SCENA II.
Elena e detto.
ELENA (con cappello e mantello)
Perdoni, sig. Sarni. È un pezzo che aspetta? Ho l'abitudine di fare ogni mattina una passeggiata a piedi. Son venuta di corsa. Si vede, eh? (suona il campanello).
ANDREA
Quello che si vede le sta così bene...
ELENA
Pensavo che il suo tempo è prezioso; chissà quante cose le restano a fare.
ANDREA
No... proprio nulla, non ho che da aspettare l'ora della partenza.
ELENA
Che è domani?
ANDREA
Sì, domattina.
ELENA (Si è già levato il cappello, levandosi il mantello
questo s'impiglia in un uncinetto dell'abito)
Scusi, guardi un po' lei.
ANDREA
Ecco fatto.
ELENA
Era così fosca l'aria stamattina.
(Anselmo entra).
Dite a Giulia che venga a prendere il mio cappello e il mio mantello.
ANSELMO
Sissignora.
ELENA
Aspettate. Lo zio deve aver mandato una lettera.
ANSELMO
ELENA
Non è possibile! Siete certo che non è venuto nessuno da parte dello zio?
ANSELMO
Almeno io non ho visto nessuno.
ELENA
Informatevene, e fatemelo dire da Giulia. Se veramente non hanno portato nulla, avvertite Ambrogio che sia pronto a salir subito al Macao. (verso Andrea) Scrivo un biglietto allo zio per sollecitarlo.
ANDREA
Mi rincresce...
ELENA
Che! Mi fa maraviglia, perchè lo zio è puntualissimo. La lettera non può tardare.
ANDREA
Vorrei che tardasse un'ora almeno.
ELENA
Non mi piace sentirle dire delle frasi così compite. Mi ha già fatto senso ieri sera. La galanteria è la qualità degli uomini che non ne posseggono altre. Ora hanno perduto anche quella. Gli uomini come lei non hanno bisogno di esser galanti.
ANDREA
Vuol dire che non so pigliarmela con garbo.
ELENA
No, ho anzi notato che gli uomini gravi, gli uomini di studio e di valore le poche volte che sono condannati a discorrere con una signora, usano i più torniti fioretti. Ebbene lo trovo umiliante. Mi pare di vederci trapelare la profonda convinzione della nostra frivolità.
ANDREA
No.
ELENA
Altro. (Giulia entra e raccoglie il cappello ed il mantello poi s'avvicina ad Elena).
Ebbene?
GIULIA
Dice Anselmo che veramente non è venuto nessuno, nè hanno mandato nulla.
ELENA
Anselmo avrà avvertito Ambrogio?
GIULIA
È già pronto.
ELENA
Che aspetti. (via Giulia) Non so capire... scrivo subito allo zio. (allo scrittoio).
ANDREA
Senza che lei s'incomodi, posso passar io dal Marchese.
ELENA
È così lontano!
ANDREA
Mi servirà di passeggio; dovrò stare tanto tempo fermo a bordo.
ELENA (piccata)
Padrone!
ANDREA
Dicevo per risparmiarle la seccatura di scrivere.
ELENA
Ecco, se ci va subito subito lo trova in casa, altrimenti no. Buon viaggio.
ANDREA
È meglio che scriva lei il biglietto.
ELENA
Meno male. (prendendo la scatola della carta da lettere, fa cadere in terra il piccolo cavalletto col ritratto di Filippo).
ANDREA (che è seduto dall'altra parte della scena,
si alza e raccoglie la fotografia)
Oh! povero Barone.
ELENA
Come ha fatto di laggiù a riconoscere quel ritratto?
ANDREA
L'avevo già visto prima che lei arrivasse.
ELENA
Ah!
ANDREA
Se è un'indiscrezione, gliene chieggo scusa.
ELENA
Perchè un'indiscrezione? Se lo lascio in quel posto... è perchè...
ANDREA
Tutti lo vedano.
ELENA
Perchè non c'è male ch'altri lo veda. D'altronde questo salotto non è mai aperto alla folla. Qui non ci vengono che gli amici.
ANDREA
E ci stanno.
ELENA
Non pare, dacchè lei parte.
ANDREA
Sa, non si regge più!
ELENA
Chi?
ANDREA
Il Barone. Non posso farlo stare in piedi. Ha una gamba rotta...
ELENA
ANDREA
Là sul camino?... daccanto all'altro?...
ELENA
Dove vuole. E poichè è lì, mi faccia la grazia di suonare il campanello. (Andrea preme il bottone elettrico vicino al camino. — Elena chiude la lettera).
Così! Confessi la verità... lei mi trova molto... come devo dire?...
ANDREA
Gentile.
ELENA
No. Quantunque la parola esprima forse in modo cortese la stessa censura che intendo io. (entra Anselmo) Questo biglietto allo zio, subito.
ANSELMO
Sissignora. (via).
ELENA
Voglio dire che famigliarizzo troppo presto. Non trova? L'ho veduto ieri sera per la prima volta, e l'ho già chiamato amico, e scherzo con lei e lo incoraggio a scherzare meco in tono di molta dimestichezza. Che vuole? Sono per indole piuttosto gaia, e lei malgrado il suo sapere e la sua fermezza mi pare non sdegni un po' di buon umore giovanile; desidero lasciarle di me un'impressione non del tutto sgradevole; chissà che al suo ritorno non si finisca per diventar amici davvero.
ANDREA
Adesso non siamo?...
ELENA
Adesso non siamo nemmeno conoscenti. Che so io di lei? Che è un uomo di merito che va al Polo. Non basta. Che sa lei di me? Che sono nipote di mio zio.
ANDREA
So di più...
ELENA
S'intende, che non faccio paura, che ho una buona sarta e che ricevo molta gente.
ANDREA
Di più. Che quelli che hanno la fortuna di esser suoi amici... davvero, lei li tratta molto bene.
ELENA
Chi glie lo dice?
ANDREA
Almeno in effigie.
ELENA
Ah! perchè tenevo il ritratto di Filippo sul mio tavolino — se sapesse!...
ANDREA
ELENA
No. No, non ho tempo. E non c'è ragione di fare questi discorsi ora. (passa dall'altra parte della scena e va a sedere sul canapè vicino al tavolino di peluche. Vede i libri e l'atlante aperti, li chiude come per nasconderli e li mette sul piano inferiore).
ANDREA (che non si è mosso)
Perchè chiude e nasconde quei libri?
ELENA
Oh! libri indifferenti.
ANDREA
Per me, no. Il viaggio della Vega.
ELENA
Ha veduto anche questo?
ANDREA
Le rincresce?
ELENA
Sì.
ANDREA
Perchè?
ELENA
Perchè mi spiace passare per una donna sapiente.
ANDREA
ELENA
E perchè mi spiace che lei possa credere che li avevo messi in vista apposta per lei.
ANDREA
Non mi sono lusingato di tanto.
ELENA
D'altronde non l'ho letto.
ANDREA
Le note non sono sue?
ELENA
L'ha anche sfogliato? Sissignore, l'ho letto, mi è piaciuto; l'ho annotato, ed alla prima occasione partirò anch'io per un viaggio d'esplorazione. È contento?
ANDREA
Perchè mi parla così? Sono indiscreto. Ma se si propone di scandagliare il fondo delle mie abitudini mondane, non ci vorrà uno scandaglio lungo, sa. Non ne ho che una vernice, e dacchè sono entrato in casa sua ho esaurito la mia provvista di galanterie. Sono stanco di sorvegliarmi. Non so durare alla giostra delle piccole frasi, e dei continui sottintesi. Mi lasci essere quello che sono veramente, un uomo molto semplice e molto curioso. Ieri suo zio mi aveva avvertito che mi dava appuntamento in casa della Marchesa di Roveglia, lasciandomi capire che ci avrei trovato lui solo; non mi aspettavo di vederla. Quando mi fecero passare nel suo salone, lo devo dire? ne fui contrariato. La sua riputazione di suprema eleganza mi dava soggezione, mi studiai subito di mostrarmi disinvolto, e un tale studio cresce imbarazzo. Mi aspettavo del sussiego, e trovai invece una giovialità amichevole, che contribuì a sconcertarmi. Rincresce passar per novizio. La sua sicurezza trionfante mi conturba, la sua semplicità così elegante mi umilia. Ho paura di apparire impacciato contenendomi, e arrogante lasciandomi andare. Il meglio è confessare la mia pochezza. Un uomo che sta a suo posto, non è mai ridicolo.
ELENA
Pensare che ho provato anch'io gl'identici sentimenti!
ANDREA
Quando?
ELENA
In sua presenza. Mi pare che gli uomini forti ed utili come lei devono averci in così misero concetto. Ieri sera già prima che lei giungesse mi preoccupavo del giudizio che avrebbe fatto di me. Ho molto orgoglio; mi rincresce essere messa a fascio colle altre. Non le avrei detto queste cose, se lei non me ne avesse dato l'esempio. Ora siamo sulla buona strada tutti e due. Ebbene è vero. Quel libro era lì aperto, perchè ne rilessi dei brani ieri sera quando fui sola.
ANDREA
Ah!
ELENA
L'avevo già letto. Non c'è romanzo che m'interessi quanto il racconto di queste superbe battaglie dell'uomo contro gli elementi. Quei lottatori sono così semplici e grandi! Gli eroi belligeri hanno tutti del rodomonte. Quanto l'invidio. Com'è bello avere una ragione così alta di vivere e di agire.
ANDREA
Possono essere tante le ragioni.
ELENA
Per ciò è una gran miseria non averne nessuna.
ANDREA
Nessuna?
ELENA
Parliamo d'altro! Vuole? quanto durerà il suo viaggio?
ANDREA