II.
L’Alverighi si era rifatto. A questo veemente discorso nessuno, nemmeno il Cavalcanti, replicò. Tacemmo tutti; sinchè, visto che nessuno parlava, il Rosetti, il quale aveva finito allora allora di sorbire il caffè:
— E la signora Feldmann? — chiese. — Lei me l’ha dimenticata, avvocato! Che cosa doveva fare la signora, se la ricchezza non serve che a fare cumulo? Calare anch’essa in Wall Street a fianco del marito? Brigare la presidenza di qualche società petrolifera?
L’Alverighi tacque un momento: poi brusco:
— Ma quella è una donna — disse.
— E le par poco? — rispose, ridendo, il Rosetti. — Le donne sono su per giù la metà del genere umano e il grande impiccio di tutte le filosofie dell’azione. Se fare — la guerra, gli affari, il governo — è la ragione unica della vita, quale è il còmpito della donna nel mondo, oltre il mettere al mondo dei figli e divertire gli uomini a tempo perso, sinchè sono giovani e belle?
— È quel che vo dicendo da un pezzo — interruppe la mia signora. — Tutti parlano del trionfo della donna oggi; e invece noi assistiamo alla sua forzata abdicazione. Prima dell’invenzione delle macchine, le donne filavano, tessevano, cucivano, facevano il pane, le conserve, il bucato, curavano i malati, allevavano i figlioli.... Avevano un còmpito nel mondo, che era loro. Adesso le macchine — cioè quasi sempre degli uomini — fanno tutte queste cose, e poi gli uomini dicono che le donne invadono le professioni maschili, se tentano di pigliar una laurea quasi sempre inutile....
— Se l’immagina lei, avvocato, — proseguì il Rosetti — la signora Feldmann, novella Penelope, intenta a farsi le calze; quelle tali calze.... che costano.... non ricordo più quanto?
L’Alverighi tacque un momento, perplesso; poi:
— Ma vuole lei forse — disse — riconoscere alla donna il diritto di spendere come le piace il denaro del marito?
— No — rispose il Rosetti: — ma penso che lei in questo momento dimentica, come l’altro giorno, quando ragionava del progresso, che produrre le ricchezze non basta, bisogna anche consumarle: se no, a che giova produrle? Che ci siano e ci debbano essere degli uomini che di ricchezza fanno ricchezza e non vogliono altro, siamo d’accordo: ma è pur naturale che altri — le donne, per esempio, e non soltanto le donne, ma molti uomini pure, anzi non solamente molti ma i più — bramino le ricchezze per convertirle in godimento: se no anche gli altri, gli indemoniati giganti del denaro, come li chiama lei, sarebbero condannati a stare tutto il santo giorno con le mani in mano e non potrebbero, poveretti, sacrificarsi a pro del genere umano. Quindi i più vorranno accrescere le loro ricchezze per accrescere i godimenti: e per accrescere i godimenti non ci sono che due mezzi: o aumentare la quantità o variare la qualità delle cose che ce li procurano. Amo il vino e cerco di guadagnar di più per soddisfare meglio questa voglia? Potrò o beverne dello stesso in maggiore quantità o beverne del migliore. Ma è chiaro che la quantità, presto o tardi, sazia.... Dunque, oltre una certa quantità, o il desiderio riesce a trovare soddisfazioni più elette, a tradurre la qualità in quantità, o la ricchezza è inutile. Lo snobismo! Lo so: è un bersaglio facile, oggi! Ma ci pensi un po’: non sarebbe esso uno sforzo per tradurre la quantità in qualità, a cui tutti gli uomini sono spinti dall’incremento stesso della ricchezza? Lei non perdona ai Feldmann che, fatti di ricchi straricchi, hanno cercata affannosamente la strada dell’Olimpo: ma badi.... Una villana si inurba, va alla fabbrica, viene in possesso di qualche spicciolo. Quale uso ne fa? Compra forse un numero maggiore di vestiti contadineschi? No: ne compra che le paian più belli: imita la città e le sue foggie: si orna di sciarpe, di nastri, di fronzoli.... Tenta insomma di tradurre la quantità in qualità. Tutti si sbracciano oggi — i socialisti come i sovrani — a magnificare il proletariato che sale; che cioè si sforza di scimmiottare i signori, di tradurre la quantità, i maggiori salari, in qualità. L’innalzamento del proletariato è lo snobismo degli artigiani. Noi abbiamo discusso a lungo, in questi giorni, intorno al progresso: orbene per quale ragione questa parola così vuota suona così piena all’orecchio dei moderni? Perchè il progresso è lo snobismo dei popoli.... Gli statistici allineano e incolonnano i numeri; provano come nei nostri tempi tutto cresce o decresce rapidamente, quasi di anno in anno si potrebbe dire: la popolazione, la ricchezza, i traffici, i depositi delle banche, le ferrovie, i viaggiatori, le scuole, i telefoni, i delitti, le nascite, le morti, i matrimoni, i fallimenti, gli analfabeti.... Ma i popoli non si accontentano di leggere quei numeri: li vogliono far cantare: cantare la dolce canzone che essi si fanno più forti, più savi, più gloriosi, più grandi: migliori, in una parola. Le teorie del progresso, buone o cattive, che ogni nuovo giorno inventa, non sono che tentativi di tradurre la quantità in qualità, dei numeri in virtù, per conto dei popoli....
Il ragionamento era lucido e saldo. Ma non disarmò l’Alverighi.
— E la plebe ha ragione — disse — perchè la plebe può, grazie alla macchina, tradurre la quantità in qualità, come dice lei. I ricchi invece non possono. Ricorda, signor Cavalcanti, la nostra discussione intorno alle eleganze del vestire? Non si tessono più quei broccati e damaschi, da vestire vescovi, principi e re, che ammiriamo nei musei!, gemeva lei, sconsolato. È vero, le ho risposto io, ma in compenso oggi anche l’artigiano e il contadino si possono vestire con una certa eleganza, ignota ai loro nonni. Io, lei, Rockefeller: che differenza c’è quanto al vestito? Sono passati i tempi in cui si poteva dire di un ufficiale dei moschettieri, quale d’Artagnan, che andava in giro carico di pizzi come un altare! Le macchine hanno profusi gli oggetti di qualità media, togliendo via i pochi esemplari reputati straordinariamente perfetti, di cui si gloriavano i nostri antenati; e perciò hanno fatte inutili le grandi ricchezze tra le mani di coloro che le posseggono....
Questa osservazione parve a tutti d’improvviso così vera, che ognuno di noi si sentì invogliato a confermarla. Io osservai che la «linotype» e la rotativa guastano il gusto del pubblico e l’ingegno degli autori, incalzando quello a leggere e questi a scrivere a precipizio. Gli studi classici declinano, perchè nessuno vuol più perder tempo ad imparare le difficili regole del bello scrivere, quando la penna deve volare. Il Cavalcanti osservò che i tempi passati dipingevano poco e bene; i nostri scarabocchiano dalla mattina alla sera libri, giornali, riviste, caricature, copertine, cartelloni. Il Rosetti, un po’ scherzosamente, trattò invece della decadenza del formaggio, che pur essendone egli ghiotto assai, aveva quasi smesso di mangiare, perchè non ne trovava più del buono: interrogati, parecchi mercanti avevano ad una voce accusate le macchine di fabbricare molto formaggio e in fretta, ma più scadente. L’ammiraglio invece osservò che le macchine insieme con il bello stile la grande pittura e il prelibato cacio di cui erano ghiotti i pastori di Teocrito, avevano quasi rimosso dal mondo anche il galateo. Il codice delle belle maniere non può essere scrupolosamente osservato tra gente che tutto il dì corre all’impazzata: perciò gli era spesso capitato, nei suoi viaggi, di udire gli Orientali rimproverare gli Europei di rozzezza e rammaricare, a Parigi, che perfino lì, in quella antica sede della cortesia, si vedano ormai nella ferrovia sotterranea le signore in piedi e i signori seduti, uomini e donne far ressa a spintoni alle porte. Cavalcanti riprese infine la parola per parlare delle arti decorative: così affaccendate oggi a servire un pubblico volubile e frettoloso, che non hanno tempo di elaborare e maturare uno stile vitale.
Sebbene parecchie di queste osservazioni fossero mosse da uno spirito avverso alle macchine, l’Alverighi finse di non avvedersene; e prese lo slancio a concludere:
— Vedete dunque? Il piacere è una pianticella che cresce in piccoli vasi. Colui che sogna i miliardi o i milioni per godere chiede la Pampa intera per piantarci un rosaio. L’Europa non fa che esporre in vetrina per la ennesima volta la sua stoltezza, quando si beve così scioccamente tutte quelle favole sul lusso dei miliardari americani! Del resto, ingegnere, non ammise anche lei l’altra sera, che al di là di un certo grado di perfezione non è più possibile distinguere delle differenze nella bellezza o nella bontà delle cose — dir se è più buona una bottiglia di Champagne o una di Bordeaux, se è più bello un quadro di Tiziano o un quadro di Raffaello? Che non c’è un calcolo infinitesimale delle qualità? O dunque? Chi possiede dieci milioni potrà forse godere dieci volte meglio di chi ne abbia uno solo: ma chi possiede cento milioni non potrà godere dieci volto meglio di colui che ne ha dieci e cento di colui che ne ha uno: gustare bocconi dieci volte più ghiotti; abitar casa o vestir panni dieci volte più sontuosi; o se volete anche, esser amato da un numero dieci volte maggiore di donne dieci volte più belle! Quindi non potrà scampare dal dar di cozzo in uno dei corni di questo trilemma: o spendere le sue ricchezze per gli altri, come fanno i miliardari dell’America del Nord: o lasciarsi ingannare dai ciurmatori che spacciano per eccellentissimo quel che è solamente più dispendioso, come fanno un po’ troppo spesso — devo riconoscerlo — i ricchi americani del Sud: o rodersi per una smania di eleganze impossibili, cercando quel che non esiste, come hanno fatto i Feldmann.... La ricchezza moderna non serve, non deve, non può servire a coloro che la posseggono: ma a tutti. Appartiene al popolo, al progresso, alla civiltà, all’avvenire. Il proprietario apparente ne è il depositario, dice Carnegie.... Anzi: non il depositario, ma la vittima, il martire. Noi dovremmo essere venerati come i santi nel Medio Evo...
Un clamore di risa e di allegre proteste lo interruppe. Tacque, ridendo anch’egli: e il Rosetti:
— Lei avrebbe ragione — disse — se.... se.... se.... — Fece una pausa: poi: — Quel che lei dice, mi rammenta una favola mitologica, che mi fu narrata tanti anni fa, durante un viaggio alla volta degli Stati Uniti, non ricordo più da chi.... Non si vergognerebbero loro di starla ad ascoltare? La mitologia è ormai un trastullo da bambini: ma imaginiamo per un momento di esser ridiventati bambini, dopo aver tanto filosofato! Del resto è una favola rammodernata: la favola di Prometeo e di Vulcano, che scappano in America....
Ma a questo punto si volse a guardare intorno la sala: era vuota, chè il pranzo era terminato da un pezzo; e i servitori aspettavano che noi pure ci levassimo, per sparecchiare.
— Se si andasse sul ponte? — disse. — L’ora di fumare è giunta.
Ma l’ammiraglio voleva prima andare a veder la signora e la mia signora il bambino; così si convenne, poichè erano già le otto e mezzo, che ci ritroveremmo alle nove sul ponte di passeggiata. Alle nove eravamo infatti tutti seduti a cerchio, a babordo, tranne l’ammiraglio che tardò venti minuti e si scusò, raccontando che a rivederlo la signora aveva rotto di nuovo in pianto.
— È disperata! — disse. — Proprio deve amar suo marito anche più che non credessi.
Discutemmo un po’ su questo punto: il Cavalcanti avventurò la supposizione che l’animo della signora avesse ceduto alla prima sorpresa, ma che si riavrebbe presto: poi tutti insieme invitammo il Rosetti a narrarci la favola promessa. Il Rosetti accese un sigaro; e sorridendo incominciò:
— Dovete dunque sapere che da un pezzo Prometeo, legato sul Caucaso, si rodeva il fegato da sè più ancora che non glielo rodesse l’avvoltoio. Imaginarsi! Aver plasmato l’uomo dal fango, avergli dato il fuoco e insegnate le arti: e poi, per ricompensa, essere incatenato sopra una vetta nevosa del Caucaso dall’invidia degli Dei; ed essere dimenticato lassù dagli uomini che, quando l’avevan visto in catene, si erano affrettati a conchiudere che il torto era suo, tutto suo, di averli creati e istruiti! Glielo avevano forse chiesto, essi, di esser creati? Prometeo voleva vendicarsi e ruminava nella solitudine del Caucaso strani pensieri: fuggire in qualche grande deserto e in quello creare con il fuoco una nuova generazione di Titani, straordinaria, meravigliosa, unica addirittura, che non fosse solo cento volte più robusta della prima, ma che fosse senza paura e incorruttibile, che Giove non potesse nè atterrirla con i suoi fulmini nè corromperla. Un’impresa, che a ogni altro sarebbe apparsa impossibile! Difatti quando se ne aprì con Vulcano, che ogni tanto Giove mandava a saggiargli i ferri se erano saldi, e gli chiese perchè si ostinasse a restar nell’Olimpo, egli, il paria degli Dei, lo zimbello di Giove, di Giunone, di Venere e di Marte, e lo invitò a fuggir con lui, e gli promise, se l’aiutasse, di farlo unico Dio dell’Olimpo, Vulcano quel giorno credè che Prometeo fosse ammattito per i patimenti. Ma finalmente un bel giorno Cristoforo Colombo scoprì l’America. Bisogna sapere che, dopo la scoperta dell’America, ci fu un gran subbuglio, non solo sulla terra ma anche in cielo. I vecchi Dei, abituati da un pezzo a governare il piccolo Mediterraneo, non se l’aspettavano una seccatura di quella forza: come i governi e la diplomazia moderna, non volevano fastidi: erano ligi, per quel che riguardava il mondo e la geografia, al principio dello statu quo. Ci furono dunque discussioni e litigi in quantità, tra i vecchi Dei del Mediterraneo, per decidere quel che fare del nuovo mondo, se colonizzarlo dì ninfe, di fauni, di driadi, di eroi e via dicendo; e del subbuglio approfittarono Prometeo e Vulcano, che alla fine si decise, per volgere le spalle al Mediterraneo. Scapparono in America con i famosi pellegrini. Imaginatevi quel che successe nell’Olimpo quando si seppe che il rapitore del fuoco non era più su la vetta del Caucaso, ma in America e con Vulcano! Giove radunò subito il consiglio dei ministri — cioè mi sbagliavo — degli Dei; all’unanimità fu deliberato di destituire l’avvoltoio: poi si disputò a lungo se mandare o no in America una spedizione a catturarlo. Ma era così lontana, l’America! Alla fine Minerva fece una proposta degna della più giudiziosa fra le Dee. «L’America — essa disse — è un immenso deserto; perciò noi non sappiamo a che uso destinarla: ebbene, facciamone la prigione di Prometeo e di Vulcano che è fuggito con lui.... Abbandoniamola a loro. Che cosa potranno fare i due sciagurati, soli con il loro fuoco, in quel deserto, dove non ci sono uomini e dove non ce ne anderanno mai, se noi non ci porteremo, oltre il fuoco, gli altri beni delle vita che dipendono da noi?» E così parve. Soli tra gli Dei dell’antico Olimpo mediterraneo Prometeo e Vulcano si stabilirono in America esiliati; e da principio errarono solinghi e miseri per le pianure e le montagne selvaggie del nuovo mondo, in compagnia della propria ombra; perchè Vulcano, avvilito della lunga umiliazione subita sotto gli Dei mediterranei, non credeva da principio che si potessero crear dei Titani, come li voleva Prometeo, fedeli, incorruttibili e senza paure. Incorruttibile e senza paura, fu mai nessun animale, uomo o semidio? Ma Prometeo era ostinato.... Scoprì le miniere di carbone, i laghi sotterranei di petrolio; e con questi combustibili e con l’elettricità che aveva scoperta nel vecchio mondo incominciò a creare nel deserto la nuova generazione dei Titani.... Voglio dire le macchine! Che cosa sono le macchine mosse dal vapore e dall’elettricità, la ferrovia, il telefono, il telegrafo, la dinamo, il forno Bessemer, le macchine agricole e tutte le altre, se non il secondo furto del fuoco, principio di tutte le arti o, come si dice adesso, di ogni progresso?... E allora si vide quel prodigio che lei, avvocato, ha magnificato tante volte a ragione: i deserti delle due Americhe, condannati anch’essi dagli antichi Dei mediterranei alla sterilità eterna, incominciarono invece a fruttificare con abbondanza incredibile.... Più forti dello spazio, del tempo, del deserto, della montagna, dell’Oceano, della terra, i Titani frugavano veloci, impassibili, infaticabili tutti i ripostigli della natura. Imaginarsi lo stupore e la gioia dei pochi disperati, che avevano cercato in quei deserti la libertà, a prezzo di stenti! In ginocchio addirittura caddero davanti a quei Titani e incominciarono a gridare: «Li abbiamo trovati, finalmente, gli Dei davvero amici degli uomini! Gli Dei che stiamo cercando dal principio del tempo! Gli Dei non sospettosi, non duri alle preghiere, non interessati e avari come gli Dei mediterranei, dai quali per tanti secoli abbiamo supplicato invano l’abbondanza, la salute, la ricchezza, la pace, e non ce ne hanno largita mai che qualche minuzzolo; e a stento, con mille rabbuffi, facendo tanto di occhiacci». La più giudiziosa delle Dee, Minerva, che stava all’erta, si impensierì: vi ricorderete che essa aveva consigliato di imprigionar Prometeo e Vulcano in America: e corse da Giove.... Ma Giove, seduto sul suo trono d’oro, ascoltò; volse lento e solenne lo sguardo verso il mondo nuovo; rimirò un istante quegli immensi deserti, gli uni coperti di neve, gli altri arsi dal sole, in cui a stento perfino i suoi occhi discernevano qua e là qualche villaggio o cittaduzza, accampamento più che città; e scrollando le spalle: «Non te ne dar pensiero, figlia» rispose. Ma intanto la notizia che nel nuovo mondo si erano finalmente scoperti questi nuovi e portentosi Dei, amici davvero degli uomini e non tiranni e gendarmi, si divulgava nel vecchio: i più arditi salparono, altri tennero loro dietro; a poco a poco il passaggio dall’uno all’altro mondo per cercare i nuovi Dei ingrossò, diventò ressa, e quasi fuga precipitosa. Alla fine anche gli Dei dell’Olimpo si spaventarono: la clientela si disperdeva; e quindi da Giove ogni dì, ora l’uno ora l’altro: perfino le Muse ci andarono, mi pare.... Anzi sì, ci andarono dopochè Prometeo ebbe inventata la pianola elettrica! Sicuro: condotte da Apollo, in processione, con le chiome disciolte, le Muse andarono a strillare furiosamente presso il trono di Giove che Prometeo aveva voluto far loro un atroce dispetto. Giove — sia detto in confidenza — era un po’ rimbecillito. Come tutti i potenti invecchiati nel governare, del resto. Ed anche era un po’ troppo distratto da Leda e da Danae e non ricordo più da quale altra donnina del mezzo cielo. A quell’età, capirete!... Era quindi diventato un Giove parlamentare, e diceva: «Farò, vedrò, provvederò; lasciate fare a me». Ma non faceva nulla. Un giorno però gli Americani ebbero addirittura la sfacciataggine di convocare gli Dei dell’universo e quindi anche i vecchi Dei mediterranei a congresso, in Cicago: e quel giorno anche Giove si risvegliò, anzi andò su tutte le furie: tempestò con un terremoto l’Italia meridionale; scacciò infuriato Danae e Leda; convocò il consiglio degli Dei; rimproverò acerbamente agli altri Dei gli errori proprii; gridò che era tempo di agire; e incominciò a tempestare con la sua folgore i nuovi Titani. Ma ahimè: l’astuto Prometeo l’aveva scoperto il modo di creare dei Titani fedeli, incorruttibili e senza paura! Li aveva creati senza cervello. Quando, nell’Olimpo, si accorsero dell’infernale stratagemma di Prometeo, successe il finimondo. E se gli uomini si smaliziassero alla fine per davvero, aprissero gli occhi e capissero che per vivere beati non avevano che da adorare degli Dei ciechi, sordi, muti e senza cervello? Presto, presto occorreva negoziare: far delle offerte a Vulcano, perchè in cambio imponesse ai suoi innumerevoli fedeli anche il culto degli altri antichi Dei mediterranei. Marte, Pluto, Cerere e Bacco si dichiararono pronti a mettersi alla scuola di Prometeo; a far la guerra, il vino, la mietitura e l’oro a macchina. Minerva disse che acconsentiva a fare un corso di perfezionamento in una università della Germania e a studiare il calcolo infinitesimale, la fisica e la chimica. Venere, che era pronta a ricongiungersi con Vulcano sotto il medesimo tetto e a promettergli la fedeltà, ma questa volta sul seriissimo. Giove e Giunone, infine, di trattarlo come un figlio, che ha fatto molto onore nel mondo ai suoi genitori. Apollo solo, che aveva assistito imbronciato alla seduta, non disse nulla. Fu dunque spedito Mercurio.... E Mercurio ritornò con questa risposta: Vulcano e Prometeo accettavano il patto, aggiungendo però una condizione: che gli Dei si impegnassero a non porre mai, per nessun motivo o ragione o pretesto, nessun freno, condizione o limite alla velocità e alla forza dei Titani, perchè questi altrimenti, pur docili e senza cervello come erano, si sarebbero ribellati anche a Vulcano e a Prometeo. «Corrano sinchè creperanno», grugnì rabbioso Giove. E gli Dei stavano già per approvare il trattato, quando Apollo balzò in piedi: e alto, agile, bello, coronato di luce: «Non mai, non mai! — gridò. — Se la vecchiaia, o Zeus, ti fa pesante nelle mani quello scettro del mondo che hai retto per tanti secoli con tanto vigore; se la mollezza e la viltà che accompagnano sempre le lunghe e sicure dominazioni vi fanno pronti voi, colleghi di Olimpo, ad accettare come un savio patto una così torbida insidia, non io che sono il calore e la luce del mondo, la vita iniziale di ogni seme, la prima spinta di ogni moto, l’impeto primordiale di ogni forza, il faro universale della verità, della bellezza e della virtù; non io che illumino, riscaldo, rinnovo, vivifico e guido per le sue vie il mondo; non io mi acconcierò a ricevere da pari, qui sull’Olimpo, i due impostori che ingannano laggiù la miserabile specie umana, mascherandosi per i trivi da Apollo; e appendendo ogni sera lungo le vie della città, sulle teste degli uomini, dei ridicoli soli da tasca, li hanno persuasi a infrangere la santissima legge del giorno e della notte che io diedi all’uomo, come principio di saggezza e di salute; e accendendo qua e là per il mondo dei piccoli fuochi ed inventando dei piccoli ordigni voglion far credere agli uomini che essi possono quel che neppur io non potrei. Onta sarebbe: e non onta solo, ma stoltezza, riceverli qui e accettare il chiesto impegno. Ascoltate infatti quel che io vi dico.... Io vi dico che il giorno in cui nessun limite più, nessun freno o misura sarà posta alla velocità e alla forza del nuovi Titani senza cervello, noi, Dei dell’antico Olimpo mediterraneo, precipiteremo tutti dai nostri troni dorati: e unico Dio impererà sui due mondi, adorato dalla moltitudine con la faccia prona al suolo, come nei primi tempi della storia, il Fuoco!
Ciò detto, il Rosetti tacque d’improvviso. Ma se tutti noi avevamo ascoltata sorridendo questa bizzarra satira delle macchine, nessuno ne aveva capita la inaspettata conclusione; e l’Alverighi espresse il pensiero comune, dicendo, dopo una pausa:
— Ebbene? E poi?
— E poi, che cosa? — rispose il Rosetti, sempre sorridendo.
— E poi, — replicò l’Alverighi, — desidererei saper come lei risponde a quel che ho detto. Perchè ancora non ha risposto.... E penso, che gli altri....
— Lei non ha capito? — chiese il Rosetti, fingendo una leggera meraviglia. — Eppure Apollo è il Dio della Luce.... Ma è vero: non ci pensavo: le luci artificiali hanno ormai guasti tutti gli occhi. Occorre dunque che io mi provi a chiosare Apollo, per illuminare la luce? — Ma a questo punto trasse l’orologio, e: — Mancan pochi minuti alle undici, — disse. — E il discorso sarebbe lungo. Io sono stanco; ho girato parecchie ore quest’oggi a Las Palmas e alla mia età.... Se mi permettete, vi spiegherò domani il discorso di Apollo.
E ci salutò. Noi restammo alquanto a ragionar di questa bizzarra favola.
— Mi sembra una brillante satira delle macchine — disse l’ammiraglio. — Piacerà alla signora Ferrero. Ma non vedo il filo che la dovrebbe legare ai nostri discorsi di questa sera.
— Incomincia di nuovo a pazziare — sentenziò l’Alverighi.
Il Cavalcanti invece lasciò libero il corso all’ammirazione sua per la festosa ironia della favola, senza chiedersi quale ne fosse il fine ultimo. Ma io dissi che un fine c’era, senza dubbio, e raccontai quel che il Rosetti mi avesse detto la sera prima dell’ironia.
— Aspettiamo adunque e vedremo — conchiusi.