio bambino. Cercatemi, se potete, qualche protettore.
»Il vostro Massimo.»
«Milano è una gran Milano!» disse tra sè Giovanni, letta che ebbe la lettera. E rimasto per parecchi giorni sopra pensiero e taciturno, ripeteva di tanto in tanto quell’esclamazione a qualunque proposito.
«Mi contan persone che ci son state,» prese poi a dire a sua figlia, «che in quel paese dove c’è tuo marito a viverci costi un occhio!... Prezzi indiavolati! Non sanno più cosa domandare!... Gli alloggi poi!... per delle catapecchie pigioni da matti!... Eh! l’ho capito subito io che c’era un qualcosina, vedendo che Massimo non ci faceva fretta ad andar laggiù.... Lo vedo.... bisognerà aver pazienza! Basta, que’ fili che hanno dato l’impiego a Massimo li tengo ancora, e mi serviranno, spero, a farlo andare in un paese di maggior abbondanza. A far le cose per bene si dovrebbe lasciar passare qualche mese, e intanto stare a vedere!... Mi rincresce a parlare così, io che sono d’un carattere piuttosto arrischiato.... cioè voglio dire che quanto a me andrei a occhi chiusi in fin del mondo!... ma con donne e bambini è un altro par di maniche!...»
Di questi discorsi Giovanni ne tenne parecchi a sua figlia, e intanto anche le lettere di Massimo che capitavano mano mano dicevan sempre a Enrichetta di non moversi, di indugiare, ora per la stagione, ora per l’alloggio, ora per qualch’altro pretesto. Giovanni poi nel commentare questi pretesti, ch’egli chiamava ragioni e di quelle lampanti, faceva fare ogni giorno un passo alla conclusione, a cui per suo conto era venuto da un pezzo, di non moversi da Milano almeno per quel primo anno, e di darsi attorno nel frattempo per ottenere a Massimo un traslocamento.
Questa conclusione non fu mai dichiarata proprio ufficialmente, ma ogni mese che passava la si poteva dire tacitamente ammessa sempre più. Non è a dire quanto da principio riuscisse amara a Enrichetta, e con che spavento ella guardasse in cuor suo questo destino che la teneva a forza separata dal suo Massimo, e le impediva di seguirlo sotto altro cielo, lontana da quelle memorie che l’avevano l’anno prima turbata in modi così diversi e così inattesi. Questo secreto pensiero, e le imperiose necessità della famiglia, le consigliarono presto il partito di rinchiudersi nelle pareti modeste della sua casa, di scomparire dalle belle sale dove aveva fatta la sua breve e risplendente apparizione, sotto il pretesto dell’assenza del marito, della sua partenza vicina, e di qualche maluccio che di tanto in tanto la molestava davvero. Da principio aveva temuto l’assiduità e le insistenze della marchesa Giulia; ma anche queste si fecero, con sua sorpresa, sempre più deboli e discrete, perchè ci aveva secretamente pensato il marchese Antonio.
Così passò una metà del nuovo anno, e i giorni s’eran seguiti calmi ed eguali per Enrichetta senza che nulla fosse venuto a interromperne la monotonia. Furon giorni quieti, ma mesti. La partenza di Massimo, e tutta quella fantasmagoria della vita lieta che aveva attraversata negli anni addietro, avevan lasciato Enrichetta, come all’indomani d’una festa, sbalordita e pensierosa. Anche le lettere di Massimo s’eran fatte a poco a poco meno frequenti. Al povero Massimo cresceva il lavoro ogni giorno; e poi egli non sapeva più qual pretesto mettere in campo per impedire alla sua famiglia di raggiungerlo, sicuro com’era che se avesse parlato dei pericoli in mezzo a cui viveva, Enrichetta sarebbe corsa a ogni costo vicina a lui. Aveva poi anche un barlume di speranza d’esser mutato di posto; l’occasione che lo mettesse sott’occhio e lo raccomandasse ai superiori sarebbe pure una volta o l’altra venuta.
Quell’anno però non doveva finire per Enrichetta così calmo com’era cominciato. Anch’essa da qualche tempo nelle sue lettere a Massimo gli taceva una cosa, gli taceva della sua salute, che lentamente si faceva ogni giorno più debole e incerta. Suo padre che, sino allora, se n’era accorto appena, ci aveva badato poco; ma Mevio cominciava ad esserne colpito, e guardava con angustia quel fiore gentile che chinava il capo e perdeva ogni giorno i suoi bei colori. Alla fine si decise di parlarne col marchese Antonio e con la marchesa Giulia. E l’uno e l’altra preser subito la cosa a cuore; uscirono poco a poco da quel riserbo delicato che s’erari imposti; le loro visite a Enrichetta furono più frequenti; e furon larghi con lei d’ogni sorta di premure e d’offerte cortesi. Tra queste, quando venne l’estate, ci fu quella di condurla con loro a prendere una boccata d’aria buona, cosa che il medico le aveva consigliato più volte. Il marchese aveva appunto deciso di passare un paio di mesi in Svizzera con la famiglia, pigliando a pigione una villa in qualche bel posto alto e romito; e così riusciva tanto più facile e naturale il pregare Enrichetta a voler essere della brigata. In quest’offerta il marchese ci mise un’insistenza così decisa, così cordiale, che Enrichetta, dopo aver cercata sulle prime qualche scusa, ne scrisse a Massimo parlandogli per la prima volta del suo malessere, ma ben inteso come di cosa nuova, leggera, e di cui non c’era da darsi pensiero. Suo marito le rispose subito facendole animo ad accettar l’invito; e l’invito fu accettato. Ai primi di luglio dunque Enrichetta, conducendo seco il suo bambino, partì per la Svizzera insieme al marchese Renica e alla sua famiglia. Giovanni, a cui nulla è mai andato più a sangue dell’aria che spira sulla piazza del Duomo, rimase a Milano.
Oh! i bei giorni quieti e contenti che passò Enrichetta in una bella casina tutta pulita e inverniciata, su un bel poggio verde, alle falde d’un bosco fitto, erto, e che pareva salisse al cielo! L’eco delle lontane miserie non arrivava lassù, quasi si arrestasse dinanzi alla maestà di quel vasto silenzio. La vita calma, uniforme, senza cure, senza angustie; l’aria purissima, profumata dagli abeti; la compagnia di persone premurose ed amiche, fecero in breve riavere a Enrichetta le forze illanguidite, e le restituirono ogni giorno più i bei colori delle sue guance. Il marchese Renica se ne compiaceva vivamente, e ripeteva che per l’innanzi non avrebbe fatto altro che il medico delle belle signore. Cominciava pure a riaver l’animo confortato Enrichetta, a cui quella quiete, quegli agi domestici, richiamavano i giorni passati, i suoi bei giorni di sposa, e le pareva quasi che le traversìe sopraggiunte non fossero più che un brutto sogno, e finito per sempre.
Erano così passati due mesi di illusione e di pace, quando un bel mattino arrivò don Emanuele. Don Emanuele non s’era lasciato vedere da parecchi mesi; diventato aiutante, aveva dovuto seguire il suo generale, un generale avaro di permessi, e rimanere con lui in una città lontana. Ora, finalmente, il mese del permesso in tutta regola era venuto, e don Emanuele era corso a passarlo in seno della famiglia.
L’arrivo di don Emanuele era sempre seguito da una certa rivoluzione nelle abitudini di casa Renica; questa rivoluzione era un privilegio che il marchese lasciava a lui solo, anche perchè sarebbe stato difficile il fare altrimenti. Mancavano due settimane alla partenza, secondo il programma del marchese, e don Emanuele, dopo aver dichiarato di prendere in mano sua, per quegli ultimi giorni, la suprema direzione delle cose, cominciò a tirarsi dietro tutta la brigata per monti e per valli, in gite e scampagnate, inventando ogni giorno qualcosa di nuovo. Il marchese Antonio, ripetendo ogni tanto che suo figlio era un bell’originale, si lasciava trascinare anch’esso per di qua e per di là sotto gli ordini di don Emanuele; la marchesa Giulia e suo marito parevan rinati; insomma tutti in casa Renica, dopo aver tanto ripetuto che la vita pastorale era così bella, pareva cominciassero a dire, in cuor loro, che l’esser finita era più bello ancora; tutti, ad eccezione d’Enrichetta, che qualche volta pareva pigliasse parte un poco forzatamente all’allegria comune, e non avesse più l’umor lieto ed eguale come nei giorni della placida monotonìa. Aspettava, ora, le lettere di Massimo con maggior impazienza di prima; più di prima aveva l’aria inquieta e accorata se non giungevano. E questo accadeva spesso, perchè Massimo che aveva nuove sempre buone di sua moglie, e lavorava sempre più come un martire, non si faceva poi tanto scrupolo d’essere esatto col corriere.
Il primo ad accorgersi che la signora Della Valle era in un cattivo quarto di luna fu don Emanuele. Ci trovò, osservandola, qualcosa di nuovo e di diverso; capiva perchè fosse meno lieta e vivace d’una volta, ma non capiva perchè, in così poco tempo, fosse tanto mutata da non aver più nè il contegno confidente, nè quel sorriso facile e gentile ch’era tutto suo; non sapeva spiegarsi quella sua aria quasi infastidita quando le indirizzava anche il più modesto di quei complimenti che avevano sempre trovata una così ingenua e schietta accoglienza. Tutto questo accese in breve l’impazienza di don Emanuele, che decise in cuor suo di volerne venir in chiaro, di voler rifare in breve quel tanto di strada che credeva d’aver una volta percorso, e di non abbandonare così facilmente la partita dopo averci atteso con tanta assiduità. Ci si mise di puntiglio; spiò l’occasione, e l’occasione venne.
Il marchese aveva annunziato il giorno della partenza, ma don Emanuele osservò che proprio in quel giorno si inaugurava il tiro cantonale, e che il partire sarebbe stato un mancar di riguardo a chi li aveva ospitati per due mesi con un’aria così buona e un tempo così bello. Dopo molti ragionamenti il marchese Antonio finì col rassegnarsi; si rassegnò a differir la partenza, si rassegnò alla festa del tiro, e a un’ultima gita al capoluogo del cantone.
Per un’oretta lo spettacolo del tiro a segno non dispiacque neanche al marchese. Egli dava il braccio a sua nuora, e suo figlio Giorgio alla signora Della Valle. Emanuele ora faceva da battistrada, ora camminava a fianco delle signore; e così, ora vicini, ora a distanza, a seconda che la folla e l’andare e il venir della gente li separava o li riuniva, fecero una visita coscienziosa a quanto c’era da vedere in quella festa. Girarono il piazzale per ogni verso; guardarono fino a una le mille bandiere che il vento spiegava e ripiegava; si frammischiarono ai tiratori che andavan, venivano, o facevan crocchio, tutti col fare glorioso, e che pareva dicessero: «Se siamo così valenti al bersaglio, figuratevi poi in battaglia!» e lessero tutti i cartelli patriottici, con cui fino gli osti cercavano d’incoraggiare a bere il loro vino e la loro birra.
Come ebbe veduto tutto ciò, ed ebbe le orecchie intronate da qualche migliaio di colpi, parve al marchese d’essersi divertito abbastanza; anche la marchesa Giulia fu precisamente del suo parere. Ma intanto avevan perduto di vista gli altri della brigata; e dopo averli cercati un pezzo, si diressero alla locanda dove eran scesi la mattina, credendo di trovarceli. Enrichetta in quel mentre, col suo cavaliere e con don Emanuele, era andata a sedere a un tavolino in una baracca di legno, ch’era una specie di caffè. Poi il marchese Giorgio aveva voluto andar in cerca di suo padre e di sua moglie, che non vedeva spuntare da nessuna parie; s’era dilungato alquanto, e non gli era stato facile, tra quel viavai di gente, di tornar così subito al tavolino dov’era aspettato. Il momento era parso assai opportuno a don Emanuele per offrire il braccio alla signora Della Valle, e mettersi in cerca anch’essi dei compagni smarriti; così in breve la brigata fu divisa in tre, e non le fu possibile di riunirsi per tutto quel giorno. Il marchese Antonio, rimasto un pezzo alla locanda inutilmente, s’era deciso di portarsi alla stazione della strada di ferro, dove forse avrebbe trovati i suoi figli con la signora Della Valle. Il marchese Giorgio girò per un paio d’ore dal bersaglio alla stazione, e dalla stazione alla locanda, senza imbattersi in nessuna delle due coppie che cercava. Enrichetta, appena s’accorse d’essere rimasta sola con don Emanuele, aveva voluto montar in vettura e farsi condur subito alla locanda; e saputo dal portinaio che il resto della comitiva era ripartito per la stazione, aveva fatto proseguir la vettura di galoppo, mentre don Emanuele cercava di avviare un discorso a cui il rumore delle ruote faceva una concorrenza invincibile. Giunta alla stazione, Enrichetta scese dalla vettura rapidamente, corse nella sala d’aspetto, e non vi trovò alcuno: il convoglio era partito, e bisognava aspettare un paio d’ore prima che ce ne fosse un altro.
Don Emanuele, a cui non era sfuggita quella trepidazione d’Enrichetta, pensò tra sè che la strada d’una volta non era tutta a rifare, e gli fu allora meno difficile di cambiar tono, cercando di ispirarle una certa fiducia, una certa tranquillità. Bisognava aspettar due ore! A quell’annunzio Enrichetta si trovò a un tratto abbandonata da quelle poche forze che aveva tenute riunite fin lì; vide una breccia in quei propositi dietro cui s’era riparata in quel giorno e nei giorni precedenti, e le parve sovrastarle un destino contro il quale non le fosse più possibile lottare.
Don Emanuele le offrì il braccio. Dinanzi alla stazione c’era un lungo viale, con due filari d’alberi, che conduceva in città; Enrichetta percorse più d’una volta quel viale, taciturna, appoggiata al braccio di don Emanuele che, richiamandole i giorni passati, prese per la prima volta a svelarle, con parole delicate e sommesse, il significato secreto della sua amicizia e della sua assiduità. Quel richiamo al passato risvegliava nell’animo d’Enrichetta più d’una memoria penosa; le rammentava i giorni dell’umor triste e cupo di suo marito; le rammentava le volte in cui una sua parola d’affetto era rimasta senza risposta, o ne aveva trovata una non curante o aspra; le risvegliava tutte le scene più dolorose che avevano riempita la sua anima di dolore e di spavento. E intanto le parole di don Emanuele la ravvolgevano come in un’atmosfera fine e soave, e la trascinavano nel mondo di quei sogni dorati tra cui s’era dischiusa la sua giovinezza. In quel punto le pareva quasi d’appoggiarsi al braccio di quel compagno, ch’ella aveva sognato, buono, gentile; d’essere in colloquio confidente con lui; e dimenticando d’essere vicina a don Emanuele, le pareva d’abbandonarsi all’estasi d’una felicità legittima e santa.
Dal viale erano giunti sulla strada principale che conduceva alla locanda dov’erano scesi la mattina. Don Emanuele s’accorse che Enrichetta era sfinita e che appena si reggeva; ebbe timore che svenisse, e sorreggendola la condusse fino alla porta della locanda a cui si saliva da alcuni scalini.
Don Emanuele ed Enrichetta ne avevano appena salito uno, quando si videro comparire dinanzi una comitiva che usciva in quel punto dalla locanda. Eran della comitiva tre uomini piuttosto in là con gli anni, e due signore, che non facevan torto, in quanto agli anni, ai loro cavalieri; gente di Milano che don Emanuele aveva veduto più volte e di cui conosceva alcuno di nome. La comitiva fece atto di fermarsi e d’osservare, con una grande curiosità, quei due compatriotti che avevano riconosciuto. Don Emanuele cercò di cansare quell’incontro; ed Enrichetta, che non se n’era avveduta, nel seguire la mossa improvvisa e brusca di don Emanuele, sentì il rumore di qualcosa che in quel punto le cadeva a terra. La sua mano corse alla catenella che le scendeva sul petto e la trovò spezzata. Un brivido di spavento le strappò un grido; si tolse con forza dal braccio di don Emanuele e, chinatasi a terra, vide e raccolse il coricino che portava sempre con sè, che aveva la sera del suo matrimonio; il coricino in cui c’era il ritratto di sua madre, e che sua madre morente le aveva dato dicendole: «Tienilo sempre con te.... ti ispirerà a nome mio un consiglio nei momenti difficili della vita.... ti porterà fortuna.»
Quella breve illusione d’un’ora, quel sogno lusinghiero e fatale, svanirono a un tratto. Enrichetta passò la mano sulla fronte come se in quel punto un bel raggio dell’aurora le avesse dischiuse le ciglia; riunì le sue poche e ultime forze; cercò di atteggiare per un minuto alla calma e al sorriso il suo volto pallido e sofferente; e rompendo per la prima volta in quell’ora il suo lungo silenzio: «Don Emanuele,» disse «è una sacra memoria questo coricino!... Il pensiero d’averlo perduto m’ha messo uno spavento!... Oh! come mi sento stanca!... È il solito di quando mi spavento!... Ma vediamo che non ci passi una seconda volta l’ora di partire. Giulia e il marchese ne sarebbero inquieti. Ritorniamo alla stazione....»
Don Emanuele che sapeva resistere alle tentazioni quando vedeva il frutto immaturo, da quel momento non s’occupò che della stanchezza d’Enrichetta, e per tutto quel giorno non riprese più il discorso di prima. Giunti alla stazione, i primi in cui s’imbatterono furon proprio quei cinque compatrioti che poco prima avevano veduti uscire dalla locanda. I tre signori e le due signore anche questa volta si fermarono ad osservarli con una curiosità ancor più avida e contenta; poi si misero a parlar piano tra loro, a far gesti di maraviglia, a toccarsi con le gomita, e a guardarli da capo. Insomma si capiva che quei cinque cominciavano ad esser contenti del loro viaggio, e che finalmente dicevano tra loro: «Abbiamo speso bene i nostri denari.»