V.
— Tanto per cominciare, la prima scena è inutile. Provatevi a leggere la tragedia saltandola, e vedrete! Ma che bisogno c’era di far apparire nella prima scena lo spettro a Orazio, a Marcello e a Bernardo, se questi subito dopo, nella seconda, raccontano la apparizione ad Amleto? La prima scena è inutile, non solo; ma indebolisce la scena capitale dell’atto, quella in cui lo spettro del padre apparisce ad Amleto: perchè lo spettatore lo ha già visto, il terribile fantasma....
E si fermò un istante, guardando il Cavalcanti, come per aspettare se obiettasse. Ma il Cavalcanti tacque.
— La seconda scena, invece, mi piace — proseguì l’Alverighi. — Il re fa una bella parlata agli ambasciatori che spedisce in Norvegia; poi Laerte domanda licenza di ripartire per Parigi: indi il re e la regina si rivolgono ad Amleto che assiste all’udienza vestito a lutto, taciturno e cupo. Amleto entra in iscena bene, con un pezzo di vigorosa poesia:
Seems, madame! Nay, it is: I know not seems....
e poi nel monologo:
O! that this too too solid flesh would melt.
Sebbene le imagini con cui Amleto esprime il suo dolore siano tutte strambe, contorte, barocche, di pessimo gusto, appestate dal più brutto secentismo....
E ascese questa progressione retorica di aggettivi, alzando la voce ad ogni scalino e guardando di nuovo il Cavalcanti, che neppur questa volta si mosse.
— Orazio, Marcello, Bernardo, — continuò, — raccontano l’apparizione ad Amleto; e Amleto vuol parlare allo spettro. Arriviamo senza inciampi alla terza scena; è una scena secondaria che dovrebbe preparare i futuri episodi d’amore: Laerte prima e Polonio poi parlano ad Ofelia dell’amore di Amleto avvertendola di stare all’erta. Possiamo sorvolare. Ma eccoci alla scena quarta e qui ricominciano i guai. Amleto, Orazio, Marcello arrivano sugli spalti per aspettare lo spettro: nel vicino castello squillano trombe e tuonano cannoni: il re gozzoviglia.... E Amleto allora che fa? Fa una lunga tirata sull’intemperanza e sui vizi degli uomini.... Ben collocata, davvero. Me lo spieghi lei, di grazia, signor Cavalcanti, se Shakespeare è un insuperabile pittore di anime: per qual ragione Amleto fa proprio in questo momento questa predica al colto e all’inclita? Non aveva altro di meglio da fare?
Ma anche interrogato per nome, il Cavalcanti tacque.
— Le par che fosse il momento quello, per il poeta, — insistè l’altro — di voltare il suo loquace burattino verso il pubblico e di mettergli in bocca questa cicalata proprio nel momento in cui Amleto dovrebbe aspettare, con l’anima carica di dubbii angosciosi, l’ombra del padre ucciso? L’avrebbe fatto parlar così, lei, in un suo dramma? Mi risponda di grazia: sì o no?
Se il Cavalcanti amava meglio, anzichè discutere, assistere allo spettacolo interessante delle altrui discussioni, sapeva tuttavia, quando occorreva, — era un diplomatico, non dimentichiamolo — argomentare sottilmente in contrasto. E allora incominciò, non potendo più senza scortesia opporre il silenzio a quelle aperte domande forse anche sentendo, come tutti l’avevamo sentito ai primi colpi risoluti di quella critica violenta ma non sciocca, che la discussione era seria quanto bastava perchè non si potesse volgerla in burla, come avevamo fatto sino allora, almeno nel nostro pensiero. Ma parlò da principio come chi è sforzato mal suo grado.
— Amleto — egli disse — non è un uomo come lei e come me.... È uno spirito vagabondo e fantastico.... Si abbandona ai suoi pensieri e questi lo sospingono qua e là.... Dice quel che pensa così.... come gli viene in mente; ma non ragiona mai a filo di logica....
— Ma ragiona o sragiona? — ribattè pronto l’Alverighi. — Lei esita? Perchè di qui non si scappa; o ragiona....
— Ragiona, sragionando — interruppe, brusco, il Cavalcanti, come chi si decide a saltare un fosso che gli attraversa la via. — Sembra, che divaghi, eppure un nesso in tutto quello che dice, c’è; nascosto, ma c’è; solamente non è facile scoprirlo....
L’Alverighi sorrise ironico.
— Un nesso che c’è e non si vede! Sarà: ma non capisco. A ogni modo ritorneremo sulla questione tra poco.... a proposito della pazzia. Sulla fine dell’atto non ho niente da ridire; la scena dello spettro è potente. Atto secondo: Amleto incomincia a simular la follia. Poichè Amleto si finge pazzo: su questo punto almeno saremo d’accordo, spero?
— Sì e no — rispose con una certa esitanza il Cavalcanti.
— Come? sì e no? — interruppe impetuoso l’Alverighi. — Ma se Amleto stesso dice a più riprese agli amici e lo ripete alla madre, che finge? E poi come va che questo personaggio tanto vivo e tanto vero non si sa poi nemmeno con sicurezza se sia pazzo o no....
— Il carattere di Amleto — rispose il Cavalcanti un po’ impacciato — è complesso e profondo, e perciò anche involuto ed oscuro. Chi ne intende una parte e chi un’altra; e quindi ognuno può farsene un suo concetto. Per questa ragione appunto piace, interessa, attira tanti.... E poi i simulatori della follia sono sempre un po’ pazzi davvero. È cosa dimostrata, ormai. Il genio di Shakespeare ha divinato....
Ma l’Alverighi, che già mentre il Cavalcanti parlava, aveva incominciato a far dei segni di diniego impazienti:
— Ma che dice, ma che dice! — interruppe alla fine. — Shakespeare sarebbe allora anche un precursore di Cesare Lombroso? E perchè no, del telegrafo e dell’areoplano? Anche questo ci aspettiamo un giorno o l’altro, da lor signori, ammiratori di Shakespeare. Vuol sapere che cosa è questo profondo carattere di Amleto e la sua pazzia? Glielo dirò io. Il carattere di Amleto è un pasticcio fatto di cose diverse e incompatibili l’una con l’altra; e la pazzia un rottame dimenticato in mezzo al dramma per negligenza. Lei sa che Shakespeare ha tratto il suo dramma da Saxo Gramaticus. Ha letto mai, lei, Saxo Gramaticus? Ebbene lo legga: vedrà che Amleto è bambino, quando suo padre è ucciso: e quindi il suo racconto si capisce, è chiaro, è logico, è umano. Lo zio usurpa al fanciullo il potere; Amleto è trasportato da amici del padre in un lontano castello; cresce, sa che lo zio lo tien d’occhio, e per ciò si finge scemo: scemo, non pazzo: per rassicurare l’usurpatore, che non rivendicherà un giorno il trono; per salvare la pelle sua e vendicar quella del padre.... La successione al trono insomma è la ragione per cui Amleto fa le viste di essere idiota.... e sfido chiunque a dimostrare che questa ragione non sia ragionevole. Ma ecco sopraggiunge un genio sovrano, il principe dei poeti, uno spirito universale e caccia le mani nel vecchio racconto.... Gesummaria, che disastro! Mi fa ammazzare il padre, quando Amleto è già un uomo; e tutto il dramma, così semplice e umano del cronista, diventa un rebus indecifrabile. Perchè il re non è Amleto invece dello zio? Tolta di mezzo la lotta per la successione, a cui il poeta non accenna mai, anche la simulata follia doveva sparire; invece è rimasta: perchè? Probabilmente perchè si prestava a scene bizzarre che facessero smascellar dalle risa il popolaccio della platea, come lo spettro gli faceva venire la pelle d’oca. E per questo Shakespeare l’ha fatto comparire e ricomparir sulla scena....
L’Alverighi parlava ad ascoltatori ancora mal disposti, sebbene meno che da principio. Ma quando egli disse queste cose, sentimmo tutti che nessuno avrebbe saputo rispondergli. E nessuno infatti — nemmeno il Cavalcanti — rispose. L’Alverighi si godè un momento, roteando lo sguardo, la sua prima vittoria; poi continuò:
— Quanto al secondo atto io noterò solo che esso è composto di parecchie lunghe scene: la chiacchierata con Polonio, in cui Amleto fa il matto, la conversazione con Rosencrantz e Guildenstern, la lunga discorsa con i comici. Ma di tutte queste scene la ragione non si capisce che all’ultimo momento, nel monologo finale, quando Amleto accusa sè stesso di non saper agire; e dichiara di voler finalmente far qualche cosa per scoprire il vero. Insomma la situazione è questa: Amleto è perplesso: non sa se lo spettro gli abbia raccontato il vero: come accertarsi che quella apparizione non sia una insidia del demonio? E ricorre all’astuzia degli attori. Benissimo! Questa è materia tragica davvero. Che atto meraviglioso poteva darci un poeta grande davvero, che avesse annunciata prima, e poi, a poco a poco, colorita e svolta questa situazione! Il divino Shakespeare invece ha trovato il modo di guastar tutto: la situazione non apparisce agli occhi del lettore che alla fine dell’atto: e appena apparisce è già subito risoluta in pochi versi, che cascano insieme con il sipario sul capo del lettore e dello spettatore, come una mazzata! Dagliela come viene, dicono a Roma! Ed eccoci al terzo atto — proseguì sfogliando rapidamente molte pagine del libro.
Ma a questo punto mi parve di sentire oscillar leggermente la sedia. Guardai le tende delle finestre; ondeggiavano come il vento le movesse, sebbene tutte le finestre fossero chiuse. Il vapore entrava in mare mosso.
— Il re, la regina, Polonio, Ofelia, Rosencrantz, Guildenstern — proseguiva intanto l’avvocato, — confabulano intorno alla follia di Amleto. Si decide di tentar la prova di Ofelia. Tutti escono, fuori che Ofelia. Amleto entra, pronunciando il famoso monologo: «To be or not to be». Bellissima disquisizione filosofica intorno al suicidio, non c’è che dire: ma io sarei molto curioso di sapere per qual ragione il poeta l’ha messa in bocca al suo personaggio proprio in questo punto. Per dipingerne la diuturna malinconia? Concedo che questa tesi si potrebbe sostenere. Al suicidio Amleto allude nel suo primo monologo (e l’Alverighi sfogliò a ritroso il libro):
Or that the Everlasting had not fix’d
His canon ’gainst self-slaughter....
Ma allora questo tremendo pensiero dovrebbe ritornare ogni tanto, nei discorsi, se è sempre lì, presente allo spirito. Invece, dopo il primo accenno e dopo questa dissertazione, silenzio completo.... Dunque anche questo è un lampo che illumina all’improvviso, per un momento, la tragedia; e poi, buona notte! Insomma Amleto si ricorda di esser lui ogni tanto; e qualche volta anche, smemorato come è, si sbaglia: ed è un altro. Del resto, se saltiamo per un momento la famosa scena della rappresentazione, un altro esempio curioso della mania che hanno tutti i personaggi di Shakespeare di filosofare a vanvera, ce lo somministra il re. Dopo la rappresentazione questa perla di re delibera di far la festa a Amleto e ne dà l’ordine: dopo la qual bellissima pensata, si sente preso a un tratto dalla tenerezza e vuol pregare: ma non può, poverino, chè si sente sullo stomaco quel peccataccio del fratricidio, e rammarica di averlo commesso, e si dispera di non sentirsene pentito: poi per consolarsi trangugia anche lui una buona pozione di filosofia; e disserta sulla preghiera, sul rimorso, sulla incorruttibile giustizia di Dio: sinchè si decide a pregare, sperando consolazione e conforto. Intanto i suoi sgherri si preparano a uccidere Amleto: a questo altro peccatuccio, il re non ci pensa neppure, nei suoi pentimenti, perchè se lui si pentiva anche di questo, come faceva a terminare il suo dramma il divino William?
Ma questo ultimo strazio di una opera d’arte a lui cara ebbe la virtù di risvegliare finalmente nel Cavalcanti il sonnecchiante dialettico.
— Ma no, ma no, — disse con un accento insolitamente concitato — non è così che si fa la critica di un capolavoro. Lei applica ad Amleto le regole della poetica di Aristotele, i canoni della tragedia greca. Secondo Aristotele, lo so, le tragedie di Shakespeare apparterrebbero al genere peggiore, l’episodico, come Aristotele lo chiama: ma io protesto che è arbitrario e prepotente applicare i canoni fatti per un’arte ad un’altra, posteriore, diversa, maturata in altro tempo. No: l’arte non è una sola, mai: prende forme diverse: muta di continuo: è antichissima e sempre nuova. Ci fu il dramma greco; ebbe le sue regole; voleva unità d’azione, semplicità di intrecci, rapidità di svolgimenti, graduazione di effetti, proporzione di parti.... E dei caratteri semplici, evidenti, perspicui, da vederci attraverso come a un cristallo. Ma perchè abbiamo la fortuna di possedere dei capolavori immortali in questo genere d’arte, non ci sarà arte fuori di quei capolavori? Shakespeare descrive le passioni violente, i caratteri squilibrati, le anime barcollanti nella sublime vertigine dell’infinito. Tutti quelli che lei chiama difetti, bisogna considerarli da questo punto di vista, e allora son pregi, e che pregi! Sicuro: le sue imagini sono spesso contorte e strane, ma perchè egli vuol dipingere stati d’animo convulsi e tempestosi. Lei dice che nel secondo atto la situazione è risoluta ad un tratto, in pochi versi, alla fine, senza preparazione adeguata; ma certo, perchè tale per l’appunto è l’arte di Shakespeare: non ha sfumature: scoppia ogni tanto in un gran lampo improvviso che sfolgora in grembo all’infinito e si spegne; è pieno di sorprese e sussulti....
— Come l’America, — pensai, ricordando i discorsi della signora.
— Il poeta che vuol dipingere le grandi bufere dell’anima — continuava il Cavalcanti — non può scrivere come Virgilio o come Racine. La prima scena del primo atto è inutile, dice lei; anzi all’opposto: il lettore ha già visto lo spettro, ha già tremato e quindi aspetta con ansia maggiore che lo spettro ricomparisca, non più a degli estranei ma al figlio. In un dramma greco questa scena sarebbe ridondante, siam d’accordo: ma in un’arte come quella di Shakespeare la ridondanza è necessaria; non è un difetto, è un pregio. Lei dice che i personaggi ragionano a vanvera.... E quante volte non ragioniamo noi a vanvera nella vita? Nella vita c’è forse solo l’ordine, la simmetria, la pace, la misura? No: c’è anche il turbine, la guerra, il caos, la montagna, il ghiacciaio.... Non lo dimentichi; l’ammirazione di Shakespeare si è diffusa insieme con la passione dell’alpinismo e non per caso!
Non avevo mai sentito il dolce Cavalcanti parlar con tanta foga. L’ultima parte però del suo discorso non era stata ascoltata con attenzione così piena come la prima; perchè il pubblico incominciava a sentir le oscillazioni della nave, a agitarsi e a distrarsi. Mi domandai un momento se le ondate del mare non spazzerebbero via, dal salone, tra poco, filosofia e filosofanti. L’Alverighi intanto che, strano a dirsi, aveva ascoltato questo discorso sorridendo con palese compiacimento, chiuse il libro che aveva innanzi, lo gettò in disparte, e:
— Alla fine! — esclamò. — Ce n’è voluto: ma ci siamo. Benissimo! Lei ha ripetuto a proposito di Shakespeare proprio quello che io avevo detto di New-York. Se ne ricorda? Che la natura non è fatta a squadra: e che perciò lo sproporzionato, l’ineguale, il violento possono e debbono essere ragione di bellezza, come sono forza della vita.... New-York è a petto delle architetture classiche proprio ciò che Shakespeare è a petto di Sofocle. Non si potrebbe ammirar l’uno e spregiar l’altra senza peccare di incoerenza. Quindi quando lei mi obiettò che l’armonia, la proporzione....
Ma il Cavalcanti non lo lasciò continuare.
— Adagio! Lei corre troppo! — interruppe reciso. — Chi nega che ci sia un’anima di nuova bellezza anche nel disordine selvaggio di New-York? Io no. Ma io non voglio per questo negare, come fa lei, la bellezza delle vecchie città dell’Europa. Per questa via non la seguo. La bellezza non è una sola; è multiforme; anzi è una cosa infinita. Io penso che lo spirito umano è capace di creare infinite bellezze; e perciò non bisogna imporgli condizioni, barriere, restrizioni o regole arbitrarie; ma sforzarsi invece di acquistare una infinita capacità di capire e ammirare, come infinita è la capacità di creare. Io ammiro Sofocle e Shakespeare, Shakespeare e Molière, Rossini e Wagner, senza sforzo, anzi raddoppiandomi dall’uno all’altro il piacere. Lei sorride? Lo so: noi Americani saremmo i provinciali della cultura moderna, perchè restiamo così, a bocca aperta, dinanzi a ogni cosa bella. Ebbene vi dirò allora che in questo almeno gli Europei avrebbero molto, ma molto da imparare da noi. Io venero l’Europa come madre e maestra: ma non capisco perchè essa si ostini a voler empire di discordie e di guerra anche le regioni dei cieli, anche l’eterna serenità dell’Olimpo.... Per qual ragione non può essa affermare o ammirare una verità o una bellezza senza negarne o spregiarne un’altra? Come accade che ogni scienziato, filosofo, letterato o artista che sia, nel vecchio mondo, appena gusta i frutti dell’albero sacro, si crede l’unico; e smania di fare il deserto intorno a sè; e vuol dondolarsi nell’infinito, da solo, a cavalcioni del piccolo frammento del tutto che è suo; e diventa un dio iroso e crudele, che cerca di annientare e nega tutto ciò che è fuori di lui: il potere, di cui non fa parte; la ricchezza, se non la possiede; la tradizione, se è un uomo nuovo; la scienza, se è un artista o un filosofo; la filosofia e l’arte, se è uno scienziato; la giovinezza, quando è vecchio: il futuro, poichè egli vive nel presente? Perchè laggiù ogni ingegno, appena è fatto adulto, vuol provare a sè e agli altri la sua forza nascente, facendo una strage? Precipitarsi su quanti accanto a lui lavorano lo stesso campo, come su nemici mortali? Assalire le dottrine tutte che divergono dalle proprie, le scuole a cui non è ascritto, le tendenze da cui dissente, come se la varietà fosse un pericolo mortale nel regno del pensiero e della bellezza? No: noi Americani pensiamo che la verità è un tesoro nascosto, come l’oro della Vecchia Montagna che abbiamo visitata con l’amico Ferrero, nella dura roccia della ignoranza; che ogni uomo non può raccoglierne se non qualche pagliuzza con fatica infinita: perchè dunque rischiare di perdere l’oro, per rissare intorno al miglior modo di estrarlo, come voi fate? Noi vogliamo che lo spirito umano adorni il mondo con quanta maggiore bellezza può; e troppo della bellezza rispettiamo ogni forma — diteci pur barbari per questo, o orgogliosi Europei — per non sentirci tenuti a lasciar tutte le arti e tutte le opere del genio umano esser belle a modo loro; per osar di sforzarle a una bellezza impossibile e di nostro capriccio. Se questa è barbarie, d’esser barbari noi siamo fieri, o uomini del vecchio mondo!
La filosofia aveva per un istante sedati i moti del mare. E tutti prorompemmo, Europei e Americani, in applausi e grida di bravo! Questo soffio di profondo, sincero, universale amore del vero e del bello, che spirava dall’America, dal Brasile, dalla città adagiata in grembo alla foresta vergine, ci aveva tutti commossi. Ma gli applausi e le grida avevano interrotta la conversazione; e due camerieri, che da qualche tempo aspettavano in disparte, ne approfittarono, per entrar nel circolo, posare sul tavolo dell’oratore due vassoi carichi di bicchieri e accingersi a cavare i turaccioli di parecchie bottiglie di Champagne. Chi offriva era il signor Vazquez, un amico dell’Alverighi che viaggiava con lui. Era costui un uomo di cinquanta anni, piccolo e grassoccio; e apparteneva a quel ceto di ricchi possidenti argentini, intelligenti, industriosi, intraprendenti, che l’Europa così poco conosce e che da mezzo secolo, prevalendosi abilmente della copiosa immigrazione e del rincaro delle terre, vanno gettando un mantello di floride coltivazioni sull’immenso corpo della repubblica, ancor quasi ignudo mezzo secolo fa. Il Vazquez nella provincia di Mendoza possedeva terre accanto a quelle dell’Alverighi: e andava con lui in Europa per trovar mezzi a irrigarle e nel tempo stesso per tentare di aprire spacci di carne agghiacciata nei paesi dell’Europa continentale, che ancora si cibano di sola carne paesana. All’irrompere dei camerieri entro il nostro circolo parecchi si levarono in piedi; si alzò pure l’Alverighi e venne in mezzo a noi, mentre i camerieri incominciavano a mescere; ma lì fu subito aggredito di fronte, saettato da destra, bersagliato a sinistra.... La signora Feldmann gli dichiarò che aveva capito abbastanza bene, ma che la scena dello spettro, recitata da Mounet Sully alla Comédie Française, era meravigliosa; l’ammiraglio diceva che, a posto o fuori di posto, il famoso monologo era uno dei più bei squarci di poesia; la Gina difese Ofelia; il Cavalcanti cercò di spiegare con nuovi argomenti le contradizioni di Amleto.... E tutti parlavano con veemenza, quasi come chi ritorce un’offesa personale.
— L’ammirazione di Shakespeare è proprio ormai una religione universale — pensai.
Invano infatti il bersagliato critico cercava di rispondere a tutti, chè tutti parlavano ad una volta, l’uno troncando spesso con una nuova obiezione la risposta fatta all’altro. Stanco alla fine l’Alverighi si svincolò da quella ressa e voltosi al Vazquez alzò un poco il bicchiere che teneva in mano:
— È proprio squisito — dicendo in spagnuolo — questo vino.
Sorridendo il Vazquez mostrò di gradire il complimento: ma uno dei mercanti astigiani che, forse attratto dall’odore del vino, era comparso allora allora in mezzo a noi insieme con il dottore, rivolgendo il discorso in italiano all’Alverighi:
— È eccellente — concesse. — Non lo nego: io conosco però del Canelli che non ha nulla da invidiare a questo.... Lei non ci crede? Già, perchè è un vino italiano! Ma glielo vorrei servire con una fiammante etichetta francese....
— Tutti i popoli — disse con fare sprezzante l’Alverighi — vogliono ora fabbricar dello Champagne: anche gli Argentini! È il solo prodotto cattivo dell’agricoltura argentina.
— Insieme con la carne in gelo — aggiunse imprudentemente il dottore.
Non l’avesse mai detto! Chè subito il Vazquez e l’Alverighi protestarono la carne agghiacciata essere la migliore del mondo; e se ne accese una discussione, che in pochi minuti divampò furiosa. Anche Shakespeare fu messo in disparte! E chi sa quanto tempo la nuova discussione avrebbe durato, se per fortuna ed in buon momento, inflettendosi d’improvviso a babordo, la nave non avesse fatto barcollare i disputanti e ruzzolar dal tavolo sul pavimento due bicchieri. Al rumore che fecero i cristalli infrangendosi ci voltammo tutti; l’ammiraglio uscì per dare un’occhiata al tempo; il mercante astigiano e qualcun altro lo seguì; la signora Feldmann ritornò a sedersi; gli altri a poco a poco la imitarono, tranne l’Alverighi che rimase in piedi, appoggiato e mezzo seduto sul tavolo, con le braccia conserte; e dopochè l’ammiraglio ritornando ci ebbe annunciato che ne avremmo sino all’alba, la discussione ricominciò per iniziativa del Rosetti, che sino ad allora non aveva aperto bocca.
— Io desidererei sapere — egli disse — una cosa: se lei ammira, sì o no, «Amleto». Perchè questa è la sola cosa che non ho capita. Ieri lei ha sostenuto che New-York è la più bella città del mondo; questa sera ci dice che la sua architettura può essere raffrontata a un dramma shakespeariano; ma dopo aver fatto una critica spietata di questo dramma. Se «Amleto» è un brutto dramma, anche New-York dovrebbe essere una brutta città, mi pare....
Il Rosetti, che aveva davvero capita l’argomentazione dell’Alverighi, la colpiva in una congiuntura vitale. Ma l’Alverighi sorrise con un fare sicuro, come chi ha pronta la risposta:
— Benissimo, ci siamo — egli disse, incrociando le braccia. — Lei ha ragione: questo è il punto capitale. Il signor Cavalcanti cita come esempio l’americano che ammira le due forme opposte dell’arte, quando ci sono, mentre l’europeo ne ammira una e disprezza l’altra; io penso invece che ciascuno deve esser libero di far quel che gli piace: ammirarne una sola, tutte e due, nessuna. Ieri sera ho sostenuto che New-York è la più bella città del mondo, così, per spirito di contradizione: ma riconosco che chi voglia può sostener l’opposto con argomenti egualmente buoni.
E qui si volse al Cavalcanti.
— Io le chiesi ieri sera in nome di qual principio o criterio lei poteva affermare che New-York è brutta. Orbene: ci vuol poco a vedere che questo principio o criterio non c’è: che di un’opera d’arte si può dimostrare quel che si vuole, che è bella e che è brutta, che è un capolavoro ed un orrore. Per esempio: uno scrittore è limpido e chiaro? Se lo voglio vilipendere, lo accuserò di essere superficiale, dozzinale e giornalista. Uno scrittore è oscuro? Dirò che è profondo, trascendente, pieno di sensi arcani, se lo voglio ammirare. Viceversa: se un poeta, se un romanziere, se un musico profondo quanto l’Oceano che traversiamo, mi è a noia, chi mi potrà impedire di accusarlo di esser pesante, oscuro, involuto? Il carattere di Amleto è oscuro e contradditorio, dico io. Ma che!, mi risponde lei. È profondo. La prima scena di «Amleto» è superflua, io dicevo, anzi dannosa, perchè smorza l’effetto della scena seguente, in cui lo spettro del padre apparisce al figlio. Lei mi ha risposto: anzi l’accresce, preparandola: è quindi necessaria. L’ultima scena del secondo atto è difettosa, perchè, aggiungevo io, non è preparata. Anzi, mi ha replicato lei, perchè non preparata, sorprende e quindi commuove maggiormente il lettore. Nel ragionamento mio la preparazione una volta era un difetto e una volta un pregio: nel suo invece inversamente era un difetto e un pregio l’impreparazione. Ieri sera ci accapigliammo per New-York e Parigi, come stasera per «Amleto»: ma è chiaro che in tutte le arti, l’armonia della composizione, la studiata proporzione delle parti può esser tacciata di compassata freddezza: viceversa, un’arte impetuosa, traboccante, ineguale può esser giudicata barbarica, lutulenta, grossolana. Petrarca e Victor Hugo: Racine e Shakespeare: Parigi e New-York. Insomma chiunque abbia un po’ di cervello non è mai a corto di buone ragioni per dimostrare che quel che gli piace è bello e quel che gli dispiace è brutto. Ne vuole una ultima prova? Ho qui la traduzione dello Shakespeare fatta dal Rusconi; alla fine di ogni tragedia c’è il giudizio degli Schlegel: stia a sentir che cosa dicono di «Amleto».
— Roba vecchia, gli Schlegel! — interruppe il Cavalcanti. — Se lei cerca il vero Shakespeare negli Schlegel!
— Poco importa — replicò l’Alverighi. — Ogni critico che sopraggiunge crede di esser lui il primo a capire e a scoprire il suo autore; per me valgon tutti egualmente, cioè zero; ma in questo caso c’è un fatto che non è una opinione: ed è che gli Schlegel sono stati i grandi impresari della gloria di Shakespeare in Europa, un secolo fa. Stia dunque a sentire quel che dicono cotesti signori. «L’Amleto è unico nella sua specie: è la tragedia del pensiero. Ispirata da meditazioni profonde e non mai compiute» (cioè, direi io, senza capo nè coda) «sul destino umano e sulla buia confusione degli avvenimenti terrestri, essa eccita le medesime meditazioni nell’animo dello spettatore. Un’opera tanto difficile somiglia a quelle equazioni irrazionali che non si possono mai sciogliere, e in cui resta sempre una frazione di grandezza sconosciuta». Non esprimerebbe lo stesso pensiero, ma nella forma inversa, chi dicesse che la tragedia è spropositata, incomprensibile e assurda? Continuiamo. «Nessun pensatore che lo esamini potrà concordare interamente con quelli che lo precedettero nella sua maniera di considerare il senso di ciascuna parte e la loro congiuntura». In altre parole: oscurità e imprecisione. «Ciò che sopratutto deve recar meraviglia è, come un’opera, ove son tanti disegni nascosti e la cui base giace in tanta profondità, sembri fatta, a prima giunta, per piacere alle moltitudini». Un nemico direbbe che «Amleto» è un drammaccio da arena diurna, lardellato a caso di tirate filosofiche. E lo dice anche il nostro critico, sul finire del giudizio, ma a modo di elogio, perchè a lui questo pasticcio indigesto di fattacci sanguinari e di filosofia fuori di posto, gli piace! «Il poeta si perde con il suo eroe in un labirinto di pensieri che non hanno nè capo nè fine, e il cielo medesimo sdegna di rispondere, per mezzo degli avvenimenti, alle domande che gli vengono rivolte.... I colpevoli è vero, sono alla fine puniti, ma solo per una specie di caso....» Cioè le azioni e i discorsi sono nel dramma egualmente incoerenti ed assurdi. Chi si contenta, gode!
E chiuse il libro di colpo.
Il Cavalcanti tacque un istante, quasi per accertarsi che l’Alverighi aveva finito; e quindi:
— Ebbene? E ne conchiude?.... — interrogò, breve e tranquillo.
— Che cosa conchiudo? — replicò un po’ impazientito l’Alverighi. — Ma quante volte lo devo ripetere? Ne conchiudo che quella che noi chiamiamo la bellezza delle cose non è una loro qualità intrinseca ma una nostra opinione; e che quindi non c’è autorità al mondo che possa decidere se New-York è bella o è brutta....
Il Cavalcanti si strinse nelle spalle e:
— Perchè i nostri ragionamenti sul bello — disse — sono fallaci? Ma lei dimentica, mi pare, che l’arte è un sentimento, non una idea o una teoria.
Volgendo a caso in quel momento gli occhi, vidi la signora Feldmann che, appoggiato il gomito destro sul ginocchio, reclinata la fronte sulla palma della mano, le aveva fatta del braccio colonna; e l’ammiraglio la guardava. Intanto il Cavalcanti continuava.
— Non le è mai capitato, vedendo un quadro, ascoltando una musica, leggendo una poesia, osservando un paesaggio, impreparato, non prevenuto, sgombro da ogni preconcetto, di sentirsi prorompere dal fondo dell’anima il grido: quanto è bello! Non ha anche lei provata, davanti al camposanto di Pisa, al colonnato di San Pietro, guardando l’«Amor sacro e profano», leggendo una lirica di Victor Hugo, una gioia, una delizia, un rapimento, quasi un breve delirio di piacere, pronto, impensato, intimo, spontaneo, liberissimo? Ma la bellezza, è quella; è quel non so che, che nelle opere d’arte, in certi oggetti della natura, ha la virtù di suscitare in noi, immediatamente, questo fremito di piacere. Lei stesso del resto dicendo che bello è quel che piace, non ha forse ammesso che la piacevolezza è l’essenza dell’arte? Lei mi chiederà perchè questi oggetti e queste opere hanno questa virtù. Mistero! In che consiste propriamente questo piacere? Mistero! Ma il piacere che noi proviamo non è una illusione; chiunque ne può far fede: è una delle poche cose di cui noi possiamo esser sicuri, appunto perchè è un sentimento: perchè noi non conosciamo la vita se non in quanto la sentiamo.... Il ragionamento può chiarire o annebbiare il sentimento del bello, come ogni altro sentimento; non può nè generarlo nè spegnerlo. Ragionate quanto volete; il piacere che io sento davanti alla Venere di Milo, lo sentirò sempre. E sinchè lo sentirò se altri ragiona, argomenta, sofistica il pro ed il contro intorno alla bellezza di Venere, pazienza! La autorità, io la porto dentro di me, infallibile! Lei è un filosofo; e non occorre che queste cose gliele spieghi a lungo....
— Io non sono un filosofo, sono un uomo che non ha tempo da perdere, neppure a bordo del «Cordova» — replicò un po’ brusco l’Alverighi. — E perciò, senza tante circonlocuzioni, le dico: siamo d’accordo: il bello è un quid che ci dà un piacere, quasi direi per immediato contatto.... Ma che piacere è questo piacere? «That is the question», come dice proprio Amleto; e io non mi contento di rispondere, come fa lei: mistero! Io mi domando: è forse quel piacere che nasce dal bisogno? No. Un bisogno innato o acquistato per abitudine è anch’esso un quid che genera piacere e dolore: piacere quando è soddisfatto; dolore quando non è soddisfatto. Ora l’arte ci dà piacere quando la possiamo godere, ma non soffriamo invece, quando ci manca: quindi non è un bisogno; e per questo anzi gli uomini la amano tanto, perchè può esser fonte di piacere sempre, di dolore mai. Non le pare?
Il Cavalcanti mi parve esitare.
— Se però — osservò con una certa titubanza — lei leva di mano a un grande scultore il suo scalpello, o chiude in carcere un poeta senza penna e carta....
— No, non intendo questo.... All’artista che crea, l’arte è lo strumento della propria bravura: ne ha dunque bisogno, come il banchiere ha bisogno di denaro e il maestro di equitazione di cavalli.... Io parlo di chi gode l’arte. Supponga un uomo che sia ammiratore fervidissimo di Dante e nello stesso tempo arrabbiato fumatore come è, mi pare, il signor Rosetti; e che sia condannato al carcere per sei mesi con l’alternativa: o senza sigari o senza Dante.... Che cosa sceglierà?
Ridemmo tutti; e il Rosetti osservò scherzosamente che il fumare era più che un bisogno, era un vizio!
— Altra prova — continuò l’Alverighi. — Che cosa si giudica in arte: la qualità o la quantità? Il giudizio estetico è il giudizio qualitativo per eccellenza: non tiene conto mai della quantità: sempre, dovunque, in ogni arte una cosa bella avrà più pregio che cento brutte. Ma chi non sa che l’uomo discerne e gusta meglio le qualità delle cose, a mano a mano che glie ne scema il bisogno? Più ho fame, e meno fo differenza tra un rozzo pan di soldato e il più prelibato pasticcino: anzi vorrò piuttosto un grosso pane di soldato che uno squisito ma minuscolo pasticcino. Se nell’arte noi giudichiamo solo la qualità, se non teniamo mai conto della quantità è chiaro che non ne abbiamo bisogno. L’arte è dunque un piacere senza bisogno: ne gioisco, quando posso goderne, non soffro se ne son privo. Siamo d’accordo?
Infervorato nel suo discorso, l’Alverighi non si accorgeva che oltre il Cavalcanti, solo il Rosetti, impassibile come sempre, stava attento: gli altri non più, parte perchè un poco affaticati dalla sottigliezza di queste ultime controversie, parte perchè distratti dai movimenti della nave e dalla signora Feldmann, che si era di nuovo ridrizzata e sulla cui faccia si leggeva la stanchezza che precede il sonno. Non appena quindi il Cavalcanti ebbe assentito, senza badare agli altri, parlando a lui, subito l’Alverighi continuò:
— Appunto perchè l’arte è un piacere senza bisogno, un piacere disinteressato e libero, il piacere dell’arte è incerto, vago, nebuloso. Quando ho fame e mangio, sono sicuro che il mio pane è squisito. Il piacere che provo quando appago un bisogno è così intenso, che non dubito di quel che sento. Quanti dubbi invece, quando cerco di accertare che sorta e qualità di piacere certi oggetti e certe opere dell’uomo suscitano in me, perchè sarebbero «belle»! A certi momenti lo sento, quel piacere, a certi altri no, e questo mutamento non riesco a capire da che dipenda; qualche volta invece dubito se lo sento o non lo sento; mi par di sì, mi par di no; faccio uno sforzo per chiarire me a me medesimo e non ci riesco. Non di rado m’accorgo che non sono d’accordo con i miei simili: talora lo sento io e i miei amici, no; o viceversa. Lei mi dirà che occorre chiudersi in sè; intrinsecarsi, come diceva un mio vecchio professore di filosofia; ma quanti sono gli uomini capaci di ammirar soli una opera d’arte, disprezzata da tutti gli altri? Urtata dall’altrui disparere, l’opinione mia vacilla; ho bisogno di puntellarla; e come posso puntellarla, poichè il sentimento è oscuro, se non ragiono? Ed ecco che l’incertezza del sentimento mi spinge a cercar di ammirare per ragionamento. Inquieto e scontento, afferro la lampada della ragione e con quella scendo nel fondo tenebroso della mia coscienza, per illuminare me stesso, a sapere se veramente quel che sento è bello! Disgraziatamente la ragione si burla di me; la sua lampada gira di continuo e mi confonde gli occhi con un barbaglio saltellante di ombre e di luci; le sue risposte sono ambigue come quelle della Sibilla; io non capisco più nulla....
— Mi pare che l’onda si faccia più grossa, — disse a questo punto, sottovoce, la signora Feldmann all’ammiraglio, aprendo a fatica gli occhi ormai quasi socchiusi dal sonno.
L’ammiraglio la guardò: le mormorò qualche parola all’orecchio; si volse a guardare il Cavalcanti.... Avrei detto che stava per levarsi e interrompere la discussione; quando il Rosetta mosse una breve domanda:
— Ma quale sarebbe allora, secondo lei, l’ufficio della critica?
— Critica ed estetica? — rispose l’Alverighi. — Ma sono mestieri buoni per i ciarlatani, i quali hanno la faccia tosta di dare ad intendere che essi sanno ciò che è bello e ciò che è brutto....
Ma a questo punto l’ammiraglio ruppe gli indugi, perchè la signora Feldmann cascava dal sonno. Trasse l’orologio e:
— Signori, — disse, — sono le undici e mezzo. Non abusiamo della pazienza di queste signore. Abbiamo due settimane di tempo per terminar questa discussione.
Ci levammo tutti; ma l’Alverighi raggiante di gioia. Gli si leggeva in faccia l’esultanza di aver potuto finalmente sfogarsi, e vittoriosamente sfogarsi: perchè egli era rimasto, sino all’ultimo, padrone del terreno. Scendendo infatti la scala dietro l’ammiraglio, che dava il braccio alla signora Feldmann, lo udii dirle:
— Eppure, pur troppo, è così, signora: in Brasile lei incontra già qualche giovane che giudica New-York più bella di Parigi. Non sono molti, no, ancora, ma....
E non aggiunse parola. La signora sbadigliò.