CAPITOLO QUARTO ADRIANO E GLI ULTIMI SPLENDORI DELL’ELLENISMO

(117-138)

23. L’adozione di Adriano: ragioni e significato. — Sotto Traiano — e dopo la prova fatta con lui — la nobiltà senatoria — o almeno la sua parte più savia — aveva riconosciuto come principio legittimo di successione nel potere imperiale l’adozione, quale Nerva l’aveva praticata: l’adozione, fatta dall’imperatore, con il consenso del senato e al di fuori di ogni considerazione di parentela, di un collega che sembrasse degno e che diventerebbe poi il successore. Plinio il giovane ce lo dice in un passo importantissimo del suo Panegirico[26]. Questo procedimento, pur escludendo l’aborrito principio dell’eredità, sembrava salvare la elezione dell’imperatore dai due pericoli che tante elezioni avevano viziato: la violenza dei soldati, le incertezze e le discordie del senato. Senonchè Traiano, attivo, intelligente com’era, non aveva mai sentito il bisogno di scegliersi un collega. Solo quando all’improvviso capì che la morte era vicina, si ricordò che egli aveva ancora questo dovere da compiere verso il senato e l’impero. Ma il tempo e il modo di mettersi d’accordo con il senato, non c’erano. Egli perciò diede senz’altro esecuzione ad un suo antico disegno, e sul letto di morte adottò un suo ufficiale: un suo cugino e nipote per matrimonio, P. Elio Adriano.


24. La rinuncia alle conquiste orientali di Traiano. — P. Elio Adriano era, come Traiano, di origine spagnola; apparteneva dunque alla nobiltà provinciale; e non era meno di Traiano imbevuto di romanesimo. Generale valente, il suo merito era stato riconosciuto da Traiano, che gli aveva affidato incarichi importanti in tutte le guerre, e poco prima di morire, al momento di tornare in Italia, il comando di tutto l’esercito d’Oriente. Ed era, come Traiano, un seguace zelante della grande tradizione aristocratica e repubblicana. Il suo primo pensiero, appena ricevuta, a distanza di pochi giorni, in Antiochia, la notizia dell’adozione e della morte di Traiano, fu di riconoscere senza riserve i diritti del senato. Ai soldati che subito l’acclamarono, ricordò che solo al senato spettava di eleggere gli imperatori; indi si affrettò a scrivere all’assemblea chiedendo la conferma dell’autorità imperiale, e scusandosi di aver frattanto esercitato il potere, per la necessità di non lasciare in quei gravi frangenti l’impero senza capo. E di lì a poco egli ripeteva la promessa già fatta da Traiano, di non condannare nessun senatore, nè mai tralasciò occasione di affermare che lo Stato non era cosa sua, ma del popolo[27]. Ciò non ostante egli iniziò il suo governo, abbandonando tutte le conquiste orientali fatte da Traiano, fuori che l’Arabia Petrea, e riconducendo il confine dell’impero all’Eufrate. Restituì l’Assiria e la Mesopotamia ai Parti; riconobbe Cosroe; ridonò all’Armenia l’antica indipendenza.

Adriano giustificò questo ripiegamento con le tradizioni della politica repubblicana, citando Catone e gli altri grandi politici della vecchia Roma, che non avevano mai voluto allargare troppo l’impero[28]. Nè si potrebbe oggi contestare che la deliberazione fosse savia. Ma non è dubbio che essa spiacque molto alle classi alte di Roma, inebriate dalle imprese di Traiano. Ciò è così vero che, approfittando del malcontento pubblico, alcuni vecchi generali di Traiano, tra i quali Cornelio Palma, il conquistatore dell’Arabia, tentarono una congiura per rovesciare il nuovo imperatore; congiura che, scoperta e punita dal senato durante l’assenza di Adriano, macchiò di sangue il principio del suo governo. Ma i malcontenti avevano in una certa misura ragione di considerare questo atto del nuovo imperatore come il segno di un indirizzo nuovo, diverso e in parte anche opposto a quello di Traiano. Adriano non era solo un generale valente e un senatore romano, imbevuto dall’antico spirito aristocratico: era anche un appassionato cultore della letteratura, della filosofia, delle arti belle, di tutte le scienze allora conosciute; e un ellenista così ardente, da parlare il greco meglio del latino. Perciò molti nemici gli avevano appiccicato il nomignolo di «greculo», prima che diventasse imperatore. Egli voleva imitare Augusto e Tiberio e mettersi sulla difesa, non solo perchè l’impero vivesse più sicuro entro confini più ristretti, ma perchè potesse spendere una parte del denaro, prodigato da Traiano in guerre e conquiste, ad abbellire le città, ad accrescere la istruzione, a far più efficace, più regolare e più giusta l’amministrazione, più dolci ed umane le leggi, più razionale ed agile il diritto; in una parola a conciliare l’ellenismo, maestro di ogni arte e scienza, e il romanesimo, maestro della guerra e del governo, in un impero mezzo orientale e mezzo occidentale, forte per armi, savio nelle leggi, splendido nelle arti della pace. Questa conciliazione è lo scopo a cui mira questo spagnuolo romanizzato nel suo lungo governo, di cui siamo costretti a riassumere i principali atti per gruppi, la loro successione cronologica essendo incertissima.


25. Le riforme amministrative di Adriano. — Adriano fu detto il fondatore della monarchia assoluta. Più esatto sarebbe dire che fu il creatore della burocrazia civile, la quale doveva poi diventare uno strumento della monarchia assoluta. Un uomo di guerra, come Traiano, non aveva ragione di mutare nelle sue linee essenziali l’amministrazione, perchè nelle cose militari Roma era maestra. Non così un imperatore che voleva sviluppare quelli che oggi si chiamano i servizi civili, rudimentali nella costituzione repubblicana, che aveva in vista la guerra. Difatti fino ad allora gli imperatori, per supplire alla meglio alle manchevolezze di molti tra questi servizi, si erano serviti spesso, da Claudio in poi, di liberti, i quali non avevano veste di funzionari pubblici, dipendevano dal padrone e quindi rispondevano dei loro atti a lui solo: il che troppo spesso li faceva irresponsabili. Adriano fece di tutti questi collaboratori dell’imperatore altrettanti pubblici funzionari, scegliendoli soltanto tra i membri dell’ordine equestre, assegnando loro uno stipendio ed un curricolo. Cavalieri furono dunque gli impiegati più importanti; quelli a libellis, che si potrebbero definire il segretariato generale dell’imperatore; quelli ab epistulis[29], ossia l’ufficio della corrispondenza imperiale; quelli a rationibus, i più importanti di tutti, la amministrazione delle finanze[30]. Nè si limitò a rinforzare in questo modo l’azione degli agenti che dipendevano dall’imperatore: per supplire alle deficienze dell’amministrazione repubblicana, creò nuove cariche, non più elettive e gratuite, ma di nomina imperiale e remunerate. Ad Adriano pare sia da attribuire anche la nomina dei curatores rerum publicarum, incaricati di assestare l’amministrazione delle città dell’Italia, che le autorità locali avessero mal governate. E certamente Adriano, perchè la giustizia fosse amministrata meglio in Italia, sovrappose ai molti tribunali locali quattro juridici o giudici supremi, ciascuno per una parte distinta del territorio: e tutti scelti tra i consolari[31]. Già i suoi predecessori erano stati assistiti da un consilium composto di amici, consultato quando l’imperatore lo credeva opportuno, e senza autorità o competenza ufficiale. Sotto Adriano il consilium si muta in un corpo pubblico, con funzioni ufficiali. I suoi componenti sono scelti dall’imperatore, ma con il consenso del senato; ricevono uno stipendio e sono tenuti a possedere certi requisiti: la scienza giuridica, tra gli altri[32]. Infine pare che sotto Adriano i prefetti del pretorio incominciassero ad assumere uffici giudiziari, giudicando i processi civili in appello dalle sentenze dei proconsoli delle province.


26. Le riforme giuridiche. — Adriano cerca dunque di innestare uffici retribuiti, permanenti e dipendenti dall’imperatore sul principio aristocratico della repubblica, che solo i senatori e i cavalieri avevano diritto di partecipare al governo dell’impero: crea una burocrazia che dipende da lui e da lui è pagata, ma riserbandone i posti ai due ordini privilegiati dello Stato. La riforma, in sostanza, limitava più che non allargasse i poteri dell’imperatore. Difatti tutti gli storici ammettono che, regnando Adriano, la potenza occulta dei favoriti, dei liberti, delle donne fu cosa ignota. Nè questo è tutto: massime nel nuovo consilium principis si vede far capolino il principio della capacità, sotto forma di scienza giuridica. Adriano è un imperatore giurista: con lui incomincia nell’impero l’êra dei giuristi, e il grande sforzo per sostituire al diritto casualistico e tradizionale, il diritto razionale e sistematico. Molte sono le novità che Adriano introdusse nel duro diritto vigente[33]. Ma l’opera di maggiore importanza da lui compiuta in questo campo è l’edictum perpetuum. Adriano fu il primo imperatore che tentò di codificare il diritto romano con l’Edictum perpetuum. Sino ad allora le fonti di quello che noi chiamiamo il diritto civile erano a Roma diverse: le leggi del popolo, i senatus-consulta, gli editti dei magistrati, che potevano supplire alle deficienze della legge valendo come legge per tutto il tempo in cui il magistrato restava in carica. Tra questi, gli editti dei pretori avevano integrato le leggi e i senatus-consulta massime nel diritto civile. Molti dei principî e delle regole enunciate dai singoli pretori perchè valessero durante l’anno della loro magistratura, erano state accettate anche dai pretori successivi e avevano acquistato forza di leggi: ma crescendone con i secoli il numero, spesso era difficile ritrovare e applicare questi editti. Adriano incaricò uno dei migliori giuristi del tempo, un africano, Salvio Giuliano, di raccogliere e di ordinare tutti gli editti che potessero ancora servire come regola di legge, nell’Edictum perpetuum; e nel 131 il senato fu invitato a dare a questa raccolta sanzione e valore di legge.


27. I viaggi di Adriano; la prima serie: le province d’Occidente e l’Africa (119-122). — Noi possiamo ora spiegare per quale ragione Adriano sia stato il primo imperatore che abbia passato la maggior parte del suo tempo nelle province. Una curiosità insaziabile e una certa irrequietezza possono averlo spinto alla incessante peregrinazione, ma insieme con un’alta ragione di Stato: la sollecitudine dalle province, che non erano più, come nel primo secolo, l’appendice dell’Italia, ma il corpo stesso dell’impero, poichè somministravano la maggior parte dei denari, dei soldati e delle nuove famiglie dell’aristocrazia senatoria e dell’ordine equestre. I viaggi continui di Adriano provano che le province pesavano ormai quanto e più che l’Italia nella sollecitudine del governo imperiale. I suoi viaggi furono, per dir così, viaggi di ispezione, fatti per sorvegliare in ogni parte dell’impero l’amministrazione civile e militare, e per promuovere dappertutto l’ampliamento e l’abbellimento delle città; Adriano non è solo il creatore della burocrazia civile, l’imperatore giurista, il protettore delle province: è anche il più grande costruttore, ampliatore, abbellitore di città tra quanti hanno governato l’impero, perchè solo nella città si poteva attuare quella conciliazione del romanesimo e dell’ellenismo che era il suo sogno. Egli viaggiava infatti sempre accompagnato da una schiera di operai, di ingegneri, di architetti. E poichè i tempi di questi viaggi si possono almeno congetturare con una certa verosimiglianza, noi li racconteremo succintamente uno dopo l’altro, nell’ordine che ci sembra più probabile, prendendo l’occasione per dipingere un quadro sommario delle province, in questo che fu il momento più prospero dell’impero[34].

Adriano si mosse ai suoi viaggi nel 119, incominciando, prima tappa, dalla Gallia. La Gallia si era ormai tutta e profondamente romanizzata. Essa forniva all’Italia non solo minerali, derrate e materie gregge — legno, pelli, bestiame, cacio, prosciutto, pesce salato, ferro, rame, piombo —; non solo forniva all’Italia ed ai Germani manufatti, i più imitazione un po’ rozza di oggetti orientali — vetrerie, ceramiche, stoffe di lino e di lana, vestiti per le classi popolari: essa forniva anche legioni fedeli, generali e uomini di Stato. La terra, che Cesare aveva conquistata, vanta ora numerose e prosperose città — Lione, Vienna, Marsiglia, Narbona, Tolosa, Burdigala (Bordeaux) — ricche di palazzi, di monumenti, di teatri, di bagni, di ville, di biblioteche, di fiorenti scuole pubbliche. In queste città fervono attivi i commerci e le industrie; e tra le industrie, massime il vetro, la ceramica, la tessitura, le costruzioni navali, la fabbrica delle armi, la porpora, la metallurgia. In queste città, come in Italia, irrompono le più diverse influenze greche e orientali. A Lione incominciava a prender piede il cristianesimo. Quel che Adriano facesse per la Gallia durante quel suo primo viaggio, non sappiamo e a mala pena riusciamo a distinguere i suoi primi atti da quelli, che sono da riferire ad età posteriore. Comunque, un suo biografo ci attesta che in questo viaggio «egli soccorse tutti con la sua liberalità»; e talune monete appositamente coniate confermano il biografo, celebrando Adriano come il Restauratore della Gallia[35].

Dalla Gallia Adriano passò in Germania. Anche nelle due province della Germania superiore e inferiore il romanesimo progrediva. Le fortezze, erette per la difesa dei confini, si ingrandivano a piccole città, mediatrici di un alacre commercio fra la Germania e l’impero. È fuori di dubbio che in questa provincia il principe badò soprattutto a rafforzare la difesa: ristabilì la disciplina negli eserciti; migliorò l’istruzione militare e i servizi; forse anche diede nuovo impulso alla costruzione del limes.

Dalla Germania Adriano passò in Britannia. Anche questa recente conquista si romanizzava a poco a poco. In Britannia si cominciava a parlare latino, a chiamare maestri di retorica, perfino a studiare il greco. Notevole l’incremento del commercio: la Britannia esportava frumento, bestiame, pelli, cuoi, schiavi, pesce; incominciava a sfruttare le miniere di stagno, di rame e di argento, già conosciute dai Fenici. Tuttavia la conquista era ancora troppo recente, e la Britannia considerata a Roma come una provincia passiva[36]. Perciò dopo aver fatto un po’ di paura, con qualche combattimento, ai montanari del nord, Adriano deliberò di arretrare anche qui, come in Oriente, il confine a una linea che dallo stretto di Solway andava alla foce dei Tyne; e su questa linea costruì il famoso vallum Hadriani, di cui ancor oggi rimangono superbi avanzi.

Nell’inverno del 121-122, l’imperatore è in Spagna. La Spagna non era più la provincia barbara e indomabile che aveva resistito per tanti secoli alle armi romane. Gli antichi dialetti e costumi celtici ed iberici quasi scomparsi; il latino universalmente parlato; il culto imperiale fiorente; la vita municipale fervida; floride le città: Tarragona, Cordova, Cartagena, Italica (vecchia Siviglia), Salmantica (Salamanca), Cesaraugusta (Saragozza), Augusta Emerida (Merida), tutte ricche di templi, di anfiteatri, di belle strade, tutte simili alle città d’Italia; fiorentissima la agricoltura e celebrati tra i suoi prodotti i cereali, l’olio, il vino, che si vendeva fino nei paesi del Reno; fiorentissimo il commercio; fiorentissima l’industria mineraria — argento, oro, rame: tale si offriva la Spagna all’occhio soddisfatto del capo dell’impero.

Poco sappiamo di quel che Adriano fece in Spagna. Anche qui ebbe il titolo di Restauratore delle Spagne[37]; e pare che non si fermasse a lungo, perchè un’insurrezione dei Mauri lo costrinse a recarsi, nella primavera del 122, in Africa.

L’Africa era in pieno fiore. Fuorchè la Mauritania, l’antico regno di Bocco, rimasta barbara e ribelle, il rimanente arricchiva, con l’agricoltura, le miniere e le industrie. Forniva a Roma, all’Italia e all’impero bestie feroci per le arene, avorio, marmi preziosi, grano, olio, profumi, tessuti artistici. Cartagine era di nuovo grande e fiorente. Molte città minori ricordavano al visitatore, per l’architettura e per i Costumi, le città dell’Italia. Ma i Numidi, i Libî, i Libo-Fenici, il popolo minuto delle città, i ceti rustici della campagna avevano continuato a parlare i dialetti locali e conservato i confusi e crudeli culti indigeni. I grandi invece parlavano, scrivevano e studiavano il latino, come in Gallia e in Spagna, e già contavano qualche famiglia nell’aristocrazia senatoria. Ma l’Africa era meno puramente o pienamente romanizzata che la Gallia e la Spagna; chè certi elementi locali troppo forti resistevano tenaci.

Anche in Africa Adriano dovette ricordarsi che era il capo dell’esercito. Sembra che, oltre a fare una vigorosa offensiva nell’Atlante, egli abbia dato mano ad un vallum, che ricordava il britannico, ma questa volta incastrando la muraglia nella montagna ed appoggiandovela. Anche qui egli colmò di beneficî le città delle varie province, e per questo si ebbe di nuovo il titolo di Restauratore dell’Africa.


28. Il primo viaggio nelle province orientali. — Dall’Africa, attraverso l’Egitto, Adriano passò in Oriente, dove pare lo chiamasse la minaccia di una nuova guerra col re dei Parti. Un abboccamento con Cosroe valse ad allontanare il nuovo pericolo. La pace coi Parti fu ristabilita.

Adriano potè allora visitare tranquillamente l’Asia e la Grecia. Egli conosceva l’Oriente, dove aveva combattuto sotto gli ordini di Traiano. Ci ritornava ora in tempi più tranquilli; e non solo, come in Occidente, per provvedere alle necessità pubbliche, ma per soddisfare la sua insaziabile curiosità. L’Asia minore era forse nel suo insieme la parte dell’impero più ricca, più industriosa, più colta e più popolata. Certamente il romanesimo non aveva fatto in quella grandi passi; la lingua greca imperava dovunque, salvo forse nei paesi dell’interno e in alcune città colonizzate da Occidentali; gli editti imperiali erano pubblicati in greco; greca era la lingua dei tribunali. Tuttavia anche in queste province i mercanti italici erano numerosi[38]; il diritto romano si faceva strada in mezzo alla varietà dei diritti locali; numerosi asiatici acquistavano la cittadinanza romana; e l’architettura si romanizzava parzialmente, costruendo bagni, acquedotti, ponti, anfiteatri sul modello romano.

Pochi paesi potevano competere con l’Asia Minore per ricchezza. Nell’interno splendide foreste, feraci campi di biade, immensi armenti: il legname e le lane, frigie e galate, erano oggetto di un largo commercio di esportazione. Sulla costa meridionale e occidentale, dalla Cilicia all’Ellesponto, numerose e prosperose le città e le industrie, massime le tessiture: chè nel vasto impero ormai tutto aperto al commercio queste industrie avevano trovato nuovi e ricchi clienti, cosicchè si erano sviluppate anche in alcuni paesi dell’interno, ad esempio nella Cappadocia, precipuamente per opera dell’elemento semitico. Strano paese insomma, in cui l’ellenismo si era incrostato sulla varietà delle tradizioni e dei costumi nazionali, e ove il romanesimo veniva ad aggiungersi all’ellenismo. Nell’insieme però l’Asia Minore, sotto la vernice della grecità, era rimasta orientale. La sua letteratura era improntata alla fantasiosità, alla mollezza, alla verbosità, alla leggerezza asiatica; la religione era una caotica mescolanza di mitologia ellenica, di culti egizio-fenici, giudaici, cristiani, nonchè di culti prettamente asiatici, come quello di Mitra, di Cibele, di Attis.

In queste province Adriano soggiornò parecchi mesi, ma vi sarebbe tornato altre volte per un più lungo soggiorno; ed ogni luogo avrebbe serbato la traccia del suo passaggio: città demolite dai terremoti, resuscitate dalle ruine; città bisognose o modeste, soccorse o abbellite; grandi porti, strade, monumenti di pubblica utilità costruiti con il suo aiuto o per suo consiglio e incitamento.

Dall’Asia Minore, nella primavera del 123, attraverso l’Egeo, costellato dalle Cicladi, ormai per la massima parte desolate e abbandonate, Adriano toccò la Grecia, ove egli pensava trattenersi a lungo.

La Grecia, ahimè!, non era più quella di Pericle o di Demostene. Anche la pace dell’impero le aveva giovato meno che ad altre province più fortunate. La popolazione era scarsa; molte campagne erano o abbandonate o infestate dal brigantaggio; soltanto le città marittime e alcune città interne, poste su vie commerciali molto frequentate, avevano rifiorito e fiorito: Tessalonica, Filippi, Nicopoli, Mantinea, e massime la nuova Corinto, la capitale della Grecia romana. Quanto ad Atene, era adesso una fiorente sede di studi a cui da tutte le parti dell’impero venivano i giovani ricchi. Ma era pur sempre una gran decadenza essersi ridotta a città di professori, per la città che aveva visto tra le sue mura, Eschilo, Sofocle, Pericle, Socrate, Fidia, Platone e Demostene!

Adriano rimase a lungo in Grecia (123-126), non risparmiò spese e fatiche per beneficare il paese. A Corinto costrusse dei bagni in più quartieri della città, e un acquedotto che vi trasportò l’acqua del lago Stymphalos, nascente alla radice del monte Cyllene; a Nemea, un ippodromo; a Mantinea, un tempio a Nettuno. Ad Argo offerse al tempio di Giunone l’uccello favorito della Dea, un pavone d’oro, dalla coda splendente di pietre preziose, e incoraggiò la restaurazione delle corse equestri ai giochi Nemei; tra Corinto e Megara sull’Istmo rese carreggiabile l’angusta e pericolosa Via Scironia. Ma le sue cure maggiori furono per Atene, ove egli parve voler rivivere l’antica età di Milziade e di Isocrate. Vi soggiornò in abito greco; assunse la cittadinanza e rivestì la carica di arconte e di agonoteta; discusse con architetti e con scultori circa gli edifizi, di cui avrebbe ornato la città; coi filosofi, le cui scuole aveva qualche anno prima liberate dalle pastoie di Vespasiano[39], intorno alle loro dottrine; con gli eruditi, dei ricordi del passato. A poco a poco gli Ateniesi del secondo secolo videro, nella pianura dell’Ilisso, sorgere, per volontà di Adriano, le prime fondamenta di una «nuova città» accanto a quella antica di Teseo: una Adrianopoli, decorata di monumenti numerosi, in cui si accoglievano tutte le bellezze di un’arte meno severa, ma più grandiosa. Qui i Greci avrebbero eretto un tempio a Giove e ad Adriano — il Panhellenion — presso cui, già dal 129, si sarebbero celebrati giochi periodici al cospetto dei convenuti di tutta la Grecia.


29. Adriano e il Cristianesimo. — In Atene pare fosse scritta da Adriano la famosa lettera a Minucio Fundanio, che riguarda i Cristiani. Più generica che la lettera di Traiano a Plinio, essa non precisa che i cristiani siano condannati se rifiutano il culto alle immagini dell’imperatore, ma solo se sono convinti di aver fatto cosa contraria alle leggi; e raccomanda calorosamente di non credere alle accuse infondate e alle calunnie appassionate. Più mite che la lettera di Traiano, quella di Adriano è anche più risoluta nel riconoscere ai cristiani il diritto di essere protetti dall’autorità imperiale contro il fanatismo dei loro nemici[40].


30. Il ritorno a Roma (126-128) e le grandi costruzioni di Adriano. — Sulla fine del 126 Adriano tornava a Roma, ove si soffermò per qualche anno; e pur curando con la consueta sollecitudine ogni parte dell’amministrazione, attese a ornare la capitale di monumenti e di istituzioni nuove. Attese a costruire il grandioso «Tempio di Venere e di Roma» presso il Grande Anfiteatro Flavio. Die’ mano al gigantesco mausoleo per sè e per i suoi successori, i cui avanzi si chiamano oggi il Castel S. Angelo. A Tivoli volle edificare una villa grandiosa, in cui ricostruire i monumenti più belli dell’impero, ammirati nei suoi viaggi. Non è inverosimile che sin da questi anni egli fondasse in Roma, sul Campidoglio, l’Ateneo: edificio ed istituto per l’insegnamento pubblico della filosofia, della retorica, della giurisprudenza. Sotto la sua influenza i collegi giovanili ritornano ad ellenizzare, come al tempo di Nerone e di Domiziano; le compagnie liriche e drammatiche (i così detti sinodi dionisiaci) i concorsi pitici e olimpici, protetti dall’imperatore, ottengono il favore universale; sono istituite apposite scuole di musica; e i musici e gli artisti ottengono ricompense e incoraggiamenti sino ad allora inusitati[41].


31. Il secondo viaggio (128-131). — Ma anche questo soggiorno fu breve; durò due anni. Al primo luglio del 128, Adriano era di nuovo in Africa, nell’accampamento di Lambaesis; ove pronunziava un’arringa ai soldati di cui noi possediamo lunghi frammenti[42]; indi tornava nella sua Grecia, e di là ripigliava la via dell’Asia per recarsi in Siria e in Egitto.

Se nella Siria occidentale l’ellenismo era entrato da gran tempo, il popolo era rimasto siriaco e parlava i dialetti locali; le industrie per cui la Siria prosperava ed andava famosa erano ancora le antiche industrie fenicie: quella della lana, della seta, della porpora, del vetro. Mercanti abilissimi, i Sirii erano gli intermediari del commercio tra la Cina, l’India e le province dell’impero. In Siria la vita era facile, opulenta, attiva, sensuale, raffinata, ricca di piaceri. Par che Antiochia fosse la città antica che prima provvedesse a illuminare le strade di notte; tutte le città siriache del resto erano famose per i comodi e i piaceri della esistenza. Il paese era pieno di Ebrei, emigrati dopo la caduta di Gerusalemme e che vivevano a parte, come accampati in terra nemica.

Dalla Siria occidentale Adriano passò nella parte orientale. Qui non più città industriose o terre coltivate con arte, ma regioni aspre, quasi selvagge, ove il brigantaggio infieriva. Pure con la conquista romana erano entrati nel paese molti semiti, che avevano incominciato a coltivare il suolo e portato i primi elementi di una civiltà urbana. Già il deserto incominciava a esser solcato da vie maestre, da acquedotti e da città sorte come per incanto dal nulla. L’estrema città che Adriano ebbe a visitare, fu Palmira. Anche Palmira ricevette il dono di magnifiche costruzioni e fu elevata al grado di colonia.

Indi l’imperatore passò nella nuova provincia dell’Arabia. Anche qui le classi alte potevano dirsi grecizzate. Anche qui la immigrazione, l’agricoltura, il commercio dimostravano i beneficî dell’impero. Adriano dovette occuparsi specialmente delle strade. Ed anche qui il solerte imperatore ebbe la meritata ricompensa. La provincia coniò medaglie in onore del «Restauratore dell’Arabia»; e la capitale Petra assunse il suo nome[43].

Dall’Arabia Adriano passò in Egitto. La terra delle Piramidi e dei geroglifici da secoli non era più il paese dei templi solitari scavati nelle rupi, sorretti da pilastri colossali e adorni di volti mostruosi di bestie sacre. Dopochè Alessandro l’aveva conquistato, l’Egitto era diventato una cosmopoli operosa, ricca, sempre irrequieta, dove tutti gli elementi del mondo mediterraneo si incontravano. E tale era rimasto sotto l’impero. S’incontravano colà egiziani, greci, ebrei, asiatici d’ogni lingua e razza, romani. Irreconciliabili, la campagna ed i borghi restavano egiziani, le grandi città erano greche, le classi governanti greche con infiltrazioni romane; onde mille discordie e lotte. La alacrità era grande, la popolazione densissima, la proprietà suddivisa, la burocrazia complicata, gli spiriti della popolazione inquieti, facili allo scherno, alla satira, alla sedizione, ingordi di guadagni.

Adriano, il sereno principe greco, non amò quella seconda Antiochia. Egli si occupò degli istituti locali d’istruzione, specie del Mouseion, discusse coi suoi dotti; ma qualche anno dopo scriveva ad un amico: «Io conosco bene l’Egitto, che tu mi lodi, questo popolo incostante e leggero, che s’agita al minimo rumore. È una razza sediziosissima, vanissima, insolente. La capitale è ricca, tutto vi abbonda e tutti essa alimenta. Nessuno vi rimane ozioso: gli uni lavorano il vetro, altri fabbricano la carta o tessono il lino; tutti hanno un mestiere; lavorano anche i gottosi, i ciechi, i podagrosi.... Ma il Dio di tutti, è il danaro.... Resta veramente a desiderare che questa grande città abbia costumi più consoni al suo nobile ufficio di capitale dell’Egitto»[44].


32. La nuova insurrezione giudaica (132-135). — Sulla fine del 131, Adriano era di nuovo in Roma, ove consacrava il Tempio di Venere e Roma. Nello stesso anno promulgava, dopo averlo fatto approvare dal senato, l’Edictum perpetuum. Ma l’anno seguente, il 132, fu turbato dagli avvenimenti d’Oriente. Durante l’ultimo viaggio Adriano aveva ordinato di ricostruire Gerusalemme, le cui rovine dovevano sembrare a lui, amico della pace e delle arti, come una mostruosa cicatrice sul corpo dell’impero: ma sotto forma di una splendida città greco-romana, simboleggiante anche in Palestina la fusione del romanesimo e dell’ellenismo. Agli Ebrei invece questo dono dell’imperatore parve un’ingiuria suprema. La città santa del giudaismo sconciata a metropoli greco-romana, con edifizi grandiosi, santuari pagani, bagni, teatri, e ribattezzata con il sacrilego nome di Aelia Capitolina! Il fanatismo religioso divampò; i giudei insorsero sotto un capo, un Messia popolare, un Simone Barkokeba o Barcosiba (Figlio della Stella) (132).

Adriano non dette sulle prime grande peso a quel movimento. Ma mentre egli, nel 132, ricominciava dalla Grecia le peregrinazioni per le province orientali dell’Impero, Roma perdeva la provincia di Giudea. Gli eserciti romani, mandati a reprimere la rivolta, subivano, uno dopo l’altro, gravi e replicati rovesci. Occorse alla fine delegare a quell’impresa uno dei migliori generali, Sesto Giulio Severo, che condusse la guerra con severità implacabile. Si disse ch’egli avesse fatto perire fra i tormenti i capi della rivolta; che distruggesse cinquanta fortezze e circa mille villaggi e che perissero nella guerra non meno di 600.000 giudei combattenti! (134). Solo dopo questa carneficina, Adriano potè recarsi a Gerusalemme e riprendere i lavori della colonia.


33. Gli ultimi anni di Adriano (135-138). — Doveva essere quello l’ultimo viaggio del grande principe. Tornato in Roma egli divise le cure degli ultimi anni tra le arti e gli affari. Terminò la Villa tiburtina: meravigliosa città improvvisata, che oltre ai giardini, alle fonti, ai boschetti ombrosi, ai portici, alle gallerie, alle rotonde, ai bagni, alle basiliche, alle biblioteche, ai teatri, ai circhi, ai templi splendenti di metalli e di marmi, doveva contenere un piccolo esemplare di tutte le cose più belle, che il principe aveva ammirate nell’impero; e che ogni tanto dovevano animarsi di cori, di gente, di luci, tal quale egli le aveva vedute nella realtà[45]. Ma quell’uomo che, come Ulisse, tanto aveva peregrinato, era ormai preso dal tedio della vita, che forse un male nascente aggravava. Sentendo venir meno le forze, come Nerva e come Traiano, dovè pensare al successore, e di nuovo applicare quel procedimento dell’adozione, con cui l’aristocrazia senatoria pensava di aver provveduto alla successione, combinando ingegnosamente il principio della scelta con quello della parentela. Scelse prima L. Ceionio Commodo Vero, per quali ragioni non sappiamo, il personaggio non essendoci noto per nessun rispetto. Ma Vero moriva il 1º gennaio 138: l’imperatore adottò allora T. Aurelio Fulvo Antonino, che assunse il nome di T. Elio Adriano Antonino, e lo fece suo collega nell’impero, facendogli dare la potestà tribunizia e l’impero proconsolare. Gli impose però di adottare L. Vero, il figlio cioè di colui sul quale per primo aveva posto gli occhi come successore; e M. Annio Vero, il futuro Marco Aurelio, che era nipote di Antonino, un giovinetto di 17 anni, molto caro ad Adriano. Per qual ragione egli obbligasse il suo successore a queste adozioni, che in un certo modo indicavano anche il successore del successore, noi non sappiamo. Sei mesi dopo, il 10 luglio del 138, egli moriva a Baia.


34. Il governo di Adriano. — Noi sappiamo che, morto Adriano, il senato si mostrò per un momento avverso alla proposta, fatta dal suo successore, di onorare la memoria; che minacciò perfino di non ratificare i suoi atti, e che solo a fatica potè essere indotto a desistere dalla sua opposizione. Questo fatto, e la congiura che era stata tramata subito dopo la adozione di Vero, provano che c’era nella aristocrazia una forte corrente avversa alla persona e alla politica dell’imperatore, sebbene questa avversione non fosse così forte come quella di cui furono oggetto quasi tutti gli imperatori della casa Giulio-Claudia. Quale fu la ragione di questa opposizione? Forse il suo tentativo di conciliare l’ellenismo e il romanesimo. La antica Roma, orgogliosa della sua potenza, gelosa della sua supremazia, ritrovava nel rinnovato spirito tradizionalista della nuova nobiltà, un’ultima forza di resistenza contro questo imperatore ellenista, giurista, protettore delle province, dalle arti, dalle lettere, della filosofia. Le lunghe assenze da Roma, le riforme amministrative, la protezione accordata alle arti, alla lettere e alla filosofia, i lavori largamente prodigati alle città, le gigantesche costruzioni, la smania di abbellire l’impero di tutti gli splendori dell’ellenismo, la sua politica estera prudente e aliena dalle conquista, urtavano i pregiudizi superstiti del romanesimo. Si aggiunga che, per avere il denaro necessario a tante spese, egli dovette inasprire i rigori del fisco; e che se aveva cominciato il suo governo condonando le imposte arretrate, creò poi l’advocatus fisci per difendere contro le arti dei privati i diritti del tesoro imperiale. Si aggiunga da ultimo che un’opera così vasta, e che tentava di conciliare elementi così contrastanti, non poteva svolgersi senza contradizioni, scosse, lacune, imperfezioni, di cui i contemporanei dovevano, come sempre, menar grande scalpore. Queste considerazioni possono aiutare a comprendere per qual ragione il governo di Adriano ebbe tanti nemici, non ostante — e forse in ragione — dei suoi meriti. Ma siccome la politica di Adriano era richiesta dai tempi, che ne avevano bisogno, e non giunse nè troppo presto nè troppo tardi, si spiega che questa opposizione sia stata impotente, e, se angustiò l’imperatore, non riuscì a guastarne l’opera.

Adriano condusse alla perfezione la politica di Vespasiano e di Traiano. Il romanesimo doveva essere il nesso politico e militare, l’ellenismo il nesso intellettuale e morale di tutte le genti soggette all’impero. Perciò egli cerca di rafforzare l’esercito con molte riforme, promuove l’incremento e l’abbellimento delle città. Le città, i piaceri e le magnificenze che esse offrivano, gli interessi che ad esse mettevano capo, le occasioni di fortuna che nascevano dal loro crescere, erano ormai il principale vincolo che legava le successive generazioni all’unità dell’impero. Una immensa popolazione che, al riparo di frontiere ben munite, voleva godere ed accrescere gli agi e le bellezze di una fiorente civiltà urbana: tale era l’impero romano ai tempi di Adriano. Come sotto Traiano il romanesimo, sotto Adriano l’ellenismo gettò nel mondo antico gli ultimi suoi splendori. La prosperità dell’impero durerebbe sinchè durerebbe l’equilibrio tra i due elementi: il romanesimo, ossia la forza militare e politica; l’ellenismo, ossia il prosperare della vita cittadina.