IV.

Il dì seguente, quando uscii sul ponte, riposato dal buon sonno della prima notte di mare, tra le otto e le nove, il Sole e l’Oceano, i due solitari compagni dell’immensità, scherzavano insieme da vecchi amici. Ancora una volta, quella mattina, come ogni mattina dal principio del tempo, essi si erano incontrati al ritrovo dell’alba; e ancora una volta di essersi ritrovati gioivano insieme, essi, gli eterni giovani, che sui volti radiosi non portano le rughe dei secoli e dei millennii, come nel primo giorno della creazione; il Sole profondendo l’Oceano di liquido oro e zaffiro; l’Oceano scintillando a perdita di vista, vivo e fermo. Pochi però quella mattina gioirono sul «Cordova» della gioia innocente del Sole e del Mare. Una straordinaria notizia correva per la nave, dal ponte di comando alle stive tenebrose, elettrizzandola. Me l’annunciò, verso le dieci, l’Alverighi che, interrompendo di leggere un libro — vidi poi che era uno Shakespeare — si levò e mi venne incontro sul ponte delle imbarcazioni, domandandomi con una certa concitazione:

— Ma è vero che quella bella signora di ieri sera è la moglie di un ricchissimo banchiere di New-York?

Risposi che non lo sapevo e che al fare e al parlare l’avevo piuttosto per francese: aggiunsi che l’abito indossato la sera prima faceva supporre praticasse di solito la società elegante; esser però singolare che una milionaria viaggiasse nel piccolo «Cordova»; e non, come vuole l’etichetta che vige anche in mezzo all’Oceano, in un vapore del suo rango: il «Mafalda» per esempio, se voleva un piroscafo del Lloyd italiano. L’Alverighi aggiunse che un negoziante di gioie, il quale era a bordo, un certo Levi di Venezia, aveva stimato che la collana della signora potesse valere un cinquantamila franchi! Poco dopo, il capo dei camerieri mi fermava nel vestibolo della sala da pranzo, e con un sorriso radioso di legittimo orgoglio, mi disse:

— Ma sa, che quella signora è la moglie di uno dei più ricchi americani del Nord?

— Ho capito — pensai. — Prima di sera sarà miliardaria. Tutti gli Americani del Nord lo sono!

Questa singolare diceria risvegliò in me la curiosità, che i discorsi della sera prima e il sonno della notte avevano un po’ illanguidita. Ma invano cercai le due sole persone che probabilmente avrebbero potuto ragguagliarmi: il Cavalcanti e l’ammiraglio. Nè l’uno nè l’altro era ancora uscito dalla cabina. Un incontro inaspettato mi distrasse di lì a poco di nuovo. Mi ero fermato, verso le dieci, a prua, vicino alla scaletta che scende alle terze classi, a osservare gli emigranti che, nel ponte inferiore, si affollavano, per l’ora del desinare, di faccia alla dispensa, aspettando. Quando ad un tratto uno degli emigranti, che stava solo in disparte, mi salutò. Risposi, supponendo fosse uno degli innumerevoli lavoranti italiani a cui avevo stretta la mano nel lungo viaggio: ma l’uomo si mosse, venne sino a piè della scaletta a capo della quale io mi trovavo, e mi domandò:

— E come sta l’ingegnere.... — pronunciando il nome di un mio zio.

Questo nome risvegliò di subito un ricordo lontano: fissai l’uomo, e:

— Ma tu sei Antonio! — esclamai scendendo la scaletta. — E che cosa fai qui?

Ed era proprio Antonio!, il più grande stolido e fannullone che avessi mai conosciuto; la disperazione di quel mio zio, che aveva dovuto impiegarlo come fattorino nel suo studio, collocarlo come portinaio nella sua casa dove noi abitavamo, perchè gli era stato raccomandato con la più viva istanza da uno dei suoi più ricchi clienti, nelle cui terre era nato, figlio di contadini. Quando mio zio aveva dovuto assumerlo nell’ufficio, Antonio ritornava da un primo viaggio in America; ma nessuno di noi si stupì che non avesse fatto fortuna, chè non era buono proprio a nulla; e qualunque incarico ricevesse come fattorino o portinaio, lo fraintendeva o sbagliava, quando non lo dimenticava tutto: e la maggior parte possibile del giorno e della notte passava dormendo; e solo per schivar fatiche o trovar ragioni di sdraiarsi sopra o sotto le dolci coltri del letto, mostrava un certo ingegno. Cosicchè il giorno in cui aveva annunciato all’improvviso che ritornava in America, nessuno di noi si era sforzato a dissuaderlo; anzi.... Che l’America se lo pigliasse e per sempre! Mi ricompariva invece a un tratto innanzi, poco mutato dopo sei o sette anni, magro, con la fronte sfuggente e quell’incerto e insulso sorriso che mi spiaceva tanto, abbastanza ben vestito però e certo in migliore arnese che non gli avessi, al suo partire, predetto il ritorno.

— L’America è così ricca! — pensai. Ma mi parve incauto di interrogarlo con domande troppo stringenti sulla sua sorte, e gli chiesi solo se ripatriava per sempre.

Mi rispose che sperava di poter stabilirsi in Italia, dove aveva lasciato i figli: «i miei figli», egli disse. Quel possessivo mi rammentò che, partito la prima volta dall’America, dopo tre anni, lasciando in casa un figlio, Antonio ce ne aveva trovati, tornando, due; il secondo nato due anni dopo la sua partenza: e placidamente, senza far parola, aveva accettato come suo il figlio altrui! Mi trattenni dal sorridere, e ricordando che nel secondo viaggio egli aveva tratta seco la moglie, lasciando i bambini a una nonna, gli chiesi notizie di lei.

— Sta bene, — mi rispose tranquillamente; — è qui, con me: la vedrà: ma non la riconoscerà più; l’aria dell’America le ha fatto tanto bene!

E dopo qualche altro discorso lo lasciai, pensando che ritornava dall’America un po’ meglio in arnese, ma non già più in cervello.

A colazione parlammo soltanto della signora che, rimanendo nella sua cabina, ci lasciò liberi di ragionare a nostro piacere di lei. Dall’ammiraglio sapemmo finalmente che la ricchissima americana era invece proprio francese: figlia di un banchiere di Parigi, di nome Blum; che aveva sposato Federico Feldmann della banca Loeventhal e C. di New-York; e che da tre anni dimorava a Rio, dove suo marito dirigeva il «South American Syndicate», grossa impresa di ferrovie, banche e miniere, organizzata a New-York. Capii subito allora chi fosse, almeno per approssimazione: perchè avevo conosciuto il marito a New-York. Del resto della signora non si ragionò solo alla tavola di mezzo, ma anche alle altre, in tutta la sala; chè ogni tanto qualche faccia si voltava verso la poltrona ove essa avrebbe dovuto sedere. Cosicchè tra questi discorsi, anche a me era uscita di mente la discussione della sera precedente: quando a un tratto, poco prima del levar delle mense, l’Alverighi a bruciapelo chiese al Cavalcanti se ammirava «Amleto». E quando il Cavalcanti gli ebbe risposto che l’ammirava moltissimo:

— Ebbene, — disse, — vuol che le dimostri come due e due fanno quattro, che «Amleto» è un drammaccio da arena diurna?

Ci guardammo in faccia, dicendoci senza parole «ricomincia». Il Cavalcanti rispose con un gesto rassegnato, che voleva dire: «Se ciò fa piacere a lei, si figuri!» Io indovinai subito che l’Alverighi voleva, come avevo supposto, riattaccar briga: ma perchè aveva scelto quel modo, quando ad «Amleto» nessuno aveva neppure alluso la sera prima? Non ci fu verso di saperlo.

— Ebbene, stasera, dopo pranzo, adempirò la mia promessa — concluse breve e asciutto l’Alverighi. — Ho portato con me uno Shakespeare. Lo volevo rileggere nella traversata. Ma lei, Cavalcanti, mi deve promettere di ribattere ogni argomento mio.

E non disse altro. Del resto anche il discuter intorno ad «Amleto» non era forse un passatempo? Le giornate son così lunghe e così vuote, in mezzo all’Oceano!

Restammo dunque intesi che la discussione su «Amleto» sarebbe fatta la sera, nel salone superiore. La colazione era terminata, e la siesta, necessario ristoro a chi naviga i mari dei tropici — quel giorno a mezzodì eravamo giunti a 23 gradi e 53 minuti di latitudine meridionale, a 39 gradi e 49 minuti di longitudine occidentale — ci disperse poi tutti nelle cabine. Non uscii sul ponte di passeggiata, che tra le quattro e le cinque; e uscendo, a sinistra della porta, tra questa e la scaletta per cui si saliva al ponte superiore, vidi seduti in cerchio, su sedie, seggioloni e seggioline, sette od otto passeggeri: i due mercanti astigiani; un dottore italiano di San Paolo con la signora, che ripatriavano; una bella genovese, alta e bruna, con due occhi neri, fulgidi, ombreggiati da folte sopraciglia, che andava a Genova per mostrare ai suoi genitori due sue creature natele a Buenos-Aires; parecchie altre signore. Tacevano, guardando tutti verso la scaletta, come aspettassero qualcuno: a un tratto, difatti, una signora scese rapida, sorridendo, fece col capo cenno di sì; e subito la genovese si levò e svelta anch’essa salì a sua volta in punta di piedi là donde l’altra era discesa. Ridiscese anch’essa dopo un minuto o due, e subito un’altra infilò la scala.

— Che vanno a far lassù, queste curiose? — mi chiesi.

Salii, e subito capii: verso prua, oltre le quattro barche issate sui parapetti, la signora Feldmann leggeva, distesa sopra un seggiolone a sdraio; e una dopo l’altra le signore salivano a vederla, le passavano accanto con quel fare impacciato proprio di chi si sforza di parere disinvolto, sbirciandola; e ritornavano poi alla scala girando intorno alle cabine sull’altro fianco della nave. Appoggiato al parapetto, tra due barche, guardai due o tre curiose passare; poi andai a salutare la signora, che non avevo ancora veduta in quel giorno. Al mio avvicinarsi, essa depose il libro sulle ginocchia, posandoci sopra la mano coperta di grosse gemme; alzò il capo e sorrise.... Ma io credetti, lì per lì, di non riconoscerla! Era pallida, invecchiata e quasi appassita. Seguendo storditamente il primo moto del pensiero, le domandai se fosse stata indisposta.

— «J’ai donc une mine affreuse, aujourd’hui?» — mi domandò pronta, con un sorriso malizioso.

Capii che essa si era di nuovo specchiata nel mio pensiero: tentai di riparar lo sbaglio con qualche complimento: aggiunsi che di solito il mare era poco amico delle signore.

— Io? — mi rispose. — Ma io non sto mai così bene come a bordo di un transatlantico. Ero fatta per correre i mari, io....

Mi sedei sulla panca vicina; incominciammo a discorrere, come si suole, un po’ a caso, del tempo, della navigazione, del vapore.

— È la prima volta che viaggio in un vapore così piccolo e lento, — essa mi disse, con disinvoltura e con garbo, come era necessario per avvertirmi subito che essa, nel mondo, di solito, stava più su dei suoi compagni di viaggio, ma senza parer di essere troppo infastidita da quella discesa, momentanea del resto. — Non si sta male, però — soggiunse. — I servitori sono educati e zelanti, la cucina è buona....

Passammo così a ragionare del mio viaggio nell’America meridionale; poi venimmo alla conversazione della sera precedente.

— Quante sciocchezze ha dette quel signore.... come si chiama? — essa disse con tono risoluto. — Sono proprio le stesse cose che ho sentite ripetere per ventidue anni da mio marito!

Che quella giovane signora — o che tale pareva — denunciasse spensieratamente ventidue anni di matrimonio, era cosa da meravigliarsene chi si sia: questa volta però non battei ciglio: osservai solo che simili discorsi si udivano di solito in bocca ad Europei arricchiti e non ad Americani.

— Ma mio marito — rispose — è europeo come me. È nato a Varsavia.

E mi domandò anzi se non l’avevo conosciuto a New-York. Le risposi che sì; che l’avevo conosciuto ad un pranzo, come tanti altri grandi finanzieri di New-York: come lo Schiff che aveva preso parte alla colazione del City Club; come Isacco Seligmann e Giacomo Speyer che avevano assistito al pranzo della Columbia University. La signora mi guardò in faccia con occhi più ridenti del consueto, quasi illuminati da una improvvisa vampa di interna allegria; e:

— «Ils sont drôles, n’est ce pas, les Américains? Quels barbares!» — mi disse. — Fanno a un pranzo una insalata di scienziati e banchieri, con una disinvoltura....

E si mise a ridere. Protestai non esser partigiano del divorzio tra il denaro e la cultura; e che perciò non ci vedevo alcun male: anzi.... Ma fece le boccuccie e con una mossa di grazioso disdegno protestò che banchieri e finanzieri eran la più tediosa gente da lei conosciuta. Non battei ciglio neppur questa volta, ma cresceva in me la sorpresa. Spregiar così, figlia e moglie di banchieri, la propria gente!

— Ho capito: — dissi — lei appartiene a quella scuola di Europei che considerano gli Americani come dei barbari, suo marito a quell’altra, che li ammira come il superpopolo.

E risolutamente difesi l’America. Dissi che a New-York, a Washington, a Filadelfia, a Boston avevo conosciuto una aristocrazia che tale poteva dirsi non per i titoli ma per le virtù: per l’educazione, per la signorile semplicità, per l’amore della cultura e il fervore delle aspirazioni disinteressate. Aggiunsi che a quella aristocrazia avrei piuttosto apposto a difetto il soverchio e talvolta chimerico fervore di queste aspirazioni, una certa timidezza e quel suo troppo grande rispetto della cultura e dell’Europa, per cui tra le idee che vengono dal vecchio mondo, l’America non si decide e quasi non osa di scegliere; se le piglia tutte, e quindi ne piglia troppe.... Conchiusi che, fosse effetto del protestantesimo radicale o della filosofia del secolo XVIII o di qualche altra ignota causa, l’America mi era parsa piuttosto, per certi rispetti, un paese mistico: ad ogni modo più mistico dell’Europa, di sicuro.

Mi aspettavo chi sa quante obiezioni e proteste; invece:

— È vero — rispose tranquillamente, come udisse cosa da lei sempre pensata e come le fosse uscito per intero di mente quel che aveva detto pochi minuti prima. — In America ci sono degli uomini deliziosi. Le donne mi piacciono meno.... Ho alcuni amici laggiù, di cui non saprei trovare il paragone tra i miei amici di Europa.

— E allora, — risposi, — di che si lagna? E perchè mi bistratta a quel modo gli Americani? Che le hanno fatto?

— Ma non mi hanno fatto nessun male: anzi!... — rispose. — Gli anni più felici della mia vita li ho passati in America....

— A che età è andata in America? — interruppi insidiosamente.

— Quando mi sono sposata, — rispose pronta, preferendo, come gli antichi, misurare il tempo con gli eventi anzichè dall’anno della salute di Nostro Signore. E continuò: — Sarei proprio un’ingrata se mi lagnassi dell’America e degli Americani. E non mi lagno....

— Un pochino, direi, però, — obiettai.

— Perchè osservo negli Americani certi difetti? Ma ne abbiamo tutti. Non pretenderà mica anche lei che gli Americani siano perfetti.

— Mi par però che me li tratti di barbari o quasi. Non le pare un difettaccio, dirò così, piuttosto grave?...

— «Pour des barbares, il est bien sûr qu’ils le sont....», — rispose ergendo il busto, guardandomi in faccia e piegando ad anfora le belle braccia sul capo, per riassettare con le svelte dita i pettini sopra la corona dei capelli, con il tono sicuro e naturale di chi dice cosa evidente di per sè. — Ma non ha visto lei come guastano le cose più belle?

E tacque, intenta a domare l’ultimo dei pettini, che resisteva alla pressione delle piccole dita.

— Per esempio? — dissi io.

— Per esempio, il Metropolitan; — rispose, ripigliando in mano il lavoro. — È un bel teatro; gli spettacoli sono magnifici.... Ma ecco, ad un tratto, bisogna infilare in fretta gli ermellini e le pelliccie, ravvolgersi la testa nella sciarpa, impugnare gli strascichi; e giù di corsa, per gli anditi angusti e le scalette ripide, sin nella trivialità di Broadway; a cercare affannosamente sui marciapiedi sudici, tra i cocchieri e gli chauffeurs che vociano, la propria vettura....

L’interruppi, osservando che il non aver edificato in New-York un teatro monumentale, non era ragione sufficiente a definir barbaro un popolo che aveva fatte tante grandi cose, sopra un così vasto continente.

— Ma tutta l’America — replicò — rassomiglia a una rappresentazione del Metropolitan, e all’architettura di New-York. Disordine babelico dappertutto; non una sfumatura, mai; trapassi sempre bruschi, repentini, violenti che rimescolerebbero il sangue anche ad un elefante. Ma non sentono dunque che cosa sia una stonatura, questi Americani?

L’osservazione, anche se espressa con forma un po’ bizzarra, non era sciocca. Non volendo però darle ragione, rammentai scherzando alla signora i discorsi fatti la sera precedente.

— Ma ieri sera anche lei ha udita, signora, la nuova parola dei tempi. L’America è lo specchio della giovinezza del mondo....

Tacque un momento, poi con forza, quasi con ira:

— Ho incontrati nella vita pochi uomini che mi siano più antipatici di quel.... Come si chiama? Chi è? E antipatico anche a lei, spero. Che villano rifatto! Ha osservato come veste?

E scoppiò in una fragorosa risata! Confessai che non ci avevo badato: parermi però che l’Alverighi di solito vestisse con eleganza.

— Ma non ha visto, ieri sera? — incalzò subito. — Aveva un tait nero e un gilet grigio incensurabili; e poi e poi.... un paio di calzoni turchino scuri....

E rise di nuovo. Mi strinsi nelle spalle e un po’ sarcasticamente:

— Badi, signora, che un giorno non le chieda in nome di quale autorità lei vuole impedirgli di appaiare il nero, il grigio e il turchino. Se però le dà fastidio il sentirlo, ho il dispiacere di dirle che parlerà ancora, e molto. Ieri sera ci ha demolito Parigi, la tragedia e la scultura greca; questa sera tocca a Shakespeare....

— Un americano difenderà dunque l’arte della vecchia Europa contro un europeo? — conchiuse, quando le ebbi raccontato quel che si era combinato a colazione. — Ma non importa: voglio assistere alla discussione; mi servirà, se non altro, come esercizio di italiano.

Ragionammo ancora un poco; poi la salutai. Sull’altro fianco della nave, quasi interamente sdraiato sopra un seggiolone, come sopra un letto, stava l’Alverighi, anche egli intento a leggere un libro. Per terra, a destra e a sinistra, parecchi libri giacevano alla rinfusa. Mi trattenni un poco con lui, e vedendo che leggeva «Amleto» in una edizione inglese; ed aveva per terra a portata di mano la traduzione del Rusconi:

— Si prepara per questa sera? — gli dissi.

Raccattai da terra un dopo l’altro i libri che giacevano intorno a lui: erano la «Patria lontana» di Enrico Corradini, il «Libro di Versi» di Olindo Malagodi, l’«Evolution creatrice» del Bergson, le «Vues d’Amerique» di Paul Adam, il «Volonté et Liberté» del Lutoslawski. Osservai pure che questi libri erano gualciti, come se fossero stati molto maneggiati; ma che nel tempo stesso di nessuno tutte le carte erano state tagliate. Chiacchierai un poco con lui; poi gingillai sino all’ora del pranzo, scherzando ironicamente con gli altri amici sull’imminente macello di «Amleto» e pensando ogni tanto alla signora, alla vivacità e alle contradizioni dei suoi discorsi, a quella sua maniera di trattare cordiale e graziosa, a quel tono spigliato e sicuro, serio e frivolo nel tempo stesso, con cui parlava.

E quando finalmente la sera, in ritardo come al solito, la signora Feldmann venne alla mensa, indossando un altro abito di gala non meno sfarzoso ma questa volta tutto nero — cosicchè sul nero del tronco le spalle e il collo nudi abbagliavan più candidi — tutta la sala si volse a guardarla, ma con un movimento di occhi e di spirito diverso. Non si chiese già, stupita, come la sera precedente: «Chi è costei?» ma giuliva e ammirante sussurrò: «Eccola, finalmente!» I camerieri le stavan d’attorno in tre o quattro, non perdendola mai d’occhio un istante; tutti, anche l’Alverighi, le parlavano con un tono di ossequiosa premura: ed essa ascoltava, rispondeva, sorrideva, volgeva dall’uno all’altro dei convitati i begli occhi dorati, allegra e vivace come la sera precedente. Di nuovo era ringiovanita! Parlammo, come è naturale, della discussione imminente.

— È pronto lei? — avevamo chiesto, la signora ed io, al Cavalcanti, raccomandandogli di difendere bene Shakespeare contro i «barbari» dell’America.

Scherzammo un po’ intorno all’imminente discussione; si ragionò poi di cose di poco momento; sinchè, un po’ repentinamente, la signora Feldmann mi domandò se davvero negli Stati Uniti il marito possa fare divorzio all’insaputa della moglie, senza neppure avvertirla. Durante il mio soggiorno in America, il signor Gilder, allora direttore del «Putnam’s Magazine», mi aveva ragionato a lungo di questo argomento: ero quindi in grado di rispondere seriamente a questa domanda: ma siccome l’argomento si prestava, mi venne l’idea di sbizzarrirmi un po’ in paradossi ed esagerazioni.

— Altro che, se è possibile! — dissi. — L’America del Nord è la terra promessa dei mariti scapati. Mi ricordo, a bordo del «Savoie», un giorno, ho sentito dal mio lettuccio due emigranti che parlavano fuori, sul ponte, proprio sotto il finestrino della mia cabina. Uno era croato l’altro veneto; parlavano italiano, dunque, e il croato, un emigrante incallito, diceva all’altro che era un novizio: «Gran paese l’America! Ci si piglian tante mogli quante uno vuole!»

La signora sorrise e non disse nulla: invece l’ammiraglio:

— Ma non è possibile, — esclamò risentito. — In un paese civile....

— È invece una cosa semplicissima, — risposi con l’aria più candida. — Molti Stati permettono di chiedere il divorzio, se l’altro coniuge dimora in un altro Stato, con quello che nel diritto americano si chiama il «constructive service», cioè senza citazione personale, come si trattasse di un processo «in rem o quasi in rem» e non «in personam»: basta, per esempio, pubblicare la citazione nei giornali del luogo. Orbene: se la moglie risiede in un altro Stato o all’estero, il marito cita la moglie per via dei giornali; la moglie naturalmente non li legge; al giorno stabilito il marito comparisce solo soletto innanzi al Tribunale, ottiene la sentenza, e....

— Ma c’è una cosa al mondo più personale dello stato civile? — protestò l’ammiraglio.

— Lei dimentica — risposi — che l’America del Nord è una federazione di Stati. Imposta la citazione personale, il coniuge offeso dovrebbe citare il coniuge colpevole innanzi alla corte dello Stato dove costui risiede; il che vuol dire che il coniuge colpevole, mutando residenza, potrebbe scegliersi lo Stato e la legge sui divorzio più favorevole. Per evitare questo scoglio....

— Sono andati a dar di cozzo in quell’altro! Un bel guadagno! — interruppe brusco l’ammiraglio.

— Ammiraglio, — risposi — le leggi si possono paragonare ad automobili, che vanno per strade tortuosissime; guai se a certe voltate corressero difilate! Rovescerebbero! Del resto, si consoli. La suprema corte di Washington a riconoscere esplicitamente il divorzio come una procedura «in rem», non ci si è decisa mai. Anzi una volta, credo, ha affermato di non riconoscerla per tale. Ma poi, posto il principio, non ha osato trarne le conseguenze logiche; e allora c’è chi dice che, in forza di quella sentenza, i divorzi fatti con il «constructive service» non sono validi in tutta l’unione, ma solo nello Stato in cui la sentenza fu pronunciata. Cosicchè accadrebbe questo: che divorziati quando sono nello Stato, lui e lei ridiventano marito e moglie quando ne escono. Nello Stato ambedue possono sposarsi di nuovo; ma se escono dolio Stato ciascuno con il nuovo legittimo coniuge, commettono adulterio con lui, appena varcato il confine, se vanno per esempio da New-York a Filadelfia, che son distanti, come lei sa, due ore di ferrovia. Se uno dei coniugi, poniamo la moglie, abbandona lo Stato, il marito rimanendo nello Stato continua ad essere scapolo, ma viceversa ha una moglie; e la moglie, ridiventata tale, non ha marito, perchè lui è sempre divorziato. Insomma c’è una moglie senza marito e uno scapolo con moglie....

— Ma questo è un manicomio! — protestò l’ammiraglio.

— È il diritto! — risposi.

La signora aveva ascoltato questo discorso in silenzio, sorridendo come al solito, non però nel solito modo, tutta lampi vivi e scoppi schietti di allegria, ma con una insistenza immobile delle labbra che mi parve quasi sforzata ed assente. Ma i servi incominciavano a sparecchiare: l’Alverighi e il Cavalcanti uscirono, per fumare un sigaro sul ponte, prima di incominciare la discussione: uscirono anche l’ammiraglio e la signora, parlando sottovoce tra loro. Eravamo intesi che ci troveremmo nel salone superiore alle nove. Alle nove infatti, scherzando e sorridendo sulla sorte del sempre sventurato «Amleto», salivamo tutti, anche la Gina, che, sentendosi bene, voleva ascoltare la discussione, al salone superiore, piccolo, basso, roseo, elegante, scricchiolante e tremolante con la gran mole su cui posava. Non so chi aveva disposto intorno ad un tavolo, a semicerchio, parecchie sedie, e nel mezzo, di fronte proprio al tavolo, una poltrona: questa fu assegnata, senza discussione, alla signora Feldmann: — «Συνἐδριον κατασκευἀσωμεν», come dice Platone, — mormorò il Rosetti: ci sedemmo tutti a caso, con un sussiego di serietà non scevro di qualche ironia; e quando ebbe ottenuto il necessario silenzio, il barbaro, l’Alverighi, al tavolo, con dinanzi aperto il volume, incominciò a parlare.