XIII.
Tre mesi dopo ci fu la battaglia di Custoza. Le notizie che d’ora in ora venivano dal campo, dopo quella triste giornata, mutavano mano mano in certezza i timori, in lutto l’ansia di tante e tante famiglie; rompevano il fascino dell’entusiasmo e della fiducia nella fortuna, così spesso nemica di chi l’accoglie come un’amica troppo sicura.
Anche il dolore ha qualche volta chi lo guarda con desiderio e con invidia. Il marchese Renica, rimasto tre giorni senza nuove di suo figlio, cupo e silenzioso, volgeva le spalle con impazienza a chi, colpito da quella grande sventura nazionale, sfogava un dolore che era il dolore di tutti. Quel dolore avrebbe voluto poterlo avere anche lui e subito; era un dolore che secretamente invidiava; ma poi, stizzito anche di questo sentimento che gli pareva meno nobile e generoso, ma che cacciato ritornava con una tetra insistenza, fuggiva i suoi di casa, fuggiva tutti, passando solo nella camera delle ore insoffribili, eterne.
Una voce sinistra era stata ripetuta presto per la città sul conto di don Emanuele, ma non era giunta in casa Renica. Gli amici del marchese eran venuti più volte a domandare al portinaio della casa se c’eran notizie. Avrebber voluto salir le scale e domandarne al marchese; ma poi, dopo esser rimasti lì a pensarci su qualche minuto, se n’erano andati per la loro strada dicendo tra sè: «Se non si sa niente, è segno che non c’è niente.» Ma intanto le voci sinistre si facevano più insistenti. Si parlava d’una lettera d’un uffiziale in cui si diceva che tra i morti di quella triste giornata c’era Emanuele Renica. Don Gilberto e l’ingegnere Mevio erano subito andati in traccia di questa lettera, ma non n’eran venuti a capo, e anzi era parso loro che tutto fosse una favola. Altre voci dicevano invece che Emanuele era ferito, altre che era prigioniero, altre ch’era sano e salvo e che l’avevan veduto il giorno dopo la battaglia. Chi l’aveva veduto? Un soldato, dicevasi, del suo reggimento, capitato a Milano, il quale aveva parlato con un medico militare, dicevano alcuni, o con un uffiziale, dicevan altri, o con un signore che ora indicavano, ora non sapevano chi fosse. Gli amici del marchese si mettevano su tutte queste tracce; ma nè il medico, nè l’uffiziale, nè il signore ne sapevano nulla.
Il marchese intanto ignorava tutte queste angosce de’ suoi amici, ma ne aveva una lui nel cuore ch’era più grande di tutte. Finalmente, la mattina del quarto giorno, don Gilberto con la faccia ilare, e tutto festoso, entrò nello studio del marchese Antonio, fece chiamar Giorgio, la marchesa Giulia, e gridando «buone nuove! buone nuove!» raccontò che un uffiziale di stato maggiore, col quale aveva parlato in persona poco prima, gli aveva detto di non aver sentita nessuna cattiva notizia a proposito di Emanuele, e che anzi gli era parso d’averlo veduto il giorno innanzi tra un gruppo di uffiziali; poi gli aveva nominato il villaggio sulla riva destra del Mincio dove Emanuele si trovava probabilmente in quel momento. Queste parole fecero trasalire il marchese Antonio, che con sorpresa di don Gilberto, di Giorgio e della marchesa Giulia si fece ancor più pallido e cupo di prima. «Dunque son corse delle cattive nuove!» pensò il marchese tra sè; e appena don Gilberto ebbe finito di ripetere una volta ancora tutto il racconto dell’uffiziale di stato maggiore, il marchese Antonio disse a un tratto che sarebbe partito quel giorno stesso, per andar lui a cercar di suo figlio, e per vederlo co’ proprii occhi. In queste poche parole del marchese c’era stato qualcosa di così solenne e di così triste, che nessuno aveva avuto più il coraggio di aggiunger altro, nè di rallegrarsi delle buone notizie portate da don Gilberto.
Il marchese Antonio, pochi minuti prima di partire, stava riponendo in fretta alcune carte nelle cassette d’una scrivania, quando a un tratto un passo greve e sconosciuto, che sentì nella stanza vicina, gli annunziò la venuta di qualcuno. Levò gli occhi verso l’uscio bruscamente, con un piglio che esprimeva a un tempo il corruccio verso l’importuno che veniva, e l’ansia di sapere chi fosse. L’uscio si aperse: era un soldato di cavalleria. Il marchese lo fissò, lo riconobbe, balzò in piedi, fece per pronunziare una domanda, tese le braccia verso il soldato come per dirgli «parla! parla!» ma gli si offuscarono gli occhi e quasi svenne. Il soldato, ch’era l’ordinanza di don Emanuele, teneva in mano un involto e un elmo pesto e rotto. Ci fu un lungo silenzio. Il marchese era rimasto con le mani nei capelli e con gli occhi spalancati e fissi al suolo. Il soldato, nell’asciugare una lacrima col rovescio della mano, alzò timidamente lo sguardo sul padre del suo antico uffiziale, col timore in cuor suo d’aver detto troppo in una sol volta.... e non aveva detto ancor nulla! Alla vista di quel signore d’aspetto così severo, di que’ capelli bianchi, che irti e scomposti gli circondavano la testa come un’aureola del dolore; alla vista d’una desolazione così grande, che sul volto di quel vecchio pareva ancor più sacra e maestosa, il soldato, compreso di rispetto, portò la mano alla fronte, e rimase diritto e immobile nella posizione del saluto. Quando il marchese si scosse, e i suoi occhi poteron vedere, allora poterono anche piangere, e il suo primo atto fu di stringere nelle sue braccia il soldato, e di appoggiare la fronte dove forse l’aveva appoggiata suo figlio prima di morire.
Enrichetta era a letto da più giorni con una febbriciattola che ormai le ripigliava ogni tratto, quando suo padre stravolto, costernato, venne a dirle, tutta in una volta, la nuova ora sicura della morte di don Emanuele. Il buon Giovanni ne era così fortemente addolorato, che in cuor suo se la prese un po’ con sua figlia per non aver potuto in tutto quel giorno strapparle di bocca una parola di dolore che facesse eco al suo. E fu lo stesso nei giorni seguenti: egli cercava tratto tratto con qualche esclamazione o con qualche parola di rimpianto di tornare col discorso sul povero don Emanuele; ma Enrichetta taceva sempre. Allora egli se ne andava indispettito, e borbottando tra sè di nuovo tutto quello che aveva pensato più d’una volta sulle stravaganze delle donne. Finchè una mattina, e fu pochi giorni dopo, Enrichetta levatasi, disse a suo padre, che si sentiva assai meglio, che le pareva proprio d’essere pressochè guarita, e che era decisa di approfittarne subito per seguire un proposito che aveva in cuor suo, quello di raggiungere senza altri indugi il marito. Si pensi come cascasse dalle nuvole Giovanni a un simile discorso. Sulle prime ci credette poco, fece le viste quasi di non badarci; ma Enrichetta insisteva e con un tono risoluto, insolito in lei. Allora prese a maravigliarsene e a gridare ch’eran pazzie; poi dalle maraviglie passò ai ragionamenti, pigliando la cosa un po’ con le buone e un po’ facendo il burbero; ma tutto fu inutile. Enrichetta era calma e risoluta; i ragionamenti, l’affanno di suo padre le davano una commozione di più, ma lasciavano ferma e intera la sua risoluzione. «Ho indugiato abbastanza!... ho mancato abbastanza al mio dovere.... al dovere di seguire mio marito fin dal primo giorno!... Che moglie son io? Se mio marito si trova tra gli stenti, tra i pericoli, il mio dovere, il mio desiderio non è quello forse di dividerli con lui?...» Queste eran le sole parole che Giovanni aveva potuto avere in risposta, e intanto vedeva ogni giorno sua figlia disporre le sue cosucce per partire davvero, e ben presto.
«Partire.... partire è presto detto!» esclamò un giorno finalmente Giovanni, che aveva sperato in questa faccenda di non dire la sua ultima ragione, e di risparmiare a sua figlia, fin che l’avrebbe potuto, una cosa tanto amara. «Tu non sai che l’impieguccio del povero Massimo non sarebbe bastato a farlo vivere in questi due anni!... C’eran de’ debitucci quand’è partito.... e poi s’è dovuto spendere per mandargli quelle poche masserizie.... e s’è dovuto viver noi.... ci fu anche questa muta.... e il povero Massimo non li aveva i quattrini per andare fin laggiù.... gli hanno dato venti centesimi per chilometro! Dunque cosa s’è dovuto fare? Quel pochino del mio che avevo messo da parte.... se ne è andato quasi tutto!... Ora, per fare un viaggio di questa sorte, dove li troverai tu i denari?... perchè ce ne vuole un monte!... e io, pover uomo, vorrei averli.... ma non li ho!...»
«Oh, troverò bene qualcuno che faccia la limosina a una povera donna che vuol morire vicino a suo marito!» esclamò Enrichetta con un accento così straziante che il povero Giovanni ne fu spaventato, e buttatosi nelle braccia di Mevio, ch’era capitato in quel punto, gli andava dicendo ansiosamente: «Ho fatto male a parlar così?... ma pure è la verità!... oh, aiutateci voi!... dite voi cosa deve fare questo pover uomo!»
L’ingegnere Mevio, cascato in mezzo a quella scena di dolore senza esserci preparato, era rimasto lì senza parole, afflitto e imbarazzato anche lui, cercando, ma non trovandoci un rimedio. Per quella volta dovette accontentarsi di mettere assieme poche parole di conforto, che poi gli parvero, ripensandoci, le parole più scipite di questo mondo; ma stizzito giurò a se stesso di far qualcosa di meglio, e mantenne la parola.
Pochi giorni dopo infatti ricomparve con la faccia contenta d’un uomo che s’è tolto un peso giù dalle spalle, e che viene a dire: «Ho trovato il bandolo!»
«Insomma, cari miei,» prese a dire Mevio, «a quel che è stato non pensiamoci più. Su, fatevi animo.... mettiamoci un poco tutti di buon umore! Dovete sapere che nel pensare a quell’imbroglio che vi affliggeva tanto l’altro giorno.... a un tratto m’è proprio piovuto, come si suol dire, il cacio sui maccheroni. Un tale è venuto a portarmi una sommerella.... una certa sommerella che non credevo d’aver così presto; ed eccola qui. Ora siamo a cavallo: la signora Enrichetta potrà fare il viaggio quando le torni, potrà raggiunger suo marito, come è ben giusto.... ma non facciamo complimenti! questa volta comanda Mevio, oh per bacco!... È una sommerella sulla quale non contavo, capite! dunque me la restituirete quando vorrete. La fortuna gira: fin qui la vi è andata male, adesso vedrete che la si cambierà!... Quanto a voi, Giovanni, perchè ho pensato anche a voi, sarà meglio che restiate qui; così facciam le cose una per volta. Il viaggio costa caro.... e poi, cosa fareste laggiù?... Nell’amministrazione del marchese c’è un lavoro straordinario da fare, come vedrete a suo tempo, e si è pensato che voi sareste proprio l’uomo fatto apposta! Sicuro!... Al marchese ne ho già parlato, e lui ne è contentone....»
«Dite davvero?»
«Datemi la mano! Dite di sì, e la cosa è fatta!»
«Eh!... il marchese!... è un uomo fine quel marchese!» osservò Giovanni. «Si vede che sa conoscere gli uomini, perchè....»
«Buon Mevio! Oh quante buone azioni lei fa in una volta!... se sapesse!... mi perdoni s’io non ho parole....» andava dicendo Enrichetta.
«Cerimonie! cerimonie! Cosa dice mai, signora Enrichetta!»
«Perchè» continuava Giovanni «convengo anch’io che nell’amministrazione del marchese un uomo, come direbbero, del mio stampo è necessario! Perchè, scusate, Mevio, ma nello studio del marchese ho veduto dei registri con certe intestature, in una certa calligrafia che.... diciamolo, non è al livello della casa!... Mentre io.... vedrete! conservo ancora alla mia età un gotico col quale sfido qualsiasi giovane!...»
E di questo tenore chiacchierarono per un pezzo. La sommerella offerta da Mevio fu accettata, e nessuno andò a cercare come l’avesse avuta. Enrichetta, aiutata da Mevio, fece il piano del suo viaggio; Giovanni fece quello della sua permanenza, e trovò un’idea, quella di mettersi a dozzina dal suo amico Ambrogio. Alla fine Mevio se ne andò, le mille volte benedetto, tra i sorrisi, i ringraziamenti e gli augurii che si scambiarono a vicenda. Un po’ di consolazione era così ricomparsa nella casa d’Enrichetta. Era ricomparsa per rimanervi?...
Fissato il giorno della partenza, Enrichetta scrisse a Massimo, e principiò a dar assetto alle cosucce che avrebbe portate con sè e a quelle che lasciava a suo padre. Si sarebbe detto che non avesse più altri pensieri; si sarebbe detto che la natura le avesse dato una forza che non aveva avuto mai. Non c’era più traccia di quel languore che pochi giorni prima pareva la consumasse: c’era in lei una vigoria, un ardore, un impeto di volontà affatto perduti da un pezzo, e che nel riaccendere i colori spenti del suo viso le davano l’espressione d’una nuova beltà. Suo padre si congratulava in cuor suo d’una guarigione venuta così a tempo; non aveva più timori per il viaggio, e nel vedere la sua figliola affaccendarsi a quel modo, e far tutto di così buona voglia, trovava altrettanti argomenti per quietare l’animo suo e per rassegnarsi a quella separazione. Il bambino d’Enrichetta, che oramai aveva quattr’anni, sapendo di dover partire anche lui, per non perder di vista la mamma a buon conto le trotterellava dietro fin d’ora, a ogni passo, nell’andare e venire ch’ella faceva per le stanze da mattina a sera.
In capo a una settimana Enrichetta fu pronta a partire. Aveva disposte con previdenza amorosa tutte le cosucce che potevano abbisognare a suo padre, e messo in bauli e casse quel tanto che poteva portare con sè per rendere meno grave il piantar casa nella sua nuova dimora. A queste cure, a queste fatiche non aveva dato altro riposo che la notte, e allora la stanchezza veniva a chiuderle benefica gli occhi. Qualche povero avanzo delle mussole e delle trine che una volta eran passate maestosamente dinanzi alla folla degli ammiratori in una festa, e che ora giacevano sciupate, dimenticate tra le cianfrusaglie d’un cassettone, nel ricomparire avevano evocato d’improvviso qualche rapido richiamo.... richiamo che Enrichetta aveva subito cacciato, soffocato, togliendo gli occhi da quei poveri cenci, e ritornando dov’era più affaccendato il tramestìo della casa. Una voce secreta guidava Enrichetta in ogni atto, in ogni parola, sebbene a lei paresse di non aver più in mente che un solo pensiero, quello di partire, e nel cuore un solo dolore, quello di lasciar suo padre. Quella voce secreta le ripeteva di fuggir lontano; le diceva che sotto altro cielo avrebbe cominciata una vita nuova, più tranquilla e forse più felice; le diceva pure che là avrebbe potuto anche rivolgere alle rimembranze del passato un mesto pensiero, perchè là, e non altrove, quel pensiero sarebbe stato un pensiero d’addio!
Enrichetta ubbidiva a quella voce; ma l’ultimo giorno, la vigilia della partenza, le poche sue forze non la sorreggevano più. Non le rimaneva che qualche ultima faccenduola, e tra l’una e l’altra metteva de’ lunghi intervalli, lasciandosi cadere su una poltrona, e cercando d’esser lasciata sola nella sua camera. Nel riandare col pensiero a una a una le cose fatte in quei giorni, si ricordò d’uno stipetto in cui doveva aver riposto qualcosa di cui s’era dimenticata. Si rizzò lentamente, cercò lo stipetto, l’apri, ci trovò alcune lettere di qualche amica, poi degl’inviti, qualche cianfrusaglia, e un involto piegato con cura e legato da un nastrino di seta. Nello spiegare l’involto si ricordò di ciò che ci aveva riposto: era una rosa di nastro turchino da cui scendevano due lunghi capi di seta. Enrichetta prese quella rosa e quei nastri, e ricadendo nella poltrona, li pose sulle ginocchia, e stette a guardarli lungamente. Le sue pallide guance si riaccesero a un tratto.... Quali pensieri le irradiavano la fronte, e la rendevano in quel momento bella come una volta? La sua mente errava come in una visione; le pareva di udire la piccola orchestra che in un angolo della sala del marchese accompagnava le ultime danze d’una festa; la festa s’era diradata; sul viso dei rimasti cominciava a scendere come un velo il pallore della fatica; eppure ognuno raddoppiava le sue forze; le danze continuavano meno ordinate ma più gaie, e pareva nata in tutti un’intimità maggiore dell’usato. Un ballerino provetto dirigeva con gravità le figure d’un cotillon, sviluppando in cento modi il tèma della dama che sceglie un nuovo cavaliere, e del cavaliere che cerca una nuova dama; il cavaliere prescelto, prima d’aver in premio un giro di valzer, veniva decorato dalla dama con un fiore alla bottoniera; i cavalieri poi, nel cercare la dama, le presentavano una rosa
di seta, da cui scendevano due lunghissimi nastri; e se la dama accoglieva il cavaliere, questi le appuntava la rosa alla spalla su quel pochino di manica concesso dall’abito scollato. Ecco venire con la rosa dai nastri don Emanuele, il cavaliere più elegante e desiderato della festa. Più d’una desidera in cuor suo d’esser prescelta.... e don Emanuele corre a offrir la rosa ad Enrichetta, e gliel’appunta con lo spillo; le passa il braccio intorno alla vita, la stringe a sè, e parte girando più volte la sala vorticosamente con lei. «Lasci appuntato quel nastro.... non me lo renda.... lo tenga in mia memoria....» le aveva susurrato don Emanuele, mentre i nastri svolazzando s’eran loro attortigliati dintorno e li avevano stretti in un nodo. Nella musica stessa della danza c’era qualcosa che trascinava, che seduceva; e ora quelle note ritornavano tutte nella fantasia d’Enrichetta, e le ridestavano a una a una le memorie di quella festa.... il bagliore de’ lumi, l’eleganza delle sale, lo sfarzo delle amiche, la ressa degli ammiratori, le parole adulatrici, le danze, don Emanuele, il nastro.... quel nastro, che ora aveva dinanzi, che teneva nelle sue mani, e che era proprio quello che le aveva appuntato don Emanuele.
«Lo tenga in mia memoria....» ripensò Enrichetta dopo aver passata la mano sulla fronte come chi si risveglia e cerca discernere dove finisca il sogno e dove ricomincino le realtà della vita. «Egli non c’è più!... Lo posso tenere questo nastro.... portarlo meco.... è una memoria... d’uno che non è più.... oh! sì, lo porterò meco...» E rizzatasi stava per riporre la rosa e i nastri in una cassettina da viaggio, quando udì i passi di qualcuno che veniva. Levò gli occhi, vide uno aprir l’uscio, e riconobbe il marchese Renica. Quanto era mutato!
Era quella la prima volta che il marchese Antonio usciva di casa dopo il giorno che abbiam veduto comparirgli nello studio l’ordinanza di suo figlio. Nessuno de’ suoi amici aveva potuto nè parlargli, nè soltanto vederlo: aveva però fatto chiamare l’ingegnere Mevio e gli aveva domandalo della signora Della Valle. L’ingegnere Mevio gli aveva parlato delle angosce d’Enrichetta e della sua decisione di partire. In que’ giorni tutto era venuto in uggia al marchese, tutto gli era insoffribile, fin la presenza d’un amico; ma quando gli balenò in mente il pensiero di salutare la signora Della Valle, di rivederla, sentì che il respiro gli si faceva più largo, e che gli scendeva nel cuore un primo sollievo. Il cuore gli aveva detto in quel momento che Enrichetta sola, e non altri, avrebbe capito il suo dolore. Ma che sarebbe egli andato a dire alla signora Della Valle?... Questo pensiero gli aveva suscitato nell’anima mille dubbi, lo aveva tormentato, combattuto; ma poi non aveva esitato più, ed Enrichetta se l’era veduto comparire dinanzi.
Enrichetta, a quella vista improvvisa, sentì una fitta al cuore come il giorno in cui suo padre era venuto a dirle la morte di don Emanuele. Si appoggiò a una sedia con la mano prima di poter movere un passo verso il marchese; ma quando si mosse, le fu più difficile ancora il non gettarsi nelle sue braccia. Il marchese Antonio le stese la mano, Enrichetta la strinse; nè l’uno nè l’altra poteron fissarsi negli occhi; nessuno dei due potè pronunziare una parola. Ma che rimaneva loro a dire?...
In quel punto udirono nella stanza vicina i passi di qualcuno che s’avvicinava. Il marchese strinse ancora una volta, e più fortemente, la mano d’Enrichetta, e fece atto di partire; ma Enrichetta con un gesto leggero della mano lo trattenne.... Alzò gli occhi, quasi domandasse al cielo una buona ispirazione; poi con un atto deciso e rapido andò a riaprire la sua cassettina da viaggio, ne levò la rosa coi nastri, e senza dir parola la consegnò al marchese. Il marchese s’accorse di ricevere un deposito, che da quel punto diventava cosa sua e sacra per lui; strinse una volta ancora la mano d’Enrichetta con l’espressione non solo del dolore, ma con quella dell’affetto, e nascose la commozione che oramai era più forte di lui, uscendo o piuttosto fuggendo rapidamente di lì.
In quel mentre entrava da un altr’uscio Giovanni, che veniva con una cera complimentosa per riverire il marchese. Non è a dire come rimanesse lì mortificato e goffo vedendo, dopo aver guardato due o tre volte all’ingiro, che il marchese non c’era più! Maledì in cuor suo quei pochi minuti che aveva creduto di impiegar così bene nel mutar l’abito e metter in sesto la cravatta, e che l’avevan tradito; poi, in tono piuttosto brusco, si rivolse a sua figlia. Enrichetta in un angolo della camera pareva tutta occupata da qualcuna delle solite faccenduole; suo padre le fece in un fiato cinque o sei domande, e stette ad aspettar la risposta.
Dopo aver asciugate in secreto due grosse lacrime, Enrichetta sentì scendere a un tratto nel suo cuore la pace serena d’una volta. Da quanto tempo non l’aveva più riavuta!... Com’era soave e benefica! Enrichetta rispose a tutte le domande di suo padre, gli rispose mettendogli le braccia al collo, e col suo bel sorriso, quello che da un pezzo nessuno le aveva più veduto. Il suo cuore le aveva detto finalmente che il passato era finito davvero, e ch’era principiato l’avvenire.
Il buon Giovanni, che, tutto considerato, ne capiva sempre meno, dopo una crollatina di capo riprese anche questa volta i suoi soliloqui sul tèma difficile del capire le donne.