V.

Il seguente giovedì doveva condurci sino alle porte del mondo antico. Entreremmo nel Mediterraneo verso sera. Si compiva dunque in quel giorno una tappa solenne del lungo viaggio: solenne e gradita, perchè l’ultima. Dallo stretto di Gibilterra, il «Cordova» navigherebbe spedito alla meta in tre giorni. Ma il Cavalcanti ed io non alludemmo neppure, quella mattina, nei nostri discorsi, al prossimo passaggio di Gibilterra: chè quasi tutta la mattina grigia e piovosa ragionammo, sul ponte di passeggiata, intorno ai discorsi della sera precedente.... Sul vivo e sensitivo ingegno del Cavalcanti, i ragionamenti del Rosetti avevano fatta profonda impressione. Egli mi diceva di non aver più replicato nella seconda parte della discussione, a tal segno quei discorsi l’avevano soggiogato parendogli quasi di udire, per la prima volta e chiare, cose che egli avesse sempre confusamente pensate. L’imparare sarebbe dunque proprio, come diceva Platone, un risvegliarsi di reminiscenze lontane? Trapassammo poi a ragionare dell’obiezione che io avevo mossa: il Cavalcanti di nuovo l’approvò: io la chiarii e precisai — avevo su quella meditato a lungo — dicendo che il Rosetti mi pareva in procinto di impigliarsi in una contradizione mortale. Aveva affermato che la Bellezza sarebbe alcunchè di convenzionale: una opinione umana dunque, momentanea e caduca, come per molti filosofi del secolo XVIII le istituzioni e i costumi, senza fondamento assoluto ed eterno. Ma poi imponendo all’uomo con quella sua mistica frase di camminare come Orfeo, intendeva senza dubbio dire che i principii dell’arte non devono essere troppo discussi, quasi fossero cosa divina. Contradizione sulla quale intendevo di appoggiarmi e far leva, per costringere il Rosetti a disdirsi. Ma il Rosetti non uscì dalla cabina, durante la mattina; e quindi ci fu forza pazientare. Barattai invece qualche parola, poco prima della colazione, con l’ammiraglio. Mi raccontò che la signora si era alquanto rimessa; ma aveva incominciato a farneticare supposizioni e piani fantastici; e per esporglieli già quattro volte l’aveva fatto chiamare, dalla sera precedente! A colazione ricomparve per la prima volta la signora Yriondo: conferma definitiva che il marito, a poco a poco, riconosceva il suo errore e guariva. Ragionammo di Gibilterra e del passaggio, e il Rosetti ci disse che avrebbe continuato il discorso dopo la siesta....

Verso le quattro e mezzo infatti, il Cavalcanti ed io già passeggiavamo sul ponte basso, ragionando e soffermandoci ogni tanto a guardare il mare e la terra. Poichè eravamo in vista della terra. Avevamo a mezzodì raggiunto il 35º grado e il 7º minuto di latitudine e il 6º grado e 53º minuto di longitudine: e navigavamo ormai a tutto vapore verso le colonne d’Ercole, scorgendo a destra, lontane, nella nebbia rada e fulgente, le basse coste collinose del conteso Marocco; di fronte, nere e più vicine, le montagne entro cui stavano nascoste le porte varcate un giorno da Prometeo e Vulcano fuggenti l’antica storia del mondo. E in vicinanza della terra l’Oceano, per tanti giorni sonnacchioso deserto e monotono, pareva a un tratto come animarsi e schiarirsi, sotto il soffio di un gagliardissimo vento che investiva il vapore, sommoveva il piano del mare e aveva aperti immensi squarci azzurri nel grigio velo di pioggia, che la mattina copriva il volto del mondo. Cosicchè sull’Oceano infuriava, spettacolo nuovo, una meravigliosa tempesta in pieno sole: chè fitti fitti, tutti eguali, sin dove l’occhio giungeva, sino al Marocco, sino alle montagne dello stretto, sino alla nebbia cupa che a sinistra chiudeva l’Oceano, balzavano dal fondo azzurro e cupo del mare i marosi enormi, alti e lunghi, verdi e simili a liquide muraglie di smeraldo e d’oro; sostavano un momento scintillando; poi si ritorcevano su sè medesimi per sciogliersi in cento cascate d’argento nel mare azzurro, dal quale ribalzavan poi verdi e d’oro: ressa infinita che ci assediava da ogni parte, ma non nemica. Perchè la nave rompeva di prua quelle onde, e attraversava quel mare in convulsione, dritta e salda come fondesse un placido lago, senza beccheggiare o rullar neppure poco. Anche i più delicati tra i passeggeri potevano quindi contemplare la tempesta al sicuro: difatti erano tutti usciti in mezzo al vento, fuorchè — almeno sino a quell’ora — il Vazquez, l’Alverighi, il Rosetti e la signora Feldmann.

Finalmente, verso le cinque, mentre in mezzo ad altri passeggeri guardavamo con i binoccoli la terra vicina e il capo Spartel, il Rosetti comparve sorridente, fumando, incappottato. Io subito mossi il discorso, deliberato a cercar che il Rosetti più si impigliasse nella sua contradizione:

— A me dunque — dicendo — non basta di ammirare un’opera d’arte: voglio sapere anche perchè è bella.

Ma in capo al ponte, a prua, una raffica di vento ci investì, ci fece alzar le mani ai berretti, mi imbavagliò. Solo quando avemmo voltate le spalle alla prua e al vento potei continuare.

— Lei mi dice: quest’opera d’arte è bella, perchè rassomiglia a quel tale modello. Ma da questa risposta spunta subito un’altra dimanda: il modello è poi bello davvero e perchè? Lei mi dirà: perchè la tradizione, la scuola, l’opinione pubblica, la volontà grande della mia epoca me lo impongono come tale. Ma la risposta non mi acqueta: la tradizione, la scuola, l’opinione pubblica, la volontà della mia epoca possono sbagliarsi; tanto è vero che ora giudicano bella ora brutta la stessa opera d’arte: e una volta o l’altra debbono cadere in errore. Dunque se voglio essere sicuro di non sbagliarmi, io debbo poter giudicare i modelli, sapere onde scaturisce e in che consiste questa bellezza misteriosa, che nel modello c’è e ci deve essere, se il modello deve avere forza imperativa su me, su lei, su tutti.

— Da Dio — interruppe reciso e improvviso il Rosetti.

— Da Dio? — esclamai, — chè questa risposta, in bocca al signor Rosetti, proprio non me l’aspettavo. — Sì! — aggiunsi poi sorridendo — Dio è stato per molti secoli la mistica fontana dei valori; ma....

E tacqui, credendo di essermi spiegato.

— Ma? — interrogò invece il Rosetti, come se non avesse capito.

— Ma, signor Rosetti.... Lei sa meglio di me in che secolo noi viviamo.... Dopo Kant e la Critica della Ragion Pura.... Dopo la Rivoluzione Francese....

In quel momento tre onde strisciarono e si fransero, una dopo l’altra, con immane fragore, lungo i fianchi del «Cordova». Ci fermammo alcuni istanti a guardare quella fragorosa tempesta di smeraldo e di oro, di zaffiro e d’argento. Il via vai, il gridio, il gesticolare crescevano intorno a noi, a mano a mano che la porta del mondo antico avvicinava e se ne vedevan più nitidi gli stipiti; ma l’orizzonte a ponente incupiva; i grandi squarci azzurri nel cielo si restringevano e il chiarore del giorno incominciava a velarsi. Quando prendemmo a passeggiare, il Rosetti si volse a me, e con una smorfia sardonica:

— Critica! — disse. — È una parola che mi piace poco! Parola greca germanizzata! Incrocio di levantino e di tedesco!

La mia meraviglia cresceva. E chiamando a raccolta le disperse reminiscenze dei miei studi filosofici, avevo incominciata una difesa della critica filosofica: ma il Rosetti non mi lasciò continuare a lungo; chè afferrandomi per il braccio:

— Lo so, lo so, — vivamente interruppe — quel che vuoi dire. L’incredulità moderna sarà un bene, sarà un male: ma se noi non avessimo esercitato il nostro pensiero in mille prodezze, perfino a distruggere Dio pretendendo di dimostrarlo, la nostra mente sarebbe ancora bambina, e noi saremmo oggi al punto dei Mussulmani; non avremmo scoperta l’America e non ci troveremmo qui a ragionare tranquillamente di queste cose, in questo castello natante, a guisa di semidei, come disse all’equatore il nostro avvocato. A proposito oggi non lo si vede: dove si è rintanato? Ragion per cui qualunque sia l’autorità che decide: questo è bello, noi ringraziamo cortesemente: ma subito rispondiamo di voler sapere perchè è bello....

Mi parve fosse giunto il momento di scoprire le mie batterie.

— Per l’appunto — risposi. — Perchè se lei afferma che i principii del bello son tutti arbitrari e convenzionali, fattura umana quindi, momentanea e caduca, come può poi pretendere che l’uomo li adori come principii divini e rimproverargli di volerne scoprire la ragione ultima e il significato profondo? Ma se sono fattura sua e se gli appartengono! Perchè dunque non potrebbe l’Estetica....

Ma il Rosetti, interrompendomi di nuovo:

— L’Estetica! Altro incrocio di levantino e di tedesco! Mi piace poco.

Un po’ risentito:

— Ma insomma — dissi — oggi non le piace nulla. Non la Critica, non l’Estetica. Si può sapere che cosa le piace, allora?

In quel momento, arrivando alla passerella di prua, scorgemmo a destra il capo Spartel ormai così vicino che ai suoi piedi si vedevano i marosi rincorrersi sulla riva lunghi, sottili e bianchi.

Il Rosetti si fermò: guardò: e come distraendosi:

— Gli antichi — mormorò — favoleggiarono che Anteo fu seppellito ai piedi del capo Spartel, in quelle grotte là.... Anteo che simboleggia l’indomabile energia dell’uomo. Ma perchè farlo morire sulle sponde dell’Atlantico? — Poi rivolgendosi a me, invece di rispondermi: — Per secoli e secoli dunque — disse — Dio fu il sostegno eterno e inconcusso delle cose contingenti: la necessità incondizionata a cui la mente umana ascendeva per la scala infinita delle cause; la guida, la regola, la misura suprema. Non era lecito però di voltarsi a guardarne il volto! Egli stesso lo aveva proibito. «Videbis posteriora men, faciem autem meam videre non poteris». Ma l’uomo è curioso e ribelle: incominciò a sbirciar con la coda dell’occhio; a speculare e a ragionare sulla essenza e sugli attributi di Dio: si ingarbugliò, gli parve e non gli parve di discernere qualche cosa; tentò di veder meglio e volse un po’ di più il capo: si ingarbugliò ancora di più in un ginepraio di ragionamenti sottili; finchè un giorno, non sapendo più se quel che vedeva e non vedeva era la faccia di Dio, se quella che sentiva e non sentiva era la voce di Dio, si voltò in pieno.... Comparve Kant. Ma il volto divino era sparito. L’uomo non vide più neppure, come Mosè, le spalle di Dio: gli spazi infiniti, in cui risuonava la voce, ammutolirono....

Questo biblico discorsetto era tanto inaspettato sulla bocca del Rosetti, che non potetti trattenermi dall’interrompere:

— Ma vuol lei forse imputare a Kant l’incredulità moderna? Questa ha ben altre cause: lo ha detto anche lei poco fa....

In quel momento le lampadine elettriche si accesero sul nostro capo, fioche nell’ultimo chiarore del giorno: avevamo ormai imboccato lo stretto e andavamo nell’imbrunire, per acque cupe e mosse, sotto torbido e basso cielo, costeggiando le coste europee che intravedevamo nel crepuscolo oscure e confuse, senza discernere dall’altra parte il Marocco. Il Rosetti tacque un istante guardando le luci: poi d’improvviso, rivolgendosi a me e con un rapido trapasso:

— Dunque — disse — siamo d’accordo. La Rivoluzione Francese, altro che la caduta di una antica dinastia o un rivolgimento di istituzioni! Fu il nuovo assalto dei Titani all’Olimpo. Fu il più formidabile atto di volontà che la storia racconti. Fu l’atto di volontà che rovesciò quasi tutti gli antichi «étalons de mesure», le tavole dei valori che l’uomo adorava da secoli e ne impose delle nuove. Fu la battaglia campale data dall’uomo a Dio, per rovesciarlo dal trono. Da secoli l’uomo molestava con la guerriglia dei filosofi e degli scienziati le comunicazioni tra la terra ed il cielo; ed ecco a un tratto i battaglioni si levarono e via, difilati, all’assalto! E Dio fu ridotto a forma di fantasma filosofico: sui gradini del suo trono si sedette il pensiero dell’uomo, ma come nel Giappone di un secolo fa, lo shogun ai piedi del trono del Mikado, in apparenza ministro, in verità sovrano e sommo motore della vita tutta quanta: dell’arte, della morale, del diritto, della educazione, della politica, e perfin di sè stesso. Perchè a poco a poco, sentendo di muovere tutte le cose e non sentendosi più mosso da nessuna spinta superiore, uno strano, tormentoso e sublime delirio invase il pensiero dell’uomo: volle anche vedersi a muovere sè stesso e quasi direi guardare la propria faccia senza specchio. E l’effetto ultimo di questo delirante impero dello shogun, noi lo abbiamo veduto in questa lunga navigazione. Non avendo niente altro da fare, abbiamo discusso un po’ di cose serie; e volevamo sapere se New-York è bella od è brutta, ma l’Estetica non ce l’ha saputo dire: volevamo sapere che cosa è il progresso, e non ne siamo venuti a capo; se le macchine sono utili o dannose, se la scienza è vera o falsa, se la ricchezza è buona o cattiva, se l’America è da più o da meno dell’Europa; e non ci siamo raccapezzati. Chi diceva di sì, e chi di no. Ragionamenti rovesciabili dappertutto. Lo spirito gira su sè medesimo per vedere la propria faccia: e gira, gira, gli piglia il capogiro....

Il ragionamento del Rosetti serpeggiava tra gli scherzi di una sottile ironia, come una biscia tra l’erba, che si vede e non si vede.... Disperando di colpirla, tentai di nuovo di tagliarle la strada:

— Ma insomma non divaghiamo. Torniamo al punto. Pensa lei, sì o no, che quel che noi chiamiamo il Bello sia una opinione umana, mutevole da luogo a luogo, di tempo in tempo?

Accennò di sì, soggiungendo prontamente:

— E non la Bellezza solo; ma anche la Verità e la Morale.

L’avversario si allargava sul campo, invece di serrare le fila contro l’attacco: esitai un momento innanzi a questa mossa inaspettata: poi decisi di colpire là dove già prima miravo.

— E allora, ripeto: come può lei rimproverare all’uomo di cercare la ragione di tutte queste diverse e mutevoli opinioni? Perchè una ragione ci sarà pure.... Se lei ammettesse che l’arte è una emanazione di Dio, capirei.... Del resto lei stesso l’altro giorno ci ha dimostrato che ammiriamo le opere d’arte per interesse. Che cosa ha fatto allora se non voltarsi indietro, e cercar di scoprire la ragione per cui quel che par bello a me sembra brutto a lei o viceversa? E se lei si è voltato, perchè vuol poi che gli altri guardino fissi innanzi a loro, come dei soldati alla rivista?

Il Rosetti mi guardò sorridendo e:

— Tu non capisci, allora? — mi chiese.

— No, non capisco.

— E neppur lei, Cavalcanti?

Mi prese per il braccio, fece cenno al Cavalcanti di seguirlo: ci trasse ambedue al parapetto. Nelle acque sconvolte dello stretto, intorno alla nave, saltellava un grosso branco di delfini: apparivano con il muso in alto, come guardandoci: si tuffavano e riapparivano saltando, torcendosi, guizzando argentei nelle onde cupe, a guisa di piccoli e graziosi saltimbanchi del mare che seguissero correndo il «Cordova» per fare i loro agili e sveltissimi giochi sotto i nostri occhi. I parapetti della terza classe erano infatti gremiti al gratuito spettacolo, pieni di grida e risate. Anche il Rosetti parve un momento prendere diletto di quelle graziosissime bestie; poi:

— Osservate — disse — l’Atlantico, che si vuota per questo canale nel Mediterraneo! Come ribollono le acque dello smisurato Oceano, nella stretta delle montagne! Eppure, questo fiume che noi fendiamo tra due monti, non è forse quello stesso infinito Oceano che abbiamo valicato per due settimane, senza raggiungerne il termine? Ma si rimpicciolisce, freme e ribolle perchè non può d’un colpo vuotarsi nel Mediterraneo attraverso l’angusto canale. Ebbene: questo canale è l’imagine dello spirito umano: angusto canale anch’esso di un Oceano infinito. La bellezza è una cosa infinita, come ha detto lei, Cavalcanti; e non la bellezza solo, ma anche la verità, anche il bene. E lo spirito umano è limitato. Ogni uomo, ogni scuola, ogni epoca, non possono capire che una particella del vero: non possono creare e capire che alcune tra le infinite forme del bello; non possono praticare che alcune delle innumerevoli virtù umane, come in ogni istante del tempo solo una onda dell’Oceano può versarsi per questo canale nel Mediterraneo. Io non riesco a raffigurarmi l’Universo, se non quando me lo imagino come una realtà che chiamo infinita, per dir che ci soverchia da tutte le parti; e noi minuscole creature umane, perdute in quella non possiamo sfiorarne, alterarne, vederne e capirne a volta a volta che delle particelle piccole piccole.... Certamente tra tutte queste infinite forme della Vita l’uomo non ha nessun motivo intrinseco di scegliere l’una piuttosto che l’altra.... L’ha detto lei, Cavalcanti; e credo avesse ragione.... Ma abbracciarle tutte non può, perchè il suo spirito non è capace abbastanza: e quindi deve scegliere anche senza motivo, limitarsi cioè. Necessità contradittoria, non è vero?, lei diceva, Cavalcanti. Come si può scegliere senza motivo? Eppure bisogna. E in questa contradizione, a cui non si sfugge, giace forse la segreta ragione di quella lotta eterna tra il divino e l’umano, tra il finito e l’infinito, tra il contingente l’assoluto, tra il caduco e l’eterno, tra il convenzionale e l’imperativo, che travaglia e travaglierà il mondo. La bellezza, la verità e la virtù sono assoluti, eterni, divini, infiniti, imperituri; non c’è nessun dubbio su questo punto; è inutile sofisticare; son verità necessarie. Il Vero è vero, e non può essere falso: il Bello è bello, e non può essere brutto; il Bene è bene e non può essere male: questi sono quasi direi gli assiomi della vita, che se non si ammettono non si può vivere, come non si può studiare la geometria senza quegli altri assiomi che sapete! Ma i limiti che per la piccolezza della sua mente, del canale per cui trapassa, l’uomo deve porre a sè medesimo per intendere qualche parte di questa infinità, sono contingenti, momentanei, umani, arbitrarî, convenzionali: dipendono dalle circostanze: sono posti e tolti anche dagli interessi mondani, di cui tanto abbiamo parlato; si possono spostare, rimuovere, allontanare, avvicinare, allargare, restringere. Ma aboliti non possono essere mai — questo fu il suo errore, Cavalcanti — perchè se no la mente umana, priva di appoggio, vacilla, si smarrisce nell’illimitato, fraintende e confonde. Salite su questa specola; e come chiaro discernerete di lassù sotto di voi tutto l’immenso travaglio del mondo e della storia, che non è se non il travaglio tragico ed eterno di questa limitazione, arbitraria e pur necessaria! Per quale ragione infuria nel mondo sin dai suoi lontani cominciamenti e non potrà finire mai la guerra delle dottrine, delle religioni, delle sette, dei principii, delle idee, delle civiltà, delle leggi, delle classi, degli Stati? Per quale ragione in ognuna delle infinite contese che infiammano il mondo, gli uni si precipitano sugli altri o con le armi in pugno, o con l’ingiuria sulle labbra, o con l’odio nel cuore, tutti egualmente certi di aver ragione, di esser nel vero, di difendere la buona causa? Dove cova quella antica febbre mediterranea, dalla quale l’Alverighi si è illuso di mettersi in salvo emigrando, e cioè lo spirito di discordia eterno tra gli uomini, i quali pur vogliono tutti e dovunque le medesime cose? Onde nasce l’immenso malinteso della storia, che non potrà chiarirsi mai? Come si spiega che un essere provvisto di ragione come è l’uomo, pure in tante questioni non riconosca altro giudizio che quello della spada? Perchè la guerra è la suprema ordalia dei diritti e dei principii in lotta e non s’è trovato ancora nessun areopago o tribunale o corte di giustizia — neppure la Corte dell’Aja — innanzi alla quale interporre appello dai suoi ciechi e sanguinosi giudizi? Come accade che mutando luogo e tempo la bellezza imbruttisca, la verità si falsi e la virtù si corrompa; eppure non si possa mai sapere in quali di questi luoghi e tempi l’uomo aveva ragione, quando e dove invece errava? Per qual ragione l’opera dell’uomo è un’immensa fatica di Sisifo, che ogni generazione ricomincia, sognando ogni volta di trovar finalmente la verità, la bellezza, la virtù imperitura? Da quella specola voi vedete e capite!... Ogni uomo, ogni tempo, ogni popolo è prigioniero nei principii limitati e convenzionali della Verità, della Morale, della Bellezza, in cui gli fu forza di chiudersi: e chiuso in quelli, non vede, perchè gli manca il modello a cui riconoscerli, nei principii in cui gli altri uomini si chiudono, forme diverse della bellezza, della verità e della virtù; scambia per bruttezza, menzogna e colpa le altre particelle di quello stesso infinito bene che egli si gode: compiange, odia o disprezza come barbari, diversi, da meno di sè, tutti gli uomini che stanno fuori del suo carcere: anzi si sforza di ghermirli e trascinarli nel suo carcere, come il ciclope nella sua caverna, nel tempo stesso in cui è spinto ad evaderne egli stesso. Ogni principio umano — non dimentichiamolo mai — è limitato e perciò esauribile: quindi tutti devono essere periodicamente rinnovati. L’infinito pesa sull’angusto canale della nostra mente, come i flutti dell’Atlantico fanno ressa in questo stretto che noi attraversiamo; e ci sforza a trapassare da una verità, da una bellezza, da una virtù ad un’altra, senza mai ripigliar fiato, senza tregua mai o riposo. Ma il trapasso è smarrimento, dolore, delirio, perchè intorno al carcere di un principio esausto, ronzano angeli e diavoli; e gli angeli cantano che fuori si distendono i mistici campi dell’assoluto, dove l’uomo può vagar libero, addormentarsi, risvegliarsi per prati che non hanno nè sentieri nè confini, ma fiori senza numero e di tutte le bellezze e sboccianti nell’ora che non declina mai di una eterna primavera.... Ma i diavoli sussurrano invece al prigioniero che quel carcere fu edificato dalla iniquità, dalla stoltezza e dalla tirannia dei suoi simili: osi evadere e potrà rifare il mondo senza limitazioni, principii e convenzioni; sedersi, Minosse di un nuovo giudizio universale in mezzo alla storia, chiamando innanzi al suo tribunale tutti gli Stati, le Arti, le Religioni, le Dottrine, le Leggi e i Costumi del mondo. E il prigioniero, a sentir queste canzoni degli angeli e questi sussurri dei diavoli, si esalta, infuria, delira, scuote le inferriate delle prigioni.... E allora costruisce New-York. E allora inventa le macchine. E allora crea la Critica e l’Estetica....

Ma il Cavalcanti lo interruppe a questo punto sorridendo:

— Insomma, l’Estetica non trova grazia innanzi a lei. Eppure....

— E come potrebbe trovarla? — rispose scherzosamente il Rosetti. — Anche questo oltraggio, dopo tanti altri, dovevano dunque fare all’Italia i barbari? Non scherzo: ragiono sul serio. Ma ditemi dunque: abbiamo sì o no prodigata al mondo tanta bellezza in tante forme, da San Marco a Palazzo Vecchio, da Giotto a Tiepolo, da Donatello al Vela, dal Palestrina al Verdi, da Virgilio ed Orazio al Manzoni, che dopo tanti secoli e tante rapine e distruzioni e dilapidazioni, quel che si è conservato basta ancora a sbalordire anche il secolo delle macchine? Sono o non sono venti secoli che ci affatichiamo a vuotare sulla terra l’infinito della bellezza, tentandolo da tutte le parti; e non siamo che al principio?... Ed ecco un bel giorno, comparisce in mezzo a noi il professore Giorgio Federico Hegel dell’Università di Berlino; e cavando dalla sua testa un suo criterio, indice il giudizio universale dell’arte passata presente e futura: e ci cita innanzi alla sua cattedra.... E questo popolo, invecchiato nell’arte, non si è messo a ridere? E non ha detto all’illustre professore che anche un filosofo è matto se vuol giudicare alla stregua di una misura sua l’arte del mondo, come sarebbe matto chi volesse vuotare l’Atlantico nel Mediterraneo, attraverso lo stretto, in un minuto; perchè il criterio di questo illustrissimo signor filosofo sarà acuto, ampio, ingegnoso, profondo, portentoso, trascendente, sublime, iperbolico, come vi piace, ma è e resterà personale? Che un filosofo serio dovrebbe tutt’al più, in queste materie, imitare Aristotele e non osar di più? Aristotele aveva dato fondo a mezzo l’universo: ma quando nel suo gran viaggio venne alla letteratura stette contento, con esemplare modestia, di ricevere dai suoi tempi, e non pretese dettarglieli, i criteri convenzionali, limitati, momentanei di perfezione, che la «volontà grande» della Grecia aveva scelti nell’infinito della Bellezza per giudicar la tragedia, per esempio: e da quelli dedusse un codicetto di regole. Come Gian Battista Alberti, quando compose il suo libro sull’Architettura....

— Allora l’Estetica — interruppe il Cavalcanti — dovrebbe, secondo lei, solamente raccogliere e formulare regole d’arte. E per insegnarle, suppongo: quindi all’arte occorrono anche scuole.

— E nelle quali — soggiunse pronto il Rosetti — non si insegni solo, come si fa ora nei Conservatori e nelle scuole di Belle Arti, timidamente, quasi vergognandosene, la tecnica manuale di questa o di quell’arte. Ma scuole che insegnino il bello, inculchino certi principii di arte.

— Ma di questo passo si va difilati alla Bellezza di Stato — rispose sorridendo il Cavalcanti. — Se occorrono scuole del bello, anche lo Stato ne deve fondare: quindi dovrà esserci una scultura, una letteratura, un teatro di Stato, come la «Comédie Française»!

— Sicuro — rispose il Rosetti con un fare un po’ malizioso. — Ogni modello, appunto perchè è arbitrario, deve essere imposto da una autorità: da un ordine sociale, da una scuola, da una religione, da uno Stato: se no, ciascun uomo cercherà di farsi da sè il suo modello, e allora abbiamo visto quel che succede. O meglio: non si sa più quel che può succedere: può succedere perfino che New-York diventi la più bella città del mondo e il «Mercante di Venezia» un capolavoro. Nessuno si raccapezzerà più. L’uomo ha sempre bisogno di un buon Cicerone, che lo accompagni nel mondo e gli comandi: ammira, questo è bello; questo è brutto, chiudi gli occhi e volta le spalle. Non la accettiamo anche adesso, nel secolo della libertà, questa autorità imperiosa nella moda? Perchè non è punto vero che ognuno oggi si veste secondo gli garba, come dice l’avvocato. Una potenza invisibile — i grandi fabbricanti di panno e i grandi sarti — governa dispoticamente il regno della moda, fa e modifica il gusto ogni anno, impera agli uomini e alle signore, ci impone dei criteri di eleganza, convenzionali sì ma indiscutibili, almeno per sei mesi: come quello — me l’hai raccontato tu, Ferrero, mi pare — per cui la signora Feldmann escludeva dai beati regni dell’eleganza il nostro avvocato, perchè ha osato portare una giacca nera e dei calzoni turchini. Non domandare il perchè, caro mio: non si discute con la moda: si obbedisce! E quando noi la accettiamo nel vestire, la rifiuteremo, questa autorità, nelle altre arti? No, l’autorità è necessaria: e non vedo per qual ragione non debba esercitarla anche lo Stato con le scuole. Almeno se non si vuole che a dar regola e norma al gusto non restino più che i mercanti di quadri, i direttori dei teatri, gli editori e — Dio ci scampi — i professori di Estetica e i critici dei giornali. Perchè son proprio queste le nuove autorità che nascono nei regni della Bellezza in mezzo alle rovine delle antiche: Corti, Governi, Accademie. L’Alverighi ha potuto gridarci nelle orecchie: libertà, libertà! Libertà sia pure: ma e poi? La pittura — per esempio — fu per secoli ancella della Chiesa e dello Stato. Dopo la Rivoluzione, si cacciò anch’essa in capo il berretto frigio e scese in piazza a rivendicare i sacrosanti diritti dell’Ispirazione e del Genio.... E che cosa le è capitato? Che ora è in pericolo di passare nel servidorame dell’Oro. I mercanti di quadri, oggi, sono la potenza segreta e insindacabile che, per mezzo delle Esposizioni, dei giornali, dei critici, del denaro speso con arte, fanno la reputazione degli artisti, creano la voga delle scuole; come le Accademie una volta: per guadagnarci, naturalmente. Vi meravigliate? Ma una forza che governi il gusto del pubblico è necessaria; e poichè le antiche autorità sono cadute....

— Ma lei — interruppe il Cavalcanti — mi risuscita a poco a poco tutto il vecchio mondo, che credevamo di aver distrutto!...

Il Rosetti non parve udirlo; e come continuando il suo pensiero:

— Noi abbiamo — disse — derisa New-York: ma che cosa facciamo noi, Italiani, che abbiamo edificati i più bei palazzi e le più belle chiese del mondo, per insegnare all’America a costruire delle belle città?... Io mi domando spesso quando l’Italia sentirà vergogna dell’incuria in cui languirono le sue scuole di architettura o dell’incoscienza con cui ha lasciati escludere per definizione i letterati dalle scuole di letteratura, sotto pretesto di scienza! Che dei barbari poco letterati abbiano inventate le scienze filologiche, tanto per dar qualche cosa da fare alle Facoltà di lettere, si capisce. Ma l’Italia! L’Italia, che possiede la più antica e ricca letteratura di Europa! Le Facoltà di lettere dovrebbero essere focolari di cultura letteraria: organi per conservar vivo il gusto e le tradizioni della grande prosa, della grande poesia, della grande storia, dei generi letterari più celebri! E Dio sa se ce ne sarebbe bisogno, nel secolo delle macchine e dei giornali da un soldo!

— Dei professori di poesia, però! — ripetei io, scherzosamente.

— Ti fanno ridere? Eppure, eppure.... Ma è vero: dimenticavo: l’uomo non si rassegna più a star prigioniero entro principii convenzionali e limitati; misura di continuo la piccolezza del suo carcere alla stregua delle sue voglie, dei suoi sogni, dell’infinito: farnetica continuamente di evadere per la breccia di formole universali. Ma ahimè! le formole universali sono — o personali, — come quelle di Hegel; o vuote, come quelle di Kant. E allora si inquieta, fruga, investiga: invece di abbandonarsi alla forza che lo spinge a volere il bene, la bellezza e la verità, si volta indietro a veder chi sospinge e chi parla, a rischio di fermarsi ogni momento. E alla fine gli vien fatto di scoprire in molteplici interessi mondani, nella imposizione di una autorità, nella forza di una tradizione la ragione della limitazione; e allora scambia questo limite momentaneo e caduco con l’essenza stessa dell’Arte, della Verità e della Morale. L’interesse è la trave fradicia con cui la filosofia moderna tenta di puntellare la sconquassata struttura delle nostre certezze: ma invano! Ridotto il mondo a un sistema di interessi, l’uomo si ribella contro tutte le autorità, le tradizioni, le regole.... Cerca al di là di queste la Verità, la Giustizia, la Bellezza e non trova che una vasta e grigia nebbia; smania dunque e si agita tormentosamente, senza più dar retta alla invisibile voce che gli grida dal fondo dei secoli: «Crea opere d’arte e non far dell’Estetica; scopri nuovi veri e non confonderti troppo con la gnoseologia; opera fortemente e non voler verificare se la storia si è sbagliata o ha avuto ragione»....

Ma a questo punto e in malo punto, un improvviso scoppio di urla, di fischi, di grida, un vociare confuso, l’accorrere frettoloso di parecchi marinai interruppero questo strano e malioso discorso. Il Rosetti si tacque: il Cavalcanti fece una smorfia annoiata; io, un gesto d’ira. «Che succede?» ci chiedemmo, avviandoci verso la passerella. Dalla quale guardando in giù subito riconobbi Orsola, dimenantesi e urlante in mezzo a uomini e a donne che la trattenevano e un’altra donna a me sconosciuta, la quale a pochi passi da lei piangeva in mezzo a un gruppo di emigranti: poi lì vicino, due uomini, avvinghiati così che non se ne discernevano le faccie e che si picchiavano, o meglio uno d’essi picchiava l’altro che si difendeva male; e intorno una calca di emigranti, nella quale chi gridava, chi urlava, chi sghignazzava, chi si dava l’aria di voler separare i due contendenti. Mentre discendevamo, due muscolosi marinai si fecero largo, e abbrancati i due litiganti, li separarono: vidi allora che il percotitore era il giovane abruzzese, e il percosso il suo amico Antonio: ma scesi che fummo ci trovammo in un pandemonio. Orsola era una furia, e vomitava ingiurie in siciliano, in italiano e in portoghese contro la donna che piangeva — una donna piacente di forse quarant’anni, vestita con molta pulizia e non senza una certa eleganza — mentre l’abruzzese, non meno infuriato di lei, chiamava Antonio con il nome proprio di un animale provvisto di corna; e gli gridava: «Ti voglio almeno strangolare!» e Antonio, pallido, rabbiosamente freddo rispondeva: «Fannullone, pezzente, straccione, morto di fame». In quella sentii squillare lontano, sul ponte superiore, la campana del pranzo. Tentai di chieder a qualcuno che cosa fosse successo: ma due non mi risposero. «Si sono picchiati», disse laconicamente un terzo, come chi non vuol essere seccato da altre domande. Erano tutti troppo intenti — e ostilmente — in Antonio e non mi badavano.... «È un pezzente, perchè non ha venduta sua moglie», gridò a un tratto una voce. Un tumulto di risa, di grida, di fischi salutò questa risposta. «Bravo! — Vergogna! — Non è mica un postribolo questo! — Va a far altrove il tuo mestiere! — Fuori, fuori!» si gridò a destra e a sinistra. Io mi chiedevo perchè tutte quelle persone fossero così inviperite contro Antonio, che la fronte escoriata e il naso sanguinante cercava di stagnare il sangue con la pezzuola; e stavo per accostarmi ad Antonio e parlargli, quando sopraggiunsero due ufficiali: uno strapazzò energicamente Orsola e l’altra donna e le fece trascinar via da due marinai, con molte grida, stento e fatica: un altro mandò Antonio all’infermeria e l’abruzzese nel dormitorio: poi con parole imperiose disperse la folla. Ci ricordammo allora di aver udito la campana del pranzo suonare, e risalimmo senza aver saputo nulla.

— Ma che cosa è successo? — chiesi all’ufficiale, che saliva con noi.

Alzò le spalle.

— Uno dei soliti litigi.... Per ragioni di femmine.