I. PRIMA DELLA GUERRA: UOMINI E FATTI

1. — Il monopolio delle assicurazioni. (Dal Secolo, del 23 aprile 1914).

L’erario, le industrie, i commerci in tormentose strettezze; disorientate le menti e inaspriti gli animi in ogni parte; i socialisti di nuovo in armi come nel 1900; mal sicure e piene di sospetti le relazioni coi vicini, in Europa ed in Africa; debole e incerto il Governo; la moltitudine un mare che si arriccia minacciando tempesta.... Lunga è la lista dei mali presenti. Quel certo assestamento a cui il Paese era giunto faticosamente nel primo decennio del secolo, è sconvolto di nuovo; ma nessuno potrebbe dire in quanto tempo ed a spese di chi le cose torneranno a bilanciarsi.

Ci rifaremo, per capire come venimmo a questi guai, da quel giorno della primavera del 1911, in cui Leonida Bissolati arrivò a piedi, in giacchetta e cappello moscio, alle porte della reggia; e salì bel bello le scale del Quirinale per ragionare con il Sovrano intorno alla situazione parlamentare. Nessuno ha dimenticato il susurro di quei giorni, e il gran malcontento che agitò il partito conservatore o costituzionale che dir si voglia, quando si ebbe notizia che il Bissolati era nelle viste del nuovo Governo come ministro. A stento e brontolando la maggioranza aveva tollerato che due ministri radicali sedessero nel Gabinetto Luzzatti; ed ora l’uomo in cui il partito o i partiti costituzionali riponevano piena fiducia, che tutti avevano evocato dal suo ritiro a Roma a impugnare con mano più ferma il timone, voleva chiamare al Governo i socialisti addirittura? Ma i malcontenti si rabbonirono, quando il Bissolati ebbe fatto il gran rifiuto; perchè a paragone del peggio che avevano temuto — dei socialisti — i ministri radicali parvero un male tollerabile. L’on. Giolitti era in quei dieci anni venuto in tanta fama di abilità, che non parve alla parte conservatrice lecito disperare egli volesse e sapesse servirla anche con quel Ministero screziato di rosso. Onde la Camera gli manifestò unanime fiducia, quando egli espose il suo programma, annunciando due grandi riforme: il monopolio delle assicurazioni sulla vita e il suffragio universale.

Fu dopo quel voto, e nei mesi di aprile e di maggio del 1911, che la fortuna dell’on. Giolitti toccò l’apogeo. «Siamo giunti al perfetto equilibrio — mi diceva verso la metà di maggio un deputato tra i più colti e intelligenti. I partiti si bilanciano ormai, egualmente contenti». E così poteva sembrare davvero, in quelle settimane. Delle tre sorelle dell’Estrema, l’Estrema radicale si godeva la luna di miele del potere; l’Estrema socialista non stava in sè per la gioia di sapersi ormai ufficialmente fidanzata con il Governo, si chiedeva ogni giorno se sognava o era desta, e affrettava con il desiderio le auspicate nozze; la Estrema repubblicana non poteva esser nè maritata nè fidanzata, avendo fatto voto di castità, ma non osava turbare la gioia delle due sorelle più fortunate, che del resto nell’egoismo della loro felicità non la guardavano più neanche in faccia. L’Estrema socialista anzi non si riconosceva più; e come succede spesso alle fidanzate, si sentiva presa di subito affetto e ammirazione per tutto quello che circondava o avvicinava lo sposo; anche per il suocero, che nel caso era l’on. Giolitti.

Ma la prosperità è caduca — diceva la saggezza antica. Questa gioia e questa ammirazione di tutti i partiti durarono fino al giorno in cui fu scoperto in Roma il gran monumento di Re Vittorio. La sera prima, a tarda ora, la «Stefani» aveva divulgato il disegno di legge proposto dal Governo per monopolizzare le assicurazioni sulla vita. Caddero quella mattina le tele che avvolgevano la statua del Re; e tutto il giorno, fino a notte inoltrata, Roma tripudiò, esaltandosi nelle memorie del passato. Ma che sorpresa, i giorni seguenti, quando, quetate le fanfare e tolte vie le bandiere della festa, le gente rilesse a mente fredda e con ponderazione il testo della legge! Io non voglio qui discutere le ragioni di alto interesse pubblico, con cui si cercò giustificare una tanto grave perturbazione dell’ordine giuridico garantito dalle leggi a tutte le industrie e a tutti i commerci: se cioè fosse quello il miglior modo o almeno un modo sicuro di far lo Stato meno ligio ai grandi potentati della finanza. Anche se l’avvenire dovesse comprovare definitivamente questo argomento, lo storico non può non osservare che, nel momento in cui la legge fu proposta, questo interesse di Stato appariva remoto, mentre la perturbazione era profonda e imminente. Con un tratto di penna quella legge pretendeva distruggere una industria fiorita liberamente per forza propria e all’ombra del diritto comune, rifiutando qualsiasi risarcimento a coloro che ne vivevano, per i capitali e il lavoro spesi a farla prosperare; gettava nell’ansietà un infinito numero di persone poco facoltose, riducendole a temere — a torto o a ragione — che rovinassero le Compagnie di assicurazione a cui avevano affidati i sudati risparmi, unico schermo contro certi colpi molto temuti della Fortuna; screditava l’Italia presso l’alta finanza dell’Europa, largamente interessata in molte Compagnie operanti nella penisola, e che non potevano rassegnarsi, senza almeno protestare, ad una così improvvisa confisca.

Io non so davvero spiegare come la consumata esperienza di uomo, invecchiato nel Governo degli uomini, abbia potuto così lungamente illudersi che una legge di quel tenore potesse essere facilmente approvata, in un Paese in cui — e chi poteva saperlo meglio di lui? — il Governo è così debole di fronte a tutti gli interessi particolari; ed è costretto a rispettare come sacri tanti diritti acquisiti molto meno legittimi e meno difesi di questi, di cui si proponeva di far scempio nel volger di un giorno. O piuttosto me lo spiego, ripensando che agli uomini i quali hanno governato a lungo succede spesso che alla fine presumono troppo della propria potenza. Questo caso così frequente si ripetè forse una volta ancora, nella primavera del 1911, in Italia. In pochi giorni, infatti, il Governo che poche settimane prima pareva idolatrato da tutta l’Italia, fu assalito da ogni parte da critiche, recriminazioni, invettive e rampogne furenti. L’Orlando Furioso dell’opposizione, il martello dei ministri novelli, il Giornale d’Italia, diè in un’altra di quelle sue matte furie e incominciò a tirar colpi all’impazzata; gli interessati — assicurati e assicuratori — si intesero e cercarono di far valere le proprie ragioni come sapevano e potevano; i sonnecchianti rancori dei gruppi e dei partiti si risvegliarono. Per opprimere i ricchi con leggi di quella natura l’Estrema Sinistra voleva scalare il potere e l’on. Giolitti si curvava a farle spalla!

Gli stessi socialisti avevano da principio ricevuto con una certa indifferenza questo regalo del Governo. Avrebbero forse preferito un altro presente di nozze. Non si riscaldarono un po’ che quando videro la maggioranza parlamentare e i giornali conservatori andar sulle furie: ma allora uscirono in un elogio della legge che dovette far venire la pelle d’oca al Governo. Dissero che la legge a loro piaceva solo perchè era il primo saggio di «espropriazione senza risarcimento!». Anche gli altri difensori meno accesi della legge usarono, forse anche abusarono, di argomenti presi a prestito alla demagogia: denunciarono all’invidia delle masse i grassi guadagni e le pingui sinecure degli assicuratori; malmenarono alla cieca l’alta banca; e scagliarono qualche saetta intrisa di tossico nazionalista contro la finanza che non conosce frontiere. Ma tutti questi argomenti esasperavano addirittura la maggioranza del Parlamento contro il detestato monopolio; cosicchè nelle settimane in cui il testo della legge giacque sul tavolo della Commissione parlamentare incaricata di scrutarne le viscere, la corrente delle opposizioni e delle critiche ingrossò rapidamente, rumoreggiando sempre più fragorosa, come una piena, nei giornali, negli anditi della Camera, nei crocchi politici e perfino in qualche pubblico comizio....

La critica del resto facilmente trionfava delle timide difese, perchè la legge, preparata con incredibile fretta e leggerezza da un ministro incompetente e incapace, era zeppa di errori, di lacune e di contradizioni. Ma quando la discussione incominciò nella Camera dei Deputati.... Oh meraviglia! Quella piena di critiche e di rampogne parve ad un tratto sparire sotto terra, in qualche misteriosa voragine. Per molti giorni la legge, che in piazza era stata impugnata con tanta veemenza, fu timidamente criticata e superficialmente difesa da oratori quasi tutti oscuri, silenti od assenti gli uomini più autorevoli, davanti ad una assemblea enigmatica, che applaudiva ugualmente amici e nemici, e nella quale si vedevano i socialisti volteggiare intorno al Governo come una torma di beduini, lanciando per difenderlo invettive e interruzioni ai conservatori, che infuriati raccattavano e ritorcevano contro di essi i dardi da cui tante volte erano stati feriti, chiamandoli ascari, mazzieri e servitori del Giolitti. Il mondo alla rovescia, insomma! Chi avesse seguito da una tribuna, come l’ho seguita io, questa discussione, ma senza conoscere uomini ed interessi, avrebbe potuto pensar di leggere un rebus vivente che sfidava l’intelletto più sottile. Come era chiaro e piano invece quel rebus, a chi ne possedeva la chiave! La Camera non voleva approvare la legge, ma non osava neppure rovesciare il Ministero, ognuno temendo lo scioglimento della Camera. Applaudiva quindi i deputati favorevoli per dimostrare ossequio al Governo; applaudiva gli oppositori per fare manifesto il proprio animo avverso alla legge; e intanto aspettava con pazienza, come una moglie sottomessa aspetta che il marito ritorni a lei da un passaggero capriccio, che il Governo si ravvedesse, capisse il tormento che la struggeva, e correggesse almeno la legge. Tante altre volte il capo del Governo aveva saputo cedere a tempo!

Ma il capo del Governo si ostinò questa volta. Non si lasciò smuovere nè dai giornali, nè dagli interessi, nè dai savî, nè dal numero delle opposizioni, nè dagli incerti umori della maggioranza. Fu necessario il discorso dell’on. Salandra e i segni manifesti di una imminente rivolta della maggioranza, perchè acconsentisse finalmente a tentare accordi e accomodamenti tra la legge e i diritti acquisiti: ma era troppo tardi!

Il momento in cui il Ministero avrebbe potuto riparare l’errore iniziale senza scapitare nel prestigio e nella forza era passato da un pezzo. La Camera si aggiornò dopo aver approvato il principio generico della legge e rimandata a novembre la discussione degli articoli. Ma ormai il destino era irrevocabile. Pochi mesi ancora, e il Governo democratico, con tutti i propositi che maturava, con tutte le speranze che aveva risvegliate, andrebbe ad arenarsi per sempre nelle Sirti. Poichè proprio la grave crisi interna e parlamentare, generata dall’accordo dell’on. Giolitti con l’Estrema Sinistra, dal monopolio e dalla legge del suffragio universale, ha spinto il Governo alla guerra di Libia.

2. — Il suffragio universale e la guerra di Libia. (Dal Secolo, del 26 aprile 1914).

Per quale ragione l’Italia mosse, tre anni sono, così all’improvviso, tanta mole di armi alla conquista della Libia? Perchè l’ora del destino era suonata sul quadrante della storia? Perchè l’equilibrio del Mediterraneo sarebbe, se no, stato alterato ai nostri danni? Perchè i giornali avevano scaldata la testa al pubblico ignaro o perchè faceva comodo al Banco di Roma? Ognuno scioglie il quesito a modo suo; tutti credono di avere — e in parte hanno — ragione. Il popolo non si muove mai ad una impresa di guerra, se molti non sono a spingerlo. Tuttavia tra i fattori dell’impresa due furono certo di grande rilievo: il movimento della opinione pubblica, che tra l’agosto e il settembre del 1911 venne per la Tripolitania in quella furia di conquista che tutti ricordano; e la debolezza del Governo, che non potè opporsi alla pubblica esaltazione.

Nei mesi di giugno e di luglio del 1911, mentre la legge del monopolio era discussa nella Camera dei deputati, la situazione politica si alterò più profondamente che non paresse agli osservatori superficiali. Quella legge, la leggerezza e l’incapacità che l’avevano preparata, la sopraffazione statale che essa minacciava con ogni parola, gli argomenti demagogici che l’avevano difesa, la baldanza dei socialisti e la impazienza manifesta con cui affrettavano le desiate nozze con il potere, risvegliarono nei conservatori o costituzionali che dir si vogliano — nella maggioranza — il sopito malumore e la sonnecchiante diffidenza per l’avvento dell’Estrema Sinistra al potere. Con che diritto una minoranza usurpava tanta parte del potere? Spetta o non spetta il potere, nel regime parlamentare, alla maggioranza? E poi: era proprio matura una riforma, che inscriveva nella lista degli elettori milioni di analfabeti? Il suffragio universale, pure spiacendo, non aveva troppo inquietata da principio la maggioranza, sinchè questa aveva pensato di poter fidarsi a occhi chiusi del capo del Governo. Ma ormai molti non riconoscevano più nel capo del Governo l’uomo che per tanti anni aveva loro permesso di dormire sonni tranquilli. Dove volgeva? Quale uso intendeva fare dell’autorità acquistata governando per un decennio l’Italia? Voleva forse conciliare la Monarchia e i Rossi a spese dei vecchi partiti e delle classi ricche?

Chi sfogliasse i giornali di quei tempi li troverebbe pieni di queste ansie e di questi timori. Nel tempo stesso il Governo, dopo aver sognata per qualche mese l’onnipotenza sicura, apriva gli occhi; si avvedeva che così il mantenersi al potere come il far approvare il monopolio e il suffragio universale sarebbero imprese più ardue del previsto. E come sempre è accaduto e accadrà, dalle difficoltà interne cercò aiuto e riparo fuori di casa.

Tutti ricordano che tra il luglio e l’agosto del 1911 il Governo italiano attaccò briga con l’Argentina, a proposito di certi regolamenti sanitari; e da un giorno all’altro vietò l’emigrazione per il Plata. Questa mossa energica non poteva non piacere all’opinione pubblica, ancora calda delle feste cinquantenarie; e quindi rafforzava il Ministero. Ma intanto erano incominciate le trattative tra la Francia e la Germania per il Marocco; e ben presto fu chiaro che il decrepito impero stava per cadere, implorando protezione, ai piedi della Francia. Incominciò allora, nell’opinione pubblica, una inquietudine che, fomentata da molti giornali — e massime da quelli che più fortemente avevano avversato il Ministero e il monopolio — divampò presto in agitazione. Si rinfrescarono nella memoria del pubblico le delusioni dell’Egitto e di Tunisi; si ripetè che tutti pigliavan qualche cosa e noi sempre a mani vuote; si gridò che quella era la suprema occasione; sinchè commosso e agitato come un gran pericolo ci pendesse sul capo imminente, il pubblico chiese a gran voce la Tripolitania a compenso del Marocco preso dalla Francia. Quale sarebbe stato il dovere di un Governo forte in quel frangente difficile?

Resistere. Il pubblico non sapeva che, chiedendo la Tripolitania, chiedeva nientemeno che l’aggressione in piena pace di una grande Potenza europea; e dimenticava, mettendo in un fascio la Tripolitania, la Tunisia ed il Marocco, che la Tripolitania era una provincia dell’Impero turco, e l’Impero turco una grande Potenza europea, come la Francia, l’Austria-Ungheria o la Germania, rappresentata nelle capitali del mondo da ambasciatori; che tra Potenze europee non si fanno guerre e conquiste se non c’è almeno un serio pretesto, in mancanza di una ragione. La fatalità storica, il diritto della civiltà superiore, la necessità di compensi per gli altrui ingrandimenti non sono ammessi ancora in Europa tra i motivi o i pretesti di guerra. Se l’Austria, delusa nelle sue ambizioni orientali dalla guerra balcanica, avesse gridato a un tratto di sentirsi spinta dalla fatalità storica a impadronirsi del Veneto e ci avesse dichiarata la guerra, affermando che essa non voleva essere soffocata nell’Adriatico, che cosa avremmo detto noi e che cosa avrebbe detto il mondo? Ma il pubblico incitava il Governo italiano ad agire con la Turchia proprio a questo modo.

È vero che i letterati italiani, dal Machiavelli in poi, hanno sovente e volentieri considerato il diritto e la morale come veli bugiardi gettati sul mondo per nascondere la lotta brutale degli interessi, dai quali un uomo di Stato abile e destro non si lascia impacciar troppo. Ma è da sperare, per l’avvenire e per la salute del nostro Paese, che il Governo non dimenticherà sempre così facilmente che anche i principî di diritto internazionale, pur essendo limitati, parziali e convenzionali, sono una delle impalcature che reggono alla meglio nel mondo quell’ordine a cui si suol dare nome di civiltà. Nè credo possa dubitarsi che, se il Governo fosse stato più forte, non si sarebbe così facilmente indotto a dichiarare la guerra in quel modo che parve troppo spicciativo in tutta Europa, a quanti pensano che il diritto delle genti non debba essere solo un elegante passatempo di professori o un pretesto per concorrere al premio Nobel.

Ma il Governo non poteva fare più assegnamento nella Camera sopra una sicura maggioranza. Ma aveva proposto il monopolio e il suffragio universale che la Camera non voleva approvare. Ma aveva urtati, indispettiti, anche un po’ spaventati i partiti più potenti e i ceti più ricchi. Se avesse cercato anche di resistere a quella esaltata opinione popolare, avrebbe corso pericolo di essere rovesciato. Tutti i nemici del monopolio e del suffragio universale non l’avrebbero assalito, rimproverandogli di non aver difesi gli interessi dell’Italia nel Mediterraneo? Con l’aiuto della collera pubblica, anche una opposizione imbelle come quella che guatava nell’ombra il Governo, poteva buttare nel Mediterraneo il Ministero e quelle leggi detestate, senza più temere lo scioglimento della Camera. Non parrà cosa probabile, a chi ricordi quale era lo spirito pubblico nell’autunno del 1911, che un Governo, rovesciato per non aver agito in Africa, avrebbe osato appellarsi al Paese; e tanto peggio per lui, se avesse osato!

Non è da meravigliarsi dunque che il Ministero Giolitti abbia in settembre gettati i dadi. La situazione politica interna non gli lasciava scampo: o conquistava la Tripolitania o era spacciato. E quella situazione non diè tregua al Governo nei primi mesi della guerra, sinchè le due leggi, da cui tutto questo scompiglio è nato — il monopolio ed il suffragio — non furono approvate.

Nell’ultima discussione parlamentare l’on. Giolitti, rispondendo agli oratori che avevano biasimate le lentezze della guerra, disse che il Governo aveva voluto piuttosto spendere denaro che versare sangue. Decisione che a me pare molto savia, anche se sarà giudicata un’eresia dai generali educati alla scuola di Napoleone. Ma la guerra è un’arte viva e parte della politica: bisogna dunque adattarne i metodi ai tempi e agli uomini. Chi pensa che le masse avrebbero allegramente consentito a prodigare il proprio sangue per conquistare la Tripolitania e la Cirenaica, vada a governare la repubblica di Platone. Ai tempi che corrono, guai al Governo il quale, in una guerra coloniale, dimenticasse che il sangue è un liquido più prezioso dell’inchiostro; e che non si può prodigare il sangue a far delle grandi battaglie, come i giornali prodigano l’inchiostro a reclamarle e a descriverle!

Senonchè qualche deputato socialista avrebbe, a quel punto del suo savio discorso, dovuto interrompere il capo del Governo, dicendogli: «Sta bene, ma allora non dovevate decretare l’annessione!». Qui sta il punto. Il decreto di annessione richiedeva una guerra rapida, energica, aggressiva: non la cauta guerra di posizioni, che abbiamo rinnovata in Africa dalle campagne militari del settecento. Tutti i guai della guerra di cui ci lagniamo sono nati da questa contradizione tra lo scopo che si voleva conseguire — l’annessione, ossia la resa incondizionata dell’avversario — e il modo di guerreggiare che abbiamo scelto e che — lo ripeto — era il solo che potesse essere voluto da un Governo non impazzito. Da questa contradizione, procedè infatti la interminabile lunghezza della guerra e la sua spesa immoderata; da questa contradizione, quello snervante gioco di minaccie eternamente sospese, di bombardamenti a fior di pelle, di operazioni mai decisive; da questa contradizione, quella guerra platonica, che alla fine aveva esasperato noi, i nostri nemici e l’Europa tutta; da questa contradizione, la fine della guerra, che sarebbe difficile dire se fu una gran fortuna o una catastrofe. La pace di Losanna fu sottoscritta dai Turchi, perchè ormai incalzava la guerra balcanica: la guerra balcanica, dunque, fu lì per lì una provvidenza, perchè ci permise di uscire alla meglio da quella contradizione impossibile in cui ci eravamo cacciati, volendo uccidere il nemico senza colpirlo a morte. Ma è lecito chiederci se non minacci di diventare nell’avvenire una catastrofe, tante difficoltà nuove sono nate da quella.

Orbene: perchè nei primi giorni di novembre, quando appena avevamo messo il piede nel paese, all’improvviso, il Governo usci fuori con quel decreto? Nella risposta sta la ragione di molte tra le maggiori difficoltà in cui siamo impigliati. Nè pretendo di darla io, questa risposta. Non occorre però esser molto addentro nei segreti della nostra politica, per affermare che il motivo primo di quell’atto gravissimo, il motivo senza il quale gli altri, che possono avervi contribuito, sarebbero stati senza effetto, deve cercarsi anche quello nella situazione interna. Una pace che avesse assegnato a noi i territori turchi dell’Africa salvando il prestigio del Sultano di fronte ai Mussulmani, poteva, pur essendo seme di difficoltà future, risparmiarci molte delle difficoltà presenti. Ma tale pace, finchè durava la furia nazionalista dell’opinione pubblica, e finchè le due famose leggi non erano approvate, poteva mettere in gran pericolo il Governo. Che rumore avrebbero levato in ogni parte i nemici del Ministero, i nemici del monopolio, i nemici del suffragio universale, che erano tanti, denunciandola all’opinione pubblica come una sciagura!

Non ci sarebbe da meravigliarsi se un giorno si venisse a sapere che il Governo, inquieto per lo zelo con cui qualche Potenza europea cercava di persuaderci ad una ragionevole transazione con la Turchia, abbia fatto il famoso decreto per poter meglio resistere a consigli ed esortazioni, che gli avrebbero create gravi difficoltà interne. Quel famoso Ministero insomma, per le persone che lo componevano e le leggi che proponeva, non ha potuto reggersi in una Camera di diversa opinione e di altro sentire; non ha potuto far approvare il monopolio e il suffragio universale, che capitolando innanzi alla corrente nazionalista, scatenata dalla guerra. La guerra alla Turchia e il decreto di annessione furono il prezzo posto dal partito conservatore all’approvazione del monopolio e del suffragio. Il Paese sborsò volonteroso il prezzo; e quindi il Governo potè forzare la situazione parlamentare e far approvare, da una maggioranza ostile, una legge attenuata di monopolio, e il suffragio universale, tal quale l’aveva proposto. Ma il prezzo era più gravoso assai che il Paese non credesse da principio; onde è nato il penoso stato presente. Il quale richiede ancora una breve disamina; e sarà poi possibile tirare la conclusione di questa rapida storia.

3. — Non vogliate essere troppo abili! (Dal Secolo, del 1º maggio 1914).

Mi è capitato spesso, in questi ultimi tempi, di udire deputati di parte ministeriale esclamare sospirando: «Pare impossibile, ma dal 1911 in poi Giolitti non ha commesso che errori! Dove se ne è andata quella sua antica e famosa abilità?». In verità l’on. Giolitti non ha commesso che un errore, dal quale tutti gli altri hanno poi proceduto, per quel ferreo destino che lega l’una all’altra le azioni umane.

Dico errore, perchè questo è forse uno dei pochi casi della storia politica in cui la parola «errore» può essere adoperata non impropriamente, ma per quel che davvero significa: atto cioè che ebbe conseguenze non liete e che poteva schivarsi. Troppo spesso infatti noi imputiamo le pubbliche sciagure all’errore di un uomo di Stato, il quale fu invece costretto ad agire a quel modo, pur scorgendo dell’agire il pericolo, perchè altrimenti incorreva in un male maggiore. A pochi uomini di Stato invece capitò la rara fortuna e il tremendo cimento, che toccò al Giolitti in quella primavera dell’11, in cui la sua potenza toccò l’apogeo. Egli era allora veramente arbitro della situazione: poteva cercare i suoi ministri a destra come a sinistra, perchè ogni parte della Camera era pronta all’ossequio e alla chiamata; poteva scegliere nella farragginosa eredità del Gabinetto antecedente a piacere; fare un passo indietro o fare un passo innanzi sulla via della riforma elettorale, in cui il suo predecessore aveva messo il piede troppo alla leggera.

Per qual ragione egli cercò i suoi collaboratori tra i radicali e i socialisti, e propose il monopolio e il suffragio universale? Lo mosse certamente la speranza di gettare un altro ponte tra le istituzioni e la moltitudine, anche a rischio di dover affrontare aspre lotte con i partiti conservatori. Proposito nobile, senza dubbio: ma alla nobiltà del proposito corrispondevano le forze? Se è vero quel che si dice, egli avrebbe pensato che la sua potenza personale, tanto cresciuta nell’ultimo decennio, potesse bastare, se appoggiata risolutamente dagli uomini di parte Estrema, a sforzare le resistenze dei partiti conservatori. Senonchè questo pensiero fu il vero e proprio errore suo, dal quale tutti gli altri mali hanno proceduto. I fatti hanno data ragione ai pochi che sin dal principio giudicarono artificioso e temerario quel piano. Offrendo parte del potere ai radicali e ai socialisti, il Giolitti si indebolì invece di rafforzarsi ad un Governo di riforme: perchè la maggioranza, composta ancora di conservatori, avversò le sue riforme per una doppia ragione e con una forza doppia: per essere quelle ancora acerbe al loro gusto e per esser proposte da un Ministero che scivolava troppo a sinistra. Cosicchè per conservare il potere e per poter vincere l’opposizione nascosta o palese alle due leggi capitali da lui proposte, dovè fare la guerra e farla secondando la corrente imperialista.

A questo errore del capo del Governo corrispose un errore della parte Estrema. Troppo facilmente questa parte si illuse, tre anni fa, di potere, facendo leva della potenza personale dell’on. Giolitti, smuovere il principio della maggioranza su cui posa il regime parlamentare e impadronirsi, almeno parzialmente, del Governo prima del tempo, pur essendo ancora piccola minoranza. Il sogno era bello, ma era un sogno: e quanto meglio avrebbero fatto quei partiti a dar retta al Fradeletto, che parve allora ai più un sognatore, mentre era il solo che vegliasse e vedesse, ad occhi aperti, il mondo e le cose quali erano! Forse il Paese non si troverebbe oggi in tanti guai.

Ma più grave è la responsabilità dei partiti e dei gruppi che disponevano della maggioranza nel Parlamento. Questi gruppi e questi partiti avevano il diritto di governare e la forza per far valere questo diritto, che nei regimi parlamentari è appunto la maggioranza. Questi gruppi e questi partiti non volevano nè un Governo per metà radicale, nè il monopolio, nè il suffragio universale: perchè dunque non si sono serviti della forza di cui pure disponevano per rovesciare il Ministero sin dal principio? Perchè hanno invece giuocato di astuzia prima e tentato poi, quando l’esaltazione popolare parve offrirne l’occasione, di affogare nel Mediterraneo quel detestato Governo con le sue leggi, mentre avevano pronta e alla mano l’arma infallibile per recidere il sottile stame a cui per tanti mesi fu appesa la sua vita? Perchè delirando alla fine anche essi insieme con le masse, e nella folle speranza di sterminare i socialisti, hanno forzato il Governo non soltanto a impadronirsi nel modo più spiccio e più semplice della Tripolitania, ma a fare di proposito e per un puntiglio d’amor proprio una guerra lunga e dispendiosa, che ha così sordamente irritate le plebi?

La qual cosa apparirà un immane errore, sopratutto a chi la consideri alla stregua dei ragionevoli interessi dei partiti conservatori. Questi avranno negli anni venturi fin troppo frequenti occasioni di borbottar fra i denti, come Strepsiade nelle Nuvole di Aristofane: «Maledetta guerra! Non posso più nemmeno castigare i miei servi». La lunghezza della guerra — ci accadrà pur troppo di dover toccare spesso questo tasto — ha indebolito ancor più lo Stato così di fronte alle masse, come a petto delle potenti consorterie finanziarie e burocratiche che da un pezzo minacciano sopraffarlo: ed è questo, tra gli effetti della guerra, certamente il più funesto, quello che forse annulla da solo tutti gli altri vantaggi che la guerra ha potuto procurarci, e quello che peserà maggiormente sulle classi alte.

Non ho ricapitolata la storia di questi tre anni per incoraggiare il pubblico alle sterili recriminazioni o per giudicare uomini e cose con il facile senno di poi: l’ho ricapitolata affinchè riesca più agevole ai più intendere la luminosa lezione che essa ci porge. Per quale ragione siamo noi cascati nelle presenti difficoltà, che se non sono invincibili, sono certo gravi e numerose? Perchè tutti i partiti hanno voluto esser troppo abili e furbi; e hanno creduto di poter giocare impunemente di scaltrezza con il principio stesso su cui riposa il regime parlamentare: il principio di maggioranza.

Questo principio, come tutti i principî su cui posa di secolo in secolo, nelle sue mutazioni incessanti, l’ordine sociale, è convenzionale, limitato, rovesciabile, non necessario. È una finzione, che un ingegno sottile e baldanzoso può facilmente, solo che voglia, sbugiardare, provando che non nelle maggioranze ma nelle minoranze si ritrova più spesso il senno e la ragione. Ma gli italiani furon sempre gente di ingegno sottile e baldanzoso: da quando poi hanno perduto il santo timor di Dio frequentando le scuole filosofiche aperte da due secoli nei diversi Paesi di Europa, e specialmente in Germania, sono diventati dei terribili sofisti, che giuocano con i principî politici, morali, giuridici, estetici di cui il mondo ha vissuto e in cui il mondo ha creduto per tanti secoli, come il prestigiatore giuoca con i fazzoletti, i coltelli, le palle od i piatti.

Non è quindi da meravigliare se un uomo, fattosi in dieci anni potentissimo nel Parlamento e nello Stato, abbia pensato alla fine di poter sforzare questa finzione convenzionale sino a farne lo strumento per porre ad effetto, a dispetto della maggioranza, un suo vasto disegno politico; se delle minoranze abbiano creduto di potere, con un po’ di scaltrezza, eluderla a proprio vantaggio e del Paese, scalzando la maggioranza; se la maggioranza, minacciata da queste scaltrissime abilità, si sia a sua volta illusa di poter difendersi con una scaltrezza ancor più sottile: mantenendo intatti i suoi diritti senza compier nessuno sforzo per farli valere!

Poche volte si videro tante abilità giostrare tra di loro in più elegante torneo, intorno ad una formula, che essendo finzione, e cioè apparenza, sembrava innocua ed inerte. Ma ahimè! Le finzioni che reggono il mondo si vendicano a volte in maniere impensate e terribili degli uomini che tentano far loro violenza o frodarle. Così fu che per voler vincersi l’un l’altro in abilità ed in scaltrezza, uomini e partiti accumularono negli ultimi tre anni tanta mole di errori, di imprudenze e di impegni, che il Governo non meno che il Paese se ne risentiranno per un pezzo.

È dunque venuto il tempo di ricordare che, se i principî su cui posa l’ordine sociale sono in una certa misura convenzionali, limitati, arbitrari, non necessari, non è possibile nè Stato, nè politica, nè ordine morale, nè ragionevole concordia di intenti e di opere, se gli uomini non frenano le passioni e la smania di ragionare in modo da agire come se quei principî, sinchè vigono, fossero assoluti ed eterni; se non li rispettano lealmente, invece di cercare di eluderli o violentarli. Il che tradotto in linguaggio meno filosofico e più chiaro vuol dire che la politica italiana ha bisogno di sincerità, di lealtà e di verità. Noi non ci trarremo dalle difficoltà in cui ci ha spinta una abilità troppo innamorata di combinazioni artificiose, se i partiti, se i gruppi, se gli uomini non ritorneranno ad una più aperta schiettezza e semplicità di intenzioni e di atti; se tra il dire e il fare continuerà a interporsi un oceano di reticenze, di sottintesi, di scaltre menzogne, di segrete mire, di interessate e consapevoli imposture; se le minoranze non avranno pazienza di aspettare il potere finchè non saranno maggioranza; se la maggioranza non avrà il coraggio e l’energia di far valere il proprio diritto, ma crederà che ad assicurarlo bastino i testi e le dottrine che i professori commentano nelle Università innanzi a qualche dozzina di studenti sonnecchianti e svogliati; se gli uomini cui tocca di governare il Paese, a furia di volere esser abili, saranno così ingenui da illudersi che all’abilità dei partiti politici sia rimasto quel potere di far miracoli, che gli uomini negano ormai perfino a Domeneddio.

4. — La settimana rossa. (Dal Secolo, del 17 giugno 1914).

Abbiamo noi veduti in questi giorni, per le piazze e per le vie delle cento città, proprio quei guizzi e quei lampi, che precorrono nella storia tutte le guerre civili? Non saprei. Certo è però che i casi di Ancona furono più che altro l’occasione a manifestare una avversione generale contro lo Stato e l’ordine costituito, che, sebbene sorda e confusa, apparisce — il negarlo sarebbe cecità — largamente diffusa.

Si potrebbe discutere assai e molto si discuterà intorno alle cause di questa crescente avversione. Io ne vorrei oggi studiare una sola, che non è tra le minori: l’indebolimento dello Stato. I popoli sentono i governi, come il cavallo sente il cavaliere: se è fermo in sella o se si può sbalzarlo di groppa. Lo spirito rivoluzionario e la forza dello Stato son come i due piatti della bilancia: uno scende, quando l’altro sale. Le masse italiane prendono coraggio a manifestare con atti rivoluzionari la loro avversione allo Stato, perchè lo sentono indebolito. Indebolito dalla guerra e dalla Libia. Indebolito dalle strettezze di denaro e dalle ultime elezioni. Indebolito dalla rivolta della burocrazia, dal disordine intellettuale delle classi governanti, dagli odî e dalle discordie che le dividono. Indebolito infine dall’estenuamento in cui il Parlamento è caduto.

Chi voglia capire in che strette ci ritroviamo, volga lo sguardo dal Paese a Montecitorio. Mentre si incendiano stazioni e chiese; mentre in tutta la penisola folle infuriate assaltano lo Stato con i sassi e lo Stato risponde a fucilate; mentre si preparano in ogni parte repressioni e rappresaglie, oscure notizie arrivano dall’Abissinia. A chi le sa leggere dicon chiaro che potrebbe presto scoppiare un’altra guerra tra il regno d’Italia e l’impero di Etiopia. Abbiamo ancora sulle braccia la Libia conquistata solo a metà. Abbiamo sulle braccia l’Albania. Siamo ricascati di nuovo in quella contradizione tra la nostra politica coloniale e la nostra politica continentale, che fu una delle cause di Adua. Dobbiamo versare nell’erario, ogni anno, parecchie centinaia di milioni di più. E pronto per affrontare tutti questi pericoli, per vincere tutte queste difficoltà, sta un Ministero che, sebbene conti parecchi ministri di ingegno egregio, non ha e non avrà mai maggioranza sicura; che vive alla giornata, non sapendo ogni mattina se il tramonto lo saluterà ancora al potere.... Ma la Camera non si risolve a rovesciarlo, perchè sa che il Ministero che gli succederebbe non sarebbe nè più stabile nè più forte di questo; perchè sa che il solo uomo il quale sarebbe sostenuto da una maggioranza sicura, ha bisogno di riposo. Cosicchè i più sono ridotti ad augurarsi che il solito «interregno», che si apre al principio di ogni legislatura, duri poco.

Se la situazione fosse quale la vedon costoro, sarebbe già grave. In un momento difficile la fortuna dell’Italia potrebbe pender dunque da un filo così sottile e così fragile come è la energia, la forza, la salute di un uomo solo? Ma più grave apparirà se si consideri che anche le speranze riposte segretamente o palesemente da molti nell’uomo possono a ragione giudicarsi chimeriche. Altro che interregno! È una vera crisi dello Stato, questa: la crisi del Governo che ha retta l’Italia negli ultimi quattordici anni; di quel curioso, artificioso e in parte misterioso Governo non compreso dai più, che fu una mescolanza — o contaminazione, se vogliamo adoperare la parola antica — di potere personale e di governo di parte.

Questo fenomeno è di così vitale importanza, che giova soffermarsi alquanto a studiarlo. Ci sono nel Parlamento, come si agitano nel Paese, dei partiti veramente politici, bene o male organizzati, e che rappresentano, alla meglio o alla peggio, le aspirazioni e i bisogni di questa o di quella parte della Nazione. Tali il partito socialista, il partito repubblicano, il partito radicale, il partito clericale; tale anche quel partito, meno ben definito, più ondeggiante e svaporato, ma di tutti il più potente, che chiamandosi qui costituzionale, là liberale, altrove monarchico o moderato, dappertutto sbandierando il tricolore e intonando la marcia reale, è il braccio e la voce di quella parte delle classi alte che, per sentimento o per interesse, è più ligia all’ordine di cose stabilito nel 1860. Ma questi partiti non contendono tra di loro con varia fortuna che per una parte dei 508 collegi. Gli altri collegi sono rappresentati in Parlamento o da milionari che li hanno comperati a peso d’oro; o da faccendieri, che li hanno mendicati con i favori spiccioli; o da campioni di potenti consorterie locali, che se ne sono impadroniti con le buone o con le cattive maniere; o da beniamini del Governo, che li hanno scroccati con l’aiuto di questo.

Di questa disparità di condizioni politiche un uomo si è abilmente prevalso, nel primo decennio del secolo, per primeggiare, come nessun altro prima di lui, nello Stato. Forte del prestigio acquistato debellando ed ammansando i socialisti, favorito dalla prosperità economica e da altre circostanze, che sarebbe troppo lungo esporre, l’on. Giolitti riuscì, tra il 1900 e il 1906, a raccogliere, nei collegi dove i partiti politici erano meno forti, una clientela di deputati ligi a lui personalmente, numerosa e fedele. Ci riuscì qui imponendo con la forza del Governo degli amici provati; là puntellando la fortuna pericolante di un partito o di un uomo; dovunque discernendo con occhio sicuro quello tra gli uomini e i partiti rivali che già da solo era più forte e facendo piegare definitivamente a suo vantaggio le sorti della contesa.

Ma il rapido e il rigoglioso crescere in Parlamento d’una forte clientela ligia ad un uomo soltanto, e quindi di un potere personale, in mezzo ai partiti che già del Parlamento occupavano tanta parte, non poteva non generare un perturbamento profondo. Il Governo parlamentare è un sistema di convenzioni, che non può reggere alla critica del buon senso, se non ci sono dei partiti un po’ distinti e disposti a lottare tra di loro con una certa lealtà. Questi tolti di mezzo o indeboliti oltre misura, quel Governo non è più che una commedia senza senso. Si spiega dunque come tra il 1900 e il 1906 tutti i partiti — quelli di destra e quelli di sinistra — si siano sentiti ogni tanto spinti ad assaltare, per distruggerlo, quel potere personale che si andava rafforzando in mezzo a loro. Ma tutti gli assalti — movessero da destra o da sinistra — furono brevi, fiacchi, slegati. Ogni partito, solo, era troppo debole; e nessuno aveva tal repugnanza al potere personale, da non acconciarvisi facilmente, se il potere personale servisse le sue ambizioni e i suoi interessi. D’altra parte lo stringere alleanze era cosa difficile. Ci si provò il Sonnino nel 1906. Parve strano a molti che egli comparisse al banco dei ministri tra il Sacchi e il Pantano da una parte, il Boselli e il Rubini dall’altra! Ma strano non era. Il Sonnino aveva cercato con quel Ministero di unire tutti i partiti più propriamente politici, rappresentati alla Camera, contro la preponderanza di una clientela personale.

Il tentativo non riuscì, per molte ragioni; tra le altre, perchè poco prima della battaglia decisiva, i socialisti, l’ala sinistra della coalizione, si sbandarono. Ma se, a capo di quella clientela, l’on. Giolitti era il più forte tra tutti i parlamentari, non avrebbe neppur egli potuto governare a dispetto di tutti i partiti. Quindi lo studio indefesso per procurarsi, a destra e a sinistra, l’appoggio sottinteso e indiretto almeno, quando non poteva averlo dichiarato e manifesto, dei partiti politici. Ma egli non fu veramente l’arbitro della situazione che dopo il 1906, allorchè, fallito il tentativo del Sonnino, tutti i partiti rinunciarono, apertamente o tacitamente, a combattere la sua preminenza nello Stato. In ciascun partito gli inconciliabili che non vollero deporre le armi, il Ferri e il Ciccotti sulla montagna, il Sonnino e il Salandra a destra, furono lasciati in disparte a continuare una stanca guerriglia di sparuti manipoli. E gli altri cercarono d’intendersi con quel potere personale che ormai teneva saldo l’acropoli dello Stato.

Così nacque e crebbe, nel primo lustro del secolo, quel potere tra costituzionale e personale, tra consortesco e politico, che ha governata l’Italia senza contrasto, tra il 1906 e il 1911, facendo del bene e del male. Narcotizzò, se non spense, molti odî, molti rancori, molte collere e molte impazienze; infrenò in Parlamento le furibonde gare dei capi, che ci avevano condotti ad Adua; seppe e potè — sino al 1911 — non chiedere al Parlamento e alla Nazione nè sangue, nè sacrifici straordinari, nè più denaro di quel che già il popolo era avvezzo a pagare: sopratutto — e fu sino al 1911 il suo merito maggiore — non die’ in nessuna di quelle tragiche follie, non commise nessuno di quegli errori irreparabili, in cui pare destino che noi dobbiamo ogni tanto ricascare. Ma ha nel tempo stesso indebolito lo Stato ad un punto, che anche i ciechi incominciano adesso a vedere il pericolo, cercando di accontentare i partiti, le classi e gli interessi opposti, il più spesso a danno degli interessi generali e della giustizia.

Negli ultimi dieci anni io ho potuto vedere e parlare, in molti Stati d’Europa e delle due Americhe, con capi di Stato, con ministri, ambasciatori, membri di famiglie regnanti o di Parlamenti. Figurarsi se non ne ho sentite di tutti i colori intorno all’arte di governare gli uomini! Ma in nessuna città di Europa e d’America provai mai tal sorpresa, come una sera in Roma, in casa di un amico, alla cui mensa pranzavo con un uomo di Stato molto autorevole anche oggi e che ha occupati parecchi ministeri nei diversi Governi dell’ultimo quindicennio, tra gli altri quello che è forse il più spinoso tra i ministeri non politici. Il discorso era caduto sui terribili guai che avevano tribolato parecchi dei suoi predecessori in quel ministero: quand’ecco quel potente ci dice che egli aveva trovato il mezzo di superare tutte le difficoltà in cui gli altri avevano così malamente incappato. Gli fu chiesto quale; e quello sorridendo:

— Ho esautorato il Ministero!

Non potei trattenere un gesto così espressivo di stupore, che il ministro, volgendosi con un cortese sorriso verso di me:

— Sì — continuò scandendo le sillabe — ho e-sa-u-to-ra-to il Ministero.... — E mi spiegò, lieto e orgoglioso, che aveva pensato non ci fosse miglior mezzo di evitar guai, che deferire quanto più gli riusciva i poteri del Ministero alle Commissioni, ai Consigli superiori, ai Corpi amministrativi, ai Sindacati del personale — non lasciando al ministro altro compito che quello di attaccare i francobolli sulle lettere. Orbene: questa frase alquanto ingenua definisce meravigliosamente il Governo che ha retta negli ultimi quindici anni l’Italia. Per non assumere responsabilità troppo grandi, per semplificare il suo compito, per non cedere alla tentazione di mal fare, per disarmare opposizioni talvolta giuste e tal’altra faziose, per procurarsi una facile popolarità, lo Stato ha lasciato fare, ha chiuso un occhio, ha ceduto poteri, ha rinunciato a diritti, ha veduti abusi in quantità convertirsi in diritti acquisiti; cosicchè oggi si è ridotto a non aver quasi più alcuna autorità per difendere l’interesse generale e per imporre la giustizia.

Avevamo bevuto il vino senz’alcool, e fumati i sigari senza nicotina: il secolo felice vuol che obbediamo anche allo Stato senza autorità! Ma è facile capire che un Governo esautorato può governare in tempi prosperi e facili, non in tempi agitati e difficili. Perciò vorremmo che il Parlamento non si facesse soverchie illusioni sulla miracolosa potenza di nessun uomo, e neppure dell’uomo che dal 1901 governa l’Italia. Egli potrebbe, forse, comporre un Ministero forte e sicuro nelle votazioni e nei tornei oratorî di Montecitorio; ma non so se potrebbe comporre un Ministero non solo più stabile, ma anche più fattivo di quello che ora governa. Ha dato le dimissioni nel mese di marzo perchè, nonostante la maggioranza che aveva numerosa e sicura, non aveva forza ad affrontare la difficilissima situazione creata dalla guerra di Tripoli e dal suffragio universale; e non si vede in quale combinazione, a destra o a sinistra, potrebbe ringagliardirsi al nuovo còmpito fattosi tanto più arduo. La maggioranza — non dimentichiamolo, per carità, in questo grave momento — è nei regimi parlamentari la finzione — o se volete adoperare una parola più elegante — il principio convenzionale che legittima il potere. Non è per se stessa fonte nè di energia, nè di intelligenza. Quanti Governi si son visti, sostenuti da strabocchevoli maggioranze, eppure impotenti e paralitici!

E allora? La conclusione è chiara. Ci troviamo in pericoli molto maggiori che i più non pensino. Se il Parlamento e il Paese non fanno a tempo uno sforzo vigoroso, noi potremmo anche incorrere in qualche catastrofe. E ancora e sempre occorrerebbe ricordarci di Adua!