II.
— È la più bella città del mondo. Il modello delle città future. L’urbs del ventesimo secolo....
Così diceva un’ora dopo, a pranzo, a mezzo di una animata conversazione, l’avvocato Arnaldo Alverighi: e non parlando, come il lettore potrebbe forse supporre, di Parigi o di Roma, ma di New-York. La sala da pranzo del «Cordova» aveva tre ordini di mense: una tavola lunga nel mezzo, a capo della quale sedeva il capitano; cinque tavole piccole a destra e cinque a sinistra, ciascuna capace di cinque persone. Alla tavola di mezzo, dove il comandante mi aveva assegnato il secondo posto alla sua sinistra — il primo era riserbato alla Gina, che era rimasta sul ponte — io mi ero, quella sera, ritrovato con parecchi amici del Brasile e dell’Argentina: a destra del capitano, al primo posto, l’ammiraglio José Maria Guimaraês, un vecchio asciutto e arzillo, sui sessantacinque anni, che il governo brasiliano mandava in Europa a comprar navi e cannoni; al terzo posto — il secondo era vuoto — un diplomatico e letterato pur esso brasiliano, il quale però portava un bel nome fiorentino di conio antico, molto diffuso nel Brasile, Cavalcanti: accanto a lui l’ingegnere Emilio Rosetti, e infine, dalla mia stessa parte, al quarto posto (il terzo era riservato al nostro figlio che allora già era a letto) l’avvocato Arnaldo Alverighi. Il Rosetti, che tornava da Buenos-Aires, era un mio vecchio e carissimo amico di Milano: l’Alverighi, l’avevo conosciuto a Rosario: il Guimaraês e il Cavalcanti a Rio. Avevo quindi presentato, dopo i primi convenevoli, il Rosetti e l’Alverighi, che venivano da Buenos-Aires, ai due brasiliani che si erano imbarcati con me, poche ore prima, a Rio: ovvia cortesia, ma il cui effetto fu che ben presto tutti e quattro — anzi tutti e cinque, il capitano compreso — mi furono addosso per farmi ricominciare a ritroso con i discorsi il lungo viaggio allora allora finito. Me lo aspettavo, del resto! Avevamo dunque ragionato un po’ del Brasile, dell’Uruguay, dell’Argentina; poi eravamo trapassati nell’altro emisfero; e tutti allora a interrogarmi ancora più curiosi. Avevo io vedute quelle favolose ricchezze del Settentrione? Quelle città smisurate? Quella indescrivibile vertigine di opere? Quei Titani, quei Semidei, quei Demoni del commercio, della banca, dell’industria? Sinchè eravamo venuti con il discorso alla metropoli americana che l’Alverighi, il Cavalcanti, l’ammiraglio e il Rosetti avevano tutti visitata. Ma qui presto una fierissima disputa si era accesa tra l’Alverighi che l’ammirava o gli altri tre che ne ridevano; avevamo discusso per un po’ in tumulto se New-York era una città bella o brutta; quando l’Alverighi, alla fine, aveva a un tratto, perentoriamente, quasi a sfida, proclamata New-York bellissima tra le città moderne!
— Ci siamo! — pensai. — Chi sa quale indiavolata baruffa mi scatena ora, quel benedetto avvocato!
Io solo quindi, che lo conoscevo, non mossi ciglio e non dubitai che dicesse sul serio: degli altri invece, il Rosetti si volse a me sorridendo: l’ammiraglio squadrò lo strano interlocutore come per leggergli sulla faccia se intendeva scherzare: il capitano, piegandosi verso di me, mormorò a mezza voce: «Non le pare un po’ troppo?»: ma incerti tutti se l’avvocato dicesse o no sul serio, nessuno rispose. L’Alverighi però non li lasciò a lungo nel dubbio.
— Un europeo — egli disse, — non può capire New-York. New-York è l’intestino dell’America che digerisce le immondizie di tutta la terra, i rifiuti dell’universo: e di quelli fa un sangue purissimo, che nutre un continente....
Ed entrato in questo intestino per la bocca della metafora, chi sa per qual via ne sarebbe uscito, se le braccia nude, le spalle ravvolte in un velo celeste, i cui lembi le svolazzavano ai fianchi, sfolgorante in una sfarzosa veste azzurra di gala, come venisse a un pranzo di cerimonia, non fosse comparsa a questo punto sulla porta una signora. Il capo dei camerieri accorse a lei e le fu guida fino al posto che tra l’ammiraglio e il Cavalcanti era vuoto: l’ammiraglio e il Cavalcanti si levarono in piedi, per ossequiarla, e la fecero sedere: ma la sala, una modesta sala dove poche signore pranzavano indossando le vesti della giornata, e che non si aspettava nè quel lusso nè quelle braccia nude, sbalordita smise tutta di pranzare e di discorrere, per rimirarla. Era giovane ancora — trentacinque anni le avrei dati, così a occhio — e in un piccolo viso ovale aveva degli occhi dorati e ridenti, una bella fronte candida, delle sopraciglia nere e sottili, un piccolo naso profilato e una piccola bocca rossa e fresca. Intanto essa, in cospetto della sala ammutolita e senza sentire il silenzio in cui l’aveva piombata, buttava a tergo il velo mostrando dopo le braccia le spalle nude e un magnifico vezzo di perle: poi il busto e la testa erette, appoggiata ai bracciuoli della poltrona, aspettando di esser servita, fece un cenno del capo e un sorrisetto a ognuno di noi a mano a mano che l’ammiraglio la presentava, mormorando un nome che non intesi: infine, questa cerimonia compiuta, prese a sorbire il brodo servitole dal cameriere, con la fretta di chi giunge affamato a mezzo del pranzo.
Il pranzo era stato sospeso per un istante. Ma ecco i camerieri accorsero con la terza portata: coltelli e forchette a poco a poco tinnirono di nuovo sui piatti; occhi e discorsi, per un istante sviati, ripigliarono la via dei loro oggetti consueti. Al nostro tavolo non l’Alverighi, messo un po’ in soggezione dalla bella sconosciuta, ma l’ammiraglio, che certamente la conosceva, ricominciò la conversazione. Parlando per la prima volta in francese (avevamo fin allora adoperato l’italiano, che i due brasiliani parlavano benissimo) con un certo fare malizioso e un accorto sorriso:
— Sa di che cosa stavamo ragionando, signora? — le disse. — Indovini! Di New-York. E il signore, — accennò l’Alverighi, ciò dicendo, — ci dimostrava che New-York è la più bella città del mondo! Sicuro: del mondo!
— New-York? — esclamò, riavuta dal primo stupore, la signora, — New-York?
E scoppiò in una risata squillante.
Sbirciai l’Alverighi con la coda dell’occhio: si rannuvolava! Ma l’ammiraglio continuò a far l’ingenuo.
— Dunque, lei, che ci vive da tanti anni, non è di questo parere?
— Ma ammiraglio, — protestò allora la signora tirandosi il velo sul collo, — lei sa che io ho orrore di tutte le cose che mancano d’armonia e di proporzione.
Ma l’Alverighi afferrò al volo queste parole e:
— Sicuro, — ripose. — A New-York voi trovate la Babele dell’architettura. L’Asia e l’Europa, il paganesimo e il cristianesimo, trenta secoli scomposti nei loro elementi e ricomposti a capriccio da un genio bislacco, ironico, folle, sublime. E proprio per questa ragione io adoro New-York. L’armonia e la proporzione sono l’estetica delle civiltà decrepite. La vita è scabra, ruvida, ineguale, violenta, come New-York. L’europeo non ci si raccapezza, in quella nebulosa incandescente; è naturale, perchè arriva da un pianeta spento; e si domanda, sgomento: ma dove sono? In Grecia? a Parigi? a Norimberga, a Bagdad, al principio del ventesimo secolo, al tempo dei Normanni, sotto lo scettro dei Faraoni? In una città vera o in una città astrale, edificata nel pianeta Marte o in un altro pianeta, da esseri conformati diversamente, più intelligenti e possenti?
Forse troppo occupata in quel momento a sorvegliare la scollatura dell’abito, la signora non rispose. Sottentrò il Cavalcanti. Che l’avvocato dicesse sul serio nessuno poteva più dubitare: ma non era questa ragione bastevole perchè nessuno dei suoi ascoltatori non sentisse la voglia di volgere la sua tesi in ischerzo. Mi parve infatti che il Cavalcanti volesse stuzzicare un po’ l’estro paradossale del suo interlocutore con insidiose domande.
— Dunque — egli disse — l’armonia e la proporzione sono l’estetica dei popoli decrepiti. Che cosa pensa lei, allora, della tragedia greca?
— Buona per il teatro dei burattini — rispose pronto, senza esitare un attimo, l’Alverighi.
— Ah! — esclamò il Cavalcanti come chi è percosso in pieno petto: nè disse altro. Poi, dopo un istante, soggiunse: — E la scultura greca?
— E la scultura greca? — gridò l’Alverighi riscaldandosi all’improvviso. — Quello sì che è un bel caso, per Dio! Basta visitare un museo e non essere un professore di archeologia, per capire che la scultura greca è un’arte sensuale, fiorita in un tempo in cui una bella donna o un bell’uomo erano rari come le mosche bianche.
— Ma io credevo — obbiettò la signora — che i Greci non avessero sotto occhio che corpi bellissimi... Che così educarono il gusto!
— Se ci fosse stata abbondanza di belle donne in carne ed ossa, — replicò l’avvocato — i Greci non ne avrebbero fabbricate tante di marmo. No: quella è un’arte sensuale.
E non so se per riguardo alla signora o per poter esprimere il suo pensiero con minore fatica, continuò in italiano:
— Ma nossignori: a un certo momento, dei professori, degli archeologi, dei filosofi tedeschi si sentono presi anch’essi da una matta voglia di ammirar quelle appetitose nudità: ma come si fa, essendo regi impiegati di una devotissima maestà luterana? Ed ecco allora scoprono che quelle belle gambe, quelle belle anche e tutta quella altra grazia di Dio che sapete, sono l’incarnazione dell’idea. Ed ora anche nei paesi, dove pure una volta la gente sapeva distinguere anche al buio una donna nuda dall’assoluto, tutti vanno innanzi a quelle statue per adergere con l’anima all’ideale, quando invece....
E all’improvviso ammutolì, scrollando le spalle.
Tutti sorrisero, anche la signora, quando l’ammiraglio le ebbe riassunto sottovoce, all’orecchio, in francese, questo bizzarro discorso. Ma era facile capire che in tutti la meraviglia generata dai primi discorsi dell’avvocato cresceva, e con la meraviglia una specie di incertezza irritata: se conveniva discuter seriamente con quell’originale, prendersene gioco o voltargli le spalle arrabbiati. Io solo, che lo conoscevo, non ero nè stupito nè offeso; e quindi pur tendendo l’orecchio ai suoi discorsi, aguzzavo il cervello a sciogliere un quesito diverso: chi potesse essere la ignota signora che di rimpetto a me continuava ogni tanto a scoprire o a velare le belle spalle, ad ascoltare i nostri discorsi, pur saziando un vigoroso appetito con perfetta eleganza di movenze e volgendo intorno gli occhi di continuo ridenti. Vestiva, certo, riccamente: viaggiava sola, così almeno pareva: ma no, una attrice non era, di sicuro. Pareva conoscere da un pezzo l’ammiraglio, che la trattava con un fare quasi paterno ed esente da sospetti, perchè aperto, schietto e non disdicevole alla età di ambedue; era dunque probabile si fosse imbarcata a Rio. Ma aveva abitato a lungo a New-York, come aveva detto l’ammiraglio. Inoltre all’accento ed ai modi l’avrei giudicata francese. Le perle infine potevano essere argomento a supporre che fosse ricca molto; e la veste di gala, che praticasse di solito compagnie più eleganti della nostra. Chi era essa dunque? Ma invano ruminavo queste domande, mentre il Cavalcanti ricominciava a stuzzicar l’avvocato.
— Per passare allora ai tempi moderni, che pensa di Parigi l’estetica dei popoli non decrepiti?
Aspettavamo tutti una nuova eresia. Invece.... Intuì l’Alverighi che il Cavalcanti lo punzecchiava maliziosamente agli estremi paradossi? O si sgomentò egli stesso dell’impegno di sostenere il già detto, dicendo di più? Certo è che lì, a quella domanda, si fermò di botto: e con una mossa improvvisa sfuggì traversalmente.
— Per carità! — disse mutando a un tratto faccia e tono, tra scherzoso e sarcastico. — Vogliamo dunque fare una discussione di estetica?
— E perchè no? — domandò il Cavalcanti.
— Ma io non sono un professore europeo.... — rispose l’Alverighi, assumendo un’aria compunta e desolata. — Sono un povero proprietario argentino: che tante cose ha da fare! Due estancias nella provincia di Buenos-Aires e tre chacras nella provincia di Santa Fé da completare. Centomila ettari nella provincia di Mendoza da irrigare. Un territorio nel Paraguay, grande come una provincia italiana, di cui debbo far qualche cosa, alla disperata rivenderlo per il doppio di quel che l’ho pagato.... Nonchè, purtroppo, tre milioni di debiti da pagare. Sissignori: tre milioni, non uno scudo di meno. Niente paura, però: a un americano, tre milioni di debiti mettono l’allegria in corpo. È bello per un uomo poter dire: io, io solo ho fatti in tanti anni tre milioni di debiti, e li ho pagati: li ho fatti e pagati accrescendo la ricchezza del mondo.... Questa, signori miei, è la vera estetica dei tempi in cui viviamo!
— Questa è l’arte di far quattrini — obiettò asciutto asciutto il Cavalcanti. — Non è la scienza del bello....
A questo punto l’Alverighi tacque un istante, guardando l’interlocutore e sorridendo. Poi lentamente, sempre sorridendo e guardandolo, con un modo ambiguo tra il senno e lo scherzo:
— Lei ci crede, dunque, alla scienza del bello e del brutto?
— Ma certamente. La filosofia tedesca....
— E anche io, — interruppe l’altro, come chi si decide e precipita. — Ci credo anch’io: ma ad una estetica che ho inventata io, brevettata, infallibile, che si riassume in una regola sola: bello è quel che mi piace, brutto è quello che mi dispiace. Sissignori: New-York mi piace; perciò affermo che è la più bella città del mondo; e vi sfido tutti a provarmi il contrario. In nome di quale autorità? Da che cattedra o pulpito? In forza di qual principio? Ogni uomo ha conquistato oggi perfin la libertà di vilipendere i re e di rifare i conti a Domeneddio: vorrei vedere che qualcuno mi contendesse, a me, la libertà di proclamar bello quel che mi piace, senza il permesso della Facoltà! Allons donc!
Anche io, in quel momento, come tutti gli altri, tenevo gli occhi sull’Alverighi: su quel piccolo viso taurino dalla fronte scendente a piombo sotto i neri capelli ritti e fitti, dagli occhi vivi e grossi a fior della fronte, dalle guancie rosse sulla fascia nerissima della barbetta a due punte, ben ravviata, che risaliva per quelle a ricongiungersi con i capelli. E su quel viso rubizzo, aguzzo, acceso, deciso, beffardo, che mi ricordava i personaggi delle pitture etrusche, io leggevo che egli diceva sul serio, mosso da una convinzione profonda anche se strana. Ma leggevo pure in faccia ai miei compagni, che essi si andavano confermando che l’Alverighi o vaneggiava o si burlava di loro, sebbene proprio sicuro sicuro non ne fosse nessuno, nemmeno il Cavalcanti. Tanto è vero che, invece di rispondere a tono, il Cavalcanti ribattè di fianco e non senza una certa titubanza:
— Certo.... se si ammette che il gusto dell’armonia e della proporzione sono un segno di vecchiaia.... Allora è difficile dimostrare che New-York è brutta. Ma questa affermazione sua mi pare alquanto ardita.... Sarò forse decrepito anch’io.... Io credo che non solamente lei, signora, ma che tutti gli uomini sono naturalmente attratti ad ammirare quel che è armonico, leggero, proporzionato, ad odiare quel che è pesante, asimmetrico, scomposto....
— Lo crede lei? Davvero? Davvero? — esclamò con aria di sfida, l’Alverighi.
— Ma certo. In molti questo istinto può essere offuscato o pervertito: ma c’è. In tutti c’è....
L’Alverighi stava per rispondere; quando la signora che, intenta a rimettere in centro con la mano sinistra, gli anelli della destra, non aveva forse ascoltato le ultime frasi, li interruppe ambedue.
— Io desidererei sapere di Parigi, quello che lei ne pensa. Il signor Cavalcanti glielo aveva chiesto.
— È una città archeologica, il cimitero della decrepita civiltà dell’Europa.
— Parigi? — esclamò la signora, — Parigi? Perchè a Parigi non hanno ancora pensato a collocare i caffè nelle moschee arabe e le sale da pranzo nelle cattedrali gotiche?
— Hanno torto, a Parigi.
— Se Parigi è un cimitero, la sua New-York è una bestemmia. Solo dei barbari potevano fare un così orrendo scempio delle nostre architetture religiose.
— Ma signora, — ribattè l’Alverighi, — si è lei mai sentita offesa, pranzando in Europa sotto il tetto di una qualche posticcia pagoda cinese: per esempio al «Pavillon chinois» del Bois de Boulogne? Eppure anche questa è una profanazione. Lei mi dirà che l’architettura cinese ci è straniera: noi non sentiamo che la pagoda è un tempio. Ebbene: per la stessa ragione il vero americano può secolarizzare certe architetture religiose dell’Europa.
— Ma la Cina non ha scoperta, popolata e incivilita l’Europa come l’Europa l’America, — disse una voce nuova ed aspra: il dottor Montanari, il Commissario governativo per l’emigrazione, che era venuto a sedersi accanto al Rosetti a mezzo il pranzo.
L’Alverighi si voltò verso di lui, e pronto e sicuro come al solito:
— Ricordi storici! — disse. — Moneta fuori corso, oggi!
— Per voi, — ribattè l’altro duro, — non per noi. Agli Americani fa comodo di buttare in mare il fardello di gratitudine che devono all’Europa.
La discussione si riscaldava: si sentiva minacciar vicino il diverbio, come il temporale d’estate. Ma il pranzo era finito, e il capitano ne approfittò per levarsi. Anche la signora e l’ammiraglio, scambiata un’occhiata, si levarono. La discussione era dunque troncata. Uno dopo l’altro ci levammo tutti ed uscimmo.