SCENA III.
Anselmo, Filippo e detti.
ANSELMO
Il Barone Landucci! (movimento d'Andrea — Filippo entra — Elena, senza interrompere il discorso, gli porge la mano).
ELENA
Partiranno in giugno, avremo notizia dei primi giorni di viaggio, e poi il gran silenzio. Si ricorderà ancora che sono al mondo al suo ritorno?
ANDREA
Certamente!
ELENA (a Filippo)
Come va a quest'ora?
FILIPPO (stupito)
Ma...
ELENA
Per voi non fa giorno al solito che verso le due.
FILIPPO
Vi dirò: ho dovuto levarmi per affari, passando davanti la vostra porta, ho pensato di venire a darvi il buon giorno.
ELENA
Grazie, mio buon amico, (gli dà la mano a baciare).
ANDREA (levandosi in piedi)
A che ora posso ripassare; o se vuole lasciar la lettera dal portinaio...
ELENA
Ambrogio non può tardare. Aspetti ancora un momentino. (a Filippo) Che affari potete mai aver voi, mio povero amico?
FILIPPO
Naturale, io sono un uomo nullo! Che affari posso mai aver io?
ELENA
Come la pigliate! (ad Andrea) Landucci si lagna sempre di esser maltrattato dalle signore.
ANDREA
Quando si dice l'errore!
FILIPPO
Mal trattato...
ELENA
Ma lo fa ad arte. Per scusare all'occasione le sue perfidie.
FILIPPO
ELENA
Negatelo. Chissà quegli affari cosa nascondono. Non sarebbe certo per me che avreste fatto sacrifizio di tre o quattro ore di sonno!
FILIPPO
Vengo però a dedicarvene la maggior parte.
ANDREA (fra sè)
Che ci faccio io qui? (salutando) Marchesa, voglio lasciar l'agio di scolparsi al Barone.
ELENA
Sono proprio mortificata di questo ritardo dello zio. Io non esco di casa; ripassi al tocco; la lettera ci sarà di certo, dovessi andare a ritirarla io stessa. Ma non la lascio dal portinaio, voglio che salga a pigliarla. È inteso?
ANDREA
Sissignora... Barone...
FILIPPO