V.

Voi però mi direte a questo punto: «Ma — di grazia — la misura vera, qual’è? Quale dobbiamo adoperare sicuri di non errare? La quantità? La qualità? Possiamo noi vivere senza sapere se progrediamo o decliniamo — e quale dei due mondi possa ragionevolmente aspirare al primato? Camminare, ignorando dove la via ci mena?». E chi dicesse così, avrebbe ragione. Noi dovremmo poter definire quel progresso in cui crediamo quasi come i nostri nonni credevano in Dio. E invece... E invece continueremo per un pezzo a balbettarne delle definizioni confuse e incoerenti — come di parecchie altre parole, oggi non meno strapazzate di questa: della parola libertà, per esempio. E difatti: possiamo noi sperare che la qualità ritorni a governare gli uomini come in passato? Che la bellezza antica rientri in trionfo, come regina, nel mondo ampliato e sconciato dalla macchina? Occorrerebbe che gli uomini preferissero di nuovo l’eccellenza all’abbondanza. Ma possiamo noi credere possibile oggi un moto — o religioso o politico o intellettuale — che imponga a tutti gli ordini sociali una restrizione un po’ rigorosa dei bisogni, dei desideri, del lusso? E allora, sinchè il numero, come i bisogni e le aspirazioni degli uomini cresceranno; sinchè i privati e gli Stati cederanno così facilmente alla voglia di far più spese, la quantità dilaterà il suo impero sulla terra, l’incremento delle ricchezze servirà come misura unica del progresso, e all’arte e alla morale non avanzerà nel mondo altro spazio che quel poco di cui gli uomini non avranno bisogno per sbracciarsi a fabbricare macchine più veloci, a coltivare più vaste distese di terre e a scavare miniere.... Queste cose son così vere, che molti pensano di sciogliere il quesito, pigliandolo bravamente dall’altro capo. «Volgiamoci allora alla quantità — dicono. Incoroniamola regina del mondo. Sia progresso l’incremento delle ricchezze. Anche il produrre ricchezza è opera grande e meritevole». Certamente. Ma chi riuscirebbe a imaginare un mondo che fosse quantità pura, privo di arte e di morale, spoglio di bellezza e di giustizia? Non facciamoci dunque illusioni: non c’è scienza, filosofia o religione — venga essa dalla Germania, dall’India o dal pianeta Marte — che possa effettuare questa quadratura del circolo, almeno sinchè noi non ci decideremo a volere o la vittoria definitiva della quantità sulla qualità o quella della qualità sulla quantità. Ma noi non possiamo — oggi almeno — volere nè l’una nè l’altra; dunque il mondo continuerà a vivere, malamente contento di una equivoca definizione del progresso e i tempi sembreranno per un pezzo ancora tralignare insieme ed ascendere. Volgeranno cioè propizi ai popoli ricchi di terre, di ferro e di carbone, pur non potendo largire a costoro che delle ricchezze imperfette e manchevoli; mentre i popoli cui toccarono in sorte le tradizioni di una antica e gloriosa cultura e un territorio magro, malediranno in cuor loro quel fardello diventato inutile in tempi in cui bisogna alleggerirsi per correre alla conquista della terra; brameranno insoddisfatti, cercheranno, ammireranno l’opulenza ignorante. Il segreto della più recente storia d’Italia, delle sue fortune e delle sue sventure, è questo e non altro. L’Italia, che è un piccolo territorio naturalmente nè molto ricco nè molto povero — una cosa di mezzo — fu grande sinchè la qualità regnò sola nel mondo; sinchè una gente potè per forza d’ingegno e di lavoro imporsi ai popoli più ricchi; sinchè la grandezza delle nazioni dipese dalla cultura più che dalle risorse naturali del territorio. Ma la sua decadenza incominciò quando la quantità entrò nel novero delle forze storiche, e cioè nel secolo XVI; lenta da prima, come lenti furono da prima i progressi della quantità, e via via più rapida, finchè si giunse alla Rivoluzione francese. In mezzo al gran rivolgimento del settecento anche l’Italia aveva preso a sognare, sia pur nel vago, un qualche rinnovamento della antica grandezza; e con quel sogno, dopo la fragorosa rovina del ’15, aveva consolata insieme ed esacerbata la lunga attesa della generazione che visse tra la caduta di Napoleone e la Rivoluzione del ’48. Ma in quel trentennio, mentre l’Italia aspettava e sognava, la quantità si impossessava alla fine del mondo: si costruivano le prime ferrovie, la grande industria e l’America uscivano insieme di adolescenza. Cosicchè non appena, nel ’59, l’Italia entrò nel mondo, in veste di nazione unita e moderna, subito si accorse che il modesto patrimonio ereditato dagli avi non bastava più; occorrevano oro, ferro, carbone, armi e tante altre dispendiose diavolerie ormai obbligatorie. E si mise all’opera con ardore: ma ahimè! il suo territorio era angusto; ed era ormai già quasi tutto spoglio di boschi; e aveva poche miniere, non carbone, scarso ferro sebbene eccellente: molte invece le bocche; anzi queste crescevano ogni anno, a vista d’occhio, da ogni parte, intorno alle mense non lautamente imbandite. Fu dunque forza lavorare, lavorare, lavorare per produrre la maggior somma di ricchezza possibile, a qualunque costo, sconvolgendo e rimescolando tutto il paese da un capo all’altro, le sue tradizioni, istituzioni e fortune; sopratutto immolando i sogni fatti negli anni dell’attesa e le alte ambizioni agli spiccioli bisogni del giorno, o per ripetere ancora una volta la formula di cui forse ho abusato: immolando la qualità alla quantità.

Da cinquanta anni la storia dell’Italia è quasi dominata da una legge di degradazione dei modelli o, se vi piace meglio, di volgarizzazione degli ideali: degradazione e volgarizzazione, che nella politica come nella cultura e nell’industria, hanno avvicinati e sostituiti i modelli o gli ideali lontani e difficili con altri più vicini e più facili. Abbiamo allargate le basi dello Stato fino al suffragio universale. Abbiamo accresciuta e assai — se si pon mente alla povertà iniziale del suolo — la ricchezza totale. Abbiamo diffusa l’istruzione nei ceti medi e popolari. Ma tutti i modelli di perfezione verso i quali si era sforzata l’Italia antica si son perduti o confusi — dall’umanesimo, le cui ultime faville furono barbaramente spente nelle Università, alle tradizioni delle nostre arti più antiche e gloriose. Sotto nome di libertà prevalse una anarchia intellettuale, per la quale, caduti i modelli e indebolite, quando non rovesciate, tutte le autorità spirituali che li imponevano, la nazione ha perduta ogni chiara nozione dell’eccellenza in tutte le alte attività della mente; e ora seguendo troppo alla leggera mode caduche, ora ingannata dai ciarlatani venute in credito spacciando sofistiche filosofie distruttive d’oltr’alpe, ha perduto il coraggio e la lena delle vaste opere organiche; si è, nell’arte come nella scienza, nell’industria come nel diritto, troppo spesso accontentata della mediocrità dozzinale e del genere frammentario — lirica e novelle in letteratura, monografie nella scienza, espedienti nella politica — pur non appagandosene, pur aspirando in cuor suo all’eccelso, al grande, al nobile, ma non sapendo più precisamente a quale stregua riconoscerlo e con quale premio incoronarlo. Non per nulla anche nel secolo della quantità, noi siamo gli eredi di tanti secoli di civiltà qualitativa! Di qui la smania che non dà pace alle classi alte e colte, e che le spinge così spesso a lacerarsi le proprie carni; quella smania, di cui voi potete vedere l’insorgere improvviso nella nostra storia, confrontando i due scrittori maggiori della prima e della seconda metà del secolo XIX. Alessandro Manzoni ci apparisce nella prima come uomo pieno di dubbi, perplesso e quasi timido, schivo di giudicare gli altri o di imporre loro le proprie opinioni e il proprio sentire. Ma quanto ai principî suoi no, era fermo e sicuro: fermo e sicuro nei principî d’arte, che professò e seguì; sicuro e fermo nei principî religiosi, morali, politici, che fece suoi dopo varie prove e vicende. C’è nella sua vita una conversione: ma è risoluta e definitiva, come il colpo di spada che tagliò il nodo gordiano. Visse insomma con la mente in un mondo circoscritto e limitato; ma in quello sapendo quel che voleva e di quel che voleva sapendo rendere ragione chiaramente: onde, pur non lavorando con alacrità grande che una parte sola della sua vita, potè lasciare parecchie opere, diverse tra loro ma tutte figlie di una intenzione precisa, e un capolavoro. Giosuè Carducci ci guarda invece, anche dai ritratti che adornano le sue edizioni, quasi con un atteggiamento di sfida: e difatti sembra dominare la generazione sua come un Dio che investe, giudica e fulmina. Ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze! Quelle collere e quelle violenze coprono in verità la perenne incertezza e la smania incessante di una mente che cerca dei criteri fermi e sicuri per giudicare il mondo, un appoggio cioè, e non lo trova; che ondeggia sempre tra il classicismo e il romanticismo, tra l’erudizione e la poesia, tra la ricerca e l’intuizione, tra l’inno a Satana e l’invocazione alla Vergine, tra la democrazia e il nazionalismo, tra la repubblica e la monarchia. Non c’è quasi grande questione d’arte e di politica, sulla quale Giosuè Carducci non abbia professate in buona fede e sinceramente le opinioni opposte; cosicchè le sue opere sono una miniera inesauribile di citazioni per tutti i partiti e per tutte le scuole. Ma se si è contradetto spesso, non si è convertito quasi mai, e anche quando si è convertito nel modo e per i motivi più degni di rispetto, non ha voluto riconoscerlo: anzi che furie, se lo sentiva a dire! Quanto ha lavorato! Tutta la vita, infaticatamente: molto più che il Manzoni, e quanto pochi altri nostri scrittori del secolo scorso. Ma nei suoi numerosi volumi c’è tutto, c’è prosa e poesia, storia e critica, politica e filosofia, polemica ed estetica, e quanti meravigliosi frammenti possono bastare alla gloria di molti scrittori: non c’è però un’opera di lunga lena. Che cosa sta in mezzo a questi due grandi, che sono così vicini e così lontani? Una rivoluzione — e non soltanto politica: una rivoluzione che, togliendo di mezzo ogni regolatore della vita intellettuale, ha gettato le menti, al di là di tutti i limiti antichi, in un immenso vuoto vorticoso.