VI.
Voi mi direte che, prese le mosse dall’America, noi abbiamo fatto un lungo cammino, ritornando per un così tortuoso giro in Italia. È vero. Ma credo che, almeno per chi non ami nè quel particolar genere di filosofia che specula fuori dello spazio e del tempo, nè quell’altro genere ancor più particolare di scienza che per capirla tagliuzza la realtà in tanti pezzetti, un viaggio meditativo dalle civiltà antiche in America possa chiarire molti oscuri problemi intorno al passato e al presente. Chiarire almeno che quel che noi chiamiamo il progresso, non è in verità altra cosa che il capovolgimento dei principî a cui alludevo poco fa, e che, incominciato appunto dopo la scoperta dell’America, precipita ora per la spinta che il torrente delle nuove ricchezze americane gli imprime. Tutti i secoli avevano detto all’uomo: ogni cosa nuova, solo perchè nuova, deve esser considerata peggiore delle antiche. Il secolo decimottavo e il decimonono rovesciarono questo principio, affermando che la novità, solo perchè nova, doveva presumersi migliore dell’antico. Tutti i secoli avevano detto all’uomo che egli si avvicinerebbe tanto più alla perfezione, quanto più fosse moderato nei suoi desiderî, semplice e parsimonioso nei suoi abiti, ossequente alle Autorità e alla tradizione. I tempi rovesciarono anche questi principî; affermarono che per salire la scala della perfezione, l’uomo deve accrescere desiderî, bisogni, aspirazioni, aguzzare la curiosità e il senso critico a domandar la ragione di tutte le cose. Tutti i secoli avevano ingiunto all’uomo di rispettar i limiti che trovava tracciati in ogni parte nascendo. E venne un secolo che gli disse invece di smuoverli, per verificar se erano solidamente piantati e nel luogo opportuno. Necessario effetto di quel gran moto di popoli, di classi, di idee, di ambizioni che dopo la scoperta dell’America ha spinto l’Europa prima, e poi l’Europa e l’America insieme alla conquista della terra, questo capovolgimento doveva generare un perturbamento universale nella vita del mondo, più grande assai di quello effettuato dal Cristianesimo che anch’esso tanti principî della società antica aveva rovesciati, sebbene con un procedimento diverso: quel perturbamento di cui noi siamo testimoni e autori, e nel quale la stessa crisi dell’Italia di cui vi ho parlato si perde come una ondata in una tempesta. Mi ingannerò: ma pare a me che questo modo di considerare la storia del mondo aiuti a intendere il tempo nostro e nelle loro congiunture vitali le idee e le dottrine in cui crede, la politica che segue, le aspirazioni e i bisogni che lo travagliano, i pericoli e le crisi che lo minacciano. Perciò ritornando dall’America, sulle cui strade io l’ho trovato, ho creduto bene di esporlo, in un libro che a molti è sembrato oscuro: come penso non sarebbe stata sterile in un pubblico insegnamento, se la catastrofe a cui è soggiaciuta in Italia l’alta cultura, negli ultimi cinquant’anni, non avesse chiuse le pubbliche scuole ad ogni non sterile idea. Ma per quanto nemica voglia e debba essere a questo modo di considerare il passato e il presente un mandarinato di falsi savi, che intravede forse adombrata in quella la condanna della sua leggerezza e del suo vano orgoglio, non sarà male di insistere, non foss’altro che per inculcare nello spirito delle nuove generazioni — massime in quella parte che può sfuggire più facilmente alle influenze nocive di troppe sciagurate dottrine accolte e divulgate senza discernimento — che l’Italia può chiedere alla quantità il pane quotidiano per la moltitudine, non la grandezza, la gloria, il prestigio. Di quel che occorre affinchè un popolo grandeggi per la quantità, la natura non ci ha dato che un elemento che solo, senza territori, miniere, boschi, capitali, non basta: la fecondità. Noi non possiamo dunque sperar gloria e grandezza, come i nostri padri, che dalla qualità: il che vuol dire che ci è toccato nella vita un compito particolarmente difficile. Se a un popolo che ha avuto dalla sorte un territorio ricco, l’ordine e la laboriosità bastano per sbalordire nello spazio di una generazione il mondo con le sue subite ricchezze, ad eccellere per qualità in ogni ramo dell’umano lavoro, non basta invece neppure saper raggiungere un modello difficile di perfezione: occorre oggi, come sempre, farlo riconoscere per tale, imporlo agli altri, nessun modello essendo necessario e assoluto. E per imporlo agli altri, occorre imporlo a se medesimi; e per imporlo a se medesimi, è necessaria disciplina, tradizione, abnegazione, un senso sicuro dei limiti; tutte qualità che si van perdendo nel formidabile vortice della civiltà moderna. Salvarle in mezzo a questo vortice, è dunque l’impresa più ardua a cui una nazione possa accingersi; ma la virtù degli uomini come dei popoli grandi si mostra nel saper fare non le cose facili, ma le cose difficili.
II. IL DISCORSO DI FIRENZE:
ANARCHIA, LIBERTÀ, DISCIPLINA
Signore e Signori,