III.
Ma una ospite inaspettata si sedè quella sera al mio capezzale, nella cabina oscura: l’insonnia. Appena spento il lume, il pensiero della signora e del suo acerbo caso, un po’ impallidito tra i discorsi della sera, mi ritornò in mezzo alla mente, risvegliando diversi sentimenti: un principio di pietà; quel certo sgomento che un evento improvviso suscita in ogni anima; ed anche un vago fastidio di dovermi ripresentare a lei in atto di profeta sbugiardato dai fatti. Ma come avevo potuto fallar la mira a quel modo? Perchè non avevo subito, fin dal principio, indovinato che di mezzo c’era, doveva esserci, non poteva non esserci una donna, anche se la signora, per inesperienza e amor proprio e bisogno di illudersi, mi assicurava di no? Perchè del vero, che pure avevo intravisto sotto il primo baleno dell’intuizione, mi ero poi così facilmente ricreduto, cedendo al suo primo diniego? Ma tra questi pensieri nacque un dubbio: che la signora non fosse stata sincera nelle sue confidenze; e da questo dubbio spuntò presto un sospetto. Era da supporre che un uomo, il quale non fosse pazzo, ripudiasse una donna, dopo ventidue anni, da un giorno all’altro, solo perchè aveva gusti estetici differenti e un’altra gli piaceva di più? Altre ragioni dovevano esserci, più gravi. Cercai di scacciare questo pensiero, ma invano: e a poco a poco il sicuro giudizio che avevo fatto della signora vacillò. Era essa una vittima o una commediante? Ce ne son tante in giro per il mondo! E mi smarrii in un mare di congetture; sinchè in mezzo a queste incertezze di nuovo, come la sera in cui avevamo discusso di «Amleto» e la sera dell’equatore, mi parve di cadere a un tratto nel gran vuoto del Tutto ridotto a Nulla, ma questa volta con tristezza e sgomento. A che pensare, studiare, indagare, viaggiare? Mi illudevo di scoprire quel che avevano voluto o pensato generazioni, Stati e popoli del mondo antico; mi ero mosso a due lunghi viaggi per conoscere la immensa America; e poi, ecco, mi smarrivo a quel modo nel giudicare una donna e i suoi casi. Che cosa possiamo noi sapere? Nemmeno se la terra gira intorno al sole! Mi ritornarono nella mente i discorsi dei giorni precedenti: pensai con invidia agli uomini d’azione — esploratori, guerrieri, banchieri — e allo stesso Alverighi.... Poi, a un tratto, mi ribellai! Due settimane di ozio «senza rimorsi» mi avevano troppo illanguidito: incominciai ad almanaccar argomenti per dimostrare che il sole sta e la terra gira; in questa meditazione mi infervorai: la beata ottusità in cui avevo vegetato fin allora, testimone passivo e se non muto fioco, di tanti discorsi, dileguò: per un momento mi parve di dominare, con la mente, l’universo aperto ai miei sguardi.... Tra questi pensieri mi accorsi che il lettuccio dondolava, sentii la compagine della nave scricchiolare internamente, quasi fosse in procinto di schiantare. Moto e romori consueti, la notte: ma quella notte mi parvero ricordare a un tratto la perenne instabilità di tutte le cose: e di nuovo l’universo riprese a oscillare insieme con le incertezze dei miei pensieri. La signora Feldmann era una vittima o una commediante? La terra girava davvero intorno al sole?
Non so quanto durò questa smaniosa farneticazione nel buio. Certo è che mi addormentai tardissimo, in grembo agli spazi celesti, a mezza strada tra il sole e la terra. E la mattina seguente, svegliandomi, ripensai alla signora Feldmann con un po’ di disagio, non scevro di diffidenza! Certo in tutta quella oscura faccenda si nascondeva qualche mistero non bello! E l’idea che potevo incontrarla mi infastidì. Ma appena uscito dalla cabina afferrai al volo, sul ponte, alcune frasi barattate tra la bella genovese e la moglie del dottore di San Paolo.
— Questa è una vendetta del marito — diceva la bella genovese. — Lei gli ha fatto un torto, lui ha fatto le viste di non accorgersene; ma alla prima occasione....
Ma la moglie del dottore pareva dubitarne.
— Mi pare una signora seria, per bene....
L’altra tentennò il capo e sorridendo maliziosamente:
— Ci metterebbe lei una mano sul fuoco? Io no. Vuol che suo marito la pianti da un giorno all’altro, per sposare la sua governante, se lei non gliene avesse dato un motivo serio? Sposa la sua governante per farle dispetto, scommetterei!
— Ma le pare — rispondeva la moglie del dottore — una bella azione, questa?
— Eh, gli uomini, lo sa anche lei.... — replicò la genovese. — Sono fatti così. Certi torti non li perdonano.... Guai a chi ci casca. A ogni modo — aggiunse con un nuovo sorrisetto non esente di compiacenza — non farà più il bagno nell’acqua profumata da cinquecento lire.
— Poveretta! — sospirò invece più cristianamente l’altra.
— Ecco una, che va per le spiccie, — pensai. — Le donne sono proprio maligne fino alla crudeltà, fra di loro.
E protestai dentro di me contro questa accusa così precisa, enumerandomi tutte le ragioni che mi sembravano buone a sbugiardarla: eppure, eppure.... Sentivo che anch’io, quasi mal mio grado, non volendo, incominciavo a sospettar male. In certe cose, non si sa mai.... Durante la mattina, non vidi nè l’ammiraglio, nè il Rosetti, nè l’Alverighi: il Cavalcanti invece sì, e parlammo prima del discorso di Apollo. Io gli raccontai che la notte m’ero sforzato di inchiodare di nuovo il sole al centro del sistema solare: ragionammo a lungo della scienza moderna, che sta volatilizzandosi nel pensiero stesso degli scienziati, della voga che ha ripigliata la filosofia critica; e il Cavalcanti la spiegò, dicendo che la scienza doveva essere, come l’arte, una delle tante vie che conducono l’uomo attraverso le foreste del mondo verso la Vita; ma che le fitte liane degl’interessi, come succede tanto spesso nelle foreste del Brasile, l’aveva intercettata. Non potei a meno di parlargli anche della signora e di raccontare quel che la bella genovese aveva supposto. Sorrise; si strinse nelle spalle; e:
— Perchè no? — disse.
Anche il Cavalcanti dunque non era alieno dal sospettare! A colazione comparvero il Rosetti e l’ammiraglio: ma nè alcuno chiese a questi, nè egli ci diede notizie della signora, quasi che tutti fossero stati presi da un subito scrupolo di toccare l’argomento. E questo silenzio — non so perchè — mi disanimò ancor più dal credere senza riserve nella sua innocenza. Io tentai di indurre il Rosetti ad aprire subito i riposti segreti della sapienza apollinea: ma il Rosetti si schermì, rimandò le chiose alla sera, dopo il pranzo; perchè nel pomeriggio doveva scrivere le sue note di viaggio. Si ragionò dunque di altre cose: del signor Yriondo, per esempio, che ormai era entrato in convalescenza. La scienza cristiana vinceva!
Terminata la colazione, dopo aver letto sulla carta che a mezzodì eravamo giunti a 31 gradi e 12 minuti di latitudine, a 11 gradi e 12 minuti di longitudine, trassi in disparte l’ammiraglio prima che ci disperdessimo per la siesta, e gli chiesi notizie della signora. Aveva passata una notte torbida; nella mattina lo aveva fatto chiamare; e tra pianti e sospiri gli aveva detto e ripetuto che non poteva ancora capacitarsi; che tra lei e suo marito non c’era mai stato nessun sospetto o serio litigio: che miss Robbins era sempre stata la più buona, leale, sincera tra le donne; che essa credeva di sognare, non capiva, si chiedeva se il mondo non si era da un giorno all’altro rovesciato....
— Rovesciare e rovesciabile sono le parole che avremo adoperate di più, in questo viaggio — pensai tra di me.
E con quanta maggior discrezione seppi usare, gli chiesi se la signora gli pareva sincera. Non rispose chiaro nè sì nè no: gli dissi allora che insomma una ragione doveva esserci ad un così strano divorzio; forse egli, avendo conosciuto il marito, poteva indovinarla. Mi guardò, sorrise; e:
— Non posso credere che il Feldmann sia matto, — rispose, girando di largo. — Un uomo.... che ha fatta una così grande fortuna!
Esitò alquanto; poi, a poco a poco, si aprì e alla fine mi raccontò che il Feldmann accusava la moglie di essere una donna insopportabile, testarda, puntigliosa, dispettosa. «A voi che la vedete — ripeteva spesso — tutta fronzoli e sorrisi, in un salotto, sembra un angelo. Ma dovreste viverci insieme!» Si lagnava che fosse gelosa e sospettosa: che lo spiasse senza ragione, gli aprisse le lettere, ne facesse sorvegliare ogni passo e scritto e parola.
— E questa è davvero bizzarra, — soggiunse: — perchè anche poco fa la signora mi ripeteva per la millesima volta che lei non ha mai sospettato di nulla. Chi ci si raccapezza è bravo....
Gli chiesi allora se il marito, a suo credere, potesse rimproverare alla moglie qualche infedeltà. Ma su questo punto fu reciso:
— No, no. In questo, la signora è stata sempre al di sopra di ogni sospetto. Non ho mai udito nè il marito nè altri esprimere il più leggero dubbio.... E poi, direi quasi che si sente, avvicinandola, che è una donna virtuosa. I rimproveri del marito erano di altro ordine....
E, dopo una nuova esitanza e dopo avermi raccomandata la discrezione:
— Vuol che le racconti la più strana? — disse. — Un giorno mi confidò che sospettava sua moglie.... di volerlo avvelenare!
— Avvelenare! — esclamai — Questa poi!
E mi raccontò che gli aveva detto di essersi sentito più volte dei misteriosi malesseri, che sua moglie a più riprese si era stranamente ostinata a voler preparare con le sue mani il thè e il caffè....
Ci lasciammo per la siesta. Durante tutto il pomeriggio meditai queste confidenze; perchè anche questa volta, dopo averle scacciate con un movimento istintivo d’incredulità, queste strane accuse mi ritornarono nella mente ostinate, empiendomi di nuovo incertezze e di dubbi. Può un uomo che non sia pazzo inventare simili cose, senza nessun appiglio di vero? E sentivo crescere in me il disagio, la diffidenza e l’avversione.
— Certo il marito avrà esagerato, — pensavo quasi a mio dispetto: — ma se lei si è tirata addosso una disgrazia di quel genere, devo avere anch’essa i suoi difetti. Anche se non l’ha tradito.... A una donna davvero virtuosa, buona, gentile simili cose non capitano!
Anche il discorso sulle perle false, da me ripetuto la sera prima a tavola, aveva fatto il giro del vapore; e intorno a quello udii il gioielliere dire alla bella genovese e alla moglie del dottore di San Paolo cose alquanto inaspettate.
— Non mi meraviglio, non mi meraviglio! — diceva — L’avevo sospettato, per quanto a distanza, senza pigliarle in mano, sia difficile giudicare se delle perle sono vere o false.... Ma un paio di volte mi ha pregato di mostrarle se avevo qualche bell’oggetto con me.... Di solito in viaggio non mi occupo di affari: ma per farle piacere, questa volta.... Ho però visto subito che non si combinava nulla: non se ne intende, di gioie e di gemme!
— Io del resto — rispose la genovese — non ho mai creduto che fosse così ricca come dicevano.... In fin dei conti, viaggia con una cameriera, e ha qualche bell’abito, non è vero? Ci vogliono poi tanti milioni, per questo?
— Ma e il regalo ce lo farà ancora? — disse, metà scherzando, metà sul serio, la moglie del dottore.
Il vento contrario pigliava forza e il prestigio della signora pericolava. La giornata torbida, grigia, piovosa terminò presto; l’autunno scorciava i giorni; pranzammo quetamente — assente la signora, per fortuna, chè l’idea di rivederla mi infastidiva sempre di più — e scherzammo un po’ sull’imminente discorso di Apollo: a udire il quale il Rosetti ci trasse, dopo il pranzo, nel fumoir dalle rosse pareti a fiorami d’oro, perchè fuori la notte era già troppo fresca. Ci sedemmo intorno a un tavolo; l’Alverighi offrì dello Champagne; e il Rosetti, acceso un sigaro, finalmente parlò.
— Apollo dunque intendeva di dire.... — Fece una pausa, come chi titubasse innanzi ad un inciampo: poi facendo con il discorso un balzo, e volgendosi all’Alverighi: — Siamo dunque d’accordo, avvocato, — disse. — La macchina ha privato i re, i principi, i miliardari che hanno preso il posto dei re, di quel piccolo numero di cose eccellenti e bellissime, o reputate tali, che la mano dell’uomo fabbricava una volta, e ha profuso nel mondo oggetti di qualità meno rara e difficile. Ha fatto insomma trionfare la quantità a scapito della qualità: come è legge eterna, del resto: perchè io posso voler fabbricare in un certo tempo cose di una certa qualità, vale a dire simiglianti a un certo modello di perfezione che ho innanzi agli occhi o nella mente: ma allora non posso più fabbricarne la quantità che mi talenta: debbo star contento di quella quantità di cui potrò venire a capo, lavorando con il massimo ardore. Posso dire invece: voglio tante cose di tal qualità. Ma allora non posso più prescrivere a capriccio il tempo necessario a finirle. Oppure: voglio, in tanto tempo, tanta quantità: sta bene, ma mi toccherà allora di accontentarmi del possibile rispetto alla qualità. Cosicchè chi vuole accrescere la quantità e scorciare il tempo, gli occorre rimetterci sulla qualità. E questo è proprio quello che la macchina ha fatto, come lei disse ieri: e ha fatto bene a farlo, — aggiunse poi. — Pianga pure la signora Feldmann di non poter comperare le sognate meraviglie con i suoi cento milioni: infiniti altri godono del suo pianto. Senonchè se le macchine che noi mettiamo in opera oggi hanno vinte le antiche arti manuali, e questo è bene, meglio sarà se saranno vinte alla loro volta, come del resto già accade, da macchine due, tre, cinque volte più veloci; che fabbricheranno cose più scadenti ma in maggiore abbondanza e in un tempo minore. Perchè la macchina, dopo aver vinto, non dovrebbe stravincere? Per qual ragione il progresso dovrebbe sostare a mezzo corso? Ed ecco la ragione per cui Apollo ammonì gli Dei dell’Olimpo a non consentire a Vulcano e a Prometeo quella tal condizione, che sapete. Perchè o la civiltà nostra riuscirà a trattenere la furia delle macchine; o quel che oggi si suole chiamare il progresso opprimerà il mondo sotto una abbondanza sempre più grande di cose maggiormente scadenti, sinchè ci saranno ruote e ordigni resistenti all’esercizio a cui sono destinati; corpi e spiriti che non pieghino al gravame dei più grossolani piaceri. La macchina annullerà insomma tutte le differenze e le qualità delle cose, come vuol fare, per forza di meditazione, la filosofia vedantista; e allora non solamente i disgraziati che, come i Feldmann, possederanno cento milioni, ma i milionari prima e poi, via via, anche gli agiati, non potranno più tradurre la quantità in qualità, e la ricchezza diventerà inutile a tutti, a mano a mano che ne crescerà la somma totale. In altre parole: una civiltà la quale non si sforzi che di accrescere la quantità deve terminare in un’orgia immane ed irosa: perchè togliete al popolo ogni amore e ammirazione della bellezza, della gloria e della virtù, ogni aspirazione a migliorare sè e le cose del mondo: ed eccovi la moltitudine moderna: che non vuol che quantità, la casa più larga, l’acqua, il pane, il vino, la luce, il salario più abbondante, il treno più rapido.... Quantità, quantità, quantità: e quindi malcontenti tutti alla fine: i pochi ricchi, perchè questi esauriscono presto la quantità e al di là di questa non possono più tradurre la quantità in qualità; la moltitudine povera, perchè i più sono troppi.... Fatene quanto più potete comoda e agiata la condizione, non potrà mai toccare a tutti tutto quello che ognuno può desiderare.
Questo rapido e inaspettato discorso ci colse tutti alla sprovvista. Tacemmo tutti per un momento, mentre il Rosetti ci guardava come aspettando le nostre obiezioni: poi, quando si accorse che nessuno rispondeva, si volse alla Gina:
— Signora, — dicendo, — lei ci ha fatto l’altro giorno un bellissimo discorso contro le macchine. Lei ha accusata la macchina di far l’uomo insaziabile, di creare la carestia permanente, di sperperare le ricchezze naturali che non si rinnovano. Alludeva, suppongo, alla fecondità della terra, alle foreste, alle miniere; sopratutto al calore latente, all’energia potenziale, accumulata nelle miniere di carbone, nei pozzi di petrolio e nelle cascate d’acqua; che è poi il primo principio di quasi tutto il gran subbuglio e frastuono e andirivieni e giramento in cui, sotto nome di progresso, vive oggi il mondo e se la gode, a quanto pare. Ma se noi fossimo assediati in una città e avessimo grano per tre mesi, proporrebbe lei, signora, di non distribuirne più nemmeno un sacco perchè, se no, dopo tre mesi non ce ne sarebbe più: di morir tutti, subito, di fame, per non morire, eventualmente, di qui a tre mesi? Lei ha ragione, signora, di dire che la macchina fa insaziabile l’uomo, ma non già perchè noi consumiamo molto più dei nostri vecchi; per un’altra ragione invece, che a me pare, come direi?, più intrinseca e che è poi, almeno secondo me, il vizio occulto e mortale della civiltà moderna: perchè avvilendo e avvilendo ancora la qualità delle cose per accrescerne la quantità, essa toglie al desiderio il suo freno naturale, alla quantità la sola misura intrinseca: che è appunto la qualità. La misura è la sintesi della qualità e della quantità, ha detto, se ben ricordo, Hegel. Farsi beffe della smania che in tutti c’è, ricchi e poveri, di tradurre la quantità in qualità, è facile. Ma è giusto? Lo Champagne — e accennò le due bottiglie che erano sul tavolo — è un rito sacro della ospitalità americana. Perchè lei, e perchè il signor Vazquez ce ne han fatto bevere tanto? Perchè tutti gli Argentini si sentono in dovere di offrirne una «copa», quando vogliono usare cortesia ad un amico o ad un ospite? Perchè lo Champagne è considerato come il nettare, l’ambrosia, l’idromele dei tempi nostri.... Sarà una illusione, ammettiamolo pure: ma supponga che i vini fossero una repubblica di eguali, senza plebe e nobiltà.... Allora la cortesia, non potendo offrirne del migliore, ne offrirebbe di più.... Lei avrebbe fatto portar qui, come usano i barbari, una grossa botte di vino. Noi ci saremmo ubriacati.... E avremmo noi forse goduto di più? In questo piccolo esempio lei vede in iscorcio quale è l’ufficio delle qualità o dei valori nel mondo, per parlare come i filosofi moderni. A lei, avvocato, pare che la storia abbia messo il carro avanti ai buoi, perchè prima di scoprire l’America e di avere, nonchè conquistato, neppur conosciuto il mondo, gli uomini si sono tanto sforzati di creare arti, filosofie, religioni, diritti. Ma per qual ragione crede lei che le grandi civiltà del passato — sino alla Rivoluzione Francese — abbiano considerato l’incremento delle ricchezze o come cosa pericolosa o come cosa di seconda importanza, da lasciarne il pensiero alla gente oscura ed ignobile, come fanno del resto i Mussulmani anche ora? Gli uomini erano forse tutti pazzi o stolti allora? Tutti oggi considerano l’arte come un lusso, distaccato e posto al disopra delle necessità della vita. Ma come si spiega allora che l’arte abbia fiorito tanto più rigogliosa di adesso in tempi e civiltà poverissime, a paragone della nostra? Io ho viaggiata la Grecia, le isole dell’Egeo, l’Asia Minore: la culla della poesia, della letteratura, della scultura, dell’architettura.... Che magrezza di terre: e non per colpa dei Turchi soltanto! Come ci vivessero, e dovendole far fruttare con strumenti così deboli, i Greci, non si riesce quasi più a imaginarlo. Ma Platone disprezzava i meccanici; e i Greci pensavano a migliorare la qualità del mondo, abbellendolo, perchè l’arte è qualità pura: lo disse anche lei, avvocato, l’altro giorno,... Erano anche essi pazzi? No: erano nel vero: sapevano che la qualità — si chiami bellezza, giustizia, bontà, gloria, santità, nobiltà, grandezza o come volete — è il sale e il condimento della vita: quel non so che, che varia il sapore delle cose, screzia l’aspetto dell’universo, risveglia ed appaga sempre nuovi desideri, fuga dal vivere il tedio e la sazietà; la forza che nella monotonia matematica della quantità introduce la varietà, che è il primo principio del progresso e della civiltà, la radice della felicità, la ragione del vivere e dell’operare, il divino e inebriante sorriso del mondo....
— E queste cose — interruppe l’Alverighi — me le dice lei, proprio lei, che da tre giorni mi fa sudare tre camicie per contrastarle che la varietà del mondo non è una illusione? E il suo vedantismo, se ne è scordato adesso? Insomma lei pensa sì o no che la varietà del mondo sia una illusione....
— È una illusione, se ciascuno ha il diritto di farsi il suo criterio del bello, di affermare che New-York è bella, solamente perchè gli piace. Questo concesso, la catastrofe del mondo a cui abbiamo assistito, non è più che questione di tempo....
— Noi tutti saremmo allora obbligati, secondo lei, a affermare — tutti in coro, ad una voce — che New-York è bella o brutta? E allora mi permetto di ripeterle quel che già le dissi la prima sera; poichè abbiamo fatto in verità un bel cammino e ci ritroviamo proprio ancora lì, al punto di partenza: in forza di qual principio? In base a quale criterio? Dove è la misura per giudicare? Ci dovrebbe essere una autorità, una legge, una forza, un qualche cosa, che mi obbligasse a dir nero, anche quando sento bianco. E noi lo stiamo cercando invano da tanti giorni, questo qualcosa; come del resto tutti i filosofi, da poi che il mondo è mondo, l’hanno cercato; e non l’hanno trovato ancora.
Il Rosetti lo guardò in faccia, sorridendo fino fino.
— I filosofi non l’hanno trovato — disse. — È vero. E non l’abbiamo trovato neppur noi discutendo.... E non l’hanno trovato i Feldmann litigando. Ma lo ha trovato lei, ieri sera....
— Io? — gridò l’Alverighi.
— Sì, lei! — rispose il Rosetti, cercando nelle tasche i fiammiferi.
L’altro tacque un momento; poi ridendo:
— Sarà, — disse — poichè lo dice lei. Ma io non me ne sono accorto.
Il Rosetti riaccese il sigaro, e poi:
— Da dieci giorni noi andiamo dissertando intorno a quel che è bello, buono, o vero, se questa arte o quella, se questa o quella filosofia, se il progresso, la scienza, la ricchezza. Ma invano abbiamo cercato di parallelo in parallelo e di meridiano in meridiano, mutando cielo ogni giorno, l’argomento decisivo; la lama che tagliasse il nodo; il bandolo con cui sciogliere la matassa. Ogni ragionamento, o suo o nostro, era sempre rovesciabile o confutabile in qualche modo: e di sofisma in sofisma la disputa si prolungava. Quando alla fine siamo venuti nel discorso, se la ricchezza è buona o cattiva; e allora lei ha detto: ragioni quanto vuole, ma gli uomini oggi la ricchezza la vogliono: la vogliono e basta! E se ne è andato. Se invece di voltar le spalle, lei si tratteneva ancora un momento, le avrei detto che quel tale argomento decisivo, la lama e il bandolo, erano alla fine trovati: perchè lei mi aveva tappata la bocca. Che cosa avrei io potuto replicare? È possibile dimostrare che la ricchezza è vana o cattiva a un uomo ardente di cupidigia? O ad un innamorato che la sua bella è brutta? Se io ammiro profondamente la scultura greca o la musica italiana del secolo XIX o il teatro di Shakespeare, se bramo di godere e di rigodere queste opere d’arte, i critici e gli esteti potranno argomentare a loro talento: io starò fermo come torre: voglio goder quella bellezza e basta. Se sono invasato dal furore patriottico, nessuna filosofia sarà da tanto che mi cancelli dal numero degli eroi Pietro Micca. Se lo spirito di san Francesco è disceso in me, i precetti del «bushido» giapponese mi incuteranno ribrezzo. Ed eccola la soluzione di tutte le difficoltà che abbiamo così lungamente discusse: eccola, semplice e piana! Per saper quel che è bello o buono o vero, bisogna volere una definizione iniziale della Bellezza, della Bontà, della Verità.... Un criterio sicuro del bello, del buono e del vero può affermarlo ed imporlo non il pensiero, bensì la volontà. La volontà è la sorgente dei valori: non la filosofia....
Tacque un momento guardandoci; poi, come leggesse nel nostro silenzio che la formola era ardua ed oscura, continuò:
— Io non me ne intendo, sapete; parlo di queste cose a orecchio, come il semplice buon senso mi suggerisce. Ma io non riesco a capire come e perchè gli uomini moderni abbiano perduta di vista, correndo per il mondo, questa piana e semplice e ingenua verità: questo unico faro che nel gran mare della vita non si spegne mai, a salvezza di noi poveri naviganti.... Quando ritornai dall’America, e tanto per passare il tempo incominciai a studiare un po’ per conto mio, da principio non mi raccapezzavo: tante filosofie, tante estetiche, tante morali, tanti partiti politici, tante scuole di diritto; e tutte armate l’una contro l’altra sino ai denti, e un gran frecciare da tutte le parti terribile e vano; perchè — strano a dirsi — tutti tiravano e nessuno era mai colpito a morte! Ma che succedeva nel mondo? Chi aveva ragione e chi aveva torto? Perchè questa battaglia, piena di grida e senza morti? Per un po’ mi chiesi se il mondo, mentre io stavo in America, era ammattito o se invece ero ingrullito io, nella Pampa.... E non mi raccapezzai che il giorno in cui riuscii a capire quel che non avrei dovuto ignorare mai: che la ragione, il pensiero, la filosofia possono svolgere, ma non possono affermare ed imporre i primi principii di un’arte e di una morale, le definizioni elementari della bellezza e della virtù da cui ogni arte ed ogni morale prende le mosse. Queste definizioni la volontà sola le può porre ed imporre. Non la volontà di un singolo uomo — intendiamoci bene, però: perchè allora si ricasca in quel disordine che ci conduce difilati al vedantismo. La volontà di ogni singolo uomo, abbandonata a sè medesima, è così debole e incerta, che non riesce nemmeno ad imporre a sè stessa un criterio fermo e sicuro del buono, del bello e del vero: imaginarsi poi agli altri! La volontà dunque che pone le fondamenta di una morale, di un’arte, di una dottrina deve essere una volontà per dir così «grande»; una volontà superiore a quella di ogni singolo e che tutte le volontà singole abbracci e forzi: la volontà di una scuola, di una setta, di una chiesa, di un ordine sociale, di un popolo, di un’epoca, di più generazioni, di una civiltà, di molti secoli; e più grande è, meglio è: emanare per una particella infinitesima dallo spirito di ognuno; ma raccogliersi in alto e di là ridiscendere sul capo di tutti, come la pioggia che cade sulla terra a torrenti a guisa di dono del cielo, è salita, invisibile evaporazione, a goccia a goccia, dai pori della terra....
E tacque di nuova. Noi pure tacemmo un po’ perplessi, sinchè io parlai — credo — a nome di tutti, dicendo che il suo pensiero era oscuro e pregandolo di dirci come la volontà potesse porre questi primi principii del bello, del vero e del buono.
— Limitandosi — rispose immediatamente e laconicamente, senza esitare. Poi tacque di nuovo.
— Limitandosi? — chiese il Cavalcanti, aggrottando la fronte. — Non capisco.... Che intende?
Il Rosetti pensò un momento come cercasse la risposta più semplice e chiara; poi:
— Consideriamo — disse — l’arte, poichè di questa abbiamo ragionato più spesso. Quella sera in cui discutevamo di «Amleto», lei disse, signor Cavalcanti, che l’arte è una cosa infinita. Ha ragione. Già lo dissi a lei, avvocato, l’altra sera, l’uomo può trovare un principio di bellezza in tutti gli opposti, nell’ordine e nel disordine, nel semplice e nel fastoso, nel classico e nel rococò, nel sole e nella nebbia, nella luce e nella tenebra, nella leggerezza e nel peso, nella rosa e nell’orchidea, nel Partenone e in un ghetto cadente, in Parigi ed in New-York, nella retta e nella curva, nella violenza e nella dolcezza, nella grazia del fanciullo e nel terrore di una catastrofe.... Può trovarlo, l’uomo, un principio di bellezza in tutte queste cose: ma non è obbligato a cercarlo in una piuttosto che in un’altra. E allora che cosa succederà se ogni artista nel creare, e ogni amatore nel giudicare, sceglierà quel principio che più gli garba, liberamente, seguendo la sua inclinazione, il suo estro o capriccio, come lei vuole, Alverighi? Il mondo diventerà una Torre di Babele, quale il «Cordova» è stato in questi giorni: Caio giudicherà bello quel che a Tizio sembrerà brutto e viceversa, perchè ciascuno muoverà da una prima definizione del bello differente; e se Tizio e Caio dovranno vivere insieme, per forza litigheranno sempre senza intendersi mai, come i signori Feldmann hanno fatto.... Perchè, per esempio, noi abbiamo tanto e così inutilmente discusso, senza intenderci, intorno ad «Amleto», a Rodin e ad altri artisti? Perchè nel ragionamento di ognuno di noi era sottintesa una diversa definizione del bello. Ognuno di noi voleva una cosa diversa. Dunque per non esser costretti a litigar sempre senza intendersi mai e a far divorzio, come i Feldmann, occorre limitarsi insieme. Insieme, ho detto. Che cosa è una scuola d’arte? Un genere letterario? Lo stile di un’epoca? È una delle infinite forme della bellezza, isolata dalla volontà di una scuola, di una generazione, di una città, di un popolo, di una civiltà: posta come principio e modello e criterio unico della bellezza universale e attuata con uno sforzo perseverante. Insomma che una generazione, che una città, che un popolo, che una scuola affermino che il bello è o la semplicità, la proporzione, la snellezza, la grazia, la linea retta; oppure il fastoso, il manierato, il massiccio, il gigantesco, la linea curva: dicano: è bello, lo voglio e basta, con quanta forza ci vuole per far tacere i critici e i sofisti contrari; e allora avranno un criterio del bello, limitato sì ma sicuro, e da quello potranno dedurre, con il ragionamento, delle regole d’arte precise e certe, almeno per quanti abbiano riconosciuto il principio; regole acconcie così all’artista che si accinge a creare come al pubblico che deve giudicarlo: potranno educare il gusto del pubblico ed ottener che pubblico e artista si intendano....
Ma il Cavalcanti a questo punto interruppe improvvisamente e con un impeto insolito in lui:
— Ma allora lei vuole ridar vita, essere, corpo ai generi letterari, alle scuole artistiche, alla precettistica convenzionale delle varie arti, che i nostri vecchi dovettero studiare e subire.
— E perchè no? — chiese sorridendo il Rosetti.
— Perchè? Ma perchè la bellezza è una cosa infinita, come lei stesso riconosceva. Perchè la bellezza ha infinite forme ed espressioni, quindi regole e leggi senza numero, che non si possono nè formulare nè insegnare nè codificare; o si sentono o non esistono. Queste limitazioni e i principii che ne nascono e le regole che si possono cavare da questi principii sono tutte arbitrarie....
— Naturalmente — rispose il Rosetti. — Ogni arte deve sempre svolgere con logica rigorosa i principii da cui muove; ma questi principii non sono e non possono essere mai necessari. Se no, come si spiegherebbe che tutte le scuole d’arte e tutti i generi letterari fioriscono un po’ e muoiono tutti, prima o poi? Se una scuola o un genere posasse sopra principii assolutamente necessari, sarebbe eterna, imperitura, immortale.
— Ma se la scelta è arbitraria, — ribattè il Cavalcanti, — perchè dovremmo noi farla? perchè dovremmo affermare che è il bello, quel che del bello è solo una forma? Perchè dovremmo formulare delle regole e leggi là dove deve imperare libera l’ispirazione? Ogni regola d’arte è per sua natura convenzionale....
— Naturalmente, — rispose di nuovo il Rosetti.
— Ma come? Ma come? Lei dice naturalmente? Ma chi dice convenzionale dice l’opposto del bello, la morte dell’arte. Il bello è la verità, è la sincerità, è la libertà.... È la più comoda e fiorita delle vie per cui l’uomo cammina verso la Vita! L’interesse — ora lo capisco finalmente e sciolgo il nodo che mi aveva così a lungo infastidito — è ciò che spinge una scuola, una epoca, un popolo, la «volontà grande», come lei dice, a isolare tra i molti che si offrono un principio di bellezza, a limitarlo; cioè a proclamarlo il primo, anzi l’unico. Agli architetti del barocco faceva comodo che i contemporanei giudicassero bello solo lo stile loro, come ogni popolo ama credere che la sua letteratura è la prima del mondo.... Gli interessi sono come le liane delle foreste del Brasile, che attorcigliano il Tronco della Vita e tentano di strozzarlo!
— E quindi — interruppe l’Alverighi — ho ragione io di dire che la macchina e l’America rendono un gran servigio al mondo, purificando l’arte dagli interessi che l’inquinavano.
— Senza dubbio — riprese il Cavalcanti. — E quindi mi par chiaro, appunto perchè la bellezza è infinita, che noi dobbiamo non già limitarci; ma proprio all’opposto, cercare di scappar fuori dalle limitazioni entro cui gli interessi cercano di chiuderci; quindi dalle regole arbitrarie delle scuole, dai pregiudizi convenzionali delle chiesuole, dalle voghe effimere dei tempi....
— Libertà quindi! — rincalzò l’Alverighi. — Sono contento, signor Cavalcanti, di averla persuasa.
— Ma certamente! — rispose il Cavalcanti. — L’arte è una specie di unica lingua, eterna e universale, che ciascun popolo e tempo scrive con i suoi caratteri. Da paese a paese, di mezzo in mezzo secolo, mutano quelli che Sainte-Beuve chiamava «les modes de sensibilité»: le voglie, i gusti, le forme, l’alfabeto insomma con cui gli artisti trascrivono la bellezza; ma l’arte è unica, come la bellezza: e quindi tutti cercano e tutti trovano in siti diversi lo stesso tesoro; e quindi non ci sono più arti, molte scuole, differenti stili, ma un’arte sola, una sola scuola, un unico stile dal Giappone alla Francia, dai tempi antichi ad oggi, chi sappia intenderli; e perciò noi dobbiamo cercare di capire tutte le arti, tutte le scuole, spogliandole ad una ad una delle differenze apparenti di cui i tempi ed i luoghi e gli interessi le vestono: levandoci quanto è possibile al di sopra del tempo e dello spazio, per intendere la lingua comune dell’umanità, la eterna e assoluta bellezza! Si ricorda quel che dissi, quando discutevamo di «Amleto»? Mi dispiace di dovermi ripetere e gliene chiedo scusa: ma questo mi pare il solo vanto di cui gli Americani possono gloriarsi a petto degli Europei, in arte.... Noi non siamo esclusivi come gli Europei, noi cerchiamo di aver nervi per tutte le arti, di capire e di ammirare tutto.... Mi vien quasi voglia di gridare «terra terra», come Colombo, o «thalatta, thalatta», come i Greci di Senofonte. Non avendo null’altro da fare, noi ci siamo messi a discutere a casaccio, intorno al bello. Ciascuno di noi ci aveva, sì o no, pensato qualche volta, in un momento di distrazione. E ciascuno ha detto quel che gli passava per il capo, lì per lì.... Ne abbiamo dette delle grosse, quindi! Che le nostre ammirazioni estetiche erano tutte interessate.... Che la macchina purificava l’arte dagli interessi e dava all’uomo la libertà del gusto! Pareva non ci fosse modo di intendersi: quando ecco, lei pronuncia, ingegnere, una parola, una parola sola: «limitandosi»; e attraverso questa parola brilla sui nostri paradossi il raggio della verità, che ci mette tutti d’accordo. Sì: l’uomo cerca la bellezza infinita: perchè nella breve ora che gli è concessa egli aspira a vivere la maggior somma di Vita che può. Ci aspira, anche a costo di litigar di continuo: non siamo forse al mondo per litigare? Ma gli interessi lo trattengono alle forme momentanee e caduche in cui ogni artista si esprime, come queste fossero la bellezza totale e assoluta. E quindi egli si divincola; tenta di rompere e di tagliare intorno al tronco dell’arte le attorciglianti liane degli interessi; rovescia i limiti che impediscono allo spirito di soffiar libero come il vento sull’Oceano; cerca la libertà, che è il cammino più sgombro e spedito alla meta ultima del suo lungo viaggio: la Vita!
Queste cose furon dette con eloquenza: piacquero a me come a tutti, ma non sorpresero me, che subito ci riconobbi quella singolare mischianza di filosofia tedesca un po’ brumosa, di misticismo orientale, e di latino amore del bello, del lucido e del preciso, che empiva la mente del mio amico. E quando il Cavalcanti ebbe finito ci volgemmo tutti verso il Rosetti, come invitandolo a rispondere. E lentamente, dopo un istante, il Rosetti rispose:
— Forse ha ragione — dicendo. — Ma vorrei saper da tutti voi una cosa.... Mi sapreste dire se Omero ha esistito o no?