III.
Andai a vedere i miei, feci un giro per il ponte, poi entrai nel fumoir, con il deliberato proposito di ragguagliarmi intorno alla misteriosa signora. A un tavolo sedevano il dottor Montanari, il Cavalcanti e il Rosetti che, con un sigaro cavour in bocca e un mazzo di carte in mano, si accingeva a far dei solitari. Ma l’Alverighi quella sera aveva offuscata anche la signora. Discorrevano infatti dell’Alverighi.
— Sono quattro giorni che sputa sentenze — borbottava il dottore. — Non ha fatto altro, da quando siamo partiti. E sempre i suoi milioni in bocca. Cose da pazzi! Se continua così, pranzerò nella cabina.
— Perchè? — rispondeva dolcemente e sorridendo il Cavalcanti. — Io lo trovo curioso, invece. Lei lo conosce, non è vero, Ferrero?
Che il Cavalcanti sorridesse e il Montanari smaniasse a quel modo, non fu per me, che li conoscevo ambedue, meraviglia. Non ostante il suo bel nome toscano, il Cavalcanti era nato in quella che si potrebbe chiamare l’India del Brasile, in una provincia settentrionale, quasi sotto l’equatore, da una famiglia antica e cospicua ma impoverita; e nato a contemplare la natura e la vita assai più che ad operare nel mondo: perchè una dolce e quasi mistica indolenza ed un intimo orrore della farraginosa e insaziabile attività che ha creata nei climi temperati la civiltà moderna si univano in lui ad una finissima sensibilità e ad una intuizione meravigliosa, dando forma ad uno spirito tra poetico e filosofico, scevro di invidia e di orgoglio, semplice e benevolo, infinitamente vago di curiosare in tutte le cose, poco pugnace, e che pendeva assai al misticismo. E tale era rimasto, intatto e puro, pur scendendo in Rio, in mezzo all’affannoso via vai della civiltà moderna: dove, discepolo in letteratura del grande Machado de Assis e in diplomazia del barone di Rio Branco, egli aveva sfogate nella letteratura le sue mistiche inclinazioni e imparato ad operare in mezzo alle faccende del mondo, riuscendo rapidamente e facilmente a farsi largo in mezzo alla sua generazione, come il fratello suo più che amico Graça Aranha. A trentotto anni infatti, dopo aver varcato più volte l’Oceano per diverse missioni, se ne veniva ora in Italia, primo segretario della legazione del Brasile presso il Quirinale; ed era tra i giovani autori del Brasile il più celebre, per il suo famoso romanzo «La terra promessa». Ma il suo spirito, naturalmente benevolo, era stato ancor più addolcito da quella eclettica equanimità che è propria della cultura americana; parte perchè i paesi d’America, non possedendo una cultura antica, ricevono facilmente i frutti più diversi della cultura europea; parte forse anche perchè, come gli esplosivi, quando scoppiano all’aperto, fan più romore che danno, così tutte le idee, anche quelle che compresse in Europa da interessi, istituzioni e tradizioni debbono squarciarsi una via fra le rovine scoppiando, svampano invece, innocue fiammate, nei vasti e semivuoti paesi d’America. Quante volte a Rio, in quella gran foce per cui sbocca nel Brasile con i suoi bracci maestri e i piccoli rigagnoli il fiume della cultura mondiale, nella gigantesca libreria Garnier, all’angolo della Rua Ouvidor e dell’Avenida Centrale, quante volte avevo ammirato il ricco eclettismo della cultura brasiliana, chiacchierando tra le quattro e le cinque del pomeriggio, con José Verissimo, con Joâo Ribeiro, con Araripe, con Oliveira da Lima, con Machado de Assis, con Graça Aranha, con Souza Bandeira, con tutta l’Accademia brasiliana, nella immensa sala a piè degli scaffali che salgono, alti quattro piani, a toccare con il capo il tetto, fra le immani cataste dei libri scaricati dagli ultimi vapori d’Europa, in mezzo ai panieri che scendono, colmi di volumi, dai balconi disposti di piano in piano lungo le pareti! Romanzieri, poeti, critici, storici, essi ammiravano i classici e il romanticismo, la letteratura greca e la letteratura russa, Platone e Federico Nietzsche, Sofocle e Ibsen. Eclettico ed equanime anch’esso, il Cavalcanti non era uomo che le eresie dell’Alverighi e quegli eccessi di forma e di pensiero potessero, fuorchè per qualche istante, irritare a battaglia: lo incuriosivano invece a studiar quel fenomeno, per capirlo ed anche per sorriderne un poco, come aveva fatto a più riprese: ma leggermente, con dolcezza e carità umane, con sfiorante e non amara ironia.
Altro uomo, invece, il Montanari. L’avevo conosciuto nell’andata. Era romagnolo, di Faenza se ben rammento; e medico nell’armata; e patriota e monarchico, come i vecchi — poichè la Romagna essa pure si rammoderna — erano monarchici o repubblicani, patrioti o internazionalisti una volta, in Romagna: con furore di ghibellini e di guelfi rinati. Ma perciò appunto era anche disgustato dell’universo tutto quanto. Egli soffriva, come di una sventura propria, del progressivo decadimento della monarchia nei nostri tempi; egli fremeva ancora di orrore, dopo tanti anni, solo a ricordare che un anarchico arrivato d’America aveva osato levar la mano contro il Re d’Italia; egli non vedeva che un immane traviamento degli spiriti e quasi un alto tradimento del popolo intero, in quella formidabile spinta, che ogni anno muove tanti uomini della vecchia Europa a varcare l’Oceano. E dei vizi, della ignoranza, delle sventure, dell’incessante via vai di questa moltitudine, egli parlava con una asprezza che a molti pareva spietata: come non pochi in quel suo portamento eretto, rigido, soldatesco, in quel suo guardar dritto negli occhi a tutti, in quel sorriso sardonico che increspava le guancie magre, rasate, incavate, in quel suo frequente rispondere agli argomenti altrui con sdegnoso silenzio, sentivano la provocazione di un’insolente alterigia. Ma a torto: chè quell’anima non era nè dura nè superba, ma esacerbata; esacerbata dalla cinica indifferenza con cui i tempi lasciano impolverarsi e tarlare quelle che erano state per le vecchie generazioni le sacre imagini dell’autorità sulla terra e nel cielo. Egli quindi odiava l’America; e brontolava contro tutto il resto del mondo sopratutto per disacerbarsi l’odio in cui ne aveva la parte nuova; contro l’Italia che pure amava sopra ogni altra cosa; contro l’Europa cui pure, almeno per dispetto dell’America, tributava un certo rispetto; contro quella moltitudine che accompagnava nei suoi erramenti dall’uno all’altro continente, imprecando, gridando, brontolando ogni minuto le sue tre parole favorite, l’intercalare imparato a Napoli e la suprema sintesi di tutta la sua filosofia della vita «cose da pazzi!»: ma a prò della quale pur faceva con zelo quel po’ che poteva.
Che costui avesse preso in tanta uggia l’Alverighi era naturale. Ma io conoscevo un po’ il facondo avvocato, e volentieri, seguendo l’invito del Cavalcanti, entrai nel discorso di lui.
— Sì, l’ho conosciuto a Rosario — risposi. — Fu il nostro Cicerone per tre giorni. È un italiano, un mantovano anzi, che ha fatto in pochi anni una grande fortuna in Argentina....
— Alla larga! — interruppe il dottore.
— Adagio, dottore, non precipiti così il suo giudizio — continuai. — Lei conosce la storia di quell’uomo? No? Ebbene, indovini un po’, se le riesce, a quale carriera l’avevano avviato i suoi in Italia.... Ne volevano fare un filosofo! Sicuro, un filosofo! Suo padre era un provveditore agli studi, intelligente, coltissimo, autore di parecchi pregiati lavori storici ma povero e carico di famiglia. E il figliolo infatti a ventidue anni si laureò, non ricordo più in quale Università, con una tesi su Descartes e Spinoza; ma per imbarcarsi tre mesi dopo alla volta di Buenos-Aires.
— Strana idea per un filosofo — osservò il Cavalcanti.
— Stando a quello che egli mi ha raccontato, — proseguii — chi lo persuase fu uno dei suoi maestri, un vecchio filosofo, il quale ammirava molto l’America, sebbene la avesse conosciuta solo sulle carte geografiche. Batti oggi, batti domani, a furia di ripetergli che egli aveva troppo ingegno per fare il professore in Italia, che c’era troppa filosofia e troppo latino in Europa e troppo poco in America, quel sapiente non troppo savio — ce ne son tanti, tra i dotti! — riuscì a persuaderlo al gran passo. Un bel giorno il nostro giovinotto salpò da Genova, per andare a seminare la vecchia cultura dell’Europa nelle vergini terre d’America. Quel che fu nei primi tempi di questo filosofo, sbarcato a Buenos-Aires venti o venticinque anni fa, con poche migliaia di lire in tasca, non sto a raccontarlo a loro.
— Pur troppo — sospirò il Rosetti, — una cultura di lusso non è un capitale, con cui si possa tentar la fortuna in America. Gli Europei non la vogliono capire....
— L’Alverighi però — continuai — era un uomo. Nel pericolo egli capì qual’è l’àncora di salvezza nelle grandi tempeste della vita ai tempi nostri.... Il vestito! Neppur Dante o Galileo troverebbero oggi chi li aiutasse, se si riducessero senza un colletto di bucato e con un solo paio di scarpe rattoppate. Fece quindi tutti i mestieri per salvare le fondamenta fisiche e metafisiche della sua personalità morale: abito, soprabito e scarpe; mangiò pane asciutto e bevve limpida acqua di fonte; ma uscì sempre in pubblico vestito con eleganza. Riuscì insomma a nascondere a tutti la sua penuria, e quindi tutti lo aiutarono volontieri. A poco a poco si procacciò amicizie e protezioni: l’argentino è generoso: ottenne di insegnar l’italiano in un fiorente collegio della capitale: prese a scrivere nei ricchi giornali spagnuoli: si rifece studente di legge, strinse amicizia, nell’Università, con giovani di famiglie cospicue: si addottorò con brillantissimi esami; e rapidamente venne in fama di valente avvocato. È di fatti un grande oratore davvero. Infine si stabilì a Rosario, fece un ricco matrimonio, e come tutti in Argentina, appena ebbe del denaro, si buttò nelle speculazioni fondiarie....
— Abbandonando le filosofiche — punzecchiò il Cavalcanti. — Benissimo!
— Sì e no — risposi.
Ma proprio in quel momento l’Alverighi entrò nel fumoir e senza guardarci andò a sedersi al tavolo accanto, dove due signori — due mercanti astigiani di vino, seppi poi — giocavano alle carte: troppo vicino perchè si potesse continuare a parlare di lui.
— Vogliamo uscire un po’? — propose il Cavalcanti.
Uscimmo tutti e quattro sul ponte di passeggiata, il più basso dei due ponti della nave, riserbati ai passeggeri di prima classe. La sera — una di quelle dolcissime sere, senza luna, senza vento, non calde, non fresche, che scendono talora in primavera, silenziose, ad addormentare per qualche ora in un sopore profondo i mari dei tropici — aveva tratti fuori molti passeggeri.
— Le nostre sedie sono dall’altra parte, a tribordo — disse il Cavalcanti.
E ci avviammo verso la passerella di prua, dopo che il dottore ebbe preso congedo da noi, per recarsi al suo servizio. Ma al momento in cui, giunti in fondo al ponte di babordo, stavamo per svoltare nella passerella, ci scontrammo con una giovane coppia che ne usciva. Ci traemmo in disparte; li vedemmo passare in silenzio, guardando diritti innanzi a loro; egli, basso e grassoccio, con grosse sopraciglia nerissime, camminava con un’andatura molle, restando un po’ indietro; lei alta, magra, ossuta, spigolosa si faceva innanzi impettita, rigida, con un portamento risoluto, quasi traendo a forza lui.
— Passeggeri di ronda! — mormorò il Cavalcanti. — Fanno dell’esercizio.
Passammo, percorrendo la passerella oscura, sul fianco destro della nave. Ma le sedie nostre erano illegalmente occupate. Per non disturbare gli usurpatori salimmo sul ponte delle imbarcazioni, deserto, silenzioso, male illuminato da poche lampade elettriche troppo distanti; e ci sedemmo sopra una panca bianca, nel fioco chiarore, di fronte al camino oscuro come la notte, da cui esalava in densi turbini negri, a confondersi con le tenebre, il silenzioso respiro della nave; a piè delle grandi barche bianche issate sui parapetti, che parevano dormire; tra le bocche da vento che, rigide e taciturne, aspiravano la fresca e vivida notte; sotto le grosse funi che, tese per ogni verso, tremolavano sommessamente nelle pesanti fibbie di ferro, sfiorate da un soffio invisibile. Tutte le cose tacevano, quasi sollecite di non turbare il sonno primaverile del mare; anche il grave ansar delle macchine esalava lassù dal profondo come un murmure vago e lontano; sopra di noi silenzioso anch’esso e oscurissimo, il cielo turbinava di miriadi di astri, simile a uno sterminato velo nero fiammante di gemme.... Per un momento tacemmo anche noi, come soggiogati dal silenzio improvviso in cui eravamo saliti. Primo riprese a parlare il Cavalcanti.
— Lei diceva, dunque....
— Pur troppo sì — continuai. — Il demonio dell’America è entrato anche in questo figlio di un povero provveditore italiano.... Ha già parecchi milioni e li vuol raddoppiare; poi vorrà triplicarli, quadruplicarli, sinchè avrà fiato; dormirà, sì e no, quattro o cinque ore sulle ventiquattro; fa tante cause, lui solo, quante quattro avvocati; compra, vende, ricompera, ipoteca terre in ogni parte dell’Argentina, nel Paraguay; non ha famiglia sebbene abbia moglie e due bambini; potrebbe costruirsi un palazzo e non ha focolare; è il nomade moderno, attendato nei «vagons-lits» e negli alberghi.... In quel mese che viaggiai nell’interno dell’Argentina, me lo sarò visto passare innanzi tre o quattro volte, come il treno o come il lampo, in città distanti migliaia di chilometri: arrivava la mattina da sud e via la sera a settentrione; ricompariva da levante per sparire dopo qualche ora verso ponente.... Eppure... Eppure.... Vada nella sua cabina; la troverà piena di libri; italiani, inglesi, francesi, gli ultimi pubblicati; letteratura, storia, politica, filosofia. Appena conseguita una certa agiatezza si sforzò di riallacciare il filo dei suoi studi interrotti, come poteva, naturalmente. Ma non ha mai smesso di leggere, in ferrovia, nei ritagli di tempo, a precipizio, spesse volte sfogliando e divinando più che leggendo....
— All’americana — osservò scherzosamente il Cavalcanti.
— All’americana, se vuole — io risposi. — Sebbene ormai, anche in Europa.... E non soltanto legge, ma pensa, come un bastimento va, quando c’è tempesta: a ondate, a sbalzi, a sussulti. Quella sua testa è come un gran tino; e dentro ci ribollono le reminiscenze degli studi fatti in Italia, gli stralci delle letture precipitose, i frammenti di quel che intravede, incontra, urta correndo all’impazzata attraverso il mondo, le speranze, le aspirazioni e gli interessi suoi. Ci ribollono in una curiosa filosofia, piena di idee assurde, stravaganti, puerili, originali, stupende, che è come del mosto in fermentazione: gonfia e sgonfia, ma si agita sempre. Bisogna vederlo a casa sua, tra un viaggio e l’altro, tra un processo penale e uno civile, tra una compra e una vendita di terreni, quando va nei clubs di Rosario, e lì tiene cattedra, espone, disserta, vorrebbe discutere e non può; chè quei bravi mercanti di grano lo ascoltano, sì, con pazienza, ma si arrendono prima ancora di combattere, e non l’hanno in conto di matto soltanto perchè.... Buon per lui che i suoi milioni fanno il contrappeso alla sua filosofia! No, no: mi sbaglierò; ma quell’uomo è un genio, a modo suo, ma un genio: un genio, come dire? — rinselvatichito nella Pampa....
Tacqui. Il Rosetti continuava a fumare, in silenzio. Solo dopo qualche istante il Cavalcanti a mezza voce, come parlando a sè stesso:
— In nome di quale autorità? — disse. — Da che cattedra? In forza di qual principio potremmo noi dimostrare che New-York è brutta a chi dice che è bella? Non c’è che dire: l’estetica è messa con le spalle al muro. «Hic Rodus, hic salta».
Una idea improvvisa mi balenò; e interrompendolo:
— Provi dunque a rispondere, domani, — dissi. — Ne nascerà una discussione sull’arte; e anche questo sarà un passatempo. Vedrà se non è pieno di idee ingegnose, questo speculatore in terreni....
Ma il Cavalcanti fece un gesto di spavento. Volevo io dunque convertir il «Cordova» in un’accademia di filosofia?
— E perchè no? — risposi. — Del resto se non ci pensa lei, ci penserà lui. Ne deve avere una voglia! Perchè a Rosario, poveretto, è una specie di Socrate disoccupato, ridotto a far dei monologhi.
Ragionammo un po’ del discutere in genere, e del discutere di filosofia, sinchè il Rosetti, che non aveva aperto bocca, si levò sorridendo.
— In fin dei conti, — disse — che cosa abbiamo da fare a bordo? Nulla. Dunque possiamo anche fare un po’ di filosofia.
Era tardi, e ci separammo. Anch’io, in quel lungo discorrere dell’Alverighi, mi ero scordato della signora. Me ne andai a letto, senza aver saputo nulla intorno a lei: nè chi fosse, nè onde venisse. La cabina era a due letti: uno per me, l’altro per il bambino: e mi coricai senza indugio, perchè ero stanco: stanco della lunga conversazione della serata: stanco delle ore passate sul ponte di comando a scambiar gli ultimi addii con l’America: stanco degli innumerevoli abbracciamenti e ringraziamenti barattati con gli amici, a bordo e alla banchina Pharoux; stanco della veglia protratta sino a tardissima ora la sera innanzi, dopo il banchetto offerto dall’Accademia brasiliana all’Hôtel Alexandra; stanco delle due rapide gite fatte nelle tre settimane precedenti a San Paolo e a Bell’Horizzonte; stanco infine della lunga via percorsa di festa in festa, di discorso in discorso, per tanto mare e per tante terre, da Genova a Buenos-Aires, da Buenos-Aires a La Plata, a Rosario, a Mendoza, a Cordova, a Tucuman, a Santiago dell’Estero, a Santa Fé, a Paranà, a Montevideo, a Rio, nell’interno del Brasile.... Spegnendo la luce, in quel momento, più voluttuosamente ancora che sui guanciali del lettuccio, io mi adagiavo nell’idea di potere alfine, dopo il trambusto di quei cinque mesi, riposare per quindici giorni in mezzo all’Oceano. Non ricevimenti più, non discorsi, non lettere, non telegrammi, non faccie nuove! Addormentarsi la sera senza pensare agli impegni del domani, e svegliarsi tra cielo e mare, fuori delle brighe del mondo e delle proprie faccende! Cogliere finalmente sull’albero della vita quel frutto ormai così raro che appena matura una volta ogni tanti anni: l’ozio senza rimorsi!