NOTE AL CAPITOLO IV.

(Pag. [96], [98], [99] e [115].)

Polemica intorno alle Rime del Carducci.

Aggiungiamo qui, per quelli che ne fossero curiosi, alcuni particolari e qualche documento intorno alla polemica alla quale diede luogo la pubblicazione delle Rime del Carducci; polemica che, come i lettori sanno, si può dire la continuazione di quella degli amici pedanti coi giornali fiorentini del tempo.

Il volumetto delle Rime fu pubblicato agli ultimi di luglio del 1857; e nel giornale umoristico La Lente del 4 agosto usciva un articoletto firmato E. M., il quale era poco più che un annunzio benevolo della pubblicazione. L’E. M. era, come dissi, l’avvocato Elpidio Micciarelli, amico del Targioni ed ammiratore del Carducci, quello stesso che l’anno dopo fondò e mise a disposizione degli amici pedanti il giornale Il Momo. Nell’articolo se la pigliava contro coloro che dicevano il tempo della poesia essere finito, nè ammettevano, s’intende, altra poesia che la romantica; e, affermando che il volumetto delle Rime dimostrava il Carducci essere «poeta per concetto, per sentimento, per forma, grande, delicato, profondo»; conchiudeva: «A coloro ai cui occhi l’opera rettamente usata dell’ingegno e della scienza è cosa santa da non profanarsi con meschini giudizii, ma da rispettarsi come l’arca della gloria nazionale, penso, sarà lecito il dire che dopo quelle di Niccolini e di Mamiani questa è la migliore poesia che ai giorni nostri sia uscita in Italia.»

Il Fanfani, ch’era pieno di stizza contro il Carducci e gli amici pedanti per ciò che avevano scritto contro di lui nella Giunta alla derrata, pigliando occasione dalle lodi del signore E. M. della Lente, scrisse subito un articolo pieno di veleno e di stupidaggini intorno alle Rime; ma, invece di pubblicarlo nel suo giornale Il Passatempo, lo stampò (senza nome, s’intende) nei numeri 8 e 14 agosto della Lanterna di Diogene.

La Lente del 25 agosto, protestando di voler rimanere estranea alla questione, pubblicò una lettera del signor E. M. al Direttore e una del Carducci al signor E. M., tutt’e due in risposta agli articoli della Lanterna; e questa tre giorni dopo (n. del 28 agosto) rispondeva con un articolo, intitolato: Le bizze di Giosue Carducci. La settimana avanti (n. del 21 agosto), avendo saputo che il Carducci stava preparando le sue risposte, aveva minacciato di chiudere la lizza con una caricatura.

Nella Lente del 1º settembre tornarono in iscena il signor E. M. e il Carducci; questi con una seconda lettera che rispondeva alla parte letteraria della critica della Lanterna, quegli con una breve dichiarazione premessa alla lettera del Carducci, con la quale diceva, non parergli dignitoso continuare polemiche con chi intendeva a modo della Lanterna l’ufficio delle lettere e del giornalismo. «Lascio adunque libero il campo, finiva, a questi detrattori di un giovane della cui stima mi onoro; e ciò fo con animo sereno, sì perchè non li invidio nella ingenerosa opera loro, sì perchè sono intimamente convinto che il giovane poeta, continuando alacremente negli studi, occuperà un bel posto nella odierna nostra letteratura a dispetto de’ suoi avversari.»

Alla seconda lettera del Carducci il Fanfani rispose con un quarto articolo nella Lanterna del 5 e con un quinto in quella del 12 settembre, intitolato: «Così all’amichevole si rimpedula il cervello al dottor Giosue Carducci.»

Le lettere del Carducci dovevano seguitare, perchè la materia alle risposte gli abbondava; ma nella Lente del 15 settembre comparve questa dichiarazione, che troncò la polemica: «Il signor dottor Giosue Carducci aveva portato a questa Direzione parte della continuazione della sua replica agli articoli della Lanterna, ma con dispiacere noi abbiamo sentito la necessità di doverci astenere dal pubblicarla, inquantochè vi si accennava ad un lungo proseguimento di questa polemica, la quale di natura sua ci pare aliena alla indole del nostro giornale, che è tutto umoristico.»

Intanto che il Fanfani pubblicava nella Lanterna i suoi velenosi articoli contro il Carducci, il giornale Il Passatempo, facendo la commedia, fingeva tener dietro alla polemica con l’aria di chi, disinteressato, vuol giudicare serenamente. E nella rassegna dei giornali chiamava (15 agosto) «nel tutto insieme giusta, ma troppo acerba, anzi feroce» la critica della Lanterna; lodava (22 e 29 agosto) la critica di Napoleone Giotti nello Spettatore, dicendola pacata e giudiziosa, ma non senza mite ironia; e biasimava (29 agosto) il Carducci e il signore E. M. per le loro risposte alla Lanterna, troppo aggressive.

Nel n. del 5 settembre del Passatempo l’articolo della Lanterna, Le bizze di Giosue Carducci, era battezzato per «una risposta vivace ed arguta quanto altra mai», e si esprimeva la speranza che anche il Carducci, seguendo l’esempio della Lanterna, si moderasse nelle repliche. Ma poche righe più giù, parlandosi del secondo articolo del Carducci nella Lente, gli si faceva rimprovero di uscir sempre dai termini della moderazione.

A proposito del quarto articolo del Fanfani nella Lanterna (n. 17, 5 settembre) il Passatempo del 12 settembre scriveva: «Si torna sulla questione del Carducci, al quale il suo critico inesorabile, esclamando Il povero Giosue Carducci vagella, scrive una lettera per dargli una lezione di scherma, di cui dovrebbe, se è tale quale si tiene, far suo pro. Non curi le lische, chè ve ne sono, e prenda la polpa.» E poche righe più giù diceva: «Troppo più che scherzo ci pare la fiera derisione di chi difese nella Lente il Carducci.» Finalmente, parlando della dichiarazione della Lente circa la cessazione della polemica, scriveva: «Lodiamo il proposito del Carducci, e più lo loderemmo se l’avesse fatto prima.»

Non basta: la moderazione, anzi la generosità del Passatempo arrivò fino a prendere le difese del Carducci contro il Direttore di un giornaletto teatrale, che lo aveva chiamato pedante nel midollo dell’ossa, fradicio pedante non poeta, membro della società di mutuo incensamento, pastorello d’Arcadia, martire dello sgobbo, ec. ec. Il Carducci si era contentato di riderne, e di scrivere, per uso degli amici, un sonetto di risposta, che cominciava così, e che, s’intende, non fu mai stampato:

Ora itevene, o Muse, a sbordellare,

E Palla sia che scingavi le zone,

Poi che questa reliquia del bastone

Vuole anch’ei di poetica trattare.

O fogna di sporcizie, o lupanare,

Quand’esci a ragionar con le persone,

Prima alla fronte mettiti un crocione,

Chè non ci venga la gente a pisciare.

Nel terzo verso si allude ad una solenne bastonatura che il Direttore del giornaletto teatrale aveva ricevuto da un pagliaccio di una compagnia equestre.

Il Passatempo, pigliando la cosa sul serio, rispose così (n. del 21 novembre 1857):

Il signor Carducci non merita una tirata d’orecchi come voi gli fate; l’avreste preso forse per un Garelli, per un Bertini et similia?... Il Carducci è un giovane a parer mio educato a buonissimi studj; sicchè avete commesso villanìa a trattarlo in quel modo lì.... Io non dirò che le poesie del Carducci sieno senza mende, ma da un’altra parte, ditemi, possono mettersi in un mazzo con tante e tante altre che si veggono andare attorno? In un punto del vostro articolo vi lasciate scappare queste po’ po’ di bestemmie: «Pretendere di farci rinculare fino all’epoca di fra Guittone e di Dante da Majano, belare leziosaggini e smancerie come un pastorello d’Arcadia ec.» Vi fa torto il non aver conosciuto che il Carducci con quella sua forma poetica non volea far altro che ricondurre in Italia l’amore dei buoni studi.... io scommetto mille contr’uno che il Carducci infine infine farà qualche cosa meglio di me e di voi e di tanti altri nostri carissimi compagnoni.

Quando il Passatempo scriveva così, doveva certamente supporre che nessuno sapesse quello che tutti sapevano, che cioè lo scrittore degli articoli della Lanterna contro il Carducci era il Fanfani; e doveva anche essersi dimenticato che quelli articoli in fondo in fondo e’ li aveva sempre approvati.

Come saggio della polemica intorno alle Rime del Carducci, riferisco l’articolo del Fanfani nei due primi numeri della Lanterna, e la seconda lettera del Carducci nella Lente.

E faccio seguire ad essi l’articolo che, in forma di recensione, fu pubblicato nel fascicolo del maggio 1858 della Rivista contemporanea di Torino.

Se i giornalisti fiorentini, seguendo il Fanfani, erano stati unanimi nel vituperare le Rime del Carducci (la Lente, che aveva accolto le prime risposte del Carducci, poi si ritrasse subito, per non rompere il bell’accordo), l’autorevole Rivista torinese (nella quale scrivevano il Guerrazzi, il Vegezzi-Ruscalla, il Nigra, il Maestri, il Gallenga, lo Zini, il Massari, ed altri valentuomini, molti dei quali emigrati in Piemonte per ragioni politiche) non ebbe che lodi per il libretto del giovine poeta; e, ciò che più monta, lodi che mostravano un giudice competente e sereno.

L’articolo non era firmato, ma nella Rassegna bibliografica, della quale faceva parte, c’era un primo articolo firmato Luigi Zini, nel quale, a proposito delle Satire e poesie minori di Vittorio Alfieri pubblicate dal Carducci, si diceva: «Un giovane poeta toscano: al quale nei primi passi l’invidia e la cattiveria delle consorterie hanno gittato subito pietre ed improperii, per inconsueti modi violando le leggi della cortesia toscana, ma che ad uno dei nostri sommi, giudice formidabile e severo, è apparso siccome Achille fanciullo che apprende da Chirone (e il Chirone vuole sia Ugo Foscolo); questo giovin poeta, Giosue Carducci, del quale forse avrò altrove a dir qualche cosa, o in questa o nella prossima rassegna, vi appose una breve ma succosa prefazione, ec.» Queste parole fecero supporre al Targioni e al Micciarelli che la recensione non firmata fosse dello Zini, e ristampandola nel Momo (n. del 1º luglio) l’attribuirono senz’altro a lui. Ciò naturalmente diede fastidio al Passatempo, il quale nel suo n. 27 (3 luglio 1858) accennando a quella recensione vi contrappose la sola parte della lettera del Guerrazzi che criticava il Carducci, e mandò copia del giornale allo Zini. Lo Zini si affrettò a rispondere al Passatempo che la recensione non era sua, e il Passatempo pubblicò la lettera dello Zini nel numero del 10 luglio. Ciò non ostante il Targioni e il Micciarelli seguitarono a credere che la recensione fosse dello Zini, e nel n. 28 del Momo (15 luglio) pubblicarono una curiosa rettificazione, che finiva così: «nonostante la protesta pubblicata dal solerte Passatempo, inclinavamo.... a restare, per lo meno, nella nostra opinione; quando ci è pervenuta quasi sicura notizia che non proprio il signor Luigi Zini, ma un tal Gigi Zoni è l’autore dell’articolo. E questo sia detto in lode del vero, e, anche un poco, del benevolo Gigi Zoni

Il Targioni e il Micciarelli avevano preso una solenne cantonata. Non c’era nessuna ragione di supporre non sincera la dichiarazione dello Zini. Ad ogni modo c’era un fatto che tagliava, come si suol dire, la testa al toro. In un articolo, Miscellanei, ch’era sotto altro nome una rassegna bibliografica, pubblicato nel fascicolo di giugno della Rivista contemporanea, lo Zini stesso parlava in modo alquanto diverso delle Rime del Carducci, il cui volumetto, diceva, eragli stato dato da un illustre scrittore, che lo aveva postillato di sua mano. L’illustre scrittore non era, si capisce dalle parole dello Zini, altri che il Guerrazzi. Le parole dello Zini, sotto forma di dialogo, erano queste:

— Insomma che dirai di queste poesie? — insistette l’inquisitore.

— Nulla probabilmente, e domanderò scusa agli autori e all’uditorio. Delle Rime del Carducci aveva quasi sacramento di parlare, e già lo promisi nella passata dispensa, quando, senza che io ne sapessi, altri ne parlò distesamente e con molto miglior garbo di quello che io avrei potuto. Io le aveva qui, e postillate al lapis per mano di tale che può ben sedere pro tribunali.... Già sapete di chi intendo parlare. E poi vedete a chi donava l’autore questo volumetto.

— Lasciami vedere.... Oh! ben credo che gli s’abbia a far riverenza. Ma vediamo le postille. Questi tratti muti probabilmente significheranno che si poteva far meglio.... Oh! Ecco qui una postilla al sonetto a Enrico Nencioni: bei versi ma di poco concetto! Più oltre, a Giuseppe Parini: bei versi e concetto degno e santo! Sonetto al conte Terenzio Mamiani Della Rovere, ve’ la postilla alla prima quartina: non capisco niente, e neanch’io in verità. Qui nel primo canto a Targioni-Tozzetti: ah! c’è un’invocazione del poeta alle muse perchè lo aiutino a cantar di Grecia e del Lazio; leggiamo la postilla: non latino nè greco: codesti spiriti cessarono: canta, o giovine, le cose odierne, e t’invada lo spirito dei tuoi tempi. Il maestro pedante non abbia il vanto di avere spenta in te la sacra fiamma.

— Ah! qui il genio provato dall’esperienza, nel saggio di canto alle muse, dove Omero è raffigurato pari al re de’ numi, seduto nel foro e cinto da una corona di popolo riverente, scintillante il cielo, sorridenti gli Dei, soffia sulle giovanili illusioni del genio anco imberbe: cantava a’ pentolai per una pentola; e udito il canto lo giuntavano poi! Stupenda e a proposito. E qui in fondo? Esercitazioni giovanili; ci si sente il Foscolo; e’ pare Achille che fanciullo apprenda da Chirone!

— Già il dissi nella precedente rassegna. Eh! se le poesie mi venissero così annotate, e da mano così autorevole, ben mi rischierei a intrattenerne i lettori, vincendo la mia natural repugnanza!

L’autore della recensione, fra i vari pezzi delle poesie da lui citati, riportava intero, senza nessuna osservazione, il sonetto Al Mamiani: basterebbe questo a dimostrare ch’e’ non poteva essere lo Zini, il quale dichiarava di non capire la prima quartina di quel sonetto. Chi fosse, sarebbe difficile dire oggi; ma volendo cercarlo fra i collaboratori della Rivista, ci potremmo fermare, con qualche probabilità di coglier nel vero, al nome di Felice Daneo, che nel fascicolo di aprile pubblicò un lungo articolo sulle poesie del Mamiani. Chi sa che il Mamiani, il quale conosceva il Daneo ed aveva già concepito molta stima del giovane Carducci, non gli avesse dato lui a leggere le Rime!

Comunque sia di ciò, una cosa importa notare, che gli amici pedanti non erano soli in Italia a riconoscere l’ingegno dell’amico loro.

Ed ecco ora i documenti.


Critica di Pietro Fanfani alle Rime del Carducci.

«Dopo quelle di Niccolini e di Mamiani questa è la migliore poesia che ai giorni nostri sia uscita in Italia.» E. M. (Lente del dì 4 agosto 1857.)

Quando uscì fuori il Gargani con quella famosa su’ Diceria (badate bene di non legger sudiceria) nella quale si davano frustate senza misericordia a tutti gli odierni poeti, e quando gli amici pedanti applaudirono a quel lavoro del loro collega, e lo difesero poi e lo ampliarono con la non meno famosa Giunta alla derrata, ci immaginammo che quando venisse fuori qualche loro lavoro poetico, avremmo sentito cose di cielo, miracoli di arte e d’ingegno, e da far parere tanti barbagianni poeti grandi e piccini stati sin qui. Pensate poi cosa credemmo dovessero essere queste Rime di Giosue, il quale è l’Achille di quel valoroso esercito degli amici pedanti, e con quanta avidità lo cominciammo a leggere.

Ma appena cominciato ci cascò il pan di mano, e strascinatici in fondo a mala fatica, dovemmo conchiudere che questo libricciuolo non è altro che una Raccolta di poesiucole di più tra le tante che se ne vede uscir fuori a questi giorni.

Imitazione servile e affettata de’ poeti antichi; soverchio abuso di modi e figure di poeti latini e greci volute scodellar pari pari nella poesia italiana; noiosa e continua introduzione di versi interi d’altri poeti; noiosissimo e scolarescamente puerile rinfrancescare di patronimici e di parole composte alla greca; sconfinata presunzione che fa parlar l’autore come se fosse poeta veramente, e poeta già noto, già vecchio, già sommo; il solito rampognare il secolo vile, l’altrui ignavia, le altrui scapestrataggini, cosa disdicevole a un giovine di 21 anno e che non fa professione di anacoreta: oscurità in molte composizioni, e costrutti stortissimi.

Il poeta Giosue ha intitolato delle poesie a tutti gli amici pedanti, credendo buonamente di mandarli alla posterità, ed essi che forse crederanno di andarci per questa via, gliene renderanno merito facendo un articolo per uno su pei vari giornali, in lode del loro immortalatore, e così «dilectus noster nobis et nos illi»; e già l’abbiamo cominciato a vedere nella Lente del 4 agosto. Ha poi intitolato e sonetti e canzoni a uomini grandi viventi per averne grazie e parole benigne. Ma tali argomenti che valgono? Se le poesie son veramente quali le tiene l’autore e gli amici pedanti, cioè tali che niun altro a questi giorni possa volar tant’alto, anche senza tali ammennicoli il nome del Carducci sonerà chiaro tra breve quanto quello del Leopardi, e le cose sue saranno comprate a peso d’oro dagli editori; se poi sono quali le teniamo noi, cioè tali che non escono dal modo comune e mezzano, nè con questi ammennicoli, nè col doppio più, il nome del Carducci non sonerà più chiaro di quello dei Bracci, dei Pieri, dei Pierini, e degli altri mille scrittori di poesie che a questi giorni ci nascono come funghi.

Questo noi crediamo, se non quanto il Carducci sembraci nutrito di migliori studi degli altri poetucoli e crediamo che, formato il giudizio e temperato il bollor giovanile, possa fare qualche cosa di buono. Facciamo intanto vedere alcune delle stranezze di questo giovane poeta.

Pag. 1. — Se il fato assente affettuoso alcun voto mortale. Che vuol dire?

Pag. 2. — Il disio che per donna m’incende ci pare sgarbata maniera per significare l’amore: e non sappiamo che cosa voglia dire che l’altra (larva) traggemi in parte ov’io spiro a’ fantasmi e pur gravami il vero.

Pag. 3. — L’altera giovinetta bella è un verso fatto di zeppe; è un modo mal preso dagli antichi, e affettatissimo il dire che Beltade addimostra una donna per propria angiolella.

Pag. 4. — Ridicolo è il principio del sonetto O nova angela mia senz’ale al fianco. Non regge il dire forse avverrà ch’io segni le tue vestigie per che io ti segua; perchè le vestigia si segnano da sè, e non le segna chi vien dietro, e ci pone su i piedi. Inintelligibile è poi la terzina seconda, e ridicolo l’ultimo verso L’ale tue d’ôr non mettan fuor la punta.

Pag. 5. — Sa di Burchiello il principio del sonetto con quel Candidi soli e riso di tramonti; è stranissimo quell’espero roseo che sormonta l’alte serene (zeppe) vie dei firmamenti; e più strana che mai quella luna che su i sentier tacenti (quali sentieri sono?) rende imago (ma imago di che?) entro laghetti e fonti (ma nelle fonti che imagine può restarci, essendo l’acqua in continuo moto?). E nell’ultimo verso quel caro petto della donna mia non può sonar proprio altro, posto a quel modo, che mammelle. O poeta Giosue, adagio a ma’ passi! Sono un grave sproposito quelle acque cadenti giù per li verdi tramiti de’ monti, perchè ne’ tramiti non ci corre l’acqua ma ci camminano gli uomini, non essendo altro il tramite che una via stretta; e poi perchè i tramiti dei monti non son verdi, cioè coperti d’erba, non essendo i monti generalmente erbosi, ed erbosi non essendo mai i tramiti, come quelli che sono scalpitati dagli uomini.

Pag. 8. — Son cosa veramente comica quelle itale usanze che debbono i lor colori al pennello di Goldoni, e quel dire che egli mostrò a quanti frutti e fiori sorga un ingegno latino in suolo rubello.

Pag. 16. — Strano è il dire che l’alma della sua donna ridea e trasparia ne’ suoi occhi come ride in serena onda una stella. Prima perchè senza dire che la stella è riflessa nell’onda, pare che il luogo proprio delle stelle sia l’onda: poi perchè l’epiteto di sereno mal si addice a onda, e finalmente perchè l’onda, non essendo puramente acqua, ma il moto dell’acqua o l’acqua in moto, non si può dire che vi si vedano riflesse le stelle che solo possono vedersi in acqua limpida e ferma.

Pag. 17. — Non sappiamo che uscita sia quella del Sonetto XVII dove si dice, parlando a un cavallo, l’uomo quando disse te bruta ignobil salma (non è più vero che il cavallo è un bruto) mente a sè adulando; ed è ridicolissimo il giurarlo per il cavallo medesimo (Per te lo giuro). E quella piaga che stride sanguinosa (pag. 18) non è una perla?

E il bianco seno di Corinna che sorgeale sotto le corde auree gementi (il verso bisognava finirlo) nel Sonetto XXI (pag. 21) non è un’altra perla?

E l’ingegno altero, integro, eretto (pag. 22) che roba è? e non sono zeppe?

E dire il gener vostro per i vostri discendenti (pag. 24) non è pazzia?

Pag. 27, 28, 29. — Vorrebbe dirci il poeta unico dopo il Mamiani e il Niccolini che roba è l’aer livida che stride divisa dai moschetti? E quell’incestare (usato altre volte) per contaminare o simile che verbaccio è egli? O non lo sa quel che è incesto? come si fa dunque a trasportarlo a tal significato? e poi incestare val mettere nelle ceste, e va fuggita questa anfibologia. E quella sposa ingenua che agogna gaudii notturni, ci par che sappia proprio poco d’ingenua! Quella prora aspro lavoro di liverpoolica mano è cosa veramente da matti: indovinate che è la mano sonora liverpoolica? sono gli artefici di Liverpool, e chiamasi sonora la lor mano perchè lavorando adoprano martelli, seghe o altro, e fanno del romore. Che vi pare? ben trovato eh? E l’Euro che scavalca gl’ispidi flutti, non è una perla? L’Euro agita il mare o solleva i flutti, ma scavalcarli non sappiam che voglia dire, perchè scavalcare vale buttar giù da cavallo. E perle sono pure la mente che calca rischi e terrori; e quello sfidar co’ baci. Quel tale poi che stanco alle prove (a che prove?) depone sopra niveo petto (e batti col petto; il poeta Giosue, a quel che pare, va matto del petto), la fronte carca di glorie non vale un tesoro?

Pag. 33 e seg. — Il Canto a Dante è una brutta contraffazione del centone famoso del Giusti; oscuro spesso, ed è vero il giudizio che ne dà l’autore medesimo, cioè che dà più fumo che luce; se non che noi vediamo il fumo solo. Ci si ammirano i fratelli duellanti a uccidersi: le civili fiamme udite su civili mura; il marito che ruina in armi erompendo dagli amplessi: le bionde e canute chiome addensate in gran sangue; questa ombra (il Petrarca disse questa morte, ombra non istà) che à nome vita ed è sì bassa e questo che vuol dire? la rea Meloria che sorge nel medio evo dal mar toscano; l’equoreo seno incestato (al solito) di sangue; la forza e la ferrata necessità che si premono a tergo di Prometeo; le foreste aurite, e simili altre garbatezze.

Pag. 52 e seg. — Quella lent’ombra nordica (specie di ombrantroff) che preme i laureti d’Arno, è da Beco sudicio; e il lituo retico che freme dove nascea Marone è da matto; prima perchè lituo presso di noi non è altro che bacchetta degli auguri o da pastori; e poi perchè se s’ha da intendere per strumento da fiato (il che non concediamo, benchè lo facesse Orazio in latino), non si può dire che freme; essendo strumento di suono dolce, lo suoni chi vuole.

Pag. 63 e seg. — Ci sarebbe da notare le ultime strida che premon la vita non si sa di chi, in quella sestina contraffatta su le antiche, tutta smancerie e lascivie amorose, ma pur dedicata a un frate. Le umide pupille oblique immote (a pag. 66) che dolci fiammeggiano (se sono umide come fiammeggiano?, e poi se sono immote e oblique vuol dir che chi le aveva era guercia); le quieti torbide interrotte da sogni atri; la schiva dea (Diana) che scinge a Endimione notturna Venere!!! (a pag. 67). Il petto immansueto che durò gl’imperii d’amore e la religion di Delo che più non mugge dagli aditi (a pag. 68).

Pag. 73 e seg. — Nella lauda spirituale si comincia a dire alla umana gente che tolga via le porte, ma essa per toglierle via aspetterà di sapere di che porte si tratta. Si dice alle fanciulle che diano la ROSA, a piena mano (La rosa? ohe!) e che diano il mirto in suo cammino, con la bianchezza del fior gelsomino. Si dice che dal volto del Redentore fugge la morte, e poco dopo si dice che l’ombra di morte stiè nera intorno a lui, e che il padre suo non volse la fronte al suo chiamare; e un’altra volta si dice che diasi palma e alloro a piena mano sovra il sentier del nostro pellicano: ed un’altra volta ancora si dice alle fanciulle che diano con umil fede il fior delle contrade. C’è poi una reggia che si estolle d’artificio mira; la morte che vive e altre gentilezze simili.

Pag. 77 e seg. — Potremmo farvi vedere una genía bugiarda che irrompe nel vietato falsa e codarda per mostrarvi con che garbo il poeta Giosue trasporti in italiano i modi di Orazio; la dormita inerzia che dalle cune prime opprime noi volenti, genti mal vive. Potremmo domandare a voi che cosa mai facevano gli antichi quando immoti prostravano a morte libera devoti Marte straniero. Potremmo chiamarvi ad ammirare i campi che suonano sotto il gran cavallo; il prepotente canto, il docil guizzo de’ seguaci moti, ed altre tante belle cose, ma siamo stanchi, e se mai le serberemo ad altra volta.

Non possiamo tacere peraltro di que’ saggi di un canto alle Muse. Qui il poeta Giosue si è dato a scimmiottare a rotta di collo il fare de’ Greci e del Leopardi, ma il fa così sguaiatamente che c’è tornato in mente, leggendo questo lavoro, Stenterello quando si trova diventato Re, e vuol provarsi a procedere alla reale, e lo fa con quel garbo che tutti sanno. Senza che vi si ammirano le solite gioie, come il propagar la vita con vitto ferino: le vite che gemono chine sull’opera del pane crescente!!! la procella che scoscende divina; i monti esercitati dal piè degli immortali; le ombre de’ numi; il vulgo addensato su gli omeri (gobbo?), le vesti ondeanti ec. ec....

Si conchiude che questa raccolta di Rime vale poco più delle tante e tante uscite fuori a questi giorni, se non che è maggiore la presunzione dell’autore, il quale per questo mi par che possa paragonarsi a un passerotto di nido che si pretende d’essere un’aquila. Questo basti per ora a mostrare di che forza sia un poeta che si è avuto l’impudenza di porre per terzo con Niccolini e Mamiani e di chiamarlo unico: se occorrerà mostreremo altrettante e più magagne, e analizzeremo qualche suo componimento.

(Dalla Lanterna di Diogene, anno II,
nn. 13 e 14; 8 e 14 agosto 1857.)

Risposta del Carducci alla Lanterna di Diogene,
in forma di lettera al signor E. M.

Onorevol signor E. M.,

E tenendovi la parola[86] vengo alla parte buffa del mio intrattenimento; nella quale, per mostrarmi da vero buon amico pedante, anzi l’Achille degli amici pedanti, io vi darò lo spettacolo di questo Tersite de’ critici che salta e guaisce sotto i colpi della clava erculea di noi pedanti, la logica e l’autorità: «Sallo Iddio che sa tutte le cose, dirò col Lasca (lett. al gobbo da Pisa), quanto mal volentieri entri seco nell’arringo critico a contrastare; non già ch’io creda di poter perdere, ma perch’io spero non acquistare, vincendolo, onore e pregio alcuno.» Ma sì fiera cosa è la presunzione di cotestui, e con tant’aria e’ si allaccia la giornea e con tal muffa va per la maggiore e sputa tondo e sentenzia, che a sanarlo di questa sua malattia di credersi tale da poter dare i cavalli altrui e chiarirlo della ignoranza sua smisurata e favolosa e’ parmi di fare opera di misericordia. Or dunque accorrete, o signori e signore, allo spettacolo, dove udirete Tersite che la trincia da critico, ed abburatta cotali spropositi che mai sentiste i più nuovi. Ma.... date operam et cum silentio animadvortite ut pernoscatis.... Ecco Tersite in iscena. E monta in cattedra, e badatosi a destra e a sinistra, si spurga, si soffia, e con voce di pedagogo mi vien domandando:

— Poeta Giosue — Se il fato assente affettuoso alcun voto mortale — che vuol dire?

— Maestro Tersite — Forse avverrà se il ciel benigno ascolta Affettuoso alcun prego mortale (Tasso, Gerus.) — che vuol dire? — I Pisani non l’assentiro (la domanda degli ambasciatori fiorentini, Giov. Villani) — che vuol dire? Vedete! alla scuola d’umanità il Tasso, e specialmente il suo canto dell’Erminia, s’imparava a memoria: che non tornate per lo vostro meglio a umanità?

— Sfacciato e linguacciuto ragazzo! Ma IL disio che per donna m’incende ci pare sgarbata maniera per significare l’amore.

— Davvero? Come delicato il maestro Tersite! Ma cupido e cupiditas chiamò Ovidio la passione d’amore, e IGNIS Virgilio, e ardor Seneca: e in proposito di amori i verbi calere ardere urere s’incontrano a ogni piè mosso ne’ poeti latini. E a Giuseppe Franck, medico filosofo, pareva che l’intenso desiderio d’ottenere un individuo d’altro sesso costituisse l’amore nel grado suo di passione (Patol. med., Malat. del sist. nerv., cap. XXI). Vero è che voi m’arieggiate il platonico, e questa carnalità latina e medicale non vi farà. In questo caso, vi parleranno in lor volgare quei cavallereschi poeti del nostro medio evo: — Amore è un disio che vien dal core Per l’abbondanza del gran piacimento (il notaro da Lentino).... Desidèro di voler, nato per piacer del core — e — Piacer di forma dato per natura (Inc. aut. del sec. XIII). — e il metafisico Dante — Beltade appare in saggia donna pui Che piace agli occhi, sicchè dentro ’l core Nasce un disio della cosa piacente. — Ma, e dove lascio il moralista Castiglione, il quale diceva che, secondo che dagli antichi savi è diffinito, Amor non è altro che un certo DESIDERIO DI FRUIR LA BELLEZZA (Corteg., lib. IV, § 51). Che parvene egli, mastro Tersite? se volete altro, sappiatecel dire; e anco diteci dove stia proprio il mal garbo della nostra perifrasi.

— Bene, bene. Ma non sappiamo cosa voglia dire che l’altra (larva) traggemi in parte ov’io spiro a’ fantasmi — e pur gravami il vero.

— Non sapete? guardate mo’! E che è che non sapete? forse che in parte o in quella parte vale in luogo o in quel luogo? Ma anco i ragazzi vi recitano a mente — Levommi il mio pensiero in PARTE ov’era — Colei.... e il Tasso nelle rime scriveva — portar le mie preghiere in PARTE dove — Vi sia chi le raccoglia. — Ovvero non sapete che l’IN PARTE usasi ancora metaforicamente a significare certe contrade metafisiche del pensiero? E il Petrarca cantava — In quella parte dove amor mi sprona — Conven ch’io volga le dogliose rime: — e il beato Giovanni delle Celle scriveva — Io sono in PARTE che altro non posso se non pregare Iddio. — O è lo spiro che vi dà noia? Ma il Foscolo cantò — Anch’io Pingo e SPIRO a’ fantasmi. Nè intendete ancora? Di grazia: andate e leggete qualche cosa delle operette morali del Leopardi, con alcuna pagina pur del Foscolo; e il concetto allora vi apparirà lucidissimo.

— Diavolo! o che a me col mio titolo di chiarissimo e con quel tòcco di nomea che mi rimpasto non mi abbia a riuscir d’impappinare questo ragazzo? proviamolo in un altro tasto. — Poeta Giosue, L’ALTERA GIOVINETTA BELLA è un verso fatto di zeppe, l’alte serene vie de’ firmamenti sono zeppe, e l’ingegno altero integro eretto che roba è? e non sono zeppe?

— Affè di tutti i pagani che hanno fatto tanto scandalo, la teorica delle zeppe è la parte culminante della vostra critica, caro il mio chiarissimo. Or udite verso fatto di zeppe da Dino Frescobaldi: — questa pietosa giovinetta bella: — udite zeppe che metteva Francesco Petrarca — la mia fiorita e verde etade — Dolce cantare oneste donne e belle — Oimè il leggiadro portamento altero: udite zeppe di Torquato Tasso nelle rime: — fece le fiamme placide e tranquille — Quando sprezzata grande e chiara fama — Come al partir d’oscura notte ombrosa — Che non t’ascondi omai sola e romita. — Udite zeppe, ch’il crederebbe, pur di Vittorio Alfieri e pur nelle rime: — Sole d’un mesto velo tenebroso — io ti vedo coprir — E quel suo di lei sola umile altero — atto. E i versi fin qui citati sono, e non c’è che dire, sono anco nella disposizione delle parole fratelli maggiori del verso mio Questa è l’altiera giovinetta bella.

— Va tutto bene, ma io dico l’ingegno altero integro eretto.

— Ma io dico a voi, se nel Petrarca leggiamo i passi tardi e lenti con il vecchierel canuto e bianco; e lieti e contenti nel Tasso, e nella prosa del Casa le chiome canute e bianche «de’ quali modi (scrive l’illustre Fornaciari) chi mostra maravigliarsi, mostra non esser punto domestico dei classici, i quali e per seguire il comun parlare, e per esprimere più efficacemente una cosa pongono talvolta due voci di simile significazione piuttosto che una», come potete voi chiamare zeppa l’aggruppar mio di due o tre epiteti a diversamente e più efficacemente qualificare un soggetto?

— Ma l’esempio de’ classici....

— Mancano eglino gli esempi dei classici che abbiano accompagnato un nome di tre e più epiteti? Udite Francesco Petrarca: Vaghe pupille angeliche beatrici — Della mia vita. Misero mondo instabile e protervo — La dispietata mia ventura — Noiosa, inesorabile, superba — Quel vago dolce caro onesto sguardo. — Udite Torquato Tasso: Vaghe, leggiadre, amorosette e pronte serve di lei — O santa, o pura, immacolata fede. — Udite Vittorio Alfieri: O leggiadro soave e in terra solo — Viso — O bei leggiadri angelici costumi. — E Giacomo Leopardi: Nel petto — Nell’imo petto grave salda immota — Come colonna adamantina siede.... — E Niccolò Tommaseo, in prosa, nel proemio al suo Dante del 1854: E avventò rigido, intero, diretto, quasi saetta quel verso variissimo. — E questo è proprio il caso del mio ingegno altero, integro, eretto, non vi pare, maestro Tersite?

— Questo però non potrete negare, che è affettatissimo il dire che beltade addimostra una donna per propria angiolella.

— Eppure a me pareva, e parrà anco ad altri, che la mia sia imagine più modesta che non queste due: Beltade e Cortesia sua dea la chiama (Dante da Maiano) — E la Beltade per sua dea la mostra (G. Cavalcanti): io più umanamente avea detto: per propria angiolella, e angiolella è vocabolo risuscitato dal Mamiani.

— In ogni modo è sempre affettato, come ridicolo è il principio del sonetto: O nova angiola mia senz’ala al fianco.

— Ridicolo? e perchè? Noi leggiamo in Petrarca: Questa fenice della aurata piuma — e: Nuova angeletta sopra l’ale accorta, — come in Giusto de’ Conti: Quest’angeletta mia dall’ali d’oro — e nelle rime di Torquato Tasso: Nuova angeletta dall’eterne piume: — e non ci paiono, e non parranno al maestro Tersite ridicoli principî di componimento! Tanto meno, se s’avesse a fare con uomini di buona fede, dovrebbe parer ridicolo il verso mio; il quale contiene un pensiero naturalmente più vero che non quello del Petrarca, e del De’ Conti e del Tasso. Infatti cotesti poeti parlano di donne che sono fenici con penne o angiolette con ali d’oro, mentre io mi contento di dire presso a poco così: — O tu che di bellezza e costumi sei simile agli angioli, ma angiola non sei.

— Oh, m’avete fradicio con cotesta vostra logica, poeta Giosue! E io che m’immaginava che un poeta e un poeta ragazzo non sapesse po’ poi andar tanto per la sottile! Ma voi foste a scuola i sofisti. Sibbene cotestoro non vi insegnarono a dir le cose per modo che le s’intendano, difatto inintelligibile è la terzina seconda di cotesto vostro Sonetto IV. E asserisco questo senza neppur riferire la terzina, tanto dell’asserir mio son sicuro.

— Ma sapete, mastro Tersite mio, quel che dicea Vincenzio Monti a certi suoi critici, i quali a petto a voi eran tanti Aristotili per asini e tristi che e’ fossero? «Prima di giudicare, diceva Vincenzio Monti, siamo tenuti ad intendere: nè io ho mai saputo che della ignoranza di chi legge debba accusarsi chi scrive.» Ecco la mia terzina, e giudichi il pubblico se voi asseriste vero: io dico alla fanciulla che amando lei mi purificherò,

«Se di tanto mi degna il primo amante

Che, mentre io tenga del mortale incarco,

L’ale tue d’ôr non mettan fuor la punta.»

Terzina inintelligibile certo a cui della filosofia platonica ignori sino al linguaggio, a cui non sappia che sieno l’eleganze toscane, a cui Dio abbia negato le facoltà del ragionamento. Di fatto, chi conosca pur il linguaggio della filosofia platonica intende che il «primo amante» è Dio, chiamato dall’Alighieri il «primo amore», e si ricorda che il Tasso cantava alla Pietà: Scaldi gli alati amori — di novo e dolce foco e ’l primo Amante, e che il Costanzo presso il poeta filosofo Terenzio Mamiani dicea dell’amore: amore è cetra — Che d’alme corde ed infinite e sante — Leva eterna melode al primo Amante. E chi sappia d’eleganze toscane intende che mentre io tenga del mortale incarco vale: mentre io viva unito al corpo, ricordandosi del dantesco — per l’incarcoDella carne d’Adamo onde si veste — e ricordandosi pure che il del usano spesso i poeti nostri a significare come una parte d’un oggetto: Infondi in me di quel divino ardore (Guittone); E’ non par che tu sentissi mai di bene alcun (Cino); Mentre mia luce del mortale Avrà (Giusto de’ Conti). E chi s’intende di logica, vede subito che essendosi detto nel primo verso Questa angeletta mia senz’ala al fianco, nell’ultimo si viene a desiderare che le ale d’angelo non appariscano alla giovinetta, cioè che ella non passi a vita angelica, cioè che la poveretta non muoia. Intendete ora, mastro Tersite?

— Ben be’: queste le son sofisticherie, le quali non per tanto non impediscono che cotesto ultimo verso L’ale tue d’ôr non mettan fuor la punta, sia ridicolo, poeta Giosue.

— Tersite, questa volta tu se’ reo d’irriverenza a Terenzio Mamiani della Rovere; il quale scrisse: Oimè che la diadema èlle apparita — Oimè che l’ale han messo fuor la punta. — Giù in ginocchio, Tersite, e la corda al collo! come usavano i rei del medio evo quando chiedean perdonanza.

(Dal giornale La Lente, anno II, n. 35, 1º settembre 1857.)

Recensione della Rivista contemporanea
(Vol. XIII, anno VI, Fasc. del maggio 1858.)

Rime di Giosue Carducci. (San Miniato, Tip. Ristori, anno 1857.)

Da quelle care e sacre convalli ove la poesia d’Italia mise il primo vagito, e dove vivono e perenni si tramandano colle tele e coi marmi, e più ancora con la favella le memorie di sì grande infelice, si leva oggi il canto di ventenne poeta. — È preludio di gloria novella, e fra le codardie di un secolo audace e frale, testimonianza di vita, di speranza e d’amore. — Per esso il cielo natio non si coverse di boreali caligini: ma sordo ai clamori d’un volgo insano, tenne fede all’eredità del patrio senno, e senza rossore bevve all’immacolate sorgive della sapienza. — Così si rannodano in bella guisa entro i suoi carmi e le antiche memorie ed i fremiti della presente generazione, chè altrimenti la poesia anzichè ministra di conforti diverrebbe sterile e fatua fiammella che dileguasi senz’altro pel cielo. Quel mite popolo della Toscana serba ancora gl’influssi del genio pelasgico e armonizza in sommo grado la gentilezza jonia alla maestà delle genti doriche; ad esso prescrissero i cieli di custodire il palladio della favella, che in tanta ruina d’umani casi è pur largo compenso. — E ai vati poi sempre animati da un soffio fatidico fu dato destare le genti mal vive, agitando, come l’angelo sospirato dal paralitico, queste acque stagnanti. La malaugurata semenza dei miseri poeti è feconda in Italia; chè a pochi fu concesso discendere nei penetrali dell’anima, e a pochissimi destare i sopiti pensieri per levarli all’altezza di Dio. Corrono insensati la facil china dell’universale costume, e giovani, schivi d’ogni fatica, levano a cielo ciò che non intendono, predicando il concetto al di sopra della forma; e benchè quello a questa sovrasti, la favella ed il numero sono, a dir così, l’istrumento in cui l’idea si travasa; e se quello non è al tutto accomodato a riceverla e modularla, l’istessa idea può scemare di forza e sformarsi. — A Giosue Carducci non bastarono le nude forme, ma crebbero in lui inspiratrici di carmi due muse immortali, l’Amore e la Patria, s’intrecciarono insieme, conquistarono il giovinetto suo cuore, lasciando integra e robusta la fede degli avi suoi. — Nè i molli vagiti o i disperati lamenti approdarono a lui che, levato in più alta sfera, s’ispira ai canti di quel Grande che, provando breve e ristretta la cerchia di questo pianeta, non si disse pago sinchè non ebbe descritto a fondo l’intero universo. — A questo audace ingegno che riflette con Michelangelo la giovinezza della nazione, tien dietro il giovinetto vate, che nutrito alla divina scuola sente il soffio di Dante e la dolcezza di quel mesto poeta

Che Amore nudo in Grecia e nudo in Roma

D’un velo candidissimo adornando,

Rendea nel grembo a Venere Celeste,

Il libriccino che ti si raccomanda, o lettore, di sole 90 facciate, esce umile e schietto, schivo d’ogni orpello e liscio straniero, dai tipi Ristori in San Miniato. Gli splendono in fronte due nomi fra i più augusti del secolo, cioè quello dell’infelice Giordani, e dell’infelicissimo Leopardi. Ti si schierano poi innanzi 25 sonetti: ma non ti turbare, chè non sentono già il leppo della lucerna, nè la fiacca cascaggine de’ Petrarchisti, ma piuttosto un’aura foscoliana e il reciso verso d’Alfieri. La brevità della forma non lo costringe, non lo impaccia, come avviene ai mediocri, ma franco il pensiero discorre con meravigliosa serenità, limpido e puro, e con quell’unità di concetto che è tutta propria di siffatto genere di poetare. Due larve, anzi due furie, dice il poeta, fanno strazio di lui, l’amore della sua donna e quello ancor più fiero della sua patria; e benchè il disinganno lo vinca a quando a quando, pure sotto sì dura sferza non vengono meno, e l’uno e l’altro combattono a gara. — Nell’intitolarne uno a Pietro Metastasio, ei trova modo di rimbeccare il secolo sì proclive a mescolare il linguaggio dell’Evangelo al novellare dei trivi. L’anima del poeta si sdegna che la scena divenga scuola di vizii, poichè com’ei dice:

Scuola or la scena è d’ogni cosa ria,

Dove scherza il delitto e dove ardito

L’adulterio in gentil vista passeggia.

E a questi esempi il suo nome nodrito

Vuole, e te mastro di virtude obblia

Il secoletto vil che cristianeggia.

E bellissimi e degni d’esser qui ricordati sono quelli al Parini, al Niccolini e al Monti, che si dipartono dalla schiera volgare, come l’autore dai molli esempi e dai tristi. Questo a Terenzio Mamiani trascrivo intero:

Come basti virtù, perchè suprema

Ira e furor d’ingegni, e pellegrino

Regno più in fondo il nome italo prema,

A contrastare il fato in cor latino,

Ben mostri or tu, che, mentre ignuda e scema

D’ogni loda e bel pregio a reo cammino

Torce la gente, in su l’etade estrema

Sofo e vate d’Italia e cittadino

Vero pur sorgi, come a ’l secol bello

Quando a ’l valor natio spazio era dato

D’addimostrarsi in generosi esempi.

O d’antiqua virtude ultimo ostello

Petto roman, tu solo in contra il fato

Dura, e di te nostro difetto adempi.

E se volgiamo alla poesia gentile, come trovarne di più soave e al tempo stesso più calda d’affetto, più semplice e bella nel suo natio candore?

A questi dì pur io ti vidi. Uscia

A pena il fior di tua stagion novella;

E la persona pargoletta e bella

Era tutta d’amore un’armonia.

Vereconda sul labbro ti fioria

L’ingenua grazia e la gentil favella:

Come ride in serena onda una stella,

Ridea l’alma negli occhi e trasparia.

Tal io ti vidi. Or con disio supremo

Te per questo nefando aere smarrita

Pur cerco e invoco: e sol mi sento, e tremo;

Chè spento è al tutto ogni buon lume, e vita

Già m’abbandona, e son quasi all’estremo.

Luce degli anni miei, dove se’ gita?

Tale è la semplicità dell’affetto profondamente sentito, che non osi penetrare l’arcano di quell’anima afflitta, e pur ti attristi con lui. E quel fazzoletto che ispirò sì leggiadri versi e quella tomba d’amico ne’ verdi anni rapito alla speranza e all’affetto, e persino il sonetto che celebra il cavallo vincitore degli angli puledri sente a un tempo e le fragranze dei giardini d’Atene, e lo squillo de’ giochi elei. Ma qui s’apre più larga vena d’armonia ne’ canti, poichè il pensiero in più largo gira, e le forze del giovanile ingegno si rilevano nella loro maestà. Non è un fuor d’opera quella invocazione a Giacomo Leopardi, che parrebbe quasi redivivo nei forti e pensati carmi dell’ausonio Carducci; e questo non è plagio di penna venduta o dolce inganno d’amichevole affetto, ma spontaneo grido di fratelli lontani che salutano in lui una gloria novella ed un vate degno della sua patria, conscio de’ suoi dolori. A cui fu largito intelletto di bellezze poetiche e che non fu guasto dall’alito delle nordiche muse, questi canti sembreranno un prezioso gioiello, e forse più che un preludio un nobile esempio alla schiera de’ giovani studiosi. Alcuno arriccierà il naso all’uso frequente degli Dei della favola, che raffreddano per così dire il pensiero trasportandolo nella regione de’ sogni; noi crediamo scusarlo col confronto d’altre inarrivabili bellezze e coll’esempio de’ più venerati maestri. E se a me non fosse conteso di penetrare nel segreto di tante bellezze che l’arte asconde ai profani, forse le piccole mende di voci antiquate e di quasi oscurità nel periodo di leggieri scomparirebbero. Dirò come ognuna di queste canzoni senta il greco pennello, e come la bellezza vi si diffonde più grata vedendo che l’arte ministra del colorito vi appresta le forme senza imprigionarne e tormentarne il pensiero. E mentre a danno del pensiero stesso la forma è presso i moderni o negletta o straniera, per esso invece, come avviene dei sommi, il pensiero signoreggia sempre senza danno di quella. Si provò anzi, per quella simpatia de’ Latini e dei Greci che in lui è grandissima, a rinnovare, come il Gargallo e il Labindo, e costringere in saffici e asclepiadei idee nostrane e casalinghe. Lascio ad altri il pronunziare se raggiunse la meta, e se difatto convengano a’ nostri pensieri le forme del Lazio, poichè a me sembra una mostra d’ingegno anzichè un ritmo ben acconcio alla armonia della favella nostra. Spezzato ad ogni tratto e quasi sminuzzato, la maestà di questa lingua se ne offende, come quella di Bernardo Davanzati nella traduzione di Tacito. Nè qui mi allungo per non ritardarne l’assaggio. Prescelgo fra tutte quella canzone che intitola — Dante — dalla quale vorrei estrarre sol qualche brano, ma lo faccio a malincuore, perocchè degna d’esser copiata le mille volte, sebbene, com’ei confessa, fosse questo il primo cimento, la prima nota della sua lira:

Ma questa umile aiola

Ove si piange e s’odia,

E questo eterno inganno, e questa vana

Ombra ch’à nome vita ed è sì bassa

T’era in dispetto. Poi che il sacro verso

A tutto l’universo

Descrisse fondo e ’l buon sofo gentile

Te mise dentro a le secrete cose,

Veder volesti come l’angiol vede

Colà dove non è di nebbia velo,

Amar volesti come s’ama in cielo.

Su per le vie d’amore

Quest’umil creatura

Risospingendo innanzi al creatore,

Quetar volesti in quell’eterno vero

Che il grand’amor ti dette e ’l gran pensiero.

Cesse Virgilio in faccia

A tanta luce: e tu, deserto e solo

Spirito uman, per entro il gran disio

Sommerso vaneggiavi, e dubitando

Duolo e disdegno avei di te sì forte

E tanto amaro che nulla è più morte.

Tu disperavi: quando

Su l’angeliche penne

Al tuo dolor sovvenne

Quella ch’è amore e visïone e luce

Fra l’intelletto e ’l vero:

Nomarla a me lingua mortal non lice:

Tu la dicesti, amando, Beatrice.

Così di sfera in sfera

Tutto era melodia quello che udivi,

Tutto quel che vedevi ardore e luce,

E tutti quanti erano amore i sensi,

E lo spirto ed il verso un’armonia

Simile a quella che là su s’india.

Deh, qual parveti allora

Quest’umil patria, e qual de le partite

Città la lite, ahi come quella eterna

Che sempre trista fa la valle inferna....

E qui tralascio perocchè mi converrebbe trascriverla intera, anzi trascrivere l’intero volume, che merita altri elogi e più nobile encomiatore. Mirabile è pure la gentile ballata che rammenta le schiette e semplici rime de’ primitivi poeti toscani, del Cavalcanti, del Frescobaldi, che, lungamente e con grande amore studiati, derivarono nelle sue rime quella purezza inarrivabile che vi intraluce. Poi nel canto degli Italiani così esclama:

O di cuor peregrina e di favella

E di vesti e di vizii o in odio a’ numi

E agli avi ed a la patria, or che presumi,

Stirpe rubella?

Sgombra di te la sacra terra: o in fondo

Giaci da secolar morbo disfatta;

E i vanti posa, e la superbia matta,

Favola a ’l mondo.

Chè non per cifre e teoremi acuti

D’economista la civile arride

Felicitate, nè la via divide

De’ vizii arguti:

Nè di vigore un secol guasto allieta

Sillogismo di tumida sofia,

Non clamor di tribuni, e non follia

D’ebro poeta.

Quando virtude con fuggenti piume[87]

Sprezza la terra e chiede altro sentiero,

L’ardor del buono e lo splendor del vero

Rado s’alluma.

Inerte il cuor gli spirti suoi più belli

Ammorza, e stagna torbida la mente:

Speme si vela, e disdegnosamente

Guarda gli avelli.

Vinci l’errore; e a’ veri lumi tuoi

Mira, o dispersa italica famiglia:

Levati, e nuova il buon cammin ripiglia

De’ vecchi eroi.

Così il poeta ripiglia veramente il cammino de’ buoni, e uscendo solingo dalla turba, mira a quell’uniche stelle della Virtù e della Fede, le sole che fanno capaci i popoli di rifarsi come la fenice, perchè, come disse un arguto scrittore, quando la servitù entra per la porta di settentrione in una città, è segno evidente che la virtù è già uscita per la porta di mezzogiorno. Ed è quindi gran lode per lui che, mentre tutto declina a pravo costume, sappia durare co’ pochi nell’operosa virtù e nella carità della patria saldo fra gli ozi codardi e la pressura dei forti e lo scherno dei vili, vincendo ogni prova nella fede d’un tempo migliore.

Il Momo, riproducendo questo articolo nel suo n. 26 (anno I, 1º luglio 1858), vi premetteva un cappello, nel quale, fra le altre cose era detto:

È notabile che come ora è stato primo a parlare con lode delle Rime del Carducci un giornale torinese, fu pure un giornale torinese (la Rivista enciclopedica italiana) che primo, e solo, lodò il Carducci degli Studi di filologia e lingua latina da lui stampati nell’Appendice alle Letture di famiglia. I quali Studi perchè qua in Toscana passarono, come al solito ogni buona cosa, inosservati; ci piace ripetere qui le parole di quel giornale, molto onorevoli al Carducci, che sono nella dispensa dell’ottobre 1855:

«Non possiamo a meno che lodare di bel nuovo il pregiato lavoro del signor Carducci sulla lingua e letteratura latina, il quale non si restringe solamente ad una interpretazione del testo delle Georgiche, ma spazia altresì pei campi della storia e della linguistica, e procede per via di confronti letterari tra gli autori greci e latini a svelarci i tempi di Virgilio ed i più reconditi pensieri di lui. Onde noi non abbiamo difficoltà nell’affermare che il signor Carducci farà opera che potrà stare a paro di quella dell’Heine e di altre di dottissimi critici che hanno illustrato i nostri classici antichi. Continui pertanto il Carducci nel lodevole divisamento, che sarà per riportarne utile e vanto a sè medesimo e alla patria nostra.»


Due sonetti satirici contro il Carducci.

Riferiamo anche, come documenti delle guerre letterarie del Fanfani e del Passatempo contro il Carducci e gli Amici pedanti, i due sonetti citati a pag. 96 e 98. Il primo, del Fanfani, è inedito; l’altro, del Fantacci, fu, come dissi, pubblicato nel Passatempo.

O Giosuè poeta, chiaro lume

Di Fiorenza e d’Italia, il tuo Fanfani

Vorria baciarti quelle santi mani

Che dettarono il nobile volume.

Ma d’Apollo incremento, sulle piume

Di gloria t’ergi, e a noi miseri, insani,

Facendo bocchi, in Pindo ti rimani

Tutto cambiato dall’uman costume.

Proteggitore almen resta indigete

De’ tuoi pedanti alle tue voglie pronti,

E sazia lor la poetica sete.

Spira i fantasmi spesso, e se da’ monti

Sorge la luna, dille che in sua quiete

Imago renda entro laghetti e fonti,

E con loro si acconti;

Che se a te l’ali han messo fuor la punta,

Almeno lei non sia da lor disgiunta.

Se poi nella sua giunta

Desio per donna incende i tuoi clienti,

Fa’ che dal luogo ove tu ti contenti,

Tra soavi concenti

Scenda un’altiera giovinetta bella

Che di beltate sia propria angiolella.

E non bastando quella,

Venga insieme con lei la verginetta

Che pur lamenta in quella ballatetta.

Venga, venga, l’aspetta

Il gener tuo negli omeri addensato;

Gli è ciò nei voti; ma se gli è negato,

Irrompe nel vietato,

E l’aer livida, a man di quei suggetti,

Strider potria divisa da’ moschetti;

I domestici tetti

D’ampia clade incestarvi e in sè rubelli

Duellare ad uccidersi i fratelli.

Pietade in te favelli,

I tuoi fantasmi lucidi invia loro,

E ad essi fiorirà l’età dell’oro.

Di vil patria a disdoro

Ricorda che balzò con franco volo

Di Flora il tempio, al mondo unico e solo,

Sull’attonito suolo:

Rinfaccia a’ vili le rigide torri

Che di lusso vestironsi; soccorri

Deh per pietà soccorri

All’arte putta, straccia il culto osceno,

E al desio del raro in questo ameno

Italico terreno

Accendi i cuor disfatti, e sii tu guida

A lei cui premon già l’ultime strida.

Non odi come grida?

È la tua patria che da te conforto

Dopo Dio spera, e che l’adduca in porto,

Saggio nocchiero e accorto.

Candidi soli e riso di tramonti

Pur rivedrà, alte terrà le fronti,

Se in suo servigio pronti,

Tu suo duce, tu figlio suo diletto,

Tu ingegno divo altero integro eretto.

Nemmen ti sia in dispetto

Volger pietoso uno sguardo a colui

Che ripassa sì bene i versi tui

E fe’ stringerti in hui

Per duol la bocca, chè nol fe’ per male,

Ma per metterti in zucca un po’ di sale.

Se la scusa gli vale,

Si scusa a te: tu dunque gli perdona,

Ad esso il bacio d’amicizia dona,

Ed ei che non minchiona,

Ei della gloria in la magione eterna

Ti farà scorta con la sua Lanterna.

Il Trionfo di Farfanicchio arcipoeta, o del Gigante da Cigoli che abbacchiava i ceci con le pertiche. — Diceria in versi d’un poeta che non è poeta.

Faccian festa per oggi i Fiorentini

Ed escan per le piazze a processione;

Su per i tetti montin le persone,

S’aggrappino agli arpioni i birichini.

Di festoni, d’arazzi e di setini

S’adorni ogni finestra, ogni balcone;

E suonin pur senza discrezïone

Campane, campanacci e campanini.

Largo al re de’ pedanti; in sua fidanza

Ecco ch’ei se ne vien, gonfiando in via

Sì che pare in persona la burbanza.

Se nol vedete non è colpa mia

Chè più di quattro spanne non avanza

Sebben si creda somigliar Golia.

Ciascuno, in cortesia,

Gli faccia di berretta, quando passa,

E stiasi per rispetto a testa bassa,

Ch’egli è quel tal che abbassa

La gloria de’ poeti laureati

E sconfonde e flagella i letterati

Viventi e trapassati.

Il sol suo nome al povero Manzoni

Fa per paura venire i bordoni

E la fa ne’ calzoni.

Se volge un’occhiataccia al Tommaseo

Lo fa proprio restar come un babbeo

E diventa un pigmeo.

Nulla dirò del Grossi e del Cantù

Che omai di questi non si fiata più

Da che lor boia ei fu.

E sua mercè vedrem ch’anco il Guerrazzi

Presto sarà, come interviene ai pazzi,

Ludibrio de’ ragazzi.

Basta ch’ei levi la tremenda voce,

Si fa ciascuno il segno della croce

E via fugge veloce,

Sì forte te lo acchiappa la paura

D’aver da lui qualche bastonatura

Anzi pur la tortura!

Quando ha la penna in man, Gesummaria!

Gli par la lancia aver dell’Argalia;

Sì che ognun scappa via,

Perchè con quell’arnese onnipotente

Tutto rompe e sbaraglia come niente.

Di grazia, o buona gente,

Fatevi avanti e squadratelo bene

Da capo a’ piedi e poi da petto a rene;

Eccolo ch’ei ne viene,

Guardate se non par quel da Gubbiano

«Che estinse il Gallo e seppellì il Germano.»

Corpo di Tamerlano!

Egli è da suoi pedanti circondato

Torvo ha lo sguardo e il crine rabbuffato:

Ha un calzon rovesciato,

Un cappellaccio sulle ventitrè,

Ed un vestito che chiede mercè;

Ohïmè! Ohïmè!

S’egli ti mette addosso l’occhio torto

Tu puo’ far conto d’esser bell’e morto,

Ed ogni priego è corto.

Ve’ se non par ch’e’ dica: «Olà perdio!

Non abbiate paura, son qua io

»Per far pagare il fio....

Qualvolta alcuno osasse d’aprir bocca

Entro in valigia.... e allor bazza a chi tocca,

»La mia saetta scocca;

Se mi monta la bizza di far carne

A chi voglio prometterne, a chi darne,

»Tagliarne ed affettarne....»

(Metaforicamente, ci s’intende).

Or dite un po’, con lui chi ci contende?

Tante cose stupende

Gli stanno così fitte nel cervello

Come le acciughe dentro un caratello;

Ci ha tutto il buono e il bello,

Sì vasta e peregrina erudizione,

Che ne restan di sasso le persone;

Ci ha Omero, Cicerone,

Aristotele, Seneca e Longino,

Virgilio, Quintiliano e il Venosino;

Tutto il greco e il latino,

Il succo dei più celebri scrittori

Filosofi, poeti e prosatori.

Che odori! che sapori!

Ci ha insomma d’ogni cosa un precipizio;

Però, se debbo dirla, ho grave indizio

Che ci manchi il «Giudizio»;

Il qual dicono (oh caso singolare!)

Che per quanto si sia dato da fare

Non c’è potuto entrare.

Del resto poi tutto vi sta a dovere

E la bottega par d’un rigattiere,

Dove ognun può vedere

La roba vecchia insieme con la nuova.

Armi, cenci, orinal, granate e uova.

In quel cervel si trova

Anco la polla della presunzione,

Dell’arroganza e dell’indiscrezione.

Son pur d’opinïone

Che ci abbia il seme dell’impertinenza,

Della spavalderia, dell’insolenza.

Cattedra d’eloquenza

Avrà, cred’io, e allievi ne verranno

Che come i can mastini abbaieranno,

Ringhieran, morderanno.

Che il ciel ne scampi i poveri cristiani

Da sì fatta rettorica da cani!

Perder vorrei le mani

Se a dargli, come dicon, dello spago

Non doventa col tempo antropofàgo,

O, dirò meglio, un drago,

Che sarà poi (se pur non piglio errore)

Del regno delle lettere il terrore.

Facciasi dunque onore

Al nostro Farfanicchio arcipoeta

Più chiaro ancora del maggior pianeta;

E come a propria meta

Trionfalmente ne venga portato

Nel bel mezzo di piazza del mercato

E quivi, coronato,

Facciangli intorno i beceri gran festa,

E d’urli e fischi in mezzo a una tempesta

Cantino le sue gesta

Col ritornel, che assai gli piacerà,

Del Nani, Nani, Nani, qua qua qua,

Che tanto ben ci sta;

E a così lieti, becereschi canti

Rispondan Nani Nani anco i pedanti.

Io poi mi farò avanti

E dirò a Farfanicchio in sul mostaccio:

«Bada! ci ho in corpo un altro sonettaccio;

»E s’io non te lo faccio

Con una coda più lunga di questa

Mozzo mi sia.... volevo dir la testa.»

Articolo del Carducci sul Trionfo della Croce.

Riportiamo finalmente dal n. 23 del Momo (anno I, 10 giugno 1858) l’articolo del Carducci sul Trionfo della Croce del Del Lungo, che diede occasione all’ultima polemica del Carducci stesso col Passatempo.

Il «Trionfo della Croce» dì Isidoro Del Lungo.

È una canzone di metro toscano; fatta da un giovinetto di diciassette anni. Delle idee svolte liricamente questo è il nesso. — St. I e II. Dopo la redenzione, a Dio che preparava una civiltà nuova agli uomini rigenerati dalla nuova fede, piacque di porre il principio e la sede di questa fede e civiltà nella terra d’Italia; non sì però (st. III) che la religione di Cristo non diffondesse la sua luce pur sul resto del mondo e non si facesse ispiratrice di pensieri forti e atti magnanimi a tutte le genti. Da questo cominciamento convenientissimo a poeta italiano e ben legato col resto dalla opportuna transizione della st. III, passa il giovinetto scrittore a mostrare (nelle st. IV e V) la diversità filosofica delle due credenze, etnica e cristiana; accennando il prevalere di quest’ultima per la speranza che divinamente infonde nelle anime combattute dalla trista verità della vita (st. V) e per la forte volontà che mette nei suoi credenti (st. VI, primi 7 versi). — Ma la religione di Cristo è anche oppugnatrice della prepotenza e confortatrice a forti fatti: in prova di che si ricordano le crociate (st. VI, ultimi 4 versi, e st. VII). — Quindi, come ispirati dal pensiero medesimo, che armò le crociate alla diffusione della fede, si rammentano l’italiano cantore di esse (st. VIII), l’italiano navigatore che primo piantò la croce su le terre scoperte dall’ardir suo (st. IX): e si chiude la canzone colla diffusione trionfale della religione cristiana nel nuovo mondo (st. X). E il Tasso e il Colombo, confortato e rianimato il primo nei dolori ineffabili dai sentimenti religiosi, armato il secondo di meravigliosa fortezza cristiana contro le avversità, a me paiono convenientemente introdotti, ad esempio del doppio effetto che il poeta nella st. VI e VII ha detto esercitare la religione cristiana su le anime credenti.

Tutto ciò è versificato in X stanze di bella poesia, dove i concetti e le imagini sono non diffusi (come si suole da giovani e in questi tempi) ma acconciamente raccolti e quasi condensati con arte severa che mostra nel giovinetto assai potenza di stile: e il verso è armoniosamente variato negli accenti e nelle pose, e con regolarità non servile intrecciato e interrotto: e lo stile è temperato ne’ classici latini con accorta mistura di alcuna soavità toscana, come specialmente insegnarono fare Foscolo e Leopardi. Non sì però che alcun che d’eterogeneo non ci si senta talvolta, e che tu non urti in qualche forma antilogica: il che è da perdonare all’età acerbissima. Accenno quel che a me pare difetto. St. I.... redenta dal peccato antico Tornò libera e sciolta Agli amplessi di Dio l’umana polve: l’umana polve no, pare a me; l’anima umana: nè della polve potrai dire che sia redenta cioè ricomperata dal peccato, e nè meno che ella divenga libera e sciolta; che anzi ella importa sempre servitù e cattività alle anime degli uomini. — St. II.... Esulta De’ tuoi martiri il frale entro la tomba. Frale si dirà del corpo finchè retto dalla vita può esser franto; quando è nella tomba è già franto; dunque non può esser più frale, sibbene spoglia. Nè frale (da frango) sta bene con esulta (da ex-sultare): anche le parole prese di per sè hanno una cotal logica; che gli scrittori primitivi (per così dire) intuiscono, i secondarii devono studiare nelle etimologie, nelle analogie, nelle derivazioni e nelle mutazioni stesse del significato elementare. — St. II. E all’orgoglio mortal di nuovo insulta L’aquila del Tarpeo fatta colomba. Le metamorfosi lasciamole a Ovidio: a me questa imagine non va, perchè non sorge dal vero. Di più, tanto è che si parla d’aquile romane o di colombe cristiane che ormai le son frasi d’Arcadia anche queste. — Nella st. IV si dice: Per te del mortal velo il greve incarco Con pronta ala s’inalzi Spregiando il fango vile a miglior parte. Pare a me che dare ali e volo a un greve incarco, non sia bello: più questo greve incarco del mortal velo, che è il corpo, deve, spregiando il fango vile, cioè la materia e ciò che a la materia aderisce, inalzarsi a parte migliore. Ora cotesto inalzarsi pur con il corpo non avvenne mai, ch’io creda, se non a que’ buoni servi di Dio che poterono godere le estasi beate: nè il giovinetto autore certo vorrà che tutti i cristiani debbano riuscire cotanto estatici. — Nella st. VII havvi certa ira di Numi un po’ troppo pagana, dove si parla di crociate: come pure nella IX, dopo aver domandato se la prova del mortale viaggio è più dura a’ generosi per decreto celeste, segue a dire il poeta: o con superba Voglia saetta il fato Più altamente le più alte teste: il qual fato qui è proprio il fato pagano di Omero e di Eschilo, e contrasta troppo manifestamente col decreto celeste che è tutto cristiano. — Nella st. VIII dicesi: Poi ch’a’ flutti del tuo mare si sposi L’armonia di Torquato. Che vuol dire un’armonia la quale promette sè (sposare da spondeo sponsum) ai flutti? La maniera latina, maritare l’armonia ai versi, ai numeri, alle corde, sebbene arditissima la intendo (armonia vale congiungimento e connessione di più in uno): lo sposarsi dell’armonia ai flutti, no: ed è, o a me pare, maniera non vera, che mal si accorda con altri modi belli e potenti di questa poesia; senza però ch’io creda col Passatempo «pazzamente romantiche» le altre imagini a cui questa frase si collega. Al qual Passatempo non saprei compatire la maraviglia, che significata da tre punti ammirativi egli mostra a questi versi.... Oh non al pio Cantor doveano OSTELLO Esser le sale dei potenti e gli auri...; se non ripensando a quella sentenza del Metastasio: la meraviglia dell’ignoranza è figlia. S’io avessi a trattar con persone che niente niente sapessero di grammatica, potrei dir loro che la locuzione le sale de’ potenti e gli auri viene a dir le aurate sale de’ potenti: e ciò per una certa figura che si chiama endiadis, per la quale Virgilio disse Pateris libamus et auro e Lucano con modo similissimo a quello del signor Del Lungo Non auro tectisve modus. Ma perchè di grammatica non sa niente certo chi scrive cæteribusque, e chi scrive cæteribusque è il Passatempo, comecchè e’ faccia il rigattiere di critica e se l’allacci e vada per la maggiore tra’ giornali di Firenze, io voglio ch’egli mi perdoni questa digressioncella sull’endiadis che lui non tocca. Tornando al signor Del Lungo, direi che nella canzone di lui sarebbero da notare lo scadere degli ultimi quattro versi in certe stanze, e la soverchia predilezione ch’egli mostra d’avere per gli infiniti aggruppati al modo latino; se non fosse ormai il tempo di riportare certi luoghi della canzone che a noi paiono di bellezza franca e sicura, perchè i leggitori ne giudichino di per sè.

Parla della Fede stabilita in Italia come in sua propria sede:

E te, candida dea, giova il sorriso

De l’italico sole,

E dal tirreno mar sorger la luna

E cader d’Appennino

Le grandi ombre notturne; onde le stole,

I labari di Cristo, la fortuna

De le chiavi celesti al tiberino

Lito commetti. . . . . . . . .

Confronta le due credenze:

Tempo fu già che di graditi errori

A l’intelletto un velo

Fecero i sensi; onde i bugiardi Dei,

Cura amabil de’ vati,

Tenner l’Olimpo, e la quadriga in cielo

Febo guidò: ne’ graziosi e bei

Fantasmi il viver nostro e ne’ dorati

Sogni fuggia; nè il vuoto

Delle cose mortai, nè ’l desir folle,

E le vane speranze e il fine ignoto,

Timido del dolor, ricercar volle.

Tu che del vero inesorato ai danni

In arcana alleanza

Le gioie unisci onde beltà s’india,

Ch’al dolore e a la morte

Insegni la preghiera e la speranza,

O Santa Fe’, la stolta codardia

Vinci. . . . . . . . . . .

Parla delle Crociate:

Vedrai raccolte per lo immenso piano

Sotto i vessilli tuoi

Cento ondeggiare e cento aste di guerra,

E converso in acciaro

Il pastoral degl’infulati eroi,

E riversarse una nell’altra terra

A far parere il gran possesso amaro.

Ahi quanta ira di Numi

A l’Orïente! e gemer per la muta

Notte di moribondi! e quale a’ fiumi

Di barbarico sangue onda cresciuta.

Parla del Colombo e dell’America convertita al Cristianesimo:

Forse è la prova del mortal viaggio

Per decreto celeste

Più dura ai generosi? o con superba

Voglia saetta il fato

Più altamente le più alte teste?

O Ligure nocchier, non da l’acerba

Fortuna a te fu schermo il disfidato

Furor de l’oceano,

E superar degli uomini la guerra

E de le cose, e con ardita mano

Fra ’l cielo e’ flutti ricercar la terra.

Ma su la prora fortunosa i santi

Vessilli ergea la Fede,

Ed era stella per cotanto mare.

Oh del culto verace

Lume novello! ecco da l’erma sede

Inusitate preci, e sorger are

E stringer patti ed annunziar la pace.

Queste cose erano state pensate e in parte scritte prima che il Passatempo tanto rabbiosamente latrasse contro lo scrittor giovinetto. Il quale latrato però non mi spaventa così ch’io non voglia dire il parer mio al signor Del Lungo: Giovini che a diciassette anni ritrovino e dispongano così bellamente la materia poetica, e le imagini contemperino ai sentimenti, e alle une e agli altri lo stile, e questo con tanta accorta parsimonia condensino, pare a me che per lo più sieno rari: massime oggi. Ho veduto altra vostra canzone; nella quale più sparpagliate le imagini, più rumoroso il sentimento, più misto e incerto lo stile: da quella a questa è un progresso. Non sì però che nella fusione meccanica del vostro stile non si scorgano come a righe ed a strati i metalli diversi (nè tutti buoni) dei quali lo componete. Or su: via alcuno di cotesti metalli: del resto fate sì che la fusione vi riesca compatta ed unita: chè, volendo, potrete. Come io credo non vi facessero esaltar su voi stesso gli encomi dell’Arte, così spero che il maledire del Passatempo a voi giovinetto non vi farà nel giudizio vostro rimpicciolir di soverchio. E come io m’indovino che voi pur imberbe potreste insegnare a molti in materia di stile (a me primo); così vi prego quello che ho creduto dire sul fatto vostro a non tenerlo in conto di ammaestramento. No, no, di grazia, che io non voglio fare il maestro a persona. Sì piuttosto accettatelo, se vi piace, come parere di tale che non vi conosce pur di vista, e che veduta la vostra canzone volle dirvi quello che in essa gli aggrada e quello che no: e forse vede male. Al Passatempo parecchie cose direi, se non me ne distornasse il ripensare la dura cervice di cotesto quid simile d’animale anfibio. Mi starò contento a dimandargli questo: Parrebbevi giusto, signor Passatempo, che un villanzone tarchiato, il quale altro non sa che sarchiare le orticacce e le malve, pigliasse a pugni e pedate un ragazzino perla sola ragione che quel ragazzino coltiva perbenino un suo giardinetto? certo direte che no. Anche: con che faccia osate voi sotto la sicurtà dell’anonimo svillaneggiare N. F. Pelosini, il quale vilmente provocato risponde a un anonimo insultatore, ed è pur tanto gentile che non istrappa la maschera dal viso a costui; quando voi nè pur nominato in bene nè in male buttate una manata d’impertinenze a un D. A. B.; il quale, poniamo che nelle lodi eccedesse, poniamo che certi pensieri caricasse un po’ troppo, pur non disse tutto affatto affatto malissimo? O chi siete voi che ad una persona, la quale prende sopra di sè la responsabilità di quello che dice e si firma, togliete il diritto della difesa; e per voi fate un diritto dell’aggressione anonima?


Rettifica ad una Nota alle Poesie del Carducci. ([Pag. 96.])

In una nota al volume delle Poesie (Bologna, Zanichelli, 1902), pag. 259, il Carducci dice che il sonetto Sur un canonico che lesse un discorso di pedagogia, fu stampato la prima volta nel giornale Il Momo di Firenze con innanzi una letterina, ch’egli riporta nella nota stessa. La memoria ingannò il poeta. Letterina e sonetto dovevano essere veramente pubblicati nel Momo, ma (non ricordo per quale ragione) non furono: furono invece stampati soltanto il 18 agosto 1872 nel giornale Il Mare di Livorno (n. 13). Il discorso di pedagogia che diede occasione al sonetto, fu letto dal canonico Enrico Bindi in una radunanza dell’Ateneo tenuta al Palazzo Riccardi a Firenze.


Notizia intorno agli scritti del Padre Francesco Donati. ([Pag. 112.])

Pubblicai nelle Note al Cap. III la canzone inedita del Donati per il busto del Parini scolpito da Enrico Pazzi. Era mio intendimento di dare qui una notizia compiuta degli scritti di lui editi e inediti, in verso e in prosa: ma essendomi stato impossibile raccogliere altri documenti oltre i pochi che conservo fra le mie carte, debbo limitare a questi la notizia, che, non saprei dire di quanto, ma sarà certo incompiuta.

Il Saggio di un Glossario etimologico della Versilia fu pubblicato nei fascicoli 3º e 4º del Poliziano (Firenze, Cellini, 1859); il Discorso Della poesia popolare scritta nei numeri 13 e 14, anno I, delle Veglie letterarie (Firenze, Tipografia Spiombi, 1862); il libretto Della maniera d’interpetrare le pitture nei vasi fittili antichi fu pubblicato in Firenze dalla Tipografia Calasanziana nel 1861, e ne fece una recensione il Carducci nel giornale La Nazione di Firenze, la quale è ristampata nel vol. V delle Opere a pag. 29 e seg.

Oltre questi lavori, io posseggo copia dei seguenti scritti a stampa del Donati:

Alla Vergine del Soccorso, Versi; Firenze, coi tipi Calasanziani, 1855 (sono una Canzone e una Ballata, L’Orfanella);

Notizie storiche della Madonna del Soccorso e della sua cappella; Massa, pei Frediani tipografi ducali, 1858;

Alla Madonna del Soccorso, Canzone e Stanze (dieci ottave), in un libretto di poesie pubblicato a Massa per la incoronazione di essa Madonna a Serravezza nel 1858;

Sonetto per la commemorazione di Gesù morto, dedicato ai venerabili confratelli della Misericordia in Serravezza; Firenze, Tipografia Calasanziana, 1861;

In lode di Cosimo Mariani, parole del suo confratello Francesco Donati D. S. P.; Siena, Tipografia dei Sordo-muti, 1864.

Nel 1865 il Donati collaborò alla Rivista italiana, e nel 1866 all’Ateneo, diretti da me, mandando all’una e all’altro articoli, note e recensioni di filologia italiana.

Io conservo di lui manoscritte una diecina di poesie, quasi tutte inedite, la maggior parte ballate. Credo che il Carducci alludesse anche al Donati, quando a proposito di una ballata di Guido Mazzoni, scrisse: «La vecchia ballata endecasillaba di Franco Sacchetti e d’Angelo Poliziano la rinnovò con garbo un po’ arcaico Terenzio Mamiani; la mantrugiò con diversa gaglioffaggine certa buona gente (c’ero anch’io) fra il ’50 e il ’60 o giù di lì.» Allora tanto il Carducci quanto il Donati, nella loro ammirazione per la ingenua semplicità e grazia degli antichi rimatori toscani, credevano possibile rinnovare, imitando, quelle forme, senza pensare che l’imitazione è artifizio, e che l’artifizio è precisamente l’opposto della semplicità e della grazia.


Lettere di Terenzio Mamiani a Giosue Carducci e del Carducci al Mamiani.[88] ([Pag. 132.])

Chiarissimo Signore,

Torino, li 4 di marzo 1860.

La fortuna togliemi per il presente di poterle offerire una cattedra d’eloquenza italiana in qualche Università, come porterebbe il suo merito; poichè in Torino è occupata, in Milano leggerà l’insigne letterato Aleardo Aleardi, in Genova non si pensa per ora di riaprirla, e debbe cessare a Pavia. Di Bologna non so, e quando facciasi l’annessione e quivi sia vacante quella cattedra, volentieri ci vedrei salire il mio signor Carducci, posto che la gradisse. Intanto io non voglio tacere che nel prossimo ordinamento de’ nostri licei, se Ella accettasse d’insegnare rettorica qui in Torino o in Milano, io me le crederei obbligato e ciò le sarebbe ottimo avviamento a salire più alto fra poco tempo. Consideri con agio la mia proposta e sappia che i nuovi licei debbono essere condotti a molto maggior dignità di prima e secondo la nuova legge anche gli emolumenti sono aumentati non poco. — Ad ogni modo, s’Ella non è contenta della presente sua sorte, ed io rimango Consigliere della Corona, mi sforzerò di mostrarle la stima e l’amore in che la tengo.

La prego di non intermettere i suoi studj e nudra la giovine mente di forte e profondo sapere con la storia, la filosofia, la meditazione e qualche scienza positiva.

Scusi ad un vecchio la mezza temerità di farmi consigliere non domandato e forse non opportuno. Mi voglia bene.

Suo devotissimo
Terenzio Mamiani.

Illustre e venerato Signore,

Pistoia, 21 marzo 1860.

Mal potrei significarle a parole gli affetti che in me suscitò l’ultima lettera di che Ella volle onorarmi: tengo miglior partito il tacere, sicuro che lo spirito gentile di Terenzio Mamiani, che di tanta generosità è capace, intenda meglio che qualunque profusione di parole, il mio silenzio.

Maturata la generosa proposizione dell’E. V., credo che a me, il quale devo provvedere al sostentamento d’una famiglia, non sarebbe per gl’interessi domestici utilissimo il trasferirmi in Piemonte o in Lombardia, dov’è più caro il vivere che non nella nostra Toscana: tanto più che l’officio affidatomi dal Governo provinciale è, secondo l’ultima legge, remunerato di tale stipendio che può bastare a chi si contenti del poco. Ma quando l’E. V. mi reputi idoneo a professare eloquenza o letteratura italiana in alcuna Università del Regno, e le si offra il destro di collocarmivi; io son disposto di accettare, sia nelle vecchie o nelle nuove provincie, con tutta la volontà e con gratitudine eterna, tanto di me proprio quanto della mia famiglia, verso l’uomo illustre che oramai riguardo come mio benefattore.

Accetti, illustre signor conte, i miei vivissimi ringraziamenti a’ suoi saggi consigli, de’ quali faccio tesoro, e l’espressione della mia venerazione e, se me lo permette, dell’amor mio: e dove, così piccolo come sono, potessi servirla, mi tenga per cosa tutta sua.

Ossequiosissimo e obbligatissimo
Giosue Carducci.

Illustre e venerato Signore,

Pistoia, 11 agosto 1860.

Le condizioni della mia famiglia non mi permisero, quel che io pur desideravo, accettare l’onorevole offerta che la S. V. si compiacque farmi nel marzo decorso. Ora mi si presenta occasione, in che il valido patrocinio di Lei può volgere in meglio le mie sorti: ed io, tutto fidente nella benevolenza da Lei tanto benignamente dimostratami, non mi risto dall’invocarlo.

Vaca nel Liceo di Firenze, per morte del prof. titolare di corto avvenuta, l’insegnamento della lingua e letteratura greca: a me, e per gli studi e per gli interessi miei, sarebbe utile tornarmene in quella città, dove anche ho congiunti ed amici, e dallo attendere a curare alcune edizioni ricevo aiuti a sostener la famiglia; dove in fine ho tutto che fa cara la vita e in che può meno inutilmente spendere la gioventù chi non potè darla fra le armi alla patria. Per che ho fatto dimanda al Direttore della Istruzione pubblica, che voglia trasferirmi a quell’insegnamento: nè sarebbe gran promozione, fra lo stipendio che ricevo ora e quello che è annesso alla cattedra vacante correndo divario di sole 200 lire italiane. Quando Ella volesse scrivere in mio favore al Governatore generale della Toscana o al Direttore dell’Istruzione pubblica, o tenere altro modo che più le paresse opportuno, son certo che quei signori inchinerebbero facilmente all’autorità di Lei e seconderebbero i suoi consigli, e in me ne crescerebbe, se fosse possibile, gratitudine ed amore al conte Mamiani.

Anche, veda e perdoni la confidenza originata in me dalla sua cortesia, anche oso raccomandarle un amico mio, giovine di ottimi studi, Giulio Cavaciocchi. Questi, impiegato nel Ministero della Guerra, domanderebbe esser trasferito al Ministero della Istruzione pubblica, in officio consimile a quel che tiene ora: e credo in verità che i suoi studii e la educazione e l’indole lo facciano più acconcio ad essere impiegato nel Ministero della Istruzione che non in quello della Guerra. Egli avrà fatto o farà pratiche a ciò, o in Torino dove dee in breve trasferirsi, o in Firenze. Quando la S. V. Ill. ma volesse adoperarsi a pro di lui, e consolerebbe me del sapere adempiti i voti dell’amico, e l’amico mio si reputerebbe a ventura il poter esser grato a un uomo il quale da lungo tempo egli venera.

Dalla cortesia della S. V. spero perdono alla mia soverchia confidenza, e godo nel confermarmi novamente con affettuosa riverenza

suo obbl.mo e dev.mo
Giosue Carducci.

Mio caro Signore,

Torino, li 18 agosto 1860.

Il Prati, per ragioni al tutto speciali, rinunzia la cattedra di eloquenza italiana nella Università di Bologna. Io mi terrei fortunato ed anche un poco superbo se Ella, caro signore, mi concedesse di nominarla a quel posto. Bologna, certo, non è Firenze, ma è grande città che portò molto meritamente il titolo di dotta; e il popolo suo, affabile e cordialissimo, a Lei, ne sia sicuro, farebbe festa più assai che al Prati. Oltre l’emolumento di 3000 franchi, avrebbe in corto tempo altri 1000 come dottore di collegio; e ivi promulgata la legge sarda, Ella parteciperebbe alle iscrizioni e alle propine. Da ultimo, Le prometto che cessata la mezza autonomia toscana e cambiata in un largo sistema di libertà per tutti comune, se la Università di Firenze verrà dichiarata governativa, mi darò cura di restituirla alla sua diletta città. Mi dica dunque un bel sì, e mi scusi del ricusare che fo di scrivere al Ricasoli per la cattedra di un liceo fiorentino.

Mi creda

suo devotissimo
Terenzio Mamiani.

Illustre Signore ed Amico,

14 novembre 1882.

Tardi vi giungono i miei ringraziamenti caldi e sinceri del cortesissimo dono delle vostre Odi. Ma volli leggerle prima e altamente ammirarle. Sono dette barbare per vera ed aperta antifrasi, perchè nessuna cosa più classica venne prodotta nel nostro tempo. E quale arte, uso e maniera latina può in Italia avere del barbaro? Felicissimo voi che sapete arricchire la lingua volgare di mille bellissime forme dell’idioma del Lazio, tanto che la figliuola sembra tramutata affatto nella sua madre; nè so quale altra favella neo-latina avrebbe potuto vincere la prova.

Il Tolomei nel cinquecento e la sua dotta Accademia entrati nella medesima impresa vostra, caddero sotto la soma sproporzionata alle loro spalle. Oggi, invece, l’Italia intera vi applaude e gode e si compiace del notevole incremento che avete recato alle nostre lettere. La qual differenza fra i due tentativi mi torna facile a spiegare, visto che allora vi si arrischiarono grammatici e retori dove occorreva un poeta vero ed ardito quale voi siete. Ed uno dei mirabili effetti che ne sono provenuti sembrami quello di avere ringiovanito innumerevoli forme ed immagini che diventavano stracche e tediose ne’ nostri verseggiatori.

Una sola cura vorrei che pigliaste in qualche nuova edizione delle Odi, e cioè che accennaste con quali norme e con che sentimento avete condotto la nuovissima prosodia, e sotto quale legge piacevi di ordinare i nostri dattili e i nostri spondei contemperati agli accenti ed al numero delle sillabe. Certo l’analogia col latino non basta e convien supplire con qualche ragion fonetica accettabile a tutti e la quale divenga patrimonio comune e fermo della nazione.

Da capo vi ringrazio del prezioso dono e mi sento superbo d’essere stato fra i primi a indovinare il genio profondo ed originale sortitovi da natura.

Vostro
Terenzio Mamiani.