VI.
L’umida soavità dell’autunno rinfrescava la notte. Incominciammo a passeggiare per il ponte, con il Rosetti nel mezzo: tutti zitti in principio, chè il Rosetti, acceso il sigaro, pareva abbandonarsi, in silenzio e pensando, alla prima voluttà del fumare. Da molti anni non l’avevo visto mai in tanto brio, sebbene non mi riuscisse di capire dove mirava la nascosta ironia di quel lungo discorso.
— Lei sa di certo, ammiraglio, — riprese dopo un poco — che parecchi filosofi e astronomi antichi avevano già affermato e cercato di dimostrare che la terra gira intorno al sole. Anche Copernico ebbe precursori e non pochi.... I Pitagorici, Aristarco di Samo, Seleuco di Seleucia.... Come mai allora gli antichi furono quasi tutti ciechi a questa verità luminosa, e tra i ciechi ci furono nientemeno che Aristotele ed Ipparco: proprio Ipparco, il più grande astronomo dell’antichità?... Per interesse. Proprio così. Per ammettere che la terra si muova nello spazio, occorre ammettere pure che le stelle fisse, tutte quelle innumerevoli fiammelle lassù, siano poste a una distanza così grande da potersi praticamente dire infinita: perchè se no, come spiegare che non abbiano parallasse annua, o per parlare più alla buona, che non si veda nessuno spostamento nella loro posizione apparente? In altre parole: per smuovere la terra, bisogna lanciarla alla perdizione, granello impercettibile in mezzo a una ridda frenetica di milioni di mondi consimili; ingrandirle intorno lo spazio sino ai confini dell’infinito. Ma i filosofi e gli astronomi antichi non se ne sentirono l’animo, perchè nell’infinito si sarebbe volatilizzata anche la religione, e quindi l’arte, la morale, lo Stato antico, che posavan tutti sulla religione. Gli Dei dell’Olimpo potevano, sì, sorvegliare dall’alto la terra; ma ad una condizione: purchè la stesse ferma sotto ai loro occhi, nel centro di un universo chiuso e delimitato; e non scappasse nell’infinito, a smarrirsi tra gli sciami degli astri senza numero. Il politeismo antico insomma richiedeva un sistema geocentrico dell’universo. E perciò gli antichi preferirono il sistema tolemaico: per un interesse; perchè gli Dei ci potessero fare più facilmente i gendarmi dei nostri vizi: e lo preferirono, sebbene fosse tanto arruffato, e la povera umanità dovesse scervellarsi per capirlo alla meglio. Chi ha letto Aristotele, Tolomeo o anche Dante, ne sa qualche cosa. Ma a poco a poco, il mondo si accorse di poter congedare la sua celeste gendarmeria: il monoteismo cristiano del resto — è un profondo pensiero proprio di Augusto Comte, ammiraglio — aveva incominciato già a volatilizzare la divinità: si cominciò dunque a desiderare una spiegazione dell’universo più facile, più comoda, meno faticosa: e apparve Copernico a riformare l’architettura dell’universo. Che fece il buon Copernico? Allontanò le stelle; ingrandì un bel po’ l’universo, e in questo universo ingrandito inchiodò il sole e fece girare in tondo la terra: raffigurò insomma, i movimenti degli astri e i loro rapporti, in una maniera molto grossolana sì, anche completata dalle leggi di Keplero: grossolanissima anzi, ma semplice, semplice, semplice. Molto più semplice che non quella tolemaica: più semplice però, non più vera, badi bene: e per questo trionfò: perchè l’uomo è l’eterno scansafatiche della creazione....
— Ma la semplicità è nel fenomeno, e non nella nostra testa, tanto meno in quella del grande Copernico — ribattè ostinato l’ammiraglio. — Noi lo comprendiamo, il fenomeno, perchè è semplice.
— No — rispose il Rosetti. — Lo comprendiamo facilmente, perchè l’abbiamo semplificato noi: tanto è vero che possiamo darne, volendo, una spiegazione più complicata, quella di Tolomeo.
— Ma la teoria di Tolomeo è falsa — disse l’ammiraglio.
— Se si suppone il mondo infinito.... forse — ribattè l’altro. — Ma è la sola possibile e quindi vera, perchè la sola che spiega l’apparente immobilità delle stelle, se si vuole, come gli antichi, limitare e chiudere l’universo!
— Ma il mondo è infinito, per Bacco! — affermò ancora più reciso, quasi aspro, l’ammiraglio.
— E chi glielo ha detto, a lei? L’infinito non che provare che c’è, noi non riusciamo nemmeno a imaginarlo....
Si fermò, si accostò alla ringhiera, volgendo la faccia verso la notte e levò il braccio verso il cielo scintillante di miriadi di astri.
— Che cosa c’è lassù, in quegli spazi? Quale distanza ci separa da quelle misteriose fiammelle? Chi le ha accese a quella distanza e come ardono sul fondo della eterna notte? Soli i nostri occhi frugano la notte inseguendo per ogni verso nella loro lontananza incalcolabile gli astri; o ci sono occhi appostati in ogni parte dell’universo, che incrociano gli sguardi attraverso gli spazi senza vedersi? Quanti miliardi di generazioni sarebbero necessarie, supposto che si potesse camminare a quella volta per un mare tranquillo e in una nave simile a questa, per giungere ad uno di quegli astri? E quando fossimo giunti a porre il piede sopra un pianeta che girasse intorno ad uno di quei soli, in quali mondi, così lontani da quelli come quelli da noi, che ora non vediamo, potremmo affisare gli sguardi? Ognuno di questi infiniti punti è dunque il centro di una sfera infinita?
Tacque un momento: ripigliò a camminare, seguito da noi, e proseguì:
— La mente si perde in questi pensieri sbigottita.... Invano tentiamo di misurare con il nostro corto pensiero questi immensi spazi dell’universo che ci circondano.... Se è impossibile concepire un universo chiuso e limitato, come quello d’Aristotele, perchè vien fatto di domandare: e al di là che cosa c’è?, impossibile è pure di concepire un universo infinito, un al di là che non si esaurisce mai. Noi siamo come attaccati a un piccolo angolo di uno spazio incomprensibile, e supponiamo che l’infinito esista, senza che possiamo nè immaginarlo, nè capirlo, nè dimostrarlo, solo perchè ci serve a spiegare più semplicemente i movimenti dei pianeti e l’immobilità delle stelle.
— Ho capito — interruppe con un fare infastidito l’ammiraglio. — Dopo l’arte tocca alla scienza: la scienza è falsa e quindi il progresso una mistificazione. Perchè di qui non si scappa. Augusto Comte ha ragione: l’idea del progresso è nata, tra la fine del seicento e il principio del settecento, dai primi trionfi della scienza. Quindi o il progresso è incremento del sapere, o è illusione.
— Difatti — rispose il Rosetti — è illusione: una illusione rovesciabile, come già avevo accennato l’altra sera. Se la scienza è istrumentale, come dice il Bergson, e ci serve a sfruttare la natura, e ci aiuta a fabbricare delle macchine, è chiaro allora: gli uomini e i popoli che non hanno bisogno di macchine, perchè non desiderano di far quattrini alla svelta, si disinteressano dalla scienza o non si interessano; e per costoro, per i Mussulmani ad esempio, anzichè la gloria e la forza del mondo, sarà un vano delirio del nostro piccolo orgoglio....
Per il labirinto di questa nuova disputa, eravamo ritornati, discorrendo, alla questione del progresso, incominciata quattro giorni prima e poi interrotta dalla tempesta. Difatti l’Alverighi, a sentir riparlare del progresso, balzò di nuovo in mezzo alla disputa:
— Noi però non siamo Mussulmani, grazie al cielo! — esclamando.
— È vero — rispose il Rosetti. — Ma e se lo diventassimo? Non mi faccia quegli occhiacci!... Intendo dire: se considerassimo un giorno la semplicità e la rassegnazione come i sommi beni della vita?
— Ma questo non accadrà mai! — esclamò reciso l’Alverighi.
— E perchè? — rispose il Rosetti. — Non abbiamo noi visto l’altro giorno che l’uomo può aver bisogno di tutto e che nulla gli è necessario? Che non c’è nessun criterio per decidere tra i bisogni umani quali sono legittimi e quali viziosi, quali obbligatori e quali facoltativi? Che perciò ha ragione tanto il mussulmano che odia le macchine, quanto l’americano che le adora? La furia di arricchire, di correre e di vivere a precipizio; la vita intensa, per parlare come Roosevelt, è più bella della vita semplice per lei, Alverighi, e per tutti gli uomini indemoniati come lei.... Ma per un filosofo epicureo? Per un pastore di Virgilio? Per un monaco del Medio Evo?...
— Ma i filosofi epicurei e i monaci del Medio Evo sono morti; e i pastori di Virgilio non sono mai esistiti.... — interruppe l’Alverighi. — Le pare che l’uomo possa smarrire un giorno lungo il cammino dei secoli il tesoro della scienza o dimenticare l’arte di costruire le sue macchine meravigliose? Che della tragedia dell’impero romano si faccia il bis, e non più nel piccolo Mediterraneo, ma sopra le due sponde dell’Atlantico addirittura? Il mondo dovrebbe rimbarbarire, allora....
— Come se il mondo potesse mai rimbarbarire! — replicò sorridendo il Rosetti. — Credi tu, Ferrero, per esempio, che anche nei tempi che sembrano a noi più calamitosi dell’impero romano, tutti si accorgessero che l’impero decadeva? No: non è vero? E per quale ragione? Perchè quella che a noi pare una grande catastrofe, se nuoceva agli uni, ad altri giovava: perchè all’antico ordine di cose seguiva un ordine nuovo, che a molti dava o prometteva o il pane o uno stato onorifico o il potere o la pace o il perdono dei peccati o il paradiso. Chiamiamoli pure secoli di ferro, se vogliamo: ma per conto nostro, non per conto dei contemporanei. Per esempio: io non so sino a qual punto gli artisti del basso impero, a cui l’altro giorno accennò il signor Cavalcanti, sentivano di essere da meno dei loro confratelli del I e II secolo. A ogni modo stia sicuro, avvocato: essi non si disperavano che non ci fossero più rivali così valenti a gareggiare con loro; e non erano a corto di buoni argomenti per dimostrare che ciò era bene. Del resto, quando discutete del progresso, ricordatevi sempre del dito mignolo di Leo! Leo ci ha mostrato come si fa per provare che il mondo va sempre bene, anche quando va a precipizio. Con un semplice rovesciamento si dimostra che i sandali sono perfetti e che il piede invece è sbagliato: che tutto quel che vediamo perire — anche se vediamo perire i principii più alti e più antichi di una civiltà — ha meritato il suo destino ed è bene perisca. Per esempio: la coltura letteraria è decaduta parecchio nell’ultimo secolo: ma chiedetene notizia a un giornalista che, in questa decadenza può spacciare a peso d’oro gli strafalcioni del suo foglio. Ma che decadenza d’Egitto: vi dimostrerà che è progresso — schietto, genuino, di zecca! Ma per l’appunto, o che cosa succede adesso con le macchine? La macchina non ha spente tutte le industrie della mano, a cominciare dal cotone e dall’India, come la signora Ferrero ci ha raccontato? Calamità immane per tutti quelli che ne vivevano: meraviglioso progresso per i fondatori delle industrie nuove. L’altra sera lei ha detto che una civiltà raffinata è una impostura: ma per un orefice o per un sarto di Rue de la Paix, stia sicuro, non c’è vera civiltà fuori di questa impostura. Noi contempliamo con orgoglio questi possenti transatlantici. Ma l’altro giorno un vecchio marinaio con cui parlavo sul cassero, mi diceva, scrollando le spalle: «Bella fatica navigare nel mare grande con queste carcasse di ferro! Navigare nel mare chiuso, con le vele, come facevamo noi, a vent’anni: allora sì che si conosceva e si faceva l’uomo di mare!» Più lo strumento è perfetto e meno cervello occorre a colui che lo adopera: il progresso dunque istupidisce gli uomini: tutto decade nel mondo, grazie al progresso, e tutto progredisce decadendo. La signora Ferrero ce lo ha dimostrato in quel suo bel libro sui «Vantaggi della degenerazione». Lei del resto, avvocato, ha già ammesso implicitamente tutte queste cose, l’altro giorno, quando ha detto che non ci può essere un criterio qualitativo del progresso, ma solo un criterio quantitativo. Noi abbiamo visto però che anche a voler scegliere il criterio quantitativo, presto o tardi ricaschiamo in un giudizio di qualità: quali bisogni sono legittimi e quali no. E questo nessuno lo può decidere. E allora? E allora, siccome lei aveva ragione di dire che un criterio qualitativo del progresso non c’è, bisogna conchiudere che non c’è nessun criterio del progresso — nè qualitativo nè quantitativo: che affermando il progresso o la decadenza di una certa cosa noi intendiamo dire che certi mutamenti operati in quella sono buoni o sono cattivi: ma un criterio sicuro, universale, imperativo con cui distinguere nel mondo, tutti d’accordo, lo zolfo dell’inferno dalla rugiada del paradiso, non sussiste: ognuno dunque definisce bene quel che gli giova, male quel che gli nuoce: tutti i nostri giudizi sulla bontà delle cose umane sono rovesciabili; quindi il progresso e la decadenza a cui crediamo sottoposte le cose, non hanno essere proprio e reale; sono, come il bello e il brutto, opinioni nostre; e ciascuno volge la sua alla parte del proprio vantaggio....
— Ma quel che lei dice, ingegnere, — replicò l’Alverighi — dimostrerebbe piuttosto che solo il progresso esiste, che il regresso e la decadenza non sono che apparenti. Dove ho letto questo pensiero, in questi ultimi tempi? In un libro recente, di sicuro.... Quel che è vitale veramente non può perire, perisce solo quello che è apparente, accidentale, caduco.... Della civiltà antica perirono le parti caduche, non quelle veramente vitali: queste si trasmisero come pensiero, istituzioni e attitudini acquisite: anzi vanno ricomparendo nei secoli.
— Lei avrebbe ragione — disse il Rosetti — se per distinguere le parti vitali dalle caduche, noi avessimo un altro criterio che il fatto: se perisce o resiste. Ma noi diciamo prima che solo quel che è vitale davvero si conserva: aspettiamo poi a giudicare che cosa era davvero vitale, di veder quel che si è conservato. Il giochetto è troppo semplice!
— Proprio come diceva un certo manuale di tattica, — interruppi io, — che una volta facevano studiare in Italia ai soldati: in battaglia vince il più forte; ma chi è il più forte si conosce dopochè ha vinto!
Il Rosetti sorrise; e riprese:
— Insomma il Bene e il Male sono una strana coppia, come il Bello ed il Brutto. Sono nemici; eppure stanno sempre insieme: sono opposti, eppure scambiano di continuo le maschere e invertono tra loro le parti: cosicchè come si fa a distinguerli? La vita è la commedia degli equivoci, per questo. L’uomo insegue il Bene: lo abbranca alla fine o crede averlo abbrancato: ahimè, la maschera lo aveva ingannato: era il Male! Fugge disperatamente il Male, corre, corre, perde il respiro, spossato si abbandona.... E guarda combinazione: è cascato nelle braccia del Bene! Osservate tutti gli opposti: l’Autorità e la Libertà, la Guerra e la Pace, la Ricchezza e la Povertà, la Vittoria e la Sconfitta, il Sapere e l’Ignoranza, il Lusso e la Semplicità, la Forza e la Debolezza, la Vita intensa e la Vita riposata; e poi decidete d’accordo, se vi riesce, quale è il Bene e quale è il Male. Chi giudica bene, o progresso, o civiltà — nomi tutti che sono sinonimi — l’uno di questi opposti e chi l’altro, argomentando come lo sospinge quale forza? Frugate bene: l’interesse! Ancora l’interesse, l’interesse sempre e dovunque, proprio come nell’arte e nella scienza: l’interesse, nome vasto che abbraccia cose diverse: l’inclinazione dell’indole, i bisogni innati e quelli acquisiti, la religione, i beni privati, la patria, lo Stato, l’ordine sociale a cui l’uomo appartiene, i puntigli dell’amor proprio, le stesse illusioni dell’ambizione, del desiderio e della speranza. Ma nessuno ha potuto ancora trovare un argomento definitivo che tronchi questa eterna disputa degli interessi, disputata dalle origini del mondo e nessuno ci riuscirà mai: e perciò l’uomo rassomiglia al cavallo che fa muovere la ruota del molino camminandoci dentro: a seconda che questo interesse o quello prevale, che questa o quella illusione o ambizione o aspirazione ha più forza, egli giudica Bene Progresso Civiltà, Male Decadenza, Barbarie, ora la Libertà ora l’Autorità, ora la Ricchezza ora la Povertà, ora il Sapere ora l’Ignoranza, ora il Lusso ora la Semplicità, ora la Vita intensa ora la Vita riposata. Lei non crede, avvocato, che noi potremmo farci Mussulmani: ma perchè? ai tempi in cui vince l’ardimento, l’audacia, l’operosità, perchè piccole ed energiche oligarchie dominano, seguono sempre i tempi in cui la moltitudine mediocre, detta legge e impone le sue virtù o i suoi difetti — li chiami come vuole: la semplicità, la rassegnazione, la moderazione dei desideri, la mediocrità degli averi. Come presso i Mussulmani. La vita oscilla, come un pendolo, da un opposto all’altro perchè i giudizi sulle qualità delle cose sono rovesciabili; e il Bene diventa Male, il Male Bene, se appena gli interessi fanno un piccolo sforzo per capovolgerli. Per qual ragione questo ritmo dovrebbe da questo momento essere sospeso «sine die» a profitto di chi? Se lo rammenti, Cavalcanti: l’uomo è simile al cavallo chiuso nella ruota girante: cammina, suda, sbuffa, si travaglia, crede di salire e di scendere, e invece è sempre nel luogo dove mosse il primo passo: e la lunga via percorsa, e le difficili ascese, e le discese precipitose, furon tutte solamente sogno e illusione....
— Ma allora — interruppe brusco l’ammiraglio — la vita non sarebbe che una immensa allucinazione dei nostri interessi, cioè delle nostre passioni....
— Degli interessi — rispose il Rosetti — che sono momentanei e si credono eterni; che sono diversi ed opposti e ciascuno si crede unico. Questa è del resto la conclusione comune di quasi tutte le filosofie più recenti. Di qui nasce che la vita è un divenire continuo, che si crede un eterno stare. Tutto è interesse e perciò illusione: dalla idea dello Spazio e del Tempo....
Ma la stupefazione dell’ammiraglio fu tanta, che gridò addirittura:
— Anche lo Spazio ed il Tempo! Inventati dagli interessi! Questa poi!
Il Rosetti pensò un momento, poi trasse l’orologio di tasca; e:
— Mancano pochi minuti a mezzanotte — disse. — Se continuassimo domani?
— È matto, — sentenziò asciutto e conciso, appena il Rosetti fu partito, l’Alverighi.
L’ammiraglio e il Cavalcanti non dissero nulla; e io pure, lì per lì, tacqui. Il Rosetti era un libero pensatore, piuttosto incline al positivismo, come tanti scienziati della vecchia generazione: quindi doveva ragionare per ironia, come spesso soleva. Ma aveva ragionato così serio, serrato e quasi veemente! Eran sei mesi che non lo vedevo: si sarebbe anche egli convertito, come tanti altri, in quel tempo, alla filosofia oggi in voga? Passeggiammo un poco in silenzio. Alla fine io dissi che scherzava.
— Ma dica da senno o per burla — troncò l’Alverighi — io non ammetterò mai che gli uomini consentiranno ad essere più poveri quando potrebbero essere più ricchi. Ve lo imaginate voi un san Francesco redivivo, e che non finisse a domicilio coatto?... O in manicomio?
— Io penso invece — obiettò il Cavalcanti — che non farebbe male alla Ragione umiliarsi ogni tanto un po’ e fare penitenza, insieme con tutte le Cupidigie e le Vanità del mondo moderno. C’è del buono, in queste idee.... Quel che mi turba però è la teoria dell’interesse.... Interessata la bellezza! Interessata la verità! Sempre ci ripenso, a questa idea; non riesco a capacitarmene interamente, e non so confutarla. È un enigma che non riesco a decifrare!
— E curioso è poi, — aggiunsi io — che queste teorie sian formulate dal più disinteressato degli uomini!