IV.
Il giorno seguente, uscendo dalla cabina verso le dieci — nessuno fu mattiniero quel giovedì — incontrai sul ponte di passeggiata l’ammiraglio. Gli raccontai in succinto i discorsi fatti con la signora Feldmann, e gli esposi, un po’ cautamente da prima, le riflessioni maturate nella notte e durante la mattina. Come cioè quel pronto e spietato sparlar del marito con il primo venuto non mi piacesse e mi facesse un po’ diffidare delle smanie di cui ero stato testimone il martedì sera. L’ammiraglio sorrise; e poi:
— Sa perchè — disse — ieri sera ho riso, a sentire che la signora Feldmann dubita del cervello di suo marito? Perchè parecchie volte, a Rio, il signor Feldmann mi ha detto che sua moglie era un po’ pazza!
E non aggiunse altro: ma le parole e più il tono con cui furono dette mi confermarono, come supponevo da un pezzo, che l’ammiraglio fosse meglio informato delle scissure della famiglia che non dicesse: cercai quindi di farlo parlare.
— Ma lei è dunque amico della famiglia Feldmann? — chiesi.
Mi rispose che aveva conosciuto il marito, quando aveva condotta a New-York l’armata brasiliana — i Loeventhal erano i banchieri del Brasile — e che quando era venuto a Rio il Feldmann aveva cercato di praticarlo molto, forse perchè era uomo che le grandi dignità e posizioni abbagliavano assai. Mi raccontò pure che il padre del Feldmann era un banchiere di Varsavia originario di Francoforte; e che cugino del Loeventhal, già stabilito a New-York, era stato da questo indotto, ai tempi della guerra di secessione, a concorrere ai prestiti dell’Unione; che questi prestiti erano stati il principio di altri e maggiori affari; che il giovane Federico, mandato presso i Loeventhal a impratichirsi delle cose americane, era poi rimasto in America. Mi disse infine che il Feldmann aveva accettato da un consorzio di banche e dal governo l’incarico di studiare quel che l’America settentrionale potrebbe tentare nella America meridionale, per prepararsi ad entrar nella diplomazia della repubblica: «un altro capriccio di mia moglie» diceva il marito: «una delle tante fantasie di mio marito» diceva la moglie. Quando però tentai di farlo parlare intorno alle intime cose della famiglia, ripetendogli la domanda già fatta alcuni giorni prima, chiedendogli se marito e moglie andavano, sì o no, d’accordo, mi rispose che lo pensava: ma con la stessa imprecisione che mi sapeva di reticenza.
Mentre indugiavamo, passeggiando, in questi discorsi, sopraggiunsero il Cavalcanti e l’Alverighi.
— Ammiraglio, — gridò l’Alverighi appena lo vide, — mi dica, mi dica quale sarebbe secondo lei il criterio sicuro del progresso? Il mio buon amico Vazquez capitò, ieri sera, cinque minuti troppo presto!
L’ammiraglio, che mi parve da principio un po’ impacciato da questa irruente curiosità, si schermì alquanto; poi alla fine, arrossendo come uno scolaro timido che deve subire un esame:
— Ma il mondo — disse — è un ordine.... Tutto vi obbedisce a leggi immutabili; i pianeti che girano nello spazio! la palla che esce dalla bocca del cannone! la pianta che cresce! l’elica che girando spinge questa nave! l’uomo, il suo pensiero, i popoli, le civiltà!... A leggi immutabili ma oscure, nascoste, difficili a scoprire: quindi l’uomo da principio si imaginò che l’universo fosse un caos di forze capricciose; e perciò ebbe paura, sragionò, inferocì, commise ogni sorta di follie e di violenze. Fu ignorante, egoista e crudele. Ma i pianeti non hanno aspettato che Newton e Keplero nascessero, per girare secondo le leggi di Newton e di Keplero. E così l’uomo obbedisce alle leggi della sua natura, anche quando le ignora: male e con molti falli finchè le ignora, meglio e con maggiore precisione a mano a mano che le conosce: quindi anche alla legge del progresso, che lo spinge a passare dall’egoismo all’altruismo, dal disordine all’ordine, scoprendo le leggi che regolano il meraviglioso ordine dell’Universo. Prima crea le scienze matematiche, poi le scienze fisiche e chimiche, poi le scienze biologiche; scopre le leggi del numero e dello spazio, del movimento, della materia e della vita. Ora si accinge a far l’ultimo passo.... Sta cioè investigando le leggi della natura umana, e della vita sociale, per ridurre ad ordine anche il caos delle passioni e degli egoismi, la famiglia come lo Stato.... «Ordine e progresso» sta scritto sulla bandiera gialla e verde del Brasile.
— Augusto Comte, Augusto Comte! — dissi sorridendo. Avevo riconosciuto il semplice e ingenuo spirito d’ordine dell’America latina, nel fervore con cui l’ammiraglio annunciava al mondo il governo universale della scienza.
— Lei immedesima dunque scienza e progresso — osservò il Cavalcanti.
L’ammiraglio assentì: aggiunse che le conoscenze scientifiche si potevano sommare, cosicchè c’era anche un criterio quantitativo del progresso: tanto è vero che oggi uno studente di liceo è un fisico più dotto di Galileo e un chimico più sapiente di Lavoisier. L’Alverighi non consentì nè fece osservazioni; osservò solo che le ricchezze dell’America sono state e sono il più possente motore del progresso scientifico. Ragionammo poi di Augusto Comte.
— A proposito, — interruppe l’Alverighi — il signor Cavalcanti mi ha detto che a Rio de Janeiro si pratica il Culto dell’Umanità fondato dal Comte. Ci sarebbe perfino un tempio, costruito ad imitazione del Pantheon di Parigi....
L’ammiraglio accennò di sì: il Cavalcanti disse che la repubblica è stata fondata in Brasile dai comtisti: io raccontai che a Rio avevo visitato in Rua Benjamin Constant il piccolo tempio dell’Umanità, ragionando piacevolmente di molte cose con il gran sacerdote, il signor Texeira Mendes. La campana ci chiamò alla colazione; alla quale il Rosetti non era presente: ragionammo quindi di cose frivole, prima; e poi di Maddalena e di Antonio. La mia signora era scesa nella terza classe, la mattina, per vedere Maddalena e raccomandarle di badare al medico più che al marito: ma con scarso effetto. Essa ci raccontò che Maddalena si era a sua volta lagnata del dottor Montanari, ripetendo parola per parola le accuse già mosse da Antonio: come cioè il medico non le desse nessuna medicina, si divertisse per farle dispetto a isolarla dai suoi compagni di viaggio. «Sono forse una carcerata?» aveva detto. Si ragionò un po’ degli stolidi errori in cui il popolo si incaponisce nelle cose della medicina, della pervicacia con cui diffida dei dottori.... Ma il dottore insistè a sostenere che Antonio voleva far morire sua moglie: il Cavalcanti chiese per qual ragione Maddalena fosse così docile e sottomessa al marito: la mia signora raccontò che anche prima di andare in America Antonio comandava a bacchetta; e Maddalena, o per debolezza, o perchè avvilita dalla sua colpa, ne subiva la volontà prepotente. Ma qui tutti furono d’accordo nel dichiarare che Maddalena era una sciocca, perchè insomma, sì, aveva commesso un errore: ma non per questo era giusto cadesse, vita natural durante, nella schiavitù del marito, il quale abusava veramente troppo della sua ipocrita magnanimità. L’opinione si fece più avversa ad Antonio: cosicchè neppure l’Alverighi aprì bocca per difenderlo. Solo la mia signora osservò che Antonio aveva sempre trattato benissimo, senza parzialità, come il suo, il figlio altrui; e infine pregò il dottore di somministrare qualche droga, anche inutile, a Maddalena, tanto per accontentare in lei l’ubbia popolare dei farmaci. Finita la colazione, e dopo aver saputo che a mezzogiorno eravamo arrivati al terzo grado e ventiduesimo minuto di latitudine settentrionale, al ventisettesimo grado e trentottesimo minuto di longitudine, ci ritirammo alla siesta.
Quando uscii verso le quattro mi parve che il «Cordova» rullasse un poco: non ci badai: e incontrato il dottore, scesi con lui nella terza classe per parlare con quella siciliana, vittima delle amorose smanie dell’intendente paulistano. Era una donna di forse trenta anni — si chiamava Orsola — bruna, alta, piuttosto bella, poveramente vestita; ma aveva una faccia dura e in quella degli occhi mobili e inquieti, che non mi piacquero. Invitata dal dottore mi raccontò prolissamente e con innumerevoli divagazioni, parentesi e ripetizioni, in un italiano infarcito di dialetto e di portoghese, la sua storia. Le chiesi perchè non avesse ricorso al console italiano, e mi rispose che non potevano uscire dalla fazenda, perchè erano sorvegliati; che non avevano potuto scrivere perchè erano ambedue analfabeti; che non avevano potuto far scrivere da qualche loro compagno di fazenda perchè tutti avevano paura. Le chiesi perchè non si fossero fermati a San Paolo, a far valere le proprie ragioni, invece di imbarcarsi precipitosamente: mi rispose che se non fossero scappati sarebbero stati accusati di furto e di truffa per i debiti che l’intendente ingiustamente imputava loro. Tentai di dimostrarle che anzi, almeno se le cose erano proprio andate come essa diceva, l’intendente avrebbe potuto passare egli un brutto quarto d’ora! Ma non ci fu verso: a lei lo aveva detto l’oste del villaggio vicino alla fazenda, che stava in Brasile da trenta anni: e i miei argomenti si spuntarono contro tanta autorità.
Risalii sul ponte di sopra, perplesso. Le risposte erano state pronte, i particolari precisi, le diverse parti del racconto legate a dovere: eppure.... Il racconto, non so perchè, mi metteva in sospetto. Ma mentre, pensando a queste cose, salivo la scalette di prua, mi accorsi che il vapore rullava e beccheggiava con forza. Guardai l’Oceano: non era in furia, nè schiumante di marosi, ma dondolava pacato, molle, gonfio, in valloncelli e montagnole, che non avevan forza di rompersi. Eppure il vapore si moveva come in tempesta: onde non fui punto sorpreso, quando la cameriera, passando, mi avvertì che la mia signora si era sentita male. Corsi alla sua cabina; le feci sorbire un certo farmaco contro il mal di mare che le aveva prescritto nella traversate dall’Havre a New-York il medico della «Savoie», efficacissimo; stetti presso di lei sinchè si assopì. Uscii quindi sul ponte di passeggiata, che era deserto; salii sul ponte delle imbarcazioni, sperando trovarci qualcuno: e difatti, dalla parte di babordo, sotto vento, vidi seduti a cerchio l’ammiraglio, il Cavalcanti, l’Alverighi: una quarta sedia stava vuota tra di loro. Al primo sguardo, di lontano, dai gesti e dai volti, capii subito che discutevano animatamente; e di fatti:
— Ma che la scienza sia falsa, poi, falsa per sua natura! — diceva l’ammiraglio con impeto, quasi con sdegno, mentre io occupavo la sedia vuota. — Le pare a lei, signor Ferrero, che il mondo sia un gran disordine e che la scienza sia falsa? — aggiunse, scorgendomi, e a modo di saluto.
— Alla grazia, che rovesciamento! — pensai tra me.
Il Cavalcanti mi raccontò come un’ora prima incontratisi tutti tre con il signor Rosetti erano ritornati sul discorso fatto alla mattina intorno alla scienza; e che allora il signor Rosetti aveva chiesto all’ammiraglio se egli credeva, come il popolano, che la scienza fosse vera, incominciando poi un discorso, per dimostrare che egli era di questa opinione perchè seguace di Augusto Comte: e che Augusto Comte aveva avuto il torto di non calcare la via aperta dal sommo Kant e di non studiare le facoltà dello spirito prima di adoperarle a scrutare il grande mistero; e quindi aveva commesso l’errore di accettare il mondo quale glielo presentavano i sensi: proprio come fa il contadino e l’operaio. Ma poi non aveva potuto terminare la sua dimostrazione, perchè si era sentito indisposto e si era ritirato.
— Ed io ne seguirò il nobile esempio — disse all’improvviso l’Alverighi, che era stato (oh meraviglia!) sino allora zitto zitto. — Questo è un mare impossibile.
E salutatici, se ne partì in fretta.
— Ci voleva il mal di mare — disse sorridendo l’ammiraglio — per farlo star zitto!
Si alzò, si avvicinò al parapetto: guardò l’Oceano, scosse la testa.
— È quello che i marinai del suo paese chiamano il mare a giardinetto.... Il mare morto, l’avanzo di una tempesta. Guardi l’onda come batte di traverso, sul fianco, nella parte posteriore, dove negli antichi velieri mettevano dei fiori, il giardinetto. Soltanto gli stomaci forti resistono.... Mi rallegro con il suo. Ma la sala da pranzo sarà deserta, questa sera.
Esplorò un istante l’Oceano e il cielo, con l’occhio indifferente e sicuro del marinaio avvezzo a coteste vicende. Poi volgendosi verso di me, d’improvviso:
— Ma dica, signor Ferrero: delle idee di quella fatta sono discusse sul serio, oggi, dai filosofi?
Pago della dottrina del Comte, l’ammiraglio non aveva cercata altra filosofia. E come ebbi fatto cenno di sì con il capo, mi guardò un istante tacendo, scosse la testa, alzò le braccia, e poi:
— Ferrero, Ferrero! — disse. — Da venti anni il mondo non gira più sul suo asse antico: noi non ci raccapezziamo più!
All’ora del pranzo anche il Cavalcanti era scomparso; e l’ammiraglio ed io desinammo soli con il capitano. Mi coricai presto: mi alzai tardi al mattino del venerdì e sino all’ora di colazione oziai tra il ponte deserto e la cabina della mia signora, chiacchierando con lei, leggicchiando, osservando il mare: il «mare morto» come l’aveva definito l’ammiraglio. Aggettivo felice, perchè quel fluttuar senza rompersi e spumeggiare rendeva proprio l’imagine di un mare senza vita. Feci anche una visita al Rosetti, cui raccontai lo sbigottimento dell’ammiraglio; e gli chiesi se veramente egli avesse affermato che la scienza era falsa: ma scherzò intorno alle cose dette da lui, senza spiegare il suo vero pensiero. A mezzogiorno, dopo una colazione solitaria, giungemmo all’ottavo grado e dodicesimo minuto di latitudine, al venticinquesimo grado e trentottesimo minuto di longitudine. Mi ritirai per la siesta; e solo verso le quattro e mezzo uscii, annoiato e rassegnato ad aspettare che il mare si tranquillasse per ripigliar gli interessanti ragionamenti; quando verso le cinque, salendo tanto per far qualche cosa sul ponte superiore, ebbi la sorpresa di vedere, tranquillamente seduta sopra un seggiolone e intenta a scrivere in un quinterno, la signora Feldmann.
— Ma bravissima! — esclamai. — Tutti malati, e lei no!
— Non le ho detto — mi disse sorridendo e tendendomi la mano — che io ero nata per correre i mari?
Barattammo poche frasi banali; poi improvvisamente deponendo la matita sulla carta:
— «Monsieur Ferrero, vous qui savez tant de choses», — mi disse, sottolineando le parole con un grazioso sorriso.
— Mi vuol domandare un piacere — pensai, mentre mi sedevo e respingevo con la modestia obbligatoria il complimento.
Difatti essa riprese:
— «Vous devriez me rendre un service».... L’ammiraglio la sa lunga intorno a mio marito, ne sono sicura: ma a me non vuol dire niente. Lo faccia cantare lei. Voi, uomini, sapete come si fa, tra di voi....
— L’ha indovinato — dissi tra me.
Ma avendo già invano scandagliato l’ammiraglio finsi di dubitare: aggiunsi che vedrei, proverei, tenterei: finchè incoraggiato dalla sua, avventurai finalmente a mia volta una domanda indiscreta ma necessaria.
— Ma insomma — chiesi risolutamente — andava lei d’accordo con suo marito, sì o no? Perchè non mi è riuscito ancora di capirlo: e questo è, mi pare, il punto capitale. E chi può scioglierlo meglio di lei?
Temevo di metterla in qualche impaccio; invece mi guardò attonita.
— Ma se glielo ho già detto — mi rispose. — Federico è stato sempre il modello dei mariti o io non credo di essere stata una cattiva moglie....
Assunsi dunque un fare un po’ dottrinale.
— Signora, lei parla con uno storico e la storia sa leggere perfino nei pensiero dei morti. Si imagini, poi, dei vivi! Questo che lei mi dice adesso non lega con troppe altre cose che lei ha raccontate a me o a mia moglie....
E le rammentai tutto quel che essa aveva detto di suo marito a me o alla mia signora, dicendole che uno storico da quegli acerbi rimproveri argomentava profonde scissure nella famiglia, come l’alpinista indovina nella montagna i crepacci dal colore della neve.
Mi ascoltò, attentissima e guardandomi fissa, come volesse ricevere il mio pensiero per il doppio canale delle orecchie e degli occhi: poi, come chi dopo alquanto stento e travaglio a un tratto capisce:
— Ma i guai — di subito esclamò — sono incominciati soltanto dopo che andammo ad abitare in Madison Avenue!
La risposta era di tanta semplicità, che a mia volta non seppi replicare se non chiedendole un po’ ironicamente dove abitava prima.
— Nella 56ª strada, all’est, vicino al Parco.
— E dalla 56ª strada a Madison Avenue suo marito ha mutato pelle allora?
— Altrochè! — mi rispose. — Si figuri, per esempio.... Io adoro due arti, la pittura e la musica: e di queste, modestia a parte, un po’ m’intendo. Per esempio: quando entro in una esposizione o in un museo, un’occhiata in giro e basta: il quadro bello della sala, lo scopro subito. Ebbene: sinchè abitammo nella 56ª strada, mio marito non vedeva i quadri che per gli occhi miei. «Non voglio visitar musei ed esposizioni che in compagnia di Isabella», diceva sempre. E con quanto piacere io facevo la sua educazione: e insieme facevamo delle economie: e quando avevamo messo in disparte un gruzzolo, via insieme in Europa a comprare! Dopo Madison Avenue, ahimè, l’incanto fu rotto perfino nell’arte: lo scolaro si ribellò.
— Con infinita jattura del bello!
— Non rida, depravatissimo scettico! — protestò rabbiosetta. — Se sapesse quanto ho pianto io, invece! — Soggiunse poi sospirosa: — Fu in Madison Avenue che mio marito incominciò a sragionare come quel signore che parla sempre lui.... Ogni settimana mi usciva in una nuova pensata, bislacca e impossibile, che non legava con le precedenti. Un giorno andava matto per le vecchie boiseries inglesi: un altro giorno spasimava per le ceramiche giapponesi; un altro non c’erano più al mondo che gli avori francesi, poi veniva la volta delle maioliche di Faenza e della pittura francese del ’30. E comperava a casaccio, roba bella e brutta, vera e falsa. Quanta ne ha comperata, di falsa! Spesso poi, dopo averla comperata si accorgeva di non saper dove collocarla; o era preso da una subita avarizia; non voleva pagare la dogana americana, e me li lasciava in un deposito in Europa. Ne abbiamo tanta di roba, sparsa qua e là, ai quattro venti! «Quando so che è mia, mi basta: che bisogno ho di vederla tutti i giorni?» ripete spesso, quando me ne lagno. Le dico solo questo, perchè lei capisca le mie pene.
— Le sue pene, poi! Non esageriamo....
— Le mie pene, le dico. Vuole che non mi sanguinasse il cuore, a vedere mio marito zimbello e preda degli antiquari e dei mercanti? A me non dava più retta; perchè io non faccio mai complimenti, e gli dicevo schietta schietta, in faccia, come era dovere di una buona moglie, che facesse il suo mestiere, dei milioni cioè, ma che non si mettesse a comperare delle cose belle, chè non ne capisce un’acca. Lui invece, diventando ricco, si era messo in capo di essere un grande conoscitore, come Nerone; e quella gente, che è furba come il diavolo, ne hanno capito subito il debole. Quando non ci sono io, gli appiccicano tutti gli scarti e gli orrori, a furia di dirgli che solo gli Americani sanno scuotere il giogo dei pregiudizi accademici dell’Europa; o di dargli ad intendere che quei tali oggetti si venderanno tra qualche anno venti volte più cari. Proprio così: me ne dispiace per lei che ha ancora delle illusioni; ma se lo tenga a mente: un banchiere è sempre un banchiere. O non mi comperò un giorno perfino un quadro di Van Gogh? Cubista addirittura mi diventava! Il quadro però non varcò la soglia di casa mia: questa volta mi ribellai: lo minacciai di....
E scoppiò in un’allegra risata, guardandomi con gli occhi scintillanti di gaia malizia.
— Di che cosa lo minacciò, signora?
Non ci fu verso di saperlo. Sviò, sempre allegra, il discorso.
— Di solito però cedevo io, perchè questo è il destino di noi povere donne. Ma disgraziata casa mia! Me ne ha fatto un bazar! Quando penso che proprio allora dei denari ne avevamo a palate e avremmo potuto comprar tanta bella roba!
«Dei denari ne avevamo a palate!» Incuriosito le chiesi allora quando fossero andati ad abitare in Madison Avenue.
— Nel 1902 — rispose. Poi ripigliando il filo del suo discorso e parlando veloce: — Per molti anni abbiamo vissuto alla buona. Mio marito non ha ereditato da suo padre che sette milioni.
Feci un gesto di meraviglia, che essa intese.
— Sette milioni sono molti in Europa. Ma in America.... Alla banca guadagnava assai, è vero: ma si figuri che alla morte di suo padre stette per un momento in pensiero di lasciar la banca e diventar professore di economia politica alla Columbia University! E magari l’avesse fatto! Vivevamo in disparte, da buoni borghesi agiati, senza far lusso e con pochi amici.... Quasi tutti professori di Università: di Columbia, di Harward, di Princeton, di Jale. Io poi, a New-York ci stavo solamente sei mesi: da novembre ad aprile. In principio di aprile venivo in Francia con mia figlia: Federico mi raggiungeva a luglio e passava con me, in Europa, tre mesi!...
— New-York dunque non le piaceva?
Ma la risposta fu inaspettata.
— Non saprei — disse, dopo aver esitato un istante. — Che mi piacesse, proprio, proprio non lo direi. Ma neppure.... che mi spiacesse. Ogni novembre, ci ritornavo volentieri e dicevo addio alle colline dell’Havre con piacere.
— Perchè tanto era sicura di rivederle di lì a sei mesi.
— Forse. Ma insomma con le prime nebbie e i primi freddi dell’autunno mi ripigliava la voglia di New-York. Mi pareva di partire per un viaggio fantastico, alla volta di una città sconosciuta, posta fuori del mondo e del tempo. Quel signore che parla sempre, la prima sera, disse che New-York gli era sembrata una città astrale! Ebbene, per una volta tanto aveva ragione: anche a me pareva di trasmigrare in un altro pianeta, o in una di quelle fiabe in cui ero stata da bambina; e lì ci ritrovavo tutte le cose della Terra, ma fuori di posto, in un altro ordine bizzarro, vicine vicine quelle lontane, lontane lontane quelle vicine, piccole piccole le grandi e grandi grandi le piccole. Non so se mi spiego bene. E questo viaggio dalla terra a quel pianeta fantastico e dal pianeta alla terra vera, due volte all’anno, era uno dei maggiori miei svaghi! Un piacere andarci e un piacere ritornare. Perchè, voglio esser sincera, New-York mi stancava. Dopo un po’ sentivo il bisogno di ritornare nella terra e rivedere le cose a posto. — Tacque un istante; poi: — Non è curiosa! A New-York non ci sono due edifici eguali, quasi direi. Eppure, dopo due mesi che ci ritorno, New-York mi pesa come una città monotona. A Parigi invece c’è una grande uniformità; interi quartieri sono costruiti con una architettura simigliante. Perchè allora Parigi non mi stanca mai, mi pare sempre diversa?
L’osservazione zampillava dal vivo: ma al quesito non risposi, perchè volevo continuare le mie contestazioni.
— Insomma lei fu felice, almeno sinchè non andò ad abitare in quella maledetta casa di Madison Avenue. Ma allora perchè non lo voleva sposare? Lo ha confessato l’altro giorno, lei....
Arrossì leggermente, alquanto impacciata.
— Sa.... ero giovanissima allora.... Quasi una bambina, ancora.... E poi tante cose, le ragazze non le sanno.... Io non lo conoscevo. Fu condotto in casa da amici, che volevano farmelo sposare, d’accordo con mia madre. A me la prima impressione che mi fece... Le sembrerà strano, forse. Mi fece ridere.... Era così timido!
— Timido!
— Sicuro — rispose. Poi incominciò a ridere a scatti, come chi vuol frenarsi e non può. — Era tondo, grassoccio, miope, goffo.... E impacciato, impacciato! Arrossiva quando una signorina lo guardava o gli parlava. Ma mia madre mi disse che Federico era un partito straordinario, che sarebbe uno dei futuri Cresi dell’America. Mio padre me lo ripetè: mi cantarono la stessa canzone mio fratello, mio zio, le mie zie, la mia governante, la mia cameriera. Come poteva una giovinetta resistere a questa coalizione?
Un soffio di vento ci investì in quel momento, agitò nelle pesanti fibbie di ferro le corde tese dintorno a noi, sibilò sugli spigoli di ferro della nave, ci fece tacere per un istante. Mi volsi a guardare l’Oceano: sulla grigia pianura delle acque, sotto il cielo senza sole, il mare morto incominciava a rivivere, increspandosi e biancheggiando: ma il «Cordova» continuava a rullare e a beccheggiare, quasi soffermandosi un istante ogni tanto e sollevando di improvviso la prua, per poi lento e solenne ricadere quanto era lungo sull’acque e continuare il cammino nella solitudine oceanica, che dal «Cordova» ormai vuoto di uomini pareva anche più deserta e selvaggia del solito. Ma la solitudine stessa pareva incitare alle confidenze: non sentivo più nessuno scrupolo di far domande indiscrete come se ci conoscessimo da anni ed anni; la diffidenza scemava, cresceva la curiosità, perchè tra le continue contradizioni di queste confidenze, non mi raccapezzavo. Amava, detestava od era indifferente al marito? Apertamente interrogai:
— Ma insomma lei rammarica o no di averlo sposato? L’altra sera e or ora ha detto di sì: poco fa invece attribuiva le sue ripugnanze all’inesperienza.
Ma non rispose a tono.
— Io credo — disse — che i miei avrebbero dovuto impedire il matrimonio. E mio padre infatti a un certo momento ci pensò. Un paio di quei suoi accessi di collera, durante il fidanzamento, lo avevano spaventato....
— Ma se era così timido....
— Di solito sì, ma quando andava in furia!... E si infuriava per dei nonnulla! Ma mia madre tranquillò mio padre. Mia madre era un angelo, ma credeva che quando uno ha molto denaro, è felice.
— E allora, come andarono i primi anni di matrimonio? Maluccio, suppongo!
— Ma no. È un uomo fortunato, Federico: e gli capitò subito una fortuna.... Che durante il viaggio di nozze io ammalai di tifo a Venezia. Bisogna dire che fu mirabile, in quella brutta circostanza. Mi assistè con uno zelo!... Proprio non avrei creduto che ne fosse capace.... — Si trattenne a tempo; e: — Che vuole? — continuò. — Quella prova di affetto mi intenerì, mi vinse: incominciai a scoprire in lui tutte le buone qualità che aveva.... e ne aveva: l’ingegno, lo spirito, la cultura, anche la gentilezza.... a intervalli. E poi era veramente innamorato di me, questo non è dubbio, — aggiunse con un fine sorriso. — Le ripeto: come marito è stato sempre un modello. Che lo eguaglino, al mondo ce ne saranno; che lo superino, no. A poco a poco divenni indulgente; dei difetti, tutti ne hanno, mio Dio; siamo al mondo per compatirci, non è vero?... Poi incominciò la vita comune, mezzo anno a New-York e mezzo in Francia; quei due mondi, gli amici, la figlia....
— Insomma anche lei si innamorò di lui — conchiusi, per provocar una risposta precisa.
— Sento in coscienza di non essere stata una cattiva moglie, e di aver fatto quanto potevo per rendere felice mio marito — rispose.
E tacque guardandomi. In quel momento le lampade elettriche si accesero sul ponte, fioche nel crepuscolo: imbruniva: i soffi del vento si seguivano a intervalli più corti e più fragorosi: il «Cordova» continuava a beccheggiare e a rullare tra onde schiumeggianti e in un mare rifatto vivo. Ci avanzavamo verso la notte.
— In conclusione dunque, — dissi, per rompere il silenzio — in questi primi anni lei non è stata infelice....
— Ma no, ma no. E poi lui migliorò, non lo posso negare. Si lasciò ammansare e ingentilire da me. Ne feci quasi un uomo civile di quel barbaro! — soggiunse con un tono tra superbo e acrimonioso che fece di nuovo vacillare la mia opinione: dunque lo detestava!
— I guai — dissi, per scandagliare di nuovo — sono incominciati quando andarono ad abitare in Madison Avenue, allora?
— Pur troppo! — rispose. — Quella casa mi ha portato sfortuna. E pensare, che stavamo così bene nella vecchia casa della 56ª strada! Io non volevo sgomberare; ho pianto; lo presentivo! Ma dopo avere guadagnati tanti milioni nell’affare del Great Continental, mio marito volle una casa molto più vasta, dove ricevere e scialare. «Siamo tanto ricchi ora» diceva sempre «ci possiamo permettere questo ed altro!» Questo ragionamento, io non lo capisco: sarò una sciocca: spendere del denaro perchè fa piacere, sì: ma perchè se ne ha, no! — Ma qui si interruppe e improvvisamente: — Ma io l’annoio con le mie faccenduole private: mi perdoni: parliamo di cose che l’interessino di più....
Protestai di no: mentre incoraggito dalla facilità con cui la signora mi aveva rivelato l’ammontare della eredità paterna del marito, mi chiedevo se potessi arrischiare una domanda, la cui indiscrezione oltrepassava i termini della buona creanza. E mi decisi:
— Perdoni la mia curiosità; ma ha guadagnato molto nel «Continental», suo marito?
— Molto, molto; e non in quell’affare solo: dal 1902 al 1906 furono proprio anni d’oro.
Una nuova esitanza, a cui seguì il passo decisivo.
— E a quanto potrà ammontare, ora, la fortuna di suo marito?
Credevo che avrebbe elusa la domanda: ma no, rispose:
— Di preciso non lo so; coteste fortune, lei lo sa, sono sempre fluttuanti. Ma ho sentito mio fratello dire che Federico ora dovrebbe possedere più di un centinaio di milioni.
— Nespole! — gridai, sinceramente sbalordito. — Non han poi tutti i torti, le signore di bordo, se....
E le raccontai che essa era in gran riverenza presso i suoi compagni di viaggio come «miliardaria». Il racconto la divertì assai; e:
— Adesso capisco — disse — perchè quel signor Levi viene a offrirmi ogni giorno o delle perle o dei diamanti o degli smeraldi o degli zaffiri, chiedendomi sempre per lo meno il doppio del vero prezzo! Mi crede una sciocca o che non me ne intenda. Ma gioie, tappeti e quadri.... Chi mi imbroglia è bravo!
— Scienza ereditaria! — pensai, mentre essa incominciava a raccontarmi certi suoi sagacissimi acquisti.
Un po’ le diedi retta, per cortesia; poi, per richiamarla all’argomento:
— Dunque, dunque, — dissi — lei diceva che come andarono ad abitare in Madison Avenue....
— Sicuro! — essa sospirò. — Smettemmo la semplice vita di prima, incominciammo a ricevere, a fare grande sfoggio. Diventai anche io, non fo per dire, un personaggio nel mio piccolo; ebbi la mia corte. E addio felicità!
— Ho capito — interruppi pronto e malizioso. — Incominciarono per suo marito, come per tutti gli uomini ricchi che fanno vita mondana, le tentazioni.... E la carne è debole....
Ma non avevo invece capito affatto.
— No, no — rispose essa risolutamente. — Non gli ho fatta mai, fino ad oggi, neppure una scena di gelosia, una sola, perchè non ne ebbi mai, debbo riconoscerlo, motivo o ragione....
— Non capisco allora che guai abbiano potuto nascere. Per le famiglie tanto ricche questo è il solo scoglio pericoloso nel mare infido della vita sociale.... Non saranno stati i debiti, m’imagino....
— Avrebbe ragione se mio marito non fosse un uomo senza criterio, senza giudizio, senza un briciolo di buon senso.... Avremmo dovuto essere felici, non è vero? Se al mondo c’era una persona nata per essere felice con poco, anche nella miseria, ero io; un fiore, un paesaggio, un raggio di luce, un bambino bastano per inebriarmi di gioia; posso godere tutte le cose belle, intensamente; non capisco neppure come si possa pensare che i poveri debbono essere infelici, solo perchè sono poveri. E tutti mi invidiano infatti.... Invece.... Più fui ricca e meno godei; da quando andammo a star di casa in Madison Avenue il destino mi ha perseguitata; tutto m’è andato a rovescio; la vita è stata una lotta continua e inutile. Davvero mi han servito molto, a me, le ricchezze dell’America. La più miserabile erbivendola di New-York è stata più felice di me!
— Perchè suo marito e lei non andavano d’accordo nel giudicare dei quadri o dei mobili?
Le ultime parole, prorompendo dal fondo dell’anima, nella notte nella solitudine nel vento, affannose e rotte come singhiozzi, avevano vinta la mia diffidenza: tuttavia il lamento, se mi suonò sincero non mi parve adeguato al malanno. Ma la signora non mi diè tempo di dilungarmi.
— Sicuro, anche per questo! — ribattè, con forza, quasi aspra. — Io non so vivere in mezzo a cose brutte, a persone antipatiche, ad obblighi fastidiosi. Mio marito voleva una social position a New-York: va bene: la volevo anche io; non ho mica, neppur io, i gusti di un eremita: ma che bisogno c’era di lasciare le vecchie e buone compagnie, per cercarne delle nuove, insopportabili? Io ero stata felice nei primi anni: sei mesi a New-York, sei mesi in Francia: e con tanti amici d’oro laggiù, gente modesta, se vuole, quasi tutti, ma istruita, fine, piacevole: professori di Università, scrittori, artisti. Ma non so perchè, quando fummo in Madison Avenue mio marito li prese tutti in uggia; e a poco a poco quelli dimenticarono l’indirizzo della nostra casa. Ebbero ragione: ma a me, il dispiacere non mi è ancor passato. Quando penso a quelli che ne presero il posto! Ricconi tutti, si intende: ho avuto l’onore di avere a pranzo, in una sera, non so quanti miliardi: ma così noiosi, noiosi.... quanto solo dei finanzieri sanno esserlo! Mio marito invece era beato: e se io mostravo un po’ di noia, furie e scenate! Che gusto ci provasse in quelle compagnie, proprio non lo so....
— Il piacere di trattar da pari a pari persone che, se non avesse guadagnato tanti milioni, non lo avrebbero guardato in faccia!
Fece le boccuccie e:
— Che piacere, non è vero? Divino, soprannaturale, paradisiaco!
— Ma, signora, anche il passar l’equatore non è poi una gioia divina: eppure, ha visto! L’uomo è fatto così....
— L’uomo è un solennissimo imbecille! — rispose, pronta.
— E lei — scherzai io — una anarchica pericolosa....
— Perchè non voglio annoiarmi quando voglio divertirmi? Perchè voglio che i divertimenti divertano, come i fastidi infastidiscono? Sono una donna stravagante, prepotente, lunatica, impossibile, non è vero? Lo ripeta anche lei, come mio marito! Per vendicarmi, le augurerò di annoiarsi quanto mi sono annoiata dopochè tornammo di casa in Madison Avenue.... Non sapevo mai quando avrei potuto andare in Europa: sin due anni sono stata senza rivedere Parigi e i miei: e sempre pranzi, ricevimenti, vendite di beneficenza, teatri, corse, quadri viventi, visite in campagna, che ne avessi voglia o no, mi piacesse o non mi piacesse, perchè se no la società di New-York si sarebbe dimenticata di noi. Che disgrazia, capisce! Perchè laggiù, non si scherza: anche la vita mondana è una mischia: chi lascia per un momento il suo posto, subito qualcun altro glielo occupa: bisogna essere sempre presenti e pagare di persona.... Ai pranzi, ai ricevimenti, in tutti i divertimenti gli Americani mi hanno sempre fatto l’effetto di soldati al fuoco, di gente comandata a divertirsi in quel tal modo, anche se si annoiava, per dovere, per non lasciare il suo posto, come in una battaglia....
— Signora, — osservai — anche la vita mondana, come tutta la vita, è una grande illusione....
Ma non mi diè retta; e continuando il suo pensiero:
— Se l’avessi saputo! Avrei spinto mio marito a ritornare in Europa dopo la morte di suo padre. Perchè per un momento pencolò. Piuttosto che guadagnar tanti milioni per vedermi poi spossessata dalla contessa....
— Dalla contessa? — chiesi allora sorridendo. — E quale contessa?
— No, no — rispose vivacemente, decifrando a volo il mio sorriso. — Non si tratta di quello che lei suppone: ma di peggio. La contessa.... — e pronunciò un nome tedesco. — Non la conosce? È la dama di onore di.... — e nominò una principessa reale del vecchio mondo, morta da qualche tempo. — È una orribile vecchia, brutta come il peccato!
Suonò in quel momento la prima campana del pranzo: la signora si interruppe: mi disse che non voleva trattenermi di più con quei suoi inutili discorsi. Ma le confidenze sgorgavano ormai con vena troppo copiosa: protestai quindi di no; e le chiesi come avesse conosciuta la contessa. Mi rispose che la contessa aveva conosciuta e presentato in Parigi, alla principessa reale presso cui serviva, una delle famiglie americane, il cui nome è più conosciuto in Europa: che questa famiglia, gratissima di tanto onore, aveva invitata la contessa in America, dove dopo la morte della principessa essa andava tutti gli anni, restandoci cinque o sei mesi. I Feldmann l’avevano conosciuta a New-York; e suo marito aveva concepita una sconfinata ammirazione per lei.
— Quella, perchè apparteneva al servidorame di una corte europea, era un oracolo! Dettava legge in casa mia: di maniere e di eleganze. Io, quando l’illustrissima signora contessa parlava, dovevo ascoltare, tacere e imparare! E sa che cosa mi fece un bel giorno? Da un pezzo cercavo di persuadere mio marito a comperare in Francia qualche antico castello storico. Mi sarebbe piaciuto tanto di restaurarlo splendidamente! Io sono nata architetto: se fossi stata un uomo sarei diventata un grande architetto: ma anche essendo donna, l’avrei restaurato bene, creda pure. Mio marito un po’ tentennò, spaventato dalla spesa: poi pareva convincersi: quando un bel giorno, lì per lì, muta parere e vuol comperare un grande yacht a vapore. Si imagini! Proprio lui che perfino in barca soffre il mal di mare! Quando si mise in mente di avere una scuderia di cavalli da corsa, gli potei almeno insegnare a tenersi in sella, che ci si reggeva a stento, tanto aveva paura: perchè io sono invece un’amazzone gagliarda, le assicuro: ma non gli potevo mica prestar il mio stomaco! Glielo dissi e ridissi: ma non ci fu verso. E sa perchè? Perchè l’esecranda contessa aveva sentenziato che non si può essere un perfetto uomo di mondo, in America, senza avere uno yacht a vapore. Voleva correre i mari a nostre spese, quella vecchiaccia: come a nostre spese giocava in Borsa. Essa perdeva e lui pagava! Lei non crederà forse che un finanziere possa essere così stupido....
Di nuovo si rifece aspra contro il marito: troppo aspra a mio giudizio. E lo dissi.
— Lei prende, signora, le cose troppo sul tragico. Una social position, uno straniero, anche ricchissimo, non se la può fare, a New-York come dappertutto, che spiando le occasioni, conformandosi alle abitudini, sopportando con pazienza qualche delusione e anche qualche umiliazioncella; e sopratutto poi spendendo e spandendo. Il mondo è così fatto....
— Ma pagarla, no! — mi interruppe essa quasi con violenza.
— Pagarla! La parola è un po’ brutale. Ma anche lei sia ragionevole.... Qualche sacrificio....
— Ma lei sa quel che la contessa faceva, quando la sua principessa era viva? La principessa spendeva il doppio dei suoi appannaggi e non poteva darle un soldo di stipendio. E allora acconsentiva a ricevere tutte le persone che la contessa le presenterebbe, senza guardare troppo per il sottile. E la brava contessa naturalmente aveva avviato un piccolo commercio di presentazioni, secondo una regolare tariffa.
Mi misi a ridere.
— Che sia una bella cosa, non dico.... Ma oggi l’Europa è afflitta anche da un proletariato di duchi, arciduchi e principi del sangue. Si ingegnano, poveracci! E lei, che è cento volte milionaria, ne abbia un po’ compassione.
— No, no — rispose spietata. — Ci sono delle cose che non si possono pagare. Anche io desideravo di avere una social position a New-York, ma comprarla a contanti, no....
— Chi è ricco, deve oggi pagare tutto; anche ciò che secondo ragione dovrebbe esser gratuito e che per i più è gratuito: la amicizia, l’ammirazione, la gloria.... l’amore.
— Ma le par giusto?
— È uno dei tanti compensi che i nostri tempi offrono ai poveri. Se no, i ricchi avrebbero tutto: ciò che non si può avere che a peso d’oro e ciò che si deve avere gratuitamente.
— Ma allora, è meglio esser poveri.
— Se sia meglio non so, — risposi, stringendomi nelle spalle. — So che è molto ma molto più facile. — E soggiunsi: — È un sentimento assai nobile, il suo. Solamente.... solamente.... Farlo in generale, sa, non se l’abbia a male: ma in molte persone questo sentimento fa alleanza e un po’ anche si confonde con un altro sentimento meno nobile, questo: l’avarizia. Gli uomini, per esempio, i quali protestano di non voler pagare l’amore, perchè quando è pagato sfiorisce, qualche volta sono dei poeti, ma qualche volta sono semplicemente degli avari.
Mi guardò, sorrise di sottecchi, e:
— Un po’ avara lo sono, lo confesso — disse. Poi, con un salto improvviso, il suo pensiero ritornò allo yacht. — Ma quello yacht — disse ridendo, — fece le mie vendette. La prima volta che uscimmo, che tempesta! Rischiammo di andare a fondo; lui soffrì atrocemente; si credè perduto; implorò aiuto da tutti i santi!... Quando ci penso! Rido ancora oggi. Ritornati a New-York, non lo volle più vedere: irrugginì sei mesi nel porto; poi un bel giorno la vendè in ventiquattro ore per la metà di quel che l’aveva pagato. Ci costò caruccio, quel viaggio!
Brillava in quegli occhi a questo racconto una così spietata allegria, che di nuovo mi domandai se proprio non detestasse il marito e mi sentii spinto a difenderlo.
— Ma infine, — dissi — quel che lei mi racconta non è poi una tragedia. Lei si lagna di essere stata condannata a morire di fame; perchè il destino l’ha nutrita con biscottini troppo dolci. Infine, mi permetta di parlar franco, con un po’ di pazienza....
— Se crede che non ne ho avuta! Perchè alla fine ho sempre ceduto io.
— Ma dopo aver resistito, protestato, combattuto....
— È naturale: perchè avevo sempre ragione!
— E le pare un piccolo torto aver sempre ragione? — le chiesi sorridendo. Poi aggiunsi: — In questo mondo, un po’ di filosofia è necessaria, signora: bisogna o vincere o cedere di buona grazia.
— Anche quando si tratta dell’educazione e dell’avvenire della propria figlia? — mi chiese a un tratto, risolutamente, guardandomi in faccia. — Ma lei vuole andare a pranzo: l’ora è tarda: questi discorsi non l’interessano — aggiunse poi.
Di nuovo protestai; e dopo qualche esitanza e un lungo sospiro, essa riprese:
— Lei che sa tante cose, crede che una malattia possa alterare l’indole di una persona? Mia figlia era un angelo. A dodici anni ammalò di tifo; stette due mesi tra la vita e la morte.... Che mesi! Quante volte ho pregato Dio di far il cambio delle nostre esistenze! L’ho supplicato di prendere me, che avevo già vissuto e di salvar lei... Dio la risparmiò e risparmiò me pure, pur troppo! Dopo quella malattia Giuditta diventò un diavolo. Aveva bisogno sempre e in ogni occasiono di far l’opposto di quanto le si diceva. Si figuri quel che successe quando andammo a stare in Madison Avenue; ed io ebbi tanto da fare; ed essa fu relegata al secondo piano, nelle mani delle istitutrici; e io la vedevo, sì e no, una volta al giorno! Suo padre poi, invece di aiutarmi, la incoraggiava, per debolezza, per non aver noie. «Lascia correre; le nuove generazioni sono fatte così; l’America è il paese della libertà; lasciami godere in pace la casa: ho tante preoccupazioni, io, fuori!» Vede che padre era quell’uomo? E i frutti di questa educazione.... — Tacque un istante, come cercando un esempio; poi a un tratto: — Noi siamo una famiglia di banchieri, è vero: ma ignoranti, no. L’istruzione, l’abbiamo sempre curata. Tanto mio marito come io abbiamo tutti e due dei parenti che sono professori di Università. Ora crederebbe lei che, non dico che mi sia riuscito di infondere in Giuditta un po’ di gusto per la letteratura o per l’arte; ma che.... mi vergogno a dirglielo.... — e abbassò la voce. — Non ho letta ancora una lettera sua in inglese o in francese.... che non fosse zeppa di errori di ortografia.
Sorrisi a vedere la faccia nel tempo stesso costernata e confusa con cui la signora mi confidò questo orrendo segreto della sua misera stirpe; e per consolarla le dissi che non in America solo ma anche in Europa non sono rare le famiglie colte da parecchie generazioni, in cui le generazioni nuove sembrano prese da un misterioso ribrezzo per l’inchiostro, la penna ed i libri.
— Si direbbe — conchiusi — che oggi le famiglie ignoranti vogliono istruirsi e le istruite ricascare nell’ignoranza. E naturalmente quel che interessava la sua figliola erano vestiti, balli, cavalli, «lawn tennis», sport.
Accennò di sì; e aggiunse sorridendo:
— Nonchè i bei giovinotti. Anche in questo proprio non era mia figlia. Aveva appena diciassette anni, e già protestava che essa non voleva invecchiare ragazza, ed accusava me di impedirle il matrimonio, per cattiveria. Si figuri! Un giorno sdegnata le dissi che ai miei tempi una ragazza della sua età simili cose non le avrebbe neppure pensate. Sa che cosa mi ha risposto? «Que vous êtes vieux jeu, maman!» Quasi quasi.... — fece una pausa; negli occhi le brillò un vago riso di compiacenza; abbassò la voce: — Quasi non sono aliena dal pensare che fosse un po’ gelosa. Una volta mi disse, stizzosa, che quando eravamo insieme gli uomini non badavano che a me! Alla fine l’abbiamo maritata, che non aveva ancora diciannove anni, non troppo male: speravo di aver un po’ di pace, dopo: ma non so che stella maligna mi perseguita: e Giuditta era appena partita per l’Europa, che scoppiò lo scandalo del Great Continental. Che mesi furon quelli! Quando ci ripenso. Se ne ricorda lei, di quello scandalo? Ne parlarono molto anche in Europa!
Le risposi di sì. Essa allora mi chiese se sapevo spiegarle chiaramente la ragione di quello scandalo, che essa non aveva mai capita, pur essendosi trovata nel mezzo del vortice. Le raccontai che Underhill a un certo momento aveva vendute in gran numero obbligazioni del Great Continental; e con quel denaro aveva fatta incetta delle azioni di una ferrovia concorrente del Nord, per toglierla di tra le mani del Morgan o di altri potentissimi finanzieri che allora la governavano: questi si erano a loro volta precipitati nella Borsa strappando di mano al gruppo concorrente le azioni: sinchè, spartitisi a mezzo le azioni, i due gruppi rivali avevano inteso che conveniva venire ad accordi e si erano infatti accordati, stringendo tra loro quel che gli Americani chiamano un «pool». Ma la suprema Corte, giudicando che quelle due ferrovie erano concorrenti, aveva dichiarato illegale il «pool»: Underhill allora aveva vendute le azioni della ferrovia concorrente: e con tanta destrezza, in un momento così favorevole, che aveva incassati sessanta milioni di dollari — trecento milioni di franchi — più della somma spesa per comperarle. Trovandosi a disporre di poco meno di un miliardo, lo aveva speso comperando azioni di molte altre ferrovie, che non fossero «competing», bensì «connected», con la sua, a guisa di affluenti. Ma un giorno i nemici di Underhill riuscirono a indurre la «Interstate Commerce Commission» a fare una inchiesta sul Great Continental: la commissione svelò queste compere; e allora senza distinguere troppo sottilmente le ferrovie «connected» dalle «competing» l’America si infuriò in modo indicibile. Underhill fu accusato di voler costituire nel cuore dell’America una nuova e orrenda tirannide; fu minacciato di processi e di persecuzioni; fu coperto di ingiurie e di calunnie. Ma poi la collera pubblica sbollì: perchè insomma la legge distingueva proprio le ferrovie «competing» e le «connected».
La signora mi ascoltò attentamente; poi:
— Mi pare — disse — di aver capito questa volta. Cosicchè il punto dubbio era se le ferrovie comprate da Underhill fossero parallele o perpendicolari al Great Continental....
Accennai di sì.
— Ed ora capisco anche — continuò — le discussioni che avvenivano tra mio marito e Underhill. Una sera, mi ricordo, Underhill era venuto a pranzo da noi; un pranzo intimo: non c’eravamo che noi. Lo vedo ancora, magro e pallido; vedo quella sua faccia di «clergyman»; vedo quegli occhi dolci e vivi dietro gli occhiali. «Quel che io voglio fare è utile, è giusto, è necessario» — diceva. «Le ferrovie sono le arterie dell’America: e l’America sarà tanto più ricca, potente, felice, quanto più le sue ferrovie saranno veloci, a buon mercato, bene organizzate. Dicono che ci sono delle leggi che sembrano proibirmelo, perchè gli uomini non sono perfetti nè quando fanno le leggi nè quando fanno le ferrovie: ma io voglio essere persuaso da ragioni inconfutabili che la legge mi impedisce di fare il bene: se c’è un dubbio.... Ebbene, se c’è un dubbio assumo il rischio di violare la legge, per provare al popolo che la legge è ingiusta ed improvvida». E vedo pure mio marito, grasso, molle, elegantissimo.... Lo ascoltava perplesso e pensoso: e sa che cosa gli rispose? «Underhill, Underhill: rispettar le leggi non basta e forse non è la cosa che più importa: importa invece e quanto! che il pubblico creda che noi le rispettiamo. Le leggi sono fatte per dare alla moltitudine l’illusione che lo Stato le difende contro i potenti e i prepotenti, veri o immaginari. Oggi le masse si sono fitte in capo che noi, i ricchi, siamo i loro tiranni e nemici; e dubito assai, anche se quel che lei vuol fare è legale, che il pubblico lo crederà. Che ci gioverà allora aver rispettate le leggi, se la plebe griderà che le abbiamo violate? I giornali e i tribunali avranno paura della plebe. Meglio sarebbe violarle davvero e far credere che le abbiamo rispettate....» Perchè così ragionava mio marito, capisce?
Non potei trattenermi dal dirle che suo marito aveva ragionato, almeno quella volta, con profonda saggezza ed acume. Ma l’osservazione le spiacque.
— Gli uomini — disse un po’ stizzita — si sostengono sempre fra di loro.... Ma avesse visto, quando lo scandalo scoppiò! Mio marito, come al solito, perdè la testa. Non dormiva, non mangiava più: ogni giornale, ogni telegramma, ogni lettera che arrivava, quasi sveniva; era proprio buffo!
— Buffo, poi, signora! — non potei trattenermi dal dire, con accento di rimprovero.
— Sì, buffo. E se la pigliava con Underhill, quando non c’era; diceva che era uno scellerato, un colosso dai piedi di creta, e perfino Nabuccodonosor. Del resto in quel momento avevano perduta la testa tutti: tutti, fuori che Underhill naturalmente: quello era un uomo, un grande uomo, un eroe! Vorrei che lo avesse visto, per scriverne la storia. Sarebbe un soggetto degno di lei. Lo mandavano a chiamare, lo andavano a trovare, gli scrivevano, gli telefonavano: lo supplicavano di pigliare un congedo, di partire per l’Europa, di dare le dimissioni; gli offrivano dei grandi compensi: gridavano che si difendesse, parlasse, scrivesse. Non ci fu verso. Non partì, non disse una parola, continuò ad attendere alle sue faccende, come se non succedesse nulla. «Se ho violato le leggi, mi processino: alla giustizia risponderò: ai giornali non rispondo: il pubblico si occupi degli affari suoi e non dei miei». Gli dimostravano che avrebbe potuto confutare vittoriosamente tante calunnie: e lui rispondeva che il pubblico era una grande bestia. «Gridi: quando si sarà, sfiatato, si cheterà». Fu un eroe, le dico: e salvò tutti, perchè difatti dopo essersi sfiatati si chetarono: e non successe nulla. Ma noi.... Non so quel che sarebbe successo di noi, povera gente, se non c’era miss Robbins. Fu la nostra provvidenza!
E mi raccontò allora che questa miss Robbins era una giovane inglese, appartenente ad una buona famiglia, rovinata dalle prodigalità della madre e che era entrata in una specie di ordine protestante di infermiere.
— Se vedesse che bella creatura! Alta, con dei capelli biondi e degli occhi azzurri meravigliosi, un corpo stupendo, una pelle.... E poi così svelta, intelligente, fina.... Fu l’infermiera di Giuditta nella sua malattia: e si seppe affezionare tanto lei e tutti noi, che quando fu guarita, le proponemmo di restare come sua istitutrice. Ma diventò come una mia dama di compagnia e segretaria: e la provvidenza della casa. Non c’era che lei che tenesse a freno Giuditta! E anche, devo dirlo, incuteva una certa soggezione a mio marito.... Quando proprio le cose si guastavano troppo, interveniva lei, e con il suo tatto, con la sua dolcezza sapeva rimediare. È stata proprio una disgrazia — conchiuse sospirando — che non si sia decisa a venir con noi a Rio de Janeiro.
Le chiesi allora perchè avessero abbandonato New-York. Mi disse che dopo lo scandalo del Continental il marito si era sentito un po’ a disagio a New-York: onde aveva accettata quella missione nell’America meridionale, per assentarsi un po’ di tempo e non inutilmente. Le chiesi come fossero passati i tre anni di Rio.
— Abbastanza bene — rispose. — Lui era molto nervoso, triste, irritabile, preoccupato.... Ma non è stato mai allegro: e questo esilio volontario doveva infastidirlo. A ogni modo, a paragone di New-York, era il paradiso.
Tacqui un istante riflettendo.
— Insomma, — dissi — lei è sicura che in tutti questi dissidi una donna non c’entra?
— Sicurissima.
— Ebbene, allora — conchiusi e conchiusi sinceramente, — il caso non mi pare grave, signora. Lo definirei così, se permette: una famiglia già ricca diventa in pochi anni ricchissima: il marito è preso da un accesso di snobismo, malattia epidemica; vuol mutar vita con più fretta e meno ordine che non piaccia alla signora, donna più fina, più aristocratica e più orgogliosa del marito, in cui più che l’orgoglio può la vanità del parvenu. Di qui continui litigi. Ma con un po’ di pazienza reciproca tutto dovrebbe aggiustarsi, specialmente ora che non c’è più l’inciampo della figliola. Una sola cosa rimprovererei alla signora: di ammirare tanto Underhill che è stato la cagione di tutti i suoi guai. Se Underhill non avesse fatto guadagnare tanti milioni al signor Federico Feldmann, il signor Federico Feldmann non sarebbe tornato di casa in Madison Avenue; avrebbe continuato, come era suo dovere, ad ascoltare l’oracolo della bellezza parlar per bocca della sua signora; non avrebbe conosciuta la contessa, nè comprato lo yacht, nè mutati gli amici....
La signora sorrise: non rispose nulla: ma mi chiese, come a confermarsi nella sua idea:
— Dunque lei non crede che voglia fare divorzio?
— Ne sono quasi sicuro.
— Ma come spiega allora il telegramma dello zio?
La obiezione era alquanto spinosa, per un critico desideroso di spianare tutte le difficoltà. Tuttavia risposi: che a New-York come in tutte le città del mondo si fanno molti pettegolezzi. Mi guardò; sospirò con un fare tranquillo; e:
— Speriamo! — disse. — Del resto che giorno è oggi?
— Venerdì.
— Il capitano mi ha detto che alle Canarie arriveremo martedì mattina. Tre giorni ancora, e saprò. — Trasse l’orologio, gettò un grido di terrore: — Ma sono le otto e mezzo.... — esclamò. — Io la faccio morir di fame. Vado a vestirmi e in un momento sono pronta.
Avevo fame e tentai persuaderla a scendere nel refettorio così come era.
— Non ci perde nulla, signora. E non ci sarò che io....
Ma invano: il rito del mutar veste era sacro: e dovetti aspettare che le nove fossero suonate da un quarto d’ora prima di pranzare nella sala deserta, nella solitaria compagnia della bella confidente, però, e a mo’ di compenso.