§ 13.

— La città italiana, Roma compresa, si è formata aggruppandosi con preordinato sviluppo intorno alla piazza formata dall'incrociarsi perpendicolare del cardus maximus col decumanus i quali si spingono fino ai confini del suburbio e formano così quattro zone entro la città ed altrettante nel suburbio, perfettamente corrispondenti e subordinate a quelle.

In virtù di tale sistema i componenti di ogni quartiere uniti dall'esercizio dei diritti d'uso collettivo dei boschi e dei pascoli e delle terre comuni, situate nella zona suburbana corrispondente al loro quartiere e stretti dal vincolo intimo della responsabilità collettiva del gruppo per il delitto di un singolo, provvedevano congruamente al sostentamento di tutto il centro urbano, evitando pericolosi antagonismi e cooperavano efficacemente al mantenimento della quiete interna; mentre ad ogni quartiere era assegnata in modo semplice ed equo la parte di mura e la porta da difendere come era determinato il concorso che doveva ricevere dai suburbani.

Con lo sciogliersi della città dai primi e rudimentali viluppi ed il progressivo affinarsi della sua costituzione fino a raggiungere il fulgido organismo del municipio in pieno fiorire, nei nuovi organi si trasmuta la primitiva struttura, sempre attestata tuttavia in modo più formale che reale, da fugaci accenni delle fonti.

Ma quella indigena struttura tornò in prima linea quando la rovina economica, sociale e politica e l'imperversare delle invasioni riportarono le città italiane alle condizioni terribili della lotta primitiva per l'esistenza[744].

Allora queste divisioni, che rispondevano a bisogni sentiti da qualsiasi convivenza — sostentamento, quiete interna, difesa contro l'esterno — furono da prima tollerate e poscia accolte dai Langobardi i quali fissatisi in Italia con un brusco distacco dallo stadio nomade in cui erano fino ad allora vissuti, impossibilitati così per incapacità propria come per insuperabile resistenza dell'ambiente a crearsi una costituzione improntata alla loro stirpe, furono attratti da quella rudimentale a cui era ridiscesa l'Italia.

Fu anche qui l'antica ossatura italiana che affiorò, mentre la grande Roma dell'evo antico moriva e che fornì lo scheletro alla nuova costituzione, la quale non poteva averlo dai Langobardi, nomadi e senza coesione, nè poteva riceverlo dal mondo romano, poichè la rovina di questo non consentiva più qualsiasi azione energica.

Le prime fonti medioevali, continuando più antica abitudine, indicano il quartiere col nome della porta[745] a cui mette capo; e questo nome talvolta era determinato da ragioni topografiche e locali; come la porta romana di numerose città, la porta vercellina di Milano etc. e non di rado — specialmente in seguito — fu quello di un santo[746].

Arechi, il noto duca di Benevento, nel 774 con una munificentissima donazione[747] al Monastero di S. Sofia da lui fondato, concesse a quest'ultimo fra l'altro cento carrate annue di legna. I boschi da cui dovevano esser tratte pertinevano tutti nello stesso modo alla città; ma ciò nonostante l'onere fu distribuito in modo irregolare: una porta fu esclusa dalla contribuzione e delle altre tre la Porta turrea doveva corrispondere 50 carri, la Porta Rufini 30 e 20 la Porta Sicardi.

Documenti langobardi della maggior purezza provano, dunque, che i varî quartieri di una stessa città potevano esser gravati in proporzione diversa l'uno dall'altro; ed allora si rende verosimile l'ipotesi che pure al tempo langobardo, continuando ininterrottamente un più vetusto uso italiano, risalga il sistema di distribuire per quartiere i dazî e le imposte gravanti sulla città.

Lo Statuto di Verona, pervenuto a noi nella redazione del 1228, ma che contiene in gran parte disposizioni di età di gran lunga anteriore, vuole che «datia solvantur in waitis propriis»[748].

E — a riprova — si può aggiungere che queste guaite, che son ricordate anche da Carlo Magno nelle sue leggi italiche, non sono altro — come abbiamo veduto — che la sculca langobarda e, attraverso ad essa, l'excubiae romane, e tutte si facevano per quartieri[749].

A questa differenziazione negli oneri naturalmente corrispondeva un'altra differenza di natura, diciamo così, attiva che completava la figura del quartiere con un ambito limitato ma determinato ed effettivo di attribuzioni e di facoltà distinte da quelle degli altri quartieri e non assorbite — almeno normalmente e di regola — dai diritti della città, complessivamente considerata.

E questa autonomia reciproca e di fronte alla città va aumentando col tempo. Due documenti milanesi del 1158 e del 1175[750] ricordano i Consules electi a comunantia Porte Vercelline de pascuis: pro desbrigandis et recuperandis pascuis ipsius porte.

Della consistenza delle portae è altra e più sicura prova la menzione esplicita degli urbium vici fatta dal sinodo ticinese dell'850[751], la quale illumina la disposizione del capitolare langobardo dell'803 che ordina che si eleggano quattro o otto uomini in ciascuna pieve per risolvere le eventuali questioni fra laici ed ecclesiastici per la prestazione delle decime. E altra prova può considerarsi la caratteristica variante portata da uno dei due vetustissimi codici santambrosiani che contengono le leggi langobarde[752].

Il cap. 141 di Liutprando stabilisce che le donne che istigate dai propri mariti avessero fatta irruzione o commessa violenza in un vico o in una casa, debbano essere decalvate e condotte per i vici più prossimi ed ivi fustigate — publicus faciat eas decalvare et frustare per vicus vicinantes ipsius loci —.

Il codice in parola — almeno se è vera la lezione datane dal Muratori — ha «vicos civitatis»[753].

L'amanuense — e non è punto detto che sia stato il primo a iniziare la variante — aveva davanti agli occhi la visione delle condizioni reali della città. Ed ho parlato di amanuense per non dire, come ne avrei gran voglia, che non è punto improbabile che la variante sia la conseguenza pensata e voluta dell'opera di un giurista.

Questi quartieri, però, erano strettamente uniti nella città che li comprendeva e li completava e come non ebbero personalità giuridica distinta da quella della città nel tempo romano[754]; così non ne ruppero la compagine nemmeno nell'epoca successiva, sebbene sieno giunti ad avere una fisonomia propria molto accentuata[755].

I vicini dei singoli quartieri avevano tutti eguali facoltà rispetto alla porzione dei beni comuni assegnata al loro quartiere: ma le maggiori facoltà dispositive riguardo a tali beni erano loro sottratte e demandate al gruppo intiero di tutti i vicini della città; e la città tutta intiera rispondeva solidalmente, come si è veduto, se la suprema autorità non imponeva altrimenti, degli oneri imposti ad una sua parte.

La compagine della città non fu allentata nemmeno in seguito quando sulle antiche divisioni per quartiere se ne andarono sovrapponendo altre di varia natura. Fra queste, per l'importanza acquistata in seguito, meritano di essere ricordate per le prime quelle che traevano origine dal formarsi entro l'ambito urbano di nuovi centri di vita, di azione e di interessi, che si popolarizzavano intorno a quelle chiese cardinali, di cui già ci siamo occupati, e che, moltiplicandosi rapidamente, giunsero a costituire in un'epoca più tarda il sistema predominante di divisione del suolo intramurano.

Nè valse a diminuire la coesione del centro urbano un altro elemento di cui pur si sarebbe potuto credere assai potente l'azione disgregativa.

In ogni città c'era una curtis regia[756] la quale era il centro dell'amministrazione pubblica, a cui convergevano le prestazioni civiche e le finanze; e questa curtis era di solito a capo del vasto conglomerato di terre che costituivano la dotazione della corona e che non di rado si trovavano accanto ai fondi assegnati all'autorità pubblica preposta in modo speciale alla città, onde costituivano anch'essi un complesso imponente di beni che avevano uno sbocco entro la città attraverso alla cella.

Quantunque normalmente, quando era consentito dalle condizioni del luogo la corte regia si sia installata entro l'arce che non infrequentemente si trovava nell'interno delle antiche città italiane[757] emergendo anche materialmente di fronte al resto della città; e quantunque questo castello attraverso le donazioni dei fiacchi discendenti di Carlo Magno sia passato in mani più energiche, pur tuttavia queste curtes non hanno agito in modo sensibile nella costituzione cittadina nemmeno nei rapporti esterni delle divisioni territoriali.

Almeno io non ne ho trovato traccia alcuna.

E dal momento che non ha influito la curtis più potente e maggiormente fornita di facoltà di natura pubblica oltre che privata, corre appena l'obbligo di accennare che nessuna azione han potuto esercitare le altre curtes private di cui serbano ricordo i documenti[758].