XIV.
Partita Enrichetta col suo bambino, Giovanni cominciò a poco a poco ad assuefarsi al nuovo tenore di vita e alle nuove occupazioni che gli aveva procurate Mevio. Passava le giornate intere nelle stanze dell’amministrazione del marchese, ora chiacchierando con qualcuno, ora attendendo a qualche lavoruccio che gli aveva affidato Mevio, o facendo intestature nuove ai registri «con una mano di scritto che finalmente» come diceva lui «era al livello del casato.» A casa sua poi, cioè in casa d’Ambrogio che ben di cuore se l’era pigliato a dozzina, si svagava un po’ con delle lunghe chiacchierate, confidando all’amico tutto il da fare che gli dava l’amministrazione del patrimonio del marchese, tutti i guai che ci aveva veduti, e tutto quello che farebbe lui se fosse solo a comandare.
Non è a dire però che non avesse la sua spina secreta nel cuore. Cercava bene di cacciare i fastidi e i pensieri malinconici un po’ con le chiacchiere e un po’ con le intestature; ma i fastidi rimanevano, e i pensieri malinconici ritornavano, come fanno sempre, e per non far torto neanche a Giovanni. «Cosa sarebbe successo?... Come la sarebbe andata?... Ed Enrichetta!... Poverina!....» pensava ogni tanto tra sè. «È partita, è vero, con la faccia che pareva contenta.... diceva di star bene.... ma se fosse stato tutto uno sforzo per non affliggermi!... E il viaggio.... e il clima nuovo per lei non le risveglieranno quella febbre che ha avuta per tanto tempo?... Quella febbre!... quella febbre!... E poi, a pensarci, intanto che diceva di partire così di buono umore, non la finiva più di salutar tutti e tutto, fin le pareti delle stanze, fino i mobili, e in un certo modo!... Poi quando fu alla stazione e si voltò a guardare il Duomo.... capisco che anch’io quando vedo il Duomo.... ma però lo saluterei con una faccia tutta diversa!»
Anche la prima lettera che gli arrivò, per quanto egli dicesse ad Ambrogio che le notizie eran bonissime e che tutto andava benone, non era fatta per mettergli in testa un altro ordine di pensieri. Dopo il viaggio la febbre era ricomparsa, poi era cessata; ma Enrichetta, per prudenza s’intende, non si levava ancora dal letto, e faceva scrivere la lettera da Massimo. La lettera finiva, è vero, con molte parole di speranza nell’avvenire; ma a trovarci ancora in simili parole un argomento di consolazione bisognava davvero metterci una gran buona volontà. Giovanni ce ne metteva, ma poi mentre si avviava in cerca di consolazioni si accorgeva a un tratto d’aver fatto, senza volerlo, una strada ben lunga per la china dei cattivi pensieri. Allora scotendosi, se la pigliava col suo cattivo naturale, e cercava di svagarsi ripigliando il filo delle chiacchiere con Ambrogio, o i ghirigori d’una calligrafia più studiata.
Di lettere sul fare della prima ne capitaron parecchie; e ogni volta Giovanni ci si metteva proprio di cuore per farsele parer buone, ma ogni volta trovava un argomento di meno. Con chi poi ne lo interrogava, mutava discorso volentieri, perchè capiva che le parole lo servivano male in questo argomento, e temeva di far nascere in chi lo ascoltava alcuno di que’ dubbi che gli erano già molesti abbastanza. A questo modo passò un buon mese, e mentre cominciava a dire in cuor suo: «Eh!... chi sa? dopo la pioggia viene il bel tempo.... e dopo un mese cattivo ne potrebbe venir uno buono!» a un tratto non ricevette più nuove di sorta.
Eravamo ai primi di settembre, in quei giorni in cui le masnade della reazione avevano assalito Palermo e desolate le terre vicine. Le notizie scarse, confuse, che venivano mano mano, riempivano gli animi di trepidazione e di orrore. Si pensi come fosse in croce il povero Giovanni! E per di più tutti lo fermavano per strada, lo interrogavano, volevano le notizie: c’era fino chi le pretendeva, perchè avendo egli i suoi in Sicilia, ne doveva venire di conseguenza ch’egli sapesse tutto quello che vi succedeva. E il povero Giovanni, che vedeva passare i giorni e le settimane senza che gli arrivasse qualche notizia, non reggeva più a questo doppio tormento; e dopo essersene confidato con Mevio, non mise piede più neanche nello studio del marchese per non veder anima viva, e per non dover confessare con qualcuno di non sapere più nulla nè di sua figlia nè di suo genero.
Queste benedette notizie non arrivarono che dopo alcune settimane, e non furon proprio di quelle fatte per dar ragione al proverbio che dice: nessuna nuova, buona nuova. Giovanni ebbe finalmente, e in una sol volta, quattro lettere, due vecchie e due di data recente. Cos’era successo in tutto quel tempo? Cosa c’era in quelle quattro lettere? Per saperlo, la più spiccia è dir quattro parole sul conto d’Enrichetta, e raccontare in breve le vicende che capitarono al povero Massimo, intanto che suo socero aspettava le lettere, e mentalmente lo strapazzava di santa ragione.
Enrichetta aveva presto sentito scendere nel suo cuore ciò che aveva tanto sperato, la pace. Il suo cuore aveva battuto fortemente una volta ancora quando imbarcatasi aveva veduto un primo lembo di mare dividerla dalla spiaggia, e il lembo farsi grande, e la spiaggia farsi lontana. Poi da quella spiaggia aveva veduto dipartirsi, come una lunga striscia, la strada da lei poco prima percorsa, la strada che conduceva alla sua città natale, alla sua casa.... e intanto che col pensiero la rifaceva, il suo cuore aveva sentito ancora il tremito angoscioso d’una volta. Ma in breve la spiaggia e le colline che le facevano corona non furono più che linee vaghe, sfumate, a cui mano mano succedeva uno spettacolo più grande, quello del cielo e del mare che si riunivano in una placida e maestosa armonia. Allora nel cuore d’Enrichetta quell’ultimo eco del passato prese a farsi lontano, lontano, e presto si perdette nella contemplazione d’un avvenire pieno di speranze e di pace.
Quando Massimo si trovò nelle sue braccia Enrichetta e in collo il suo bambino, quanti affetti in una volta gli contesero il cuore come se tutti lo volessero tutto per sè! Gli parve come d’essere tornato proprio sotto il suo vecchio cielo, nella sua casa di Milano; gli parve di non essersene allontanato mai. Egli avrebbe giurato che quel giorno non era che un domani felice de’ suoi più bei giorni del passato! E le sue disgrazie? e la memoria affannosa che ne aveva portato in quel lontano soggiorno? tutto gli pareva scomparso in quel momento. Era tornato accanto alla sua famigliola, e le fatiche del viaggio le aveva lasciate sulla soglia.
Enrichetta trovò tutto quello che la speranza gli aveva promesso. Ebbe l’affetto di suo marito come lo voleva il suo cuore; quell’affetto che sa trovare ogni giorno una premura, una buona parola, un atto cortese, un nulla, quei nulla che sono per certe anime lo scudo che le fa uscir vittoriose dalla battaglia della vita. Con questo scudo Enrichetta potè riandare le memorie del passato; tutte le potè riandare! E ripensando alle inezie lusinghiere, ai sogni della vanità che le furono così fatali; ripensando alle seduzioni d’un giorno, alle debolezze del cuore, prendeva coraggio nel sopportare le presenti difficoltà della vita, e le guardava con animo rassegnato e sereno, poichè, se aveva avuto in passato il suo tanto di colpa, vedeva in esse il suo tanto di espiazione.
Questa nuova pace era un benefico ristoro dell’anima; ma veniva essa in tempo per ridonare a Enrichetta le forze battute e corrose da tante disgrazie? La febbre e il languore che nei primi giorni del suo arrivo le avevano dato un poco di sosta, ricomparvero presto e più gravemente di prima. «Oh perchè tornate? perchè!» aveva detto Enrichetta affannosamente a se stessa, sentendo di nuovo quei brividi di febbre che le erano così noti. «Ma adesso sono contenta!... adesso devo star bene! non devo più ammalarmi! oh no, non voglio esser malata!» E fin che lo potè, cercò ingannare se stessa e suo marito; ma fu uno di quegli inganni che duran poco, e che rendono poi la confessione più amara.
Era un paesuccio povero e fuor di mano quello ch’era toccato a Massimo di residenza. Ci si teneva in allora un impiegato di Questura, ma per eccezione, e precisamente perchè, in grazia di certi provvedimenti straordinari per la sicurezza della provincia, ne avevano fatto un punto strategico. Per chiamare il medico bisognava far molte miglia, e così per avere le medicine e tutto quello che poteva abbisognare, non solo per un malato, ma per chiunque non fosse uno di que’ poveri abitanti del luogo. La strada poi non era nè la più comoda, nè la più sicura. Enrichetta non domandava nulla, non si lagnava di nulla, ma il povero Massimo si struggeva e quando la sua buona volontà e le sue premure tornavano inutili, si lasciava cascar le braccia scoraggito; e ora levava gli occhi al cielo, ora fissava qualche punto lontano, pensando a quelli che vivevano là, e invidiandoli, perchè gli pareva che là ci sarebbe stato tutto il bisognevole, e che là la sua Enrichetta avrebbe potuto risanare.
Siccome poi le disgrazie, quando hanno preso uno a perseguitare, le molte volte non lo lasciano che quando di burrone in burrone l’hanno tirato giù fin al fondo del precipizio; così al povero Massimo, che pure era disceso ben bene, ne capitò presto una nuova a dargli l’ultimo tracollo. Un ordine improvviso gli ingiunse di portarsi immediatamente in una vicina borgata, dove si temevano de’ disordini, sul far di quelli che succedevano in que’ giorni a Palermo, e dove si riunivano a buon conto le poche forze dei paeselli all’ingiro. Massimo dovette ubbidire sull’attimo: ebbe appena il tempo di raccomandare sua moglie a un buon uomo, il sindaco del paese, di far la valigia, e di raccapezzare ancora una speranza, quella di tornar presto.
Appena giunto in questa tale borgata, un suo superiore, con la faccia poco rassicurata e meno rassicurante, gli spiegò di che si trattava; gli diede cioè una sequela di cattive notizie, e l’ordine di tenersi pronto giorno e notte per mostrarsi poi a un bisogno conciliante e severo, energico e longanime.
Due giorni dopo, mentre stava leggendo alcune righe che gli aveva mandate quel tal sindaco per dargli le nuove d’Enrichetta, nuove poco buone che dicevano e non dicevano, e gli lasciavano la testa piena di dubbi e d’angustie, vennero a un tratto a chiamarlo in tutta fretta. Per le strade, nelle piazze, si vedevano de’ capannelli, e c’era gente che andava in giro col fare torbido e minaccioso. Massimo passò la mano sulla fronte come per mettere in sesto la sua povera testa; poi levò in fretta la sua ciarpa da un cassetto, se l’aggiustò ad armacollo sotto l’abito mentre scendeva le scale, e prese la corsa finchè giunse mezzo rifinito allo sbocco d’una strada, dove un drappello di carabinieri e di soldati tratteneva a fatica un’accozzaglia di gente che schiamazzava, e cercava di irrompere, mandando grida minacciose. Gli parve in quel punto di trovarsi ancora dinanzi a una certa folla di malaugurata memoria, quella tale che egli aveva cercato di persuader con le buone, e che intanto s’era raddoppiata, aveva saccheggiato un uffizio, e cagionati quei malanni di cui egli aveva pagata la sua parte di spese, buscandosi una ramanzina e una muta.
Massimo ordinò al tamburino di dare il segnale, e fece la sua prima intimazione: la folla gli rispose con una salva di fischi e di complimenti d’occasione. Fece la seconda intimazione, e questa volta con la voce alterata d’un uomo a cui la testa comincia ad annebbiarsi e il sangue a bollire: fece la terza, e la risposta fu una tempesta di ciottoli. Ordinò la carica. Si pensi che parapiglia, che gridare, che scappar generale!... Ma nel trambusto ci fu chi tirò qualche colpo di pistola, a cui i soldati risposero con qualche colpo di fucile. Dopo pochi minuti tutto era sgombro e silenzioso, ma giacevano per terra alcuni feriti: tra questi c’era un brav’uomo, anzi uno dei notabili del paese, che passando a caso era stato travolto dalla folla proprio nel momento delle botte e, come succede, ne aveva pigliata una lui. Il poveretto moriva il giorno dopo.
Quel che ne nascesse è facile pensarlo. Finita la burrasca, passata la paura, cominciarono con calore i commenti e i giudizi sull’accaduto. Il fatto era grave; e la colpa di chi era? Pigliarsela co’ capi del tafferuglio era un rimestare di nuovo nelle passioni, era un far torto al buon nome del paese; pigliarsela col prefetto della provincia, col capo della Questura, coi soldati, eran cose in cui parecchi ci vedevano un tantino d’imprudenza; pigliarsela col delegato Della Valle era un affare meno complicato e che poteva aggiustar le ova nel paniere. Bisogna dire che la pensassero proprio così, perchè a un tratto il povero Massimo diventò, sulle bocche di tutti, l’uomo feroce e sitibondo di sangue, l’autore unico ed esecrato di ciò che chiamavano chi l’assassinio, chi la strage, e chi i vespri governativi. Il superiore, che aveva bisogno di tirarsi d’impaccio anche lui, per prima cosa non volle sentir scuse: ricordò al signor Della Valle che nelle istruzioni che gli aveva date, c’era la moderazione e la longanimità, e lo rimandò nel villaggio dov’era prima; poi fece il suo rapporto al prefetto.
Massimo tornò al capezzale d’Enrichetta, le narrò a poco a poco una parte dell’accaduto, e tenne per sè ciò che lo angosciava di più. Non le parlò delle voci accusatrici che si erano levate da ogni parte contro di lui, e che ora gli tornavano ogni tratto all’orecchio, lo seguivano, l’opprimevano. «Ma son dunque un colpevole io?» esclamava qualche volta da solo. «Non ci sarà nessuno che prenderà le mie difese? Nessuno che mi ascolterà?... Ma io sono un onest’uomo? Sono innocente io!...» E quando gli uscivano questi lamenti, questi gridi dell’anima, durava poi non poca fatica a richiamare la testa a casa perchè non gli desse di volta, e a ricomporsi per tornare nella camera d’Enrichetta e parere quello di prima. In que’ giorni aveva scritto due lettere a suo socero, ed erano le due di data più recente delle quattro che gli abbiam vedute capitare. In queste ultime Massimo raccontava a Giovanni i fatti com’erano avvenuti; lo supplicava di far conoscere la verità, di difenderlo contro le accuse che sarebbero arrivate fino a Milano, fino al suo paese, e di trovare qualche anima compassionevole ed amica che dicesse in alto una buona parola per lui.
«Oh! poveri noi! anche questa!» si mise ad esclamare Giovanni nella sua camera, com’ebbe lette le lettere. «Adesso chi sa che roba di fuoco diranno di noi i giornali! Mi ricordo dell’altra volta!... Ma quel benedetto figliolo! cosa gli è venuto in mente di pigliarsela così calda!... Io, a’ miei tempi, quand’ero nella guardia nazionale, un po’ con le buone, un po’ con quattro scappellotti, ma sempre nella legalità, li sapevo ben io mandar a casa questi tali che, si sa, di tanto in tanto hanno bisogno di vociare e di fare schiamazzo! È sempre stato impetuoso quel Massimo!... sempre impetuoso!...» Ma qui gli veniva in mente quell’altro guaio capitatogli per essere stato troppo paziente, e dopo una pausa conchiudeva: «Proprio come quello che menava l’asino al mercato!... Ma intanto» continuava dopo averci pensato su ancora «intanto cosa si fa?... Qualcosa bisognerà fare, perchè chi sa dove lo mandano questa volta?... Più in giù non è possibile.... dunque!... Eh! bisognerà moversi subito, non perder tempo, trovare qualche buon santo.... Ma chi trovare!... Andrò da Mevio!» E contento della buona idea che gli era venuta, pigliò il cappello e la mazza, e andò diviato dall’amico.
Giovanni trovò in compagnia dell’ingegnere Mevio uno che vedeva per la prima volta, e che ad occhio gli parve un campagnolo. Come l’ebbe squadrato, fece capire a Mevio con una smorfia che aveva qualcosa a dirgli da solo a solo; poi principiò a discorrere con un certo fare disinvolto che contrastava non poco con la faccia stralunata con cui era entrato nella stanza poco prima.
«Oh! a proposito!... «saltò su Mevio interrompendo il discorso e additando Giovanni al campagnolo. «Ecco il socero di Massimo: le notizie ve le potrà dar lui. E questo brav’uomo» continuò presentando Martino a Giovanni «è un parente di vostro genero, uno di Castelrenico, che appunto era venuto a domandarmi nuove di Massimo e di sua moglie....»
«Precisamente!...» prese a dire Martino. «E intanto sono ben contento di questa congiuntura che mi fa fare la conoscenza del signor socero dell’avvocato..... voglio dire.... come si chiama quell’impiego?... e se avesse qualche notizia la sentirò proprio con tanto piacere, perchè mi dicono che il nostro Massimo l’abbian mandato in un così brutto paesuccio....»
«Cioè, brutto.... un paese piccolo!» saltò su Giovanni «un paese, se volete, un poco lontano....»
«E che dopo essere stato a Milano....»
«Ecco! precisamente! Vedo che siete un uomo che capisce! Milano è un gran Milano! ne convenite anche voi, eh? Ma non ce n’è che un solo! è l’unico suo difetto!»
«Le notizie però son buone?... Oh! questo mi allarga il fiato!...» riprese Martino.
«Soddisfacenti.... soddisfacenti» saltò su, interrompendolo, Giovanni, con un fare tra l’imbarazzato e l’infastidito.
«Perchè m’avevan detto» continuò l’altro «che la moglie del nostro Massimo, voglio dire la sua signora figlia, fosse un poco ammalata.... o per dir meglio, paresse che in questi ultimi tempi....»
«Cioè.... cioè....» fece per rispondere Giovanni, ma intanto s’era voltato da una parte, aveva pigliato in mano un libro e levato il fazzoletto di tasca, cercando di interrompere il discorso e di sviare la commozione.
«Ma.... ecco,» continuò Martino: «casa mia è una casa alla buona, ma c’è posto che ne avanza; l’aria poi di Castelrenico è numero uno! e, se qualche soldato dei nostri piglia le febbri, non ha che a tornare in paese e ne guarisce subito. Insomma quello che vorrei dir io è che.... ma proprio senza complimenti, che se la sua signora figlia volesse prendere una boccata d’aria buona.... la mi farebbe davvero un piacerone.... l’avrei proprio per un onor grande.... Ecco cosa volevo dire!»
Giovanni strinse la mano a Martino, fece per rispondegli qualche ringraziamento, ma non potè. Non potè, perchè i cattivi pensieri ch’egli soleva cacciare a uno a uno, mano mano che si presentavano, ritornavano poi a dargli l’assalto tutti in una volta se faceva tanto di lasciar penetrare nell’animo un poco di commozione; e allora rimaneva lì prostrato e senza difesa. Martino però non s’accorse di tutto questo. Poco dopo salutò cordialmente Mevio e Giovanni; e con un «dunque siamo intesi» se ne andò!
Giovanni, rimasto solo con Mevio, levò di tasca le lettere, gliele diede, ed ebbe appena fiato di dire: «Leggete!».
Intanto che Mevio leggeva, Giovanni gli guardava negli occhi con la speranza di vederci il riflesso di qualcosa che fosse meno triste di ciò che aveva lui nel cuore in quel momento. Era come la sua ultima speranza; ma la faccia di Mevio, mano mano che i suoi occhi scendevano giù fino a pie’ di pagina, perdeva a uno a uno i tratti della sua giovialità. Giovanni seguitava a fissarlo, e Mevio prendeva sempre più un’espressione severa, una certa espressione che destò a un tratto un ricordo a Giovanni, e gli fece pensare: «È la faccia di quando arrivò la notizia ch’era morto don Emanuele!» Questo pensiero appannò gli occhi del povero Giovanni che, lasciatosi cadere su una sedia, rimase col capo tra le mani finchè Mevio ebbe finito di leggere tutte e quattro le lettere.
«È un piovere sul bagnato!... questo è il guaio maggiore!» disse Mevio nel ripiegare le lettere. «Avevo già veduto qualcosa nei giornali....»
«Nei giornali? Allora siamo fritti!» esclamò Giovanni rizzandosi in piedi. «Povero Massimo!... e cosa dicono i giornali?... no, no, non ditemelo per carità!»
«Abbiate pazienza! I giornali raccontano il fatto; raccontano che un delegato di Questura.... ma finora il nome di Massimo non è venuto fuori.»
«Ci verrà! oh! ci verrà! Quando tutti dicevano che il nostro Massimo era un gran brav’uomo, allora i giornali non dicevano niente! Ma adesso sentirete! Oh! poveri noi!»
«Calmatevi, caro Giovanni; capisco, la cosa può esser seria.... però....»
«Però?»
«Insomma uno, quando sa di non aver nulla sulla coscienza, può domandare che si faccia.... non saprei.... un processo, e allora la verità a poco a poco viene a galla....»
«Ma intanto? L’avete detto anche voi che è un piovere sul bagnato! e questa è una gran parola, sapete! Se ci fosse ancora qualche paese più lontano, me lo vedrei già rotolato giù chi sa fin dove... e direi, pazienza! Ma il paese più lontano non c’è, e questa volta me lo rimandano a casa.... a casa diritto diritto: mi par già di vederlo!»
«È un guaio anche per voi e per Massimo che al marchese sia capitata quella gran disgrazia!... Se fosse stato qui, le portavo a lui queste lettere subito, e scommetto che non vi lasciava in asso; vi avrebbe dato qualche buon parere, vi avrebbe forse diretto o raccomandato a qualcuno. E una parola d’un uomo come il marchese, che ha in alto amici a bizzeffe, e a cui fan di cappello tutti le poche volte che si lascia vedere, una sua parola detta a tempo avrebbe forse potuto far sospendere qualche giudizio precipitato. Perchè il pericolo sta qui! Cansato questo pericolo, uno allora può far sentire le sue ragioni, e le cose a poco a poco si aggiustano. Ma bisognerebbe non perder tempo, e il marchese, voi lo sapete, non è a Milano. Se fosse a Castelrenico, meno male, ci farei una corsa e per domattina vi saprei dire qualche cosa. Ma, pover uomo! parenti, amici, seccatori d’ogni risma avrebbero voluto soffocarlo di condoglianze, non foss’altro per essere in regola con l’etichetta; e lui invece non voleva veder nessuno. Così, per paura che non lo lasciassero tranquillo neanche a Castelrenico, se ne è andato in quel suo podere di Piemonte, dove è più sicuro di non veder gente.... Ma ehi! Giovanni! cosa fate? per Bacco, non lasciatevi andar d’animo a quel modo!... insomma.... gli scriverò.... se volete ci vado in persona e mi faccio fare una brava lettera per qualche pesce grosso.... Ehi! Giovanni! datemi ascolto!... un giorno più, un giorno meno.... non vorrà essere proprio oggi o domani che sentenzieranno sul conto di Massimo.... eh! avranno tutt’altro per il capo, caro mio, in questi giorni, con quel po’ po’ di trambusto!... Ma insomma, Giovanni, non mi date retta?... Mi par quasi di non esser più il vostro Mevio!»
Il povero Giovanni s’era di nuovo lasciato cadere sulla sedia, nascondendo la faccia tra le mani; non ascoltava più le parole del suo amico e pareva assorto da un dolore più forte di prima. Mevio cercò di confortarlo in ogni maniera, ma per un pezzo non gli riuscì di fargli aprir bocca. «Se la matassa s’è ingarbugliata, vedrete che troveremo ancora il bandolo,» seguitava a dire Mevio. «Pericoli, quanto all’impiego, non ce ne saranno. E poi.... e poi, se anche lo sbalzassero dall’uffizio, a un altro impiego, ve lo prometto, ci penso io. Penseremo a qualche impiego d’altro genere.... per esempio....»
«Oh! cosa mi parlate mai dell’impiego!» esclamò finalmente il povero Giovanni.... «Che l’impiego se ne vada!... che è ormai l’ultimo de’ miei pensieri! Non è all’impiego che penso io! non è il pensier dell’impiego che mi sta sul cuore!... che mi toglie il respiro in questo momento!... È alla mia Enrichetta che io penso!... è alla mia Enrichetta!... Le avete lette bene quelle lettere! Non vi pare?... E se non vi pare, è perchè.... Ditemi un poco, sapete voi cosa sono i presentimenti?... Ebbene, ne ho uno io!... uno ben triste!...» E non potè finire perchè diede in uno scoppio di pianto, mentre rizzatosi in piedi si gettava nelle braccia dell’amico.
Quanto all’impiego rimedi non ce n’era più. Tra i mezzi d’acquietare gli animi in quel paese dov’era successo il tafferuglio, c’era stata in quei giorni anche la destituzione dall’impiego del delegato Massimo Della Valle.