I.
Ad uno ad uno, i vaporetti che da due ore ronzavano intorno al «Cordova» si allontanarono; e il «Cordova» restò per qualche tempo solo, fermo sulle àncore, in mezzo alla baia di Rio de Janeiro. Rivolto il viso verso la poppa, sul ponte di comando, dove il capitano della nave, il cavaliere Federico Mombello, aveva invitati la Gina e me a dar l’estremo addio alla città, io guardavo ancora una volta, aspettando che la nave salpasse, la azzurra e luminosa catena dei monti Tinguà, della Stella, degli Organi, che chiude a settentrione la baia; la erta corona di punte, di cuspidi, di obelischi, di denti, di creste che la sormontano; il fulgido e turgido festone di grandi nuvole bianche che in quel meraviglioso pomeriggio di primavera era appeso ai suoi fianchi: guardavo e pensavo che tra pochi minuti si chiuderebbe per sempre, nel volume della mia vita, uno di quegli episodi che non si ripetono.... Addio, addio per sempre, America, due volte visitata nei due emisferi: immenso mondo in cui ero entrato con così ardente curiosità; che avevo corso con tanta foga; dove avevo viste e intraviste tante cose ignote, sfiorita la primizia di un trionfo non ancora goduto da altri, asceso un gradino sulla scala della fortuna! Nell’ora della partenza quelle cento montagne, quelle mille vette parevano spogliarsi della materia e del peso, evaporare in fulgide nuvole azzurre al contatto delle rilucenti nuvole bianche; e le nuvole bianche inghirlandavano le azzurre; e le azzurre reggevano disteso al sole il luminoso festone delle bianche; e le bianche e le azzurre si confondevano in un immenso splendore che empiva il cielo; come se dopo tante magnificenze della natura e degli uomini, l’America volesse rifulgere ancora una volta ai miei occhi — ultima magnificenza — in quella celeste muraglia di vapore e di luce. Onde me pungeva, in quel momento, non so se una tristezza soave o una melanconica gioia, soffusa di un vago sgomento. Sentivo che stava per trapassare sul mio capo un istante irrevocabile; che avrei potuto rifar quante volte volessi il viaggio d’America, ma non rifare mai più quel primo viaggio che allora finiva.
Una campana, dei segnali squillarono. Lenta lenta, a sinistra, sul fianco destro della nave, la costa su cui sorge Rio si mosse. Erano le cinque in punto. Addio, addio per sempre, ancora una volta addio, o prima o unica America, che non potrei rivedere mai più! E mi voltai verso prua. Una immensa conca verde, quasi tutta ancora soleggiata, si apriva dinanzi. Attraversavamo l’ultima parte della baia, il suo vestibolo verso l’Oceano, un lago azzurro, chiuso a levante e a ponente entro due montagne cupamente verdi e ricoperte di un fitto vello di folte foreste. Sospinti dall’irrevocabile precipitare dell’ultimo istante, spaziammo con la vista nella gran conca, vaghi di ricapitolarne ancora una volta le bellezze molteplici: a levante, a piè della verde parete dei monti, le estreme case di Niteroy nascosta in un seno e la divina spiaggia di Icarahy, sulla quale avevamo passato un così delizioso pomeriggio con Graça Aranha sotto il nembo dei profumi che il vento scuoteva su noi dalle vicine foreste; gli isolini e gli isolotti boscosi che si vedevano far capolino e rimpiattarsi da ogni parte, uno dietro l’altro, quasi immensi cespugli natanti o cime di una gigantesca foresta sommersa; la verde parete montuosa di ponente e il Corcovado nel mezzo, che appuntava al sole la cuspide aguzza, ripido e scosceso come un precipizio: Rio infine, ai suoi piedi! Rio, la città, inghirlandata di palme e di avanzi della foresta millenaria; la città che tuffa i piedi nel mare e posa il capo sulla montagna, tra le selve; l’ultima delle grandi metropoli americane da me visitate, sulle sponde dell’Atlantico, nei due emisferi. Dovunque, in basso come in alto, dalla spiaggia a sommo della collina, a destra e a sinistra, singole case e branchi di case spuntavano, scomparivano, rifacevano capolino, si appiattavano di nuovo, tra cupi boschetti di grandi alberi o sotto altissime palme, i cui ciuffi sormontavano da ogni parte. Ripensai in quel momento a New-York; alla folle furia della città diabolica che, esasperata dalla ferrea cintura dell’indilatabile spazio, accatasta frenetica le moli per scalare le nubi. Ripensai alla opulenta Buenos-Aires, comoda e come discinta nell’immensa pianura, e che in quella si dilata, radente al suolo, con le contigue innumeri case romane di un piano solo, con le strade diritte e interminabili, simile ad una Pompei viva e infinita. Quanto diversa dall’una e dall’altra la metropoli che vedevo dal «Cordova» sbandarsi in riva al mare o sulla collina! La città che si adagia nella foresta della baia, antica come un’avola e bella come una giovane amante; e dei suoi pezzi più magnifici fa ventaglio contro il sole troppo ardente; e le fondamenta dei propri edifici intreccia con le sue radici secolari; e con lei respira i venti della montagna e dell’Oceano che quella fecondano; e la foresta si lascia vivere e crescere sul giovane corpo, facendosi da lei avviluppare quasi come da un’edera gigantesca: unica forse tra le città della terra che non fugga, inorridita come da una tentazione d’incesto, le carezze della madre natura!
Il «Cordova» intanto accelerava l’elica verso la porta della baia, che sta di fronte alle eccelse montagne del fondo; queste, il fulgore del giorno incominciando a velarsi, ripigliavano a poco a poco corpo e peso, incupendo; apparve a un tratto a sinistra, bianco in riva al mare azzurro e a piè della verde collina, il bel palazzo di Monroe, sotto la cui cupola avevo discorso di Roma antica; si avvicinò; lo vedemmo di fronte; si allontanò a destra: rivedemmo per l’ultima volta la bella passeggiata del Botafogo e il grande squarcio pietroso, grigio nella verde montagna, che la sovrasta. Poi montagne di orrenda stranezza si accostarono: il Pan di Zucchero, il monolito posto a guardia della baia, che ha verde il corpo e nero e calvo il capo: al di là del Pan di Zucchero il dorso di un gigantesco dromedario, le cime gibbose del Gran Gabbiano. Già per metà sotto l’ombra, Rio scompariva come in uno scorcio.... Addio, addio per sempre, unica città della terra nelle cui vie si sente e si gode la foresta: le sue smanie d’amore effuse nei soavissimi olezzi che invadono al mattino le case; le ombre meditabonde che essa offre invano ad ogni ora del giorno al frettoloso passante; la torbida arsura e la collera minacciosa degli imminenti cicloni; la sua saziata freschezza e la giovinezza rinata, dopo i torrenziali diluvi: le lunghe estasi immote dei silenzi silvani, sospesi nel meriggio sulle vie deserte: i sommessi e arcani sussurri, che le cime degli alberi mormorano tra di loro al tramonto all’altezza dei tetti: il tumulto dei venti, che investono e scuotono e fanno fremere con lo stesso soffio tronchi e rami, vetri e finestre! E di nuovo, in quel momento, e per l’ultima volta, mi parve di sentire o presentire, che lì in quel frammento della meravigliosa America apparsa ai primi esploratori, in quell’avanzo quasi intatto della più antica natura non ancora rifatta dall’uomo, qualcuno — non so chi — doveva non saprei, se godere o imaginare o musicare o descrivere in verso e in prosa, un inebriante idillio della natura e dell’uomo, dei sensi e dell’immaginazione, dell’amore e del pensiero; idea, o aspirazione, o fantasia germinante a fatica, che da parecchie settimane irritava il mio spirito e non riusciva a sbocciare!
Ma il «Cordova» era ormai in mezzo alla porta della baia, a piè dell’orrida e smisurata muraglia del Pan di Zucchero, piccolo come un insetto. Mi volsi a prua: già si vedeva l’Oceano, pronto a caricarci sulle spalle possenti per portarci al nostro destino: ma tra l’Oceano e noi si interponevano in orrenda mischianza nuovi mostri: le isole, gli isolotti, gli scogli, accovacciati come bestie, a guardia della porta. Passammo tra gli uni e gli altri; mi voltai verso poppa, per veder l’America sino all’ultimo istante: ed ecco a poco a poco — a mano a mano che la nave si allontanava — emergere dalle acque delle groppe, delle criniere, dei musi, dei corni, dei corpi dì animali, abbozzi informi di una confusa creazione, appena abborracciata nella rude materia dei monti, delle isole e delle scogliere. Il Pan di Zucchero si era voltato, ci guardava ora con la faccia deforme del «Gran Gigante di Pietra» intravisto dai primi navigatori; alla sua destra e alla sua sinistra si distendeva una parete di roccie, nera nel nimbo d’oro entro cui il sole l’avvolgea, scoscesa, precipitosa, irta di punte aguzze, scabra di orride sporgenze, spaccata ogni tanto da capo a fondo da enormi anfratti in cui si vedeva spumeggiare l’Oceano: una muraglia di granito formicolante di animali antidiluviani, di bestie fantastiche, di mostri, ora accoppiati insieme a due, a tre, a quattro, ora separati dal mare. Ma la nave affrettava sempre più il passo e il sole declinava all’occaso; a poco a poco le roccie, le isole, i mostri si confondevano e appiattivano in una muraglia nera, nella quale non si discerneva più che a fatica la porta della baia.... L’istante irrevocabile tra tutti stava per trapassare! Mi volsi ancora una volta, per guardare a prua. L’orizzonte era soffuso di un rosso chiaror vespertino; e verso quel chiarore traeva la nave, con tutta la forza delle eliche, ma senza fretta, con passo eguale e cadenzato, alzando ogni tanto la prua, come un cavallo che scuota il capo al fastidio del morso. La nave ancora una volta aveva ritrovata la via nel vasto piano delle acque e risolutamente drizzata la prua verso il lontano destino; l’istante irrevocabile tra tutti — l’ultimissimo — era passato; di tante cose vedute, godute, vissute, dell’America insomma, non ci restava più che — pallido fantasma — il ricordo!