V.

Ruminai a lungo, quella sera, nella mia cabina, e la mattina del sabato, svegliandomi, le confidenze della signora. No: una delle tante mogli che detestano e tormentano il marito pur volendo far credere al mondo di svisceratamente amarlo, essa non era: era stata sincera, non dubitavo più: ma la sincerità sua non mi ingarbugliava meno che la sospettata dissimulazione di prima. Strana indole e curioso ingegno, davvero! Non era sciocca, tutt’altro: ragionava spesso con acume superiore al suo sesso: e se non adorava il marito, desiderava almeno di vivere d’accordo con lui. Eppure aveva perseverato deliberatamente, di proposito, a ragione veduta — e candidamente lo confessava — per ventidue anni, in errori che una ragazza di venti anni avrebbe saputo schivare sin da principio ad occhi chiusi, per virtù d’istinto! Quante sono al mondo le donne così stolte e così buone, alle quali una breve esperienza non insegni che a far che un uomo stia soggetto alla propria volontà occorre lusingarne la vanità, non voler correggerne i vizi inveterati e profondi, e nel resto tiranneggiarlo? Tre regole eterne e sicure: ma la signora Feldmann aveva invece tenuti proprio i tre modi opposti, offendendo di continuo la vanità e disturbando l’egoismo del marito, senza imporgli mai la sua volontà, neppur quando essa aveva ragione, come nell’educazione della figlia. Eppure non mi pareva donna di debole volontà.... Come spiegare la contradizione? Nasceva essa in parte almeno da un particolare difetto dell’intelligenza? Allegra, schietta, buona, ma provvista di un intelletto alquanto rigido ed atto più a ragionar bene sulle cose che a capirle penetrandoci, tale mi appariva la signora, dopo la nostra lunga conversazione.

— Se fosse stata un uomo — pensai — diventava un teologo, un matematico o un giurista....

Sorrisi un istante, pensando che un’arida intelligenza di matematico potesse albergare in quel grazioso corpo di donna: ma riflettendoci mi parve di poter spiegare a questo modo che invece di prevalersi abilmente delle debolezze del marito, le avesse giudicate con sincerità e a fil di logica, credendo far bene, quando invece tormentava il marito senza profitto nè suo nè di lui. Senonchè dopo un po’, a ripensarci meglio, questa sola causa mi parve inadeguata a spiegare l’acerbità della discordia, poichè acerba era e assai. Poi una nuova difficoltà mi nacque nella mente: per qual ragione essa ripetesse con tanta ostinazione che suo marito era un modello di tenerezza. Al modo con cui l’aveva dipinto, nessuno proprio l’avrebbe detto. E alla fine mi chiesi se tutte quelle contradizioni e discordie non fossero anche effetto di quel misterioso turbamento e disquilibrio, di quella specie di anima doppia e discorde che tormenta tanti europei passati a vivere di là dell’Oceano. «L’europeo arricchito in America non può più vivere nè in Europa nè in America: quando è in America, smania di andare in Europa; in Europa si trova a disagio e vuol ritornare in America», mi aveva detto un ricco italiano che ci aveva cortesemente ospitati a Paranà. E mi rammentai della frase del dottor Montanari: che l’uomo non può vivere tra i due mondi, con un piede in America e l’altro in Europa. Ripensai a tanti altri europei d’America nella cui anima agitata avevo potuto guardare per qualche spiraglio: ad Antonio.... Quell’egoismo feroce e quella astuzia calcolatrice non erano forse risaliti dal fondo di un’anima non più trista di tante altre, ma rimescolata dallo scuotimento delle ripetute emigrazioni? Per la prima volta mi parve di intravedere, adombrata in quelle strane parole del dottore, una verità; e di vedermela vicina e viva dattorno, non lontana e confusa nella folla indistinta della terza classe. Anime tutte con sè stesse in discordia, questi Europei d’America: e l’Alverighi, che nell’ardente ammirazione del nuovo mondo sfogava forse il rammarico di non poter rientrare più, se non come un lontano, sconosciuto e straniero viandante carico d’oro, in quella vecchia Europa onde era partito in un’ora di sconforto: e la signora Feldmann, che rimproverava così acerbamente all’America le sue troppo greggie ricchezze, e poi ammirava sino a offuscarne il marito il più americano degli americani, Riccardo Underhill, anima ardita, pronta, ma semplice e ignara di raffinamenti, volta solo alla conquista di quelle ricchezze greggie che le incutevano orrore. Contradizione non rara negli Europei, del resto, che spesso odiano l’America e poi ammirano i Cresi americani assai più degli Americani: ma singolarissima nella signora, la quale insomma voleva che il marito fosse nel tempo stesso il più vecchio degli Europei e il più giovane degli Americani.

La mattina del sabato ragionai a lungo di questa storia con la mia signora. Ma essa vide il caso da un’altra specola, alla luce delle idee che aveva svolte in un suo bel discorso tenuto a Buenos-Aires sulla concorrenza tra uomini e donne.

— La signora — disse — soffre del male che affligge oggi tutte le signore ricche: la noia. Una volta, prima che si inventassero le macchine, la donna, anche la più ricca, doveva accudire a molte faccende nella casa. Oggi, grazie alle macchine, gli uomini fanno quasi tutto quel che una volta la donna faceva, o faceva fare nella casa: e allora che cosa è successo? Nella condizione media e nel popolo, le donne, per vivere, cercano di imparar qualche mestiere degli uomini, anche a rischio di sciuparsi la salute.... Come è capitato a Maddalena. Nelle classi alte, non sapendo che fare si annoiano; e quindi spesso litigano con il marito, tanto per aver una distrazione. Intanto gli uomini che hanno rubato alla donna quasi tutti i suoi antichi mestieri, a cominciare dalla tessitura, si lagnano che le donne fanno loro una concorrenza rovinosa!

A mezzogiorno giungemmo a 13 gradi e 34 minuti di latitudine, a 23 gradi precisi di longitudine; e nel pomeriggio il mare incominciò finalmente a tranquillarsi e i passeggeri a ricomparire. La sera, a pranzo, l’Alverighi e il Cavalcanti furono tra i commensali: non il Rosetti. Nella notte l’Oceano si placò e la domenica a colazione eravamo presenti tutti: ma non si ragionò che di cose frivole e con poco ardore. Si risentivano tutti ancora della prova subìta. Giungemmo a mezzodì a 18 gradi e 43 minuti di latitudine e a 20 gradi e 4 minuti di longitudine. Nel pomeriggio, chiaro e fresco — camminavamo rapidi verso l’autunno — oziammo in vari discorsi, sopratutto delle Canarie, distanti ormai non più che un giorno e mezzo, e incominciando pure a ragionar dell’arrivo. Eravamo giunti a mezzo del viaggio; tra una settimana, la domenica prossima, se nulla succedeva, noi passeggeremmo nelle vie di Genova. E una settimana è un così breve volger di tempo, che neppure si avverte! Dolci pensieri questi, davvero; che ci sembrava a momenti, indugiando in quelli, di essere quasi arrivati. Ma poi voltandoci a guardare indietro, come pareva lontano il giorno in cui avevamo, in un bel tramonto primaverile, levata l’àncora nella baia di Rio! Eppure non erano passati che otto giorni: uno solo di più di quanti dovevano ancora trascorrere prima di giungere in vista della desiderata lanterna di San Benigno. Quanto è lunga, dunque, una settimana! Nè ad affrettare il trotto degli stanchi cavalli del Sole in mezzo al mare, intervenne la dialettica. Due giorni di tempesta e di sofferenze erano passati, ondata immane, sugli animati discorsi dell’equatore; e tutti avevano dimenticato il progresso, la scienza e gli altri argomenti. Meditai alquanto, in quel giorno, sulla impotenza dialettica dei nostri tempi. Sì; per un momento, in mezzo al mare, l’ozio ci aveva incuriositi a verificare il significato di alcune parole — quali scienza e progresso — che tutti adoperano e nessuno sa che vogliano dire.... Ma con qualche suo piccolo movimento il mare aveva disturbato e interrotto questo gioco: chè non è che un passatempo di oziosi, oramai, il cercar di conoscere con precisione gli oggetti di cui tuttodì si discorre.

Si arrivò insomma quetamente all’ora di pranzo. Durante il quale accadde un incidente bizzarro davvero. Tra la seconda e la terza portata il dottor Montanari sopraggiunse, si sedè, spiegò il tovagliolo con mosse e faccia anche più stizzose del consueto: e subito, senza badare all’ammiraglio e al Cavalcanti:

— Stiano a sentire! — disse. — Proprio con questi Americani non si sa mai quel che vi capita! Cose da pazzi!

La novella pazzia che aveva da raccontarci era questa. Già da due giorni i servitori lo avevano avvisato che il giovane di Tucuman era in letto ammalato. Meravigliandosi di non essere chiamato al suo capezzale, aveva voluto recarsi quella sera spontaneamente a visitarlo: ma la signora gli aveva impedito di entrar nella cabina, facendogli sulla porta un lungo discorso di cui egli non aveva capita sillaba.

— Ha abbaiato in inglese un quarto d’ora: m’è parso di capire che essa dicesse di non aver bisogno di medici! C’è qualcuno di loro che sappia l’inglese e che potrebbe andarle a dire di smetterla con cotesti grilli? Se non apre la porta, la sfonderò. Ma io debbo sapere che malattia ha il suo signor marito....

E difatti, terminato il pranzo, il Cavalcanti ed io, che tra tutti parlavamo meno peggio l’inglese, scendemmo, preceduti da una cameriera, sotto il ponte di passeggiata, alle cabine di prima classe più basse: infilammo, sopra il tappeto cupo, soffice e silenzioso, lo stretto andito delle cabine, tra il luccicar delle bianche pareti di ferro, delle porte rossiccie, delle lucide maniglie di bronzo, percosse dalla luce elettrica che pioveva dall’alto. La cameriera battè ad una porta; la signora Yriondo — così si chiamava l’americana — ne uscì, con un libro nella sinistra; la cameriera aprì una cabina vicina, che era vuota, ed entrati tutti e tre ci sedemmo su due lettucci, io e il Cavalcanti accanto, la signora di rimpetto a noi.... In mezzo e in alto stava il finestrino tondo, per il quale entrava l’aria della notte e il romore del mare vicino. Dritta e succinta la alta persona, le braccia conserte, il libro in grembo, la faccia volta alquanto a sinistra verso di me, la signora Yriondo aspettava impassibile. Il Cavalcanti incominciò il suo discorso con un esordio cerimoniale, rammaricando di dover disturbarla, quando essa era angustiata dalla malattia di suo marito; e già si accingeva a trapassare dall’esordio alla trattazione, quando:

— Ma mio marito non è malato! — interruppe la signora, con alquanto ritardo, ma recisa.

Io temetti di aver capito male: sconcertato il Cavalcanti sospese il discorso, per balbettare che il dottore ci aveva assicurati....

— Credere nelle malattie e farci credere è il mestiere dei medici — rispose la signora.. — Ma le malattie non esistono.

— Non esistono! — esclamammo quasi a un tempo.

Tacemmo tutti e tre per un istante, noi guardando lei e lei guardando noi, diritta e impassibile.

— Eppure chi vada in giro per il mondo.... — disse dopo un momento il Cavalcanti, con un sorriso incerto.

— Oh! — rispose la signora, anche questa volta con un certo ritardo, come se le occorresse un po’ di tempo prima di afferrare il pensiero dell’interlocutore. — Sinchè gli uomini crederanno che il freddo può generare il reumatismo o la tisi, si ammaleranno al freddo. Ma per quella opinione. Non per il freddo....

Di nuovo tacemmo tutti; noi tra impacciati e vogliosi di ridere: essa, ritta e ferma.

— Eppure la scienza.... — dissi io, alla fine, tanto per dir qualche cosa.

— Nell’Eden — mi rispose essa risoluta — cresceva l’albero della vita e l’albero della conoscenza. Per quale ragione il serpente incitò l’uomo a gustare i frutti dell’albero della conoscenza e non quelli dell’albero della vita? Perchè la scienza che pretende classificare le malattie, è una rozza scolastica della materia. La materia non esiste.

— E che cosa è, che esiste, allora? — si affrettò questa volta a chiedere, semi-serio, il Cavalcanti.

— Lo spirito, simboleggiato dall’albero della vita. Che cosa è una malattia? Una sofferenza che il presunto malato crede di sentire in un organo del corpo. Ma quando lo spirito è uscito dal corpo, dopo la morte, si sente forse il dolore? C’è droga, empiastro o scienza che curi un cadavere? E pure, vivo o morto, quello che voi chiamate il corpo è sempre il corpo. Dunque quel che vive, soffre, e si crede malato, è lo spirito.

— Ma il corpo, che cosa è allora? — chiese, seriamente questa volta, il Cavalcanti.

— Una illusione dello spirito mortale, che presta l’intelligenza alla materia. Questa illusione genera il dolore, le malattie, il peccato, la morte. È il serpente della Genesi; il gran dragone dell’Apocalisse....

Anche il dragone dell’Apocalisse! Era pazza, dunque. Perdetti la pazienza; e poichè il Cavalcanti, vago di curiosare anche in quella follia, non lo faceva, ricondussi io, un po’ bruscamente, il discorso alla nostra ambasciata, dicendo che il medico doveva visitar suo marito, per giudicare se la malattia fosse infettiva o no. Essa ascoltò: esclamò: «Oh bad, bad»; poi tacque, come pensando, senza rispondere, rigida e immota.

— Non capisci o fai lo gnorri? — dissi tra me.

Stavo per rincalzare, quando il Cavalcanti intervenne, ma con maggiore dolcezza:

— Lo lasci venire, il dottore — disse. — Suo marito non è mica obbligato a seguire le sue prescrizioni. Ma il dottore ha il dovere di visitarlo, signora. Se fosse una malattia infettiva.... Che vuole? Gli altri passeggeri ci credono, alle malattie!

Ma l’americana non vacillò.

— Se il dottore viene — essa disse — gli domanderà dove si sente male, se è stato altre volte malato. E dopo, mi sarà più difficile di curarlo.

— Lo cura dunque! — esclamò il Cavalcanti.

— Le malattie che non esistono? — chiesi io.

— E con che mezzi? — soggiunse il Cavalcanti.

— Con la scienza cristiana, — rispose la signora.

A queste parole un raggio di luce brillò alla fine, in quella metafisica confusione. La signora Yriondo apparteneva dunque a quella setta che la signora Eddy ha fondata negli Stati Uniti sotto il nome di «Cristian Science» e che proibisce di credere nella medicina e di servirsi di medici. Ne avevo inteso a parlare molto in America; ma non ne avevo conosciuto nessun proselito. Ed ecco il caso mi faceva incontrare una «scienziata cristiana» a bordo del «Cordova»! Non risi più, quando il Cavalcanti chiese che cosa fosse la scienza cristiana, sperando di approfittare anche io delle sue spiegazioni.

— È Cristo — rispose la signora — che ritorna nel mondo a scacciare il dragone: cioè il peccato, la malattia, la morte, l’odio. Cristo, cioè la Verità, l’Idea spirituale!

Si cominciava male: con parole di senso non facile e piano. Il Cavalcanti chiese chiaro e tondo come essa curava una polmonite.

— La malattia — disse allora la signora, schivando il caso particolare — non è che un sogno. È necessario quindi svegliare il paziente. E noi lo svegliamo, persuadendolo a poco a poco, con dolcezza, che la materia non sente, non soffre, non gode, perchè non esiste. Persuadendolo che lo spirito immortale è la sola causa efficiente nell’universo. Che la malattia non può essere nè causa nè effetto. Che chi non crede che il piacere e il dolore abbiano esistenza reale e intende che lo spirito è onnipotente, debella la malattia. Sviando l’attenzione dell’imaginario malato dal suo corpo e drizzandola a Dio. Sgombrando la mente dall’alito del serpente: dall’odio, dalla sensualità, dalla vanità, da tutte le passionaccie.... Perchè da questo alito nascono quegli orribili fantasmi dello spirito mortale, che noi chiamiamo poi febbri, cancri, ulceri, deformità.... — Fece una pausa; poi alzando il libro che teneva in grembo aggiunse: — Ecco, per me, la migliore delle medicine. Sono le conferenze che Svamo Vivekananda, il missionario vedantista, fece nell’America pochi anni fa. Quando uno dei miei cade nella illusione mortale della malattia, gliene leggo qualche pagina. È potente quasi quanto la Bibbia e il libro della signora Eddy....

— E anche una gamba rotta potrebbe aggiustarla, la filosofia del Vedanta? — non potei trattenermi dal domandare, brutalmente.

Ma un puritano anglo-sassone non capisce nonchè l’ironia neppure lo scherno: dopo essersi accertata, con precisa domanda, che le chiedevo se la scienza, cristiana fosse capace di fare operazioni chirurgiche:

— Sì — rispose tranquilla, tranquilla. — La fondatrice della Scienza Cristiana è riuscita anche nella chirurgia mentale. Ma occorre una straordinaria forza di pensiero, una incomparabile purezza di anima; e pochi ne sono forniti. Perciò la nostra santa fondatrice ha permesso ai suoi fedeli di servirsi di chirurghi per questi malanni.... — Tacque un istante; poi: — Vogliono conoscere a fondo la nostra dottrina?... Io potrei prestare loro il libro annunciato dall’angelo dell’Apocalisse, il libro della signora Eddy, il più grande libro, che sia stato scritto dopo la Bibbia.

Si levò ed uscì.

— È pazza da legare, — dissi beffardo, appena fu uscita.

Ma il Cavalcanti tacque un istante, pensoso; poi:

— Eppure — disse — una certa grandezza e nobiltà di pensiero....

— Cavalcanti, Cavalcanti! — gridai interrompendolo. — A furia di voler gustare, toccare, curiosare dappertutto, io non so che cosa lei non finirà di ammirare....

In quella la signora entrò con il libro annunciato dall’angelo: lo porse al Cavalcanti: gli diede anche una copia di Vivekananda, dicendogli che ne aveva due: e mentre il Cavalcanti sfogliava i due volumi, feci io in vece sua ufficio di diplomatico, per venire con la signora a conclusione. Incominciò tra noi una discussione, alla fine della quale la signora si dichiarò disposta ad ammettere il dottore nella cabina, a patto che non muovesse nessuna domanda al malato intorno al suo male; perchè questi discorsi avrebbero ravvivata nel cosidetto malato la falsa idea della malattia. Se aveva domande da fare, le facesse a lei, fuori della cabina. Dissi che avrei trasmesso al dottore questa proposta e speravo che l’avrebbe accettata.

Risalimmo nella sala da pranzo. Intorno alle tavole sparecchiate, il Rosetti, il dottore, l’ammiraglio, la Gina ci aspettavano chiacchierando e bevendo il gelato domenicale. Immaginarsi il dottore!

— Cose da pazzissimi! — sbuffò, adoperando per la prima volta, da quando lo conoscevo, il superlativo. — Non abbia paura, quella signora: visiterò il suo malato senza aprir bocca, come fossi un veterinario. Perchè proprio in questo momento mi sento veterinario.

Il Cavalcanti lo accompagnò come interprete: noi ridemmo un po’ di questa esplosione: scherzammo alquanto intorno alla scienza cristiana e alla «chirurgia mentale» della signora Eddy; sinchè, volgendomi all’Alverighi che non aveva detto parola sino ad allora:

— In America però — dissi con tono un po’ pungente — se ne vedono delle belle: non c’è che dire!

— Pochi pazzi ignoranti! — borbottò l’Alverighi, scrollando le spalle. — Chi li piglia sul serio?

— Quanto a questo, adagio! — risposi. — La «Cristian Science» ha moltissimi proseliti, e nelle classi alte e ricche. A Boston l’ho visitata anche io: hanno costruita una chiesa grande, direi ad occhio, poco meno di San Pietro; e una immensa sala; e degli scaloni; e pareti di marmo istoriate con i detti della signora Eddy e i detti di Gesù Cristo: accanto!

L’Alverighi si strinse nelle spalle.

— Il paese è così grande! C’è tanta gente! E tutti vogliono pensare con la propria testa, anche quelli che non l’hanno!

— Effetto della libertà — sentenziò l’ammiraglio.

— Inconveniente inevitabile — corresse l’Alverighi. Tacque un momento come esitando; poi: — Si fa presto, del resto, a ridere! — soggiunse.

— E che cosa dovremmo fare? — chiesi io sarcasticamente. — Convertirci alla scienza cristiana? Ricorrere all’Apocalisse come rimedio?

— Non dico questo, non dico — rispose un po’ infastidito e brusco l’Alverighi. — Dico che quando un uomo ammala, oggi, come ieri, come ai tempi dei Romani, se non muore guarisce: e allora la medicina dice che è merito suo. Ma anche i seguaci della signora Eddy sono persuasi, quelli che stanno bene, di dover ringraziare la dottrina che professano; quelli che sono malati, non dubitano che la scienza cristiana li risanerà; e quelli che sono morti, non sono più a tempo di provare la medicina scientifica, se avrebbe avuto miglior fortuna.

Ma allora tutti, tranne il Rosetti che tacque, insorgemmo vivacemente. Per giustificare anche le più pazze pazzie dell’America, l’Alverighi trascendeva sino a difendere la medicina sacra dei selvaggi e degli antichi, rifiorita per una incredibile aberrazione nel nuovo mondo. Ma a queste proteste l’Alverighi si stizzì.

— Ma non dimentichiamo — gridò — che l’America è il paese della libertà.... Se ci sono delle persone che preferiscono affidare a Dio la loro salute, piuttosto che alla medicina.... facciano il comodo loro. Cascherà il mondo, per questo? Che cosa ne dice lei, ingegnere?

L’Alverighi cercava l’aiuto del Rosetti, che dal silenzio egli poteva presumere pendesse più alla sua parte che alla nostra. Ma il Rosetti non rispose subito: lo guardò un momento, con un fare tra scherzoso e canzonatorio, e strappandosi la rada barbetta dal mento; poi:

— Io penso — disse — che l’uomo è un curioso animale.... Tutti i giorni una nuova, ha bisogno di almanaccarne!

E tacque. Tacemmo noi pure, un istante, guardandolo. Nessuno aveva capita questa vaga allusione. E il Cavalcanti lo sospinse a spiegarla, con un conciso: E cioè?

— L’uomo pretendeva una volta — ripigliò il Rosetti — che Dio non avesse di meglio da fare, che l’infermiere del genere umano. Adesso si è messo in capo che i suoi malanni li debba curare la scienza. Perchè poi e come, proprio non lo capisco....

Di nuovo tacemmo tutti, alquanto sorpresi. Parlò l’ammiraglio, ma solo dopochè si fu accorto che nessun altro parlava.

— Ma il perchè non mi pare che sia poi tanto difficile a trovarlo. La scienza studia il corpo umano, scopre le leggi che ne governano la vita, e quindi i mezzi per combattere la malattia e allontanare la morte....

Il Rosetti lo guardò e pizzicandosi la barbetta:

— Lei crede dunque — disse — che la natura obbedisca a quelle che noi chiamiamo le sue leggi e che le leggi della natura esistano? Ma è vero: me ne dimenticavo. Ne abbiamo già parlato. Lei è un comtista. Lei crede che la scienza sia vera....

— Confesso che ho sempre avuto questo volgare pregiudizio. Poichè tale sembra che sia....

— Precisamente — replicò il Rosetti. — E glielo dimostro. Che fa uno scienziato quando cerca la così detta legge o spiegazione di un fenomeno naturale? Semplifica ed ordina quanto più può. «Caeteris paribus», sceglierà la spiegazione e la legge più semplici. Ma perchè la spiegazione e la legge più semplici dovrebbero essere le vere? La realtà, si guardi attorno, le par forse che sia semplice, e che abbia sempre voglia di semplificarsi per farci piacere? La legge vuole che i fenomeni della natura siano costanti e uniformi: e la natura invece non è mai nè costante nè uniforme. Si potrebbe anzi dire, ed è stato detto, che a quelle che noi chiamiamo le sue leggi la natura non obbedisce mai, che anzi le viola sempre. C’è forse un solo fenomeno a cui una legge calzi a pennello? Gli scienziati stessi riconoscono di no. Dunque....

— Ma questo è il mondo alla rovescia! — gridò un po’ impazientito l’ammiraglio: mentre io pensavo tra me che il Rosetti passava davvero di rovesciamento in rovesciamento.

— Ma no — rispose il Rosetti tranquillamente. — Sono le ultime verità scoperte dalla filosofia moderna. Non ha letto lei un articolo pubblicato tanti anni fa, dal Le Roy nella «Revue de metaphysique et de morale»? Lo legga, e vedrà che la natura non è, come lei diceva, un grande ordine; questo è il suo errore: la natura è un caos eternamente mobile di imagini che vanno, vengono, ritornano, si sovrappongono, trapassano per gradi e sfumature dall’una all’altra, si mescolano, scompaiono, riappaiono, senza interrompere mai la loro infinita continuità che riempie l’eternità. Ed ecco sopraggiunge la scienza armata di un gran paio di forbici, e le caccia in questa continuità mobile e densa, e la ritaglia in pezzetti, la fissa, la assottiglia: discrimina, isola, semplifica, sopratutto ordina i fenomeni che nella natura tumultuano scapigliatamente in un meraviglioso disordine. È chiaro dunque che la scienza non solo non ci svela la realtà, ma ce la nasconde, dipingendola semplice ed ordinata: perchè quell’ordine meraviglioso che lei ammira nell’universo, non è nell’universo ma nel nostro spirito, come la semplicità: ce ne dipinge dunque una imagine falsa.... Quindi la scienza è falsa non solo, ma non esiste e non opera, se non quando e nella misura in cui la natura gentilmente si presta a lasciarsi semplificare, falsificare e imbrigliare dalle nostre leggi e spiegazioni e teorie. Lo so: gli uomini hanno fatto della scienza il factotum dei tempi nostri, come una volta Domeneddio; e le affidano tutti i còmpiti: come sarebbe curare le malattie, educare i giovani, vincere le guerre, arricchire i popoli, scrivere la storia, provare che Romolo non ha esistito, governare gli Stati, volare e nuotare sott’acqua, fotografare quello che non si vede, spiegare, domare e falsificare la natura, coltivare i campi, e perfino far le rivoluzioni.... Non c’è forse anche un socialismo scientifico? Ma son tutte fisime e storie dei nostri tempi. La natura non si presta mica sempre e con eguale condiscendenza a tutti i nostri capricci. Il Bergson ha ragione: la scienza ha per suo vero e proprio dominio la natura inanimata; non la natura vivente, che non si lascia nè semplificare nè mettere la museruola delle nostre leggi senza rivoltarsi....

L’ammiraglio disorientato esitò un momento; poi:

— Ma allora — disse — perchè, se la semplicità e l’ordine non esistono nella natura, noi vogliamo a tutti i costi introdurceli?

— Perchè ci fa comodo — rispose il Rosetti. — Semplificandola noi risparmiamo fatica al nostro cervello che è piuttosto pigro: uniformandone la varietà e fissandone la mobilità, noi ci mettiamo quasi direi degli occhiali che ci impediscono di vederne il gran disordine. Quel disordine che ci scoraggirebbe, se lo vedessimo quale è, dal proposito di dominarlo....

— Ma allora — replicò l’ammiraglio con una certa concitazione — la verità non sarebbe più che un’illusione. Noi chiameremmo vero quel che ci fa comodo; e mutando il nostro interesse anche la verità muterebbe....

— Sicuro.

— Ma non è possibile — esclamò con veemenza l’ammiraglio. — È assurdo. È....

— Si bisticciano? — mi chiesi.

Ma il Rosetti a questo punto, mutando tono d’improvviso, rise e con fare scherzoso:

— Su via, — disse — ammiraglio; non si inquieti! Queste cose che le vo dicendo hanno soltanto la faccia del paradosso. Ci pensi un momento: ma le par ragionevole che la natura abbia inventate le sue eterne e immutabili leggi e poi le abbia nascoste ben bene, perchè l’uomo e la scienza giuochino a rimpiattello con lei? Ricordi che l’altro giorno — cioè non può ricordarlo perchè lei non era presente, glielo abbiamo raccontato poi — il signor Alverighi, il signor Ferrero e il sottoscritto conchiusero dopo una lunga discussione che l’interesse è il motore segreto di tutte le nostre ammirazioni artistiche. Noi giudichiamo bello quel che ci è utile di giudicare tale. Orbene: l’interesse è anche la ragione del vero. Le leggi scientifiche, non son io che le dico queste cose, ma una autorità più alta, il pragmatismo, che è la vera filosofia americana, le leggi scientifiche sono nel nostro pensiero, e non nella natura; non esistono mica fuori o prima di noi, ma noi stessi le inventiamo per sfruttare la natura: e non per capirla e spiegarla, che non ce ne importa nulla: sono insomma strumenti per operare; macchine ideali, quasi direi, e servono infatti a fabbricare quelle macchine di legno e di ferro che sono in tanto odio alla signora Ferrero. Non mi venga dunque a dire che una legge scientifica è vera, perchè in sè è piuttosto falsa: è vera quando è utile perchè ci serve: è dunque l’interesse che ci fa vera la scienza, proprio come l’interesse ci fa bella l’opera d’arte. La scienza è istrumentale, dice il Bergson e dice bene: quindi una scienza è tanto più vera quanto più fedelmente ci serve. E quindi la medicina non si può dire scienza che per cortesia o per tolleranza: ma in verità è una mezza scienza. Ci sono nella natura delle sostanze che posseggono la strana e misteriosa virtù di alterare in qualche modo lo stato dell’uno o dell’altro dei nostri organi. L’alcool inebria. La cicuta e la stricnina uccidono. Il cloroformio e la morfina addormentano. La china spegne la febbre. La digitale eccita il cuore. Il mercurio.... Sapete tutti quel che può il mercurio. Benissimo. Delle sostanze con cui noi possiamo aiutarci nei nostri malanni, dunque ce n’è. Ma quanti sono i casi e le volte che il medico possa dire al malato, senza esitare, e senza forse: ingoia questa droga e sanai sano?

Ma l’ammiraglio non voleva cedere le armi.

— Ma no, ma no: — replicò ostinato — non c’è nessuna proporzione tra i servigi che una scienza può renderci e la somma di verità sicure che contiene. La medicina ci rende grandi servigi; eppure è una scienza incerta e malsicura, perchè deve studiare dei fenomeni troppo oscuri e complessi. La astronomia è una scienza inutile o quasi, praticamente: eppure quanto è più sicura nelle sue affermazioni della medicina! Non negherà che sia una scienza, e una scienza vera, anche se essa non ci serve a far quattrini....

— Lei crede dunque che la terra giri proprio intorno al sole? — chiese all’improvviso il Rosetti.

Trasecolammo tutti, per davvero, a questa uscita.

— Ma come! — gridò addirittura questa volta l’ammiraglio. — Il sistema copernicano non è dunque più vero, adesso? E da quando in qua, se le piace?

— Il sistema copernicano non è stato mai vero, — rispose il Rosetti con un fare così candido che anch’io, se non l’avessi conosciuto da un pezzo, avrei creduto parlasse sul serio. — Quando noi diciamo «la terra gira».... Ma anche questa volta non voglio essere io a parlare; voglio che parli in vece mia un grande matematico, il Poincaré.... Dunque, quando noi diciamo: la terra gira, intendiamo di dire solamente che per noi è più comodo di supporre che la terra gira e il sole sta: perchè se gira davvero, l’una o l’altro, non lo possiamo sapere: e non lo possiamo sapere perchè non possiamo conoscere lo spazio assoluto. Ci pensi un momento e se ne persuade subito.... Quando dall’alto di un campanile io guardo un uomo che attraversa una piazza, io posso dire che l’uomo si muove, perchè so di sicuro che il campanile e su quello il soggetto vedente stanno fermi. Ma l’universo, quando lo contemplo dalla specola del mio pensiero, è una piazza troppo ampia; e dove lo trovo in quella il campanile assolutamente immobile su cui salire? un punto a cui riferire il moto della terra, del quale io non possa supporre che esso invece si muova intorno alla terra? E allora? Allora ecco dopo il Poincaré, la Sorbona annunciare, per bocca del Tannery, a questi fanciulloni di contemporanei, che il sistema copernicano e il tolemaico non sono nè veri nè falsi, nessuno dei due, perchè noi possiamo riferire il movimento degli astri così alla terra come al sole, far girare il sole intorno alla terra o viceversa, senza che le loro posizioni rispettive mutino e quel che noi possiamo conoscere sono le posizioni rispettive. I due sistemi si possono dunque capovolgere a piacere l’uno nell’altro.... Capovolgere, rovesciare: sa, avvocato, quando lei incominciò a capovolgere il giudizio universale su «Amleto», perchè io capii subito? Perchè avevo già meditato sulla facilità di capovolgere l’universo di Aristotele in quello di Copernico. Come il sistema del mondo! pensai.

E tacque. L’ammiraglio era tanto disorientato che per un momento non pronunziò parola.

— Sono intontito — disse poi. — Ma allora, se i due sistemi sono rovesciabili, perchè per tanti secoli gli uomini hanno tutti creduto che uno fosse vero e falso l’altro? Perchè ci volle tanta fatica per operare il rovesciamento? Perchè non ci sono oggi degli astronomi tolemaici e degli astronomi copernicani, come ci sono, non saprei, dei materialisti e degli spiritualisti, dei classici e dei romantici?

Il Rosetti si alzò.

— Venga meco — disse — sul ponte. Glielo spiegherò. Così potrò anche fumare un sigaro; chè qui è proibito....

Ci alzammo tutti, per seguirlo: ma mentre stavamo per uscire comparvero il Cavalcanti e il dottore.

— Ho fatto il veterinario a dovere — disse il dottore. — Ha una polmonite, ma non grave. Il cuore è buono. Se la caverà.

— E la scienza cristiana scriverà nel suo libro d’oro un nuovo trionfo — rispose sorridendo il Rosetti.