SCENA IV. Detti e Regina.

Regina (venendo dalla sala da pranzo). La signora ha suonato?

Sig.ª Alving. Sì, portate la lampada.

Regina. Subito, signora, è già accesa. (se ne va)

Sig.ª Alving (avvicinandosi ad Osvaldo). Osvaldo, non dissimulare con me.

Osvaldo. Non ti nascondo nulla, mamma. (avvicinandosi al tavolo) Mi pare d’averti fatte già parecchie confessioni.... (Regina porta la lampada e la pone sul tavolo)

Sig.ª Alving. Ascolta, Regina; va a prenderci una mezza bottiglia di champagne.

Regina. Sissignora. (esce)

Osvaldo (prendendo fra le sue mani la testa della signora Alving). Così va bene! Lo sapevo io, che la mia mammina non avrebbe permesso che il suo figliolo morisse di sete.

Sig.ª Alving. Mio povero Osvaldo! Come potrei ora ricusarti qualche cosa?

Osvaldo (vivamente). Davvero, mamma? Sul serio?

Sig.ª Alving. Che intendi? Cosa?

Osvaldo. Che non vuoi ricusarmi nulla?

Sig.ª Alving. Ma, mio caro Osvaldo....

Osvaldo. Ssz!

Regina (porta un vassoio con sopra una mezza bottiglia di champagne, che pone sulla tavola). Devo sturare?

Osvaldo. Grazie, faccio io!

(Regina esce).

Sig.ª Alving (sedendosi presso la tavola). Cos’è che non dovrei ricusarti? A che pensavi tu mai?

Osvaldo (occupato a sturare la bottiglia). Prima di tutto un bicchiere.... o due. (fa saltare il turacciolo, riempie un bicchiere, e vuole riempirne un secondo)

Sig.ª Alving (fermandogli la mano). Grazie.... non ne prendo.

Osvaldo. Ebbene, sarà per me (egli vuota il bicchiere, lo riempie una seconda volta e lo vuota nuovamente, dopo che, si siede presso la tavola)

Sig.ª Alving (aspettando ch’egli parli). Ebbene?

Osvaldo (senza guardarla). Ascolta. Tu ed il pastore Manders mi sembravate molto singolari.... hm.... molto taciturni a tavola.

Sig.ª Alving. L’hai osservato?

Osvaldo. Sì, Hm! (dopo un istante di silenzio) Dimmi che ne pensi tu di Regina?

Sig.ª Alving. Ciò che ne penso?

Osvaldo. Sì, non è perfetta?

Sig.ª Alving. Mio caro Osvaldo, tu non la conosci, come la conosco io.

Osvaldo. Cosa vuoi dire?

Sig.ª Alving. Sventuratamente, Regina è rimasta troppo a lungo a casa sua; avrei dovuto raccoglierla prima.

Osvaldo. Sì, ma non è splendida a vedersi, mamma? (riempie il suo bicchiere)

Sig.ª Alving. Regina ha parecchi difetti, abbastanza grossi....

Osvaldo. Ebbene, che vuol dir questo? (beve ancora)

Sig.ª Alving. Non le voglio per questo meno bene; sono responsabile di lei e per cosa alcuna al mondo non vorrei che le venisse torto un capello.

Osvaldo (alzandosi di scatto). Mamma, Regina è la mia unica salvezza.

Sig.ª Alving. Cosa vuoi dire?

Osvaldo. Non posso continuare a sopportare solo questo tormento.

Sig.ª Alving. Non c’è tua madre per sopportarlo con te?

Osvaldo. Sì, l’ho creduto; ed è perciò che ritornai. Ma così non la potrà durare, lo veggo, non la potrà durare. Io non potrò starmene qui tutta la vita.

Sig.ª Alving. Osvaldo!

Osvaldo. Mamma, io ho bisogno d’una vita diversa! Ecco perchè debbo lasciarti. Io non voglio che tu abbia per sempre, sotto gli occhi, tale spettacolo.

Sig.ª Alving. Mio povero figlio! Ma finchè sarai malato, Osvaldo....

Osvaldo. Se non fosse che per la malattia, io resterei presso di te, mamma, perchè tu sei il migliore amico che abbia su questa terra.

Sig.ª Alving. Sì, non è vero, Osvaldo? Dillo!

Osvaldo (cangiando posti con inquietudine). Ma sono tutti questi tormenti, tutti questi rimproveri interni.... eppoi quest’angoscia grande, quest’angoscia mortale. Oh.... quest’orrenda angoscia!

Sig.ª Alving (camminando dietro a lui). Angoscia? Quale angoscia? Che vuoi tu dire?

Osvaldo. Ah! non farmi altre domande su tale soggetto. Non so. Non te la posso descrivere!

Sig.ª Alving (passa a destra e tira il cordone del campanello).

Osvaldo. Che vuoi?

Sig.ª Alving. Voglio che mio figlio sia allegro. Ecco tutto! Non voglio che abbia pensieri tristi. (a Regina che si presenta all’uscio) Dell’altro champagne! Ma questa volta una bottiglia intera. (Regina esce)

Osvaldo. Mamma!

Sig.ª Alving. Credi tu che qui noi, non si sappia vivere?

Osvaldo. Non è splendida a vedersi? Robusta!... sana!

Sig.ª Alving (sedendosi al tavolo). Mettiti là, Osvaldo, e chiacchieriamo tranquillamente.

Osvaldo (sedendo). Tu non lo sai, mamma, ch’io ho un torto da riparare verso Regina.

Sig.ª Alving. Tu?

Osvaldo. O piuttosto, se ti piace di più, una piccola imprudenza, innocentissima del resto. L’ultima volta che venni qui....

Sig.ª Alving. Ebbene?

Osvaldo. Essa mi fece una quantità di domande su Parigi, e io le ho raccontato.... forse più di quanto avrei dovuto. Eppoi un giorno, me ne ricordo, mi accadde di dirle: «Avreste volontà di venirci voi stessa?»

Sig.ª Alving. E allora?

Osvaldo. Si fece rossa e mi disse: «Sì, ne avrei molta volontà!» — «Bene, risposi, ci sarà forse la maniera d’accontentarvi».

Sig.ª Alving. E poi?

Osvaldo. Naturalmente, avevo dimenticato ogni cosa, quando, l’altro ieri, le chiesi se era contenta del mio lungo soggiorno in questa casa....

Sig.ª Alving. Ebbene?

Osvaldo. Mi guardò in una maniera molto strana, e mi rispose: «E il mio viaggio a Parigi?»

Sig.ª Alving. Il suo viaggio?

Osvaldo. Compresi allora, ch’essa aveva presa la cosa sul serio, che durante tutto il tempo della mia assenza aveva pensato a me, e s’era messa a studiare il francese.

Sig.ª Alving. Questo adunque è....

Osvaldo. Mamma! Quando vidi innanzi a me questa splendida ragazza, bella, sana, — prima non lo avevo mai osservato, — quando la vidi, posso dire, colle braccia aperte, pronta a ricevermi...

Sig.ª Alving. Osvaldo!

Osvaldo. .... m’ebbi la rivelazione che in essa stava la salvezza. Innanzi a me scorgevo il piacere.... la vita.

Sig.ª Alving (colpita). Il piacere.... la vita? Là c’è dunque la salvezza?

Regina (compare sulla soglia, con una bottiglia in mano). Domando scusa d’essermi trattenuta tanto tempo, ma dovetti discendere in cantina.

Osvaldo. Dateci un altro bicchiere.

Regina (guardandolo con sorpresa). Ecco il bicchiere della signora, signor Alving.

Osvaldo. Sì, ma un bicchiere per te, Regina.

Regina (trasalisce e guarda timidamente la signora Alving).

Osvaldo. Ebbene?

Regina (con esitazione, abbassando la voce). La signora permette?

Sig.ª Alving. Va a pigliarti il bicchiere, Regina. (Regina passa nella sala da pranzo)

Osvaldo (seguendola cogli occhi). Hai osservato il suo incedere? Così franco, così ardito!

Sig.ª Alving. Ma questo non va, Osvaldo!

Osvaldo. È deciso. Lo vedi; inutile contraddirmi.

Regina (ritorna con un bicchiere, che non depone).

Osvaldo. Siedi, Regina.

Regina (interroga collo sguardo la signora Alving).

Sig.ª Alving. Siedi pure.

Regina (prende posto sur una sedia, presso l’uscio della sala da pranzo, e continua a tenere in mano il bicchiere vuoto).

Sig.ª Alving. Osvaldo.... che mi dicevi tu del piacere della vita?

Osvaldo. Sì, mamma, il piacere di vivere! in paese non lo si conosce! Qui, io non lo sento mai.

Sig.ª Alving. Neppure quando sei presso di me?

Osvaldo. Quando sono a casa, no. Ma tu non mi capisci.

Sig.ª Alving. Ma sì, ora mi pare d’afferrare la tua idea....

Osvaldo. Il piacere di vivere.... eppoi il piacere di lavorare.... Eh! In fondo è la stessa cosa. Ma entrambi vi sono sconosciuti!

Sig.ª Alving. Forse hai ragione. Parlami ancora di ciò, Osvaldo.

Osvaldo. Ecco, io penso semplicemente, che qui si impara a considerare il lavoro come un flagello di Dio, una punizione dei nostri peccati, e la vita come una cosa miserabile, di cui mai abbastanza presto potremo esser liberati.

Sig.ª Alving. Sì, una valle di lagrime. E infatti noi ci applichiamo coscienziosamente a renderla tale.

Osvaldo. Ma laggiù non si vuole saper nulla di tutto ciò! Laggiù tali dogmi non trovano più credenti. Laggiù il solo fatto di esistere, basta per colmare di gioia e di felicità. Mamma, non hai osservato che tutto ciò che dipingo, s’aggira intorno al piacere di vivere? Il piacere di vivere! Ovunque e sempre! Ivi tutto è luce, raggi di sole e festa.... e le figure umane sono raggianti di felicità.... Ecco perchè ho paura di restarmene qua!

Sig.ª Alving. Paura? Di che hai tu paura presso di me?

Osvaldo. Ho paura che tutto ciò che fermenta in me, non possa qui trasformarsi in male.

Sig.ª Alving (guardandolo fissamente). E tu credi possibile questo?

Osvaldo. Ne sono sicurissimo. Potrei tentare di condurre qui, la stessa vita di laggiù: eppure.... la cosa non sarebbe uguale!

Sig.ª Alving (che ha ascoltato con crescente attenzione, si alza e fissa su lui uno sguardo profondo e pensieroso). Ora, comprendo tutto!

Osvaldo. Cosa?

Sig.ª Alving. È la prima volta ch’io scorgo la verità, adesso posso parlare.

Osvaldo (alzandosi). Mamma, non ti capisco.

Regina (che pure si è alzata). Devo andarmene?

Sig.ª Alving. No, resta. Ora posso parlare. Ora, figlio mio, saprai tutto esattamente; poscia prenderai una determinazione. Osvaldo! Regina!

Osvaldo. Silenzio. Il Pastore....

SCENA V. Detti, il Pastore Manders.

Il Past. (entrando dall’uscio del vestibolo). Eccomi! Abbiamo avuto una di quelle piccole riunioni che fanno bene al cuore.

Osvaldo. Noi pure.

Il Past. Bisogna venir in aiuto ad Engstrand, a proposito di quel rifugio pei marinai. Regina deve andare a raggiungerlo, e rendersegli utile....

Regina. No, grazie, signor Pastore.

Il Past. (che ancora non l’aveva osservata). Che?... Qua! con un bicchiere in mano?

Regina (affrettandosi a deporre il bicchiere). Domando scusa!

Osvaldo. Regina parte con me, signor Pastore.

Il Past. Parte! Con voi!

Osvaldo. Sì, come sposa.... se essa lo vuole.

Il Past. Misericordia!...

Regina. Io non ne ho colpa.... signor Pastore.

Osvaldo. Oppure resta qua, se io resto.

Regina (involontariamente). Qua!

Il Past. Signora Alving, io non ci capisco più nulla.

Sig.ª Alving. Nulla avverrà, perchè adesso posso dire ogni cosa.

Il Past. Ma voi non lo farete! No, no, no!

Sig.ª Alving. Lo posso e lo voglio. E, tranquillizzatevi, non ci saranno ideali distrutti.

Osvaldo. Che cosa mi si nasconde qui?

Regina (ascoltando). Signora! Ascoltate! Fuori c’è gente! Gridano. (passa nella serra e di là guarda in istrada)

Osvaldo (alla finestra di sinistra). Che avviene? Donde tutta questa luce?

Regina (con un grido). È l’asilo che brucia!

Sig.ª Alving (alla finestra). Che brucia?

Il Past. Che brucia? Impossibile; ne esco io in questo momento!

Osvaldo. Dov’è il mio cappello? Ah, non importa.... L’asilo di mio padre!... (esce correndo dall’uscio che mette al mare)

Sig.ª Alving. Il mio scialle, Regina, tutto è in fiamme!

Il Past. È orribile! Signora Alving, è il castigo che piomba su questo luogo di perdizione.

Sig.ª Alving. Certo, certo. Vieni, Regina. (esce precipitosamente dall’uscio del vestibolo, seguita da Regina)

Il Past. (giungendo le mani). E non è assicurato!... (esce dietro gli altri)

FINE DELL’ATTO SECONDO.