VI.

— Ma perchè doveva nascer proprio in quella testa e a Rosario, sulle sponde del Paranà, questa idea? — mi chiedevo, poco dopo, spogliandomi.

E nella piccola cabina rivedevo con gli occhi della mente il magno fiume fluir lento e giallo, sotto il grande arco azzurro del cielo, nella pianura solitaria, tra le sponde lontane e basse, verdi e deserte, a destra e a sinistra. Che l’Alverighi avesse ragionato meco a lungo, sulle rive del Paranà, delle ricchezze dell’America e del progresso del mondo, non mi meravigliava: strano invece mi pareva che avesse ragionato, e non male e originalmente, dell’arte e della bellezza a bordo del «Cordova». Poichè tra le molte e bizzarre cose dette da lui quella sera, una verità, risplendeva allora, a ripensarci, così semplice e così luminosa ai miei occhi, che non potevo capacitarmi come a nessuno fosse venuta in mente prima che a lui. Invano infatti frugavo nei ripostigli della memoria, se per caso qualche gran luminare della filosofia paesana o straniera non l’avesse già scoperta da un pezzo: no, in nessun libro antico o moderno mi era accaduto mai di leggere un simile pensiero: eppure era vero, verissimo, che l’arte è un piacere senza bisogno, di solito incerto, vago, malsicuro, oscillante: che oggi lo sento, domani no: che all’uno pare, all’altro non pare: che va e viene misteriosamente: e gli uomini invano si sforzano di precisarlo, di chiarirlo, di metterlo in comune con il ragionamento, spiegando e giustificando altrui quel che sentono e perchè lo sentono. E vero era anche che di ogni opera d’arte la ragione può dimostrar quel che essa vuole: che non ci è mezzo alcuno di definire tra due contendenti ostinati nessun litigio intorno al bello ed al brutto.... Spensi il lume e ripensai a lungo a queste cose: e a poco a poco, la gloria di tanti capolavori ammirati, il ricordo del piacere ricevuto da tante opere del genio umano, i canoni e i principii d’arte professati di solito con prepotente alterigia parvero sciogliersi in una ondeggiante incertezza, che si distendeva come una nebbia sulla faccia del mondo, confondendo ogni cosa. Effetto forse, non dei soli discorsi dell’Alverighi, ma anche, dell’ozio senza rimorsi che mi ammolliva, e del vino offerto copiosamente dal Vazquez; chè il vino sembra aver su me lo strano potere di affievolire la certezza dei pensieri più saldi, di distaccarmi quasi direi dalla realtà delle cose, di incalzare la mente all’infinito di perchè in perchè verso l’introvabile ultimo appoggio e sostegno di tutte le cose!

— No, — conchiusi anch’io — noi non possediamo nessun metro per giudicare la bellezza delle cose: tutte le misure che crediamo di avere fabbricate sono fallaci, soggettive, illusorie. Bello è quel che piace. L’arte non contiene altra verità che questo vago, mutevole e soggettivo piacere senza bisogno.... La formola è ingegnosa, anche se viene da Rosario....

Il mattino dopo, quando, verso le otto e mezzo, uscii dalla cabina il mare era calmo e il tempo sereno. L’ammiraglio aveva indovinato. Ma il ponte era ancora deserto. Il «Cordova» era un vapore piccolo a paragone dei moderni colossi oceanici: stazzava meno di cinquemila tonnellate e non poteva ricevere più che settanta passeggeri di classe, come si dice nel gergo marinaresco; anzi in quel viaggio ne ospitava soltanto una trentina. Poca brigata, quindi, e vita, se non beata, tranquilla: scarso il giuoco e poco rumoroso: raramente protratte oltre le due del mattino le veglie: innocente e languido il corteggiare. Passeggiai un po’ di tempo, solo, ripensando alle discussioni del giorno prima, alle mie farneticazioni della sera: poi entrai nel refettorio dove l’Alverighi faceva colazione, mentre i camerieri, in giacca di tela bianca, ordinavano la sala.

— L’America si è fatta onore, ieri sera — dissi scherzando. E non senza una punta di ironia, gli chiesi come, in mezzo alle sua faccende, a Rosario sul Paranà, nei suoi vagabondaggi attraverso l’Argentina avesse ancora avuto il tempo e la voglia di meditare sul bello assoluto, sui bisogni che generano piacere e sui piaceri senza bisogno....

Sorrise furbescamente; e:

— Io? — disse. — Ma queste cose le ho imaginate tra venerdì sera e sabato mattina.... Laggiù, non ho tempo.... Ma venerdì sera mi stizzì di sentirvi tutti a dire che New-York è brutta, brutta, brutta! Sarebbe poi la fine del mondo, anche se fosse brutta? La mangiamo noi forse, la bellezza? E ho voluto mettervi tutti nell’impaccio.... Ora a voi saltarne fuori. Ma quanto è facile fare una teoria filosofica! Se fosse così facile far dei milioni!

In terra ferma non avrei lasciata passar senza protesta questa uscita. Ma l’ozio senza rimorsi mi ammolliva: feci vista di non sentire; e continuai a scherzare: quando a un tratto deviando il discorso:

— A proposito, — disse — sa che quel signor Rosetti è un uomo intelligente? Abbiamo ragionato ancora un po’ prima di andare a letto; e mi pare che siamo d’accordo.... Lei lo conosce, credo....

Gli raccontai allora in succinto la vita del Rosetti. Nato a Forlimpopoli in Romagna, nel 1840, era stato preso nel 1860 dalla prima leva militare che il governo italiano aveva indetta negli Stati pontifici, e mandato a servire a Torino, nell’arma del genio, nella vecchia caserma di via dell’Arcivescovado, dove aveva conosciuto mio padre, che anch’esso allora serviva. Aveva potuto, pur servendo, iscriversi nella scuola di applicazione, e, nel 1865, poco dopo essere stato congedato dall’esercito, si era laureato ingegnere; ma subito era stato chiamato dal governo argentino che allora cercava in Italia professori per la sua nuova Scuola Politecnica; e a Buenos-Aires, per venti anni, dal 1865 al 1885, aveva insegnate le scienze fisico-matematiche nel Politecnico e la fisica nel Collegio Nazionale; avendo a scolari quasi tutti gli uomini che oggi governano l’Argentina, e compiendo importanti lavori di ingegneria. Aveva dunque potuto accumulare un ragguardevole patrimonio, e a quarantacinque anni ritornare in Europa, riccamente pensionato dalla gratitudine del governo argentino; disporre la sua vita con decorosa e signorile semplicità — una casa a Milano, una bella villetta a Bellaria, presso Rimini; — e poi darsi liberamente agli studi, aggiungendo alle matematiche e alle scienze fisiche, la storia, l’archeologia e la filosofia; leggendo libai di ogni qualità e sopratutto meditando per conto suo, fuori degli interessi mondani e delle dotte congreghe, sugli uomini e sulle cose del mondo. Io l’avevo conosciuto a Milano, nel 1897, — il Rosetti era cognato di Ernesto Teodoro Moneta: egli mi aveva voluto bene ed io lo avevo ricambiato di pari affetto, ammirandone la profonda bontà, la dolcezza e serenità imperturbabili, la incomparabile semplicità e saggezza, e quel sapere egualmente schivo di fare sfoggio o commercio di sè....

— È uno degli italiani — conchiusi — che hanno fatto maggiormente amare e rispettare l’Italia laggiù. Ed è un filosofo, ma a modo suo e d’altra specie che tutti noi uomini di pensiero e di penna. Noi viviamo ormai sulle nostre idee come il pastore sul suo gregge e dobbiamo mungerle ogni mattina e tosarle ogni tanti mesi. Egli invece è libero e disinteressato....

— Quanto è grande la virtù dell’America! — esclamò subito, pettoruto, l’Alverighi. — Lo vede? Perchè se fosse rimasto in Europa, sarebbe anche lui, oggi, un animale da soma o da tiro, in qualche pubblica amministrazione. E poi dicono in Europa.... — Tacque un momento, e quindi: — Abbiamo ragionato un po’ anche della discussione di ieri sera, prima di andare a letto. E mi ha dato ragione.... Anzi sa come mi ha proposto di chiamare i giudizi estetici? Rovesciabili. Mi ha detto che di ogni opera d’arte si può dimostrare quel che si vuole, perchè i giudizi estetici sono tutti rovesciabili. Sicuro. La formola mi piace. Il bello e il brutto si possono capovolgere l’uno nell’altro come si vuole: ogni pregio può diventare un vizio ed ogni vizio un pregio, purchè il ragionamento lo rovesci. Ben trovata, per Bacco!

Mi domandò infine come mai il Rosetti si trovasse sul «Cordova». Gli spiegai che ritornava in Argentina ogni due o tre anni per certi suoi interessi; e che questa volta aveva aspettato il «Cordova» per far da Rio a Genova il viaggio con me.

Lasciato che l’ebbi, e non avendo trovato nessun conoscente, oziai sino all’ora di colazione per i due ponti, leggicchiando, guardando il mare, rimuginando questi pensieri, chiacchierando con i passeggeri, che a poco a poco uscivano dalle cabine, tutti ormai in abiti estivi. Mi fu dato così di udire il Levi, il mercante di gioie, dir nel vestibolo della sala da pranzo a tre signore:

— Sicuro, pare che sia proprio la moglie di un miliardario. L’avevo detto io del resto.... se ne ricorda lei?... venerdì sera. Già noi gioiellieri.... Dateci le perle o i diamanti di una donna e vi diciamo subito chi è!

Parlavano della signora Feldmann, naturalmente, e sognavano: perchè il Feldmann era, sì, un abilissimo finanziere e direttore di una potentissima, banca di New-York, un uomo denaroso, quindi; ma non avevo inteso nessuno a New-York assegnargli uno di quei patrimoni giganteschi del nuovo mondo, che gli uomini del vecchio si compiacciono di ingrandire ancora in imaginazione, forse per consolarsi della piccolezza dei propri averi! Ma non mi stupii che la mia tacita predizione del giorno prima si avverasse. Altre storielle incominciavano a girare per il vapore; poco prima di colazione, la moglie del dottore e la bella genovese mi dissero, serie serie, che le calze che la signora Feldmann portava costavano mille lire il paio!

A colazione così il Cavalcanti come il Rosetti mancavano; e ci perdemmo in discorsi frivoli. Dopo colazione e prima della siesta, mentre fumavamo, trassi in disparte l’ammiraglio e gli raccontai quel che si diceva sul conto della signora Feldmann. Si mise a ridere, e:

— Non le sembrano, tutta questa gente, dei bambini con tanto di barba che giocano: questa pantofola è un cannone, questa granata una principessa, questa seggiola un palazzo?

Tacque un istante, poi repentinamente:

— Signor Ferrero, — disse — da venti anni il mondo non gira più sul suo asse antico; noi non ci raccapezziamo più.... Le ricchezze dell’America hanno fatto dar di volta ai cervelli.... Turbato tutto nel mondo: l’equilibrio delle fortune, come l’equilibrio delle idee.... Ha veduto, ieri sera? Piuttosto di ammettere che New-York è una brutta città, quell’avvocato è pronto a dar fuoco al mondo intero! Perchè l’America è ricca, New-York non può essere brutta. Ma io mi guardo intorno trasecolato. Nessuno dunque si ricorda più che gli uomini sentono di appartenere a una nazione, perchè parlano la stessa lingua, leggono nelle scuole gli stessi classici e ammirano gli stessi grandi uomini? Dove andremo a finire se il primo venuto può dire che la scultura greca è brutta e New-York bella? C’è forse nazione senza storia e senza letteratura? I grandi uomini sono i nostri santi, oggi: chi vuol dare a ogni uomo la libertà di giudicare come gli piace i capolavori dell’arte e della letteratura, semina l’anarchia!

Mi volsi a guardare il mio interlocutore non senza meraviglia. Come mai un ammiraglio — e americano e così taciturno di solito, per giunta — pensava e diceva con tanta semplicità delle cose così inaspettate e profonde? Erano tutti filosofi, a bordo del «Cordova», anche gli ammiragli? Non dissi nulla; ma ripensai a queste gravi parole cascate come dal cielo, durante la siesta.... E subito caddi in un dubbio grande e forte.... Come imporre a tutti il giudizio medesimo, quando manca un criterio universale del bello? Dubbio così forte che, non potendo scioglierlo, lo esposi verso le cinque al Cavalcanti sul ponte di passeggiata a babordo. Fremente a perdita di vista di piccole onde bianche, l’Oceano già deponeva, all’avvicinarsi della sera, il fulgente velo del pomeriggio, incupendo; lo splendore del giorno pareva salire in alto, raccogliersi negli spazi celesti, ripieni di una gioconda serenità, sfolgoranti in ogni parte di nuvole chiare, rosse, dorate: appoggiati alla ringhiera noi discorrevamo, a voce bassa, sotto il vento che a intervalli soffiava vigoroso sui nostri capi, tacendo ogni tanto per guardare, tra quella luce che s’incielava e quell’ombra che affondava nel mare, la solitudine delle acque, che defluiva come un fiume alla nostra sinistra. Il Cavalcanti ascoltò i miei detti; poi:

— Certo — disse — ammirar la bellezza di un’opera d’arte vuol dire sentirla; e chi la vuol sentire davvero, non deve ragionare troppo. L’ammiraglio dice bene; e l’avevo detto anche io, ieri sera, con parole diverse. Tuttavia non posso non riconoscere — per quanto ieri sera l’abbia combattuto — che anche l’avvocato ha ragione, in una certa misura. L’uomo è naturalmente trascinato dai suoi infiniti dispareri intorno al bello a cercare le ragioni di quel che sente: e allora incominciano i guai. A furia di voler scavare e frugare sotto le fondamenta della casa in cui viviamo, per vedere se posano sul solido, noi rischiamo di far cascare la casa: lo so. Ma come si fa? L’uomo ha bisogno di sapere. E poi frugando e scavando scopre tanti tesori nascosti....

Il Cavalcanti tranquillava le sue inquietudini con il comodo aforisma di cui tanto usa ed abusa l’ottimismo moderno: l’universo si controbilancia! Ma non rassicurò me. Pensai che ci sarebbe stato tanto ma tanto da ridire su questo argomento! Ma impegnare una discussione ripugnava alla mia crescente pigrizia: e ci rinunciai! Un soffio di vento si precipitò tra di noi sibilando, ci assordò, disperse le nostre parole, sembrò quasi strapparci l’uno dal fianco dell’altro; sinchè mugolando si perdè sul mare inquieto. Parve allora a noi come se ci accostassimo di nuovo l’uno all’altro, ma un po’ storditi dalla raffica non ripigliammo subito il discorso. Il Cavalcanti contemplava silenzioso il mare; poi facendo con il discorso un salto repentino:

— Acqua, nuvole, vento! oggi come ieri, come domani, come sempre — disse accennando l’orizzonte. — Sempre quel circolo chiuso, eguale a sè medesimo in ogni parte, tutto instabile e mobile! Non pare anche a lei che l’Oceano impicciolisca in quel circolo? Curioso fenomeno, però! L’acqua anima tutti i paesaggi terrestri, perchè è il principio mobile in mezzo alle forme immutabili delle montagne e delle pianure. Ma nell’Oceano, quando le forme immote della terra sono uscite dalla vista, questo muoversi incessante delle onde rassomiglia all’eterna immobilità di un deserto. No: l’Oceano non è una immensità viva, ma una solitudine morta, perchè muta sempre e non v’è nulla in esso che resti immutato.

Tacemmo di nuovo: piccoli soffi di vento svolazzavano intorno a noi; le nuvole si accendevano nell’alto dei cieli di fiamma più viva e il deserto del mare maggiormente incupiva; dalle terze classi giungevano dei canti, che il vento poi disperdeva. Mi voltai. Il ponte era vuoto; un ufficiale lo attraversava frettoloso; poco lungi da noi, un marinaio lento e senza rumore spennellava di bianco il tetto. Raccontai allora al Cavalcanti che meraviglia avessi provata a sentir l’ammiraglio filosofare a quel modo.

— Ma non ne indovina la ragione? — mi chiese, sorridendo, il Cavalcanti. — Su via, rifletta un poco, lei che è stato a Rio.... L’ammiraglio è un comtista!

Osservammo allora che c’erano a bordo parecchi passeggeri provvisti di studi e cultura; il che trasse me a parlar del Rosetti e a ripetere al Cavalcanti ciò che avevo già raccontato la mattina all’Alverighi. Indi il discorso trapassò agli altri compagni di viaggio. Il Cavalcanti li teneva tutti d’occhio: nè me ne meravigliai, perchè l’osservar mosse e figure era per lui che scriveva romanzi un passatempo gradevole e un buon esercizio. Parlammo dunque dei mercanti astigiani prima e poi di quella giovane coppia che avevamo incontrata sul ponte la prima sera, lui grassoccio, piccolo e bruno, lei magra, alta e bionda. Il Cavalcanti mi raccontò che il giovane era un argentino di Tucuman, recatosi tre anni prima a studiare ingegneria nell’Università d’Ithaca....

— Nello Stato di New-York? — interruppi. — E che bisogno aveva di correre fin lassù per imparare a fabbricar delle case?

— Glielo ho chiesto anche io, ieri. Abbiamo conversato insieme una mezz’ora, in inglese. E sa che cosa mi ha risposto? Gli Stati Uniti sono il paese che negli ultimi trenta anni ha trionfato nelle industrie e negli affari....

Ripensai alla frase dell’ammiraglio: «il mondo da venti anni non gira più sull’asse antico....», mentre il Cavalcanti continuava a raccontarmi che il giovane, andato in America a cercare il sapere, ci aveva intanto trovata una moglie: una giovane, che essa pure studiava ad Ithaca. Ritornavano allora a Ithaca, dopo aver fatto visita alla famiglia di lui. Trapassammo infine alla signora Feldmann. Io gli riassumetti ciò che essa mi aveva raccontato di New-York; e gli dissi di non poter capacitarmi che fosse maritata da ventidue anni. Egli mi rispose che, avendola vista solo qualche volta, lei e suo marito, a Rio, a ricevimenti, poteva dirmi solo che aveva una figlia maritata e doveva esser più vicina ai quarantacinque che ai quaranta. Quando ad un tratto:

— Che gatta ci covi, come dite voi Italiani? — esclamò. — Suo marito è sparito da Rio all’improvviso, tre mesi sono; lei è partita da un giorno all’altro, come chi scappa.... Se no, non viaggerebbe sul «Cordova». E poi, per qual ragione ieri la signora le ha fatto tante domande intorno ai divorzi americani? Non vorrei che lei, senza saperlo, le avesse suggerito il modo di sciogliere alla chetichella le catene coniugali....

— Per questo non c’è pericolo — risposi. — Ho esagerato, ieri sera.... Dei divorzi a quel modo se ne fanno in America, tra gli immigrati, randagi e mezzo anonimi. Ma una signora appartenente alle alte classi.... Non credo che potrebbe evadere dalla prigione del matrimonio per quella via....

— Davvero? — chiese il Cavalcanti. — A ogni modo interrogherò il Guimarâes. L’ammiraglio deve sapere: è amico intimo della famiglia....

Così favellavamo sul ponte deserto, chini sul fiume Oceano, tra i soffi intermittenti del vento che ogni tanto pareva strapparci di bocca le frasi e i pensieri, per disperderli in furia, simili a foglie, sulle mobili onde del mare. Ma a questo punto il Cavalcanti si ricordò che a quell’ora ignorava ancora quanto cammino la nave avesse percorso il dì precedente. Andammo dunque a tribordo, dove cinque o sei passeggeri giuocavano, strillando e ridendo, alle piastrelle: leggemmo sull’apposita carta geografica che in quel giorno, a mezzo del giorno, eravamo giunti a 16 gradi e 4 minuti di latitudine, cioè all’altezza di Sant’Elena e a 37 gradi e 22 minuti di longitudine: facemmo alcuni giri intorno al ponte; e già stavamo per lasciarci, quando alzando gli occhi verso ponente:

— Guardi, guardi, Cavalcanti, — gridai, — laggiù all’orizzonte! Le Alpi!

Il vento in quel momento taceva; e a ponente, dolcemente grigia sotto l’immenso rosseggiare del vespro, sorgeva dalle acque simile alle Alpi tante volte osservate — unica bellezza! — in Torino al tramonto dalla piazza d’Armi, una lunga catena di monti, dentata di punte, di picchi, di cuspidi senza numero, sormontata a sinistra dalla grande piramide aguzza di una montagna più alta: monti di nebbia e di fiamma, oscuri e lucenti, levatisi al soffio leggero del vento, per un’ora, sul confine del dì e della notte; catena sconosciuta, che nessuno dei piccoli uomini randagi sull’Oceano aveva salutata prima o saluterebbe dopo di noi; ultima frontiera della solitudine oceanica ed ultima tappa del sole nel suo viaggio solitario verso i regni della notte. Sorpresi, abbagliati, quasi commossi da quella sfolgorante illusione, apparsa all’improvviso sul mare e sul cielo, a ricordarci la terra, sostammo ammirando. Ed ecco, di nuovo, il vento soffiò sulla solitudine oceanica, lungo e tristo, e a quel soffio le prime stelle della sera, picciolette e timidette, palpitarono quasi accendendosi sull’estremo chiarore del giorno; e nell’ombra che da ogni parte avanzava, le lontane montagne e gli ultimi splendori del tramonto sfolgorarono più vivi; e per un momento l’anima mia rabbrividì di un fremito oscuro come se il vento spirasse, come se le stelle scintillassero, come se i fuochi del tramonto riverberassero dalle profondità dell’infinito. Poi il vento di nuovo tacque, di nuovo soffiò: di nuovo il giorno morente parve riaccendersi al suo soffio per oscurarsi poi al suo tacere; la catena delle misteriose montagne avanzarsi nella luce verso di noi e allontanarsi verso la notte, in cui doveva sparire.

Contemplato a sazietà quel meraviglioso capriccio della luce e del vento, ci separammo per prepararci al pranzo. Ma uscendo dalla cabina, dopo essermi ripulito, incontrai finalmente il Rosetti, che non avevo ancora veduto nella giornata. Discorremmo un po’ della discussione della sera precedente: e mi confessò che dava ragione all’Alverighi, perchè tutti i giudizi estetici, il bello e il brutto sono rovesciabili; si possono capovolgere a piacere. Il che trasse me a mia volta a ripetere a lui quel che l’ammiraglio mi aveva detto: chi concede agli uomini la libertà di giudicare i capolavori della letteratura e dell’arte, semina l’anarchia. Ma il Rosetti mi guardò sorridendo; e:

— Alla grazia, — disse — che paura! L’anarchia, addirittura! E perchè no la strage e il saccheggio? Già questi benedetti soldati! Appena mettono i piedi fuori dall’uscio della caserma....

— Se però i giudizi estetici si possono capovolgere — interruppi — ogni uomo dotato di intelletto potrà, mi pare, spregiare l’opera che altri considera un capolavoro, senza che si possa dimostrare chi ha ragione e chi ha torto. E allora ha ragione l’Alverighi: non vedo come si possa imporre nemmeno l’ammirazione di Dante o di Raffaello, in un’epoca che discute tutto liberamente, anche Dio....

— Ma Dio, poveretto, — mi rispose, sempre sorridendo, il Rosetti, — non dispone più nel mondo moderno nè di baionette nè di una cassa ben fornita. E senza oro e senza ferro, neppur Dio riesce a mantenersi in credito in mezzo a questa nostra perversa razza umana. L’arte invece....

— Ha delle baionette e dell’oro — di nuovo interruppi sorpreso — per mantenersi in credito? E quali? E dove? E quante?

Ma in quella suonò la prima campana del pranzo.

— Frattanto, — proseguì il Rosetti, — occorre andare a desinare. E tu sai che a tavola non mi piace di ragionare. Dopo pranzo, vedremo!

Il pranzo fu queto e tranquillo. Il dottor Montanari si lagnò degli emigranti: consigliando quanti credono nella bontà del popolo a fare un viaggio transatlantico in terza classe.... Ci disse, tra altre cose, che tra quelle povere vittime della iniqua borghesia commesse alle sue cure «molti ce ne sono che hanno il portafoglio meglio fornito del mio, che sarei un grasso borghese!» Terminato il pranzo ci disperdemmo. Una mezz’ora dopo, l’Alverighi ed io passeggiavamo sul ponte fumando e godendo la notte; ed io gli riferivo le oscure cose che il Rosetti mi aveva dette prima del pranzo, quando ecco il Rosetti ci venne incontro. Si mise in mezzo a noi, passeggiando sul ponte; e fatti pochi passi si volse all’Alverighi.

— Io vorrei — disse — porle un quesito a proposito delle cose dette da lei ieri sera, se lei me lo permette.... Lei ha dimostrato, ieri sera, che nè il sentimento nè la ragione non riescono a somministrarci una misura del bello che valga per tutti, che sia obbligatoria e universale....; e che quindi — questa conclusione non è sua, è mia ma spero che lei la approverà — è una prepotenza volere imporre agli altri il giudizio nostro su questa o quella opera d’arte. E la sua dimostrazione anche a me è parsa inoppugnabile, pur essendo semplicissima. Senonchè se, come lei dice giustamente, l’arte è un piacere senza bisogno, quindi non solo subiettivo, ma vago, poco sicuro, che va e viene, che si può sentire e non sentire, a seconda del temperamento, dell’educazione, del secolo, della generazione, del giorno, dell’ora, e perfino del minuto e dell’accidente, del caffè bevuto o del pranzo bene o mal digerito, se perciò è una prepotenza volere imporre agli altri la propria opinione: come spiega lei allora che ognuno pretenda che quel che sembra bello a lui debba parer bello a tutti gli altri, e voglia imporre altrui il giudizio che è così poco sicuro in lui stesso? Perchè, badi, io non voglio dire che così debba essere, come qualche filosofo dice e sostiene.... Io dico solo che così è: che, a torto o a ragione, gli uomini hanno anche questa ubbia. Si guardi dattorno, e se ne convincerà. Quante volte due persone che discutono intorno ad un’opera d’arte non finiscono di andar sulle furie? E invece di star ciascuno contento al suo parere, come sarebbe ragionevole, ognuno vuol che l’altro gli dia ragione, e lo compiange, lo canzona, lo maltratta, lo ingiuria; e qualche volta anche si sente pizzicare le mani; e una maledetta voglia di rompergli il capo, per versarci dentro la sua ammirazione. Della quale poi, se richiesto, non saprebbe render conto in modo soddisfacente....

L’Alverighi pensò un momento e poi:

— Ma è naturale. I critici e gli esteti hanno tante volte detto o gridato che chi non ammira e non odia quel che ad essi piace e non piace, è un imbecille, che il pubblico, poveretto, si è inferocito.

— La spiegazione è ingegnosa, — rispose il Rosetti: — ma un po’ vaga e semplice. Io vorrei, se mi permette, proporgliene un’altra.

— E io son tutte orecchie.

— Ieri sera — riprese il Rosetti — la discussione intorno ad «Amleto» fu per un momento interrotta da una discussione intorno alle carni agghiacciate dell’Argentina. Non rammento più chi disse che queste carni sarebbero cattive; e lei e il signor Vazquez protestarono. Dunque la stessa persona sosteneva che delle opere di Dante, di Sofocle o di Shakespeare si può pensare che sono brutte e belle; ma non voleva poi ammettere che si possano professare le due opinioni opposte intorno alle braciuole e ai filetti argentini. Il che, a parlare schietto, mi pare un poco strano. Perchè io riconosco, sì, che il sentimento del bello è incerto ed oscuro; ma non per ammettere che siano sicure e chiare le sensazioni del palato. Le ossa di Emanuele Kant fremerebbero nel sepolcro! Ora per qual ragione lei mi permette di giudicare a mio talento Shakespeare, e vuole invece poi impormi la sua opinione sulle braciuole argentine?

L’Alverighi si mise a ridere.

— La ragione mi par semplice e chiara.... Io ho delle estancias, e molte azioni di un grande saladero di Buenos-Aires, in minor numero è vero del Vazquez.... Se tutti nel mondo saranno ghiotti delle carni dell’Argentina, noi guadagneremo molti quattrini.... Anche per questo, andiamo in Europa!

— L’interesse dunque — rispose il Rosetti. — E non potrebbe succedere alcunchè di simile nell’arte?

— Nell’arte! — esclamò stupefatto l’Alverighi.

— Quello a cui io alludo non è forse un interesse solo — rispose il Rosetti: — ma sono molti e diversi interessi. Vediamo un po’. Innanzi tutto non c’è forse l’interesse nazionale? Ogni popolo mi sembra avere bisogno di ammirare un certo numero di scrittori e di artisti, per inorgoglirsi della propria grandezza. Non sarebbe forse questa la ragione per cui ogni Stato impone, con le scuole, l’ammirazione di certi classici? L’ammiraglio ha ragione: non c’è nazione nè patria senza una letteratura; e non esiste letteratura, senza glorie canonizzate ufficialmente. Ma non si ammirano, voi mi direte, soltanto opere d’arte paesane. È vero: ma perchè altri interessi ci muovono. Ammiriamo gli scrittori e gli artisti dei popoli amici, che ci possono aiutare; dei più forti, che si fanno temere: oppure ammiriamo scrittori e artisti forestieri pur di screditare scuole ed arti nostre più antiche, avversate per una qualche ragione, specialmente in tempi di guerre civili. La lotta tra il romanticismo e il classicismo, in Francia e in Italia, ne sarebbe forse una prova... Vi dirò di più: io credo che nel mondo dell’arte, possono molto anche gli interessi materiali. Ogni arte nutre molte persone; e queste devono sforzarsi di mantenere o di far venire in credito, come capolavori, certo opere, sotto pena di perdere il pane. Per esempio: oggi in tutte le lingue si traducono opere di tutte le lingue; pare a voi che questo gusto cosmopolita sia una pianta cresciuta da sè? Io direi che l’hanno coltivata gli editori, i traduttori e i critici che ne divorano i frutti non sempre saporiti. Il medesimo si potrebbe dire della musica e della pittura. I mercanti di quadri, per esempio....

Il Rosetti parlava lucido, semplice, pacato, con quel tono leggermente ironico che amava usare sopratutto quando parlava sul serio. E l’Alverighi ascoltava attento e in silenzio.

— Tuttavia — obiettò egli a questo punto — mi par difficile di negare che noi ammiriamo disinteressatamente almeno certe opere d’arte. Non si vedono forse dovunque uomini e donne spendere denaro, tempo, fatica per accreditare uno scultore, un pittore, un musico ancora oscuro, forestiero, lontano, che non hanno neppure veduto; per far conoscere autori morti da anni e da secoli? Quale interesse li moverebbe?

— Un interesse politico o pecuniario, no di certo — rispose il Rosetti. — Ma tra gli interessi io non sarei alieno dall’annoverare anche i capricci della vanità. L’arte, la letteratura e in una certa misura anche la scienza servono oggi ai pochi, come il lusso, le decorazioni e i titoli di nobiltà, per distinguersi in mezzo alla folla comune degli umani. Riuscendo a far ammirare uno scrittore o un artista misconosciuto dagli altri, costoro vogliono proprio che vinca il punto e la prova l’artista? O non vogliono piuttosto vincerlo essi; per aver la gioia di credersi e sentirsi più intelligenti dei propri simili? Questa opinione di solito sembra esser tanto più piacevole, quanto meno è fondata....

— È certo, per esempio, — osservai io, — che molti applaudiscono Shakespeare in teatro per rispetto umano e non per convinzione. Parecchi me l’hanno confessato, specialmente in Francia.

— Sicuro — proseguì il Rosetti. — C’è forse dell’amor proprio in quantità, in tutte le nostre predilezioni artistiche. Come è, per esempio, che un’opera d’arte riesce anche oggi ad essere largamente ammirata? Quando un piccolo numero di ammiratori influenti se ne innamora; vale a dire impegna il suo amor proprio nel puntiglio di farla ammirare dagli altri, di sopraffare le eterne esitanze e incertezze dei più che non sanno giudicare, gridando loro nelle orecchie che quell’opera è un capolavoro. Naturalmente questo capriccio della vanità di solito è passeggero: ma gli interessi che impongono uno scrittore o un artista all’ammirazione del mondo non sono tutti così precari: anzi in generale io direi che la fama di un artista o di uno scrittore sarà tanto più duratura quanto più l’interesse che lo impone è stabile e forte. I grandi uomini fortunati sono quelli alla cui gloria provvede addirittura lo Stato!

L’Alverighi ascoltava meditabondo; e a questo punto interruppe come parlando a sè più che all’interlocutore:

— Ammireremmo noi ancora Virgilio e Pindaro, nell’anno di grazia in cui viviamo, se i professori di greco e di latino, da un capo all’altro dell’Europa, non fossero stretti in un formidabile sindacato per la conservazione degli studi classici e del proprio stipendio!

— Insomma, — conchiuse il Rosetti, assentendo con il capo — chiunque frughi un po’ nelle pieghe della sua coscienza, si accorgerà che noi ammiriamo le opere d’arte, quasi sempre, per preconcetto; perchè vogliamo ammirarle; e vogliamo ammirarle perchè siamo spinti da un interesse, o politico o nazionale o religioso o intellettuale o professionale o di amor proprio. E allora ci suggestioniamo, ci arrovelliamo, ci cantaridizziamo quasi direi! Gli interessi però non possono imporre l’ammirazione, se non dispongono di una forza sufficiente. Quindi nessuna bellezza artistica o letteraria può reggersi a lungo sulle altezze della gloria, se non è sostenuta da una delle grandi forze o autorità che governano il mondo. O da una religione, che la consacri con la sua santità. O da uno Stato, che la imponga con le scuole. O da una coterie, da una classe, da un partito, che con la influenza, il denaro, i sofismi dei critici e degli esteti obblighi la gente che vorrebbe badare ai fatti suoi ad ammirare. O da un popolo che abbia persuasi gli altri di essere da più di loro. O da una ondata di entusiasmo, da un contagio di suggestione che travolga le menti.... Ma guai all’arte o alla fama, sostenute da un interesse impotente! Cadrà, perirà, sparirà!

Da un pezzo io mi chiedevo se il Rosetti parlava sul serio o ironicamente, tanto questi ragionamenti mi parevano strani, pur non potendo negare che fossero ingegnosi e ben legati. L’Alverighi invece ascoltava raccolto, attentissimo, impassibile, senza fare un gesto o un cenno. E a questo punto interruppe:

— Mi persuado, mi persuado: siamo interamente d’accordo: non occorre che continui. Lei completa, non contradice le cose che ho dette ieri sera. Perchè lei non vorrà, spero, ammettere che sia eterno e assoluto quel che è imposto da interessi mondani! Questi sono tutti momentanei e caduchi. E quindi non ripeterà che l’America è brutta e perciò barbara, perchè non piace agli esteti e ai critici dell’Europa.

— No, non lo ripeterò io — rispose il Rosetti. — Io sono un mezzo americano e ho vissuto venti anni in America; e all’America debbo questi ozi che tanto mi godo.... Io dunque ho interesse a difendere l’America. Ma quelli che vivono in Europa e non sono pensionati da uno Stato americano? Se tutti gli uomini sono spinti dall’interesse a imporre agli altri come bello quello che tale pare — ad essi, allora è chiaro: bello sarà per tutti quel che vorrà che sia bello il più forte: o il popolo, o la classe, o la fazione o la cricca mondana o la cabala di critici o l’interesse commerciale e via dicendo. Il bello ed il brutto insomma dipenderanno dalla forza. Orbene: se l’Europa e l’America vengono a disputare intorno al bello ed al brutto, è chiaro dunque che bello sarà ciò che è proclamato tale tra i due continenti da quello che può imporre all’altro la sua opinione.... Ora è possibile dubitare che l’Europa sia oggi armata meglio dell’America, in questo duello? Vorrei poter affermare l’opposto io, che tanto debbo all’America, ma.... ma.... Ma l’Europa ha tradizioni, scuole, musei, monumenti, filosofie.... Lei lo vede del resto: qui a bordo io e lei, che siamo nati e cresciuti in Europa, siamo quasi d’accordo; ma il Cavalcanti e l’ammiraglio, che pure sono americani, si scandalizzano addirittura a sentirci ragionare a questo modo. L’America dunque non si reputa neppur capace di imporre al mondo un suo qualunque criterio del bello: si sente obbligata ad accettar quello o quei criteri che l’Europa si degna somministrarle e di solito piuttosto sgarbatamente. E allora? Lei ha dimostrato che tutti gli argomenti con cui si vuol giustificare questa sopraffazione sono dei sofismi: e lei ha ragione: ma che può questa sua critica, acuta sì e profonda, ma solitaria, contro il fascio di tanti interessi? Pensi che a mantenere in credito nei due mondi le diverse arti dell’Europa e i canoni che le informano, collaborano laggiù gli Stati, — ecco le baionette, Ferrero — le religioni, le scuole, i musei, la filosofia, i giornali, le riviste, la critica, un infinito esercito di artisti e di scrittori famelici, un altro esercito non meno sterminato di pubblici funzionari, nonchè non pochi industriali e mercanti, dagli editori ai fabbricanti di strumenti musicali e ai mercanti di quadri. Ed ecco, Ferrero, l’oro!... Presume lei, avvocato, ragionando a bordo del «Cordova» di poter distruggere questo formidabile potentato? Dunque zitto e creda a me: bisognerebbe che a sua volta l’America si muovesse un po’, prendesse animo, cercasse di imporre al mondo una nuova dottrina del bello: l’obbligasse a riconoscere che i «gratta-nuvole» sono più belli di Palazzo Vecchio....

— Questo poi! — esclamai io.

Ma il Rosetti si rivolse subito verso di me; e tranquillo, sorridendo:

— Tu credi dunque che gli uomini non potranno mai, proprio mai, ammirare i gratta-nuvole? Tu presumi allora assai del tuo gusto. Mio caro, non c’è cosa che gli uomini non siano capaci d’ammirare, quando vogliono, purchè vo-glia-no! (e scandì le sillabe). Il vecchio e il nuovo, la curva e la retta, l’arabesco e il geometrico, il grande e il piccolo, la regola e il mostro, la proporzione e la sproporzione, il flebile e l’enfatico, l’equilibrio e lo squilibrio, il classico e il rococò, l’attico e il barocco, la rosa e l’orchidea, il semplice ed il maestoso, la maiolica italiana e la ceramica cinese, la montagna selvatica e i giardini artifiziosi, la tradizione e il futurismo: tutto, tutto può sfiorar di piacere i nostri nervi, e questo piacevole soffio, se degli interessi se ne immischiano, essere per qualche tempo almeno imposto come misura assoluta del bello.... Senonchè rassicurati, tu che alla gloria del vecchio mondo ci tieni tanto; e rassicura l’ammiraglio, che ha paura dell’anarchia: ce ne vorrà del tempo, prima che New-York apparisca agli occhi degli uomini come una bella città! L’opinione che le arti dell’Europa sono i modelli della bellezza è imposta da una così forte alleanza di potentati diversi, che l’America sarà impari al cimento per secoli. L’Europa detta e per un pezzo detterà le leggi del bello; e l’America dovrà aspettarne, di là dall’Oceano, trepidante e un po’ vergognosa, l’arcigno e non sempre sincero giudizio! Lei, avvocato, ha torto di invocare, e l’ammiraglio di temere, la libertà. Sì, l’uomo moderno rivede i conti anche al Creatore, come lei dice: ma in arte, no; serve con voluttà; non vuol essere liberato, cerca un’autorità a cui piegare: i classici, le glorie canonizzate ufficialmente, i principii indiscussi; e se lei lo libera da questo giogo, lo vedrà correre a buttarsi ai piedi e tendere per un nuovo giogo il collo agli sfacciati e ai ciarlatani, ai critici e agli esteti, come dice lei, che gli dànno ad intendere di saper essi quel che è bello e quel che è brutto.... Ma un’autorità ed un padrone, li vuole a tutti i costi!

Il Rosetti tacque; l’Alverighi non rispose: e in silenzio, tutti e tre, percorremmo due volte innanzi e indietro il ponte di passeggiata. Si capiva che l’Alverighi era perplesso e impacciato. In quella suonò la campana che annunciava esser pronto il gelato offerto ai passeggeri ogni domenica sera.

— Andiamo a rinfrescarci? — proposi.

Ma il Rosetti disse di no e l’Alverighi dichiarò che voleva ritirarsi: li lasciai dunque, e mi recai nella sala da pranzo. Ne uscii mezz’ora dopo per andare a letto; ma ero appena uscito sul ponte, che mi sentii chiamare dal Cavalcanti.

— Senta, senta quel che succede — mi disse. — Che cantonata avevo presa!...

L’ammiraglio gli aveva raccontato, poco prima, come il marito della signora Feldmann fosse partito tre mesi prima per gli Stati Uniti chiamato — aveva detto — da urgenti faccende e con il proposito di restar assente circa quattro mesi; ed essa stava aspettandolo tranquilla in Rio di ritorno, quando ad un tratto, tre giorni prima della partenza del «Cordova», aveva ricevuto un telegramma del signor Löventhal, lo zio del marito, che la pregava di partire senza indugio per l’Europa e gli Stati Uniti, correndo a New-York la voce che suo marito intendesse avviare una procedura di divorzio. Fuori di sè, la signora era corsa a chieder consiglio a lui, l’ammiraglio, e l’ammiraglio, poichè fra tre giorni egli si imbarcava sul «Cordova», l’aveva persuasa a partire con lui, che potrebbe assisterla nel viaggio. Questa era la ragione per cui si trovava a bordo del «Cordova». Ma prima di partire essa aveva telegrafato allo zio, al suo avvocato e a parecchi amici di New-York di raccogliere e telegrafarle notizie, a Rio se potevano prima che essa partisse, se no alle Canarie, dove il vapore faceva scalo. Nessun dispaccio essendo giunto prima della partenza, essa non potrebbe ricevere notizie precise che alle Canarie, tra dieci giorni; il primo giorno era stata abbastanza tranquilla; ma il mio imprudente discorso sulla facilità dei divorzi in America l’avevano di nuovo sconvolta. Quella stanchezza che l’aveva vinta il sabato sera, non era, come noi avevamo creduto, noia della filosofia, ma prostrazione dell’ansia protratta.

Ne fui molto dolente; e pregai il Cavalcanti di dire all’ammiraglio che avevo esagerato. Mi rispose che già lo aveva fatto e che l’ammiraglio ne era stato contento. Gli feci allora un breve sunto della conversazione poco prima finita. Ci guardammo in faccia perplessi; e:

— L’arte, interessata? — esclamò dopo un momento. — Ma se la bellezza è il più disinteressato dei piaceri!

— A questo modo, però, — osservai, — New-York ridiventa brutta e le città dell’Europa belle. E l’Alverighi deve star zitto. È sempre un guadagno.

Pensò un momento; poi, scuotendo il capo:

— Purchè il prezzo non sia troppo caro....

Il seguente lunedì noi incominciammo ad accorgerci che in mezzo all’Oceano il sole mette i suoi cavalli al passo. A mano a mano che una nave si allontana dalla terra, allorchè la novità della compagnia e del luogo ha cessato di distrarre piacevolmente gli spiriti, come nei primi giorni, le ore si allungano, e alla lentezza dei giorni e delle notti i naviganti incominciano a misurare quell’immensità dell’Oceano, che il Cavalcanti non riusciva a vedere con gli occhi. Passano i giorni e le settimane; e il cammino percorso non si vede, ma si immagina appena, con una tal confusa idea, ripensando all’infaticato andare della piccola nave per l’acqua infinita; come se la nave si muova senza far cammino in una solitudine invalicabile, fuori del tempo e di ogni vista tranne che delle stelle. Poichè esse sole, le piccole stelle, tacite e vigili, seguono e segnano dall’alto ogni sera, sul quadrante dell’infinito, nel registro dell’eternità, anche l’impercettibile andare dell’arca minuscola per le vie dell’Immensità!

Il lunedì fu dunque il primo giorno in cui incominciammo a misurare con il tedio l’immensità dell’Oceano. Nella mattina non vidi l’Alverighi: e non potei nemmeno saziare di qualche nuova notizia intorno ai casi della signora Feldmann la curiosità solleticata dal racconto del Cavalcanti; perchè non reputai conveniente di muover io primo questo discorso con l’ammiraglio ed egli non ne parlò. Il «Cordova» parve giungere a fatica, a mezzogiorno, a 11 gradi e 6 minuti di latitudine, a 33 gradi e 6 minuti di longitudine; e il pomeriggio fu, nel calore tropicale che prendeva forza, sonnolento, accidioso e «pieno di vuoto». La frase è strana; ma dipinge bene il tedio e l’ozio delle lunghe traversate. L’avremmo quindi dimenticato — anche nel pomeriggio l’Alverighi non si fece vedere — se in quel pomeriggio la moglie di Antonio, quell’antico portinaio che avevo riconosciuto il sabato, non avesse mandato un marinaio a dire alla Gina che desiderava di vederla; e la pregava, poichè essa non poteva salire alla prima classe, di voler scendere essa nella terza. La Gina era scesa; e non era ritornata che due ore dopo, perchè Maddalena — così si chiamava la donna — aveva voluto narrarle la loro storia. Arrivati in Argentina, avevano affittato per tre anni nella provincia di Santa Fè cento ettari di terreno, per coltivare il grano turco....

— Cento ettari! — interruppi trasecolato. — Quel poltrone ha affittato cento ettari? E come li ha coltivati?

— Avrà lavorato Maddalena — osservò la Gina.

E continuò a raccontare che, scaduto il contratto, Maddalena e Antonio erano accorsi tra i primi a popolare un nuovo pueblo o villaggio che gli eredi di Alessandro Roca, il fratello dell’ex-Presidente, fondavano sulla ferrovia che da Rio Quarto va a Villa Carlota, in una grande estancia di cui volevano dare all’aratro una parte. Dalla loro storia Maddalena era trapassata ai suoi malanni. Non stava bene; pregava la mia signora di visitarla, come altra volta aveva fatto a Torino; il dottor Montanari le aveva ordinato di stare seduta, il giorno, in una certa parte del ponte sola e senza muoversi. La Gina aveva subito capito che era ammalata di tubercolosi; e di fatti, dopo averla visitata, le aveva detto che le prescrizioni del commissario erano savie e promesso di raccomandarla al dottore. Ciò che di fatti di lì a poco facemmo insieme. Ma:

— Un bel tomo — ci disse subito — quel marito! Assolutamente non vuole che io curi sua moglie.

E ci raccontò che egli cercava di isolare i tubercolotici, assegnando loro un posto della coperta, sotto vento, durante il giorno e facendoli dormire nell’infermeria delle malattie infettive; che ordinava loro di sputare sempre in una pezzuola e di buttarla in mare; e prescriveva infine un nutrimento speciale: uova, latte, carne.... Ma Maddalena non obbediva, sebbene l’avesse minacciata di chiuderla anche il giorno nell’infermeria; e il marito — glielo avevano raccontato i marinai e parecchi emigranti — la sobillava a non dargli retta, strapazzandola se lo faceva.

— Ieri gli ho lavata la testa come si meritava — conchiuse. — Ma a che serve, con questa gente? Bisognerebbe star sempre lì, con il fucile spianato.

Tacque un momento, sopra di sè: poi, a un tratto, sbuffando e come chi si sfoga:

— Signor Ferrero, signor Ferrero — disse — vorrei che lei facesse per sei mesi il mio mestiere.... Allora, sì, che la conoscerebbe per davvero l’America! Altro che viaggi e conferenze! Quando sento parlare di emigranti e di emigrazione, mi vien voglia di ridere. Sa che cosa ci vorrebbe per quella gente? Non un semplice medico, come sono io; ma un alienista. Su cento emigranti, creda a me, non ce ne è uno che abbia il cervello a posto. Tutti pazzi sono, o sulla buona strada per ammattire....

Protestai, ridendo, che il dottore esagerava. Sì, certo: questa grande orda che ogni anno varcava l’Oceano, seminava di vittime il suo lungo cammino. Eppure.... Ma non mi lasciò finire.

— Se gli va bene, sono i denari — interruppe. — Se gli va male, i patimenti: in un caso e nell’altro l’emigrante perde quel po’ di giudizio — molto poco — che Dio gli aveva dato. Ma le pare che un uomo possa vivere con un piede in America e un piede in Europa, a cavalcioni dell’Atlantico, e non perdere l’equilibrio? Conclusione: tutti isterici e mezzo matti, diventano. Il che sarebbe poco male: il peggio è che mi cascano qui tutti sulle braccia a me; ed io li dovrei curare....

Non insistei nel proposito di confutarlo; ricondussi il discorso ad Antonio, sinchè il dottore conchiuse:

— Lei che lo conosce, gli parli un po’ e gli dica di non far lo stupido a quel modo. Insomma, si tratta della pelle di sua moglie. Per poco che valga!...

— Proverò, — risposi, — ma son sicuro di fare un buco nell’acqua. Antonio è un balordo insolente. Bisognava sentire come rispondeva quando era al nostro servizio. Imaginarsi adesso!

Per il pranzo la signora Feldmann indossò il terzo abito della giornata; e pranzando ragionammo ancora un poco degli interessi nell’arte. Ma l’Alverighi — incredibile a dirsi — ascoltò senza parlare; il Rosetti chiarì con qualche nuovo esempio il suo pensiero; noi non movemmo obiezioni: cosicchè non ci fu disputa nè battaglia. La sera trascorse tranquilla, ma senza illuminarmi in alcun modo intorno ai casi della signora. Il Cavalcanti o non aveva voluto o non aveva potuto far parlare l’ammiraglio. Di nuovo, dopo il pranzo, l’Alverighi era sparito. Ragionai invece a lungo, quella sera, di Antonio e di Maddalena con la Gina, e concordi conchiudemmo che, a compenso della infingardaggine di lui, lei doveva aver lavorato troppo; non altrimenti poteva spiegarsi che ripatriassero, lei malata e lui rimpannucciato. A ogni modo per mantener la promessa scesi la mattina di poi — martedì — nella terza classe e fattomi sedere accanto Antonio sopra un mucchio di grosse corde, davanti alla dispensa della terza classe, poco distante dalla scala che saliva al ponte di passeggiata; tra il via vai degli emigranti e dei marinai, in vista dei cuochi biancovestiti che si affaccendavano in fondo alla dispensa per allestire il desinare alla plebe numerosa di quel piccolo mondo, incominciai a ragionare della moglie. Ma non appena gli ebbi detto:

— Sai, Antonio, la signora Gina ha visitato ieri Maddalena, è seriamente malata....

Egli uscì subito in una delle sue sciocchissime risposte, sebbene con un fare insolitamente cortese.

— Lo so, lo so. E il signor commissario non me la vuole curare.... Ha sempre fretta, è sempre sulle furie, non gli si può mai parlare.... Sono stato io che ho detto a Maddalena di farsi visitare dalla signora Gina.

Un po’ sorpreso, così dalla strana uscita, come dal tono insolitamente gentile, con cui mi parlava, gli risposi che mi pareva che il commissario l’avesse visitata....

— Sì, un momento. Il giorno dopo l’imbarco e ci fece anche una sfuriata, non so perchè. Ma poi non l’ha più vista: le ha ordinato di star sola, sul ponte, laggiù seduta.... Tutta la sua medicina è quella. Come vuol che mi guarisca, una donna come Maddalena; lei la conosce; avvezza a non star mai un minuto senza far niente?

— No: l’America non l’ha fatto più intelligente, — pensai tra me.

E un po’ per non perder tempo in inutili ragionamenti, un po’ per fare impressione su lui, gli dissi con tono alquanto risentito di badar a non prender troppo le cose in ischerzo: Maddalena aveva bisogno di molte cure e sopratutto di riposo.

— Perchè — aggiunsi sorridendo, ma con intenzione — qualcuno mi ha detto in gran segreto all’orecchio che in America ha lavorato lei molto più di te....

Antonio non si scompose; e guardandomi in faccia, senza sorridere questa volta, serio, con fermezza e quasi con dignità, mi rispose:

— Ha lavorato lei, ed ho lavorato io, in America. Abbiamo lavorato tutti e due, come negri.

— Come un negro, tu? — risposi.

— Perfino di notte ho arato il campo, quando c’era la luna. Non è mica l’Italia, l’America.

— Lo so, lo so — dissi ironicamente. — In America tutto è più bello, più grande; laggiù vi degnate di lavorare!

— In America — rispose — val la pena di faticare. Ci si rischia la pelle: ma almeno in otto o dieci anni uno può mettere qualche cosa da parte.

— E perchè allora non sei rimasto in America la prima volta che c’eri andato?

— Perchè c’ero andato senza una donna. Maddalena aveva paura del mare. Un uomo solo, in America, guadagna molto, ma il denaro se ne va....

— Cosicchè eri solamente tornato a ripigliar Maddalena? — gli domandai.

Mi rispose senza parola, con un sorriso tra furbesco e soddisfatto.

— Noi dunque — incalzai, fermo ancora nel pensiero che Antonio fosse un balordo — ci siamo arrovellati tre anni per insegnarti il mestiere di fattorino e di portinaio, e tu intanto non pensavi che a persuader tua moglie a ritornare in America?

Di nuovo sorrise con quella sua ingenua malizia. E allora per la prima volta un dubbio mi balenò nella mente: se «Sua Eccellenza lo Zuccone» — come noi lo chiamavamo — non avesse invece fatto lo stolto per vivere tre anni a nostre spese con poca fatica. Ma no; il dubbio era assurdo; Antonio non era da tanto da gabbarci tutti. Spinto tuttavia da una nuova curiosità e poichè eravamo già nel discorso, lo interrogai intorno alle sue vicende. Mi raccontò che arrivato in America con un piccolo gruzzolo, aveva affittato nella provincia di Santa Fé cento ettari di terreno, in un sito che aveva già adocchiato durante il primo viaggio: aveva seminato il grano turco, era stato favorito da due annate straordinariamente buone su tre e aveva guadagnato circa trentamila lire; ma non aveva voluto tentare più la fortuna.

— La raccolta — diceva — dipende troppo in Argentina dalla pioggia e dalle cavallette: e ormai i peones pretendono troppo per la mietitura.

— Sono seguaci delle tue teorie — interruppi.

Ma Antonio non capì l’ironia. E continuò a raccontarmi che era andato al pueblo Alessandro a farsi, con quel capitale, albergatore e mercante: aveva comperato una mezza quadra, circa cinquemila metri quadrati: aveva costruito uno di quegli edifici rossi, a un solo piano, che chi viaggia la verde Argentina vede ogni tanto allinearsi contigui, otto o dieci, presso le stazioni della ferrovia; aveva aperto in quello un piccolo albergo e un almacen. Albergo e negozio avevano prosperato: ma qui pure non aveva voluto trattenersi più di cinque anni, perchè «i primi sono i più buoni» mi disse e i pueblos talora, dopo sette od otto anni, decadono, se i padroni riconducono sulle terre gli armenti. Non potei non ammirare in questo racconto una certa quale inconsapevole mischianza di accorgimento italiano e di ardimento americano; e:

— Hai fatto dunque fortuna? — chiesi a mo’ di conclusione.

La risposta fu che qualche cosa al sole ormai ce l’avrebbe: risposta abbastanza chiara in sè e chiarita ancor più dal sorriso che la sottolineò.... E allora, in un attimo, finalmente, dopo tanti anni, capii.... Capii che lo «zuccone» era un cervello fino e astuto, che aveva saputo seguir tenacemente per anni ed anni un suo secreto pensiero. Capii che ci aveva ingannati tutti, prevalendosi astutamente dell’obbligo in cui sapeva mio zio verso il suo protettore, che qualcuno diceva fosse suo padre: delle debolezze in cui così spesso incorrono le classi alte nel trattare il popolo: la bontà capricciosa, le collere bisbetiche, i rimorsi delle sfuriate, la noia dell’insistere, la leggerezza con cui esse così spesso giudicando il popolo scambiano l’ignoranza per stupidità; onde al popolo riesce facile di rinvoltare e nascondere nella sua ignoranza le armi più insidiose dell’astuzia. Capii che ora, venuto meno il bisogno di ingannarmi, ripigliava forza il naturale rispetto del popolo per chi sa, può e possiede più di lui; che sentendosi libero dalla mia autorità smetteva la antica insolenza di servo insofferente e confessava di averci ingannati, senza reticenze e vergogna, ma non per sfacciata protervia, bonariamente e rispettosamente, per mettere in bella mostra quel po’ di intelletto che la natura gli aveva largito e per farmi ammirare la sua bella riuscita: affetti ambedue troppo umani, perchè non debbano agitare altri cuori che quelli degli scrittori e degli artisti. Un’ultima curiosità mi punse: sapere come avesse persuasa la moglie al gran viaggio. Rise di nuovo con intelligente malizia.

— L’ho minacciata, se non veniva, di pigliarmi un’altra donna in America e di non tornar più.

Nè disse altro: ma lo guardai in faccia: e un nuovo lampo mi traversò la mente. Non era questa la ragione ultima per cui egli aveva perdonato alla moglie il suo fallo? Per poter vincere in lei la paura dell’Oceano, che si interponeva tra il vivere antico e la fortuna sperata? Non le aveva detto: «Io perdono, ma tu verrai laggiù»?

Il caso era curioso e non potei a meno di parlarne con i miei compagni di viaggio. A colazione infatti raccontai al dottor Montanari la parte della nostra conversazione che lo riguardava....

— Benone! — disse. — La colpa è mia, se sua moglie se ne muore.. Tutti così, del resto; per sospettare, per incriminare, per calunniare l’autorità, che talento hanno tutti! O santo austriaco bastone!...

Ma la Gina spiegò altrimenti i lagni di Antonio: la cura ordinata dal dottore probabilmente contrariava qualche idea che Antonio già aveva nella mente e perciò egli arzigogolava delle ragioni per convincersi che era inutile. Il popolo è fatto così! Si discusse un po’, e alla fine io narrai tutta la storia di Antonio. Ma il dottore che m’aveva ascoltato attento attento:

— Capisco adesso — esclamò premendosi con l’indice della destra la fronte — perchè non vuole che io curi sua moglie. È la sua vendetta, questa. Prima si è servito del fallo della moglie per ricattarla, trascinarla a forza in America e lì farla sgobbare come una schiava: adesso che ha fatti i denari le dà il ben servito: la fa morire a fuoco lento!

Protestai che il dottore era troppo severo. Antonio era, come tanti uomini del popolo, un miscuglio di intelligenza greggia, di egoismo nativo, di astuzia e di ingenuità: aveva solamente messo a frutto il suo perdono....

— E le sembrerebbe poco, — ribattè il dottore, — anche se non avesse fatto altro?

— E che cosa doveva fare secondo lei? Scannarla? — intervenne a questo punto l’Alverighi, che era finalmente comparso, ma — cosa per lui insolitissima — solo all’ora della colazione. Nella mattinata nessuno lo aveva visto, e uno dei mercanti astigiani aveva raccontato di averlo veduto, la notte precedente, alle due e mezzo, passeggiar per il ponte superiore solo.

— Un galantuomo non batte mai moneta con la colpa altrui — rispose il dottore. — Il popolano che uccide la moglie adultera è certo meno corrotto di quello che ne fa mercato.

— Ma lei — interruppi io — mette Antonio a pari di un marito che venda la moglie: non mi par giusto, una differenza c’è, mi sembra....

— L’uomo — incalzò l’Alverighi — che sa cavare un bene da una disgrazia è un savio. Non mi meraviglio che Antonio abbia fatta fortuna in America....

— E neppur io! — rispose il dottore. — La disinvoltura con cui truffava i suoi padroni in Europa....

— Truffava! — interruppe brusco l’Alverighi. — Perchè pagato poco lavorava di mala voglia....

— Se a lei pare — replicò il dottore — che chi prende un impegno abbia poi il diritto di non mantenerlo, perchè giudica che i patti non sono equi....

— No, non ha il diritto, — rispose pronto l’Alverighi, — quando le due parti contraenti hanno eguale forza. Ma la truffa, come lei la chiama, è il supremo scampo, in Europa, del povero, quando il ricco lo incalza spietato. E per lui l’altare, che il supplice antico abbracciava disperato, invocando gli Dei....

— E quindi — ribattè sardonico il dottore — al povero proletario sono permessi il furto, la frode, la bugia, il «sabotage»....

— Niente affatto — rispose l’altro. — Ma la ragione, il sentimento, il buon senso e in caso disperato un lodevole spirito di rivolta riconosceranno sempre al povero il diritto di interpretare con una certa larghezza i patti impostigli con la forza dal ricco prepotente. Ai ricchi di Europa piacerebbe, lo so, di chiudere anche le porte di questo supremo asilo....

In odio all’Europa l’avvocato trascendeva sino ad anarchicheggiare.

— E perchè allora — domandò il dottore — quel galantuomo non venderebbe addirittura sua moglie, se si presenterà, una occasione? Ha fatto bene, lei dice, a passar la spugna sulla colpa della moglie, perchè ne ha ricavato un vantaggio. Perchè non la passerebbe, la spugna, una seconda, una terza, una quarta volta, se ci trova un vantaggio adeguato? Questione di misura e di compenso....

Questa incisiva risposta sconcertò alquanto l’Alverighi, il quale, dopo un momento di silenzio e di esitazione, invece di replicare, prese il largo.

— Ma crede lei proprio che in questioni di questo genere sia sempre facile o addirittura possibile giudicar così, alla spiccia come fa lei: tu hai torto e tu hai ragione? L’imperativo categorico di Kant è una bella cosa: ma è come i tartufi; non è una ghiottoneria da mangiar tutti i giorni. I casi spiccioli della vita sono tanti e così diversi!

— Io so — interruppe aspro il Montanari — che sono sempre capace di distinguere un briccone da un galantuomo....

— Lo crede lei? Proprio davvero? — domandò l’avvocato. — Beato lei, allora! Ma mi permetta di dubitarne.... Sinchè si tratta di azioni semplici, la coscienza parla chiaro: va per questa strada, lascia quell’altra. Nessuno esiterà a maledire chi uccide sua madre per rubarle gli averi. Ma quando le cose si complicano, per esempio se, quando, come, in che misura sia lecito mentire, corrompere, frodare in politica, violare le leggi scritte e i principii dell’onore per il bene pubblico, allora non abbiamo più nè guida nè filo.... Buone ragioni non mancano mai ad uno spirito sottile, e, quando si tratta di difendere il proprio interesse, anche gli spiriti massicci come una colonna del Pantheon diventano sottili come un ago, per giustificare il male e per incriminare il bene. I Gesuiti lo hanno provato e la vita lo prova ancora meglio che i reverendi padri. Dove è la lampada che ci illumini per discernere sicuramente il bene dal male? Io non la vedo.

— Io la vedo invece, — rispose tranquillo tranquillo il dottore. — Anzi è una lucerna: la lucerna del carabiniere. Quando questa lucerna spunta in fondo alla strada, gli uomini lo sanno distinguere, il bene dal male, non dubiti....

Ridemmo tutti, e il capitano ne approfittò per levarsi. Tronca su questa risata, la discussione terminava con svantaggio dell’Alverighi. Ci recammo allora a tribordo; e sulla carta leggemmo che a mezzogiorno eravamo giunti al sesto grado e diciassettesimo minuto di latitudine, al trentaduesimo grado e trentacinquesimo minuto di longitudine. Il giorno dopo saremmo dunque giunti all’equatore. Ma la giornata era ardente, il cielo e il mare intensamente turchini, l’aria abbagliante di immense nubi bianche solitarie nell’azzurro: onde ci disperdemmo presto nelle cabine per la siesta. Nel pomeriggio nuove favole intorno alla signora Feldmann giunsero alle orecchie del Cavalcanti: che a Newport essa possedeva un castello incantato, ove sulle mense brillavano piatti d’oro, e si profondevano tanti fiori e così rari da spendere duemila lire ogni giorno. Di nuovo l’ammiraglio, interrogato da noi, scrollò le spalle, ridendo: e ci descrisse la villa di Newport quale era: piccola, elegante, ospitale; ma insomma a petto di tante antiche e sontuose ville di Europa, modesta! Donde scaturivano dunque tutte quelle favole? Del resto ormai i mercanti astigiani, il dottore di San Paolo e sua moglie, la bella genovese, il Levi e gli altri passeggeri della stessa qualità consideravano come un giusto privilegio della parte più colta e più ricca dei passeggeri — dell’ammiraglio, del Cavalcanti, dell’Alverighi, di noi — avvicinare la miliardaria: sebbene essa non praticasse che noi, per la sola ragione che noi soli conoscevamo le due lingue da essa parlate, il francese e l’inglese. Ma quelli invece erano contenti di poterla salutare con un timido cenno del capo e un sorriso ossequioso, e di aver per amica Lisetta, la sua cameriera: una nizzarda, che parlava l’italiano: una bella giovane bruna e alta, svelta e furba, che aveva acconsentito non senza sussiego a rappresentare la sua padrona e l’alta finanza dell’America presso i viaggiatori di minor conto....

Verso le cinque assistemmo alla «manovra del fuoco»: una commediola immaginata, pare, dai tedeschi per distrarre e rassicurare i viaggiatori. A un tratto la campana annunciò suonando a distesa un immaginario incendio a prua: e perfino i cuochi abbandonarono fuochi e forni, per correre alle pompe ed all’acqua. A pranzo; il dottor Montanari non comparve e quindi non ci fu combattimento: ma una nuova discussione, sì; a cui ci sospinse per caso la conversazione. L’ammiraglio aveva fatto un giro nel pomeriggio per le terze classi e parlato con parecchi emigranti; uno di costoro, un calabrese, gli aveva detto: «Noi dovremmo portare tutti al collo delle medaglie con l’immagine di San Cristoforo Colombo». A udir questa storiella, subito l’Alverighi:

— Ha ragione, ha ragione! — aveva esclamato. — Impari dal popolo, impari, la Chiesa!....

E spiegò poi l’oscura frase raccontandoci come circa mezzo secolo fa la Chiesa fosse stata in forse di santificare Cristoforo Colombo, e come favorita da Pio IX già la procedura fosse avviata.... Allorchè un certo abate Sanguinetti aveva provato, in un dotto libro, documenti alla mano, con il rigoroso metodo scientifico della critica moderna, che a Colombo negli ultimi anni era nato dalla signorina Beatrice Enriquez di Cordova un figlio illegittimo, Ferdinando; e allora il grande navigatore era stato abbandonato da tutti a mezza via sulla strada del paradiso, la procedura della canonizzazione sospesa.... D’accordo tutti biasimammo la piccola mente degli ecclesiastici; la signora Feldmann, che quella sera era molto pallida e portava al collo una nuova collana di perle, si dolse che gli uomini incrudelissero ancora contro la memoria di un grande uomo, già così sventurato da vivo; il Cavalcanti domandò se la scoperta dell’America non fosse di tal peso da bilanciare un concubinato anche sulle bilancie della giustizia divina; l’ammiraglio disse che insomma, e a dispetto di Beatrice, Colombo non avrebbe screditato il Paradiso. Solo il Rosetti non disse nulla. A consolazione di tutti, l’Alverighi raccontò che nell’America del Nord si era formata l’associazione dei «Cavalieri di Colombo», la quale si proponeva di persuader Roma a collocare definitivamente in cielo lo scopritore dell’America. Il discorso divagò su Colombo: io riassunsi, dicendo quanto li ammiravo, i bellissimi studi di Henry Vignaud sulla scoperta dell’America: come cioè Colombo non mettesse la piccola vela al gran viaggio, da cui tanta alterazione doveva procedere nella storia del mondo, per trovare una nuova via alle Indie dalla parte di occidente, ma per rintracciare nello sterminato Oceano la ignota terra che un amico suo, trasportato dal caso sulle coste dell’America e ritornatone morente, gli aveva indicata nell’agonia. Si discusse un po’ se questa nuova versione — tanto più verisimile e umana dell’altra — oscurava o schiariva la gloria di Colombo: poi si parlò del grande monumento che gli Italiani erigono a lui in Buenos-Aires e chi lo trovò bello e chi no: dal monumento di Buenos-Aires si passò a parlar degli altri monumenti con cui l’America ha onorato il padre suo, convenendo però tutti che sono di regola piuttosto brutti.... Quando il Cavalcanti pronunciò una frase imprudente.

— Eppure oggi c’è lo scultore che potrebbe fare non «un» monumento, ma «il» monumento di Cristoforo Colombo. È Rodin!

Non l’avesse mai detto! L’Alverighi proruppe come se avesse ricevuto uno schiaffo:

— Rodin? Rodin? — gridò. — Quel troglodita? Lo scultore delle caverne preistoriche?

— Non le piace dunque, a lei, Rodin? — domandò il Cavalcanti.

— E vuol che mi piacciano quei mostri?

— Perché — rispose tranquillamente il Cavalcanti — i suoi occhi sono troppo avvezzi alle forme greche. Ma bisogna aver dei nervi differenti per i diversi artisti e scrittori.... Rodin è lo scultore del trasformismo, che ha rivelato all’uomo l’animalità della sua natura. Dopo Lamarck, Darwin, Haeckel non si poteva più scolpire il corpo umano nella sua bellezza ideale al modo dei Greci; bisognava scolpirlo nella sua animalità truculenta e brutale, come ha fatto Rodin.

— Ecco un bel caso di rovesciamento! — dissi fra me.

Difatti:

— E perciò scolpisce degli antropoidi, dei trogloditi, dei mostri! — rispose subito l’Alverighi. — Come il «Penseur»! Raffigurare l’intelletto, la facoltà più alta dell’anima in un corpaccio di facchino delle Halles! Ma vada al Louvre a vedere il busto di Omero, se vuol vedere il pensiero risplendere in un pezzo di marmo....

— Ma nel «Penseur» — replicò il Cavalcanti — Rodin ha appunto voluto scolpire il Pensiero imprigionato nella materia, che vive e lotta di continuo con essa. La bellezza della statua nasce appunto dal contrasto tra l’espressione del volto e la greve materia del corpo.

A questo punto intervenne la signora Feldmann, che aveva seguiti tutti questi discorsi — fatti in italiano — ricorrendo ogni tanto all’ammiraglio per farsi tradurre qualche frase.

— Rodin — essa disse, in francese — è uno scultore interessante, perchè nelle sue opere c’è sempre una idea. E l’idea spiega quel che lì per lì appare strano o disarmonico nella statua....

— Le idee, io le cerco nei libri — replicò in francese l’Alverighi. — Nel marmo voglio forme belle o sentimenti espressi con forza.

— Capisco allora — rispose la signora — che certe statue di Rodin non le piacciano. Ma certe altre, le devono piacere. Ha veduto, per esempio, il Victor Hugo che è nel giardino del Palais Royal? Che solennità spira dal volto meditabondo! E che bell’atteggiamento! Il braccio, ricorda il braccio teso (e fece il gesto, distendendo con energia il suo bel braccio nudo) come a tranquillare e a dominare? Quando guardo quel braccio, io vedo una folla immensa e agitata che a quel gesto si placa, fa silenzio, si appresta ad ascoltare il poeta.

Ma l’Alverighi non vide nemmeno quel meraviglioso braccio che si offriva bianco e vivo ai suoi sguardi: immaginarsi se si persuase di ammirare quello di marmo e lontano!

— Quel braccio enorme? — replicò. — Ma un braccio a quel modo lo tende chi vuol dare un pugno: non chi è immerso in profondi pensieri. La statua mi pare un braccio mostruoso, a cui è attaccato un corpo di uomo.... E non si sa perchè....

Si rovesciavano così l’un l’altro i propri ragionamenti, ma con impegno e sul serio, non per gioco, come l’Alverighi aveva fatto il sabato precedente, dissertando intorno ad «Amleto»: e chi sa quanto avrebbero durato al gioco, se il Cavalcanti non fosse intervenuto.

— Questa discussione — dicendo all’Alverighi — è una prova viva che i giudizi estetici sono rovesciabili. Ma a completare la dimostrazione lei mi dovrebbe spiegare ancora per quale interesse la signora, lei, ed io ci arrabbiamo tanto a disputare intorno alla scultura del Rodin. Lei e il signor Rosetti non pensano forse che in arte non ci sia odio o ammirazione che si voglia imporre altrui, senza un interesse?

L’Alverighi pensò un momento come esitando.

— Per la signora — rispose poi con un po’ di incertezza — è chiaro.... La signora è francese. Il patriotismo, dunque....

— E da che interesse sarei mosso, io? — chiese allora il Cavalcanti.

— Lei.... — rispose l’Alverighi. — Il suo caso è meno chiaro.... Probabilmente lei è mosso da quella specie di orgoglio che tutti proviamo nell’ammirare i tentativi nuovi e arditi.... O che paiono tali....

— E che interesse muove lei — chiese infine il Cavalcanti — a vilipendere l’arte del Rodin?

L’Alverighi tacque di nuovo un istante; e poi semplicemente e asciuttamente:

— Il Rodin mi è antipatico — disse.

Ma il Cavalcanti e la signora protestarono.

— E le par questo un motivo sufficiente? — interruppe il primo.

— «Mais c’est l’homme le plus charmant du monde! Je le connais très bien», — aggiunse l’altra, quasi nel tempo stesso.

Ma l’Alverighi non vacillò.

— Mi è antipatico, — disse con forza, — perchè ha avuto il coraggio di scrivere in una rivista francese, la «Revue», mi pare, che la bellezza è l’interesse supremo. Sicuro, l’interesse supremo, perfino nel costruire le città! Rodin sarebbe capace di mettere al bando dalla civiltà l’America del Nord, perchè New-York non gli piace!

— Non è inverisimile — rispose il Cavalcanti. — E sarebbe poi, in bocca ad un artista, un’eresia e una bestemmia? Una esagerazione, sì: ma una esagerazione che non mi offende nè sorprende, come non mi sorprende nè offende che lei, che è venuto in America per arricchire....

— Per arricchire? — fu la risposta brusca e inaspettata. — E chi glielo ha detto?

Di tutte le bizzarre cose che da parecchi giorni l’Alverighi ci veniva dicendo e raccontando, nessuna ci meravigliò più di questa: il Cavalcanti restò addirittura di sasso; tacque per un momento, poi quasi balbettando:

— E allora.... per qual ragione è andato in America, lei? — chiese.

Ma come godendosi la nostra sorpresa, l’Alverighi volle accrescerla divagando.

— Sono andato in America, per arricchire, io? Ma lo sanno loro, che a diciotto anni io avevo fatto voto di povertà, come un monaco antico? Ero spiritato dall’idea di diventare, non sapevo precisamente che cosa — andava a giornate — un grande poeta, un grande filosofo, un gran romanziere, una di queste cose, tutte queste cose insieme: un uomo unico insomma, come diceva lei, Cavalcanti, l’altra sera. Ero pazzo da legare, d’accordo: ma un posticino di professore in un ginnasio di Sicilia era tutto il mio regno terreno e mi bastava; ma un cento lirette al mese, nette di ricchezza mobile, mi parevano l’appannaggio sufficiente di un uomo di genio, gestante di capolavori immortali. Sono nato in una famiglia di asceti; io....

— Ma allora, perchè è andato in America? — chiese di nuovo il Cavalcanti.

— Perchè? Perchè ero pronto, sì, a faro voto perpetuo di povertà ma volevo diventare un gran savio.... E poichè tra i diciotto e i ventidue anni mi accorsi che l’Europa non voleva darmi la sapienza....

— Lei è andato a cercarla in America? — esclamò il Cavalcanti, alzando le braccia, trasecolato.

Ma l’Alverighi a sua volta incrociò le braccia senza fretta, si appoggiò al tavolo e piantandogli gli occhi in faccia, pacatamente, quasi scandendo le parole:

— Sicuro! — disse. — Sono andato in America a cercare la verità e non l’ho soltanto cercata.... L’ho anche trovata. Non mi crede? Le sembra strano? Anche lei dunque pensa che l’America non sia altro che terra da oro? Vergogna!

Il Cavalcanti restò un istante immoto e silenzioso, certo perchè non sapeva più, come tutti noi del resto, che giudizio fare di questi strani discorsi; poi:

— Ma sa che mi interesserebbe molto — disse scherzosamente e sorridendo — di saper come questo miracolo è avvenuto? Perchè proprio che l’America sapesse far di questi miracoli, non lo credevo!

— La storia però — rispose l’Alverighi seriamente — sarebbe un po’ lunga a raccontare....

— Il tempo non ci manca — replicò il Cavalcanti.

L’Alverighi parve riflettere un istante: poi serrando le spalle:

— Se lei vuole.... Quando vuole!

— Questa sera stessa!

L’Alverighi si volse allora al Rosetti; e:

— Venga anche lei, ingegnere — gli disse. — Spero di poterle annunciare che anche quest’ultima tirannide della vecchia Europa — l’arte — che lei crede imperitura o quasi, sta per cadere. È già quasi caduta, anzi: tempi nuovi sorgono; il mondo troverà finalmente la felicità nella ricchezza e nella libertà: l’ho scoperto stanotte! Appunto perchè l’interesse è il motivo delle nostre ammirazioni estetiche, il dominio intellettuale dell’Europa non può più durare!