I.
Il martedì mattina, appena desto, udii squillare sul ponte delle voci singolarmente chiare e distinte, come se l’aria fosse più sonora, ed il luogo diverso! Guardai intorno.... Il vapore non tremava, non brontolava, era immoto! Eravamo dunque già arrivati alle Canarie. Aprii il finestrino: e sopra i dorsi di due marinai, che curvi sulla ringhiera parlavano non so con chi e facevano non so che cosa, vidi delle case, degli alberi, un pezzo di montagna. Svegliai mio figlio, mi vestii in fretta, e uscii pochi minuti prima delle otto.
Ancorati nel piccolo porto di Las Palmas, aspettavamo la visita medica. L’Oceano per tanti giorni illimitato, vuoto ed inquieto giaceva innanzi a noi chiuso, stagnante, popolato: e in quello il «Cordova» pareva come ingrandito e più alto sul piano del mare, in mezzo alle barche che già gli ronzavano intorno offrendo sigari e aranci ai passeggeri della terza, affacciatisi in gran numero ai parapetti. La giornata era cupa: il cielo grigio e minaccioso: le colline che circondano Las Palmas, nere: eppure con quale insolito piacere le guardavamo! Finalmente, dopo aver contemplato per undici giorni dall’instabile ponte l’eterna e sempre sfuggente mobilità delle onde e delle nuvole, che sono e non sono, poter posare e riposare la vista finalmente sulle immote forme della terra madre, che è: sentirsi sotto i piedi un pavimento saldo e fermo!
Prima delle otto e mezzo comparvero l’ammiraglio, il Rosetti, l’Alverighi, il Cavalcanti, il Vazquez; tutti — fuorchè l’ammiraglio — in abito da terra, con il cappello e armati d’ombrello.
— Non scende, ammiraglio? — gli chiesi.
— Più tardi. Vi raggiungerò all’Hôtel de France per l’ora di colazione. La signora vuol leggere con me i dispacci che aspetta: poi scenderemo insieme a terra.
Discorremmo del più e del meno: il Rosetti ci predisse acqua; ma non spaventò nessuno: infastidiva invece l’attesa. Quando, quando verrebbe quella benedetta Sanità? Intanto i marinai preparavano la nave a ricevere il carbone: chiudevano porte e finestre: tendevano grosse tele da ogni parte: apprestavano scale, funi, argani. Un vaporetto finalmente mosse di lontano, dirizzandosi difilato verso il «Cordova», seguito da altri due o tre: un signore in divisa salì a bordo: altre persone gli tennero dietro ed altre ancora: funzionari, agenti di navigazione, mercanti di carbone, suppongo: su per le scale del «Cordova» e sul ponte incominciò un via vai romoroso, un ciarlar polilingue, un incrociarsi di richiami, in mezzo ai quali udii gridare e rispondere: «La posta? El correo! La posta!».... Ad un tratto mi arrivò addosso l’Alverighi.
— Presto, presto.... Il capitano ci offre il vaporino dell’agente del Lloyd.... Ma bisogna spicciarsi: parte subito.
Correndo tra la gente vociante e affaccendata rintracciai la mia signora e mio figlio, ma non il Rosetti: continuavo a cercarlo, quando il Cavalcanti mi raggiunse:
— Venga, venga. Il signor Rosetti è già nel vaporino.
Stavamo per discendere, quando passò l’ammiraglio portando un voluminoso pacco di carte.
— Sono i dispacci per la signora — disse sorridendo. — Arrivederci all’Hôtel de France.
E scesi, preceduto dal Cavalcanti, la scala traballante, lungo il ventre nero del «Cordova».
Subito il vaporino si staccò e trasse rapido verso la riva. Che gioia sentirsi di nuovo la terra immota e salda sotto i piedi e intorno lo spazio non misurato! Giulivi come prigionieri liberati, quasi di corsa, infilammo la via fangosa che conduceva alla graziosa cittadina, seguiti da un Cicerone che ci offrì i suoi servizi, finchè il signor Vazquez lo assoldò: e chiacchierando allegramente, mostrandoci a vicenda le cose curiose, scherzando intorno alla conversazione della sera precedente, domandando al Cavalcanti notizie del signor Vivekananda e all’Alverighi se voleva convertirsi al vedantismo o farsi frate, ridendo forte e gridando, invademmo — romorosa brigata — le vie deserte e silenziose della cittadina dalle piccole case e dai giardini interiori, che verdeggiano folti nel fondo attraverso le porte socchiuse. Solo l’Alverighi era taciturno e imbronciato: non c’era dubbio, perchè l’angustiava la disfatta subita la sera innanzi. Non aver potuto oppugnare che le macchine conducono all’estasi e che la ricchezza non è migliore della povertà!
Visitammo la cattedrale. Qui, innanzi all’altar maggiore, mentre insieme lo guardavamo e gli altri erano dispersi per la chiesa, il Cavalcanti mi disse ad un tratto:
— Eppure era comodo, quando gli uomini credevano in Dio! Sapevano allora quel che dovevano ammirare, odiare, amare, spregiare. Adesso invece! No: la vita non può essere soltanto un sistema di interessi come sostiene il Rosetti, se lo sostiene sul serio: e il vedantismo, il disinteressamento universale, non può essere che uno espediente transitorio per vincere la nausea di vivere solamente per il proprio tornaconto, come gli uomini fanno oggi. Dio deve rinascere; o meglio non è morto mai: dovrà solo pigliare il suo schietto nome, che è: la Vita! Lei aveva ragione, ieri sera: gli interessi si interpongono tra noi e la Vita come una nebbia; e in quella nebbia, la Bellezza, la Verità, la Virtù ci sembrano delle illusioni. Ma non lasciamoci ingannare dalla nebbia; slanciamoci, come Faust, nella Vita; viviamola nelle sue mille forme con fervore, con sincerità, liberamente: e capiremo l’Assoluto, palperemo il Reale, troveremo Dio dappertutto.... In un fiore.... In un fremito d’amore.... In una statua greca.... In una scena d’Amleto....
Sopraggiunse il Cicerone e volle a ogni costo condurci al palazzo di giustizia e mostrarci il gentile strumento con cui la giustizia spagnuola strozza i condannati alla pena capitale, narrandoci vita, morte e delitti degli ultimi giustiziati. All’uscita, un acquazzone, anzi un diluvio addirittura, ci fermò per mezz’ora: poi visitammo altre chiese; girovagammo ancora; e verso mezzogiorno ci trovammo all’Hôtel de France.
Ma l’ammiraglio non c’era. Aspettammo un po’; suonarono le dodici e mezzo.
— La pioggia avrà spaventata la signora — disse il Rosetti.
E risolvemmo di metterci a tavola. Durante il pranzo ragionammo di varie cose: scherzammo di nuovo un poco intorno a Vivekananda: poi approfittammo del tempo rischiaratosi per fare un lungo giro nei dintorni di Las Palmas e nelle botteghe della città. Verso le quattro e mezzo ritornammo a bordo.
Povero «Cordova»! In che modo era conciato! Polveroso e nero come una carbonaia. Per fortuna già le stive rigurgitavano; e i marinai incominciavano a ripulire il ponte alla meglio. Lasciai la Gina alle prese con i venditori di merletti che insieme con i venditori di sigari avevano invasa la parte pulita della nave: e difilato andai nella cabina, per le scale interne, perchè le porte che davano sul ponte erano chiuse. Ma nell’andito incontrai Lisetta, che rapida, quasi di corsa, mi passò accanto, con una faccia seria come chi va per cosa spiacevole e di premura. Nel momento in cui stavo per aprire la porta della mia cabina, vidi il dottore salire rapido al piano superiore; entrai nella cabina: ma mentre mutavo panni, sentii più volte il campanello suonare nell’andito lungamente, come impazientito, e la cameriera di bordo gridare, tra affannata e irritata:
— Vengo, vengo!
— Che cosa succede? — mi chiesi.
Uscendo, incontrai la cameriera di bordo che scendeva: e le chiesi se qualcuno si sentiva male.
— Sì, ha preso male alla signora americana — mi rispose.
— Ecco perchè l’ammiraglio non è sceso a terra — pensai.
Sospettai che qualche cosa fosse successo: raggiunsi la mia signora sul ponte, dove i mercanti facevano i fagotti per partire, chè l’ora di salpare giungeva. Ma strane e confuse notizie giravano tra i passeggeri attoniti e perplessi: chi diceva che il marito della signora Feldmann era morto e chi che la sua banca era fallita.
Cercai l’ammiraglio. La cameriera mi disse che era nella cabina della signora. Intanto eran scoccate le sei. I mercanti erano partiti; parecchie centinaia di casse di banane, caricate a destino di Genova, coprivano ormai la prua; la baia si costellava di lumi. Fischi e campane suonarono; e lento lento il «Cordova» si mosse, dirizzando di nuovo la prora verso la meta lontana. A poco a poco i lumi di Las Palmas si allontanarono, impicciolirono, si spensero, mentre passeggiavo sul ponte aspettando l’ammiraglio, impaziente.... Comparve finalmente quando suonò la prima campana del pranzo: ma con una faccia così rannuvolata!
— Fa divorzio — mi disse — e sposa una loro antica o cameriera o istitutrice o infermiera. Non saprei dirlo precisamente.... Non ho capito bene....
— Miss Robbins? — gridai.
— Per l’appunto. Ma come lo indovina?
Gli raccontai allora quel che la signora mi aveva confidato a proposito di miss Robbins. Non gliene avevo fatto cenno, quando gli avevo riassunti i nostri colloqui, di così poco rilievo mi parevano quelle confidenze! Poi alla svelta e conciso mi raccontò che difatti diversi telegrammi erano giunti, tra i quali due lunghissimi dell’avvocato; e dicevano che il marito aveva già iniziata la procedura del divorzio; che era già da parecchi anni amante di miss Robbins, alla quale negli ultimi anni aveva perfino regalata una casa e che si accingeva a sposarla; che non si sapeva ove fosse; che lo zio, il quale voleva intervenire a favore della signora, non era riuscito ancora a scovarlo. A leggere queste tremende notizie la signora era stramazzata: rinvenuta, aveva delirato, gridato, pianto disperatamente più ore; solo poco prima, alla fine, per virtù di discorsi e di calmanti, si era un po’ tranquillata e assopita.
Sbalordito, chiesi all’ammiraglio che ne pensasse, come spiegasse, che gli paresse! Si strinse nelle spalle; e:
— Non mi ci raccapezzo — rispose.
La seconda campana ci invitò al pranzo; al principio del quale il discorso cadde subito sulle sinistre notizie che correvano: l’ammiraglio fu dalla falsità delle notizie tratto a raccontare la verità, per rettificarle: ma come spiegare un caso tanto bizzarro? Incominciai io dunque a raccontar alcuni degli episodi che la signora mi aveva narrati nel giorno della tempesta: incalzato dalla curiosità degli ascoltatori, sospinto dal mio stesso parlare, raccontai alla fine in succinto tutta la storia della famiglia, incominciando dal Great Continental e dalle sue vicende. Pensavo di sbalordire i miei ascoltatori annunciando loro che i Feldmann possedevano più di cento milioni; ma:
— Di dollari? — mi domandò invece, con disinvoltura, l’Alverighi.
Risposi che credevo fossero franchi e non dollari; e:
— Allora non è un gran che! — rispose scrollando le spalle.
Ci mettemmo tutti a ridere: ma quello, serio serio:
— Cento milioni? Uno che è andato in America che già ne aveva sette e che per di più ha sposato una donna ricca? Ma io spero bene di lasciare cento milioni ai miei figli! E sono sbarcato in America con duemila lire. Per meno, tanto vale restare nella vecchia Europa!
Non mi impegnai a discutere; e ripresi a raccontare le discordie di giorno in giorno inacerbitesi, lo scandalo del Great Continental, il matrimonio della figlia, la fiducia posta dalla signora in miss Robbins, il nero tradimento di costei, che il telegrafo le aveva rivelato alla mattina. Fui ascoltato in silenzio; e quando ebbi finito tutti tacquero, perplessi e un po’ impacciati, come chi non sa giudicare.
Tacque, per un istante, anche l’Alverighi: poi a un tratto e con una delle sue solite mosse repentine:
— Vedete? — esclamò, guardandoci tutti in faccia e in tono risentito. — Vedete? A furia di predicar che l’arte, la bellezza, l’eleganza, i raffinamenti son la ragione suprema della vita, quel che succede? E poi mi gridate tutti la croce addosso, quando prédico che bisogna distruggere quella nefasta oligarchia intellettuale, che dall’Europa semina per il mondo queste menzogne....
L’osservazione parve a tutti cascar di sghembo nel discorso; e il Cavalcanti lo disse.
— Ma che c’entrano l’arte e la oligarchia intellettuale dell’Europa in questi litigi di famiglia?
— C’entrano, c’entrano — rispose vivacemente l’Alverighi. — Perchè, arricchiti un po’, quei due signori si sono accapigliati in quel modo e faranno divorzio? Per decidere se lo stile impero vince in bellezza il Luigi XV o il giapponese, se è più chic comprare un antico castello o un yacht... In New-York! In America dove anche i miliardari.... Ma chi è che mi ha detto di non credere una parola di quel che i giornali raccontano intorno al lusso dei miliardari? Lei, Ferrero, mi pare?
Accennai di sì. Ma a questo punto il Cavalcanti ci interruppe:
— Si fa divorzio a quel modo, per delle dispute di estetica? Io direi invece che il marito a un certo momento si è innamorato di un’altra donna, e....
— Si fa divorzio, si fa, sissignori — ribattè l’Alverighi. — Perchè l’Europa è pazza di orgoglio. Quando un europeo ha fatto un po’ di quattrini, subito si inebria, si mette in capo di aver diritto di vivere in un Olimpo, dove non vedrà e non toccherà più che cose di una bellezza o di una bontà uniche: e allora la è finita! Non può più intendersi con i suoi simili. Si crede infallibile e Dio. Caligoleggia.
— Su via, — disse ridendo il Cavalcanti: — non tutti i milionari che amano l’eleganza sono dei Caligola....
— Sono allora — ribattè pronto l’Alverighi — degli snobs e degli sciocchi, che pagano il doppio tutte le cose, per avere un fondato motivo di crederle più belle.
Ma qui il Cavalcanti gli obiettò che lo snob giudica le cose dal prezzo, ma l’uomo di vero gusto misura il prezzo secondo le cose. A mo’ di risposta l’Alverighi raccontò ridendo di aver letto un giorno, a Parigi, in piazza Vendôme un sesquipedale richiamo di bottega innalzato per tirare gli Americani del Sud, che poi sparì, e che suonava così: «El Zapatero le plus cher du monde». Il più caro, dunque il migliore! Io raccontai allora — l’aneddoto mi ritornò nella memoria in quel momento — come la signora mi avesse detto che le perle, di cui si ornava sul «Cordova», erano false, perchè aveva lasciate le vere a Parigi; e come avesse filosofato sulla vanità delle opinioni umane intorno alle perle false e alle vere: perchè il mondo le giudica vere o false secondo crede o no ricco abbastanza chi le porta o chi le dona! L’aneddoto piacque all’Alverighi, che si rivolse di nuovo al Cavalcanti:
— Vede, vede? — dicendo. — Anche una signora elegante, qualche volta, ragiona....
— Conclusione? allora? — replicò sorridendo il Cavalcanti. — Vivekananda ha ragione, almeno in parte: se i raffinamenti della civiltà sono illusione e la ricchezza perde, crescendo, il potere di procurare nuovi e più intensi piaceri, il savio non la desidererà, almeno oltre questa misura.... A che serve la ricchezza, se non procura che illusioni e nessuna gioia verace?
— Serve ad aver crucci, fastidi, fatiche, ansie, malattie, insonnie — rispose risoluto l’Alverighi.
— Obbligatissimo! Non so che farmene allora....
— Perchè lei è un sibarita. I veri e soli asceti dei tempi nostri siamo noi, accaparratori insaziabili di milioni. Dico sul serio: non sorrida: noi che fatichiamo di giorno e di notte; e ci priviamo della casa e del sonno; e viviamo nomadi sulle ferrovie e sul mare; e per quale scopo o speranza? La godiamo noi forse, la nostra ricchezza? Che cosa ci regala, questa ricchezza, oltre l’ebbrezza mistica di averla creata, se non tormenti e fatiche e malattie? Sì: io voglio accumulare cento milioni: cento, non uno di meno, ad uno ad uno, infaticatamente: ma sarò io più felice quando sarò l’invidiato signore di cento milioni? La mia vita sarà più bella o migliore? Sarò spossato, infermo, triste; avrò infiniti crucci ed ansie e pensieri....
Ma il Cavalcanti qui lo interruppe.
— Ma questo appunto è il grande errore dei nostri tempi e dell’America. Arricchire per arricchire, glielo disse l’ingegnere Rosetti, è una vana illusione: la ricchezza è e non può essere che un mezzo....
— La ricchezza non è divina che se è fine a sè stessa — gridò veemente l’Alverighi. — Lo so, i facili filosofi dell’oggi deridono questo ideale: accusano gli Americani di averlo imposto al mondo: dimostrano che è assurdo. Bella fatica! Ma o che forse non sono assurdi tutti gli ideali che trascendono l’interesse del singolo, quando si giudicano alla stregua di questo interesse? Non sono tutti delle vane illusioni? Alla stregua dell’interesse suo personale, il soldato che si fa uccidere per salvare la patria, non è forse un imbecille? Che cosa importa la salute della patria a colui che non sarà più? Non sarebbe meglio per lui sopravvivere alla sconfitta, che non vivere dopo la vittoria? Sicuro: noi fatichiamo e non godiamo: del torrente immane di ricchezze che noi, giganti del denaro, versiamo nel mondo, non approfittiamo noi, ma la moltitudine neghittosa, ignorante, meschina, invidiosa, stolta che ci odia e perseguita; e che ora, per merito nostro, ha quel che le generazioni precedenti non ebbero: ha pane, ha letto, ha vestiti, salute, un po’ di luce per l’intelletto ottenebrato, la sicurezza dell’avvenire. Ferrero ha ragione: chi fa lusso, chi spreca, chi sciala in America non sono i miliardari, ma le classi medie e gli operai, che accusano poi ad ogni momento i miliardari di essere dei Sardanapali. Sciocchezze! Ma io, ma noi perchè ci uccidiamo al lavoro? Non lo so; non m’importa; non lo voglio sapere. L’opera che ci smunge, che ci macera, che ci scarnisce, la conquista della terra, trascende la nostra mente, come le guerre, come le rivoluzioni, come tutti gli avvenimenti storici. E soffriamo, deperiamo, moriamo felici in questa frenesia, di cui non comprendiamo la ragione, perchè un demonio arcano ci investe: e quindi abbiamo diritto di dire che la ricchezza è divina in sè stessa e che noi viviamo non per noi, ma per gli altri, per il mondo, per l’avvenire, consumati e purificati da un fuoco divino, che deterge le inevitabili scorie delle nostre intenzioni. Lei, ingegnere, disse ieri sera che l’uomo dovrà alla fine disinteressarsi della ricchezza; è vero; lei ha ragione; Vivekananda ha ragione: ma il vero mezzo di disinteressarsene, è non lo spregiarla, il desiderarla per sè e non per i vani piaceri che essa promette agli sciocchi. Underhill era il vero asceta moderno, l’uomo più puro e disinteressato del mondo: ma non i Feldmann invece; che volevano goderla la ricchezza! Darsi l’aria di raffinati e di esteti! Farsene uno strumento con cui umiliare i loro simili! Essi hanno meritata la loro sorte, perciò....