VII.
Dei tonfi sordi e lo scrosciare di una cascata mi svegliarono per tempo, il lunedì mattina.
— Piove a dirotto? — mi chiesi nella penombra del primo destarmi.
Poi capii che i marinai stavano lavando la nave. Era l’alba, dunque. Aprii il finestrino. Laggiù, ad Oriente, già si vedevano entro poche nuvole oscure rigate di fiamma le porte dell’aurora rosseggiare socchiuse ad un primo spiraglio, sull’Oceano ancora grigio di sonno. Richiusi il finestrino; cercai di riassopirmi, ma invano: sinchè mi risolvei a levarmi, quella mattina, con l’eterno risvegliatore del mondo. Quando uscii sul ponte, deserto e madido dei torrenti che i marinai versavano a piene secchie, le porte dell’Aurora erano ormai spalancate; il Sole era già uscito, ravvolto di fiamma purpurea, nel sereno firmamento; percosso da quella fiamma, l’Oceano rosseggiava nel mezzo, simile a un vasto lago di zaffiro attraversato da un fiume di fuoco. Una purezza incontaminata di luce novella, soave ed ardente, empiva l’aria, gli occhi, l’anima; e in quella il «Cordova» pareva gittare allegramente il suo fumo negro e andar più veloce, come in un mondo rinato; gioioso di essere finalmente uscito da tanta tenebra notturna in quella celeste beatitudine mattutina. Una sùbita voglia di poesia mi prese: ritornai nella cabina a cercare «Un libro di versi» di Olindo Malagodi che anch’io, come l’Alverighi, avevo portato tra i miei libri di viaggio; e sul ponte superiore deserto, in faccia al mare e sotto il cielo di zaffiro, in riva al gran fiume di fuoco che rosseggiava nell’Oceano, tra i marinai che svelti e scalzi finivano di lavare la nave, di nuovo mi smarrii in compagnia del poeta in quella strana natura, fantasticata a sentire umanamente con tanta originalità da una delle più vive immaginazioni e delle più squisite sensibilità di panteista che io conosca tra i poeti contemporanei: dipinta nel tempo stesso con così vivi colori e con così netto disegno a parer vera e viva. Fremetti agli arcani sussurri di ignote foreste:
.... E de la vita nuovo pellegrino,
io per la selva ancor sognando entrai
antica, e sotto le sue frondi errai
fresche di primavera e di mattino.
Dietro ad un canto errai misterioso
che dal profondo ad ora ad or chiamava....
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
O come dietro a te co’ sogni miei,
dedaleo canto, mi traesti avvinto!
Un dolce canto selvaggio
coll’immortale messaggio
entro la selva si desta;
e nota a nota risponde,
eco con eco si fonde
nel cuore de la foresta,
nel verde cuore del maggio....
Riudii la voce eterna della vita nel lene ed incessante mormorio delle fonti sparse per il creato:
Tutto è silenzio: sol la fonte s’ode
che non s’arresta....
Nel cuore, o vita, la tua fonte s’ode
che mai s’arresta.
Tutto tace e riposa:
sol la fonte segreta
a la notte obliosa
mormora, e cheta
con l’eterne fluenti
sue sorti, inavvertita,
nei muti cuor dormenti passa la vita.
Da quegli splendori mattutini la poesia ebbe forza a trarmi, sotto il gelido sguardo della luna, tra i pallidi fantasmi delle notti invernali:
Morta del cielo antica,
quale malia nemica
qui sulla terra piovi?
La vita t’ha sentita
tremando, e impaurita
ne gli ultimi suoi covi
s’è rattrappita, e informe
un cupo sogno dorme....
. . . . . . . . . . . .
S’è nascosta nei semi
sepolti, e con gli estremi
sogni ne’ chiusi cuori,
al soffio che l’attizza
gelido, coi bagliori
ultimi guizza....
Non nel mio cuore! Ed io
dietro di te m’avvio
per le perdute strade:
anima, cuor, pensiero
a sfida del mistero
che lugubre c’invade:
fra la spettral tua bruma
dove la vita sfuma,
ultima, incerta, lieve,
ne l’ombra che la beve
con alito di gelo;
io, spirto della vita,
fra la morte infinita,
tra il pallido sfacelo;
pur con mia breve sorte
vengo a negar la morte,
vengo portando in cuore
sotto il tuo scialbo scherno,
il rosso ardente fiore,
il fiore eterno!...
Mi tuffai e mi rituffai nel circolo della vita universale:
Roccia che ne’ millenni
sfidando stai!
Tu le immote perenni
forze mi dai!
Tu che scendi, o sorgente,
l’antica via!
L’assidua tua fluente
anima è mia!
Albero che sprofondi
le tue radici,
e spandi alte le frondi
nel sol felici;
per me ne le latèbre
cupe lavori,
mutando le tenèbre
in foglie e fiori!
O acque! o nubi! o venti!
o lembi azzurri;
o aneliti fuggenti,
ombre, sussurri;
voi pur per me traete
dal suol natio
le forme che mescete
a l’esser mio.
Rilessi «La canzone del fiume» e lo «Gioie Titanie»:
O terra, o dolce terra, e ancor non senti
sovra il tuo lungo sonno alto passare
un giubilo di nuove ali, squillare
un riso di tornanti ali sui venti?
Giungon dal mar, dal mar che si ridesta
ne le caverne sue rimormoranti....
Singolare ed originale poesia, nella quale il fantastico e il reale si mescolano e si sovrappongono di continuo; e le meditazioni sulla Vita si esprimono in coloriti paesaggi; e una melodia di metri insoliti, dolce e come velata, accompagna il fantasticare profondo, tra lirico e filosofico, di uno spirito isolatosi in compagnia di sè stesso nella vasta natura! Ritornavo a godermela, nelle sue più sottili sfumature, ogni volta che sentivo il desiderio di raccogliermi e fantasticare un poco fuori della realtà: ma quella mattina il godimento era più intenso e più puro.... In quel momento sentii quanto aveva ragione il Rosetti di dire che di solito l’anima nostra, quando ammira o crede di ammirare una opera d’arte, è carica e ingombra di partiti presi, di preconcetti di scuola, di preoccupazioni interessate, di puntigli d’amor proprio, che ne chiudono gli aditi al libero irrompere della pura bellezza. Ma sentii pure che nel verbo un po’ confuso e grossolano di Rosario si nascondeva una profonda verità: l’uomo poteva svuotare l’anima dì questi tormentosi ingombri; disinteressarsi dall’arte — come egli aveva detto; sentire non ragionare, come aveva detto anche il Cavalcanti: lasciarsi trascinare a occhi chiusi dal godimento vivo e spontaneo, non fermarsi a giustificarlo con un giudizio preciso ed esser poi tentato di rovesciarlo, questo giudizio: goder liberamente e lasciar godere gli altri come loro piace. Non era questo lo stato d’animo in cui mi trovavo? E mi sentivo così bene — forse anche perchè mi ero levato di buon’ora, invece di poltrire a lungo nell’angusta cabina — che mi pareva proprio di esser nello stato di grazia. E inebriato da quella luce e da quella poesia fantasticai: gli interessi non intorbidavano solo la bellezza, ma la verità, la giustizia, il bene: era questa la conclusione che già si vedeva comparire sul lontano orizzonte, nei discorsi del Rosetti: l’uomo doveva dunque cercar di purificarsi dagli interessi mondani e sociali, non nell’arte soltanto, ma anche nella scienza e nella morale; sforzarsi di entrar dappertutto in contatto immediato con la Vita, risalire ad abbeverarsi alle sue prime e più pure sorgenti. Questa doveva essere, la conclusione a cui il Rosetti mirava: non poteva essercene altra: ed era la conclusione a cui del resto tende da tante parti il pensiero contemporaneo. Ma come e per quale via? Quale tra le tante strade che sembrano condurre alle fonti schiette e pure della Vita sceglierebbe la nostra guida?
Ma lassù, sul ponte superiore, fui scorto a mezzo di questa fantasticheria da Orsola, quella siciliana che si diceva vittima delle amorose furie dell’intendente paulistano. Essa mi spedì un marinaio a dirmi che desiderava parlarmi: e sceso che fui mi raccontò come suo marito, uomo di poco cervello, consumasse i pochi spiccioli che ancora gli restavano giuocando e bevendo tutto il giorno in compagnia di Antonio e di quella «donnaccia». Quella donnaccia era Maddalena. Protestai che Maddalena era una povera malata, ridotta a mal partito.
— Ma lei non sa, signore....
E guardandosi intorno circospetta, mi raccontò sottovoce, come chi svela un segreto, che Maddalena aveva avuto un figlio, da un amante, mentre il marito era in America.
— E come lo sapete? Chi ve lo ha detto? — chiesi un po’ sorpreso.
— Tutti lo sanno, sul bastimento. E tutti si burlano di Antonio, per questo....
Mi pregò poi di intervenire presso Antonio, dicendogli di non tentar più suo marito a giocare con lui. Poi mi chiese se era vero, come si diceva, che quella signora che era con noi, e che era la più ricca dell’America, regalerebbe una grossa somma ai passeggeri più poveri. Smentii un po’ stizzosamente la stupida diceria; e risalii, chiedendomi per che canale la terza classe fosse stata informata della scappatella di Maddalena e dei miliardi della signora. Poco dopo trovai il dottor Montanari che mi diede una singolare notizia: da ventiquattro ore Maddalena si era fatta un agnello, seguiva docile docile tutte le sue prescrizioni, non era uscita dall’infermeria e di letto: Antonio non solo si era finalmente persuaso che sua moglie fosse gravemente malata, ma ora andava ripetendo dappertutto che Maddalena — poveretta! — era spacciata; che, sì e no, arriverebbe viva a Genova.
— Dice che glielo ha detto la sua signora! Cose da pazzi! Chi capisce che cosa mulina, macchina, intruglia di continuo, in quella sua durissima zucca, il signor popolo sovrano, è bravo!
Anche a me questo improvviso voltafaccia di Antonio parve strano. Comunicai la notizia alla mia signora, insieme con le confidenze di Orsola. E la mia signora scese subito all’infermeria, per veder Maddalena.... Ripresi a leggere il «Libro dei versi»; poi feci un giro per i due ponti; e sul ponte di sopra, a tribordo, trovai l’ammiraglio, il Cavalcanti, l’Alverighi, seduti a cerchio su dei seggioloni, e intenti a confabulare, intorno alla discussione della sera precedente, alla quale quella mattina, distratto dalla poesia, dalla bellezza dell’aurora, dalle chiacchiere di Orsola e del dottore non avevo più pensato. Aveva invece agitato profondamente i miei compagni; chè, dopo una notte di sonno, ne ragionavano quasi inquieti.
— Ma che un giorno, di nuovo, gli uomini si acconcino a viaggiare a piedi, in diligenza, a dorso di cavallo, alla vela — diceva l’Alverighi. — A vivere semplicemente!... Via: son cose che non si possono nemmeno pensarle.
— E perchè? — replicava meditabondo il Cavalcanti, il gomito del braccio destro appoggiato al bracciuolo del seggiolone e il pugno chiuso sotto la mascella. — Perchè l’uomo non avrebbe diritto di scegliere tra la ricchezza e la povertà, tra il lusso e l’austerità, tra il moto perenne e la quiete.... come ha diritto di scegliere tra il romanticismo e il classicismo, tra lo spiritualismo e il materialismo?...
— Ma sa lei — replicava l’Alverighi — quel che succederebbe il giorno in cui gli uomini non volessero più correre, lavorare, godere, senza ripigliar fiato, come fanno oggi? Lo sa? Le officine si chiuderebbero. Le città si vuoterebbero. Le terre chi le coltiverebbe più e a che prezzo si potrebbero vendere ancora? Le navi arrugginirebbero nei porti. Le banche....
Il Cavalcanti strinse le spalle.
— Se gli uomini — interruppe — si persuaderanno un giorno che sarebbero più felici....
— Dopo il fallimento universale? — replicò come fuori di sè l’Alverighi.
Ma il Cavalcanti non ebbe tempo di rispondere, che di mezzo entrò l’ammiraglio:
— Lasciamo da parte una ipotesi così catastrofica — disse — tuttavia che oggi gli uomini spendano e sprechino troppo, lo direi anche io. Che bisogno c’è, per esempio, di correre all’impazzata intorno al nostro pianeta, come facciamo? Chi corre per correre, non vedo in che sia più savio di chi sta fermo per non muoversi.... Ma è quel che il Rosetti dice della scienza, che non m’entra. Come? La legge sublime del progresso sarebbe una nostra fisima? Noi che tre o quattro mila anni fa vivevamo tremando, schiavi ignari, in balìa dei geni e degli Dei, di cui la nostra imaginazione aveva popolata la natura? Il cielo allora è un gran teatro dei burattini, per noi fanciulloni che siamo, dove i pianeti si possono far ballare a piacere? E che vuol dire quest’altra faccenda intorno al Tempo e allo Spazio?
— Il Tempo e lo Spazio sono i lembi del velo di Maya — disse con una certa solennità il Cavalcanti.
Ma la prima campana della colazione ci interruppe e disperse; e prima che la seconda suonasse, la Gina tornò dall’infermeria. Mi raccontò che Maddalena era a letto, ma contenta perchè il medico le aveva finalmente somministrato delle medicine; che queste le avevano fatto un gran bene; e che sperava di guarire prima di giungere a Genova! Aveva di certo obbedito, docilmente come sempre, agli ordini non del medico ma di Antonio, il quale poi chi sa per quale ragione aveva mutato parere.... Avevano chiacchierato insieme a lungo: anche Maddalena aveva chiesto se davvero la signora Feldmann intendeva di fare un regalo a tutti gli emigranti; e poi le aveva parlato di Orsola. Orsola, secondo Maddalena, era una donna pigra, buon’a nulla, maligna e intrigante, che si divertiva tutto il giorno a metter male con infiniti pettegolezzi tra i suoi compagni di viaggio: era scappata d’America per i debiti; a tutti a bordo era in uggia. Delle persecuzioni dell’intendente paulistano invece Maddalena non sapeva nulla; segno che con i suoi compagni di viaggio Orsola non ne parlava. Maddalena aveva invece aggiunto che civettava e assai con un giovane operaio abruzzese.
Questo racconto fece, come era naturale, una viva impressione su me. Ma la seconda campana ci chiamò a colazione. Ritrovammo il Rosetti, che nella mattina era rimasto nella cabina, a scrivere le sue consuete note di viaggio; e l’ammiraglio subito gli chiese di spiegargli quale interesse muoverebbe gli uomini a inventare lo spazio e il tempo.
— Lei ha studiata — gli disse il Rosetti — la geometria nella Scuola Navale: ma l’ha studiata per imparare a compiere certe operazioni dell’arte sua; e quindi non l’ha studiata disinteressatamente. Così fanno tutti, del resto! E così feci pure io, sinchè insegnai la matematica e la fisica nel Politecnico di Buenos-Aires ed esercitai laggiù la professione di ingegnere. Ma a quarantacinque anni tornai in Europa, e mi misi a studiare, non più per procacciarmi ricchezze, onori, fama e potere, ma così, per passare il tempo, e quindi disinteressatamente. E sa che cosa mi capitò allora? Che un bel giorno scoprii che oltre quella di Euclide c’erano parecchie altre geometrie, inventate in Germania, naturalmente; una geometria, per esempio, che si permetteva di tirare da un punto, non una, ma parecchie parallele ad una retta data; e un’altra, che tra due punti tirava non una sola, ma un infinito numero di rette! Qual’è la vera? mi chiesi allora, rabbrividendo all’idea di aver insegnata all’Argentina una falsa geometria. Anche questa volta però fu il Poincaré che mi trasse dall’impiccio e mi aprì gli occhi. Il Poincaré ha dimostrato che la geometria è un tempio della necessità logica, architettato stupendamente, ma destinato a restar vuoto in eterno. Per parlar più alla buona: gli assiomi della geometria non sono nè veri nè falsi; sono convenzioni arbitrarie; e ogni geometria può sceglierli a piacere, come vuole, senza altro obbligo che di cercar quel che segue, se quel tale assioma è ammesso per vero: in conclusione dunque non ci sono nè geometrie vere nè geometrie false: ma geometrie più o meno comode a certi scopi. La geometria di Euclide serve a misurare la terra e a costruire le macchine: quindi avevo fatto bene ad insegnarla a Buenos-Aires, in una scuola di ingegneri: quelle tali altre geometrie, servono invece a diventar professore di Università, membro delle più famose Accademie di Europa e magari senatore del Segno d’Italia: non avendo ambizioni di questa fatta, non ero obbligato a professarne nessuna. Quindi grazie alla pensione largitami dal governo argentino e ai pochi miei desideri, io potevo ormai vivere al disopra di tutte le geometrie; al disopra cioè dello spazio: il che è un privilegio degli Dei, mi pare....
— Ma allora — rispose l’ammiraglio, con un tono alquanto ironico — la geometria farebbe il paio con la filosofia della guerra. Lei sa che cosa è la filosofia della guerra? Quando una guerra è finita tutti si fanno avanti per spiegare ai vinti perchè furono vinti. I preti dicono che furono vinti, perchè in paese scarseggiava il santo timor di Dio; i maestri, perchè c’eran troppi analfabeti; i meccanici, perchè gli ordigni di guerra non erano abbastanza perfetti; gli scienziati, i poeti, gli artisti, perchè lo Stato tributava poco onore alle lettere, alle scienze e alle arti.... Ciascuno scopre una ragione; cioè tira l’acqua al suo mulino.
— Su per giù — rispose il Rosetti. — Almeno sinchè non riusciamo a considerare disinteressatamente lo Spazio ed il Tempo. Perchè anche il Tempo — non si faccia illusioni — è stato inventato dall’interesse. L’uomo si è illuso di poterlo misurare, traducendolo in movimento; ma come? Supponendo che il pendolo compia sempre in un tempo eguale eguali oscillazioni, o un egual numero di oscillazioni. Ma questo noi lo supponiamo perchè ci fa comodo; perchè, se no, non potremmo darci degli appuntamenti: senza nessuna prova però. Per verificare questa supposizione bisognerebbe accertare che le oscillazioni del pendolo sono sempre eguali: ma dove è la misura, con cui accertarlo? La rotazione della terra, mi direte.... Se durante due intervalli di tempo la terra ha girato intorno al suo asse di un angolo eguale, che possiamo misurare con l’astronomia, noi diciamo che quei due intervalli sono eguali. Ma supponendo di nuovo che il movimento di rotazione della terra non si affretti e non si rallenti mai: supposizione gratuita anche questa, che non possiamo verificare se non misurando il movimento della terra coi nostri orologi in mano, che viceversa poi son quelli il cui movimento devo essere misurato alla stregua della rotazione terrestre! Insomma noi vogliamo controllare gli orologi sul movimento della terra e il movimento della terra sugli orologi: un circolo vizioso da bambini; quali noi siamo! No, non ci sono orologi che vanno bene ed orologi che vanno male, se non per gli orologiai che pretendono di saperli aggiustare e che campano su questo pregiudizio della moltitudine. Ma chi si innalza al disopra del Tempo volgare diventa un semidio, eternamente giovane; perchè sa che non invecchia più, che la vecchiaia come il tempo è una illusione....
Il Rosetti conchiuse così, sorridendo. E tutti ridemmo, anche l’ammiraglio, che:
— Ahimè! — disse. — Alla mia età vorrei poter convincermi di questa bella verità. Ma non ci riesco.
— Perchè — rispose il Rosetti — lei è interessato....
— E che interesse avrei, io, a credere la geometria vera piuttosto che falsa? Non ci guadagno nulla. Non sono mica un professore di matematica....
— Tra gli interessi — rispose il Rosetti — occorre annoverare anche la affezione nostra alle opinioni radicate in noi dalla prima educazione.... E lei è un comtista.
L’ammiraglio non rispose; e il Cavalcanti ripetè sotto voce:
— Il Tempo e lo Spazio sono i lembi del velo di Maya....
Era la seconda volta che il Cavalcanti ricordava la Maya.
— Lei ha letto il libro di Vivekananda, questa mattina — dissi.
Sorrise e confessò che la sera prima, pieno ancora la mente dei discorsi del Rosetti, si era ritirato nella cabina e aveva, prima di addormentarsi, sfogliato il libro della signora Eddy ma lo aveva trovato noiosissimo e gittatolo dopo poco; poi il libro del filosofo indiano, prestatogli dalla signora Yriondo. Ma su questo di pagina in pagina aveva vegliato sino all’alba, parendogli di sentir una voce soave e invisibile continuare nella notte, alta sovra il suo capo, i discorsi del signor Rosetti sino alla conclusione definitiva; guidarlo spedito per i laberinti della realtà alle porte dell’ultimo e mistico e fulgido Vero, a cui tanti spiriti capitano per caso, dopo mille erramenti. Quale era la conclusione di tutti i discorsi che avevamo fatti intorno alla bellezza, alla verità, al progresso, alla civiltà, alla barbarie, senza riuscir mai a metterci d’accordo per definire una sola di queste cose? Che ogni singolo io è la misura dell’Universo; quindi il mondo non è quale lo vediamo e non lo vediamo quale è: ciascun uomo lo vede come gli piace vederlo. E questo è il principio da cui muove il vedantismo, il quale però dal principio cava tutte le conseguenze: e quindi afferma che tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Ogni cosa è grande ed è piccola, è buona e cattiva, è bella ed è brutta: ogni verità è falsa ed ogni menzogna vera; il vizio e la virtù, la colpa e l’innocenza, l’onore e l’infamia, la luce e le tenebre, la ricchezza e la povertà, la vita e la morte, la infinita varietà del mondo sulla quale i nostri occhi credono di posarsi, non sono che apparenza, illusione, miraggio. E l’uomo sbugiarda alla fine l’amaro inganno ed elude le sottili insidie della varietà, dopo mille fatiche e pericoli, quando capisce che, come le onde ricadono sempre nell’unità dell’Oceano, così l’infinita varietà del mondo si riconfonde nella eterna immobilità dell’Universo, eguale a sè stesso in ogni sua parte e membro; e perciò immortale, e perciò sereno, e perciò senza dolore, esente da morte, senza passione; lago di eterna felicità, mare di calma infinita, unità pura senza forma e mutamento, e perciò perfettissima.
Tutte queste cose furon dette con bella forma e gran fervore. Ma l’Alverighi:
— Morale! — sghignazzò beffardo, anzi impertinente. — Un soldo e un milione valgon lo stesso: la differenza è una illusione.
— Valgon lo stesso, secondo Vivekananda, — rispose il Cavalcanti senza scomporsi — per il savio che possiede la saggezza suprema.
— Io preferisco possedere una lega di buon campo nella Pampa — ribattè l’altro.
Intervenni a questo punto; e dissi che il Vedanta era una dottrina grandiosa e sublime ma sterile, come l’Oceano o come il deserto. Essa avrebbe annientata l’energia delle nostre razze, che hanno conquistata, a prezzo di tanto sangue, la libertà, per poter variare all’infinito le forme del mondo, non già per sprofondarsi nella eterna immobilità del Tutto. Esposi poi i pensieri che avevo ruminati alla mattina: certo poichè gli interessi mondani e sociali intorbidano la Bellezza, la Verità ed il Bene, bisognava purificare dagli interessi il mondo, ma non distruggendolo, come con troppo disperato eroismo proponeva il vedantismo. E conchiusi, volgendomi al Rosetti, che egli non ci aveva ancora detto quale fosse per lui il procedimento migliore di purificazione; ma che certo non poteva essere quello suggerito dal filosofo indiano.
Ma con gran sorpresa mia e di tutti, il Rosetti rispose che il Cavalcanti aveva ragione; e che la nostra civiltà scivolava senza accorgersene sulla china del vedantismo.
— Sarei dunque vedantista anche io? — chiese ridendo l’Alverighi.
— Lei più degli altri — fu la risposta.
Ma fischiando il mezzogiorno, la macchina interruppe il discorso. Ci levammo da tavola e ci disperdemmo. Io mi recai a leggere sulla carta, che avevamo toccato il 23º grado e 36º minuto di latitudine, il 17º grado e il 30º minuto di longitudine: poi mi ritirai per la siesta pensando al Cavalcanti e a Vivekananda, ma punto maravigliato che questo diplomatico, nato nella India nuova, nel Brasile equatoriale, si fosse acceso di così subito fervore mistico innanzi all’Eterna Immobilità del Tutto, contemplata sotto i tropici dell’India antica dai savi. Il Cavalcanti era un mistico inconsapevole, nutrito di idee occidentali disformi dalla sua natura: ma non potei a meno nel tempo stesso di pensare quanto arruffato e confuso è il mondo ormai, con tante idee e popoli in giro per la terra senza riposo! Dopo la siesta, nel pomeriggio, scesi nella terza classe per parlare con Antonio. Desideravo scandagliare per mezzo suo l’opinione della terza classe intorno ad Orsola. Lo trovai di fatti nel refettorio della terza classe, intento a giocare con un giovane bruno. Interruppe la partita e uscì meco fuori all’aperto; ma quando tanto per avviare il discorso gli ebbi esposti i lagni di Orsola, con un fare risentito:
— Io? — disse. — Io, invito a giocare suo marito? Ma se è lui che viene sempre a cercarmi per passare un’ora lontano da quella vipera di sua moglie....
— Vipera? — dissi io. — E perchè?
Tacque un momento e poi invece di rispondermi con aria tra irritata e sprezzante:
— Ma vuol sapere, perchè quella donna sparla di me così? Perchè io dico sempre il fatto suo a quell’imbecille di suo marito.... Tutto deve far lui, perfino il balio e il bambinaio; lei non fa un passo, non un gesto; tutto il giorno sta seduta a sparlare dell’uno e dell’altro.... Si chiama essere un uomo questo? Quando la donna porta i calzoni, la casa va in rovina. L’uomo deve essere un uomo.
Non avevo alcun argomento da opporre a così maschio aforisma: lo secondai anzi: e così a poco a poco gli feci ripetere e amplificare di nuovi particolari quel che Maddalena aveva già raccontato alla mia signora. Mi affermò senza alcuna esitazione che Orsola e suo marito erano due fannulloni; che lei era ancora più inetta e pigra di lui; e che perciò avevano meritata la loro sorte. Allusi vagamente alla storia dell’intendente: neppure Antonio ne aveva sentito parlare; e quando gliela ebbi raccontata in succinto:
— Ma che intendente! — disse. — Piuttosto è lei, qui, sul vapore, che cerca di far girare la testa a quel giovane abruzzese, con cui stavo ragionando. È un buon giovane; ma non ha fatto fortuna e ho paura che non la farà. Non hanno giudizio, questi giovani. Io cerco di dargli qualche buon consiglio....
— Dai anche dei consigli adesso, don Antonio?
Gli chiesi infine di Maddalena. Ma tranquillo, impassibile, come se avesse dimenticato quel che mi aveva detto nei giorni precedenti e parlasse di una persona qualunque:
— Sta male, molto male. Non c’è più nessuna speranza, mi ha detto il dottore. L’ho fatta mettere a letto, tanto perchè soffra meno....
Risalii sul ponte, dove incontrai la signora Feldmann. Era tranquilla; e spontaneamente riprese a ragionar del marito. Mi disse che era sempre stato molto geloso: e non solo per amore, ma anche per una specie di istinto violento di proprietà.
— Ha l’istinto dell’accaparratore: vuol tutto lui, quando vuole. Io ero una cosa sua.
Mi disse che l’ammiraglio le aveva riferito che anche a lui avevo detto di non ritenere per vera la diceria del divorzio. Confermai che così pensavo, e ripetei:
— Almeno se non c’è di mezzo un’altra donna!
— Oh di questo sono sicura, sicurissima, — mi rispose con un sorriso malizioso, che lì per lì mi parve strano.
Frattanto, eravamo arrivati in fondo al ponte, alla ringhiera che guarda sulle terze classi: e ci fermammo, guardando il mare. Un stormo di pesci volanti frullò bianco da onda ad onda, e disparve: la signora fece un piccolo grido di gioia; poi volgendo intorno gli sguardi per la vastità dell’Oceano:
— Come è tranquillo e possente! — disse. — Io non so perchè i poeti dicano il mare infido. A me, mi rassicura, invece. Mi sembra un gran vecchio sicuro e leale, che ci porta sulle sue spalle possenti verso la terra e la casa.
Tacque un momento, sopra di sè; poi:
— Domani però saremo alle Canarie!
Frattanto con la coda dell’occhio io avevo visto, nelle terze classi, un emigrante, poi due, poi tre, fermarsi a pochi passi, la faccia in aria, a guardare la signora; sussurrar qualche parola tra di loro; far cenno a destra e a sinistra: uomini e donne accorrere.
— Guardi! Quanti ammiratori! — mormorai alla signora. — Son qui per lei, ma non estatici davanti alla sua bellezza, sa, non si illuda; a bocca aperta innanzi ai suoi milioni!
— E che cosa ne sa lei? — mi disse facendomi le boccuccie, come offesa.
— Lo so, lo so. Ci vuol pazienza, signora. La moltitudine una volta ammirava i cardinali, i principi, i re, il papa: oggi tocca a loro, gran signori dell’America Una volta per uno.... Lei fa qui la figura di un cardinale!
Il paragone la fece ridere: abbassò sorridendo gli occhi sul piccolo assembramento che li levava verso lei contemplando; si lasciò guardare e ammirare con tranquilla disinvoltura e non senza una certa compiacenza; scorse due bambini; cercò dei cioccolattini nella borsa e li gettò; poi volse le spalle per ripigliar la passeggiata sul ponte.
— E a noi butta qualche marengo, almeno! — gridò una rozza voce, in rozzo piemontese.
Qualcuno sghignazzò, altri protestarono: non potei veder quel che successe, perchè dovetti seguire la signora che si era mossa. A metà del ponte ci incontrammo con il Vazquez, che salutò la signora e sospirando:
— Se fosse il «Mafalda», domani arriveremmo a Genova e non alle Canarie! L’ho fatta grossa a pigliar questo battello! Ma l’avvocato l’ha voluto.
Ragionammo un po’; poi ci separammo. Di lì a poco il Cavalcanti mi lesse dei brani di Vivekananda; ragionammo a lungo della singolare uscita del Rosetti. Egli l’approvava: io dissi che il Rosetti parlava per ironia, mirando altrove: ma dove? Passò in fretta l’Alverighi; e:
— Contemplate l’immobilità del Tutto? — disse ridendo. — Son proprio curioso di sapere come mai io sarei diventato vedantista!
Il Cavalcanti mi raccontò di aver finalmente scoperto che tutte le dicerie intorno alla signora Feldmann e alle sue ricchezze erano messe in giro da Lisetta, la cameriera. L’aveva sorpresa, poco prima, a raccontare in gran segreto alla bella genovese e alla moglie del dottore di San Paolo come la signora avesse un bagno d’oro massiccio, dove ogni giorno essa tuffava il suo bel corpo in un’acqua in cui erano state profuse cinquecento lire di non so più quali preziosissimi aromi e che a ogni viaggio essa soleva dare alla fine una festa e fare un regalo prezioso a tutti i passeggeri.
Ma la discussione, interrotta alla mattina, ridivampò verso la fine del pranzo, dopochè avemmo ragionato a sazietà della salute del signor Yriondo e dell’imminente arrivo alle Canarie. Al caffè l’Alverighi pregò in tono di scherzo il Rosetti di spiegargli come mai egli fosse vedantista senza saperlo. E il Rosetti subito lo soddisfece.
— Ma non ci ha persuasi, proprio lei, che ogni singolo uomo è la misura infallibile e insindacabile del Bello e del Brutto? che deve difendere con tutte le forze questo suo quasi divino diritto? Senonchè quale ragione ci sarebbe di non andare più oltre e di non chiederci: e perchè solo del Bello e del Brutto, e non anche del Vero e del Falso, del Bene e del Male? E noi difatti abbiamo, seguendo le sue orme, illuminati tutti i criteri che ci servono a giudicare le qualità delle cose: non solamente se sono belle o se sono brutte, ma anche se son vere o se son false, se sono buone o cattive, e quindi anche a giudicare il progresso e la decadenza, la civiltà e la barbarie, altrettanti nomi diversi per dire che certi mutamenti sono buoni o cattivi. E abbiamo scoperto che tutti questi criteri sono personali, rovesciabili, mutevoli, perchè dipendono dai nostri desideri e dai nostri interessi; che non uno solo è eterno, universale, imperativo. Ogni uomo è quindi la misura dell’universo, come ha detto lei, Cavalcanti. Ma di qui nasce, mi pare, che tutte le differenze che noi vediamo nelle cose, e per cui lodiamo come belle certe cose e spregiamo come brutte certe altre, definiamo queste buone e quelle cattive, affermiamo che le une sono vere e le altre false, sono apparenti; poichè dipendono da noi e dai nostri stati di coscienza, che semplici o compositi, primigeni o derivati, mutano di continuo, di ora in ora, come muta di colore un fiume che va: e se le differenze delle cose sono apparenti, il mondo è sempre identico a sè medesimo. A che scopo dunque ci sforzeremo di smuoverlo dalla sua sublime impassibilità, di alterarne la invulnerabile identità? E che cosa è l’energia delle nostre razze, che credono di rifar l’universo in forme sempre nuove; che cosa sono le nostre macchine, la nostra scienza, il tanto vantato progresso, e perfino le bramate ricchezze, se non l’illusione del cavallo che volgendo con i suoi piedi la ruota crede di correre per il vasto mondo e non fa un passo avanti? Certo al mugnaio importa assai che il cavallo cammini anche se non fa strada, e gli macini il grano: ma esso, il povero cavallo, se potesse togliersi alla tirannia del mugnaio, uscirebbe dalla ruota e si adagerebbe per terra in dolce quiete. Così l’uomo moderno gira nella ruota del progresso, dove lo hanno chiuso la cupidigia, la smania del lusso, l’orgoglio della ragione imbaldanzito da qualche piccolo successo, una oligarchia potente e cupida: e li si illude di camminare verso una meta lontana mentre è sempre nel luogo medesimo. Chè non altro è il progresso moderno! Ha letto l’acuto libro di Giorgio Sorel su le «Illusions du progrès»? Io non capisco dunque per qual ragione l’uomo non dovrebbe un giorno uscire anche da questa rota infernale. Non sono giunti, come lei ci ha detto, i tempi della libertà? Non ha lei denunciate con ardente eloquenza le oligarchie intellettuali della vecchia Europa, che vorrebbero asservire gli uomini alla loro ambizione e cupidigia, dando ad intendere che esse conoscono il modello unico della perfetta bellezza e posseggono il tesoro della assoluta verità? Non ha lei magnificata la bella rivolta dell’uomo moderno, che rivendica a sè stesso il diritto di crearsi il proprio criterio e modello della bellezza, seguendo l’intima voce della coscienza, libero da imposizioni, immune da violenze? Ma a che ci servirebbe esserci sottratti al giogo di quelle antiche oligarchie di filosofi, di critici, di esteti, di giuristi, di professori, di teologi, se caschiamo in balia di una oligarchia di banchieri, di fabbricanti di macchine, di scienziati e inventori insaziabili, che mirano a conquistare l’impero del mondo, dando a credere agli uomini che essi conoscono quale è il vero progresso, che posseggono nientedimeno che la nuova pietra filosofale: la introvabile definizione del Bene assoluto? Libertà, libertà! L’uomo non deve conquistare solamente il diritto di godersi liberamente, a quattr’occhi con sè medesimo, la bellezza: ma anche il diritto, non meno divino, di scegliersi il giusto e savio modo di vivere, libero da imposizioni di interessi e di oligarchie tiranniche, all’aria aperta, fuori della ruota del progresso.... E il giorno in cui l’uomo sia scappato da quella infernale, macchinosa e sgangheratissima ruota del progresso capirà che è vana e mortale illusione correre per non stare, affaccendarsi per non oziare, bramar la ricchezza per non essere poveri: cercherà di disinteressarsi non solo dall’arte, come ella diceva, ma dalla scienza, dalla ricchezza, da tutto: perchè non c’è ragione di disinteressarsi da una illusione, per invischiarsi in un’altra: si rifugierà nel Nirvana, nell’Atarassia, nell’Estasi.... La civiltà delle macchine svaporerà dal mondo, signora Ferrero, in una grande estasi....
Se nel tono del discorso pareva infuso un soffio leggero di ironia, il ragionamento filava diritto e rigoroso. Anche l’Alverighi ristette un istante come interdetto, e poi non seppe rispondere se non:
— Ma pensi, ingegnere; ma pensi! Che rivoluzione sarebbe! Altro che la Rivoluzione Francese!
— Senza dubbio, — replicò senza titubare il Rosetti. — Anzi la sola vera rivoluzione. Io rido quando sento i socialisti dire che vogliono rovesciare la potenza del capitale con le dottrine di Carlo Marx! Essi, che proclamano primo dovere del popolo moltiplicare i suoi guadagni e i suoi bisogni! L’impero del capitale non rovinerà che il giorno in cui il popolo prenderà in orrore i lussi e gli sprechi e i piaceri e i vizi, che le classi alte gli inoculano, per rinfacciarglieli poi, dopo che hanno battuto moneta con quelli.
— Ma non è possibile, non è possibile — ripetè più vivacemente ancora l’Alverighi. — Può lei neanche per un momento supporre che un uomo voglia restare povero quando potrebbe esser ricco? Guadagnar la metà piuttosto che il doppio?
— E perchè no? — rispose il Rosetti. — La povertà fu giudicata buona e salutare da infinite generazioni. Il cristianesimo l’ha santificata addirittura....
— La volpe e l’uva acerba! — disse l’Alverighi. — Era troppo difficile allora arricchire! Ma dopo l’America e le macchine....
— Anche oggi però — osservò il Rosetti — chi vuol guadagnar molto, deve lavorare assai. E non a tutti gli uomini questa fatica incessante della mente è piacevole: ce ne son molti che, se potessero, amerebbero meglio di lavorar meno, pur essendo più poveri.
— Se potessero! — colse al volo l’Alverighi. — Ma non possono.
— Perchè gli altri comandano....
— Come è giusto!
— Giusto? Ma e la libertà? Perchè protesta allora contro le oligarchie intellettuali dell’Europa, se poi....
— Ma — interruppe l’Alverighi — le oligarchie che impongono il progresso alla moltitudine, giovano anche a questa, poichè la arricchiscono, contro sua voglia, a suo marcio dispetto. Gli operai volevano pur rompere le macchine, in principio; e quanto le maledirono! E le macchine hanno fatto dell’operaio il re, anzi il tiranno del mondo.
— Gioverebbero, — rispose il Rosetti — se l’arricchire fosse un bene in sè. Ma può essere una cosa buona o può essere una cosa cattiva.... Così.... Conforme....
— Ma non le par ragionevole, giusto, naturale, che gli arditi e i forti comandino ai deboli e ai timidi?
— Se vogliamo conquistare in poco tempo molte ricchezze, sì. No: se vogliamo contemplare l’eterna immobilità dell’universo....
— Ma se l’uomo avesse perso tutto il suo tempo a guardarsi l’ombelico o a contemplare l’immobilità dell’universo, che è la stessa cosa, il mondo sarebbe ancora come mille anni fa....
— Il progresso è una illusione: si ricordi del dito mignolo di Leo! — disse il Cavalcanti sorridendo.
— Ma la forza, il sapere, la potenza, la ricchezza....
— Illusioni, illusioni — ripetè il Cavalcanti — Perfino il nostro corpo è una illusione.... Dello spirito mortale, come dice la signora Yriondo!
— Ho capito, — disse sarcasticamente l’Alverighi. — Anche i milioni, anche le case, le terre, le ferrovie, questo vapore, l’oro e l’argento, sono illusione; il velo di Maya....
— Sono illusioni — interruppe il Rosetti — poichè non hanno nessun valore per chi non ne ha bisogno.
— Lo ha detto anche lei: — aggiunse il Cavalcanti — se un movimento mistico si divulgasse nella moltitudine, quasi tutte le nostre ricchezze anderebbero in fumo....
L’Alverighi tacque un istante, la faccia risentita, l’occhio acceso: poi incrociò le braccia, si protese avanti sulla tavola sparecchiata; e guardando insieme il Cavalcanti e il Rosetti:
— Ma sapete che cosa ho da dirvi, tanto per conchiudere? — disse. — Perchè abbiamo chiacchierato abbastanza, mi pare. Debbo dirvi questo: che voi e tutti i filosofi del mondo potrete scervellarvi sinchè volete, per dimostrare che la ricchezza è un sogno, un’illusione, un delirio: ma gli uomini continueranno ad andare dall’Europa, dove c’è miseria, in America dove c’è ricchezza; e in Europa e in America continueranno ad arrovellarsi da mattina a sera per inseguirla e abbrancarla, questa vana illusione della ricchezza; e quando la possederanno saranno felici, quando non l’avranno si dispereranno; e a tutti i predicatori di semplicità volteranno le spalle, domani, come oggi, come dopo domani. La ricchezza sarà un’illusione o sarà una realtà: ma illusione o realtà, l’uomo moderno è così fatto, che se ne infischia dell’arte, della giustizia, della morale, delle tradizioni, del nirvana, dell’atarassia e di tutta le altre vostre favole: e invece i quattrini, — li quattrini, come dicono a Roma — l’oro, la ricchezza, li vuole, li vuole, li vuole. Li vuole, e basta.
Diede un pugno sui tavolo, e si alzò. Il Rosetti fece un gesto come per trattenerlo; ma:
— Non ascolto più ragioni — disse l’altro brusco. — Per mio conto ho finito. Ci avviciniamo all’Europa e debbo lavorare al mio rapporto per i banchieri di Parigi.
E rapido se ne andò....
Uscimmo anche noi dopo qualche minuto, commentando questa imprevista conclusione della lunga disputa.
— S’è proprio stizzito sul serio, questa volta! — disse il Cavalcanti un po’ angustiato.
— Non ha poi tutti i torti — dissi io. — Il mondo addirittura, gli ha fatto sparire sotto gli occhi, come in un giuoco di bussolotti, il signor Rosetti. Che lei si sia convertito al vedantismo, non me lo farà credere, ingegnere.
Sorrise e non disse nulla.
A poco a poco tutti si dispersero, i più a scrivere delle lettere che dovevano essere impostate alla volta dell’America il giorno dopo, a Las Palmas. Io passeggiai di nuovo colla signora Feldmann alla quale raccontai le nuove dicerie che correvano su lei nella terza e nella prima classe, senza però dirle che Lisetta ne era la fonte. Rise: poi mi parlò ancora una volta dei telegrammi che aspettava il giorno seguente, ma con serenità.
— Anche se farai divorzio, — pensai, nel salutarla, quando essa si ritirò, — troverai un altro marito e ti consolerai presto.
Ma dopo averla lasciata, sorpresi nell’anticamera del refettorio la bella genovese, la moglie del dottore di San Paolo, il gioielliere, i due mercanti astigiani, intenti a parlare di lei. Erano inebbriati addirittura dei racconti di Lisetta; e sfogavano la commozione profondendosi in elogi.
— E quanto è gentile! — diceva la bella genovese. — Così alla mano, alla buona, senza superbia! L’altro giorno mi ha incontrata con la mia bambina: l’ha accarezzata: ha perfino cercato di parlare in italiano. Lo parla un po’ stentato, con pronuncia poco chiara: io ho provato a rispondere in francese: ma non me la cavo meglio: cosicchè credo che lei non capiva me, ed io non capivo lei. Ma è stata ben gentile egualmente, non è vero?
Mi parve che la moglie del dottore fosse un po’ spiacente di non poter raccontare che anche ad essa la augusta dama aveva rivolta la parola; perchè:
— Tutti i bambini che incontra, essa li ferma, — osservò un po’ maliziosamente. — Anche quelli delle terze classi. E distribuisce dei dolci.
— Chi sa che mancia darà ai camerieri! Ci faremo una bella figura, noi altri! — soggiunse la genovese.
— Mille lire: di sicuro! — sentenziò il gioielliere.
— Soltanto? — chiese incredula la bella genovese.
— E che cosa vuol che dia? Un milione? — ribattè il gioielliere, un po’ stizzito di non essere stato abbastanza grandioso con i denari della signora Feldmann.
— E lascierà anche una somma per i poveri delle terze classi, non è vero? Si dice.... — osservò la moglie del dottore di San Paolo.
— E a me, che regalo mi toccherà, nella festa di addio? — chiese la genovese. Poi aggiunse, sospirando: — Deve essere però una bella cosa, essere miliardaria! Potersi cavare tutti i capricci! Che cosa farebbe lei, signora, se avesse tanti denari?...
Li lasciai, ripensando che la vita è proprio un continuo passaggio dell’equatore. Ma al momento di entrare nella cabina incontrai il Rosetti, che anche egli andava a letto.
— Ma insomma, ingegnere, — gli dissi ridendo — lei si è burlato terribilmente dell’avvocato, stasera! Un po’ troppo, quasi direi....
Mi guardò, sorrise, e:
— Ferrero, ricordati — disse: — l’ironia è un dono di Dio....
— Sì — risposi io. — Ma intanto con quest’arma divina che strage mi ha fatto! Mi ha distrutto tutto. Incomincio a chiedermi se il mondo esiste....
— Distrutto? L’ironia non distrugge mai, sinchè è adoperata contro le contradizioni del pensiero. Diventa un’arma avvelenata, diabolica e si dice cinismo, quando è adoperata contro le contradizioni dell’azione. Ricordatene sempre: l’uomo deve esser coerente nel pensiero; non può quasi mai essere coerente nell’azione. Quindi non ti spaventare quando vedi l’ironia adoperata contro le contradizioni del pensiero: e non servirtene mai, tu che sei uomo di pensiero e perciò ti godi la parte comoda e le rose della vita, contro coloro cui toccano i rovi e le spine dell’esistenza: operare.