SCENA III. Signora Alving, Osvaldo.
Sig.ª Alving. (sospira, getta un’occhiata fuori della finestra, riordina un po’ la camera e si dispone ad entrare in sala da pranzo: ma sulla soglia si ferma attonita, e manda un’esclamazione sorda). Osvaldo! Ancora a tavola sei!
Osvaldo (dalla sala da pranzo). Volevo soltanto finire il mio sigaro.
Sig.ª Alving. Credevo che tu fossi andato un po’ a passeggiare!
Osvaldo. Con questo tempo!
(Si sente un rumore di bicchieri. La signora Alving lascia la porta aperta e siede sul sofà presso la finestra, col ricamo in mano.)
Osvaldo (dallo stesso posto). Non è il pastore Manders quello che se n’è andato?
Sig.ª Alving. Sì, se n’è andato all’asilo.
Osvaldo. Hm!...
(Si sente l’urtare d’un bicchiere contro la bottiglia)
Sig.ª Alving. (con un’occhiata inquieta). Caro Osvaldo, guardatene da quel liquore, è un po’ forte.
Osvaldo. Buono contro l’umidità.
Sig.ª Alving. Non preferisci venir un po’ qui?
Osvaldo. Non potrei fumare.
Sig.ª Alving. Sai bene che un sigaro lo puoi fumare.
Osvaldo. Bene, bene, vengo. Ancora una sola goccia.... Ecco.
(Egli entra col sigaro in bocca, e chiude la porta dietro di lui. Breve silenzio)
Osvaldo. Dov’è andato il Pastore?
Sig.ª Alving. Ti dissi or ora che se n’è andato all’asilo.
Osvaldo. È vero.
Sig.ª Alving. Osvaldo, non dovresti rimanertene tanto a tavola.
Osvaldo (passando dietro la schiena la mano in cui tiene il sigaro). Ma io trovo ciò squisito, mamma. (egli la carezza e gli dà dei buffettini) Pensa, per me che me ne ritorno ora a casa mia, essere seduto alla tavola della mia mammina, e mangiare le pietanze eccellenti che fa la mia mammina....
Sig.ª Alving. Caro, caro ragazzo!
Osvaldo (si alza, cammina e fuma con qualche impazienza). E d’altronde che farei qui? Al lavoro non potrei mettermi.
Sig.ª Alving. Davvero? Non lo potresti?
Osvaldo. Con questo tempo grigio? Senza un raggio di sole in tutto il giorno? (misura a gran passi la scena) Oh! Qual supplizio, il non poter lavorare!...
Sig.ª Alving. Forse hai fatto male a ritornare?
Osvaldo. No, mamma, era necessario.
Sig.ª Alving. Perchè, vedi, preferirei le mille volte esser priva della felicità di averti qui con me piuttosto che vederti....
Osvaldo (fermandosi presso alla tavola). Ma, dimmi mamma, è davvero una sì grande felicità per te l’avermi qui?
Sig.ª Alving. S’è una felicità?
Osvaldo (spiegazzando un giornale). Mi pare che dovrebbe riuscirti più o meno indifferente, ch’io esista o no.
Sig.ª Alving. E tu hai il coraggio di dire a tua madre una cosa simile, Osvaldo?
Osvaldo. Ma hai saputo vivere benissimo sinora senza di me....
Sig.ª Alving. Sì, è vero, ho vissuto senza di te....
(Silenzio. Il giorno cade lentamente. Osvaldo misura a gran passi la scena. Ha deposto il suo sigaro).
Osvaldo (fermandosi innanzi alla signora Alving). Mamma, mi permetti di sedermi sul sofà vicino a te?
Sig.ª Alving (facendogli posto). Sì, vieni, vieni, figlio mio.
Osvaldo (sedendo). Ora devo dirti una cosa, mamma.
Sig.ª Alving. (l’orecchio teso). Che?
Osvaldo (guardando fissamente innanzi a sè). Non posso tenermela più a lungo sul cuore.
Sig.ª Alving. Tenere che? che c’è?
Osvaldo (come prima). Non ho potuto decidermi a scriverti su questo proposito, e dopo il mio ritorno....
Sig.ª Alving (afferrandogli il braccio). Osvaldo! Che c’è dunque?
Osvaldo. Ieri ed oggi tentai di liberarmi dai miei pensieri.... di scuoterli. Ma non c’è rimedio.
Sig.ª Alving (alzandosi bruscamente). Devi dirmi tutto, Osvaldo.
Osvaldo (facendola sedere di nuovo). Resta qui. Mi proverò. Io mi sono lamentato d’una stanchezza causata dal viaggio....
Sig.ª Alving. Sì! Ebbene?
Osvaldo. Ebbene, non è ciò.... ovvero non è una stanchezza solita....
Sig.ª Alving (tentando nuovamente d’alzarsi). Non ti senti male, nevvero, Osvaldo?
Osvaldo (costringendola a rimanere seduta). Resta, resta là, mamma. Ascoltami tranquillamente. Non ho già una malattia.... quello che comunemente chiamano malattia. (incrociando le mani sul capo). Mamma! sento lo spirito affranto, sono un uomo finito.... Non potrò lavorare, mai più! (col volto nascosto tra le mani, cade alle ginocchia della madre e scoppia in singhiozzi).
Sig.ª Alving (pallida e tremante). Osvaldo! Guardami! No, no, non è vero!
Osvaldo (guardandola con occhio disperato). Non lavorare mai più! Mai più! Essere già morto, mentre ancora si vive! Mamma, puoi tu figurartelo un orrore simile?
Sig.ª Alving. Povero figlio mio! Ma.... donde tale orrore? Come ne fosti assalito?
Osvaldo. Mah! Ecco ciò di cui non so rendermi ragione! Io non condussi mai una vita agitata, sotto nessun rapporto: tu, mamma, me lo puoi credere. Son sincero.
Sig.ª Alving. Ma, Osvaldo, non ne dubito!
Osvaldo. Eppure ne fui assalito!... Che orribile sventura!
Sig.ª Alving. Oh! tutto sparirà, figlio mio benedetto. Credimelo pure, non è che un eccesso di lavoro.
Osvaldo (tristemente). Anch’io sul principio, lo credetti, ma purtroppo la cosa è diversa.
Sig.ª Alving. Narrami tutto, da capo a fondo.
Osvaldo. È appunto ciò che intendo di fare.
Sig.ª Alving. Quando te ne accorgesti la prima volta?
Osvaldo. Dal mio arrivo a Parigi, dopo la mia ultima dimora in questa casa. Ho sentito dapprincipio dei violentissimi dolori alla testa, specialmente all’occipite; mi pareva di avere il cranio in un cerchio di ferro, dalla nuca in su.
Sig.ª Alving. Eppoi?
Osvaldo. Credevo che fosse sempre quel mal di capo di cui ho tanto sofferto all’epoca della mia adolescenza.
Sig.ª Alving. Sì... sì....
Osvaldo. Ma non era lo stesso. Non tardai a convincermene. Mi fu impossibile di lavorare. Volli accingermi ad un quadro grande, ma mi pareva che le facoltà mi mancassero. Tutta la mia forza era come paralizzata, non riuscivo a concentrarmi, e ad arrivare a delle immagini fisse. Tutto mi girava d’intorno, come se avessi avuto le vertigini. Che stato orribile! Finalmente mi rivolsi ad un medico, e da lui seppi tutto!
Sig.ª Alving. Che vuoi tu dire?
Osvaldo. Era uno dei principali medici. Dovetti descrivergli ciò che provavo; dopo di che, egli mi rivolse una quantità di domande, che, secondo me, non avevano nulla a che fare col mio stato; non comprendevo dove voleva arrivare.
Sig.ª Alving. Continua
Osvaldo. Terminò col dire: C’è in voi, sin dalla vostra nascita, qualche cosa di «tarlato» ecco l’espressione di cui egli s’è servito.
Sig.ª Alving (ascoltando con un’attenzione concentrata). Che intendeva dire?
Osvaldo. Io pure non lo compresi, e perciò lo pregai di spiegarsi più chiaramente. E allora quel vecchio cinico disse.... (stringendo il pugno) Oh!
Sig.ª Alving. Disse?
Osvaldo. Disse: I peccati dei padri ricadono sui figli.
Sig.ª Alving (alzandosi lentamente). I peccati dei padri!....
Osvaldo. Mi sarei sentito la volontà di schiaffeggiarlo.
Sig.ª Alving (attraversando la scena). I peccati dei padri....
Osvaldo (con triste sorriso). Sì, che te ne sembra? Naturalmente io lo convinsi che nel mio caso non poteva trattarsi di ciò. Credi tu ch’egli si sia corretto? Nepur per sogno; sostenne le sue parole; e non fu che dopo avergli letta qualche frase delle tue lettere, in cui parli del babbo....
Sig.ª Alving. Che...
Osvaldo. Che fu costretto a riconoscere d’aver sbagliato strada. E così, io appresi la verità, la incomprensibile verità! Quella felice esistenza di gioventù, quella piacevole compagnia.... Avrei dovuto astenermene. Avevo sorpassato le mie forze. Per mia colpa, adunque!
Sig.ª Alving. Osvaldo! No, non creder ciò!
Osvaldo. Egli disse non esservi altra spiegazione possibile. Questo è orribile davvero! Irremissibilmente perduto, per tutta la vita, in causa della mia storditaggine. Quante belle cose avrei potuto fare a questo mondo, e invece non poterci neppur pensare, neppur pensare! Ah! perchè non posso ricominciare la vita! far sì che nulla sia ancora accaduto! (cade sul divano nascondendosi il volto sui cuscini).
Sig.ª Alving. (si torce le mani e misura a gran passi la scena, in una muta lotta con sè stessa).
Osvaldo (dopo un istante, sollevandosi a metà, ma rimanendo appoggialo al gomito). Se fosse stata un’eredità, una cosa contro cui non avessi potuto lottare.... ma così! Aver dilapidato vergognosamente, leggermente, scioccamente, la propria felicità, la propria salute.... tutto al mondo.... l’avvenire, la vita!...
Sig.ª Alving. No, no, figlio mio benedetto; è impossibile! (si china su di lui) Il caso non sarà così disperato come tu lo credi.
Osvaldo. Ah! tu non sai.... (si alza di scatto) È tanto dolore, mamma, tanto dolore, ch’io ti procuro! Quante volte ho desiderato che tu pensassi un po’ meno a me; quasi quasi l’ho sperato!
Sig.ª Alving. Io, Osvaldo! figlio mio, ciò che ho di più caro a questo mondo, mio solo pensiero!
Osvaldo (afferrando le mani di sua madre, e coprendole di baci). Sì, sì, lo veggo, mamma, lo veggo quando sono a casa. E questa è appunto una delle cose che più mi torturano.... Ma ora, tu sai tutto, e per oggi non ne parleremo più. Non posso pensarvi troppo a lungo.... in una sol volta.... (risale la scena) Mamma, fammi portare qualche cosa da bere.
Sig.ª Alving. Da bere? Che vuoi tu bere a questa ora?
Osvaldo. Oh, qualunque cosa. In casa c’è del punch freddo?
Sig.ª Alving. Sì, ma mio caro Osvaldo....
Osvaldo. Non opporti, mamma. Sii buona. Ho bisogno di qualche cosa per annegare tutti i pensieri che mi tormentano. (entra nella serra) E poi tutta questa oscurità!
Sig.ª Alving (tira un cordone di campanello a destra).
Osvaldo. E questa continua pioggia! Una settimana dopo l’altra, dei mesi interi.... senza interruzione. Mai un raggio di sole! Non mi ricordo infatti d’aver mai visto qui da noi un po’ di sole.
Sig.ª Alving. Osvaldo, tu pensi d’abbandonarmi.
Osvaldo. Hem.... (sospirando profondamente) Non penso a nulla, io; non posso pensar a nulla. (abbassando la voce) Me ne guardo bene.