XII.

Una nuova descrizione della Svizzera — ce ne son tante! — avrebbe messo in un bell’impegno e in un bell’imbarazzo quei nostri cinque viaggiatori che abbiamo lasciati così contenti dei fatti loro. Essi dunque, che quando li abbiamo veduti eran già sulle mosse per tornare a casa, avevano cominciato a levarsi l’impiccio della descrizione, col dire tra loro che in fin dei conti s’era veduto poco di bello, e che la Svizzera, tutto sommato, era un paese come gli altri. L’incontro di don Emanuele venne dunque a proposito per cambiare in parte il loro umore e i loro giudizi. La descrizione della signora Della Valle e del marchesino Renica che a braccetto entravano nella locanda, e che poi si mettevano in viaggio per chi sa dove, soli e felici come due colombi, servì loro di descrizione della Svizzera, e di risposta a quanti domandavano «cosa avete veduto di bello?»

La Svizzera, veduta sotto questo nuovo punto di vista, trovò nuovi curiosi e nuovi amatori. Furono molti quelli che volevano sentire una descrizione minuta; e saputala, la ripetevano ad altri, e facevano proponimento anch’essi d’un viaggetto ogni anno. Uno de’ primi a risapere la storiella, che in pochi giorni era già diventata un romanzetto, fu don Gilberto, il quale poi andò diviato a raccontarla a Castelrenico in casa del marchese, facendone delle gran risate, e ripetendola più d’una volta come una cosa che lo divertiva moltissimo.

Enrichetta, che non aveva seguita a Castelrenico la famiglia del marchese, e ch’era tornata alla vita modesta di casa sua, non aveva saputo d’esser sulle bocche di tanta gente, e d’esser lei in quel momento l’eroina alle cui spese c’era chi teneva la lingua in esercizio, e chi faceva bella mostra di spirito o di virtù. Appena a Milano, ella aveva dichiaralo a suo padre, in un modo più deciso e risoluto del solito, la volontà di non metter di mezzo altri indugi, e di raggiungere suo marito al più presto. Giovanni, che su questo proposito teneva sempre in pronto una buona provvista di ragionamenti belli e fatti, ragionamenti in cui erano preveduti e risolti tutti i casi, si trovò questa volta, con sua maraviglia, arrivato in fondo della provvista senza aver convinto per nulla Enrichetta. Allora ne scrisse a Massimo in tono allarmato; e Massimo rispose lettere sopra lettere, ora al socero, ora a Enrichetta, facendo loro coraggio, e pregandoli tutti e due ad aver pazienza ancora per un poco, tanto più che gli avevano rinfrescata la speranza d’una destinazione meno lontana.

«È un gran dire!» pensava di tanto in tanto Giovanni tra sè «questi tali che viaggiano tornano a casa tutti con un muso lungo un palmo! Ne ho veduti a bizzeffe, e tutti così! Anche Enrichetta, dopo che è stata in Svizzera, non è più lei. Prendono come l’aire, e non sanno più star fermi. Ne’ panni d’Enrichetta, dopo essere stato in giro per due mesi, non mi parrebbe vero di mettermi quieto a casa mia. Ma signor no! C’è il diavolo addosso, e bisogna andare, andar di nuovo, andar sempre! La vuol essere una faccenda seria!... con quei bei complimenti poi che capitano laggiù.... Ma già se tra un mese o due non c’è questa benedettissima traslocazione, non ci si scappa! E poi dicono: — Il signor Giovanni non sa moversi da Milano! non sa allontanarsi dalla guglia del Duomo! non è mai andato a vedere da che parte nasce il sole! — Ma Giovanni intanto, rispondo io, è sempre d’umore eguale, non fa stravaganze, non ha musi lunghi.... Giovanni resta a casa sua, lo ammetto, ma sa lui quello che si fa!»

Queste, come si vede, eran tutte allusioni ad Enrichetta; e ogni volta che ci tornava sopra batteva e ribatteva il chiodo, ben inteso sempre tra se stesso, non solo sul punto dell’umor poco eguale, ma anche su quello delle stravaganze.

«Per bacco! una volta in questa casa era un viavai di gente da mattina a sera che non finiva più; più ne veniva e più se ne voleva! Adesso, le circostanze son mutate, è vero; ma che poi non s’abbia a veder proprio più nessuno all’infuori di quei due o tre tagliati giù più alla carlona, la mi pare una stravaganza bella e buona! Eppure è così. Il portinaio è obbligato a dir sempre che la signora Della Valle non c’è.... e che la bugìa vada pur sul conto di chi si vuole, non importa!... Ma domando io, se per esempio capitasse qualche amico di Massimo, o qualche persona di riguardo, o, per dirne una, don Emanuele.... quel caro don Emanuele che mi voleva tanto bene, e che mi par mill’anni di non vederlo! Una volta, non si faceva nulla senza di lui.... adesso anche lui in fascio con gli altri, a discrezione del portinaio! Le donne.... sono volubili.... volubili!...»

Che cosa poi non avrebbe soggiunto se gli fosse capitato in mano un biglietto di visita di don Emanuele, ch’era venuto per salutare lui e sua figlia, proprio in quei giorni in cui Giovanni faceva tra sè quei ragionamenti. Tanto più che don Emanuele aveva scritto sul biglietto, con la matita, che partiva, che non sapeva quando sarebbe tornato, e che se ne andava dolente di non poter fare in persona i suoi saluti alla signora Della Valle e al signor Figini.

Giovanni, che in quest’argomento delle visite, passando dai soliloqui ai dialoghi, aveva continuato con Enrichetta a batter il chiodo, non tardò ad avere un improvviso trionfo; e a un tratto con sua gran soddisfazione ottenne che il portinaio avesse una consegna meno severa. «Ah!... le ragioni sono ragioni, e le stravaganze sono stravaganze!» prese allora a dire tra sè Giovanni molto soddisfatto. «L’avevo sempre detto io!... e credo che un po’ di gente, un po’ di distrazione faranno del bene anche alla salute d’Enrichetta.... meglio forse della Svizzera, la quale adesso è di moda, ma... io già non ci ho fede!...»

Perchè don Emanuele, che aveva ancora un mese di permesso, era partito così subito? Questa domanda s’era fatta innanzi a Enrichetta più d’una volta, ed Enrichetta l’aveva cacciata come una cosa importuna; poi ci aveva risposto con impazienza: «Nulla di più naturale, per chi è soldato, d’una chiamata improvvisa.» Ma la domanda dopo qualche tempo si faceva innanzi di nuovo, ed Enrichetta per levarsela dal capo rispondeva qualcosa di più: «Immaginarsi!... il marchese Antonio quando tornerà dalla campagna parlerà subito della chiamata di suo figlio.... e per un pezzo non discorrerà d’altro.»

Il marchese, a suo tempo, venne a Milano. Enrichetta vide lui e la marchesa Giulia; li vide più d’una volta; discorse con loro della Svizzera, di Castelrenico e di mille cose, ma con sua gran maraviglia nessuno le parlò mai nè di don Emanuele, nè della sua partenza improvvisa.

Per saperne qualcosa noi, ci si permetta un passo indietro, e con due parole ci mettiamo al fatto di tutto. La partenza di don Emanuele era stata precisamente opera del marchese. Quando don Gilberto era capitato tutto giulivo a Castelrenico a raccontare le storielle che giravano per Milano, a proposito della famosa avventura di don Emanuele con la signora Della Valle, il marchese, contro il suo solito, aveva avuto l’aria di divertirsene pochissimo; e non l’avevano veduto ridere, come soleva quando trattavasi d’un’avventura o d’una scappata, vera o pretesa, di suo figlio Emanuele. Aveva anzi finito col fare una di quelle facce brusche che facevano pigliare il largo anche ai suoi più famigliari. Don Gilberto ogni tanto cercava di ritornare sulla storiella, ma il marchese si faceva più duro e stecchito, e non apriva bocca. Rimase così silenzioso per un giorno intero; poi fece chiamare nel suo studio don Emanuele, e parlando in terza persona, come soleva nei casi gravi, e sempre con quella faccia d’occasione che aveva da ventiquattr’ore, prese a dirgli press’a poco così: «Delle scappate se ne facciano fin che si vuole.... ma intendiamoci, scappate da gentiluomini!... Il sapere che la cosa di cui si discorre sia vera o non lo sia, è l’ultimo de’ miei pensieri. Ma non sarebbe l’ultimo se si dicesse che il marchese Renica invita in casa sua, a passarci un paio di mesi, una signora.... con la quale signora, suo figlio.... c’intendiamo! Questa signora, in un caso simile, sarebbe stata affidata dal marito all’onore del marchese Renica! C’intendiamo?... Qui comincia il punto sul quale non si scherza!... Il mondo è grande.... si faccia quello che si vuole, dove si vuole, ma in casa del marchese Renica no! Perchè in casa di questo signore, l’onore e la lealtà, che grazie a Dio son due vecchi amici di famiglia, non potrebbero far da comodino a chicchessia. Questo sarà bene tenerselo a mente, e metterlo in pratica anche in avvenire! Intanto, bisognerà prepararsi a far finire questo permesso prima del tempo. Così la famiglia potrà tornare a Milano; la signora Della Valle potrà tornare in casa Renica, come al solito, e le lingue lunghe potranno restar servite altrove per farci il loro mestiere.» Ciò detto, senza aspettar risposta o giustificazioni, piantò lì don Emanuele, e uscì di stanza, conservando la faccia seria e tirata, e per di più abbottonandosi fino al bavero; operazione che di solito faceva subito dopo aver presa una deliberazione grave, o dopo aver dato un ordine che non ammettesse osservazioni. Quel giorno stesso poi il marchese aveva scritto una lettera a quel generale che aveva don Emanuele per aiutante, e ch’era un uomo un poco del suo stampo, tirato come lui, e suo grande amico. Pochi giorni dopo un ordine urgente richiamava don Emanuele in servizio.

Ora che ci siam messi in regola con gli avvenimenti, riprendiamo il filo dove l’abbiamo lasciato. Abbiam detto che Enrichetta aveva osservato con una certa maraviglia che in casa Renica nessuno parlava nè di don Emanuele, nè del suo richiamo improvviso. Continuando, aggiungeremo che, con una certa maraviglia, e del resto con sua gran soddisfazione, essa vedeva il marchese Antonio e la marchesa Giulia accettare con un’insolita facilità le scuse e i pretesti ch’essa aveva pronti a ogni loro invito. Li vedeva sempre premurosi e cortesi con lei; ma pareva quasi che tacitamente la secondassero nel suo desiderio di vivere sola e ritirata, e soprattutto di lasciarsi condurre il meno possibile in casa Renica. Ogni volta che passava la soglia di quella casa, il cuore le batteva violentemente; sentiva come di perdere tutte le forze del suo animo; sentiva ad un tratto svanire i pensieri, i propositi più cari maturati nella quiete della sua cameretta; proprio come in quel giorno malaugurato della passeggiata sul viale. Quanto non aveva essa temuto che dopo due mesi di vita intima e comune non le fosse possibile di mettersi col marchese e con l’amica in tutt’altri rapporti! Quanto affanno non le aveva dato il solo pensarci! E ora che su questo timore vedeva di poter mettere il cuore in pace, se ne compiaceva tanto, che non si curava di rifletterci, di cercarne le cause, perchè pure c’era qualcosa di diverso dal solito; e scordava perfino la sua prima maraviglia.

Questa quiete che a poco a poco le scendeva nell’animo, la rendeva più rassegnata a sopportare gl’indugi e ad ascoltare con pazienza i ragionamenti di suo marito e di suo padre; il quale, vedendo quell’improvvisa bonaccia e pensando alle burrasche passate, ogni tanto diceva tra sè: «A capir le donne, lo confesso, non ci arriva neanche Giovanni Figini!» E l’inverno passò così. Intanto però s’era fatto un passo e s’era deciso che, ci fosse o non ci fosse il traslocamento, a primavera si doveva raggiungere Massimo.

Non è a dire che assiduo lettore della Gazzetta Ufficiale fosse diventato il nostro Giovanni. Leggeva al caffè per delle ore, a uno a uno, filze di nomi che non finivan più. Non c’eran nomine, traslocamenti, posti vacanti in qualsiasi dicastero del regno che sfuggissero ai suoi occhiali. Ogni volta poi, dopo aver lette e rilette le quattro facce e i supplementi, e dopo non averci trovato nulla che facesse per lui, si vendicava del giornale dicendo a chi gli era seduto vicino: «È vuoto.... vuoto questo giornale!... e non è neanche ben scritto! Vediamo quest’altro qua che cosa dice....» e pigliatone un altro leggicchiava e scambiava con qualcuno qualche parola di politica. La politica del signor Giovanni, in quel punto, non era precisamente quella dei principii inesorabili di autorità a cui era stato fedele una volta, nè quell’altra delle aspirazioni audaci venuta dopo, quando l’impiego era andato in fumo: era una politica d’aspettativa, un poco scettica, e piuttosto neutrale; una politica insomma adattata a quel traslocamento che si faceva tanto aspettare.

I giorni intanto passavano e si facevano più lunghi e tiepidi; Enrichetta aveva cominciati i suoi preparativi, e Giovanni picchiava qualche pugno di più sulla Gazzetta e ne diceva corna senza ritegno. Ma un giorno un suo amico del caffè, lettore d’altri giornali, gli disse «che le cose, a parer suo, s’imbrogliavano; ch’era pronto a scommettere che c’era sotto una mano della Russia, ma che a ogni modo si andava a gran passi verso una guerra; a meno che tutto non fosse un artifizio dell’Inghilterra!» Giovanni ne fu colpito. Ci pensò su, e vide aprirsi un nuovo orizzonte. Da quel giorno non lesse più la Gazzetta Ufficiale; e tornando alla politica attiva, si mise anche lui a leggere i giornali dell’amico, e a commentarli in crocchio con una mezza dozzina d’avventori del caffè.

«La guerra!» diceva Giovanni a Enrichetta «tu non sei pratica della guerra! Punto primo, quanto al viaggiare, in tempo di guerra, è regola generale che non ci si pensi neanche. Sono i cannoni, i reggimenti, le fucilate.... son loro che viaggiano! E poi.... dopo le guerre ci son sempre de’ grandi avvenimenti. Quanta gente, dopo le guerre, non s’è veduta andare in su! in su!... Cosa sarebbe stato Napoleone primo, per dirne una, senza la guerra?»

Un giorno però i giornali lo fecero tornar a casa inquieto e sopra pensiero. Aveva letto che in quel paese dov’era Massimo, c’eran stati dei guai; c’era stata cioè una dimostrazione contro il sindaco; la folla era entrata a forza nel palazzo del municipio, e in mancanza del sindaco, aveva buttato fuori della finestra tutti i mobili e tutte le carte, facendo poi di tutto un falò in piazza in mezzo all’allegria generale. Il giornale che raccontava questa faccenda, parlava alto, e ne domandava stretto conto ai due colpevoli principali, ossia al Governo che non aveva prevenuta la dimostrazione, e al sindaco che non s’era lasciato trovare in uffizio. I giornali, per due o tre giorni, parlarono dell’accaduto in tutti i toni; e intanto che i lettori del caffè ne facevano i commenti, Giovanni si faceva piccino piccino, beveva in fretta la sua limonata calda, e se ne andava al più presto. A Enrichetta, dopo averci pensato su, non disse nulla; e invece scrisse a Massimo per sapere come stavan le cose. Ma il giorno dopo, a dirgli come stavan le cose, ci pensò ancora il giornale, e ci lesse un interpellanza che un deputato aveva diretta al ministro sui fatti di quel paese. Il deputato, dopo un grande elogio al patriottismo della popolazione, aveva parlato del contegno passivo, inerte dell’impiegato della sicurezza pubblica; contegno ch’era stato interpretato come una sfida al sentimento delle masse. Il ministro aveva con bel garbo rettificate alcune delle cose dette dal deputato, concedendo però che il contegno di quell’impiegato avrebbe potuto esser migliore, e lasciando capire che sarebbe stato rimosso. Le dichiarazioni del ministro avevano fatto buona impressione, e i deputati se n’erano andati a casa soddisfatti.

Con che poca soddisfazione però si fosse avviato a casa quel giorno per desinare il povero Giovanni, è facile pensarlo. Aveva fatto prima un lungo giro per le strade; era passato più d’una volta dinanzi alla porta di casa sua, prima di decidersi a entrarci, non sapendo come comparire dinanzi a Enrichetta senza farsi leggere in faccia tutta la storia. Alla fine s’era deciso di dire che era un poco indisposto e che non aveva appetito, tanto per tirare in lungo. «Domani poi» pensava tra sè «un qualche santo mi aiuterà.» Il giorno dopo capitò l’ingegnere Mevio, che aveva ricevuto da Massimo una lunga lettera in cui c’era tutta la storia, e di più l’incarico di dare a poco a poco a sua moglie e al socero una dolorosa notizia.

Il buon Mevio era venuto con una faccia così sconvolta, che pochi minuti dopo dovette legger la lettera tal quale per tranquillare Enrichetta e non lasciarle creder di peggio. Massimo raccontava minutamente nella lettera tutto l’accaduto; ripeteva tutte le domande, i dubbi, i ragionamenti che egli aveva dovuto far tra sè, in un baleno, quando s’era trovato all’improvviso dinanzi a un tafferuglio di quella fatta. Nella sua mente, diceva, eran passati alla rinfusa tutti gli articoli della legge e dei regolamenti, tutte le circolari dei ministri, tutti gli ordini del prefetto; la fermezza, la longanimità, la conciliazione, il dovere, ch’eran tutte cose ch’egli non doveva mai perdere di vista, avevan fatto una tal confusione nella sua mente in quel momento, da non saper più in che mondo si fosse. S’era ricordato che la severità aveva procurato una schioppettata a un suo antecessore, e una destituzione a un altro collega; e dovendo pur decidersi s’era deciso a pigliar le cose con le buone. Dopo esser rimasto dunque un poco tra il sì e il no, aveva cominciato a persuadere, a tranquillare uno, a pregare un altro; ma intanto che egli discuteva da una parte, dall’altra era stata sfondata la porta del palazzo municipale, ed era cominciata quella tal pioggia di carte e di mobili. Erano accorsi i pochi soldati che c’erano nel paese: il baccano era cresciuto, era stato tirato qualche colpo di fucile, ed uno della folla era rimasto morto. Il ministro aveva ordinato al prefetto un’inchiesta; gli accusati s’eran difesi col gettar la colpa sul morto, e siccome ci voleva un poco di colpa anche per un vivo, così s’era conchiuso che se il delegato della Questura avesse avuto sulle prime un contegno più fermo, le cose non sarebbero andate così innanzi. Dopo la qual conclusione, un telegramma del ministro traslocava il delegato Della Valle in un remoto paesello di Sicilia.

Tale era il contenuto della lettera di Massimo, e qual fosse il dolor suo, e quale poi la desolazione d’Enrichetta e di suo padre, dopo una simile lettura, è facile pensarlo. L’ingegnere Mevio aveva cercato sulle prime qualche parola di conforto e di speranza; ma poi quando si veniva al punto di cercare un rimedio, s’univa anche lui a Giovanni, e picchiava qualche gran pugno su un tavolino mandando a spasso la rassegnazione. Questo genere di conforto non era fatto per mettere pace nell’animo lacerato d’Enrichetta, e la poverina dovette appoggiarsi tutta a quel tenue filo delle sue forze, e domandare a se stessa tutto il coraggio di cui aveva bisogno per attraversare quest’altra prova, questo nuovo rigore della fortuna. Il marchese Antonio, appena udì la disgrazia toccata a Massimo, fece a Enrichetta mille proferte; promise di moversi, di parlare, di scrivere; e infatti aveva principiato, quando altri casi ed altri pensieri vennero ad occupare nel suo animo quel posto che avrebbe dato di cuore ai tristi casi della signora Della Valle.

La guerra! Questa parola ch’era oramai sulle bocche di tutti, aveva in pochi giorni levati vent’anni almeno dalle spalle del marchese Renica, e gli aveva dato un non so che di irrequieto, di baldanzoso, di impertinente, che lo faceva parere a’ suoi vecchi amici proprio tal quale di quand’era ne’ suoi anni più belli. Non parlava più che di cose militari, di piani di guerra, di busse, e rimpiangeva d’aver passati i trent’anni, e di averli compiuti in tempi in cui non aveva potuto seguire la sua vocazione, quella che avrebbe fatto di lui a quest’ora un generale di brigata almeno. «Fortunato Emanuele!» diceva con tutti. «Fossi ne’ suoi panni! A quel capo scarico capitan proprio tutte le fortune! Con occasioni simili, vedrete che carriera farà! Così giovane! sarà l’onore della famiglia, lui, quel capo scarico!» Poi scriveva a suo figlio delle lunghe lettere, e non lasciava veder le risposte a nessuno «per conservare il secreto sulle cose di guerra,» le quali cose eran quelle, ben inteso, che poteva sapere un sottotenente di cavalleria. Il marchese Antonio, alle prime notizie d’armamenti straordinari che faceva il Governo, s’era messo sul piede di guerra anche lui, cioè aveva fatto ripulire le sue armi e ne aveva comperate delle nuove; ogni sera poi, prima di cominciare la partita a tarocchi, non la finiva più di mostrarle, di farle ammirare, di far scattare i grilletti e di pigliar di mira, fingendole nemici, tutte le statuine di porcellana che stavano accampate sul cammino e sui tavolini della sala. Il consigliere Rocca allora non mancava mai di raccontare qualche caso lacrimevole, avvenuto in grazia d’armi credute vuote e che eran cariche.

Nè la nuora nè il figlio Giorgio si lasciavano troppo commovere dall’entusiasmo guerresco del marchese Antonio. E l’una e l’altro, quando principiava il discorso della guerra, perdevano le parole e correvano col pensiero a don Emanuele. Più d’una volta non avevan saputo nascondere al marchese Antonio i loro timori, le loro apprensioni; ma il marchese tagliava corto e rispondeva di solito con una strapazzata: «Che ubbìe son queste! Non c’è di peggio che far di questi pensieri per portare sfortuna a uno! Si va alla guerra come si va a una festa da ballo, e allora le cose finiscono bene!... Eh! pur troppo una disgrazia in guerra può capitare a tanti.... ma non è detto per questo che la deva capitare proprio a uno! Certi pensieri, in certi momenti, non son permessi! E se vengono, si caccian via!...» Però dopo aver detto così, si abbottonava in quel modo, sino al bavero, e andava a pigliar aria come se avesse bisogno anche lui di aiutare qualche suo pensiero a uscirgli di capo più in fretta.

In mezzo a questa nuova commozione degli animi che ogni giorno si faceva più viva, più generale, che riuniva tutti e governanti e governati in un solo, in un grande pensiero, chi avrebbe potuto ascoltare le ragioni di Massimo? Chi avrebbe potuto badare al povero delegato di Questura, che s’avviava miseramente alla sua lontana destinazione, e alle lacrime della sua povera famiglia che rimaneva senza conforto, senza consiglio?